Italia: manca Frumento di qualità
21 Dicembre 2023

Di: Elisa Donegatti ed Ester Venturelli

Le importazioni Italiane di Frumento (Tenero e Duro) sono aumentate di circa un terzo nei primi nove mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2022. 

A crescere maggiormente è la domanda di Frumento Duro (+87%), la cui produzione nella stagione 2022-23 ha visto le rese diminuire del 7,7% nelle principali aree produttive (Puglia, Sicilia ed Emilia Romagna) rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Effetti negativi si sono verificati anche in termini di qualità. I danni sono stati causati principalmente dalle piogge tardive che hanno provocato ritardi nel raccolto e allettamenti.  

Il principale Paese d’origine del Frumento Duro importato è rimasto il Canada, la cui fornitura è aumentata del 382% raggiungendo le 730.000 tonnellate, nonostante le produzioni non siano state particolarmente elevate a causa del caldo e della siccità. Importanti aumenti si sono registrati anche nel flusso di prodotto proveniente dalla Russia (+300.000 Ton), che ha prezzi competitivi, e dalla Turchia (+539.000 Ton), che ha ottenuto una produzione eccezionale.

Anche le importazioni di Frumento Tenero sono aumentate, ma in misura minore, con un incremento dell’11% (+375.000 Ton) tra Gennaio e Settembre 2023, rispetto ai primi 9 mesi del 2022. Tra i Paesi fornitori, l’aumento maggiore ha caratterizzato l’Ucraina da cui sono arrivate 274.000 Tonnellate in più. Anche il mercato del Frumento Tenero Italiano sta facendo i conti con una bassa qualità delle produzioni.

Al contrario, grazie alle maggiori produzioni, l’import di Mais presenta una tendenza in diminuzione accentuata tra Agosto e Settembre, gli ultimi due mesi disponibili. Sono, infatti, in calo le importazioni da altri Paesi dell’UE (-58.000 Ton) in parte compensate da maggiori quantità fornite dall’Ucraina (+23.000 Ton). Il minore import è probabilmente motivato anche da prezzi locali che si sono mantenuti inferiori ai prezzi medi unitari di importazione per la maggior parte dell’anno.

Italia: rese in calo per il Frumento, migliorano Mais e Soia
26 Ottobre 2023

Di Elisa Donegatti ed Ester Venturelli

Per il Mais e la Soia italiani è stata registrata nel 2023 un’area di semina inferiore al 2022, rispettivamente del -10% e del -5,2%. Nonostante questo la produzione di entrambe le colture è aumentata di circa il 10% grazie a rese in miglioramento, favorite da un clima caratterizzato da piogge relativamente abbondanti nel periodo estivo. Per il Mais, la maggiore produzione è dovuta anche alla scelta di molti produttori di seminare Mais giallo, una varietà più resistente.

Situazione diversa per il Frumento Tenero e Frumento Duro: l’area di coltivazione è aumentata nel 2023 e la produzione ha registrato quantità in aumento, ma inferiori alle aspettative. Le rese, infatti, sono ulteriormente diminuite, toccando valori ai minimi storici. La ragione principale risiede nell’eccesso di piogge che ha caratterizzato maggio e giugno. Oltre ad una diminuzione delle rese, l’effetto delle ingenti piogge si riscontra anche in un declassamento della qualità sia del Frumento Duro che Tenero.

Questo potrebbe portare ad una maggiore quota di Frumento Tenero destinato all’alimentazione animale.

Latte: una situazione diversa per l’Italia
4 Agosto 2023

Di Mirco De Vincenzi e Ester Venturelli

A livello mondiale l’offerta di latte è in aumento da diversi mesi (+1% a Maggio 2023 vs Maggio 2022), mentre la domanda rimane debole, limitata dai prezzi ancora alti rispetto alla media e dall’inflazione generalizzata.

Queste dinamiche si stanno verificando anche in UE, dove la maggior disponibilità di latte, unita al rallentamento della domanda, ha portato ad un indebolimento dei prezzi dei prodotti lattiero caseari e, di conseguenza, del latte alla stalla, ben distante dai 60€ di fine 2022.

Il mercato Italiano sta attraversando una situazione diversa, con una produzione di latte in diminuzione da Aprile 2022 e prezzi, dalla stalla al consumatore, ancora sostenuti. Infatti, il prezzo del latte alla stalla sta rallentando ma con una velocità minore rispetto a quanto accade a livello internazionale e, allo stesso tempo, i formaggi DOP registrano prezzi all’ingrosso che si mantengono su livelli medio alti. Nonostante i prezzi elevati, l’export di Formaggi si mantiene positivo, con un aumento, in valore, del +19,3% nel primo quadrimestre del 2023. Nel mercato domestico, la ridotta disponibilità e la minore convenienza di latte Italiano stanno portando ad un incremento delle importazioni di latte sfuso (+106.478 Ton a Gennaio-Aprile 2023 vs Gennaio-Aprile 2022), soprattutto dalla Germania che è il primo fornitore.

Carni Bovine: si apre un ponte tra Italia e Cina
21 Luglio 2023

Di: Marika De Vincenzi ed Ester Venturelli

Le esportazioni di Carni bovine dall’Italia sono diminuite del 15% circa nel primo quadrimestre del 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022. La diminuzione riguarda tutte le principali voci tranne Sego e Lingue bovine congelate. È in aumento, però, l’export di Carni Bovine verso il Belgio (+27%) e quello di Carni fresche o refrigerate verso la Spagna (+30%), terzo Paese acquirente. 

Anche altri Paesi hanno aumentato la domanda di Carni Italiane. Tra questi, recentemente, si è aggiunta la Cina. L’apertura di questo mercato è stato il risultato di una collaborazione di ASSOCARNI con il Ministero della Salute e l’Ambasciata Italiana a Pechino. L’accordo ha concesso il permesso a dodici aziende italiane di esportare in Cina carne bovina. 

I principali fornitori del mercato Cinese di Carne bovina sono Australia e Brasile. Quest’ultimo ha ripreso le esportazioni a Marzo dopo un blocco durato un mese a seguito di due casi di BSE. Tra i Paesi UE, il primo esportatore di Carne Bovina verso la Cina è l’Irlanda, che ha invece riottenuto il permesso di esportare a Gennaio 2023, dopo il blocco causato dalla BSE nel 2020.

Nonostante una grossa fetta del mercato Cinese della Carne Bovina sia già coperta, l’accordo permetterà alle aziende Italiane di proporre prodotti di qualità e guadagnare mercato.

TESEO.Clal.it – Esportazioni Italiane di Carni Bovine

Allarme PSA: decidere presto perché siamo accerchiati
29 Giugno 2023

Dr. Vet. Giancarlo Belluzzi

Il virus della Peste Suina Africana è una minaccia sempre più incombente nel nostro Paese. Lo dimostra l’ingresso del virus in Lombardia, che ha dovuto prendere atto della positività di un cinghiale ed ha dovuto allargare la zona infetta. Mentre gli allevatori ed i trasformatori sono molto preoccupati, non si percepisce la stessa angoscia tra coloro hanno in mano la gestione del problema e le misure di eradicazione della presenza abnorme dei cinghiali. D’altronde la geografia stessa ci dice che un’infezione presente a nord, centro e sud è di fatto un’infezione “migrante”; se ne deduce che il virus è presente in una “filiera infettiva” che va dal Piemonte allo stretto di Messina. La situazione, quindi, è allarmante, nonostante qualcuno, giorni addietro, si sia spinto a dire di no.

La situazione PSA in Europa rimane minacciosa

Peraltro la storia recente di questa malattia altamente invasiva ci ha presentato uno scenario ben preciso: Cina, Russia e la vicina Polonia (soprattutto), confermano esattamente questa teoria evolutiva dell’infezione. Quest’ultimo Paese ha sempre parlato di una diffusione a macchia d’olio, a partire da un primo ritrovamento, tant’è che proprio nei giorni scorsi è stato dichiarato l’ennesimo caso polacco, l’ultimo di una lunga catena di ritrovamenti nei cinghiali di quel paese, iniziata il 17 febbraio del 2014, a distanza di ben 9 anni dal primo allarme. Per di più la pericolosità del virus è accentuata dall’inesistenza di un vaccino in grado di fermarlo. Allo stato attuale sono 24 i genotipi virali che sono stati descritti ma al momento solo 2 ci interessano particolarmente, il tipo I ed il tipo II, entrambi presenti nel nostro Paese. In Europa (geografica) la situazione PSA rimane, quindi, altamente minacciosa; il quadro epidemiologico non lascia presagire un’inversione di tendenza, vista l’inquietante impennata di notifiche degli ultimi 6 mesi dell’anno, mesi di freddo che hanno facilitato il movimento dei selvatici in cerca di cibo. Anche la vicina Russia segnala in continuazione numerosi focolai (e la miriade di allevamenti familiari come saranno?) tant’è che ha deciso di riprendere in mano il Piano di lotta alla PSA, ordinando nuove ispezioni improvvise sia in allevamento che in macello per garantire il rispetto delle norme veterinarie esistenti; nonostante ciò, proprio due giorni fa sono stati denunciati dall’Organizzazione Mondiale Sanità Animale altri focolai, qualcuno a ridosso dei confini occidentali coi nostri territori.  Persino in Siberia, finora considerata un territorio libero da PSA, ultimamente sono stati segnalati nuovi allevamenti infetti.

È necessaria una politica seria e decisa

Detto ciò, che fare in Italia? Va detto subito che la situazione è tutt’altro che tranquilla. Lo dico perché la valutazione basata sul criterio della segnalazione “passiva” è un criterio “fragile”, in quanto legato solo ai ritrovamenti di carcasse infette; ritrovamenti che dipendono dalla qualità del personale utilizzato (selezione, preparazione, mezzi a disposizione, incentivi, etc.), dal numero di addetti e dalle dimensioni del territorio setacciato. È un dato di fatto, senza voler valutare il lavoro del Commissario, che utilizza i mezzi che ha. Detto ciò però va richiesta a gran voce l’adozione di una politica immediata, seria e decisa sulla questione cinghiali e loro depopolamento. Sono a milioni gli animali che vivono sulla dorsale appenninica. Da foto girate tra addetti ai lavori si vedono branchi di biungulati perfino all’interno delle stalle di bovini, più aperte ed a disposizione dei selvatici in cerca di mangime nelle mangiatoie dei ruminanti. Insomma, il cerchio si chiude sempre di più, soprattutto al nord, la maggior area del paese, con 5 milioni di maiali allevati. Va fatto capire che ormai siamo accerchiati da altri focolai, in Polonia, in Bosnia-Erzegovina ed in Croazia, che a dimensione di autotrasporti sono a un tiro di schioppo dal nostro Paese, solcato quotidianamente da automezzi che scendono dal nord-Europa.

Concludo riaffermando che la situazione è quindi molto allarmante e richiama ad un intervento risoluto, in tempi brevi con la convinzione che il “non ritorno” è ormai vicino, prima di dover piangere sul blocco totale del nostro export. I modelli di lotta ci sono: in aggiunta alla biosicurezza individuale degli allevamenti, ai mezzi di ricerca messi in atto, basterebbe copiare dal Belgio: recinzioni robuste, battute centripete sistematiche, coinvolgimento di tiratori addestrati e coinvolgimento dell’esercito. Se non ci salva il depopolamento saremo disperati.

Grano duro: i fattori di riduzione del prezzo
12 Aprile 2023

Di: Elisa Donegatti e Ester Venturelli

CLAL.Teseo.it – Prezzi del Frumento Duro nelle principali piazze Italiane

Da diverse settimane i prezzi del Grano Duro registrano diminuzioni nelle principali piazze italiane. Dopo un rallentamento graduale tra Luglio e Gennaio, i primi mesi del 2023 stanno registrando crolli repentini dei prezzi che preoccupano i produttori. Anche all’estero il trend è ribassista. Probabilmente questo è il risultato di diversi fattori.

1- Il raccolto mondiale del 2022 è stato positivo ed ha portato sollievo alle tensioni del mercato originate dal limitato raccolto Canadese del 2021. Infatti, le produzioni del 2021 in Canada, primo produttore mondiale, erano state fortemente danneggiate dalla siccità risultando in un’offerta molto ridotta. 

2- Le aspettative per le produzioni del 2023 sono positive a livello mondiale, clima favorevole permettendo. In Canada le produzioni sono attese in aumento nonostante i minori ettari destinati, grazie ad un miglioramento delle rese. Negli USA le aree coltivate a Grano duro sono stimate in crescita e, di conseguenza, anche la produzione totale. 
In Italia ci si aspetta un leggero incremento delle aree seminate e, quindi, delle produzioni.

3- L’Euro sta recuperando valore rispetto al Dollaro, amplificando il trend ribassista dei prezzi all’import.

4- Tutte le principali materie prime agricole hanno adottato un andamento ribassista da diversi mesi. La domanda, infatti, è rallentata in risposta agli aumenti dei prezzi e questo sta riportando i valori complessivi a livelli più vicini alla media storica, seppure ancora elevati. Inoltre, l’Ucraina immette prodotti nei mercati a prezzi molto competitivi. Queste dinamiche caratterizzano anche i cereali, tra cui Mais, Grano Tenero e Grano Duro.

CLAL.Teseo.it – Andamento delle produzioni in Canada

Suini: il mercato italiano 2022 in sintesi
21 Marzo 2023

Di: Marika De Vincenzi ed Ester Venturelli

Il mercato suinicolo Italiano è stato fortemente segnato dalla diffusione di PSA nel nostro territorio, di cui il primo caso è stato identificato a Gennaio 2022. Ad effetto immediato, alcuni Paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato le importazioni di carne suina dall’Italia. L’export totale è diminuito in volume del -8,2% nel 2022 rispetto al 2021. La maggior riduzione ha riguardato l’export di “Altre Carni congelate (cod. HS 020329)” di cui la Cina è stata il principale acquirente fino al 2021.

Oltre alla domanda in rallentamento, il 2022 ha visto un’ulteriore crescita dei costi sia dell’alimentazione sia energetici che, insieme alla PRRS (Sindrome Riproduttiva e Respiratoria Suina), ha portato ad una riduzione del patrimonio suinicolo italiano. Di conseguenza le macellazioni di suini sono diminuite di 596 mila capi (-5.4% rispetto al 2021). Le macellazioni di suini destinati a DOP-IGP, in particolare, sono diminuite di 409 mila capi.

Nonostante la minor domanda estera, il calo dell’offerta domestica di suini ha portato ad una carenza di carni suine, sfociata in un aumento dei prezzi locali. L’aumento dei listini ha raggiunto anche il consumatore, che ha già iniziato a modificare le sue abitudini d’acquisto spostandosi dai prosciutti DOP verso prodotti meno costosi, quali prosciutti non DOP, Prosciutto Cotto, Mortadella e Salumi.

Ricerca ed Etica per il grano duro italiano [Intervista]
13 Ottobre 2021

Leonardo Moscaritolo
Melfi (PZ), Basilicata – ITALIA

Leonardo Moscaritolo – Imprenditore Agricolo e Presidente del GIE Cerealicolo di Cia-Agricoltori

“L’impennata dei prezzi del grano duro registrata negli ultimi due mesi? È un insieme di fattori, che vanno dai cambiamenti climatici alla minore produzione, fino a qualche speculazione di troppo, che ha fatto aumentare le quotazioni”.

La pensa così Leonardo Moscaritolo, presidente nazionale del Gruppo di Interesse Economico (GIE) cerealicolo di Cia-Agricoltori Italiani, da alcuni anni componente del settore cereali del Copa-Cogeca e del gruppo di dialogo civile della Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea.

Moscaritolo conduce circa 100 ettari a Melfi (Potenza), coltivati prevalentemente a grano e orzo per la produzione di birra.

Quali sono i fattori principali del deficit produttivo di grano duro, elemento essenziale per la produzione di pasta?

“In Italia la produzione attesa era di circa 4 milioni di tonnellate, invece il raccolto sembra essere inferiore di circa 200.000 tonnellate. Inoltre, a livello mondiale c’è molta attesa per le produzioni canadesi, ma la siccità potrebbe portare un significativo calo delle rese. La prospettiva di minori rese sta portando gli stoccatori ad accaparrarsi la materia prima, gli agricoltori a non vendere in questa fase di rialzo dei listini e la spirale si avvita sempre di più”.

Diminuisce l’autosufficienza dell’Italia nel frumento duro (perso il 18% in tre anni, secondo le elaborazioni di Teseo). Come mai? Come difendere il Made in Italy?

“Il problema è che è venuta a mancare la fiducia del cerealicoltore storico. Negli ultimi anni, i prezzi bassi, spesso sotto i costi di produzione, non hanno certo invogliato a seminare. Tra le alternative, c’è stata una buona richiesta di orzo distico, grazie al movimento dei birrifici artigianali, e questo ha fatto sì che qualche agricoltore ha cercato di diversificare le produzioni, orientandosi verso l’orzo da malteria”.

Il frumento duro coltivato in Italia garantisce un valore aggiunto superiore?

“Tendenzialmente sì, anche se le pressioni dei commercianti verso prodotti ad elevato tenore proteico stanno mettendo in difficoltà la cerealicoltura del Sud. Con Agrinsieme, Union Food, Italmopa, Assosementi, l’Università della Tuscia abbiamo avviato un percorso molto interessante per innalzare la qualità e dare risposte concrete all’industria molitoria e della pasta, siamo fiduciosi. Potrebbero aiutare il rilancio anche i finanziamenti concessi alle filiere da parte del Ministero delle Politiche agricole, purché si ritrovi quella puntualità nei pagamenti da parte del sistema pubblico che per gli imprenditori agricoli è essenziale”.

Può fregiarsi del Made in Italy anche la pasta fatta in Italia con grano duro di importazione?

“Si è sempre fatta la pasta con le miscele di grano duro di diversa provenienza, dal Canada agli Stati Uniti, all’Australia. Credo che il tema non sia il mito di un’autosufficienza irraggiungibile per l’Italia, ma della trasparenza in etichetta. Se parliamo di pasta 100% italiana, allora serve il grano coltivato in Italia e giustamente retribuito agli agricoltori. L’etichettatura obbligatoria va nella giusta direzione”.

Il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, nelle scorse settimane ha lanciato l’allarme sugli eccessivi passaggi commerciali delle materie prime, con l’effetto di una speculazione che fa male alle imprese. Condivide?

La filiera dovrebbe avere un approccio più etico

“Sì. Più passaggi si fanno, meno è la trasparenza e più forti sono le speculazioni. Sicuramente serve un processo di modernizzazione dell’intera filiera. Ricordo che a presto, per l’indicazione dei prezzi, partirà la Commissione Unica Nazionale (CUN) con la partecipazione di tutti i protagonisti della filiera e di Borsa Merci Telematica, uno strumento che potrebbe essere molto utile in termini di trasparenza.  Impossibile non analizzare come, ad oggi, il margine di guadagno resti sempre troppo sbilanciato verso gli anelli finali della filiera. Se all’agricoltore rimane non più del 13% del valore del prodotto, è inevitabile che vi siano squilibri, che le superfici coltivate diminuiscano, che quando i prezzi sono alti i produttori cerchino di non vendere per innescare ulteriore tensione. Se, al contrario, la filiera avesse un approccio più etico, con un’equa distribuzione della redditività potremmo ragionare su prospettive diverse”.

Sarebbe utile calcolare i costi di produzione medi e fissarli come paletto sotto al quale non scendere?

“Indicare dei costi medi di produzione, da parte di ente terzo come Ismea, le Università o, perché no, TESEO potrebbe aiutare sicuramente per una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi”.

La resa del grano duro coltivato in Italia è di 3,33 tonnellate all’ettaro contro una media UE di 3,54 tonnellate e punte di 5,38 tonnellate per la Germania e di 5,05 tons/ha per la Francia. Come rendere competitivo il grano italiano?

Ricerca e innovazione al vertice dell’agenda della CIA

“Il dato che lei cita, 3,33 tonnellate per ettaro, è un dato nazionale medio: al Nord si produce di più, al Sud la resa è inferiore. Detto questo, è innegabile che il divario rispetto alle produzioni medie di Francia e Germania sia troppo ampio. Ritengo che si debba operare su due livelli. Un primo aspetto contributivo, cercando di uniformare i valori della Pac fra le diverse Regioni, e dall’altro facendo ricerca e innovazione, che per noi della Cia è al vertice della nostra agenda politica e sindacale. Stiamo puntando molto inoltre sull’agricoltura di precisione, che non va utilizzata solo sulle colture ad alto reddito, ma anche per una coltivazione più responsabile ed etica dei cereali, nel rispetto dell’ambiente, del suolo, delle risorse idriche e di una sostenibilità anche di natura economica”.

Le varietà di grano antico possono rappresentare una soluzione per la redditività e la competitività oppure dovranno rappresentare una nicchia?

“Sono una nicchia seppur con dinamiche di mercato interessanti. La produttività dei grani antichi è molto limitata e non si riesce a competere facilmente su larga scala. Sono soluzioni in grado di dare soddisfazioni economiche quando l’agricoltore trasforma e commercializza direttamente la farina o la pasta magari con l’ausilio di laboratori locali”.

L’import dell’UE-27 nei primi sette mesi del 2021 è diminuito del 5,6%. È l’effetto del Covid? O quali sono le motivazioni?

“Ha influito sicuramente l’effetto del Covid, con la crescita dei costi dei noli e dei trasporti, ma anche la nostra azione sindacale a sostegno del grano italiano ha indubbiamente portato risultati positivi e l’industria si è rivolta alla produzione italiana”.

Sorprendentemente, nel primo semestre del 2021 l’Italia ha registrato un boom dell’export extra-Ue di grano duro, avvicinandosi a 81.000 tonnellate vendute (la Francia ha visto un export vicino a 87.000 tonnellate). Come spiega questa nuova tendenza italiana?

Promuovere ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto

“Non lo so. È sicuramente una sorpresa che un paese deficitario di grano duro esporti, ma è allo stesso tempo un segnale che dobbiamo cogliere. Ovvio però che un paese come l’Italia deve esportare e promuovere prodotti ad alto valore aggiunto come la pasta e non il grano come materia prima.  Oggi ci sono grandi margini nell’export, il Made in Italy è un brand vincente e potentissimo, vanno intensificati tutti gli strumenti di potenziamento dell’export”.

I cambiamenti climatici impongono inevitabilmente degli adattamenti e c’è chi ha proposto di posticipare le semine dei cereali autunno-vernini a febbraio. Cosa ne pensa?

“Bisogna valutare caso per caso.  Per l’orzo noi produttori già lo stiamo facendo avendo a disposizione più varietà di seme primaverile ottenendo buoni risultati. Sul grano duro anche volendo applicare la buona pratica agricola della “falsa semina” non possiamo posticipare troppo l’epoca di semina perché molto spesso i terreni di natura argillosi non essendo permeabili provocano ristagni di acqua rendendo impraticabili i terreni”.

BOX Giugno 2021: Dairy Export, Siero di Latte, Alimenti Zootecnici
24 Giugno 2021

Dairy Export Italia

Riprende di slancio l’export caseario italiano. Lo scorso Marzo sono state esportate 91.558 Tonnellate di prodotti lattiero caseari (+12,9% rispetto allo stesso periodo del 2020), per un valore complessivo di 351,4 Milioni di Euro circa (+20,3%).

I Formaggi, che si confermano il principale prodotto esportato, sono cresciuti sia in quantità (43.736 Tons, +20%) sia in valore (300,7 Mio €, +18,7%) su base tendenziale. Francia e Germania sono le principali destinazioni dei Formaggi italiani, con aumenti quantitativi rispettivamente del +42,1% e del +10,6% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Dati positivi anche per le vendite di Latte Confezionato (6.287 Tons, +159,9%): la Libia è stata la principale destinazione di vendita, con uno share del 66% nel primo trimestre 2021.

Boom anche per le esportazioni di Crema di Latte Sfusa: 1.391 Tonnellate commercializzate in Marzo (+40% su base tendenziale). Lungo la rotta asiatica, le minori esportazioni di Panna Sfusa verso la Corea del Sud (637 Tons, -13%) sono state più che compensate dalle maggiori vendite in Cina (274 Tons, +214%).


Siero di Latte in polvere

Era dalla crisi del 2007 che le quotazioni del Siero di Latte non raggiungevano valori analoghi (1.130 €/Ton). La forte domanda proveniente dalla Cina e dai Paesi del Sud-Est Asiatico ha messo in difficoltà i principali produttori mondiali di Polvere di Siero, i quali per soddisfare le richieste pressanti stanno assottigliando le proprie scorte.

In Cina, le importazioni di Siero di Latte sono aumentate del 56,7% nei primi cinque mesi del 2021, probabilmente per far fronte all’aumento della popolazione suina, dopo i numerosi casi di peste suina africana, che ha falcidiato gli allevamenti di maiali negli anni scorsi.
A trarne vantaggio è stata anche l’UE, dalla quale la Cina ha importato 127.781 Tonnellate di Polvere di Siero fra Gennaio e Maggio 2021, con un aumento del 41,4% su base tendenziale.

Allo stesso tempo, i dati disponibili indicano che la Cina sta riducendo le importazioni di latte per l’infanzia che, come noto, è costituito proprio da una base di polvere di siero.
È forse possibile che la crescente richiesta cinese di polvere di siero sia destinata non solo per il segmento animale, ma anche per la produzione di Infant Milk Formula?


Prezzi nazionali di Mais e Soia

Timida riduzione delle quotazioni del Mais nazionale ad uso zootecnico. I listini della Camera di Commercio di Bologna del 17 Giugno segnano una flessione dell’1,1% rispetto alla settimana precedente, portando il Mais destinato all’alimentazione animale a 272 €/ton; medesimo trend discendente per il mais convenzionale, che si ferma a 268 euro alla tonnellata.

Prossima quotazione di Bologna: giovedì 24 Giugno 2021, pomeriggio.
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In Camera di Commercio di Milano per il Mais nazionale ibrido, in data 22 Giugno, le mercuriali registrano un calo dello 1,5% su base congiunturale, portando la quotazione a 265 €/ton.

Il prezzo dei Semi di Soia nazionale è in deciso ribasso: dal picco di 701€/ton del 6 e del 13 maggio (quotazione media in Camera di Commercio a Bologna), i prezzi sono scesi a 598 €/ton nella seduta del 17 giugno (-6.3% rispetto alla settimana precedente).

La diminuzione del prezzo della Soia si riflette sul costo dell’alimentazione per le bovine da latte: l’Alimento Simulato (elaborato da TESEO) rileva attualmente per il mese corrente una contrazione del 2,9% rispetto a Maggio, collocandosi a 31,34 €/100Kg.

L’Italia intensifica l’import di Mais e Soia. A quali prezzi?
14 Giugno 2021

La produzione italiana di Soia soddisfa solamente il 32,7% del fabbisogno interno (annata 2019/2020): ne deriva che l’Italia è tra i principali Paesi importatori di Soia nell’Unione Europea.

Nel mese di Marzo 2021 l’import italiano di Soia è aumentato del +43,4% in volume e del +79% in valore. Nel primo trimestre 2021 i principali Paesi fornitori sono stati USA (+36,8%), Canada (+61%) e Brasile (+10%).

La Soia (esclusi i semi) nel mese di Marzo 2021 ha raggiunto il prezzo medio all’import di 437 €/Ton (+27,7% rispetto Marzo 2020), inferiore alla media delle quotazioni di Bologna nello stesso mese (558 €/ton).

TESEO.clal.it - Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Soia
TESEO.clal.it – Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Soia

Anche per il Mais, l’Italia si posiziona tra i principali importatori a livello Europeo. Nel mese di Marzo 2021 l’import di Mais è aumentato del +18% in volume e di +29% in valore. 

Nel primo trimestre 2021 l’Italia ha intensificato le proprie importazioni dall’UE-27 (1,2 milioni di tonnellate in totale), ed in particolare dall’Ungheria (+34,8%), principale fornitore. Di conseguenza, nonostante una minor importazione dall’Ucraina (-40,2%), l’import complessivo del trimestre è aumentato rispetto all’anno precedente, superando il milione e mezzo di tonnellate.

In Marzo il prezzo medio del Mais (esclusi i semi) importato dall’Ucraina è stato di 216 €/ton, mentre il prezzo medio del Mais importato dall’Ungheria si attestava a 170 €/ton

Tali valori sono inferiori alla media delle quotazioni di Marzo sulla piazza di Bologna (Granoturco nazionale uso zootecnico 234 €/ton, Granoturco comunitario uso zootecnico 237 €/ton).

TESEO.clal.it - Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Soia
TESEO.clal.it – Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Mais
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