Francesca Sabbadin
Cittadella (PD)

Francesca Sabbadin – Allevatrice

Francesca Sabbadin, allevatrice di Cittadella (Padova), conduce un’azienda con 900 bovini da carne di razza Limousine e Blonde d’Aquitaine? La maggior parte di animali viene conferita ad Azove, le femmine di Blonde d’Aquitaine vengono invece cedute ad un grossista e ai macellai.

Francesca Sabbadin, come definirebbe il mercato di oggi?

“È un mercato che ci ha dato non poche preoccupazioni, perché ha raggiunto livelli che non immaginavamo nemmeno lontanamente e questo sia per le quotazioni dei ristalli che per i bovini da macello. Noi siamo fiduciosi come allevatori, abbiamo continuato a ristallare. Però non possiamo nascondere che per alcuni in qualche fase si è verificato un problema di liquidità e procedere con il ristallo è stato davvero difficoltoso”.

Ci sono margini di guadagno oppure il costo dei ristalli erode completamente i benefici?

“Fino ad oggi ci sono state delle categorie di animali che hanno guadagnato più delle altre, come ad esempio il maschio Charolaise. Tuttavia, il nostro mondo arrivava da anni in cui il vitellone di razza Charolaise era fortemente penalizzato. Complessivamente, anche sulle femmine Limousine e Blonde d’Aquitaine, il bilancio si sta chiudendo bene”.

Ha fatto investimenti nell’ultimo anno o ha intenzione di fare investimenti nei prossimi 12 mesi? 

“Partecipiamo a una filiera e abbiamo investito per migliorare concretamente sul fronte del benessere animale. Abbiamo installato ventilatori per combattere il caldo, posizionato pavimentazioni in gomma, ma anche attrezzature e macchinari per ridurre le emissioni. Interventi che hanno garantito un miglioramento del lavoro anche per l’allevatore. Abbiamo in previsione di coprire la vasca di stoccaggio dei reflui destinati al biogas ed è stato installato un separatore solido/liquido del digestato”.

Il progetto Beef on Dairy potrebbe dare benefici agli allevatori e alla catena di approvvigionamento?

“Come azienda noi principalmente ci approvvigioniamo sul mercato francese, abbiamo in passato acquistato anche delle femmine dall’Irlanda. Indubbiamente un’integrazione è da trovare, anche se non credo che il Beef on Dairy possa diventare l’alternativa alle importazioni di capi, perché è di difficile attuazione. Serve un’integrazione di filiera completa, con una costruzione di meccanismi validi ed efficienti, perché è necessaria la figura dello svezzatore, il quale deve avere una giusta remunerazione per l’attività svolta. Noi che facciamo ingrasso non abbiamo né le strutture né le competenze. 

Inoltre, bisogna creare la filiera anche sul piano commerciale, perché altrimenti il progetto rischia di non avere successo. In quest’ottica anche la distribuzione deve riconoscere qualcosa di più per la filiera Italia-Italia. Dobbiamo anche essere consapevoli che gli sforzi devono puntare ad avere un approvvigionamento omogeneo, come ci garantisce la Francia, mentre oggi dal Sud Italia facciamo fatica ad organizzare gli ordini anche per questioni di natura sanitaria”.

Marco Baresi
Lonato (BS)

Marco Baresi – Produttore Latte

“Proprietà e Dipendenti devono crescere insieme, un passo alla volta, per costruire il futuro dell’Impresa”.

La pensa così Marco Baresi, Allevatore di Lonato e Presidente del settore Servizi Agricoli di Confcooperative Brescia. Baresi gestisce un’azienda di 350 ettari e 3.000 capi sui due siti produttivi. I familiari coinvolti sono quattro, i dipendenti 25.

Nei mesi scorsi l’Impresa Agricola ha organizzato due step di formazione, condotta in due ambiti specifici. “Da un lato un percorso di crescita professionale di tutti i nostri Collaboratori sul piano tecnico, partendo dalle nozioni basilari e progredendo verso la specializzazione, dall’altro abbiamo puntato sugli aspetti relazionali, umani, per una crescita interiore dei Dipendenti e dei Collaboratori, in modo da avviare un dialogo costruttivo, finalizzato alla crescita dell’Azienda e al benessere della persona”, spiega Baresi.
Quello introdotto nell’Azienda di MARCO BARESI è un modello di formazione attuato dalla Cooperazione e dall’Industria, ma molto raramente dalle imprese agricole.

“Siamo convinti che una crescita professionale e personale di Dipendenti e Collaboratori, un approccio al dialogo e ai progetti dell’Azienda sia anche una leva per favorire i rapporti interpersonali e il ricambio generazionale.

I Giovani hanno energie positive, vanno incanalate”, conclude Baresi.

TESEO.clal.it – Distribuzione dell’età dei titolari di aziende agricole in alcuni paesi europei (Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia) e la media dell’UE-27, secondo il censimento Eurostat del 2020

Massimilano Ruggenenti – Presidente ClpCab
Massimilano Ruggenenti – Presidente ClpCab

“La corsa dei listini delle Carni Bovine in Borsa merci a Modena può essere letto positivamente solo da un osservatore che non conosce la realtà del comparto, perché quella che manca oggi è la redditività per gli Allevatori. Il costo dei ristalli dalla Francia è diventato insostenibile sul piano economico e difficile anche dal punto di vista di reperimento dei vitelli da ingrassare. Prova ne è il fatto che gli stessi francesi stimano un calo delle vacche nutrici nell’ordine di un milione di unità. Per non parlare delle nuove rotte commerciali che vedono sempre più rafforzarsi le vendite in Spagna, dove i controlli sanitari sono più morbidi rispetto all’Italia”.

È un quadro preoccupante quello che fa Massimiliano Ruggenenti, Presidente del Consorzio Lombardo Produttori di Carne Bovina. “I costi di gestione delle stalle sono cresciuti così tanto che più di un allevatore chiude o passa in soccida, perché non riesce più ad affrontare le spese quotidiane”, prosegue Ruggenenti.

Per il Consorzio lombardo produttori di carne bovina servirebbe un progetto articolato per incrementare il tasso di autoapprovvigionamento (salito nel 2024 al 51,7%, ma ancora lontano dal garantire un equilibrio interno) e ridurre le importazioni dall’estero, coinvolgendo le stalle da latte e rilanciando sia gli allevamenti di pianura che le aree svantaggiate dove poter ripristinare i pascoli.

TESEO.clal.it – Prezzi delle Carni Bovine

Stefano Giubertoni – Direttore della Cooperativa CLAI Sca

“Per le carni bovine continua il periodo di relativa difficoltà, con prezzi alti mai registrati dovuti alla scarsa disponibilità di bovini vivi in tutta Europa”. Quanto afferma il Direttore della Cooperativa CLAI Sca, Stefano Giubertoni, è una tendenza ormai in atto dall’inizio del 2024, che sta abbracciando tutte le categorie: vitello, vitellone, scottona e, in questa fase, anche le vacche, che sono tenute più a lungo in stalla in concomitanza di un prezzo del latte remunerativo. Il trend, prevede Giubertoni, “probabilmente non è ancora al suo limite massimo”.

Per quanto riguarda l’allevamento da ingrasso in Italia, “si devono fare i conti con i prezzi in continua ascesa dei ristalli provenienti dalla Francia, dovuto al fatto che ci sono sempre meno vacche nutrici. Uno scenario appesantito anche da nuove rotte commerciali, dalla Spagna al Nord Africa, area quest’ultima che è meta dei flussi di bovini vivi dall’Italia”.

Relativamente ai Consumi, prosegue Giubertoni, “assistiamo ad una contrazione nel mercato retail dovuta in primo luogo al prezzo ed alle politiche di vendita della grande distribuzione, con una riduzione degli spazi di vendita a favore di altre carni, diminuzione della pressione promozionale, ritardo nel recepire i vari aumenti dei listini”.

In futuro si dovrebbe mantenere elevata l’attenzione del mercato verso carni di segmento premium, accanto “ad uno sviluppo di format di ristorazione costruiti intorno alla carne e allo sviluppo anche di segmenti di carni di alta qualità, con un alto contenuto di servizio, soprattutto in GDO nel libero servizio”.

TESEO.clal.it – Prezzi delle carni bovine

Luca Mincione – Direttore Vendite e Acquisti Carne di CLAI

Il quadro per il settore dei Bovini da Carne è tutt’altro che roseo. Lo spiega il Direttore delle Vendite e Acquisti carne di CLAI, Luca Mincione. “La situazione del mercato bovino è molto difficile – afferma -: i prezzi dei ristalli sono elevati e per gli Allevatori è difficile approvvigionarsi di capi da ingrassare, una situazione che si aggiunge alla scarsa disponibilità di bovini di razze autoctone, che sono numericamente marginali nel panorama dei bovini allevati in Italia”.

Le prospettive, a ben vedere, non tendono a migliorare, visto che “la Francia ha avuto prima problemi di natura sanitaria e oggi predilige rotte commerciali più soddisfacenti dal punto di vista economico, che vanno verso il Marocco attraverso la Spagna, o in Algeria, Tunisia e Turchia”.
Diventa a questo punto “strategico trovare nuove soluzioni”, secondo Mincione, con ristalli che guardino non solo alla Francia. “La GDO ha filiere prevalentemente impostate su linee di allevamento Francia-Italia, ma si è aperta anche a provenienze della carne allevata in Italia meno frequenti, anche se praticate da tempo: Irlanda, Germania e Croazia”.

Relativamente ai Prezzi di mercato, “gli Allevatori riescono a guadagnare, ma per i prossimi mesi dovrebbero verificarsi degli incrementi dei costi, a partire dai cereali, e in parte per l’aumento dei listini energetici”. Discorso diverso, invece, per i Macelli, “che devono fronteggiare aumenti esponenziali dei costi fissi e non sempre riescono a lavorare a pieno regime, dovendo così fare i conti con delle diseconomie di scala”.

Poi c’è l’aspetto dei rincari della carne al Consumo, proprio in una fase in cui il potere di acquisto dei Consumatori è diminuito. “Fino a che punto le famiglie potranno assorbire gli aumenti al banco vendita? Si orienteranno verso altre tipologie di carne? Con quale conseguenza per i bovini?”. Perché l’ultima parola, come sempre in tutti i mercati regolati da domanda e offerta, spetta al Consumatore.

Anche sul Vitello a carne bianca c’è incertezza, con addirittura la geografia produttiva europea che potrebbe subire delle modifiche. “In Olanda il numero di vitelli a carne bianca è diminuito del 20-25% rispetto al passato, per le politiche restrittive attuate nei confronti della zootecnia e i grandi gruppi stanno cercando di dirottare in altri Paesi le produzioni – dice Mincione -.
In Italia, nonostante l’interesse manifestato da alcuni player, vi sono difficoltà legate alla burocrazia e agli aspetti amministrativi. Il mercato, pertanto, potrebbe subire delle evoluzioni”.

TESEO.clal.it – Prezzi delle carni bovine

Allevatrice e Amministratrice MBC Service

Carmen Iemma, trentenne allevatrice di radicata tradizione familiare, dopo essere stata componente del CDA del Consorzio di Tutela Mozzarella di Bufala Campana Dop, ora è alla guida della MBC Service, la società in house del Consorzio, che gestisce la Scuola di formazione consortile, nata nel 2017. Con lei tracciamo il bilancio del 2024 nella filiera.

Che anno è stato?

“Il 2024 è stato un anno in chiaroscuro, con accelerazioni e frenate nella produzione di Mozzarella Dop. Un anno che si concluderà sostanzialmente in linea con il 2023, ma che ci ha posto davanti sfide importanti a partire proprio dall’anello degli allevatori. Questo deve spingerci a programmare bene il futuro, a delineare strategie efficaci per affrontare i rapidi cambiamenti in atto”.

Quali sono queste sfide?

“Dobbiamo, come filiera, ripristinare un equilibrio perduto in merito alla destagionalizzazione e ai modelli contrattuali, prevedendo una scadenza unica per tutta l’area Dop. Dobbiamo, cioè, rendere disponibile più latte in estate, quando aumenta la richiesta di mozzarella di bufala campana Dop, e meno in inverno, quando fisiologicamente cala. Il 2024 ha dimostrato che troppo spesso questo non accade, con la conseguenza di avere, per i trasformatori, troppo latte stoccato in cella, visto che il mercato non assorbe la produzione”.

E qui si apre un altro capitolo…

Promozione e rilancio dei consumi

“Le difficoltà dei mercati, soprattutto quello interno, sono innegabili. Occorre una grande azione di rilancio dei consumi. Su questo fronte siamo in sintonia con il presidente del Consorzio di Tutela, Domenico Raimondo, e proprio il Consorzio è pronto a fare la sua parte, tanto che quest’anno saranno intensificate le azioni di promozione soprattutto all’estero, che resta un canale fondamentale. Ma non basta, serve l’impegno delle istituzioni a ogni livello. Se, come tutti dicono, la filiera bufalina è centrale per lo sviluppo dei territori e rappresenta un’eccellenza nel mondo, allora è arrivato il momento che dalle enunciazioni si passi ai fatti. Auspico che la Regione Campania, la Regione Lazio e anche la Puglia, nelle cui competenze ricade l’area Dop, mettano in campo risorse adeguate per supportare l’azione del Consorzio e dar vita insieme a una grande campagna di promozione e comunicazione, che abbia proprio l’obiettivo di rilanciare i consumi”.

E poi cos’altro serve per la crescita della filiera?

Giovani e formazione

“Stiamo costruendo la filiera del futuro, puntando sul binomio giovani-formazione. A novembre è partito il nuovo corso per diventare casari, fiore all’occhiello della nostra Scuola di formazione, a cui partecipano una decina di allievi provenienti da tutta Italia. Abbiamo diversi giovani che vogliono impegnarsi in questo comparto, che vogliono portare nel mondo contemporaneo la tradizione di un’arte antica. E noi siamo pronti ad accompagnarli, loro sono la nostra garanzia di futuro”.

Massimilano Ruggenenti – Presidente ClpCab

Se i prezzi della carne bovina oscillano fra la stabilità per vacche e scottone e la crescita per vitelli e vitelloni, a preoccupare Massimiliano Ruggenenti, Presidente del Consorzio Lombardo Produttori Carne Bovina (ClpCab), sono i rincari registrati per i broutard.

“Oggi non solo le quotazioni dei vitelli per il ristallo sono alle stelle (si parla di 4,70 €/kg per un animale di razza Limousine, ndr), ma in Italia stiamo subendo la concorrenza degli allevatori spagnoli, che acquistano animali da ingrassare e che, nei prossimi mesi, esporteranno carne refrigerata o congelata”, afferma Ruggenenti.

A favorire la rotta verso la Penisola Iberica è anche la mancanza in Spagna di obbligo di controlli sulla Blue tongue, analisi invece necessaria per gli allevatori francesi che vendono i broutard in Italia.

Reduce da un tour fra Lombardia, Piemonte e Sardegna per incontrare gli allevatori soci del Consorzio Lombardo Produttori Carne Bovina, Ruggenenti mette in luce la possibilità di rilanciare la filiera nazionale, partendo da vitelli nati, allevati e macellati in Italia, potenziando le vaste aree a pascolo in Sardegna e Sicilia. 

Esportazioni francesi di bovini vivi >

“Dobbiamo ridurre la dipendenza dalla Francia per l’approvvigionamento di vitelli e puntare sugli incroci e valorizzare le vacche da latte a fine carriera, sostenuti da un piano di rilancio su scala nazionale”, dice Ruggenenti.

TESEO.clal.it – Prezzi delle Carni Bovine

Vedi la presentazione di Marika De Vincenzi “Il Mercato dei Bovini da Carne nel contesto internazionale” esposta il 2 dicembre 2024 presso Confagricoltura Mantova >

Piero Gattoni – Presidente del Consorzio Italiano Biogas (CIB)

Con una produzione di 1.066 MW nel segmento del biogas e di 720 milioni di Smc/ora nel biometano, l’Italia è il secondo Paese in Europa per lo sviluppo di biogas e biometano. Il valore del settore a vantaggio dell’agricoltura, secondo Piero Gattoni, il presidente del CIB-Consorzio Italiano Biogas, va ben oltre i numeri e consente di promuovere la transizione ecologica, l’economia circolare, la competitività per le aziende agricole.

Alla fine di luglio è stata presentata la Fondazione Farming for Future, presieduta da Diana Lenzi e nata per dare continuità all’omonimo progetto lanciato dal CIB-Consorzio Italiano Biogas nel 2020. L’obiettivo è quello di portare l’agricoltura al centro delle politiche europee per la transizione energetica e agroecologica attraverso le 10 azioni del manifesto Farming for Future. 

Presidente Gattoni, qual è la fotografia attuale dell’Italia, se parliamo di biogas e biometano? E come si colloca l’Italia rispetto agli altri Stati dell’Ue?

“L’Italia è secondo le ultime stime elaborate dalla European Biogas Association (EBA) il secondo Paese in Europa, dopo la Germania e prima di Regno Unito e Francia, per lo sviluppo del settore. Inoltre, in base ai dati presentati dalla Mappa europea del Biometano 2024, il nostro Paese è quello che ha visto una maggiore crescita della produzione di biometano in Europa, insieme a Francia, Regno Unito e Danimarca.

Con riferimento allo stato attuale, nel nostro Paese sono circa 1.800 gli impianti biogas per una potenza complessiva pari a 1.066 MW, mentre per quanto riguarda la produzione di biometano la produzione incentivata secondo il decreto ministeriale 2 marzo 2018 è complessivamente pari a 720 milioni di Smc/ora, mentre quella ammessa agli incentivi di cui al decreto ministeriale 15 settembre 2022 (primi due bandi) è, per ora, pari a 130 milioni di Smc/ora.

Ma questi numeri non sono sufficienti a spiegare il vero valore dell’applicazione della digestione anerobica nel settore agricolo italiano. Quello che è stato veramente innovativo è un modello in grado di promuovere la competitività e la transizione ecologica del settore primario. Un esempio di economia circolare, che ha permesso di produrre di più con una maggiore efficienza nell’uso delle risorse, risolvendo il conflitto tra produzione alimentare di qualità ed energetica”.

Dal biogas aziendale al biometano consortile. Sarà questa l’evoluzione o vi sono altre opportunità? Quali sono le potenzialità di crescita per il settore italiano?

“L’aggregazione consortile rappresenta una delle principali evoluzioni del mercato, ma ovviamente non costituisce l’unica opportunità presente, che risiede nella libera decisione dell’azienda agricola nella sua capacità di gestione delle attività, competitività ed esigenze del territorio nel quale opera. Le forme aggregate possono sicuramente ottimizzare l’uso delle risorse, condividere le infrastrutture e migliorare l’accesso agli investimenti, facilitando anche la realizzazione di progetti di economia circolare.

Il mercato italiano si dimostra molto dinamico sia grazie alla disponibilità di biomassa, con differenze tra nord e sud Italia, che riguardo alla capacità di innovazione delle aziende agricole e zootecniche. Ora siamo impegnati con gli investimenti del PNRR ma già il PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) delinea uno scenario di crescita al 2030 di 4,9 miliardi di Smc di biometano. Questo deve portarci a lavorare da subito per definire il quadro normativo favorevole, che dovrà condurci a raggiungere i target dei prossimi anni, offrendo alle aziende le condizioni ottimali per mettere a terra gli investimenti”.

La burocrazia è uno dei nodi che rallentano lo sviluppo del biogas e del biometano. Quali sono i passaggi che, secondo lei, possono essere eliminati del tutto o resi più celeri?

“L’eccesso di burocrazia rappresenta uno degli ostacoli più comuni per le aziende che decidono di investire nelle rinnovabili, in quanto può ritardare i progetti e aumentarne i costi. E in questo senso, anche i progetti legati allo sviluppo del biogas e del biometano vedono spesso scontrarsi con la complessità normativa.

Per questo, si dovrebbe intervenire non solo su auspicabili percorsi di semplificazione su procedure e adempimenti che proprio per la loro stratificazione rischiano di determinare ostacoli e rallentamenti ai progetti, ma prima di tutto sull’introduzione di norme che garantiscano tempi certi nella definizione degli iter autorizzativi.

Parliamo di ridurre i tempi di attesa e semplificare il processo, come ad esempio è stato fatto con il DL PNRR per agevolare l’accesso ai bandi biometano. O ancora misure che implementano una maggiore digitalizzazione dei processi per migliorare la trasparenza, senza tralasciare il maggior coinvolgimento dei soggetti interessati per discutere e risolvere eventuali problematiche in modo tempestivo.

Inoltre, assistiamo spesso a un congestionamento delle richieste di autorizzazione nei periodi di apertura dei bandi che sottopongono le pubbliche amministrazioni ad un grosso carico di lavoro a fronte di dotazioni organiche spesso insufficienti. In questo senso ci auspichiamo anche riforme finalizzate a potenziare le Pubbliche Amministrazioni, oltre che a renderle più efficienti”.

Alcuni impianti di biogas stanno terminando il periodo connesso alla tariffa incentivante. Cosa suggerisce di fare Cib in questi casi?

“In questi casi è essenziale adottare una strategia che consenta di mantenere da una parte la redditività e dall’altra l’efficienza dell’impianto.

Il legislatore di recente è intervenuto attraverso il meccanismo dei prezzi minimi garantiti per tutti i soggetti che hanno terminato o che termineranno l’incentivo entro il 31 dicembre 2027, e che non godono di altri incentivi ad esempio per la produzione di biometano. La misura, fortemente voluta dal CIB, riconosce un contributo basato sulla copertura dei costi di funzionamento, al fine di assicurare la prosecuzione della produzione di energia elettrica rinnovabile e il funzionamento efficiente degli impianti.

In questo scenario, si inseriscono anche le opportunità offerte dai nuovi strumenti di incentivazione, come il Decreto FER 2 che renderà di nuovo possibile finanziare la realizzazione, nel periodo 2024-2028, di nuovi impianti di produzione di energia elettrica da biogas con potenza fino a 300 kW.

Ma una delle raccomandazioni resta anche quella di puntare sulla valorizzazione del biometano, cogliendo le opportunità introdotte con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e con gli strumenti che daranno seguito allo sviluppo del biometano anche oltre il PNRR”.

Molti allevatori stanno valutando la realizzazione di impianti di biogas. Quali parametri e azioni dovranno essere presi in considerazione per un investimento corretto?

“Sono sempre di più gli allevatori che decidono di realizzare impianti biogas e questo non può che rappresentare un valore aggiunto per tutta la nostra filiera. Gli effluenti zootecnici sono una risorsa importante per la digestione anaerobica ed il digestato un ottimo fertilizzante organico. Con una pianificazione accurata e una gestione oculata, investimenti e competenze tecniche specifiche, si possono trarre benefici notevoli, sia economici che ambientali. È fondamentale determinare tipologia e dimensione dell’impianto in funzione delle biomasse che ogni azienda ha a disposizione nell’ambito territoriale in cui si colloca. Non dimentichiamoci poi che dopo oltre 15 anni di esperienza anche il settore industriale italiano dei fornitori di tecnologia e sistemi per la produzione di biogas rappresenta un’eccellenza del nostro Made in Italy.

Tra le azioni da intraprendere, è necessario effettuare anche un’analisi delle materie prime disponibili per garantire la sostenibilità della produzione. La collocazione dell’impianto è un’altra considerazione da tenere a mente per ridurre l’impatto dei trasporti e l’impronta ambientale, ma soprattutto per minimizzare i costi di allaccio alla rete del gas, nel caso di produzione di biometano. Ovviamente non deve mancare uno studio accurato di valutazione dei costi iniziali, di manutenzione e operativi, e degli investimenti da affrontare. Oltre a questo è fondamentale tener conto degli aspetti normativi e burocratici, e quindi delle tempistiche per ottenere le autorizzazioni necessarie. CIB Service, la società di servizi del CIB può supportare i produttori ed affiancare i molti studi tecnici competenti del settore”.

Carlo Franciosi – Produttore Latte

Carlo Franciosi
Ossago Lodigiano, Lodi, Lombardia – Italia

Capi allevati: 2.000
Destinazione del Latte: latte alimentare

Carlo Franciosi, titolare della società agricola Franciosi Massimo e Carlo s.s. di Ossago Lodigiano, è un allevatore con circa 2.000 capi in stalla, 460 ettari coltivati, 17 fra dipendenti e collaboratori. Conferisce il latte a Granlatte e ha fatto della sostenibilità la propria missione. CLAL lo ha intervistato, partendo da un dibattito aperto in Europa sulla sostenibilità ambientale, sul ruolo della zootecnia e sulla dimensione ideale della stalla (se esiste). Il ruolo della zootecnia legato al rapporto con l’ambiente ha spinto alcuni Stati, dalla Germania alla Danimarca, dai Paesi Bassi all’Irlanda, a invitare gli allevatori a ripensare il proprio approccio, magari riducendo il numero di capi o implementando soluzioni di economia circolare.

Franciosi, esiste una dimensione ideale per la stalla?

Non esiste una dimensione ideale per la stalla

“No, non esiste una dimensione ideale per la stalla. Ogni realtà deve essere parametrata al terreno che ciascun allevatore coltiva. Noi, ad esempio, abbiamo una stalla con 2.000 bovine e circa 460 ettari di terreni. E tutta la superficie coltivata serve per l’alimentazione degli animali e per la valorizzazione delle deiezioni. Oltre all’azienda principale, distribuiamo digestato su un’altra azienda di circa 50 ettari, che è coltivata da un cugino, nel rispetto dei vincoli di spandimento fra aree vulnerabili ai nitrati e aree non vulnerabili. I vincoli ambientali rappresentano un parametro da rispettare”.

Le norme ambientali invitano ad essere molto attenti in tema di digestato. Come lo gestite?
“Procediamo con l’interramento del digestato. Tutti i reflui passano dal digestore anaerobico, che serve per la produzione di biogas da 300 kw. È alimentato esclusivamente con liquame e letame. Il digestato che rimane dal processo di produzione di biogas viene interrato, grazie a un sistema di distribuzione interrato, che raggiunge quasi tutta la superficie aziendale. E dove non riusciamo ad arrivare, utilizziamo una botte con ramponi per interramento”.

Una delle grandi emergenze territoriali riguarda i cambiamenti climatici. Come è possibile, secondo lei, contrastarli?
“Dei cambiamenti climatici si incolpa sempre e volentieri l’allevamento intensivo. Mi lasci aggiungere: anche ingiustamente si incolpa la zootecnia. Come azienda sono stato oggetto di ricerca relativamente ai valori delle emissioni in atmosfera e la raccolta e l’elaborazione dei dati è stata fatta dal professor Giacomo Pirlo del Crea di Lodi.

Cosa è emerso?
“In base ai calcoli, e con il contributo del biogas, si immettono molti meno inquinanti in atmosfera e quindi con il fatto che le bovine da latte sono delle divoratrici di alimenti che catturano CO₂, ne risulta un bilancio positivo in quanto si cattura più CO₂ di quella che si immette in atmosfera.
Mi sembra, quindi, ragionevole affermare che non è l’allevamento intensivo che provoca il surriscaldamento dell’atmosfera, ma sono altri fattori: industria, abitazioni, automobili, autotrasporti pesanti, aerei, trattori. Ogni volta che si muovono, emettono calore e inquinanti in atmosfera. Dobbiamo fare in modo di creare energia, senza produrre calore. Bisognerebbe puntare sull’elettrico, anche se resta il nodo del fabbisogno energetico elevato”.

Il nucleare potrebbe essere d’aiuto?
“Sì. Penso che il nucleare sia un male necessario. Perché dobbiamo creare energia. Abbiamo appena installato un impianto fotovoltaico da 350 kw, mentre il biogas è già in funzione da 5 anni. Opera grazie ai reflui zootecnici e ci permette di fornire energia potenzialmente per mille famiglie. Significa che ogni vacca produce energia per una famiglia, abbattendo l’uso di energie fossili. Ma c’è ancora chi è convinto che le vacche inquinino”.

La prossima frontiera per l’agricoltura sarà il sequestro di carbonio.
“Sì, sono in attesa di maggiori notizie per capire come certificarmi e proseguire il percorso virtuoso di economia circolare. Dobbiamo come allevatori respingere le accuse infondate di essere degli inquinatori, ma contemporaneamente dobbiamo fare in modo di proseguire nell’essere virtuosi e cercare di migliorare. Le dirò di più: sono in attesa che venga commercializzato un trattore elettrico efficiente; in quel caso amplierei le superfici di fotovoltaico sui tetti per adottare trattrici elettriche”.

Cambio argomento. Qual è, in base alla sua esperienza, il vantaggio della cooperazione?

Sono molto soddisfatto del mondo cooperativo


“È grande e ha più risvolti interessanti. Innanzitutto, grazie al sistema cooperativo sei protetto. Questo significa che il tuo latte è sempre venduto, non rischi, come è capitato a qualche allevatore in alcune fasi critiche, ad esempio dopo la fine del regime delle quote latte, di non vederti ritirato il latte. Certo, devi produrre rispettando benessere animale, qualità, rispettare determinati parametri, ma tutto questo significa produrre nel modo corretto. Personalmente sono molto soddisfatto del mondo cooperativo”.

La riforma della Pac vieta, di fatto, la monocoltura mais su mais. Questo la preoccupa?
“No, non mi preoccupa, è giusto coltivare rispettando la rotazione. Personalmente cerco di impostare la rotazione alternando erba medica, erbai autunno-vernini e mais. È il prodotto che mi serve per alimentare le bovine”.

Come immagina il settore fra dieci anni?

Professionalità, organizzazione, sostenibilità: le caratteristiche delle stalle del futuro

“Prevedo che ci saranno meno aziende di quelle che ci sono oggi. Rimarranno quelle che si saranno attrezzate per il futuro. L’automazione credo che sarà una scelta obbligata, per carenza di manodopera, se poi nelle stalle verranno installati robot di mungitura o impianti a giostra dipenderà dalle dimensioni e dalle libere scelte imprenditoriali di ciascun allevatore, ma penso che prima o poi si dovrà decidere come fronteggiare la mancanza di collaboratori.
Un altro tratto che ritengo distinguerà le stalle nei prossimi dieci anni sarà la professionalità, perché quello dell’allevatore è un mestiere che richiede attenzione e precisioni, tanto nelle operazioni in campagna quanto in stalla e nella conservazione dei prodotti agricoli, un aspetto quest’ultimo che in futuro farà la differenza.
Sul fronte prezzo non riesco a indicare un futuro con sicurezza, ma non penso che fra dieci anni avremo prezzi del latte alla stalla molti diversi da quelli attuali. Forse qualche centesimo in più, forse in meno, ma senza grandi variazioni. Le stalle che sopravviveranno saranno quelle in grado di esprimere organizzazione, professionalità e sostenibilità”.

Lei quali investimenti suggerirebbe a un collega allevatore?
“Suggerirei di investire nell’ammodernamento delle strutture, nella computerizzazione e digitalizzazione delle attrezzature, nel cercare di essere sempre più evoluti in tema di benessere animale, spazi adeguati, strumenti di monitoraggio e analisi, perché il futuro sarà quello”.

Marco Lucchini – Produttore Latte e Presidente di Agri Piacenza Latte

Marco Lucchini
Calendasco, Piacenza, Emilia Romagna – Italia

Capi allevati: 350
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

Un po’ ingegnere (si è laureato nel 1970 al Politecnico di Torino e ha insegnato per una ventina d’anni, prima di fare l’allevatore) e un po’ filosofo, con la vis polemica che ne contraddistingue il carattere e per la quale è conosciuto nel settore lattiero caseario. Marco Lucchini, presidente di Agri Piacenza Latte, associazione di produttori in costante evoluzione, coltiva 80 ettari a Calendasco (Piacenza), dove alleva circa 350 capi. Insieme a lui in azienda lavora il figlio Alfredo Lucchini, ingegnere meccanico, anche lui sedotto dall’agricoltura e dalla zootecnia. La quinta generazione in azienda è cosa fatta. E in questa intervista, grazie alla brillantezza dell’interlocutore, parliamo davvero di tutto.

Partiamo dal latte e dall’annuncio di Granarolo e Lactalis che il latte potrebbe arrivare a 2 euro al litro. Cosa ne pensa?

“Mi permetta di partire da più lontano e cioè dalla fase in cui si trovano gli allevatori e, più estesamente, le catene di approvvigionamento. Nel giro di un anno l’incremento del prezzo del latte alla stalla è stato di circa il 40%. Una crescita decisamente marcata, ciononostante non proporzionata all’incremento di alcuni dei costi che gli allevatori hanno subito. Non le faccio l’elenco, perché dal gasolio alla razione alimentare, dai fertilizzanti all’energia sono cifre ormai note nella loro esponenzialità e, peraltro, soggette per alcune voci ancora in queste fasi a crescere. Aggiunga le difficoltà legate al ricambio generazionale, che costituiscono un altro elemento di incertezza e del quale si parla purtroppo troppo poco.

Veniamo da una fase in cui la tenuta del sistema è precaria: prezzi alle stelle, manodopera che non ne vuole sapere di lavorare il sabato e la domenica, ma capisce che una stalla o un caseificio sono realtà che possono avere situazioni di lavoro nel fine settimana.

Un altro elemento che non dobbiamo dimenticare è che i prezzi dei prodotti agricoli sono stati compressi per decenni, perché la globalizzazione ha avuto il principale effetto di non comprimere i consumi e, allo stesso tempo, lasciando pressoché invariati i prezzi dei prodotti agricoli alimentari. Tutto questo mentre in Italia gli stipendi non crescevano.

Ritengo dunque che vi siano le premesse, se aggiungiamo l’inflazione, per una situazione di instabilità, che tocca tutti i soggetti coinvolti. Non vorrei però che, in un contesto simile, si riversi sul costo della materia prima l’aumento al consumo, perché gli incrementi di spesa li stanno subendo tutti i soggetti della filiera, dall’allevatore alla trasformazione. Anelli incolpevoli del boom dell’energia, diciamolo”.

Il prezzo del latte è giusto?

Ritengo sia l’occasione per gli allevatori di intervenire sulla propria attività, attraverso l’aggregazione

“Direi che siamo tra i 55 e i 60 centesimi al litro. Per i tre mesi che sono passati come prezzo poteva avere un senso, per i mesi che vengono, con le incognite che ci sono, mi lasci dire che non è facile. Il prezzo del Grana Padano è attorno ai 9€/Kg, ma bisogna mettere in conto circa 0.7  euro al chilo di costi in più. Per cui, pur apparendo come prezzo remunerativo, potrebbe non esserlo.

In questa fase vi sono allevatori in difficoltà, non dimentichiamo che oltre al caro energia le stalle sono alle prese con prezzi alle stelle dei mangimi e devono fare i conti con gli scarsi risultati nei campi legati alla siccità. Ci sono stati costi altissimi per l’irrigazione, mentre in alcune zone d’Italia l’acqua è mancata, con ripercussioni negative sulle rese in campo. È una situazione, nel complesso, davvero difficile da decifrare e temo che nei prossimi mesi ci saranno stalle che chiuderanno.

Se dovesse mancare latte, sarà difficile gestire il prezzo, ma ritengo anche che sia l’occasione per gli allevatori di mettere le mani sulla propria attività, attraverso l’aggregazione, ma questa situazione sta frantumando gli organismi aggregati”.

Come definirebbe la sostenibilità? La zootecnia è spesso nel mirino.

“Penso che la sostenibilità sia il meglio che ti offre la tecnologia. La sostenibilità non può prescindere dai tre pilastri e il primo è, inevitabilmente, economico. Se manca, non c’è la stalla. La sostenibilità si traduce quindi nella possibilità dell’azienda di stare sul mercato, utilizzando tutte le tecnologie a disposizione. Il benessere animale è una componente di quella che chiamo sostenibilità spontanea, perché aiuta da un lato a contenere i costi e dall’altro ha riflessi positivi sull’ambiente. E proprio sulla questione ambientale dovremmo essere più scientifici: una vacca non può produrre più atomi di carbonio di quelli che consuma, è inutile farsi travolgere da posizioni ideologiche, che non si reggono in piedi. Comprimere la zootecnia in nome dell’ambiente vorrebbe solo dire far aumentare i prezzi”.

È una difesa molto chiara, ma che potrebbe dare fastidio a molti.

Non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio

“Dobbiamo ragionare in maniera serena e con un approccio scientifico e realista. L’allevamento ultra-intensivo è sbagliato, non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio. Le faccio un esempio: io nella mia azienda ho rimboschito una parte di ettari, perché credo che agricoltura e zootecnia siano anche ambiente, ma di questo gli agricoltori e gli allevatori sono consapevoli.

Non posso dimenticare che quando nel 1990 ho assunto la presidenza in Agri Piacenza Latte, sulla collina piacentina c’erano 350 stalle e il territorio era un giardino. Dobbiamo avere il coraggio di comunicare che per l’utilizzo bassissimo di diserbanti e di chimica e per l’attenzione che mostra, la zootecnia convenzionale è molto vicina a quella biologica”.

Con Agri Piacenza Latte ha acquisito nuovi soci, dal Piemonte all’Alto Adige. Quali altri acquisti ha in programma?

“È informatissimo. Abbiamo ricevuto la richiesta di un numero cospicuo di produttori di una zona a confine con l’Alto Adige: chiedevano di poter diventare soci e conferire il loro latte. Era capitato precedentemente anche nel Cuneese. Le spiego un po’ come funziona: di fatto ci vengono a cercare loro e, tendenzialmente, si muovono con uno schema a zona, perché il mondo del latte è fatto così. Zone più o meno omogenee, che gravitano intorno a una o più aziende di trasformazione. Ebbene, quando si sviluppano situazioni per così dire estreme, ci vengono a cercare spontaneamente”.

Poi cosa accade?

“Non appena entrano e li coinvolgiamo nel sistema, automaticamente si alza il prezzo del latte, c’è un flusso di allevatori verso il sistema aggregato e nasce una sorta di reazione del mondo della trasformazione che vede sfilarsi un mondo che considera suo. Quindi, in sintesi, riverberiamo un effetto positivo sui territori. Poi, se vogliamo marcare le differenze, Agri Piacenza Latte e organismi analoghi fanno il mercato per i produttori loro soci garantendone il pagamento, mentre altri organismi che non gestiscono direttamente il prodotto e non rispondono del pagamento, usano i prezzi pattuiti dalle forme aggregate come riferimento, essendo totalmente sprovvisti di competenze di mercato.”

Agri Piacenza Latte produce anche un formaggio a pasta dura, il Formaggio Bianco Italiano. Come mai?

Le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti

“La nostra idea è stata fare prodotti che siano commodity. E il Formaggio Bianco Italiano lo è, sostenuto non solo dalla qualità, ma anche dalle tecnologie impiegate per ottenerlo, con una qualità del latte elevata e standardizzata, aspetto che mantiene costanti e uniformi le caratteristiche alla vendita. Trova spazio anche perché si inserisce in un’area, quella del Grana Padano, che ha adottato una politica di programmazione dell’offerta che predilige una crescita contenuta e una patrimonializzazione delle quote produttive che, a nostro parere, non favorisce lo sviluppo, ma lo contrae. Mi fermo, perché non vorrei sembrare troppo polemico, anche perché siamo partiti dal Bianco Italiano e non vorrei che la spiegazione della genesi di questo prodotto apparisse come un attacco ad altri. Il nostro formaggio è competitivo per qualità e prezzo e siamo orientati all’estero, dove possiamo contare su livelli omogenei di offerta”.

In passato si è parlato del progetto di realizzare in territorio lombardo un impianto di polverizzazione del latte? Cosa ne pensa?

“Ero e sono contrario. Ma ho sparato a zero sul polverizzatore per una ragione molto semplice. L’Italia non è autosufficiente come produzione di latte. Noi produciamo circa 127 milioni di quintali di latte, industria e cooperazione hanno bisogno di quantitativi intorno ai 200 milioni, quindi noi siamo carenti di oltre 70 milioni di quintali di latte. Orbene, quando il prezzo del latte estero era più basso, veniva importato abbassando il livello di prezzo del nostro. Adesso invece si cerca di comprarlo in Italia. Ma il tema è sempre quello e cioè che le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti. All’estero conoscono poco il sistema delle Dop, a parte, naturalmente, i francesi. Prova ne è che, quando mandiamo i formaggi all’estero, fra Dop e non Dop gli stranieri non fanno molta differenza. Adesso, comunque, non è un mercato semplice e la situazione che si è complicata ulteriormente, evidenzia squilibri congiunturali”.

Come vede il settore fra 10 anni?

“Semplifico al massimo: o avremo un prezzo sostenibile per il settore lattiero caseario oppure si chiuderà. Come si ottiene la sostenibilità del prezzo? In due modi: o con quotazioni adeguate alla domanda e all’offerta, in grado di dare una corretta remunerazione e garantire gli investimenti, oppure nel modo opposto, cioè con le stalle che chiudono e l’offerta che diminuisce. È preferibile la prima ipotesi”.

Il futuro è nell’export?

“Il futuro è solo nell’export. Badi bene: come italiani cosa possiamo mangiare? La popolazione è in diminuzione, il gusto sta virando verso i cosiddetti ‘nuovi residenti’. Molte famiglie hanno problemi economici, per cui è difficile acquistare le super nicchie che, mi chiedo, a chi possano giovare. Abbiamo gli stipendi fra i più bassi di tutta Europa. O fornisci cibo a un prezzo basso, oppure diventa complicato. Il sistema, per dirla alla Zygmunt Bauman, è liquido”.

Giovanni Campo – Produttore Latte

Giovanni Campo
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 370, di cui 170 in lattazione
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

“Qui da noi stanno chiudendo un mare di aziende. Con un gruppo di allevatori stiamo cercando di ragionare per trovare una formula adeguata di indicizzazione del prezzo del latte, perché o si riesce a dare il giusto valore alla materia prima oppure, in una fase in cui materie prime, mangimi ed energia sono schizzati alle stelle, non sappiamo come fare. Molti giovani che si erano avvicinati al nostro mondo si sono scoraggiati e hanno abbandonato. Siamo molto preoccupati della situazione”.

Mantiene la calma mentre parla, Giovanni Campo, allevatore di Ragusa con 370 capi di razza Frisona (dei quali 170 in lattazione, con una produzione media di 37 chili di latte per capo al giorno) e 172 ettari coltivati tra proprietà e affitto, ma la situazione che descrive è lo specchio di un settore che si sta sfilacciando sotto il peso di costi di produzione che stanno mandando fuori giri le aziende agricole e, dato il costo dell’energia, stanno colpendo anche chi si occupa di trasformazione.

Giovanni Campo lavora nell’azienda di famiglia insieme al fratello Aldo, al figlio Samuele e due dipendenti e sta cercando, naturalmente, di contenere le spese. “Stiamo riducendo la rimonta, stiamo fecondando molto con il seme di tori da carne, qualche piccolo ritocco alla razione alimentare, che fortunatamente utilizzando molto foraggio è già performante in equilibrio con i costi”.

Quale potrebbe essere un prezzo più rispondente ai rincari che avete dovuto fronteggiare?

“Calcolatrice alla mano, non dico che dovremmo arrivare a prendere 50 centesimi al litro di base, ma quasi. Solo nel mese di gennaio il rincaro degli alimenti proteici ha pesato per almeno 2-3 centesimi al litro e non oso quantificare l’energia. Siamo in difficoltà e siamo preoccupati, perché anche se alcuni mangimifici ci stanno concedendo qualche dilazione di pagamento, non sappiamo quanto durerà l’ondata dei rincari, oltre all’incertezza della pandemia”.

Quanto ha pesato la pandemia?

“In un primo momento poco, ora pesa moltissimo. Non si può lavorare così e penso che l’industria stia soffrendo anche più di noi in questa fase, perché deve fare i conti con molte assenze in termini di manodopera e, oltretutto, ha a che fare con la distribuzione che, non potendo più di tanto ritoccare i prezzi al consumo per non rischiare la paralisi delle vendite, non rivede i contratti di fornitura con cooperative e industria”.

Avete energie rinnovabili?

“Abbiamo un piccolo impianto fotovoltaico in un’azienda vicina alla nostra sede principale, ma non dove abbiamo la base operativa. Stiamo valutando di installare sui tetti delle stalle un impianto fotovoltaico di circa 100 kw”.

Che investimenti avete pianificato in futuro?

“Abbiamo in programma l’ampliamento della stalla con l’installazione di due robot di mungitura e abbiamo previsto di costruire una stalla per le manze, che attualmente sono distaccate da dove siamo noi. Ma i prezzi per la realizzazione sono triplicati e abbiamo per ora sospeso gli interventi”.

Come coltivate i vostri terreni?

“Per la maggior parte sono coltivati a prato, dove riusciamo al massimo a fare uno sfalcio, poi seminiamo mais e frumento da foraggio d’inverno. I due sfalci ci vengono solamente nella parte irrigua. La mancanza d’acqua in alcuni periodi dell’anno e i cambiamenti climatici, che stanno concentrando le precipitazioni nei mesi autunnali, ci condizionano molto ed è un attimo compromettere una stagione e vedere che i costi vanno in tilt”.

Fate agricoltura di precisione?

“Non ancora, ma abbiamo acquistato un carro-botte con interratore, acquistato con la misura Agricoltura 4.0 e che ci consentirà di ditribuire i reflui zootecnici in base al fabbisogno del terreno”.

A chi conferite il latte?

“Consegniamo la materia prima alla cooperativa Progetto Natura, che in parte imbottiglia e trasforma e in parte conferisce a Lactalis, Zappalà e a qualche altro caseificio della zona”.

Angelo Lissandrello - Produttore Latte
Angelo Lissandrello – Produttore Latte

Angelo Lissandrello
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 60, di cui 45 in lattazione
Destinazione del Latte: Ragusano DOP

Nella stalla di Angelo Lissandrello a Ragusa la parola d’ordine è “biodiversità”. Sono tre, infatti, le razze bovine che vengono allevate (Frisona, Bruna e Pezzata Rossa) con una consuetudine che affonda le proprie radici negli anni Novanta.

Un altro punto fermo è legato alla genetica. “Cerchiamo di migliorare la produzione di caseina BB, visto che il nostro latte è destinato alla produzione di Ragusano Dop, le percentuali di grasso e proteina e, fra i parametri ricercati in fase di selezione, non manca la robustezza degli arti e una morfologia dell’animale adatta al pascolo, con una buona rusticità – spiega Lissandrello -. Gli animali che non rientrano più negli obiettivi dell’azienda li incrociamo con tori da carne”.

La stalla ha dimensioni contenute, 60 capi in totale, dei quali 45 in lattazione, numeri sideralmente lontano dalle grandi aziende della Pianura Padana. Angelo Lissandrello, 47 anni, gestisce la stalla e i 50 ettari (20 di proprietà + 30 in affitto) coltivati a foraggio, con una parte lasciata incolta, insieme al fratello Emanuele, che di anni ne ha 42. Non hanno mansioni specifiche, perché “essendo solo in due, dobbiamo essere in grado di fare tutto, quando uno di noi non è presente”.

Come state affrontando i rincari di energia, materie prime e mangimi?

“Tra giugno e ora l’energia elettrica è cresciuta almeno del 40% e i mangimi sono aumentati di circa 6-8 centesimi al chilogrammo. A livello operativo stiamo operando la selezione dei capi e stiamo selezionando i capi, eliminando quelli meno performanti. Stiamo sostituendo il mangime con dei sottoprodotti. Abbiamo integrato la razione alimentare con la barbabietola e abbassato il contenuto di mais fioccato, per ridurre i costi. Abbiamo anche alleggerito la quantità di mangime somministrato”.

E non avete avuto ripercussioni sui volumi?

“No, stiamo producendo la stessa quantità di latte, perché diamo qualche chilo in più di foraggio, avendolo a disposizione”.

Qual è la produzione media per capo?

Preferiamo aumentare benessere e lattazioni rispetto alla resa

“Per scelta, avendo scommesso sulla biodiversità in stalla e facendo molto pascolo, le bovine non vengono spinte al massimo nella produzione, che si aggira di media sui 23-24 chili. Ma preferiamo avere più benessere animale e aumentare il numero di lattazioni che riformare anzitempo gli animali. In stalla raggiungiamo tranquillamente il numero di quattro lattazioni medie e abbiamo bovine di 13-14 anni”.

Che investimenti avete in programma?

“Pensavamo di realizzare un impianto fotovoltaico, ma dobbiamo calcolare attentamente i costi. La taglia che abbiamo individuato in questa prima fase si aggira sui 20 kW, eventualmente potenziabili in una fase successiva”.

Il latte è venduto alla cooperativa Progetto Natura per la produzione di Ragusano Dop, uno dei formaggi simbolo della regione. “Al di fuori però della Sicilia – afferma Lissandrello – purtroppo il Ragusano Dop non è un formaggio molto conosciuto, seppure abbia un fortissimo legame col territorio anche dal punto di vista del periodo di produzione, perché il latte viene lavorato prevalentemente nel periodo delle piogge, fra novembre e aprile, quando gli animali sono al pascolo”.

Lissandrello fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio del Ragusano Dop e ha in mente alcune strategie per rafforzare il mercato che, seppure si tratti una nicchia (nel 2020, secondo i dati Clal.it, la produzione è stata di 210 tonnellate, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente), merita di varcare i territori della Sicilia e del Grande Sud.

“La nostra missione è far conoscere il formaggio prima in Italia e poi all’estero, insistendo a promuovere il prodotto grazie alle ricette locali, magari sfruttando i molti programmi televisivi dedicati alla cucina”.

Giovanni Murru – Pastore

Giovanni Murru
Assolo (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 pecore di razza sarda, di cui 400 in mungitura
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP e altri formaggi

“Mi sono diplomato all’Istituto tecnico aeronautico, stavo prendendo le licenze di volo per diventare pilota di linea. Ho studiato in Italia e in Inghilterra e la mia intenzione era di andare in Australia per terminare i corsi. Stavo studiando per l’esame teorico e ho ripreso a lavorare in azienda, come ho sempre fatto ogni estate. Poi una concatenazione di fattori, fra cui la prima crisi di Alitalia, che ha reso evidente che il mercato era saturo, mi ha spinto a compiere altre scelte. I miei genitori non volevano che diventassi pastore e allevatore, perché è una vita molto sacrificata, ma lavorando con loro ho capito quanto avevano creato insieme, gli sforzi che avevano compiuto e i risultati raggiunti. Così ho deciso di fermarmi e andare avanti in campagna, nella mia terra”.

È una storia da film, un cambio di rotta che, date le circostanze, è una virata a 360 gradi quella di Giovanni Murru, 31 anni, allevatore di Assolo (Oristano), che ha saputo traslare la passione per il volo anche nell’azienda agricola di famiglia, 140 ettari in regime biologico e un gregge di 500 pecore di razza sarda allevate, delle quali 400 in mungitura, per una produzione di 80.000 litri, conferiti alla cooperativa CAO per la produzione di Pecorino Romano e altri formaggi. Insieme a Giovanni lavorano il fratello Davide e il papà Alberto, da poco in pensione.

I numeri sono quelli di un’azienda di dimensioni ragguardevoli, ma torniamo al volo, antico amore che ha trovato applicazione anche in azienda. “Da circa un anno utilizziamo un drone per monitorare il terreno e il gregge – racconta Giovanni Murru -. Grazie al consiglio di un amico, l’esperienza col drone è iniziata quasi per gioco: avevo infatti l’esigenza di controllare un gruppo di pecore che partorisce più tardi rispetto alle altre e che si colloca abitualmente al centro del gruppo aziendale”.

Con una superficie aziendale tutta accorpata e un’estensione di 140 ettari, controllare ogni giorno e, magari, anche più volte al giorno quel gruppo di pecore all’interno del pascolo arborato non era certo semplice.

Utilizziamo un drone per monitorare il terreno e per guidare il gregge

“Così abbiamo adottato le nuove tecnologie e il drone si è rivelato utilissimo per due funzioni – prosegue -. Da un lato per osservare lo stato dei terreni, le pecore e l’azienda in generale e dall’altro per guidare il gregge negli spostamenti, perché abbiamo scoperto che le pecore si lasciano guidare dal drone, come se avessero un pastore. Su una superficie grande come la nostra è stata un’innovazione di grande aiuto, ma è anche vero che noi abbiamo la fortuna di avere i terreni accorpati, che ha superfici frazionate ha sicuramente qualche difficoltà in più”.

Qual è stata la spesa per l’investimento?

“Noi abbiamo acquistato un mini drone, che costava poco più di 500 euro. Grazie alla definizione dell’immagine riusciamo a vedere se una pecora ha partorito, se ha l’agnello di fianco, controllare le infestanti nei campi, la temperatura degli animali e dei terreni. Se penso che l’evoluzione tecnologica aprirà la porta a nuove altre opportunità, che faciliteranno la gestione dell’azienda, favoriranno il benessere animale e la sicurezza, è un passo avanti inaspettato. È un investimento che consiglio a tutti i colleghi allevatori e agli agricoltori”.

Uno dei problemi dell’agricoltura è che spesso le connessioni internet sono scarse. Ha avuto problemi?

“Fortunatamente no e siamo in una zona dove il 4G è ampiamente diffuso, ma mi rendo conto che dove non c’è rete la possibilità di utilizzo si riduce. Mio padre era scettico ad adottare il drone, ma ne ha colto immediatamente le opportunità, tanto che recentemente, in tono naturalmente sarcastico, ha detto che possiamo fare a meno del trattore, ma non del drone”.

Quali altri investimenti in innovazione avete introdotto?

Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada

“Abbiamo adottato il sistema Sementusa Tech, per razionalizzare le riproduzioni in allevamento. Siamo alla terza campagna e i risultati sono positivi, perché attraverso una App riusciamo a monitorare lo stato di gravidanza delle pecore all’interno del gregge, con l’aiuto del veterinario, che si occupa delle ecografie e di controllare lo stato di salute e di benessere delle bovine. È stata una scelta che ci permette di gestire i gruppi di pecore in maniera più razionale e omogenea. Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada, incrementando il numero dei capi e migliorando la genetica.

Fra gli investimenti realizzati, abbiamo diversificato il reddito con la produzione di energia rinnovabile grazie all’impianto fotovoltaico, un investimento di una decina d’anni fa, che ci ha permesso di togliere l’amianto dalle strutture.

Ci siamo spostati, inoltre, dalla produzione di ballette a rotopresse di fieno e ci siamo dotati di una rotaia per l’alimentazione. In futuro ci concentreremo sull’ammodernamento del parco macchine in chiave di agricoltura di precisione, per razionalizzare i costi ed essere più sostenibili. La nostra crescita avviene giorno per giorno”.

Siete da oltre 20 anni un’azienda a indirizzo biologico. Quali sono i vantaggi?

“Possiamo contare su qualche agevolazione all’interno del Programma di sviluppo rurale e riusciamo a vendere una parte del foraggio bio ad altre aziende che ne hanno bisogno, avendo noi una estensione che ci permette di avere più quantità di foraggio rispetto all’utilizzo aziendale. Per il resto non ci sono purtroppo molti altri vantaggi, perché il prezzo del latte ovino bio non sempre ha una remunerazione maggiore rispetto a quello convenzionale. Parliamo a volte di un 10% in più, ma non è sempre automatico. Stiamo valutando se nei prossimi anni tornare al convenzionale. Non sarà un cambiamento immediato, comunque. Ad oggi la nostra cooperativa non è strutturata per la produzione biologica e non pare essere un tema all’ordine del giorno”.

Come risponde ai rincari delle materie prime? Ha cambiato la razione alimentare?

“Con il fotovoltaico riusciamo a far fronte ai rincari della bolletta energetica, ma sul versante delle materie prime agricole abbiamo maggiori difficoltà, perché non possiamo cambiare la razione alimentare, soprattutto in questa fase in cui siamo nel bel mezzo dei parti e, se dovessimo diminuire l’apporto proteico andremmo a vanificare il lavoro dell’estate. In Sardegna dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico, l’estate appena trascorsa e l’inizio dell’autunno sono stati siccitosi e siamo senza erba. Non possiamo per questi motivi seminare e stiamo dando molto foraggio, che fortunatamente abbiamo, ma non è così per tutte le aziende. In particolare, alcuni allevatori hanno dovuto fronteggiare un’epidemia di blue tongue, che è ancora in corso e che sta causando gravi problemi”.

Fra voi allevatori parlate mai di come migliorare le produzioni e renderle più sostenibili sul piano ambientale?

“Sì, è un argomento che affrontiamo e sul quale stiamo pensando all’interno della nostra cooperativa di avviare un percorso di formazione a vantaggio di tutti gli allevatori, per confrontarsi sulle tecniche di allevamento e cercare di migliorare insieme, per il bene anche della cooperativa, della quale sono consigliere con grandissima soddisfazione, soprattutto per l’opportunità di crescita formativa che mi ha consentito”.

Come spiega prezzi alti nel Pecorino Romano Dop, nonostante una produzione complessiva maggiore?

“I consumi stanno trainando i prezzi, l’export ha ripreso e fra Gennaio e Settembre di quest’anno è cresciuto per il Pecorino Romano Dop di oltre il 20%, secondo i dati di Clal. La pandemia ha sostenuto il consumo in generale delle Dop. Il grattugiato è cresciuto a livelli esponenziali, anche se non sappiamo quanto durerà questa fase. Ma proprio ora che siamo in una fase complessivamente positiva dobbiamo programmare la produzione, così da governare il più possibile eventuali recessioni di mercato”.

La vostra cooperativa, CAO, storicamente diversifica le produzioni lattiero casearie. È un vantaggio?

Diversificare con altri formaggi della tradizione permette una maggiore stabilità

“Penso di sì. Fra l’altro la scelta di CAO di non produrre esclusivamente Pecorino Romano Dop parte da molto lontano, non è una scelta recente. Questo però ci ha permesso di avere una maggiore stabilità quando il mercato è altalenante. Diversificare con altri formaggi della tradizione paga maggiormente quando il prezzo del Pecorino Romano è più basso, mentre è talvolta penalizzante quando il mercato del Romano tira, ma a conti fatti ci permette di gestire le oscillazioni di mercato con maggiore equilibrio. Sarebbe una strategia da adottare più diffusamente all’interno della filiera, così da avere un approccio più consapevole di mercato, magari puntando a valorizzare stagionature più lunghe, evitare la sovrapproduzione e gestire sul territorio i servizi. Ad esempio, credo sia giunto il momento di vietare la possibilità di porzionare e confezionare il Pecorino Romano Dop al di fuori del proprio areale di produzione, come già avviene per il Parmigiano Reggiano. Anche sulle razze di pecore ammesse per la produzione di latte destinato alla Dop, personalmente applicherei maggiori restrizioni, consentendo solamente alle razze autoctone della Sardegna, del Lazio e del Grossetano di far parte del circuito del Pecorino Romano. Altrimenti rischieremmo di subire la concorrenza di altri formaggi ottenuto con latte di pecora, magari spagnoli, francesi o turchi. Dobbiamo identificarci e caratterizzarci ancora di più”.

L’export complessivo del Pecorino Romano Dop è cresciuto del 20,7% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Come pensa di rafforzare ancora l’export?

“Dobbiamo promuovere il nostro formaggio all’estero, anche attraverso fiere ed eventi e difendendo la Dop. Come sistema lattiero caseario sardo dobbiamo viaggiare compatti, pianificare le produzioni e le campagne di internazionalizzazione”.

Diego Mattu
Curcuris (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 750 pecore, di cui 600 in lattazione
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Diego Mattu – Pastore

Diego Mattu è un giovane pastore di 43 anni (appena fuori dalla definizione di “giovane agricoltore”, secondo la Pac), di Curcuris (Oristano). Alleva circa 750 pecore, delle quali 600 in lattazione. In azienda non manca qualche suino, allevato per “uso personale”, cioè per la produzione di salumi e per il porceddu, immancabile tradizione sulle tavole sarde negli appuntamenti di festa.

La materia prima è conferita alla Cao Formaggi, cooperativa di Fenosu (Oristano), che è la cooperativa ovina più grande d’Italia, grazie alla lavorazione di 30 milioni di litri all’anno, prevalentemente per la produzione di Pecorino Romano Dop, anche nelle sue più innovative varietà: lunga stagionatura, tradizionale, basso contenuto di sale, per rispondere ad un mercato sempre più variegato ed esigente. Il 40% del latte viene trasformato in altri prodotti caseari, con una vocazione alla diversificazione che garantisce qualità e redditività.

Qual è il vantaggio di conferire il latte ad una grande cooperativa?

La cooperativa favorisce la crescita degli Allevatori

“In termini economici il vantaggio è dato da un prezzo mediamente più alto rispetto all’industria privata. Per fare un esempio molto concreto: negli ultimi 10 anni il ritorno sul prezzo è stato all’incirca di 10 centesimi al litro in più rispetto al prezzo medio dell’industria. Inoltre, la vita in cooperativa, quando è partecipata, consente una maggiore crescita degli allevatori, grazie al confronto su aspetti comuni”.

Quali sono i canali di vendita privilegiati?

“Essenzialmente la grande distribuzione organizzata, che ci garantisce la collocazione di volumi significativi. Una parte della produzione è esportata, con gli Stati Uniti primo Paese di destinazione”.

È soddisfatto del prezzo del latte?

“Quest’anno sì. Abbiamo ottenuto un acconto di 70 centesimi al litro e il conguaglio sarà il prossimo anno. Stiamo attraversando una fase positiva, anche se una parte dell’aumento dei prezzi se la mangiano il costo del gasolio e delle materie prime, che sono aumentate”.

Ne ha risentito come azienda agricola?

“In parte sì, specialmente all’inizio dell’estate. Ma fortunatamente il contraccolpo è stato relativo, perché riesco a fare molte provviste, pianificando le produzioni interne e gli acquisti. Prima compravo anche da fuori, sul continente, ma da diversi anni il mercato è ormai confinato sull’isola”.

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

Difficile trovare manodopera specializzata

“Gli aspetti più pesanti sono legati alla gestione delle pecore. Devi sempre stare con loro. Dalla mattina alla sera gli animali sono al pascolo, nei momenti più caldi dell’estate le pecore escono di notte e di giorno stanno a riposo all’ombra. In azienda posso contare sull’aiuto di un dipendente e la collaborazione di mio cognato, ma il settore ha necessità di manodopera specializzata, che è difficile da trovare”.

In molte zone dell’Italia, specie se collinari, si sta diffondendo il problema degli ungulati e degli animali selvatici. Nella vostra zona avete avuto problemi con lupi, cinghiali o altri animali selvatici?

“Fortunatamente no”.

Usa droni per monitorare il gregge?

“No”.

Come gestisce il benessere animale?

“L’elemento chiave da osservare per capire lo stato di salute degli animali è se mangiano. Ho una corsia di alimentazione per le pecore, che stanno comunque più al pascolo che in stalla. Il benessere animale lo osserviamo dalla produttività dei capi: quando la pecora sta bene, senza alcuna forzatura nell’alimentazione, tutto procede correttamente”.

Quanto conta la formazione? Come imprenditore di cosa avresti bisogno?

Servirebbero sperimentazione e ricerca

“Servirebbero servizi legati alla sperimentazione agronomica e zootecnica, che tempi addietro venivano svolti dalla Regione o dagli enti pubblici, ma che ora sono un po’ carenti sul fronte della ricerca, probabilmente per mancanza di fondi. Allo stesso tempo manca una ricerca organica e concentrata sulla trasformazione, lasciata oggi alla volontà dei singoli caseifici, ma che ritengo dovrebbe essere sostenuta e guidata dall’ente pubblico”.

Quali investimenti ha fatto di recente o ha in programma?

“Negli ultimi 3-4 anni ho comprato dei terreni e, prima ancora, un trattore e le attrezzature per la lavorazione dei terreni. Ho migliorato le stalle e installato una mungitrice nuova, che ho intenzione di sostituire con una più tecnologica, così da monitorare meglio le produzioni e selezionare meglio i capi”.

A livello di selezione genetica cosa privilegia?

“Rispetto alle vacche la ricerca genetica è indietro anni luce. Secondo me, ma non è solo il mio parere, la selezione vera e propria sulla pecora sarda è ferma da moltissimi anni. Le produzioni medie per capo sono aumentate, è vero, ma ciò è dovuto al modo di alimentare e gestire gli animali, che è migliorato, mentre la selezione in sé è ferma. In Sardegna la maggiore parte delle pecore non sono iscritte a Libro genealogico. Io stesso faccio selezione autonomamente.

Dal mio punto di vista cerco di avere animali produttivi, che si ammalino il meno possibile, con meno problemi di fertilità”.

Ha parlato di acquisto dei terreni. È difficile trovarne?

“I prezzi dei terreni sono in aumento e la difficoltà per un giovane è prevalentemente data dall’accesso al credito, anche se la soluzione è migliorata rispetto al passato. Ma per un imprenditore che intende iniziare da zero, è davvero complicata”.

Come vede il settore fra dieci anni?

“In questi ultimi anni sto diventando un po’ pessimista. Il settore ritengo che nel suo complesso andrà avanti bene, ma allo stesso tempo ci sarà una selezione delle aziende. Solo quelle ben strutturate e organizzate per sopperire alla carenza di manodopera esterna qualificata riuscirà ad avere un futuro. Quanto al prezzo del latte ovino, vedo una maggiore stabilità rispetto alle forti oscillazioni del passato, a patto che vi sia una collaborazione più stretta fra allevatori, trasformatori e distribuzione, partendo naturalmente da una coesione di fondo dei pastori.

Aggiungo che la strada maestra per il futuro non sarà ridurre le produzioni, ma trovare nuovi mercati, favorire produzioni di nicchia, valorizzare il Pecorino Romano con diverse soluzioni produttive, senza uscire dalla Dop, ma valorizzando le diversità e le opportunità. Allo stesso tempo, bisognerà individuare nuovi mercati di sbocco, grazie a politiche di marketing lungimiranti, e in questo il Consorzio potrà essere di grande aiuto”.

Paolo Manconi
Ozieri (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 450 pecore in totale
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Roberta e Paolo Manconi – Pastori

“Ero arrivato a un punto in cui i contributi della Pac venivano risucchiati per continuare l’attività aziendale, con una fatica immensa, perché le ore di lavoro erano incessanti, dalla mattina alle cinque, cinque e mezza, fino alla sera alle otto e mezza, con il prezzo del latte che non copriva a volte nemmeno i costi e nessuna prospettiva se non quella di lavorare senza sosta. Ho detto basta e ho preso una decisione rivoluzionaria: passare da due mungiture a una sola giornaliera. Sono così riuscito a riequilibrare le ore di lavoro su ritmi più umani e il calo di produzione di latte non è stato così drammatico. Insomma, anche se qualcuno mi ha preso per pazzo e qualcuno ancora non è convinto del mio passo, voglio ripeterlo ancora una volta: la mia scelta aziendale è stato un cambio di vita in meglio. Avrei voluto avere il coraggio di farlo prima”.

A sentire le parole di Paolo Manconi, allevatore 57enne di Ozieri (Sassari), una vita nei campi (“faccio il pastore da quando ho 12 anni”, dice), viene voglia di applicare la sua teoria di rottura anche in altri campi, “Su connottu”, ripete, che in sardo significa più o meno “si è sempre fatto così”, quasi che la tradizione fosse granitica e inscalfibile come i Nuraghi che rendono unica la civiltà sarda, dove sacrificio e forza di volontà sono a volte più forti della natura stessa.

Al primo posto ho messo la qualità della vita

Ma l’entusiasmo di Manconi è davvero contagioso e non puoi davvero non porti la domanda se lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, come fanno molti allevatori, sia la soluzione giusta. “Al primo posto ho messo il miglioramento della qualità della vita e sono felice di averlo fatto”, ripete.

Partiamo come sempre dai numeri, per raccontare una storia di coraggio, che oggi si declina anche con l’ingresso in azienda della figlia Roberta, laureata in Agraria, che affianca il papà Paolo e lo zio Matteo. L’azienda – 134 ettari, dei quali 40 a seminativi, 53 di tare e il resto a pascolo – conta circa 450 pecore tra adulte e quote di rimonta, per una produzione di latte che nel 2021 dovrebbe attestarsi intorno agli 80.000 litri. Il latte è conferito al consorzio Agriexport di Chilivani (Sassari), di cui Manconi è vicepresidente. Una realtà che trasforma circa 12 milioni di litri di latte in un’ampia offerta di Pecorino Romano (classico, a latte crudo, a basso contenuto di sale) e ha una stretta collaborazione con la cooperativa di Pattada.

I prezzi del latte a 50 centesimi al litro, in picchiata e decisamente non remunerativi, sono stati la molla che lo hanno portato a cambiare prospettiva e a guardare alla gestione aziendale con occhi nuovi. “Mi ritrovavo in sala di mungitura alle otto e mezzo di sera per un prezzo del latte che non garantiva un futuro. ero adirato e avvilito – spiega Manconi -. Oggi i prezzi sono molto diversi e sembra passata una vita, ma non è così”.

E così, l’ex ragazzino che ha sempre preferito leggere e informarsi su tutto quello che capitava, dalle riviste agricole a quelle a carattere scientifico, circa cinque anni fa ha preso una decisione che ha rotto drasticamente quanto era la linea della tradizione. Da due mungiture al giorno a una sola. “Una scelta che ho mutuato grazie alla passione per la scienza e per il futuro, se non avessi letto con assiduità non avrei avuto la visione per cambiare”.

Come è cambiata la vita e quanto lavora oggi?

“Oggi siamo in due ad operare in azienda: io e mia figlia Roberta, con mio fratello Matteo in pensione, che comunque ci dà una mano. Iniziamo più o meno alle 5:30 e alle 9 del mattino abbiamo terminato la fase di mungitura e gestione della mandria”.

Come organizzate il resto della giornata?

È un mondo che si apre

“L’azienda è grande e c’è sempre da fare, ma una volta alleggerita la parte zootecnica e di cura degli animali, è molto più semplice. Nel pomeriggio siamo tendenzialmente liberi e riusciamo ad aggiornarci, a leggere, a dedicarci anche alla famiglia e all’approfondimento di argomenti e materie che, se lavori tutto il giorno e basta, non riesci a fare. È un mondo che si apre”.

Passando da due a una mungitura, qual è stato il calo produttivo e che riflessi ha avuto sugli animali?

“Gli animali nel giro di qualche tempo si sono adattati e nell’arco di tre anni è avvenuta una sorta di selezione naturale. Rispetto alle due mungiture al giorno la quantità di latte ottenuta è inizialmente inferiore, forse del 10-15%, ma se devo fare un conto economico il guadagno è ampiamente ripagato dallo stile di vita. Come detto, nell’arco dei tre anni i capi selezionati sono solo i migliori e il calo produttivo non si avverte più”.

Che cosa le hanno detto i colleghi allevatori?

Alla fine della giornata deve ritornare il reddito

“Alcuni mi hanno criticato, perché andavo contro la tradizione. Altri mi hanno chiamato. Qualcuno ha avuto il coraggio di seguire la mia scelta, altri invece sono arrivati a un passo e non hanno portato a termine quella che è una rivoluzione aziendale a tutti gli effetti. Comprendo che possa spaventare, ma vi assicuro che non tornerei più indietro, perché gli agricoltori sono imprenditori e alla fine della giornata deve ritornare il reddito, non solo le ore di lavoro”.

Che sala di mungitura ha?

“Ho una mungitrice a 48 posti, realizzata 26 anni fa. Abbiamo in programma di cambiarla, anche perché quelle nuove sono più sostenibili sul piano economico e ambientale. Consumano meno e utilizzano meno acqua per la pulizia. E anche gli animali beneficeranno di un migliore benessere animale”.

Come sta andando la stagione per il Pecorino Romano?

“Bene, il prezzo tiene. Dovremo mantenere le produzioni in equilibrio, puntare all’export e diversificare il prodotto per rispondere alle esigenze dei consumatori”.

Francesco Pizzadili
Agro di Mores (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 ovini di razza Sarda
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Francesco Pizzadili – Pastore

“Per un pastore, come qualsiasi altro allevatore la prima regola è il benessere animale, spesso a discapito della propria salute; ma questa è la soluzione non solo per avere animali più sani e produttivi, ma anche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, che sono già in atto”.

Lo sa bene Francesco Pizzadili, che alleva nell’agro di Mores, un’area pianeggiante dentro il comprensorio irriguo in provincia di Sassari, circa 500 capi ovini di razza Sarda (400 dei quali in lattazione) e un po’ di bovini, gestiti direttamente dal padre Giovanni, che li cura come hobby per la produzione di “perette” caciocavallo.

Le stagioni più calde Francesco Pizzadili le trascorre sull’altipiano, a Pattada, 850 metri circa di altitudine, ed è uno di quei pastori di cui, in parte, si sta purtroppo perdendo la tradizione.

I dati dell’azienda, che si possono riassumere sul piano produttivo in circa 100.000 litri di latte conferiti alla Latteria Sociale La Concordia di Pattada del presidente Salvatore Palitta, non raccontano fino in fondo la passione che ci sta dietro un lavoro impegnativo, che impone sacrifici, ma che regala altrettante soddisfazioni.

I dati positivi sui consumi di Pecorino Romano DOP, espressione di un’isola che ha saputo valorizzare le proprie tradizioni del territorio, sono la conferma che si può diversificare e “osare” per rispondere alle esigenze dei consumatori e, allo stesso tempo, dare soddisfazione anche ai produttori.

I prezzi medi sono infatti in crescita, trascinati dalla virtuosità del sistema cooperativo.

Dove state innovando nella vostra cooperativa, nella quale lei è consigliere?

“Come la maggior parte dei caseifici in Sardegna la nostra produzione è concentrata per l’80% sul Pecorino Romano.
Abbiamo avviato la diversificazione della stessa DOP con tre diverse tipologie: Extra con ridotto contenuto di sale, Riserva con varie fasi di lunga stagionatura e il Pecorino Romano DOP di montagna. Relativamente a quest’ultima tipologia, il progetto è nato più di tre anni fa, sulla scorta di quanto aveva fatto con successo, ad esempio, il Parmigiano Reggiano, altro formaggio a denominazione di origine che ha trovato modalità interessanti per valorizzare il latte. I risultati, dopo una fase di sperimentazione nella quale siamo partiti gradualmente, oggi stanno dando soddisfazione”.

Quanto, in termini di bilancio?

“Parliamo di circa cinque centesimi al litro di latte in più rispetto al resto della produzione. Questo ci permette di programmare un aumento delle forme di Pecorino Romano di montagna, per circa il 40% rispetto allo scorso anno. Stiamo comunque parlando di una nicchia rispetto ai 13-15 milioni di litri di latte trasformati annualmente”.

Avete altre produzioni di nicchia?

Puntiamo ad ampliare il mercato grazie alla diversificazione

“Sì, abbiamo cercato di diversificare, non soltanto ampliando la gamma di formaggi realizzati, ma all’interno stesso della DOP Pecorino Romano. Accanto alla versione sapida classica sono nate quindi varianti come il Pecorino Romano a ridotto contenuto di sale, lunga stagionatura, e in occasione di Caseifici Aperti di due anni fa abbiamo presentato con grande successo un 48 mesi, quello di montagna, e stiamo per introdurre anche la lavorazione del Pecorino Romano a latte crudo, antica ricetta del pastore. Questo perché grazie alla diversificazione puntiamo ad ampliare il mercato”.

Quali sono i principali canali di vendita?

“Il 60% delle vendite avviene in Italia e il restante 40% all’estero. Otto forme su dieci esportate vanno negli Stati Uniti, mentre il 20% prende la strada del Nord Europa”.

Cosa cercano all’estero?

“In Usa i consumatori cercano il classico Pecorino Romano Dop, ma allo stesso tempo sono incuriositi dalle novità. In quest’ottica stiamo cercando di costruire un mercato multiforme. Diversamente, ci siamo resi conto che il consumatore del Nord Europa è più maturo e, quindi, maggiormente propenso a scoprire nuove proposte”.

Rispetto all’anno scorso, quanto state producendo?

“Più o meno è la stessa produzione in quantità, anche se abbiamo al nostro interno allevatori soci in più”.

Dove si colloca il prezzo del latte destinato a Pecorino Romano DOP e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?

Dovremo prestare attenzione all’equilibrio produttivo

“Abbiamo oscillazioni stagionali. Abbiamo chiuso il bilancio 2020 con 1,10 € al litro e 1,15 € per il latte di montagna. Nel 2019 avevamo chiuso a 94 centesimi. Stiamo attraversando una fase positiva, ci sembra di poter affermare. Il 2021 si prospetta un’annata con un bilancio soddisfacente, almeno dalle indicazioni che abbiamo avuto in questo primo semestre. Oggi non è difficile vendere, grazie a una domanda sostenuta. C’è richiesta e i commercianti stanno portando via il prodotto fresco, per il Pecorino Romano non prima dei 5 mesi come da disciplinare. Anche all’estero i consumi si stanno riprendendo e le progressive aperture dell’Horeca e Food service di certo aiutano. Negli Usa stiamo assistendo a una fase in cui c’è richiesta e cercano il prodotto. Dovremo stare attenti a mantenere un equilibrio produttivo e non farci prendere la mano con il prezzo”.

In Italia dove collocate il prodotto?

“Con la pandemia abbiamo ampliato il giro dei clienti. Meno Horeca, dove comunque abbiamo visto che il prodotto Dop ha minori spazi, e maggiori vendita nei negozi, nella grande distribuzione e anche nei discount, magari con tipologie di prodotto differenti”.

Avete risentito dei rincari delle materie prime?

“Come pastori sì. I rincari iniziano a pesare, è umiliante, ogni volta che  il prezzo del latte è ottimale il rincaro delle materie prime si fa subito sentire, ci viene il dubbio che siano operazioni fatte ad arte. Non dimentichiamo, poi, che siamo su un’isola, per cui anche il costo dei trasporti incide”.

Quanto è diffuso il pascolo?

“Lo pratichiamo quasi tutti. Nella nostra cooperativa, formata da circa 320 soci, non abbiamo allevamenti intensivi e il pascolo è la regola. 

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

“Il pastore, più che un lavoro, è uno stile di vita, eterno custode del territorio, come si dice H24, 7 giorni su 7; non esistono feste, non si stacca mai, molte volte trascurando il tempo da dedicare alla propria famiglia. Anche quando sei a casa o in giro e ti vedi con amici pastori o non, alla fine si finisce sempre a parlare di lavoro”.

La natura stessa detta le regole, le stagioni arrivano e non aspettano nessuno”. 

Lei quanti anni ha?

“Quarantadue, sono sposato e ho due figli maschi di 13 anni e 11 anni”.

Le piacerebbe che seguissero le sue orme dal punto di vista lavorativo?

“Sinceramente sì, perché se investi nell’azienda desideri la continuità, ma mi interessa che studino e che scelgano nella vita il lavoro che desiderano. E pazienza se sarà un’altra attività”.

Quanto è importante studiare?

“Molto. Io e mio fratello, che lavoriamo insieme, abbiamo un diploma di terza media, e confrontandoci con tutte le professionalità che gravitano intorno all’azienda e alla cooperativa, dal veterinario all’agronomo, e altre figure professionali, ci rendiamo conto che una base culturale più ricca aiuta tanto. È innegabile che chi studia ha una base più solida ed è questo che desidero per i miei figli, che possano studiare per essere liberi di scegliere il loro futuro”.

Come vede il settore fra dieci anni?

I tempi della politica non coincidono con le esigenze delle aziende

“Non benissimo, in verità. Molti sono stanchi di fare questo lavoro, ma non c’è il ricambio generazionale. Inoltre, molti giovani non vogliono fare questo lavoro, perché molto sacrificato e, permettetemi di aggiungere, assistiamo anche a un pessimo funzionamento della politica sugli investimenti in agricoltura, dove scarseggia completamente la dinamicità delle operazioni. In poche parole, i tempi non coincidono mai con le esigenze delle aziende primarie e di trasformazione, e questo spaventa tantissimo. Lo stiamo vedendo già ora e lo confermano i numeri: meno aziende e una minore produzione di latte”.

Claude Vermot Desroches
Franche-Comté – FRANCIA

Allevatore Latte e Presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn
Traduzione di Leo Bertozzi

Claude Vermot-Descroches - Allevatore
Claude Vermot-Descroches – Allevatore

Claude Vermot-Desroches ha condotto un’azienda di vacche da latte in Franche-Comté, di cui ora è titolare la figlia e dal 2002 al 2018 è stato presidente del Comité Interprofessionel Gruyère de Comté, l’organismo di gestione e tutela del maggior formaggio DOP francese, dopo averne guidato la Commissione tecnica dal 1994 al 2002. Attualmente è presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn, che ha sede a Ginevra, di oriGIn Europa ed oriGIn Francia. Dunque una persona che conosce direttamente la realtà della filiera lattiero-casearia e dei prodotti DOP-IGP anche a livello internazionale.

Ormai, la parola d’ordine è la sostenibilità, durabilité in francese. Affrontare gli ambiti economici, sociali ed ambientali in modo simultaneo e complementare è diventata oggi una necessità. 

I prodotti con Indicazione Geografica sono per natura sostenibili

Si tratta di un concetto di cui si parla da una decina d’anni, ma che non è ancora stato intrapreso e sviluppato in modo sistematico. Eppure, tradizionalmente la produzione delle Indicazioni Geografiche (IG) si inseriva appieno negli aspetti di sostenibilità: legame col territorio e fattori locali, leali e costanti, ne sono sempre stati gli elementi distintivi caratterizzanti.

Parafrasando il borghese gentiluomo, la commedia di Molière incentrata sul personaggio di Jourdain, – un arricchito che farebbe di tutto per conquistare la classe aristocratica e per essere accettato da coloro che ne fanno parte in modo da accrescere la propria etichetta di nobiltà – si può dire che mentre adesso tutti cercano di dimostrare la sostenibilità, le IG l’hanno sempre attuata senza saperlo.

In Francia, il mondo agricolo in generale percepisce con un certo malessere le azioni per la sostenibilità, vivendole come una messa in discussione del proprio operato da parte dei movimenti ambientalisti. Inoltre, da qualche anno la sostenibilità è diventata a volte anche uno strumento di marketing per sfruttarne il richiamo. Le IG esulano da tali strategie di opportunismo che le sopravanzano. Debbono comunque rafforzare le loro condizioni di produzione e di commercializzazione per integrare le crescenti preoccupazioni di una produzione in linea con le esigenze attuali.

Riguardo l’aspetto economico delle produzioni, in Francia esistono delle filiere IG che operano nel concreto la trasparenza collettiva ed applicano l’equa ripartizione del valore. Esiste anche un quadro normativo generale per l’equilibrio delle relazioni commerciali nel settore agricolo ed una alimentazione sana e sostenibile (legge Egalim, 2018), che non raggiunge però sempre gli scopi annunciati.

Un altro esempio è la nuova etichettatura ambientale degli alimenti, che risponde alle nuove esigenze della società senza tuttavia considerare le produzioni DOP ed IGP che hanno insito nel loro fondamento le esigenze del rispetto ambientale. In questo caso, il soggetto è più l’etichettatura che non la reale preoccupazione per la tutela dell’ambiente, e la certificazione ambientale è ritenuta più pregnante piuttosto che l’azione di operare realmente per la sostenibilità ambientale.

Il Comté DOP limita la produzione latte annua a 4600 litri/ha

Prendendo a riferimento il formaggio Comté, si nota come questa DOP abbia adottato già da tempo delle misure concrete per collegare il prodotto alla zona geografica nel rispetto di una tradizione produttiva di tipo estensivo. È stata così limitata la quantità di latte annuale ad un tetto massimo di 4600 litri ad ettaro e le aziende con una produzione inferiore negli ultimi anni a tale quantità potranno aumentarla al massimo del 10%. Occorre precisare che il massiccio del Giura (catena montuosa calcarea situata a nord delle Alpi, che segna una parte del confine tra Francia e Svizzera) ha differenze altimetriche, climatiche e geologiche che comportano potenzialità produttive dei terreni assai diverse. In un suolo poco profondo difficilmente la produzione foraggera potrà sostenere più di 2000 litri di latte ad ettaro per anno, mentre un suolo profondo nelle zone inferiori può sostenere produzioni anche superiori ai 4 mila litri/ha.

È poi stato scelto di vietare le sostanze OGM, in risposta alle nuove sensibilità, di non raffreddare il latte ma di rinfrescarlo a temperatura di 12°C con l’obbligo di raccoglierlo entro un diametro massimo di 25 km dal caseificio e di lavorarlo ogni giorno. Per rafforzare il carattere artigianale della produzione ed il legame fra prodotto e territorio, si prospettano delle nuove modifiche al disciplinare per limitare la produzione massima per vacca ed il numero di vacche per azienda, per la gestione dell’erba in stalla e l’obbligo di pascolamento mattino e sera. Inoltre, sarà posto un limite anche alla evoluzione dimensionale dei caseifici.

Sotto l’aspetto ambientale e di benessere animale, le vacche dovranno avere a disposizione 1,3 ettari per capo rispetto all’ettaro attuale, con una produzione massima di 8500 litri di latte all’anno; la zona di pascolamento dovrà essere collocata al massimo ad 1,5 km dalla stazione di munta (esistono stazioni mobili di munta) e le aziende potranno produrre al massimo 12 mila quintali di latte all’anno.

Onestamente, bisogna però riconoscere che non sempre DOP ed IGP casearie inseriscono elementi tanto rigorosi nei loro disciplinari produttivi, così come va anche considerato che i parametri che servono a misurare l’impatto ambientale delle produzioni non sono sempre adeguati all’allevamento od alla policoltura, essendo in genere stati approntati per le grandi coltivazioni vegetali specializzate.

Le certificazioni ambientali rischiano di banalizzare la specificità delle IG

Quindi, occorrerebbe innanzitutto avere un riconoscimento delle misure di sostenibilità che sono già adottate anziché imporre delle norme di certificazione che non danno la certezza del risultato e che sono difficilmente percepibili dal mercato.  

In modo generale, possiamo affermare che se in linea di principio tutte queste iniziative di certificazione ambientale sono positive, esse rischiano di contribuire o contribuiscono a banalizzare le specificità delle Indicazioni Geografiche. Di conseguenza ne trarranno beneficio le attività di comunicazione ed il marketing, anche di produzioni similari, col risultato della standardizzazione delle produzioni. 

Tuttavia, le IG casearie debbono comunque impegnarsi in un concreto e serio lavoro per affermare le modalità di operare dei produttori, il benessere degli animali, il rispetto del territorio da cui provengono le risorse naturali che utilizzano e che rigenerano, affinché venga riconosciuto questo sistema collettivo complesso, piuttosto che subire dei dictat del tutto astratti che un giorno o l’altro saranno rimessi in causa dai consumatori stessi.

Federico Farinello - Produttore Latte
Federico Farinello – Produttore Latte

Federico Farinello
Arborea (OR), Sardegna – ITALIA

Su quali pilastri è necessario fondare lo sviluppo dell’azienda? Per Federico Farinello, allevatore di Arborea (Oristano), con 570 capi bovini allevati (dei quali 250 in mungitura) e 3.000.000 di litri di latte conferiti ogni anno alla Latteria 3A di Arborea i punti fondamentali per ogni allevatore, sono essenzialmente: “la tecnologia, per migliorare l’efficienza, l’efficacia produttiva, e la vita lavorativa degli allevatori, in quanto giornalmente, bisogna concentrarsi anche sull’aspetto imprenditoriale e c’è sempre da documentarsi per tenersi aggiornati, su tutti gli aspetti correlati al settore”.

Federico Farinello di anni 47, conduce l’azienda zootecnica insieme a suo cugino Alessio di anni 45, si avvale della collaborazione della sorella Linda, impegnata sul fronte burocratico, amministrativo ed economico, due dipendenti indiani per la mungitura e un dipendente stagionale saltuario durante le semine e i lavori nella campagna nei periodi più intensi.

Per fare le scelte aziendali corrette servono dati precisi

Soppesa con attenzione il tempo necessario al lavoro manuale, con lo spazio necessario per informarsi, apprendere, pianificare e progettare il futuro, in quanto ritiene che “per fare le scelte aziendali corrette, servono i dati precisi, fondamentali per un’azienda, in quanto oggi giorno bisogna essere imprenditori”.

Partiamo dai dati. Nella vostra azienda dove li recuperate?

“Da cinque anni abbiamo installato un impianto di mungitura, con tecnologia Afifarm/afimilk per monitorare costantemente la qualità del latte e la fertilità. Un progetto della latteria 3A, alla quale abbiamo aderito. I dati rilevati sono quotidiani e sono estremamente utili. Nella nostra azienda l’aspetto fondamentale è il benessere degli animali”.

In tema di benessere animale, quali strategie avete adottato?

“Rispetto a qualche anno fa, abbiamo modificato l’alimentazione nella fase di allevamento con prodotti specifici nella fase pre – post parto, per ridurre l’uso dei farmaci al parto e abbiamo registrato un beneficio significativo”.

Cosa utilizzate in sostituzione?

“Nella nostra azienda cerchiamo di raggiungere la massima gestione in termini di efficienza delle cuccette utilizzando paglia e letame fermentato”.

Cioè?

“L’investimento nell’impianto di ventilazione ci ha prodotto un notevole miglioramento nella fertilità, una produzione costante, un flusso di cassa omogeneo, con notevoli benefici nella gestione aziendale”.

Qual è secondo lei il prezzo giusto del latte?

“Non vorrei dare un numero, in quanto non può essere omogeneo per tutta Italia: le isole hanno dei costi maggiori rispetto al resto della penisola, i fattori che incidono sono differenti. Il prezzo deve prendere in considerazione questo fattore, altrimenti i produttori delle isole vengono penalizzati e non hanno dei margini adeguati in stalla”.

Come vede il settore fra 10 anni?

Gli allevatori devono dialogare tra loro

“Se non ci sarà una svolta, credo che il 50% delle aziende chiuderanno. Bisogna fare in modo, come dicevo, che venga garantita la giusta marginalità e che, magari, il settore si mobiliti per individuare progetti costruttivi e fare programmazione. Gli allevatori devono dialogare tra loro e la cooperativa deve concentrarsi anche nell’aiutare i soci, accompagnandoli in un percorso di crescita. In particolare, sono convinto che il futuro passi dalle azioni quotidiane, e che la nostra cooperativa possa attingere a dei fondi per ridurre gli oneri e portare nelle tasche dei produttori quei centesimi che permetterebbero di investire in maniera serena”.

Dove interverrebbe?

“In Italia e ad Arborea abbiamo investito in genetica, ma senza un punto fermo, continuerei a investire su questo aspetto”.

Nel vostro allevamento la genetica a quale esigenza risponde?

“Nella genetica, nell’efficienza alimentare, nella longevità ed efficienza dei capi”.

È essenziale ridurre i costi della razione alimentare?

“Per noi, assolutamente sì, attraverso il maggior utilizzo dei prodotti aziendali, con scelte mirate, che portano ad avere ogni giorno minori costi in razione alimentare”.

La cooperativa 3A di Arborea è una delle realtà più smart nel panorama lattiero caseario italiano. Che suggerimenti si sente di dare?

“Abbiamo bisogno di programmazione e certezze sul lungo termine, almeno per dieci anni. Bisogna affrontare in maniera collegiale i temi che riguardano tutti gli allevatori, come il costo dell’energia, della gestione delle stalle, che permettano di individuare soluzioni condivise, confrontarci con le istituzioni, per avere un piano di efficienza e nel complesso individuare le migliori soluzioni che ci permettano di essere più competitivi in termini di qualità del latte e di valorizzazione finale”.

“Bisogna sempre innovarsi per costruire il nostro futuro insieme”.

Davide Pinton
Schio (VI), Veneto – ITALIA

Davide Pinton - Produttore Latte Bio
Davide Pinton – Produttore Latte Bio

Juvenilia Società Agricola
Capi Allevati: 170 | 70 in lattazione
Ettari coltivati: 100
Destinazione del latte: Latterie Vicentine

“Abbiamo colto la filosofia del biologico quando ancora non era una moda, ma un modo di pensare e uno stile di vita. Non siamo certo pentiti, ma i margini di guadagno si sono ridotti bene, le spese sono aumentate e temo che in futuro avremo un aumento delle produzioni tale da ridurre ancora gli spazi”.

Nessun pentimento, ma una riflessione di natura essenzialmente economica quella che Davide Pinton, giovane allevatore di Schio (Vicenza), trasmette a TESEO.

Pinton lavora 100 ettari di terreno, dei quali 45 coltivati a prato stabile (il resto a medica, mais, orzo, sorgo zuccherino, pisello proteico in rotazione) e alleva 170 capi, dei quali 70 in lattazione. I vitelli sono destinati all’ingrasso.

Pioniere del biologico, il passaggio dal convenzionale all’organic è avvenuto in una prima fase nel 1995 con la produzione di mele e quattro anni dopo con l’allevamento.

“Fu una scelta non scontata, ma era l’unica soluzione per dare un futuro alla zootecnia, visto che la competizione sui prezzi si stava spostando sul piano internazionale e noi non potevamo certo sostenere la concorrenza di altri paesi”, racconta Pinton, che all’epoca era un ragazzino. Negli anni futuri, sul piano della formazione si sarebbe laureato in Agraria a Padova.

Come è organizzata la sua azienda?

“Siamo in sei. Due si occupano delle mele, del distributore automatico, dell’amministrazione; altri quattro seguono i campi, i trattori, l’allevamento”.

Quando avete installato il distributore automatico e cosa trovano i clienti?

“Il distributore automatico è del 2009 e vendiamo latte pastorizzato in bottiglie a marchio Latterie Vicentine, la coop a cui conferiamo annualmente circa 6.500 quintali di latte, ma vendiamo anche prodotti freschi, formaggi stagionati e porzionati”.

Avete un negozio?

“Sì, anche se è più corretto definirlo temporary shop, visto che è attivo solo nel periodo fra autunno e inverno, quando vendiamo mele e succo di mela”.

Lei di cosa si occupa?

“Praticamente di tutto. Non ho una mansione precisa, anche se ci stiamo organizzando per suddividerci i compiti”.

Recentemente si è acceso un dibattito sul prezzo del latte, che non riguarda naturalmente chi conferisce in cooperativa. Da allevatore, qual è secondo lei il prezzo giusto?

Il prezzo è giusto quando si ha margine per investire e svilupparsi

“Vediamo che il prezzo è soggetto a forti oscillazioni. Diventa dunque complesso indicare una cifra, anche perché ogni impresa ha il proprio punto di pareggio. Direi piuttosto che il prezzo giusto è quando si ha del margine di guadagno per investire e svilupparsi.  Altrimenti si chiude”.

Parla di volatilità. Il biologico non vi dà maggiore stabilità?

“Purtroppo no. Negli ultimi anni si sono convertite molte aziende a biologico e con una maggiore disponibilità di prodotto il prezzo è calato. La stessa mia cooperativa per quest’anno da maggio ha calato il differenziale per il biologico, passando da 13 centesimi a 9 nove centesimi in più rispetto al convenzionale, Iva compresa. Si rende conto che chi ha modelli produttivi più costosi e l’obbligo di certificazione, che è un costo, è molto complicato, perché i margini non sono così convenienti? Ma lo dico senza criticare la cooperativa alla quale conferisco, di cui peraltro sono consigliere”.

Siete pentiti di essere passati al bio?

“Assolutamente no, ma non siamo soddisfatti dei prezzi”.

Il biologico, però, dovrebbe essere il futuro. La stessa Commissione Ue lo promuove nel Green Deal.

“La scelta è corretta, ma bisogna promuovere i consumi e avere un mercato che assorbe le maggiori produzioni. Altrimenti il percorso virtuoso va in tilt e non si sostiene”.

Quali soluzioni suggerisce?

“Non saprei, ma incrementare le quote di biologico nelle mense scolastiche e ospedaliere potrebbe dare una mano”.

Come vede le stalle fra 10 anni?

“Purtroppo vedo la chiusura di molte stalle, in primis quelle di montagna, quelle di dimensioni più piccole e mal organizzate. Tuttavia, non è detto che le stalle con un maggior numero di capi siano più efficienti. Personalmente preferisco ottimizzare i processi produttivi che ampliarmi, e migliorare in chiave di sostenibilità. Prevedo che tra 10 anni avremo una maggiore automazione e un cambio di mentalità proprio nella metodologia di lavoro. Avremo aziende molto vitali, digitalizzate, attente alla cittadinanza e al contesto in cui operano, al benessere animale e all’integrazione ambientale”.

Sul piano dell’immagine gli allevatori sono sufficientemente rispettati?

“La nostra azienda è una fattoria aperta, visitabile e trasparente”

“Dipende. La nostra azienda opera da anni nell’ambito della didattica, è una fattoria aperta, visitabile e trasparente. Aderiamo a un’associazione del territorio che si chiama Agritour Vicenza con la quale abbiamo creato un percorso ciclopedonale che collega una cinquantina di aziende. Chi conosce la nostra realtà, ci vuole bene, perché sa chi siamo, come lavoriamo e cosa produciamo. Purtroppo gli allevatori non sono sufficientemente apprezzati dalla cittadinanza in generale, ma anche dalla filiera e dalla politica. Spesso non conosciamo i prezzi in anticipo o dobbiamo subire forti pressioni per concedere sconti o ribassi dei prezzi. Ma se manca il reddito, un’azienda agricola non ha futuro”.

Da consigliere che suggerimenti ha per la sua cooperativa?

“Comunicare di più sul territorio. Latterie Vicentine è una realtà ben strutturata, attenta alla sostenibilità, produce bene e con una grande qualità: dobbiamo insistere per farlo sapere. In gioco c’è il futuro di 400 famiglie e di un’intera area”.

Alessandro Torsani
Arborea (OR), Sardegna – ITALIA

Alessandro Torsani – Allevatore Arborea

La svolta in un orecchino. E pensare che lo usavano i pirati come moneta di scambio, per avere una degna sepoltura e non finire in mare. Nel caso di Alessandro Torsani, allevatore quarantenne di Arborea, in Sardegna, gli orecchini sono quelli intelligenti che vengono applicati alle vacche e che monitorano in tempo reale, i calori, la ruminazione e la geolocalizzazione. Il sistema si chiama Smartbow di Zoetis.

“Abbiamo introdotto queste apparecchiature otto mesi fa e abbiamo beneficiato di vantaggi enormi già da subito, a partire dal monitoraggio dei calori, soprattutto notturni, migliorando notevolmente il pregnancy rate – racconta Torsani -. La ruminazione spesso è sinonimo di un disagio della bovina e segnala tempestivamente il malessere di ogni singolo animale, permettendoci di intervenire nell’immediato, ovviando, quindi alla somministrazione di antibiotici. La geolocalizzazione, infine, ci sta risultando molto utile, in quanto ci permette di individuare precisamente il singolo animale all’interno della mandria, per qualsiasi intervento a lui riservato”.

Soluzioni innovative e tecnologiche, che fanno la differenza in una stalla come quella di Torsani, con 140 vacche in mungitura e 100 per la rimonta, 14.600 quintali di latte prodotti ogni anno conferiti alla cooperativa Arborea, e 32 ettari coltivati a mais e loietto in rotazione, interamente al servizio della mandria.

Ricambio generazionale in completa sintonia, con le nuove leve (Alessandro e il cugino Marco) che sono aiutati dai senior, il papà Bruno e lo zio Sergio. La gestione della stalla è affidata ad Alessandro, la campagna a Marco.

Chi vi ha consigliato l’orecchino intelligente?

“Ho visto la presentazione di questa nuova soluzione a un evento di CLAL e TESEO a Verona e sono rimasto incuriosito. Ho quindi contattato l’azienda che li produce e ci siamo accordati per l’installazione. Chi li ha in stalla da più tempo dice che i risultati migliori di questa innovazione si abbiano in estate, nel rilevamento dei calori. Per cui mi aspetto con l’imminente estate un miglioramento ulteriore”.

Quanto è costato l’investimento?

“Intorno ai 25mila euro. Siamo la prima stalla in Sardegna ad installare questo sistema e siamo contenti. Lo consigliamo”.

Quali altri investimenti avete in mente di fare?

“Puntiamo a migliorare ulteriormente il confort delle bovine e vogliamo modificare le cuccette. Inoltre, stiamo pensando di integrare una terza mungitura, perché siamo arrivati al limite con la seconda”.

Avete un robot di mungitura?

“No, un impianto 13+13 con inclinazione a 70 gradi, installata nel 2009. Stiamo pensando anche di introdurre un operaio in azienda, in modo da alleggerire i nostri genitori dal lavoro, dal momento che hanno 67 e 72 anni”.

Quali vantaggi avete avuto finora dal benessere animale?

“Vantaggi enormi, perché più gli animali sono in salute e più aumentano le difese immunitarie, la qualità del latte e si riducono le spese sanitarie e le anomalie in stalla”.

La cooperativa Arborea non è solamente il simbolo della Sardegna che produce latte, ma è anche una delle più all’avanguardia in Italia. Qual è la sua forza, secondo lei?

“La mentalità del gruppo, direi. Come allevatori siamo molto vicini uno con l’altro. Ci scambiamo molte strategie aziendali. E il fatto di essere una cooperativa aiuta molto”.

Che suggerimenti daresti alla struttura?

“Di rendere ancora più frequenti gli scambi fra allevatori della zona. Vanno benissimo i confronti europei, ma quello di cui sento più bisogno sono interazioni più rapide, più approfondite a livello territoriale, perché ci si conosce meglio e si conosce il territorio sul quale si opera. È un contesto comune, che rende credo più semplice individuare soluzioni comuni. Gli incontri organizzati da CLAL e TESEO sono molto apprezzati, facciamone qualcuno in più, magari”.

Ha avuto ripercussioni a causa del Coronavirus?

“A livello locale nessuna grande ripercussione sul commercio, mi sembra. A livello di categoria ritengo siano diminuiti gli attacchi di ambientalisti e animalisti. Forse il risvolto positivo è che sono stati almeno parzialmente riconosciuti gli sforzi degli allevatori e il ruolo fondamentale che ha l’agricoltura per la sopravvivenza di tutti noi. Finalmente la gente ci vede come una garanzia e un pilastro per la sicurezza alimentare. Spero che ci si ricordi di questo anche alla fine dell’emergenza”.

Ha degli hobby?

“Ritagliarci del tempo libero è la nostra filosofia aziendale, in modo da staccare dalla routine quotidiana, per poi riprendere con più entusiasmo il nostro lavoro.  Mi piace molto viaggiare.”

Da sinistra: Marco, Sergio, Bruno ed Alessandro Torsani

Leonardo Venturin
Spresiano, Treviso – ITALIA

Leonardo Venturin
Leonardo Venturin

Azienda Agricola Venturin
Capi allevati: 550 | 260 in lattazione
Ettari coltivati: 250
Destinazione del latte: formaggi e latte alimentare

Chi l’ha detto che i consumatori di città e di campagna sono uguali?

Guai a pensarlo e la famiglia Venturin, allevatori con un’azienda agricola a Spresiano (Treviso), a pochi chilometri dalle colline del prosecco, lo sa bene.

Innanzitutto, uno sguardo ai numeri. Ce li fornisce Leonardo Venturin, che si occupa di vendita dei prodotti e della parte burocratica, che in un’azienda agricola è un bel peso. In tutto sono quattro fratelli. Oltre a Leonardo, ci sono Lucio, che si occupa del caseificio aziendale; Luca, impegnato nelle operazioni in campagna di coltivazione dei terreni, e Mauro, che gestisce una mandria di 260 capi in lattazione di frisona italiana e jersey. Poi ci sono nove dipendenti, in servizio tutto l’anno.

Ogni giorno vengono lavorati 40 quintali di latte al giorno per la produzione di latte alimentare e formaggi: molli, formaggi a pasta filata, formaggi stagionati a pasta dura e semi-stagionati a pasta semidura.

I restanti 45 quintali di latte prodotti ogni giorno vengono venduti a un caseificio privato con contratto di fornitura annuale.

Gli ettari coltivati sono circa 250 ettari tra proprietà e affitto, seminati a mais, medica, loietto, frumento e sorgo.

Cifre a parte, che sono necessarie comunque per inquadrare le dimensioni e l’attività aziendale, gli aspetti interessanti riguardano la vendita diretta e il ruolo dei consumatori. La sostenibilità, concetto di cui si sente parlare molto di questi tempi, interessa in maniera diversa i consumatori di città e di campagna. Lo conferma Leonardo Venturin, mentre racconta la scelta di avere due punti vendita fissi: uno a Spresiano, dove ci sono azienda e caseificio e uno a Treviso, a ridosso del centro storico.

Perché la scelta della città?

“Perché la città non si muove. Chi vive in città non si mette in macchina per raggiungere il punto vendita che abbiamo a Spresiano. Sono clientele diverse quelle di città e di campagna e hanno consumi diversi”.

Tipo?

I clienti della città si informano sull’allevamento e la filiera

“Sono proprio due tipologie differenti. Un cliente a Treviso tende a venire 3-4 volte alla settimana, predilige il prodotto più fresco e porzioni più piccole, mentre a Spresiano vengono una o massimo due volte alla settimana. Inoltre, a Treviso l’età media del consumatore è più alta, sono pochi i ragazzi in negozio. In città, ancora, chiedono che il prodotto sia rispettoso dell’ambiente, si informano sull’allevamento e la filiera, sulla modalità di trasformazione, cercano più il km0. In campagna danno per scontato il km0, la trasformazione e non chiedono di sostenibilità”.

Come stanno andando le vendite di latte fresco?

“Dai primi anni in cui abbiamo aperto la vendita diretta abbiamo assistito a un calo del 50% e oltre. Noi vendiamo latte fresco intero e parzialmente scremato in formati da litro in pet. Adesso ne vendiamo circa 1.300 quintali l’anno. Prima erano quasi 2.700. Anche in questo caso abbiamo registrato una differenza tra consumatori di città e di campagna. A Treviso cercano un formato più piccolo, da mezzo litro. Erano addirittura disposti a pagarlo di più, sebbene oggi si siano abituati al formato da litro, l’unico che proponiamo”.

Come mai avete deciso di avere un caseificio aziendale?

Stiamo studiando nuove tecnologie per aumentare la shelf life dei formaggi ed esportarli

“Eravamo stanchi di trattare ogni due o tre mesi il prezzo del latte e volevamo dare un valore aggiunto nostro prodotto. Da qui la decisione di un caseificio aziendale, col bollo Ce per vendere alla GDO e ai negozi. Il bollo Ce ci permetterebbe anche di esportare e, proprio con questa finalità, stiamo studiando nuove tecnologie per aumentare la shelf life dei formaggi freschi”.

È stato facile o complicato realizzare il caseificio interno?

“Il primo progetto risale al 2004, mentre il caseificio è entrato in attività il 2 gennaio del 2009. I tempi si sono allungati per colpa della burocrazia. Gli uffici fornivano informazioni centellinate e questo ha rallentato la realizzazione”.

Che margine di guadagno assicura il caseificio e la vendita diretta rispetto alla consegna del latte?

“Un 30% in più sul latte lavorato”.

A quanto vendete il formaggio stagionato?

Un caseificio aziendale per dare un valore aggiunto al nostro prodotto

“Lo proponiamo a 14,50 euro al chilogrammo”.

Possiamo definirlo un formaggio tipo grana?

“Sì, perché è così”.

A livello di innovazioni avete realizzato anche un impianto di biogas con l’azienda Rota Guido. Siete soddisfatti?

“Assolutamente sì. Lo abbiamo costruito nel 2016;ha una potenza di 100 kw ed è totalmente alimentato a deiezioni. Il digestato viene poi utilizzato in campo, dal momento che siamo in zona vulnerabile ai nitrati, essendo vicini al Piave”.

Quando i consumatori vi chiedono di sostenibilità e ambiente, voi cosa rispondete?

Ci stiamo certificando come lotta integrata

“Raccontiamo la nostra posizione. Fino a marzo di quest’anno avevamo la certificazione QV, Qualità Verificata. Adesso ci stiamo certificando come lotta integrata, così prendiamo un raggio più ampio, dal seme al formaggio”.

Fate bio?

“No. Abbiamo alimenti biologici, ma non facciamo biologico. Abbiamo pochi appezzamenti grandi ed essendo superfici medio-piccole sono vicine ad aree convenzionali. Per questo dovremmo avere aree di rispetto enormi”.

Quante lattazioni fa di media una vostra vacca?

“Arriviamo a 5-6 parti. Se le vacche non hanno problemi, non le andiamo a riformare. Abbiamo anche bovine di 12 anni che producono quantità e qualità. D’altronde, chi fa l’allevatore sa bene che rispetto dell’ambiente e benessere animale passano anche da lì”.

Quanto produce una vostra vacca?

“Abbiamo una media di 32 chili di latte al giorno. Siamo sui 90-95 quintali all’anno”.

Quali azioni avete messo in piedi per il benessere animale?

“Gli spazi più ampi permettono all’animale di muoversi. D’estate abbiamo ventilazione forzata con raffrescamenti, alimentazioni equilibrate e salubrità degli alimenti. Tutti accorgimenti che si riflettono sul benessere degli animali”.

Quali sono gli aspetti più entusiasmanti del suo lavoro?

Vedere che ciò che facciamo viene apprezzato dai clienti dà modo di andare avanti

“Lavorare con gli animali e vedere che quello che facciamo viene apprezzato dai clienti dà modo di andare avanti, nonostante le mille difficoltà che ci sono”.

Che investimenti ha fatto di recente e quali investimenti ha programmato?

Offriamo educazione alimentare attraverso una sala degustazione ed incontri su misura

“Oltre al biogas abbiamo rinnovato il parco macchine per la fienagione e abbiamo dato il via all’iter per ampliare di nuovo il caseificio e lo spazio commerciale, in modo da avere una sala degustazione e fare incontri su misura per fare conoscere il prodotto e l’attività dell’azienda. L’educaizone alimentare è per noi un valore aggiunto da offrire. Grazie all’opportunità introdotta con la nuova legge di Bilancio stiamo cercando aziende agricole per vendere anche i loro prodotti e ampliare la gamma di prodotti in vendita. Inoltre, vorremmo anche ampliare l’area per il bestiame e fare un percorso didattico per visite guidate. Ho fatto il corso di agriturismo per le fattorie didattiche e credo sia utile un servizio così”.

Azienda Agricola Venturin
Azienda Agricola Venturin
Il Caseificio dell’Azienda Agricola Venturin
Spaccio di Treviso
Spaccio di Trevis
Spaccio di Spresiano
Spaccio di Spresiano
Furgone Venturin
Furgone Venturin
Azienda Agricola Venturin
Azienda Agricola Venturin

Arianna Nordera
San Martino Buon Albergo, Verona – ITALIA

Azienda Agricola: Società Agricola Nordera
Capi allevati: 1.100 | 550 in lattazione
Ettari coltivati: 150
Destinazione del latte: Parmalat

“Gli allevatori e la zootecnia sono costantemente posti all’indice, sotto attacco da una seria spropositata di fake news che non fa bene alla società, all’economia, ai consumi, alla qualità di vita. Non ci basta la burocrazia, oggi dobbiamo mettere in conto una quota del nostro tempo già scarso per cercare di smentire notizie totalmente false, create per danneggiarci”.

L'allevatrice Arianna Nordera
L’allevatrice Arianna Nordera

C’è preoccupazione nelle parole di Arianna Nordera da San Martino Buon Albergo (Verona), allevatrice con una super-stalla di 1.100 capi di Frisona, dei quali 550 in lattazione. La produzione di latte si aggira sui 6,2 milioni di chilogrammi di latte all’anno, conferiti a Parmalat.

Un’azienda che potrebbe essere presa a modello in questo decennio in cui la Fao celebra l’agricoltura familiare: ci lavorano, infatti, sette cugini. Luca gestisce la stalla, Arianna l’amministrazione e la contabilità, Matteo il biogas e l’allevamento di trote, Ivano segue l’allevamento di maiali, mentre Mariano, Alessandro e Andrea gestiscono semine, raccolti e terreni. In più, ci sono sei dipendenti.

Un’azienda multifunzionale, in cui anche il fabbisogno energetico è coperto (in parte) da un impianto biogas da 100kwatt, che funziona esclusivamente con le deiezioni animali.

L’alimentazione del bestiame è assicurata quasi integralmente dalle produzioni aziendali: mais, frumento, sorgo e prato stabile ottenuti con la lavorazione di 150 ettari di superficie tra proprietà e affitto.

Per la cronaca dobbiamo menzionare come attività aziendale anche i due allevamenti di trota iridea con annesso incubatoio, nel quale si fanno schiudere le uova già embrionate, e un allevamento per lo svezzamento dei suini con 3.300 capi a ciclo per sei cicli annuali. Con Arianna Nordera ci concentriamo però sull’indirizzo lattiero dell’azienda.

I dati raccontano di consumi di latte in calo. Che cosa suggerirebbe per incrementare i consumi?

“Bisogna cominciare a contrastare le fake news. È desolante dover subire attacchi scomposti e ingiustificati, ai quali molta gente purtroppo crede. In troppi hanno pregiudizi sbagliati contro il latte. Questo oscura l’attività di molti allevatori onesti e si mettono in crisi filiere che lavorano”.

Avete un’azienda multifunzionale e di grandi dimensioni. Che attenzione riservate alla sostenibilità?

“Abbiamo la massima cura verso animali per incrementare il benessere e ridurre l’impatto dei medicinali. Nel 2018 abbiamo speso meno di 50 euro a capo per le spese mediche, una cifra che comprende il vaccino e la cura per l’asciutta. Due volte l’anno facciamo la mascalcia generale a tutti i capi, che ha effetti positivi contro le zoppie e, di conseguenza, anche sulla produttività e l’animal welfare. Inoltre, da due anni abbiamo introdotto un nuovo metodo di pulizia della mammella, con straccetti in microfibra, che vengono lavati due volti al giorno. In questo modo abbiamo calato sensibilmente le cellule somatiche, la carica batterica e le patologie alla mammella.

Ogni mercoledì si fanno le diagnosi di gravidanza sulle vacche fecondate per migliorare il pregnancy rate. Abbiamo una gestione informatizzata della mandria, con appunto fecondazioni sincronizzate, piani di accoppiamento studiati per il miglioramento genetico della mandria.

Le stalle sono state realizzate completamente aperte, anche in inverno. E in estate, quando aumentano le temperature, abbiamo installato un impianto di raffrescamento sia nelle stalle che nella sala d’attesa prima della mungitura. Questo ci ha permesso di migliorare la quantità e la qualità del latte e il benessere dei capi.

La sostenibilità è un continuo investimento, ma assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine

La sostenibilità è un continuo investimento, ma che assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine. Un allevamento sano si può raccontare”.

Infatti voi cercate di raccontarlo.

Desideriamo che i giovani siano consapevoli di come viene prodotto ciò che mangiano

“Sì. Ospitiamo spesso gli alunni delle scuole, perché conoscano la zootecnia, imparino a rispettare gli animali e vedano come si produce il latte. I giovani sono i consumatori di domani, desideriamo siano consapevoli di quello che mangiano e come viene prodotto”.

Quali investimenti avete in programma?

“Stiamo ipotizzando a un ampliamento della stalla. Prima una nuova struttura e poi un incremento del numero delle bovine. Ci stiamo pensando”.

Avete la giostra rotante da 40 posti per la mungitura. Come vi trovate?

“L’abbiamo installata nel 2007, siamo stati fra i primi in Italia. Ci troviamo molto bene”.

Come utilizzate il digestato ottenuto dalla fermentazione anaerobica per la produzione di biogas?

“Lo usiamo nei terreni e come conseguenza abbiamo un 20% di produzione in più sui foraggi. Allo stesso tempo abbiamo ridotto l’acquisto di concimi chimici. Un duplice vantaggio”.

Come mai voi che siete in una zona di produzione di formaggi Dop conferite a Parmalat per la produzione di latte alimentare?

“Sono 40 anni che consegniamo il latte allo stabilimento di Zevio. Abbiamo avuto qualche perplessità dopo il crac di Parmalat e l’acquisizione da parte di Lactalis, ma sinceramente il nostro rapporto non è mai cambiato, sempre nel massimo rispetto e secondo i patti stabiliti. Ci troviamo bene e la fiducia è ben riposta”.

Che aspettative ha per il 2019?

“La speranza è che salga di prezzo. Siamo sui 40 centesimi e rispetto agli anni scorsi si respira, ma sono aumentati i costi di produzione. Servirebbe un riconoscimento più alto sul latte”.

Società Agricola Nordera
Società Agricola Nordera Società Agricola Nordera Società Agricola Nordera Società Agricola Nordera Società Agricola Nordera Società Agricola Nordera

Franco Morandini
Predazzo, Trento – ITALIA

L’allevatore Franco Morandini

Azienda Agricola Morandini Franco.
Capi allevati: 150 | 50-70 in lattazione.
Ettari coltivati: 46.
Destinazione del latte: Puzzone di Moena Dop e altri formaggi tipici locali.

Un marchio sui prodotti di montagna come valore aggiunto per il prodotto e per il paesaggio: il rilancio del settore lattiero caseario Trentino passa (anche) da qui, secondo Franco Morandini, allevatore di Predazzo, nella alta Val di Fiemme.
Appassionato di sci e alpinismo (e come potrebbe essere altrimenti?), 56 anni, è alla guida dell’azienda agricola insieme al fratello Alberto e al nipote Matteo: 150 i capi allevati, prevalentemente di razza Pezzata Rossa e Bruna.
Nel 2008 l’azienda è stata spostata da Predazzo a Bellamonte per motivi logistici: la vecchia stalla di famiglia, attiva da oltre 40 anni, si trovava infatti proprio al centro del paese, con tutti gli inevitabili problemi legati allo smaltimento dei reflui.
La stalla è un serbatoio per formaggi di qualità. Il latte ottenuto, infatti, è conferito interamente alla Latteria sociale di Predazzo e Moena per la produzione del Puzzone di Moena Dop e altri formaggi tipici locali.

Solo con i fondi non si va molto lontano, se manca l’etica e lo sguardo al mercato

Come vede il futuro della zootecnia da latte in quest’area?

“Credo sia legata a due fattori: da un lato i finanziamenti europei, indispensabili, e dall’altro la politica regionale, che deve necessariamente indirizzare gli agricoltori verso strade corrette. Solo con i fondi non si va molto lontano, se manca l’etica e lo sguardo al mercato”.

In che senso?

“Se da un lato noi abbiamo l’obbligo di continuare a fare un prodotto di qualità, salvaguardando l’ambiente, dall’altro all’Unione Europea e alla politica spetta il compito di valorizzare quello che facciamo, non limitandosi semplicemente a erogare finanziamenti a pioggia. Ecco che un buon modo potrebbe essere quello di creare un marchio unico riservato ai prodotti di montagna, che trasmetta l’idea della genuinità e della salubrità dell’ambiente”.

La promozione può fare la differenza?

“Indubbiamente sì. Noi come cooperativa ci affidiamo a Trentingrana, sia per la pubblicità che per la promozione generale dei prodotti trentini. I risultati sono buoni, ma ci sono ancora margini di miglioramento”.

In Trentino ci sono tanti buoni prodotti: perché allora non puntare sull’export?

In che direzione?

“In relazione alla gestione della produzione, alla commercializzazione e alle vendite. L’80% del prodotto è venduto, infatti, in Trentino: bene, dico io, ma si può fare di meglio. Ci sono tanti buoni prodotti e i contadini del territorio lavorano bene: perché allora non puntare sull’export? Basta seguire l’esempio del vino, che ha saputo varcare i confini locali e spaziare”.

Analogamente, un’altra spinta può arrivare dal turismo, non crede?

“Esatto. La sinergia col turismo è fondamentale. Il turista conosce i prodotti attraverso il territorio, per questo può essere considerato, a ragione, un veicolo di promozione a costo zero. Anche per questo motivo non possiamo permetterci di trascurare il nostro ecosistema: chi viene da noi in vacanza cerca malghe e rifugi, vale a dire tutto quello che è ancora autentico e legato alla tradizione del posto. Lo deve trovare e, inoltre, deve poter vivere un’esperienza che lo emozioni. Solo così sarà un sostenitore delle nostre montagne e dei nostri prodotti”.

Bisogna partire dalla cooperazione per modernizzare, servono esperienza e professionalità per restare a galla

La cooperazione può essere applicata anche al contesto montano?

“Certo. La cooperazione è una grandissima cosa, se gestita bene; se viziata dai finanziamenti, si rischia invece di finire in un vicolo cieco. Per il nostro comparto esiste il Consorzio dei Caseifici sociali e dei produttori latte trentini (CON.CA.S.T.), nato nel 1951 come consorzio di secondo grado tra i caseifici sociali del Trentino. Al momento si occupa prevalentemente di analisi e commercializzazione, oltre ad affrontare e gestire le problematiche comuni del settore. Ne fanno parte tutti i contadini di Predazzo, che sono una decina di aziende. È da lì che bisogna partire per modernizzare, perché il mondo corre veloce e servono necessariamente esperienza e professionalità per restare a galla”.

Azienda Agricola Morandini Franco

Franco Morandini è intervenuto nell’incontro “La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina” del 10 Novembre 2017. Esplora i punti salienti dell’evento!

Bernardo Boldini
Basilicanova, Parma – ITALIA

L’allevatore Bernardo Boldini

Soc. Agr. La Riana – Soc. Semplice di Boldini Bernardo e Luca.
Capi allevati: 650 | 300 in lattazione.
Ettari coltivati: 85.
Destinazione del latte: formaggio Parmigiano Reggiano DOP prodotto da stalla unica.

Punta tutto sul suo cavallo di battaglia, il formaggio prodotto da stalla unica. È quello il valore aggiunto rispetto a un prodotto, il Parmigiano Reggiano DOP, già di alta qualità, apprezzato tanto in Italia quanto all’estero. Bernardo Boldini, allevatore 39enne di Basilicanova, in provincia di Parma, sa bene che la filiera corta, anzi cortissima, è sinonimo di qualità. Nel breve raggio di pochi chilometri si trova l’intera produzione aziendale: 85 ettari coltivati pressoché integralmente a erba medica e loietto, destinati ai 650 capi di razza frisona allevati (di cui 300 circa in lattazione).

Non vogliamo fare il formaggio in modo industriale, ma artigianale

La produzione di latte tocca quota 100 quintali al giorno, con una media di 33-34 chilogrammi per capo. Il latte viene conferito in conto lavorazione e le forme intere sono vendute a privati, negozi e grossisti. Una produzione di 18 forme al giorno, che vengono stagionate in un magazzino generale. “Come stalla di dimensioni medie, siamo in grado di produrre circa 6.200 forme l’anno. Ma i numeri lasciano il tempo che trovano: noi preferiamo puntare sulla qualità. Non vogliamo fare il formaggio in modo industriale, ma artigianale”, afferma Boldini.

Parlando di innovazione, quali interventi avete realizzato di recente per migliorare l’azienda?

Abbiamo scelto di investire sulla qualità del fieno aziendale

“La nostra stalla è nata 14 anni fa, quando sono state divise le aziende di mio padre e di mio zio, pur essendo noi allevatori praticamente da sempre. Gli interventi più importanti che abbiamo effettuato riguardano da vicino il benessere animale. Innanzitutto, abbiamo ampliato la stalla libera, con zona di riposo a cuccette; quindi abbiamo installato un impianto fotovoltaico da 100 kw per l’immissione in rete di energia. Inoltre, abbiamo scelto di investire sulla qualità del fieno aziendale, acquistando altri 30 ettari di terreni per la produzione di foraggio. Adesso puntiamo a un nuovo ampliamento della stalla con l’introduzione di altri 250 capi”.

Benessere animale e sostenibilità vanno a braccetto?

“Assolutamente sì: benessere animale e sostenibilità sono imprescindibili. Proprio per questo abbiamo scelto di investire nel fotovoltaico, sfruttando per quanto possibile energia da fonti 100% rinnovabili. Non solo: abbiamo anche installato delle ventole ad acqua, che ci hanno regalato vantaggi enormi. E il nostro foraggio è esclusivamente tradizionale, perché l’unifeed secondo noi è sinonimo di minor qualità. Un animale che è sano e sta bene produce molto di più. E i dati lo confermano”.

Quanti siete in azienda?

“Io e mio fratello, oltre a tre dipendenti, che sono due mungitori e un responsabile del controllo vitelli e rimonta. Io mi occupo personalmente della gestione della stalla, che comprende la fecondazione e la cura degli animali, mentre mio fratello segue la parte più burocratica dell’azienda, tra cui i rapporti con le banche, le associazioni, i consorzi e la vendita del prodotto”.

Come è organizzata la stalla?

A guidarci è il benessere dell’animale

“Al momento abbiamo una sala di mungitura da 14+14 posti a pettine. Come per l’alimentazione, anche per la gestione cerco di mantenermi fedele alla tradizione del Parmigiano Reggiano: niente robot di mungitura. Piuttosto, abbiamo scelto di investire su un podometro per nutrire i bovini con gli auto-alimentatori: aiuta molto la gestione. Vorremmo costruire una stalla aperta e un piccolo paddock per le vacche che devono partorire o che hanno appena partorito. Ancora una volta, a guidarci è il benessere dell’animale, perché solo così si ottiene un prodotto di qualità”.

Come vedete il futuro del mercato?

“Tutto sommato positivo. Il controllo sulle grattugie è stato fondamentale: la gente continua a consumarlo. Quanto alla nostra nicchia di produzione, puntiamo sempre di più a diversificarci nella stagionatura, eliminando i grandi commercianti e i supermercati dalla filiera di commercializzazione”.

Milady Cortese
Conco, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Milady Cortese

Azienda Agricola Fattoria Cortese.
Capi allevati: 130 | 70 in lattazione.
Ettari coltivati: 70.
Destinazione del latte: lavorazione in malga.

“Se non ti distingui, difficilmente puoi essere competitivo coi supermercati sul fronte dei prezzi. Bisogna proporre un prodotto diverso. Noi abbiamo la fortuna di avere una malga, produrre con standard di qualità che il consumatore non solo riconosce, ma può controllare di persona visitando il nostro spaccio. E da questa estate avremo anche l’attività agrituristica”.

Milady Cortese, 32 anni, è stata la prima dei fratelli ad abbandonare il lavoro sedentario per abbracciare la professione di famiglia, nell’azienda a Conco (Vicenza), uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago. Oggi, ad affiancare il papà Maurizio, oltre a Milady ci sono i fratelli Davide (30 anni, che si occupa della promozione dell’azienda attraverso i social ed il sito internet e che sarà responsabile dell’agriturismo) e Michele (28 anni, impegnato nella produzione di formaggi nel periodo estivo e di insaccati nel periodo invernale).
Milady Cortese, al lavoro per cinque anni in uno studio commercialista, si occupa della parte commerciale ed amministrativa. Anche i fratelli hanno scelto di lavorare nell’azienda di famiglia dopo altre esperienze. “Davide è perito tecnico informatico e ha lavorato per 7 anni in Diesel a Marostica, mentre Michele dopo aver conseguito anche lui il diploma di perito tecnico informatico ha lavorato in un’azienda di schede elettroniche a Lusiana”.

Parliamo un po’ dei numeri dell’azienda.

“La stalla principale è a 600 metri di altitudine, mentre la malga si trova in località Val Lastaro a 1.050 metri ed è una delle prime malghe che si trovano quando si sale verso Asiago. È l’unica malga dell’altopiano ad avere il riconoscimento di idoneità CE, che consente la commercializzazione in tutto il territorio nazionale ed anche all’estero. Io seguo la parte commerciale ed amministrativa dell’azienda ed i due punti vendita in malga e in pianura. Quanto ai numeri, alleviamo circa 130 bovine, delle quali 70 in lattazione. La mandria è composta da circa il 65% di capi di razza Frisona e dal 35% di razza Bruna, negli anni abbiamo cercato di migliorare la percentuale di grasso e proteine per aumentare la qualità del nostro formaggio. Coltiviamo 55 ettari a pascolo ed altri 15 ettari a prato”.

Come mai il ritorno alla terra?

“Tra i fratelli sono stata la prima a “tornare”, cercavo il contatto con la gente, il ritorno alla natura e soprattutto ero stanca della sedentarietà. Mi piaceva il lavoro di prima, ma volevo cambiare stile di vita”.

Quanto latte producete e come lo valorizzate?

“Produciamo circa 18-20 quintali in malga e nella stalla in pianura un po’ di più. Da giugno ai primi di ottobre, in malga, trasformiamo tutto il latte e facciamo due lavorazioni al giorno. Produciamo Asiago pressato, mezzano, vecchio e stravecchio, quest’ultimo dopo i 18 mesi di stagionatura è un presidio Slow Food, richiesto da negozi di nicchia e ristoratori. Proponiamo anche una gamma di freschi, come ricotta, stracchino, tosella e caciotta. Da due anni, inoltre, abbiamo inaugurato la produzione di yogurt, budino e panna cotta”.

Chi sono i vostri clienti?

Il latte di alpeggio è migliore dal punto di vista nutritivo, grazie ad una presenza maggiore di Omega 3

“Gente che apprezza la qualità. Sono consumatori attenti agli aspetti nutrizionali, che si informano, che sanno ad esempio che il latte di alpeggio è migliore dal punto di vista nutritivo, grazie ad una presenza maggiore di Omega 3. L’alimentazione al pascolo determina poi un incremento nel latte dell’acido linoleico coniugato, un particolare acido grasso polinsaturo, definito essenziale, che appartiene al gruppo degli Omega 6. Chi acquista da noi lo fa per questo, ma anche per il territorio, l’ambiente, la storia. E poi si sa che il formaggio ottenuto in malga ha tutto un altro sapore”.

Cosa fate con i maiali?

“Salumi di qualità. Non usiamo conservanti né antiossidanti, per avere un prodotto genuino e naturale al 100%. Nell’alimentazione dei maiali utilizziamo anche il siero di latte derivante dalla produzione del nostro formaggio, abbiamo così un ciclo produttivo completo, ecologico e senza scarti.
Produciamo salami, soppresse, pancette, ossocolli, cotechini e salsicce”.

Multifunzione: siete contenti del fotovoltaico e della vendita diretta?

Esportiamo il nostro prodotto in Svezia, Francia, Inghilterra, Spagna, Cina, Singapore e Giappone

“Sì. Il fotovoltaico l’abbiamo installato nel 2010. Non siamo completamente autosufficienti, ma abbiamo abbattuto i costi di esercizio. Quanto agli spacci aziendali, quello in malga è attivo dal 2003, quello nella sede invernale dal 2012, ed ora è stato appena rinnovato. Dal 2006, come detto prima, abbiamo ottenuto il riconoscimento di idoneità CE e quindi anche l’accreditamento all’export, infatti attualmente, tramite un distributore che lavora con ristoranti e negozi di nicchia, esportiamo in nostro prodotto il Svezia, Francia, Inghilterra, Spagna, Cina, Singapore e Giappone. Per noi è un partner fondamentale, perché è riuscito a dare valore al nostro formaggio, che ha peculiarità diverse rispetto ad altri, e questo ci viene riconosciuto anche in termini economici”.

Quali sono stati gli investimenti più recenti?

Credo che l’ospitalità rurale sia una grande opportunità per promuovere i prodotti ed il territorio

“Abbiamo acquistato macchine per tritare ed insaccare la carne dei nostri salumi, un trattore, alcune macchine per la fienagione e poi cucina e tavoli per l’agriturismo in malga, di prossima apertura. Credo che l’ospitalità rurale sia una grande opportunità per promuovere i prodotti ed il territorio. Non dimentichiamo che l’Altopiano di Asiago ha una grande storia, anche grazie a Mario Rigoni Stern”.

Cosa state facendo per il benessere animale?

“Stiamo investendo. Dagli anni novanta abbiamo la stabulazione libera. Abbiamo inserito il rullo per consentire alle bovine di grattarsi e pulirsi. È anche un antistress, perché abbiamo notato che si divertono. Fra gli investimenti recenti abbiamo cambiato la sala di mungitura: oggi abbiamo nove postazioni a tandem, che permettono operazioni più rapide con gli animali. Un anno fa abbiamo rifatto i box per le vitelle, inserendo il nastro per la pulizia del pavimento, una soluzione che garantisce maggiore pulizia in stalla. Sempre sul versante del benessere animale abbiamo montato due grandi ventole per ridurre l’ammoniaca e dare sollievo agli animali quando c’è caldo”.

Nel tempo libero cosa fai?

“Gioco a calcetto. È una mia passione fin da quando ero piccola. È più tecnico rispetto al calcio e pur avendo il campo più piccolo corri molto di più. Giocando in una superficie più dura rispetto all’erba però è più facile farsi male, infatti ora ho un legamento della caviglia rotto”.

Azienda Agricola Fattoria Cortese

 

Alessio Zomer
Ala, Trento – ITALIA

L’allevatore Alessio Zomer

Capi allevati: 55.
Ettari coltivati: 18.
Destinazione del latte: Caseificio sociale di
Sabbionara o lavorazione in alpeggio.

“L’agricoltura è un’arte, l’arte di saper aspettare. L‘allevamento e l’agricoltura vera e propria non ti fanno vedere subito il risultato. Si vedrà domani o dopodomani, non subito”. Filosofia zen applicata all’agricoltura senza andare in Oriente, approccio alla vita, al lavoro e alle stagioni che il mondo agricolo ha sempre avuto. Alessio Zomer, 27 anni, trentino di Ala, i ritmi della terra e della stalla li ha imparati in fretta.
Fare l’allevatore, per lui, è stata una vocazione. Da prima ha frequentato l’Istituto agrario di San Michele all’Adige, uno dei migliori d’Italia, “che mi ha insegnato non solo a lavorare nei campi e in stalla, ma soprattutto a fare i conti e scelte imprenditoriali lungimiranti”. All’età di 16 anni ha iniziato a lavorare come dipendente in una azienda zootecnica innovativa, in un secondo momento ha scelto di dedicarsi all’azienda viticola di famiglia, che mamma Bruna e papà Diego, agricoltori part-time, avevano creato.
A 22 anni dopo varie meditazioni la scelta di ampliare l’attività viticola integrandola con la parte zootecnica.
Oggi infatti l’azienda, con 2,5 ettari coltivati a vigneto e 18 ettari a prato, è dotata di una stalla nuova, con 55 bovini. La razza maggiormente presente in azienda è la Bruna, ma vi sono alcuni capi di Pezzata Rossa e Frisona. La produzione è di circa 3.000 quintali di latte annui conferiti al Caseificio sociale di Sabbionara, ma nel periodo estivo una parte viene lavorata in alpeggio e venduta sotto forma di formaggio nello spaccio della malga situata nel comune di Brentonico.

C’è più guadagno vendendo al Caseificio o allo spaccio aziendale?

“Al Caseificio, dove riescono a guadagnare sui 50 centesimi al litro, ma con i fondi del programma di sviluppo rurale, grazie ai quali ho costruito la stalla, ho il vincolo di trasformare in malga una parte del latte prodotto. Comunque è un attività utile per il turismo montano, la salvaguardia dell’ambiente e non in ultimo un valore aggiunto al mio Caseificio che con il latte proveniente degli alpeggi del Monte Baldo produce il formaggio “Casat del Baldo” fiore all’occhiello dei suoi negozi”.

Che cosa significa per te sostenibilità e cosa fai per rendere la tua azienda sostenibile?

“Sostenibilità per me significa produrre, investire nel territorio, farsi carico dell’attività agricola e zootecnica nelle zone svantaggiate in modo da salvaguardare-migliorare il territorio per un domani”.

Credi nel biologico?

“No, almeno nei luoghi dove viviamo noi. Secondo me è inconcepibile fare biologico in aziende con terreni molto frammentati dove non vi è presenza generale di questa filosofia. Non sarebbe veritiero. Inoltre, sono convinto che tra biologico e integrato la strada da perseguire sia la lotta integrata per avere risultati persistenti, sicuri senza avere un impatto forte sull’ambiente”.

Agricoltura e turismo. Credi vi siano margini di sviluppo ulteriore?

“Lo sviluppo ci può essere ma a una condizione: che il turista capisca gli sforzi degli agricoltori di montagna. Il mondo è diventato digitale, ma si è persa la cultura del rispetto. Basti pensare all’approccio della società nei confronti dei lupi e degli orsi: un esemplare magari è folcloristico, un branco crea problemi notevoli agli agricoltori e pericoli per gli uomini. Con un po’ più di buon senso credo che agricoltura e turismo possano correre sullo stesso binario, parrallelo e di pari passo purché un attività non interferisca sul lavoro dell’altra”.

Quali investimenti hai in programma di fare in azienda?

“Vorrei investire nel miglioramento genetico e morfologico della razza Bruna, per avere una mandria sempre più omogenea e con potenzialità crescenti. Inoltre vorrei ampliare la superficie a vigneto e recintare tutto il perimetro aziendale per salvaguardare il patrimonio aziendale dai danni recati da ugulati e cinghiali”.

Ci sono investimenti che, se potessi tornare indietro, non faresti più?

“Non rifarei più la stalla come mi è stata imposta dalla burocrazia, perché è costata troppo rispetto agli animali che può ospitare. Ho dovuto utilizzare legno lamellare e sassi a vista in molte parti dell’edificio. Ma è una stalla e non un albergo adibito a stalla!”.

Che hobby hai?

“Per ora quello di lavorare, però mi piace e sto bene. Vivo in simbiosi con i miei animali anche perché è un attività che mi sono scelto. Ho la fortuna di avere una fidanzata alla quale dedico tutto il tempo che mi rimane e per poterla vedere di più la invito volentieri a venire a lavorare con me! Fortunatamente anche lei, provenendo da una famiglia di agricoltori, ha la passione per questo lavoro e quindi capisce e rispetta i miei ritmi”.

Perché, secondo te, i giovani in agricoltura sono così pochi?

“Non lo so. Forse perché è un lavoro molto impegnativo, che non concede tregua. O forse perché come diciamo noi, la terra è bassa ed è difficile assaporarla. Ma è bellissima.
Inoltre ho dovuto provare a mie spese cosa significa il peso della burocrazia per avviare una nuova attività e posso capire se molti giovani, anche se partono ben motivati, si demoralizzano”.

L’ Azienda Agricola di Alessio Zomer

Alessandra Cobalchini
Dueville, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Alessandra Cobalchini

Azienda Agricola Ca’ dei Volti.
Capi allevati: 270 | 140 in lattazione.
Destinazione del latte: cooperativa Lattebusche.

Il benessere animale come scelta etica e come opportunità commerciale. Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte. Una scelta netta quella operata dalla giovane Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville, in provincia di Vicenza. Nell’azienda agricola Ca’ dei Volti – che conduce al fianco della mamma Nadia (“io sono coadiuvante, ma stiamo costituendo la società”, dice) incaricata di seguire la parte amministrativa – alleva 270 frisone, delle quali 140 in lattazione, con una produzione di oltre 18.200 quintali di latte, conferiti alla cooperativa Lattebusche. In azienda lavorano due dipendenti, uno incaricato della mungitura e l’altro che segue il carro, le pulizie e le cuccette.

Quali interventi hai fatto di recente per migliorare la tua azienda?

“Abbiamo in progetto di costruire un’ala nuova dell’azienda per ampliare il box infermeria, l’area di steaming-up, parto e per avere specifici box per animali freschi o sotto controllo. Rifacciamo la parte delle vacche asciutte. Modificheremo i passaggi per avere abbeveratoi più ampi e abbiamo in progetto di scaldare l’acqua per la zona della sala d’attesa. Faremo anche paddock esterni per gli animali. Allarghiamo la struttura esistente adottando le misure svizzere delle cuccette, che sono più ampie rispetto a quelle previste dall’Unione europea. Fino ad ora abbiamo in preventivo di spendere circa 120mila euro”.

Come mai questa scelta?

“Per il benessere animale. Per scelta etica, innanzitutto. E poi per un’esigenza commerciale. Acquirenti svizzeri sono interessati ai formaggi di Agriform, che si occupa di produzione e commercializzazione. Sono molto esigenti sul fronte del benessere animale e questo risponde anche alla nostra sensibilità aziendale. Ci adeguiamo volentieri ai loro standard. Peraltro, abbiamo già avuto i sopralluoghi del Crpa di Reggio Emilia, del nostro podologo aziendale, che è certificatore riconosciuto per il benessere animale, dell’Associazione regionale degli allevatori del Veneto e dell’Azienda sanitaria locali. Tutti hanno parametri un po’ diversi, ma siamo in regola”.

La definizione di benessere animale è una sola, i parametri sono diversi. In cosa consiste questa differenza?

“Gli svizzeri hanno parametri adeguati alle loro idee e alle loro esigenze, hanno misure diverse dai nostre anche perché le dimensioni delle loro vacche sono un po’ diverse da quelle italiane. Si rifanno esclusivamente agli aspetti numerici. Dimensioni, luce, paddock, tutto è abbinato a valori numerici. Il Crpa ha una componente soggettiva: guarda gli animali, controlla le loro reazioni, ha un impatto visivo soggettivo. Fra i due approcci vi sono notevoli differenze. Ad esempio, nella nostra stalla abbiamo vacche gravide che vanno per il nono parto. Per noi questo è indice di longevità e benessere e lo reputiamo un aspetto positivo, gli svizzeri invece non tengono conto di queste cose”.

Che cosa significa fare una scelta etica in stalla?

“Esattamente quello che abbiamo fatto noi. Avere animali solidi, sani, longevi, che producono di più e che stanno bene, perché più controllati. Nella nostra stalla puntiamo ad evitare gli antibiotici, facciamo una asciutta selettiva, usiamo il minimo indispensabile di ormoni per la fertilità. Ci è capitato di vendere 10 animali da vita e la quantità di latte non è diminuita. Inoltre, stiamo cercando di lavorare con alimenti che non richiedano interventi eccessivi, fitofarmaci, concimi o diserbi”.

Questa decisione ha imposto anche un cambiamento nelle scelte colturali in campo?

“Sì. Non seminiamo più mais, lo acquistiamo. Da due anni la nostra parte arativa è coltivata a sorgo, che richiede meno acqua e molti meno trattamenti. Noi prepariamo gli erbai e ci curiamo degli sfalci, ma tutta la parte dell’attività della campagna, dalla semina allo spandimento dei reflui, è affidata a un contoterzista. I dipendenti e i mezzi necessari ci costerebbero molto di più”.

Qual è la vostra filosofia aziendale?

“Lavoriamo come una squadra: alimentarista, podologo, veterinario, dipendenti, siamo tutti in armonia. Anche per questo motivo abbiamo deciso di affidarci a un’unica azienda mangimistica, che fornisce dal latte in polvere per i vitelli all’alimentazione per i bovini. Così evitiamo lo scaricabarile, fenomeno classico quando si hanno più fornitori: il problema è sempre degli altri”.

Hai 30 anni, sei giovane. Come mai hai scelto di fare l’allevatrice?

“L’azienda è partita col nonno materno, ma anche il papà proviene da una famiglia di allevatori. Ho avuto massima libertà. I miei genitori mi hanno detto di studiare quello che mi interessava di più e mi sono laureata in Lettere moderne a Venezia. La mia passione, però, era l’allevamento”.

Quanto è importante la formazione?

“È fondamentale e, soprattutto i giovani, dovrebbero concentrarsi sulla conoscenza del computer e di almeno una lingua straniera. Ritengo che sia sbagliato sacrificare la formazione per il lavoro. Per questo noi abbiamo deciso di avere due dipendenti: per avere la libertà di visitare le aziende, per fare corsi di formazione, per confrontarsi e perché ognuno di noi possa avere adeguati turni di riposo e ferie( si lavora meglio se ci si può svagare e riposare). Oggi possiamo contare su internet, ma non dobbiamo dimenticare che si deve anche studiare e non limitarsi a consultare e basta”.

Che impianto di mungitura hai in azienda?

“Ho un impianto recuperato dai gruppi di trasporto latte della stalla a stabulazione fissa, inseriti in una spina pesce. Mungiamo con 7 gruppi di mungitura, ma è una 7+7 che ci permette di avere un unico mungitore. Sono contraria al robot”.

Perché?

“Col numero di capi che ho dovrei inserire tre robot, ma sarei da sola a gestirli e questo mi vincolerebbe in azienda. Inoltre, sono convinta che il robot non abbia ancora raggiunto un livello di perfezionamento tale da sostituirsi all’occhio dell’uomo. Credo che il robot se non sfruttato nelle sue piene potenzialità, insomma, faccia perdere il contatto con gli animali. Con la mungitura tradizionale vedi subito l’animale zoppo o che non sta bene, non devi aspettare che te lo segnali una macchina”.

Cosa fai nel tempo libero?

“Sono appassionata di equitazione, ho un cavallo. Mi piace leggere. E dormire, visto che mi alzo alle 4:30”.

Azienda Agricola Ca’ dei Volti

Sara Strazzabosco
Canove, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Sara Strazzabosco

Azienda Agricola Frigo Roberto.
Capi allevati: 120 | 70 in lattazione.
Destinazione del latte: Caseificio Aziendale e Caseificio Finco di Enego.

Nell’azienda Frigo Stöff di Canove, uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, la qualità fa rima con multifunzionalità e diversificazione produttiva. Il concetto di zootecnia si declina nel settore della produzione del latte e della carne suina, sublimata nell’arte norcina. Per non parlare della vendita diretta e dell’agriturismo, che d’estate girano a pieno regime, agevolati dal flusso turistico che anima il territorio e che trova approdo nella malga Larici di Sotto.

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti

“La diversificazione ci ha permesso di andare avanti, perché è capitato, anche nel recente passato, di attraversare alcuni mesi in cui la fattura del mangime è più alta del prezzo del latte alla stalla”, ammette Sara Strazzabosco, 22 anni, che conduce l’azienda insieme allo zio Roberto Frigo e alla mamma Lorella. D’estate, quando non è impegnato a scuola, alle attività partecipa anche il fratello di Sara, Alessandro, che frequenta la quarta superiore.

I capi allevati sono 120, dei quali 70 in lattazione, che nel periodo estivo salgono in malga. Sono 25, invece, i suini allevati, utilizzando anche il siero della caseificazione. Per vedere come trovano sublimazione il latte e la carne suina, è altamente consigliabile una visita sul sito www.frigostoff.it.

Trasferire le bovine in malga porta benefici?

“Sì, di vario genere. Innanzitutto, c’è un risparmio in termini economici sia per l’alimentazione che per i farmaci. Gli animali sintetizzano meglio la vitamina D, rimanendo al sole e anche i piedi e le unghie si sanificano rispetto al periodo passato in stalla. Persino una nostra vacca che ha ormai sette anni e soffre di depressione post partum rinasce, quando è in malga”.

Quanto latte producete?

18-20kg di latte per capo al giorno

“Circa 15 quintali all’inizio dell’estate, che a settembre scendono intorno ai 10 quintali. Siamo sui 18-20 chilogrammi per capo al giorno, al 3,6% di grasso e 3,3% di proteine. Sono quasi tutte di razza Frisona, anche se il divario con le performance della Bruna è palese, che ha valori di grasso e proteine superiori e un’attitudine alla caseificazione più spiccata. Abbiamo solamente cinque brune, più una manza gravida. Abbiamo anche un toro aziendale bianco e nero”.

Di cosa si occupa in azienda?

“Curo gli animali, seguo l’agriturismo e la vendita diretta, mentre mio zio è il casaro e si occupa di foraggi e alimentazione. Mia madre fa la spola, quando siamo in malga. Con la vendita diretta e l’agriturismo il carico di lavoro è aumentato, ma stiamo avendo delle grandi soddisfazioni”.

Che ritorni avete dalla vendita diretta?

9-10€/kg è il prezzo per il consumatore

“Quando parliamo di Asiago, se al commerciante vendi a 7,50 euro al chilogrammo, al consumatore arrivi comodamente a 9-10 euro al kg. E se il prodotto è stagionato, il prezzo è ancora più alto. Noi fortunatamente riusciamo a vendere quasi tutta la produzione al consumatore.”.

Sta riscuotendo molto interesse da parte dei consumatori il cosiddetto “milk grass”, il latte prodotto da animali alimentati al pascolo o col fieno. Lo producete?

“No, perché nel periodo invernale facciamo unifeed con il nostro fieno, ma anche con una miscela di mais e soia. È una questione anche di carburante, se posso utilizzare questo termine che semplifica il concetto. Una frisona ha bisogno di introdurre altri elementi, oltre al fieno, per stare in piedi. Anche in malga, dove i capi mangiano invece solo erba, in fase di mungitura beneficiano di circa 3 chili di mangime, fondamentale per dare energia all’animale. E se c’è poca erba, solitamente nelle ultime settimane di alpeggio, integriamo con il fieno, tutto di nostra produzione, anche per tenerle vicino alla malga ed evitare che vaghino in maniera incontrollata. Non usiamo comunque insilati”.

Dove producete il formaggio?

“Fino all’anno scorso facevamo la caseificazione solamente in malga nel periodo estivo. Dallo scorso inverno, invece, abbiamo realizzato a Canove una bottega aziendale e un laboratorio per la lavorazione dei formaggi freschi durante l’inverno, da affiancare a quelli stagionati prodotti in malga. Siamo soci del Consorzio tutela dell’Asiago DOP e produciamo la tipologia Prodotto della Montagna.

Il marchio della montagna rappresenta un valore aggiunto?

“Sì. È difficile quantificare il valore, ma anche nella GDO i consumatori cercano il marchio legato alla malga, alla montagna, l’alimentazione a fieno o il pascolo erba. Pensano sia più buono, anche se magari è solo un discorso di immagine”.

Pensate di convertirvi al biologico? Il consumatore cerca i prodotti bio.

Nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico

“No, perché personalmente non ci credo. È meglio per i consumatori conoscere direttamente i produttori, come li realizzano e che parametri rispettano. Anche perché, ad essere sinceri, nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico. Basta solo saperlo comunicare”.

Il latte che non trasformate direttamente dove va?

“Lo conferiamo al Caseificio Finco di Enego”.

Quanto conta il benessere animale?

“Moltissimo e lo capiamo immediatamente dal comportamento dei nostri animali. Le nostre vacche stanno benissimo: le teniamo molto pulite, su cuccette a paglia. Abbiamo installato il rullo perché possano grattarsi. In malga, poi, il livello è massimo, sono di fatto in vacanza 3-4 mesi”.

Come mungete?

“A Canove abbiamo una sala mungitura da cinque posti in tandem, in malga invece è una 4+4 a spina di pesce, che è più veloce”.

Che cosa fate, invece, per la sostenibilità?

“Sul fronte dell’alimentazione animale utilizziamo solo il nostro fieno e all’alimentarista chiediamo che i cereali e le materie prime vengano da più vicino possibile; per il mais è complicato, per il problema delle aflatossine. Cerchiamo anche di premiare i clienti che ci riconsegnano i vasetti di vetro dove è contenuto il nostro yogurt: ogni cinque restituiti ne diamo uno in omaggio”.

Chi viene in montagna deve vivere la natura

Una delle politiche sostenute dall’Unione europea per le aree rurali è la diffusione della banda larga per le comunicazioni. Che risultati ha dato?

“Pochi. Non abbiamo il wi-fi in malga e sinceramente non lo vorrei. Chi viene in montagna deve vivere la natura”.

La mandria al pascolo presso l’Azienda Frigo Stöff

Luca Perletti
Gorlago, Bergamo – ITALIA

L’allevatore Luca Perletti

Azienda Agricola Perletti.
Capi allevati: 400 | 180 in lattazione.
Ettari coltivati: 100.
Destinazione del latte: Mozzarella di Seriate (stabilimento Preziosa), yogurt, latte-dessert e ricotta (caseificio aziendale).

Un milione di euro investiti negli ultimi anni per avere una stalla di ultima generazione (è la “Stalla etica” di Rota Guido), robot di mungitura, un caseificio aziendale per produrre yogurt, latte-dessert e ricotta. Tantissimo lavoro e un’attenzione maniacale al benessere animale (“un animale sano produce di più e costa meno”) e ai conti aziendali, per avere il bilancio dettagliato delle attività, dei costi e dei ricavi, che illustrano nell’intervista.

È questa la filosofia di Luca Perletti, 30 anni, che insieme al padre Antonio, allo zio Bortolo, al cugino Matteo e alla sorella Elisa conduce un’azienda agricola all’avanguardia a Gorlago (Bergamo): 100 ettari e una mandria di 400 capi totali, dei quali 180 in lattazione. La produzione annuale di latte si aggira sui 2 milioni di litri, al 3,75% di grasso e al 3,25% di proteine, con 130 cellule somatiche e 4.000 di carica batterica.

Luca Perletti, quando è iniziata l’avventura in agricoltura?

40% della spesa a fondo perduto, grazie al Psr lombardo

“Poco più di due anni fa io e mio cugino Matteo siamo subentrati ai nostri genitori nella conduzione. Abbiamo pensato di cambiare approccio produttivo e costruire una stalla che mettesse al centro il benessere degli animali e di chi ci lavorava. È così che abbiamo deciso di investire in una nuova stalla, realizzata con Rota Guido, e grazie ai finanziamenti del Psr della Lombardia per i giovani, che ci ha permesso di ottenere il 40% della spesa a fondo perduto”.

Che cosa significa per voi benessere animale?

+15% produzione per vacca

 

+25% latte di massa prodotto

“Significa poter contare su una mandria che sta meglio, che produce di più e che, di conseguenza, costa meno all’azienda. Con la nuova stalla, che abbiamo costruito a partire dal 2015 e che abbiamo inaugurato a gennaio dello scorso anno, abbiamo registrato un notevole miglioramento riproduttivo e delle performance in fase di lattazione. Le produzioni sono aumentate del 15% per ciascuna vacca e del 25% nel latte di massa. Questo ci ha permesso di aumentare il numero degli animali, passando con la rimonta interna da 140 a 180 capi in mungitura, nel giro di un anno. La stalla e le nuove strutture dovremmo, in questo modo, ammortizzarle nel giro di 7-8 anni”.

Quando avete costruito la stalla avevate già un modello in testa?

“No. Abbiamo visitato aziende in Spagna e nel Nord Europa. La nuova struttura che abbiamo realizzato non ha pareti di contenimento, ha un sistema automatizzato di pulizia con raschiatori, che passano 12 volte al giorno e un sistema di raffrescamento che combina ventilazione e docce, grazie a un programma che misura il THI (il rapporto temperatura/umidità, ndr) e regola l’intensità della ventilazione. Inoltre, al posto della tradizionale sala di mungitura abbiamo installato tre robot, che gestiscono 60 capi ciascuno”.

È stato complesso abituare la mandria ai robot?

“Non particolarmente, ma è un lavoro costante. Nel giro di un mese e mezzo dal funzionamento dei robot circa l’80% degli animali entrava da solo, invogliato anche dalla presenza della razione alimentare. È stato comunque un lavoro lungo sei mesi e ancora adesso circa l’8-10% delle vacche non entrano da sole. Abbiamo comunque un dipendente, che gestisce la stalla e i vitelli e che si occupa delle bovine più refrattarie al robot”.

A chi vendete il latte?

“Allo stabilimento Preziosa, per la produzione di Mozzarella di Seriate”.

Avete anche un caseificio aziendale. Cosa producete?

“Trasformiamo il 5% della nostra produzione lattiera in yogurt cremoso e da bere, dessert come panne cotte, budini e creme-caramel, ricotte, ma anche latte fresco e pastorizzato per bar e gelaterie”.

Qual è il guadagno rispetto alla vendita all’industria?

“È di almeno il 300% in più. Quest’anno abbiamo raddoppiato le macchine per la produzione e acquistato un furgone per le consegne. L’anno prossimo, se continua così, aumenteremo i volumi di latte lavorato”.

Coltivate 100 ettari. Come?

“Seminiamo medica, fieno maggengo, loietto, mais e frumento da insilare. Insiliamo anche il primo e l’ultimo taglio di erba medica e, normalmente, facciamo sempre quattro o cinque tagli. Quest’anno abbiamo deciso di modificare e aumentare la produzione di proteina data dalla medica, riducendo le proteine derivanti dalla soia”.

Perché?

“Per noi la medica è l’ideale, facciamo sempre 4-5 tagli all’anno. Diminuiremo il mais, destinato solo a terreni in grado di garantire una resa maggiore. Aumenteremo i cereali da sorgo e il frumento, per avere più fibra. Continueremo ad acquistare farina di mais, soia e integratori”.

Avete una gestione dei conti?

35cent/litro il nostro breaking point

“Sì, facciamo sempre i bilanci interni, tenendo conto di tutti gli ammortamenti, delle assicurazioni e delle spese che normalmente gli agricoltori si dimenticano di contabilizzare. Noi abbiamo un costo alimentare per ogni litro di latte prodotto di 16 centesimi: questa è la base di partenza. Ma considerando gli investimenti, le spese di campagna, la manutenzione, abbiamo un costo di 42 centesimi per litro prodotto, Iva inclusa. Il nostro ritorno è di 45-46 centesimi, Iva e premi inclusi, comprensivi della vendita dei vitelli e delle bovine ai macelli. Quest’anno avremo margini più alti, visto che il prezzo è passato da 33 a 38 centesimi al litro. In ogni caso il nostro breaking point è indicativamente intorno ai 35 centesimi al litro, più Iva e premi qualità”.

Fra le innovazioni mirate alla sostenibilità, avete pensato all’irrigazione a pioggia?

“No. Siamo in una zona in cui non c’è molta disponibilità di acqua, ma finora non ho preso in considerazione i sistemi di irrigazione a goccia, almeno sul mais. Non sono convinto dei costi, li trovo elevati, ma sicuramente in futuro valuteremo attentamente questo investimento, perché siamo molto sensibili alla sostenibilità delle nostre produzioni”.

State pensando al business delle rinnovabili?

“Sì, abbiamo intenzione di realizzare impianto di biogas da 100 kw, che produce energia per l’80-85% grazie ai reflui aziendali e scarti. Per il restante 15% dell’alimentazione del digestore pensavamo di utilizzare il canneto (arundo donax padano), perché a parità di metri quadrati di terreno utilizzato, produce il doppio di fibra rispetto al mais. È un foraggio non idoneo al consumo umano, ma che serve solo per le energie rinnovabili. Abbiamo calcolato che servono circa 30-40mila euro di spesa per produrre 20 kilowatt di energia. Costa di fatto solamente la prima semina, perché poi quando le radici raggiungono la falda acquifera nel terreno la coltura diventa autosufficiente sul piano idrico e non ha costi di pesticidi o fertilizzanti”.

Vi conviene coltivare direttamente la terra? In Olanda gli allevatori si servono per le lavorazioni in campagna di contoterzisti, ai quali affidano per intero la gestione dei campi.

“In verità io sono convinto che sia più vantaggioso affidare la campagna ai contoterzisti. Credo che costerebbe di meno rispetto alla gestione diretta. Dobbiamo affrontare in azienda questo aspetto, perché non è solamente una questione di costi, ma è anche un cambio di mentalità radicale. Valuteremo di certo entrambi i percorsi”.

Quali altri investimenti avete in programma?

“Attendiamo il completo ammortamento del carro unifeed, poi ne acquisteremo uno auto-semovente, per completare il percorso nell’ambito della zootecnia di precisione”.

Che consigli ti senti di dare, da giovane, ai tuoi colleghi coetanei?

“Dico loro di non pensare nemmeno a realizzare o ad ammodernare una sala di mungitura: è un sistema passato. Molto meglio il robot, che è un modello di gestione totalmente diverso. Certo, serve una mente aperta, ma non è difficile adattarsi al robot e apprezzarne i vantaggi, soprattutto legati al benessere animale. Riuscire a produrre latte in modo sostenibile e secondo elevati standard di benessere corrisponde agli standard che i consumatori oggi richiedono”.

Che cosa fai nel tempo libero?

“Amo leggere e faccio molto sport, in particolare arti marziali come Muay Thai e Calisthenics”.

 

Azienda Agricola Perletti

 

Stefano Pasquali
Torre De’ Picenardi, Cremona – ITALIA

L’allevatore Stefano Pasquali

Azienda Agricola Pasquali Stefano E Gamba Cinzia.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati: 220.
Destinazione del latte: Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari (Latteria Soresina).

“Il costo attuale della razione alimentare delle vacche in lattazione è di 5,05 euro per capo al giorno. Tenuto conto che la produzione è di 33 chilogrammi per capo al giorno, l’uscita per l’alimentazione delle bovine in mungitura è di 0,152 euro al chilo”.

Quello che per Stefano Pasquali – 40 anni, allevatore di Torre de’ Picenardi (Cremona), che conduce insieme al fratello Luigi un’azienda da 220 ettari (coltivati a mais, erba medica e su 70 ha a mais di secondo raccolto) e con una mandria di 650 capi (300 in mungitura), gestita con l’aiuto di cinque dipendenti a tempo pieno e uno a part time – è una normale attenzione alla gestione oculata della stalla, per conoscere nella realtà quanto spende per alimentare le vacche, non lo è forse per tutti.

“Negli ultimi anni ho inserito in razione il frumento insilato – precisa – con buoni benefici in termini di ingestione, soprattutto nel periodo estivo; inoltre, sono migliorati i parametri qualitativi del latte, in particolare il grasso”.

Il latte (36.723 quintali, al 3,81% di grasso e al 3,46% di proteine) è conferito alla Latteria Soresina, per la produzione di Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari. Quello che è importante, però, è conoscere quanto costa l’alimentazione delle bovine, variabile che incide non poco sui bilanci aziendali.

Stefano Pasquali non utilizza la formula più o meno standard presente in quasi tutti i programmi di razionamento forniti dagli alimentaristi, “perché determinano in automatico i costi della razione, ma spesso portano a calcoli approssimativi, in quanto non tengono adeguatamente conto dei reali livelli di ingestione degli animali”.

Ecco che l’allevatore cremonese si è creato un proprio foglio Excel, dove inserisce tutti i costi di produzione. Una pratica adottata da anni, tanto che nel 2009 in un’intervista dichiarava: “La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci”. E allora i numeri dell’azienda Pasquali erano diversi: 480 capi in stalla e 130 ettari coltivati.

Da allora, il corpus aziendale di Torre de’ Picenardi si è ammodernato, con una sala di mungitura 12+12 in parallelo, con mungitura posteriore e un impianto per la produzione di biogas da 625 kw, alimentato con liquame bovino, pollina di un allevamento avicolo vicino e insilato di mais. “In peso parliamo di 30 tonnellate di liquami, 2,5 tonnellate di pollina e 25-26 tonnellate di insilato di mais – riassume Pasquali -.

Il digestato viene utilizzato tutto in campagna e consente di confinare l’urea chimica intorno al 30-40% dell’azoto totale impiegato nei campi.
Gli ultimi investimenti sono andati in direzione di un ampliamento aziendale, ma con attenzione al benessere animale. Nel 2014, infatti, sono stati installati nuovi impianti di ventilazione in stalla e posizionate nuove cuccette con materassini in lattice, grazie a una nuova struttura.

Per ora nessun investimento in agricoltura di precisione. “Ci vuole una dimensione aziendale adeguata per poterli giustificare e serve anche un parco macchine adeguato – afferma -. Non li escludo a priori, comunque, vedremo in futuro”. In standby anche l’irrigazione a goccia: “L’avevamo presa in considerazione, ma i costi erano ancora troppo sbilanciati rispetto ai sistemi a pioggia”.

Ed è questione di costi anche la conversione al biologico. “Non siamo interessati a passare al bio – ammette – ma sappiamo che per alcuni può essere un’opportunità. Bisogna, naturalmente, valutare se i maggiori costi produttivi sono compensati dalle entrate”.

Il futuro, secondo Stefano Pasquali, sarà per gli allevatori del distretto incentrato sempre più nel segno del Grana Padano. “È il prodotto che ad oggi garantisce la remunerazione migliore rispetto alla media degli altri prodotti lattiero caseari – osserva -. Inoltre, è un mercato contingentato e ha margini di miglioramento a livello di internazionalizzazione”.

La filiera, dunque, è chiamata a leggere i conti, confrontare entrate e uscite e, magari, valutare alleanze per conquistare spazi all’estero. “La Latteria Soresina ha una grande storia di aggregazioni e fusioni – conclude -. Se ci sono le condizioni per creare intese per l’export, fra cooperative o insieme all’industria di trasformazione, non vedo perché no. La dimensione è importante e presentarsi in due al posto di cinque più piccoli, è economicamente più vantaggioso”.

Stefano Pasquali presso la sua azienda agricola

Guido Coda Zabetta
Castellengo di Cossato, Biella – ITALIA

L’allevatore Guido Coda Zabetta

Azienda Agricola Coda Zabetta Guido.
Capi allevati: 200.
Ettari coltivati: 60.
Destinazione del latte: mozzarelle, burrate e formaggi freschi (caseificio Pugliese).

“Il biologico è come rinascere un’altra volta: tutto quello che hai imparato lo devi dimenticare. È una scelta particolare ed è come un abito su misura. Questo significa che prima di iniziare a produrre devi avere già un contratto in tasca. Non si deve commettere l’errore in cui cadono spesso gli allevatori, che pensano solo a produrre e mai a vendere”.
Parola di Guido Coda Zabetta, allevatore 48enne di Castellengo di Cossato (Biella), dove conduce un’azienda agricola di 60 ettari e alleva 200 bovine di razza Bruna (70%) e Frisona (30%). Ad aiutarlo le sorelle Emiliana e Franca e da un anno anche il nipote Francesco Demontagu.

Coda Zabetta, quando ha deciso di passare al biologico?

“Un anno fa, perché con la crisi di mercato che c’era non saremmo sopravvissuti. La leva è stata l’aspetto economico, senza dubbio. Si è aperto un mondo nuovo e oggi vendiamo il latte a 16 centesimi al litro in più rispetto al convenzionale, oltre al premio qualità”.

Che cosa è cambiato?

“Tutto. È un modo completamente diverso di fare agricoltura. È una sorta di ritorno alle origini, perché è evidente che non abbiamo inventato nulla: abbiamo ripreso a fare agricoltura come i nostri nonni con l’aiuto della tecnologia e della meccanizzazione. Ma il biologico risponde anche alle esigenze dei consumatori, che pretendono una maggiore sostenibilità delle produzioni e una grande attenzione all’impatto ambientale dell’allevamento. Negli anni scorsi abbiamo fatto anche investimenti sulle rinnovabili, installando un impianto fotovoltaico da 150kw per autoconsumo”.

Che percorso ha dovuto seguire per la conversione?

“Il percorso di conversione è durato un anno complessivamente, nella sua formula semplificata, ma è la parte più dura, perché devi comprare prodotti bio, mentre vendi il latte ancora come convenzionale. Sono sei mesi durissimi, ma servono per entrare nella nuova fase, che è una filosofia di vita completamente diversa. E capisci che il rischio è che l’agricoltura diventi schiava della chimica”.

Che cosa ha dovuto cambiare?

“Se guardiamo agli aspetti colturali, i 60 ettari che conduco, oltre a 30 ettari in asservimento per gli smaltimenti, sono ora soggetti a una rotazione differente, perché una coltura non può tornare prima di due cicli non consecutivi, inframmezzati cioè da una coltura da rinnovo. Comunque nei campi ci sono: mais, sorgo, erba medica, prato e frumento da foraggio. In precedenza non coltivavo il sorgo, ora sì”.

Alleva 200 capi: come mai il 70% di Bruna?

“È un retaggio dell’alpeggio, praticato fino al 1988 e poi abbandonato. Ma la composizione della mandria non è mutata”.

Che differenze produttive ci sono?

“In base ai dati dell’Apa nel 2016 abbiamo prodotto 117 quintali di latte per capo di Frisona e 104 per capo di razza Bruna, che però evidenzia titoli più alti e la maggiore qualità è certificata dalle percentuali di proteina: 74% per la Frisona e 78-79% per la Bruna. Con il biologico diminuiscono i titoli di grasso e proteine.

A chi conferisce il latte?

“Al caseificio Pugliese, per la produzione di mozzarelle, burrate e formaggi freschi”.

Qual è il guadagno?

“Intorno a un euro per capo al giorno, se teniamo conto del prezzo di conferimento del latte, come già detto di 16 centesimi in più al litro, oltre al premio qualità, in più del latte convenzionale. Considerata una produzione media per capo scesa del 10% e oggi intorno ai 30 litri, parliamo di 4,50 euro in più. Abbiamo costi di produzione superiori per 2,50 euro, ma i vantaggi che abbiamo riscontrato passando al biologico hanno riguardato anche la totale scomparsa di problemi ai piedi delle bovine e pur non utilizzando il post-dipping in fase di mungitura, le cellule somatiche sono stabili”.

È cambiata la durata del contratto, vero?

“Sì. Oggi il contratto è annuale e con un prezzo fisso. Prima, invece, avevamo contratti più brevi e con un valore legato a indici non controllabili, con il risultato di non sapere mai cosa si andava a realizzare”.

È soddisfatto del biologico?

“Sì, credo che sia una delle soluzioni per il Made in Italy. Produciamo beni di lusso, almeno come immagine, dobbiamo proseguire su questa linea, con prodotti riconoscibili che possono essere i formaggi DOP o il biologico. Deve vincere l’alta qualità, altrimenti non riusciremo a competere con gli altri paesi”.

Quali sono stati gli investimenti necessari?

“Oltre all’acquisto di prodotti durante il periodo di conversione le attrezzature per operazioni in campo, per sopperire all’uso della chimica come la sarchiatura. In futuro mi piacerebbe investire sui sistemi per l’agricoltura di precisione, dalla mappatura alla guida satellitare. Il futuro è lì, a prescindere dal fatto che l’azienda sia o meno biologica, ma la sostenibilità è importante”.

Quanto è importante, secondo lei, la tecnologia?

“Sarà il futuro. È importantissima, democratica, sarebbe il più grande investimento realizzabile per gli allevatori, con un ritorno molto più rapido che non altri tipi di investimenti, come ad esempio raddoppiare la stalla. Gestiremo le aziende, la stalla, le risorse idriche, le macchine attraverso il cloud, anche dal telefonino. Con l’irrigazione siamo fermi a Cavour, dobbiamo innovare”.

Se dovesse consigliare a un collega allevatore di passare al bio, cosa direbbe?

“Nell’allevamento biologico il più grande problema è legato alla disponibilità di terreno. C’è il vincolo delle 2 uba/ettaro, in Lombardia, nelle province dove si produce più latte tra Mantova, Brescia, Cremona e Lodi, spesso questo rapporto non è rispettato. Serve quindi terreno, altrimenti il biologico non è economicamente sostenibile. Sarebbe impensabile affittarlo a prezzi elevati. E poi consiglierei di abituarsi a programmare e organizzare l’azienda attraverso piani annuali o pluriennali, cosa che un agricoltore convenzionale non sempre fa”.

 

L’Azienda Agricola Coda Zabetta Guido

L’allevatore Guido Coda Zabetta presso la sua Azienda Agricola.

 

Manuel Lugli
Porto Mantovano, Mantova – ITALIA

L’allevatore Manuel Lugli

Società Agricola Fondo Spinosa.
Capi allevati: 550 vacche in mungitura, 800 vitelloni da carne.
Ettari coltivati 420.
Destinazione del latte: Grana Padano (Latteria Sociale Mantova).

“La zootecnia è stata ferma per millenni, ma negli ultimi 15 anni ha cambiato il proprio modo di essere, grazie alle tecnologie. Come azienda agricola noi abbiamo scelto di crescere attraverso un percorso di innovazione costante che ci ha portato a investire alcuni milioni di euro.”

A dirlo è Manuel Lugli, ultima generazione di una famiglia agricola che ha saputo portare la società agricola Fondo Spinosa di Porto Mantovano (Mantova) a un alto livello di automazione, grazie a una politica orientata verso la multifunzionalità aziendale.

Produzione di latte, di carne bovina, energie da fonti rinnovabili incrociano le proprie dinamiche con la precision farming: agricoltura di precisione applicata insieme alla zootecnia di precisione. Tanto che, complice anche la vicinanza al capoluogo virgiliano e al fatto di essere una realtà significativa anche dal punto di vista artistico (la corte nasce da un progetto di Giulio Romano), è stata una delle realtà visitabili durante la prima edizione del Food & Science Festival di Mantova.

I numeri: 420 ettari coltivati 550 vacche in lattazione, che diventeranno 700 tra pochi mesi, quasi altrettante in rimonta e 800 vitelloni da carne. Il latte prodotto (55.000 quintali consegnati nel 2016) è conferito alla Latteria Sociale Mantova, per la produzione di Grana Padano.

Una realtà importante, con sei titolari e 10 dipendenti. “Abbiamo rilevato l’azienda nel 1991 e siamo partiti con circa 80 vacche in lattazione. La prima stalla costruita per la mandria da latte è del 2003. Progressivamente, abbiamo costruito un impianto di biogas da 250 kW, compatibile con la gestione dei reflui zootecnici aziendali; successivamente, abbiamo investito per un impianto fotovoltaico da 508 kW e così abbiamo fatto a mano a mano che l’azienda cresceva, realizzando anche un essiccatoio per i cereali e il foraggio”.

Dal punto di vista energetico siete autosufficienti?
“Non ancora, Riusciamo a utilizzare dal 30 al 40% dell’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico, mentre l’energia da biogas deve essere messa in rete”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda?
“Abbiamo terminato la realizzazione di una stalla da vacche in latte con cinque robot di mungitura e a breve realizzeremo una stalla destinata alla rimonta, che sarà al servizio della struttura che abbiamo appena ultimato”.

Avete investito molto sulle rinnovabili. Siete contenti?
“Sì, non abbiamo ceduto al vortice speculativo e, anziché puntare a un impianto di biogas da 1 megawatt, ci siamo limitati a 250 kW, che, come dicevo prima, consente di impiegare al meglio i reflui zootecnici prodotti in azienda senza usare silomais. Una considerazione analoga può essere fatta per l’impianto fotovoltaico”.

Quali sono i punti di forza dell’allevamento nell’ottica della sostenibilità?
“L’allevamento è stato calibrato sulla misura dell’azienda: il carico di animali è rapportato alla quantità di terreno disponibile, per produrre quanto ci serve per l’alimentazione degli animali. Abbiamo capito che l’automazione e l’innovazione in azienda sono la strada per ridurre i costi, risparmiare il suolo, l’energia, l’acqua. Siamo infatti partiti con un progetto avanzato sull’agricoltura di precisione”.

Siete contenti dei robot di mungitura?
“Sì. Il risparmio sulla manodopera non è il beneficio principale. Anzi, in verità ho assunto altri dipendenti, più specializzati, come ad esempio un veterinario aziendale. I vantaggi sono molteplici”.

Ad esempio?
“Tra i vantaggi immediatamente percepibili l’incremento produttivo del 15% di latte. E poi il miglioramento del benessere animale, anche sul piano comportamentale. L’animale decide autonomamente quando mangiare, dormire e farsi mungere, con benefici sulla fertilità e una minore incidenza di patologie. Il lavoro in azienda è diventato anche più ordinato e più sostenibile per la riduzione di acqua ed energia elettrica rispetto alla mungitura tradizionale”.

Attraverso quali canali secondo lei si venderanno i prodotti lattiero caseari in futuro?
“Credo che la gdo abbia assunto una forza tale che sia difficile scalzarla nelle abitudini dei consumatori. Crescerà sicuramente l’e-commerce, anche se non ho gli strumenti per quantificare lo sviluppo”.

Che cosa pensa della crescita del biologico?
“Per alcuni è un’opportunità. Personalmente credo che il biologico debba riguardare prodotti ben definiti. Se il riferimento è al Grana Padano o al Parmigiano-Reggiano ci credo poco, perché hanno già una percezione molto marcata di genuinità e il biologico, a mio parere, non riesce a dare in tale contesto una valorizzazione maggiore, tale da giustificare la strada del bio. Al contrario, se prendiamo il settore dell’ortofrutta, penso che le possibilità siano maggiori, di certo negli ultimi anni il bio è in costante aumento”.

La Società Agricola Fondo Spinosa

Floriano De Franceschi
Castelgomberto, Vicenza – ITALIA

L’allevatore Floriano De Franceschi

Azienda Agricola De Franceschi Floriano.
Capi allevati: 110 | 50 in mungitura.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Asiago DOP d’Allevo
(caseificio cooperativo Villa).

“Vada su Youtube e digiti De Koeientuin, poi guardi il video: vedrà come saranno le stalle del futuro, con ampi spazi liberi, piante e verde in stalla, nessun tipo di cattura, niente cuccette, possibilità di movimento per gli animali. Piaccia o no, andremo in quella direzione e sarà una delle risposte per produrre latte di migliore qualità, aumentare il benessere animale e rispondere ai continui attacchi degli animalisti, che rivolgono accuse a noi allevatori molto spesso ingiuste”.

L’invito a collegarsi a Youtube è di Floriano De Franceschi, 53 anni, presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Vicenza e di quella regionale del Veneto. Nella sua azienda a Castelgomberto, paese del quale è stato anche assessore, alleva 110 bovine di razza Frisona italiana, delle quali 50 in lattazione.

Nel 2016 ha prodotto 5.300 quintali, con una media annuale di 105 quintali per vacca (grasso 3,64%, proteine 3,26 per cento). La mungitura avviene tramite robot, che il presidente dell’Arav ha introdotto in stalla 10 anni fa.

Il latte prodotto è conferito al caseificio cooperativo Villa per la produzione di Asiago d’allevo, ottenuto con latte di bovine alimentate a secco. I soci del caseificio sono 15.

Appassionato di tecnologia (“è il mio hobby”, dichiara), De Franceschi accanto al benessere animale raccomanda come soluzioni la cooperazione, concetto astratto che ha molte declinazioni concrete e va ben oltre il conferimento del latte, ma coinvolge anche l’idea del cosiddetto sharing, la condivisione.

“Tra proprietà e affitto conduco 50 ettari a prato; ai miei foraggi aggiungo il miscelone che acquisto. Ho rinunciato interamente al mais”.

Perché?
“È poco remunerativo e c’è il rischio delle aflatossine. Se non facciamo i conti in stalla rischiamo di lavorare a vuoto. È inutile che l’allevatore paghi affitti anche da 400 euro per ettaro, se non riesce ad andare in pareggio”.

Quale soluzione propone?
“Bisogna che gli allevatori si mettano insieme, magari individuando un capannone per stivare la miscelata comune. Dovremmo come allevatori occuparci della stalla, ma condividere le informazioni e i sistemi di alimentazione, ridurre attraverso modalità di cooperazione i costi di gestione. L’informazione è uno strumento fondamentale per la gestione delle aziende”.

Esiste TESEO by Clal. Perché non usarlo?
“Lo usiamo ed è molto utile. Bisogna estendere il modello informativo alle fecondazioni, le zoppie, gli aborti. Serve trasparenza e condivisione dei dati. Come Associazione italiana allevatori possiamo contare sul sistema Si@lleva, che raccoglie dati su scala nazionale, relativi a un milione di capi, tanti quanti sono quelli controllati negli Stati Uniti. Dobbiamo fare in modo che i risultati elaborati tornino agli allevatori, magari anche attraverso TESEO”.

Quali sono le informazioni più utili?
“La genomica sta facendo notevoli passi avanti, ma non farei una classifica. Per avere un quadro d’insieme efficiente è imprescindibile poter avere informazioni legate alle fecondazioni, ai costi di alimentazione, all’efficienza energetica, alla fertilità. In Veneto sui controlli funzionali facciamo il Bhb, che rivela l’acidità ruminale e individua eventuali disguidi metabolici. I dati sono la chiave per valutare l’efficienza dell’azienda. Bisogna elencarli tutti, per eliminare i comportamenti superflui e dispendiosi, anche gli stipendi del titolare e dei familiari, elementi molto spesso non contemplati nei conteggi. Condividere i dati fa parte di questo processo”.

Se parliamo di sostenibilità nella produzione di latte, a cosa pensa?
“Penso innanzitutto a quella economica e, come dicevo, fare i conti e confrontarli fra gli allevatori è un passo importante. Poi penso al benessere animale, una richiesta che proviene compatta dai consumatori e che non possiamo assolutamente ignorare. Sarà una variabile determinante per la sopravvivenza, non deve essere sottovalutata”.

Come Arav come vi state organizzando?
“Abbiamo in programma corsi di formazione, per insegnare le buone pratiche di allevamento in chiave di animal welfare”.

Il prezzo dell’Asiago non è dei migliori, che suggerimenti può dare al Consorzio, che ha avviato un programma di promozione importante?
“Ci vorrebbe una rete di promozione e vendita più ramificata, che oggi manca. L’offerta di vendita dovrebbe essere centralizzata, per promuoverlo meglio ed esportare, senza dimenticare una rete regionale. Come Asiago dobbiamo fare i conti con una concorrenza marcata dei cosiddetti similari. Nel nostro caseificio produciamo 150 forme al giorno e abbiamo un’alimentazione a secco come nel Parmigiano-Reggiano, non facciamo uso di lisozima, eppure non riusciamo a essere incisivi, schiacciati anche da un numero elevato di prodotti similari, che deformano il prezzo al ribasso. Stiamo producendo forse troppe forme”.

Cosa fare, dunque?
“Esportare di più. È l’unica soluzione”.

L’etichettatura secondo lei può modificare qualcosa?
“Per l’Asiago no, perché le Dop dovrebbero già utilizzare il latte prodotto nel comprensorio. In generale invece sono convinto che servirà”.

Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli

La sostenibilità è il futuro. Ma anche la diversificazione produttiva, la linea “vegetale” che i nuovi consumatori stanno mostrando di apprezzare, secondo la filosofia di prodotti in grado di nutrire e “promettere” benessere. Sono alcuni degli elementi che emergono dal dialogo con Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli, che Teseo ha intervistato.

Avete avuto danni dal terremoto come cooperativa o come associati?

“Sì, abbiamo avuto dei lievi danni nel nostro stabilimento di Amandola, situato proprio nel Parco dei Sibillini, dove produciamo mozzarella per tutto il gruppo, e da dove arriva il latte di allevatori marchigiani e abruzzesi. Alcune stalle sono state lesionate, ma il danno maggiore è nella distruzione di interi paesi. Questo ha cancellato, e non si sa per quanto tempo, l’economia di una vasta zona fatta di piccole attività, esercizi commerciali che rappresentavano punti di riferimento anche per noi”.

Quali sono gli aspetti cruciali che secondo lei sono emersi dal Dairy Forum 2016 di CLAL?

“Credo che il tema affrontato dal team di Angelo Rossi per questo Dairy Forum sia stato di estrema attualità; affrontare l’argomento del mercato assieme ad altri due temi, quali l’innovazione e la sostenibilità.
La relazione del professor Marco Frey su Agenda 2030 delle Nazioni Unite e gli obiettivi dello Sviluppo sostenibile ha offerto importanti suggerimenti sul tema della sostenibilità, che non è soltanto economico-ambientale, ma anche sociale. Ricordo che nella sua relazione venne citata una frase di Ban Ki-Moon:

I mercati possono prosperare solo in società che sono sane, e le società hanno bisogno di mercati sani per prosperare.

Su questa frase e sul concetto di sostenibilità credo che dovremo molto riflettere”.

La sua base sociale è composta da 15 cooperative e rappresenta circa 1.000 allevatori: quanti dei soci di Cooperlat hanno aderito al sostegno ministeriale di 14 centesimi?

“L’intervento messo in atto dalla Ue per diminuire l’offerta di latte in tutta Europa ha avuto poco seguito tra i nostri soci. D’altro canto la forte adesione a tale sostegno da parte dei produttori tedeschi, olandesi e francesi, per il primo periodo aveva già esaurito tutte le risorse messe a disposizione”.

Cooperlat Trevalli è famosa per la panna. Qual è la quota export (totale e per la panna)?

“Il 77,7% della nostra produzione totale è destinata al mercato domestico, il 22,3% all’estero. Per quanto riguarda la panna, invece, l’export sale al 29,6 per cento. Per i prodotti vegetali, invece, il 63,1% dei nostri volumi viene venduto fuori dai confini nazionali e solo il 36,9% in Italia”.

Quali sono i principali Paesi di destinazione?

“Per la panna i principali Paesi sono: Svizzera, Francia, Belgio, Grecia, Turchia, Libano, Filippine, Ungheria, Albania. Per i prodotti vegetali, invece, i più importanti mercati di destinazione sono rappresentati da Grecia, Turchia, Arabia Saudita, Algeria, Egitto, Libano, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Slovenia, Albania, Francia e Montenegro”.

Avete nuovi Paesi o aree nel mirino?

“Certamente: Stati Uniti, tutta l’area del Sud Est Asiatico, l’area dei Balcani e l’Est Europa”.

La demonizzazione dell’olio di palma è uno dei fattori che sembra aver influito positivamente sui prezzi delle panne. È così anche per Cooperlat?

“Non credo vi sia un nesso così diretto tra olio di palma e prezzo delle panne, anche perché entrambi i prodotti hanno raggiunto livelli di mercato molto alti. La demonizzazione dell’olio di palma e le continue notizie pro e contro rappresentano un fenomeno quasi tutto italiano e, nonostante il gran clamore, le quotazioni sono comunque alte. Per quanto riguarda il prezzo delle panne, personalmente ritengo che le forti e imprevedibili oscillazioni di mercato non siano positive né per i produttori né per gli utilizzatori. Al contrario, credo invece che il mercato necessiti di una maggiore stabilità”.

Siete produttori della Dop Casciotta di Urbino. Quali sono i numeri?

“La Casciotta di Urbino DOP è una delle eccellenze del territorio marchigiano, che fanno parte del portafoglio prodotti di Cooperlat. Le vendite del 2016 supereranno le 100 tonnellate di prodotto, concentrate soprattutto nel Centro Italia”.

Dal vostro sito si evince che avete anche prodotti a base di soia, caratterizzati dallo slogan “senza” (senza lattosio, senza glutine, senza grassi idrogenati). In chiave di prodotti e di mercato, sarà sempre più il cosiddetto “senza” l’aspetto cardine?

“Il consumatore del nuovo millennio è sempre più evoluto, alla ricerca di prodotti che siano buoni, ma che al contempo non danneggino la propria salute. Addirittura, che aiutino a prevenire malattie di vario tipo. Si è alla ricerca dei cosiddetti cibi senza o cibi della rinuncia, cioè senza grassi o zuccheri, senza sale, senza glutine, senza lattosio, senza conservanti. Questo non vuol dire però rinunciare al gusto. In sostanza, i prodotti vincenti di oggi e dell’immediato futuro sono quelli che promettono il benessere, ma senza rinunciare al gusto”.

Quale spazio ha la linea soia e qual è il futuro?

“La soia è un mercato in continua crescita, perchè si inserisce in questo trend salutistico. Fino a pochi anni fa i prodotti a base soia si trovavano solo sugli scaffali delle insegne specializzate, ora affollanno gli scaffali di tutte le più importanti insegne della grande distribuzione. Cooperlat ha lanciato nell’ultimo anno una linea completa di prodotti a base soia, dalla bevanda alla crema vegetale da montare, al dessert. Una linea di prodotti che sta dando grandi soddisfazioni e su cui l’azienda intende investire negli anni a venire, sia in termini di comunicazione che di allargamento della gamma”.

Cosa significa sostenibilità per Cooperlat e come cercate di applicarla al vostro interno e nel rapporto con i soci?

“Come già abbiamo detto, per fortuna, oggi i consumatori sono sempre più attenti ed esigenti, non solo rispetto alla qualità delle materie prime che compongono i prodotti che acquistano, ma anche all’affermazione del principio etico del lavoro e del territorio, inteso come garanzia di rispetto dell’ambiente e di condizioni decenti di lavoro per tutti. I consumatori pretendono una qualità totale dei prodotti, alimenti sani e buoni, realizzati da aziende anch’esse sane, che tutelano l’ambiente, valorizzano il lavoro, rispettano i diritti delle persone e, soprattutto, innovano. Se non ci sono tutti questi elementi, nasce nel consumatore il ragionevole dubbio che possano mancare anche gli altri.
Il modello di cooperativa adottato dalla Cooperlat-TreValli applica nelle scelte operative azioni che contribuiscono a mantenere in vita piccoli e medi produttori locali, i quali altrimenti sarebbero usciti dal mercato, con conseguente incremento del fenomeno di abbandono dei terreni agricoli e negative ripercussioni sul territorio, come la perdita di biodiversità, il mancato mantenimento delle tradizioni e, non ultimo, le perdite occupazionali”.

Quali sono i vantaggi?

“I vantaggi riguardano la tutela del territorio derivante dalla difesa dei piccoli produttori locali. Se ne ottiene un beneficio in termini di riduzione del dissesto idrogeologico, di mantenimento della biodiversità, di contenimento dei processi di urbanizzazione. Poi ci sono gli aspetti relativi alla tutela dell’occupazione agricola. Questo comporta un vantaggio per la sostenibilità sociale del processo, con un conseguente aiuto al mantenimento della cultura e delle tradizioni locali. Bisogna ricordare, inoltre, che il rapporto con le aziende cooperative ed agricole tende ad essere di lungo periodo, filosofia gestionale che rafforza ulteriormente questo aspetto.
Allo stesso tempo i benefici si riversano in una minore pressione ambientale, derivante da un modello di fattoria più virtuoso che integra produzione agricola ed allevamento, permettendo la realizzazione di un ciclo operativo quasi chiuso. Ne consegue una migliore utilizzazione delle risorse e degli stessi output dei due processi e una riduzione delle immissioni in aria, in acqua o nei terreni”.

Paolo Fabiani

Giovanni Bianconi
Sommacampagna, Verona – ITALIA

L’allevatore Giovanni Bianconi

Azienda Agricola Bianconi Giuseppe & Figli.
Capi allevati: 100.
Ettari coltivati 30.
Destinazione del latte: Centro Latte Verona.

Nonostante una passione per l’arte che si trascina dai tempi del Liceo artistico (all’epoca Istituto d’arte) e poi degli studi in Architettura, Giovanni Bianconi di tempo libero non ne ha. La mostra su Picasso a Palazzo Forti, a Verona, non l’ha ancora vista. Gli consigliamo di prendersi lo spazio. Che in effetti è limitatissimo.

“Siamo io e mio figlio Marco, che ha 36 anni e una passione sfrenata per l’allevamento, a condurre l’azienda. Non abbiamo dipendenti e l’impegno richiesto è molto”, dice Bianconi.

L’azienda è a Sommacampagna (Verona) con 100 capi fra mungitura e rimonta; a fare da corollario ci sono 30 ettari coltivati a seminativo e prati foraggeri. La produzione del latte nel 2016 è stata sui 120 quintali per capo/anno. La materia prima è conferita al Centro Latte Verona, di cui Giovanni Bianconi è presidente. La cooperativa veronese a sua volta è socia della Latteria Sociale Mantova.

Il Centro Latte Verona è una realtà con circa 160 aziende associate, in crescita rispetto al 2016, il 65-70% situate in Lessinia. La produzione annua è intorno ai 62 milioni di litri/anno. Lo scorso anno si sono inventato il marchio “Latte Verona”, che sta andando bene e promuove il prodotto locale identitario sul territorio.

Presidente Bianconi, come sta andando il progetto?

“Bene. È in continua crescita. Con Latte Verona parliamo di un marchio locale, distribuito però in tutte le più importanti catene di distribuzione. Siamo presenti da Migros, Rossetto, Conad, Despar, Esselunga, Famila, Auchan, Pam”.

Che prezzi avete?

“Sul latte fresco siamo a 1,40 euro al litro, mentre a 1,10 e 1,15 euro al litro per il latte a lunga conservazione scremato e intero. Parliamo di latte di montagna della Lessinia, di ottima qualità, riconosciuta e ricercata dai consumatori. Stiamo avendo molte soddisfazioni e non abbiamo intenzione di abbassare i prezzi. Poi abbiamo fra i prodotti anche il latte UHT a lunga conversazione, intero e parzialmente scremato, e yogurt, intero e magro, bianco e al gusto di albicocca, banana, caffè, fragola e cereali”.

Avete intenzione di aumentare i volumi?

“L’intenzione è quella, in effetti. Siamo partiti da zero, ma ci stanno conoscendo sul territorio. Puntiamo anche ad ampliare la gamma delle produzioni e proporre burro, ricotta, mozzarella”.

La lavorazione e il packaging sono affidati alla Centrale del Latte di Vicenza. Siete contenti?

“Sì. Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. Vicenza è una centrale all’avanguardia, ha macchinari che valorizzano il nostro latte e siamo soddisfatti”.

L’innovazione è importante, par di capire.

“Moltissimo. Se con una macchina all’avanguardia la pastorizzazione del latte dura meno, si preserva maggiormente la qualità e il consumatore lo percepisce. Ed è stato grazie a questo meccanismo, in cui ogni anello della filiera si adopera per migliorare la qualità, che il consumatore sta ricercando il Latte Verona”.

Quali sono stati gli aspetti più complessi del progetto?

“Ci siamo ritrovati catapultati in un mondo nuovo, a noi totalmente sconosciuto, che è quello della grande distribuzione organizzata. L’impatto con questi signori, che hanno il potere assoluto sugli acquisti, è stato duro. Questo ci ha fatto capire perché l’agricoltura è in queste condizioni: decidono quello che vogliono e le conseguenze le pagano i produttori”.

Siete presenti anche nei negozi o solo nella Do?

“Il marchio Latte Verona è presente anche nei bar, panetterie, pasticcerie, è un lavoro di distribuzione capillare”.

Distribuite direttamente voi?

“No. L’accordo che abbiamo sottoscritto con la Centrale del Latte di Vicenza è molto semplice: noi conferiamo il latte e la Centrale del Latte di Vicenza impacchetta e distribuisce”.

I contratti con la Gdo?

“Contatti e contratti li abbiamo invece gestiti personalmente”.

Parlando di mercato, qual è la situazione?

“Siamo soci alla Sociale di Mantova e faremo il bilancio 2016 con loro. I contratti che abbiamo sottoscritto sono comunque abbastanza buoni”.

Come giudica l’inserimento del Grana Padano nei parametri legati all’indicizzazione del prezzo?

“Lo ritengo positivo. La previsione di quel parametro è fondamentale per valorizzare il prodotto secondo l’indirizzo del territorio. Inoltre, l’inserimento dei valori del Grana Padano Dop ci porta ad alzare la media delle quotazioni”.

Ipotizza che possano innescarsi tendenze speculative ribassiste per determinare una riduzione del prezzo nel contratto che subentrerà per il periodo successivo al 30 aprile?

“Fare previsioni è sempre azzardato. Interpretata così mi verrebbe da rispondere che potrebbe anche essere così: le produzioni sono in crescita e devono essere collocate sul mercato, ma è altrettanto vero che i prezzi sono buoni e la tendenza del mercato dovrebbe mantenersi stabilmente positiva o, addirittura, segnare un incremento. Non mi risulta, poi, che siano state sforate da parte dei caseifici le quote di produzione, perché il prezzo positivo degli ultimi mesi del 2016 ha portato a vendere il latte o per il consumo alimentare o per altri prodotti freschi. E c’è un altro fattore che mi fa ipotizzare che anche dopo il 30 aprile il prezzo non subirà flessioni significative”.

Quale?

“Gli industriali stanno pagando il latte al litro 40-41 centesimi alla stalla e alcuni grandi realtà hanno cominciato ad assicurare questi prezzi già da ottobre. Avendo pagato simili cifre la materia prima, non penso abbiano molto interesse a buttare giù il prezzo del Grana Padano. Immagino che per loro non sia conveniente”.

In un frangente in cui è dal 2000 che i redditi in agricoltura non sono più come prima, cosa ha spinto suo figlio a fare l’allevatore?

“Una passione sfrenata e di questo sono contento. È dai tempi di mio nonno che avevamo la coltivazione di alberi da frutto e le vacche, che d’estate portavamo in alpeggio. Mio figlio Marco si interessa di genetica, della crescita degli animali, del miglioramento della produzione e della qualità. Ma sono consapevole che è un lavoro duro. Senza dipendenti lavoriamo 365 giorni all’anno”.

Nelle fotografie, CLAL incontra Produttori del Centro Latte Verona Soc.Coop e dirigenti di Centrale del Latte di Vicenza s.p.a. in Lessinia – Malga Spazzacamina, Agosto 2016.

Giuseppe Magoni
Maclodio, Brescia – ITALIA

L'allevatore Giuseppe Magoni
L’allevatore Giuseppe Magoni

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto.
Capi allevati: 650 | 330 in mungitura.
Ettari coltivati 340.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(caseificio Bresciangrana).

“Dove ci stanno 100 vacche bisogna metterne 90, non 110. Il benessere animale è molto di più di una normativa da osservare, è una regola per permettere agli animali di produrre di più e meglio, con meno problemi sanitari e, dunque, con minori costi aziendali”.

È la declinazione della sostenibilità secondo Giuseppe Magoni, allevatore di Maclodio (Brescia), con 340 ettari coltivati e una duplice vocazione zootecnica. “Allevo 650 capi da latte, dei quali 330 sono vacche in mungitura, e 850 scrofe, per una produzione annuale di circa 12.000 suini tra svezzamento e ingrasso”.

Il latte, circa 39.000 quintali all’anno, sono destinati al caseificio Bresciangrana per la produzione di Grana Padano.

Alleva bovine da latte e suini. Qual è il settore che le dà maggiore soddisfazione?

“Non ho mai fatto distinzione tra vacche e suini. Per 30 anni mi sono sentito dire che ero fortunato ad avere i suini. Negli ultimi anni mi sono chiesto se era davvero così. Sinceramente credo che l’impegno in stalla, le problematiche e le soddisfazioni siano uguali”.

Lei ha problemi di direttiva nitrati o 340 ettari sono sufficienti per il carico zootecnico?

“Ho tre aziende e ho terreni a sufficienza. Certo si fatica a rimanere entro i limiti e io opero la separazione fra solido e liquido, in modo da non superare la deroga concessa alla Lombardia di 250 chilogrammi per ettaro/anno”.

In Italia meno di 1.000 aziende hanno beneficiato del programma di riduzione volontaria della produzione, premiato con 14 centesimi al litro. Lei per caso è fra queste imprese?

“No e non conosco nessun allevatore che ha aderito. Forse in Germania il ritorno di 14 centesimi al litro per non produrre è più conveniente, in provincia di Brescia gli allevatori, se potessero, metterebbero le vacche anche sotto il letto”.

Condivide?

“No. La mia regola è: mettere 90 capi dove ce ne starebbero 100. Non capisco perché, invece, i miei colleghi sono masochisti. Il mio motto è: lavorare, non tribolare”.

Con un carico zootecnico come quello delle sue tre aziende, ha mai pensato alle energie rinnovabili?

“Sì, certo. Avrò fatto 10 preventivi per un impianto di biogas, ma poi ho rinunciato”.

Perché?

“Un investimento in quella direzione non mi sembrava logico. Punto a migliorarmi come allevatore, rendendo sempre più efficiente l’attività aziendale. Non voglio avventurarmi in altre attività”.

In quanti lavorate in azienda?

“In 22, sette familiari e 15 dipendenti. Io ho 55 anni, mio figlio 33 e fa il jolly. Si occupa di tutto, dalla fecondazione delle scrofe la domenica al segmento della meccanizzazione, dell’attività in campagna. Ognuno di noi in famiglia ha una propria mansione specifica, supportato dagli operai”.

La Baviera nei giorni scorsi ha annunciato che avvierà una campagna di marketing aggressivo per conquistare il mercato italiano. Qual è il suo commento?

“Loro fanno il loro gioco e fanno bene. Se non reagiremo credo che, Made in Italy o meno, soccomberemo alla Baviera, ammesso che sia più forte e riesca a conquistare i consumatori. Dobbiamo comunque riflettere”.

Ritiene che il latte biologico sia un’opportunità?

“Credo di sì, anche se vi sono due ostacoli principali: la conversione e i foraggi. Intorno a me chi ha provato ad avventurarsi nel comparto biologico è fallito, per cui, anche se so che c’è molta richiesta, quando sento parlare di bio mi si drizzano i pochi capelli in testa. Secondo me è più facile la strada del no-ogm, che è apprezzata comunque dal consumatore. Si rischia di meno ed è più semplice”.

Parlando di ogm e semplificando al massimo, lei è favorevole o contrario?

“Ascolto gli scienziati e mi oriento secondo la logica. Sono però favorevole al loro utilizzo, perché viviamo contraddizioni che complicano la vita di noi allevatori. Non possiamo coltivare prodotti geneticamente modificati, però li dobbiamo acquistare se non vogliamo ritrovarci pieni di aflatossine. Forse se potessimo coltivarli eviteremmo le importazioni, calerebbero i consumi di medicinali e migliorerebbe la qualità della vita degli animali”.

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di coltivare e allevare?

“Forse l’innovazione nell’irrigazione sarà uno dei punti cruciali, insieme al benessere animale. L’obiettivo è quello di semplificare tutti i passaggi dell’allevamento e dell’agricoltura in campo”.

Quali sono i suoi hobby?

“Il calcio. In passato ho anche fatto l’allenatore nelle squadre giovanili. Poi mi piace leggere, preferibilmente libri di letteratura e filosofia greca, una passione che mi ha trasmesso mio figlio”.

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto
Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto

Isalberto Badalotti
Borgo Virgilio, Mantova – ITALIA

L'allevatore Isalberto Badalotti
L’allevatore Isalberto Badalotti

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Capi allevati: 600.
Ettari coltivati: 185.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Latteria Sociale Mantova).

Sostenibilità in azienda: che cosa fate?

“La sostenibilità in azienda è un percorso complesso, ottenuto attraverso più elementi: il miglioramento della produttività e delle rese, l’abbattimento dei costi variabili, il rispetto dei suoli e la riduzione dell’impatto della chimica”.

Così Isalberto Badalotti, allevatore e veterinario di Borgo Virgilio (Mantova), uomo simbolo dell’Associazione mantovana allevatori, della quale è stato direttore per 34 anni, sintetizza il concetto di sostenibilità. Un obiettivo che, al di là del clamore che le tendenze neo-ambientaliste sollevano, le aziende agricole e zootecniche più all’avanguardia perseguono in silenzio, ma con ostinazione.

Lo sa bene Isalberto Badalotti, che insieme al fratello Ivano e al nipote Luciano conduce un’azienda di 185 ettari e con 600 capi, per una produzione totale di latte di circa 30mila quintali all’anno, conferiti alla Latteria Sociale Mantova per la produzione di Grana Padano.

Nell’azienda alle porte di Mantova è in costruzione una nuova struttura, finalizzata ad ospitare tutti gli animali giovani e a migliorare l’impatto della meccanizzazione, in modo da incrementare le produzioni e a gestire la stalla con lo stesso numero di addetti. “Puntiamo in questo modo a ridurre i costi aggiuntivi e a diminuire i costi fissi”.

Quali altri investimenti avete fatto, recentemente?

“Abbiamo costruito un separatore solido-liquido, per migliorare la qualità del prodotto destinato allo spandimento nei campi, in modo da utilizzare solamente la parte solida. I risultati di questa nuova formula di concimazione sono molto soddisfacenti”.

Qual è il risparmio?

“Non trasportando più la parte liquida abbiamo ridotto sensibilmente gli spostamenti, ma allo stesso tempo siamo riusciti a tagliare del 30% l’acquisto di urea e pensiamo di avere ancora margini di contenimento del concime chimico”.

Quali sono le nuove tecnologie che possono fare la differenza?

“Nell’ambito della mungitura sono i robot. Si stanno diffondendo anche nelle nostre zone. Noi per ora non pensiamo di adottarlo, in quanto impegnati con un investimento significativo, ma affronteremo la questione. Il robot di mungitura semplifica il lavoro e permette anche alle donne di poter seguire la mungitura, in quanto non richiede sforzi fisici. Anche i giovani, per le tecnologie coinvolte, sono avvantaggiati. Poi vi sono le innovazioni legate alla gestione dei campi”.

Quali ritiene siano prioritarie?

“Oggi c’è molta attenzione all’ottimizzazione delle risorse idriche e alle caratteristiche del suolo. Sta crescendo l’interesse verso quelle macchine combinate che riescono a ridurre le operazioni in campagna, eliminando magari l’aratura e preparando il terreno per la semina con meno passaggi. Così si preservano le caratteristiche del suolo e si ha un risparmio energetico. Sono macchine costose, per lo più in mano ai contoterzisti, che sono sempre più coinvolti nella crescita delle aziende agricole”.

Come vede il futuro dei formaggi?

“Oggi il settore guarda al futuro con maggiore ottimismo, grazie alla ripresa dei prezzi del latte, del burro, dei formaggi Dop, con il Parmigiano-Reggiano che sta rialzando la testa più velocemente del Grana Padano. Anche la campagna contro l’olio di palma ha favorito la ripresa delle quotazioni delle panne. È innegabile che i primi 6-7 mesi del 2016 sono stati molto pesanti e non so se riusciremo a compensare le perdite che le stalle hanno subito fra gennaio e luglio, per non parlare dei mesi precedenti. Bisogna anche dire che, con il prezzo del latte così basso, qualcuno ha pensato di produrre formaggio bianco, convinto di guadagnare qualcosa. Ma l’unico risultato è stato quello di intasare il mercato, influenzando negativamente anche i Dop”.

Sta aumentando l’interesse per il latte biologico. Cosa ne pensa?

“È un settore che senza dubbio sta crescendo. Per molto tempo è stato visto con scetticismo, eppure più di una stalla ha scelto di percorrere questa strada. Trovo che sia una scelta intelligente, alla luce anche della domanda in aumento. Va valutata tale opportunità caso per caso. Da veterinario mi lascia perplesso la parte relativa alle cure omeopatiche e la loro efficacia, ma prima di esprimere giudizi definitivi vorrei approfondire compiutamente anche questi aspetti”.

Che consiglio desidera dare ai giovani allevatori?

“Chi vuole allevare animali deve avere una forte passione. Se manca, è inutile cimentarsi nell’attività. Non è facile, richiede impegno costante. Una stalla non è un’azienda normale, che il venerdì chiude e riapre il lunedì. Non è possibile, poi, meccanizzare tutto: gli animali sono esseri viventi e non hanno comportamenti sempre uguali. Però l’allevatore è uno dei lavori più belli e con la passione si supera tutto. Si è visto comunque sul campo: chi aveva passione è riuscito a migliorare e ad ampliare le proprie aziende, gli altri no”.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano

 

Marco Baresi
Lonato del Garda, Brescia – ITALIA

L'allevatore Marco Baresi
L’allevatore Marco Baresi

Baresi Innocente e figlio Marco S.S. Società Agricola
Capi allevati: 700 bovine da latte.
Ettari coltivati 80.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Gardalatte).

Marco Baresi alleva circa 700 bovine da latte a Lonato del Garda (Brescia) e produce circa 32.000 quintali di latte all’anno, conferiti a Gardalatte per la produzione di Grana Padano. Coltiva 80 ettari e ha un impianto di biogas da 250 kilowatt, alimentato a reflui zootecnici (90%) e biomasse (10 per cento).

Baresi è anche vicepresidente della cooperativa Agricam di Montichiari, realtà con 2.500 soci e 2.000 clienti. Il core business sono i prodotti petroliferi e affini, la vendita e il noleggio di trattori e servizi per le automobili.

In Francia stanno parlando di marchi regionali per incentivare il consumo di latte francese. Cosa ne pensa? Potrebbe essere replicata anche da noi? Potrebbe altrimenti essere applicata la strategia del marchio in contesti specifici, come ad esempio la montagna?

“Tutto quello che ha logica imprenditoriale ci può stare. Legare un prodotto al territorio va benissimo, ma credo che si debba attivare, allo stesso tempo, una rete di promozione capillare. Le faccio un esempio, da vicepresidente della cooperativa Agricam: abbiamo organizzato una gita per i soci, ma solo metà di loro erano effettivamente nostri soci; gli altri erano amici, parenti, persone che si sono aggregate volentieri alla nostra iniziativa. Ecco, perché non sfruttare lo stesso bacino di conoscenze, competenze e vicinanza per i prodotti del territorio?”.

Secondo lei è possibile promuovere un marchio Lago di Garda?

“Sì, certo. Abbiamo un’immagine forte e un buon numero di turisti, anche dall’estero. Un marchio unico e coordinato potrebbe aiutare, non solo con riferimento al lattiero caseario. Pensi al vino e ai consorzi di promozione e tutela”.

Da Bresciano come vive l’ipotesi che con la Riforma Madia sugli enti pubblici il Comune di Brescia si debba liberare delle quote della Centrale del Latte di Brescia? Il vostro mondo ne sta parlando?

“Ne siamo a conoscenza e qualcosa si è mosso. Recentemente ci sono stati acquisizioni e ingressi in società, come ad esempio la cooperativa Latte Indenne, il Gruppo Granarolo, anche Coldiretti si è mossa. Il problema del mondo agricolo è che è difficile da aggregare e che non ha molte risorse, almeno con riferimento ai singoli produttori, talvolta anche se aggregati. E poi la stessa politica europea sullo Sviluppo rurale non agevola il percorso di acquisizione o aggregazione”.

Il latte biologico è un’opportunità?

“Certo. È una delle opportunità classiche per il nostro mondo. Oggi più del 30% delle nostre aziende hanno una doppia Partita Iva e si affacciano al biologico, che non è una missione facile, bisogna dirlo. Non si tratta solo di accendere o spegnere un interruttore, perché convertirsi al biologico, prima ancora che una scelta di business, è di natura culturale. Se l’imprenditore non ci crede, inutile che lo faccia”.

Vi sono aree o situazioni più vocate?

“Premesso che la molla deve essere culturale e maturata convintamente, credo che in parte vi siano zone non più vocate, ma che si potrebbero prestare di più per la loro natura. Penso alla zona dei prati stabili tra Marmirolo e Goito oppure in Valcamonica, nella zona della media e più ancora dell’alta valle. Credo che sia più facile produrre latte biologico in quelle aree, invece che nella Bassa Bresciana, magari in aziende con 500 vacche in mungitura”.

Secondo lei la strategia dei 14 centesimi al litro di latte per non produrre è vincente?

“Per le aziende della Pianura Padana credo proprio di no. Forse qualcuno può rientrare nei parametri del decreto ministeriale e riesce a trarne beneficio, ma in linea di massima non ritengo che sia una scelta conveniente per l’area padana. Abbiamo stalle di una dimensione media significativa, con una vocazione a produrre, non penso che eliminando una parte degli animali per tre mesi sia sufficiente per una svolta strutturale che, complessivamente, è molto lontana dalla strategia del nostro settore”

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di fare agricoltura?

“Gli aspetti innovativi sono molti: biologico, minima lavorazione, agricoltura e zootecnia di precisione. Ma la differenza la faranno la mentalità e la professionalità. I giovani di oggi sono diversi rispetto a qualche anno fa e rappresentano il nostro futuro. Sono cresciuti notevolmente, hanno curiosità e preparazione, sono dinamici e attenti. Sono loro che innoveranno, tanto in azienda quanto nei rapporti con le banche. L’impresa del futuro passa attraverso di loro e alla nuova cultura imprenditoriale”.

Come mai la cooperazione è meno diffusa nel Bresciano e nel Cremonese rispetto al terzo vertice del cosiddetto “Triangolo del latte”, cioè Mantova?

“Bella domanda. Cremona ha un territorio totalmente diverso da Brescia, i terreni sono padronali, se così possiamo definirne la dimensione. A Brescia ci sono grandi realtà, è vero, ma siamo anche più personalisti, ci muoviamo singolarmente. Mantova ha una cultura diversa. Ma credo che anche Brescia e Cremona abbiano cominciato a lavorare con più sinergie, consapevoli che siamo un mercato comune, ormai. E poi Brescia, se anche non ha una cooperazione forte come Mantova nell’agroalimentare, vanta numeri importanti in altri settori extra-agricoli”.

Piergiovanni Ferrarese
Sorgà, Verona – ITALIA

L'allevatore Piergiovanni Ferrarese
L’allevatore Piergiovanni Ferrarese

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Capi allevati: 300 | 130 in mungitura.
Ettari coltivati: 125.
Destinazione del latte: Latte Alimentare (Scaligera Latte).

“La missione del futuro è parlare del prodotto, raccontare la filiera del latte, promuoverla, sostenere l’accesso al credito e le start up, far conoscere ai consumatori che cosa sta dietro un litro di latte, dalla mangimistica all’alimentazione, dalla produzione alla commercializzazione. Invece gli stessi allevatori sono rimasti fermi a farsi la guerra, mentre montava un ambientalismo estremista, che accusava i produttori di inquinamento. A Bruxelles dobbiamo essere uniti, perché non abbiamo più margini per pagare le guerriglie dei Vietcong del no”.

Ha le idee chiare Piergiovanni Ferrarese, 24 anni, una laurea in Giurisprudenza (“con una tesi sull’aggregazione in agricoltura, ci tengo molto che si sappia”, spinge) e un’azienda di famiglia di 125 ettari in proprietà a Sorgà, nel Veronese, con 300 capi, dei quali 150 in mungitura. Il latte viene venduto alla Scaligera Latte, guidata dallo zio Carlo.

Tra i rappresentanti dell’Anga Veneto di Confagricoltura, recentemente Ferrarese ha conquistato la rappresentanza italiana all’interno del Gruppo latte del Ceja, il Consiglio europeo dei giovani agricoltori.

Quali sono le esigenze dei giovani?

“Da noi una delle principali esigenze, forse la prima per importanza, è l’accesso al credito. Troppe volte le banche rendono impossibile l’accesso al credito e troppo speso si lasciano abbindolare dalle mode del momento, non finanziando magari progetti o start up che non rispecchiano le tendenze in atto. A livello nazionale, poi, scontiamo ritardi che penalizzano ulteriormente il sistema agricolo. Sotto la presidenza dell’amico Matteo Bartolini, il Ceja aveva ottenuto dalla Banca degli investimenti europei (Bei) un canale privilegiato per ottenere finanziamenti agevolati in agricoltura. In alcuni paesi l’operazione ha avuto seguito, in Italia non mi risulta”.

La Pac dà sufficienti risposte? Come si potrebbe migliorare?

“La Pac cerca di dare risposte, ma soffre innanzitutto un problema di burocrazia elefantiaca. Invece, dovrebbe trasformarsi rapidamente in uno strumento di rafforzamento di idee concrete, sostenute da business plan ponderati. Dobbiamo metterci in testa che le risorse disponibili saranno sempre meno, mentre gli sforzi richiesti agli agricoltori saranno più pesanti. Noi giovani agricoltori abbiamo una sola missione: migliorare la qualità delle produzioni, ma per farlo è necessario investire. Allo stesso modo, ritengo siano determinanti gli scambi imprenditoriali, per sostenere la circolazione delle idee e delle esperienze”.

Come giudica il Pacchetto Latte anticrisi approvato nelle scorse settimane a Bruxelles?

“Un ottimo punto di partenza, anche se suddivisi tra gli Stati Membri sono briciole. L’Italia è al 17° posto per risorse disponibili, in rapporto alla quantità di latte prodotta. Per essere finalizzati a sostegno della zootecnia è necessario che tali fondi siano impiegati per finanziare progetti veri e concertati con gli agricoltori. Ma se gli allevatori per ottenere gli aiuti dovranno spendere tempo e denaro per compilare carte, allora si cambi strategia e si finanzino l’approccio al mercato e misure per l’export”.

Molto spesso si parla di export come via prioritaria per la ripresa. Quali sono, dal suo osservatorio, le maggiori difficoltà che il sistema lattiero caseario italiano incontra nella fase di export?

“I punti deboli sono molti. Il primo riguarda l’approccio al mercato. Ci sono paesi che hanno studiato la domanda, altri hanno cercato di imporre l’offerta. Se non si conoscono i mercati internazionali è molto complicato avere successo, non si può più andare allo sbaraglio. I produttori dovrebbero essere più etici, più trasparenti, seguire nella filiera lattiero casearia quanto avvenuto nel mondo del vino, aprendo le cantine ai consumatori. E allora: apriamo le stalle ai visitatori, facendo leva sulla forza del territorio. Un altro elemento riguarda le certificazioni: il bollino non è la salvezza di tutto. Ci siamo affidati sempre e solo alle Dop: credo siano la strada maestra, ma non l’unica. Iniziamo a confrontarci con gli altri paesi e troviamo strategie comuni”.

Qual è la sua opinione sulla Brexit?

“È un campanello d’allarme per disegnare un’Europa agricola totalmente diversa da quella che abbiamo. E l’Italia deve contribuire alla costruzione di una Ue più moderna e al passo con le sfide del mercato e le esigenze dei popoli. Bisogna rimanere uniti, perché il futuro è insieme. Chi parla di ritorno alla lira è fuori dal mondo. Si cammina insieme. E per arrivare a politiche più coese e condivise in agricoltura, forse l’Italia dovrebbe riflettere sul fatto che siamo l’unico paese con 21 Psr”.

Pensa sia più corretta la centralizzazione?

“Se in Italia centralizzare vuol dire fare come Agea, allora no, grazie. La regionalizzazione va bene se le Regioni funzionano. La mia azienda si trova in Veneto e in Lombardia e in entrambe le realtà l’amministrazione risponde ai cittadini. In altre parti del Paese non è così e i Programmi di sviluppo rurale stentano a decollare. Questo è un serio problema per il sistema agricolo nazionale”.

Che fare, dunque?

“La soluzione è forse ragionare per macroregioni, tenendo ben presente che alcune politiche di controllo e di sicurezza debbano essere regolamentate a livello comunitario. Abbiamo bisogno di regole comuni per competere e svilupparci allo stesso livello”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Alla farmaceutica: molto spesso abbiamo a che fare con prodotti vietati in Italia, ma ammessi in altri Stati dell’Ue, come in materia di zootecnia da ingrasso o di tempi di sospensione dei farmaci nella produzione del latte, che in Italia sono di cinque giorni e in altri paesi sono di zero. E poi, dobbiamo armonizzare la burocrazia ed eliminare tutte quelle norme anacronistiche”.

Mi faccia un esempio.

“Pensi alle imposizioni legate alla Bse, che sono divieti e costi in più per l’allevatore”.

Cosa pensa del latte biologico?

“Dire sì o no al biologico è folle. Il biologico è un’ottima alternativa; è una possibilità, visto che il mercato lo richiede. Come giovani agricoltori crediamo che il produttore debba osservare innanzitutto un modus operandi etico, ma allo stesso tempo l’Unione europea deve garantire controlli e regole uguali per tutti gli stati Membri. Demandare regolamenti e certificazioni a livello nazionale non ha senso”.

Parliamo di innovazione: cosa pensa dei robot di mungitura?

“Li sto studiando da diversi anni, con molto interesse. Credo che nei prossimi anni non potremo farne a meno; ma si tratta di una tecnologia che non sostituirà mai il ruolo dell’uomo, al massimo, sarà un alleato dell’allevatore”.

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.

Silvano Cobelli
Cavriana, Mantova – ITALIA

L’allevatore Silvano Cobelli

Azienda Agricola Società Agricola Cobelli
Capi allevati: 210 | 100 in mungitura.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(Zanetti S.p.A.).

Silvano Cobelli, 48 anni, allevatore di Cavriana con 210 capi allevati, di cui 100 in mungitura; 60 ettari coltivati a medica, mais, prato stabile e vigneto (che è l’altro business dell’azienda), conferisce il latte a Zanetti per la produzione di Grana Padano.

Ha avuto problemi con la consegna di latte?

“Nessuno, ho rinnovato il contratto dal 1° aprile, con un prezzo in linea col mercato”.

Conosce allevatori che sono rimasti a piedi con la consegna del latte?

“No, nella mia zona nessuno. In Liguria so che è stato risolto il problema, ma è una follia arrivare a gettare il latte nei fossi”.

Quali suggerimenti ha per risolvere questa crisi così pesante?

“La crisi deriva dalla cattiva gestione del dopo quote. Tutti hanno aumentato la produzione di latte, l’embargo russo ha fatto venire meno uno sbocco di mercato importante. Era inevitabile: in Europa si producono circa 22 milioni di quintali di latte in più e i prezzi sono crollati”.

Condivide il piano produttivo del Grana Padano?

“Sì, se si decide una linea va seguita. Il piano produttivo non può essere valido per tre mesi sì e due no e viceversa. Una volta adottato si rispetta e si farà annualmente, magari, un controllo di funzionalità. In caso contrario andremmo ad appesantire un mercato già abbastanza gravato da fattori esterni”.

Nella vostra azienda qual è la prima voce di spesa?

“L’irrigazione: paghiamo 600 euro/ettaro all’anno. Per irrigare abbiamo turni settimanali e si innaffia una volta ogni 8 giorni, ma paghiamo comunque la medesima cifra, qualunque coltura sia in campo”.

Che cosa suggerisce?

“Potremmo introdurre contatori dell’acqua sugli idranti e pagare in base ai consumi e non in base alle superfici”.

Producete anche vini DOP dei Colli Morenici. Andando oltre il prezzo, vi dà più soddisfazione il vino o il latte?

“Sono due mondi diversi. Nel vino metti di più della tua iniziativa, puoi scegliere l’etichetta, la destinazione di mercato, hai contatti diretti con i privati, i ristoratori, le enoteche. Ma anche il latte ci dà molta soddisfazione, perché possiamo contare su una buonissima genetica, ottime medie di produzione, una qualità che ci viene riconosciuta. Questo ci porta a lavorare con passione e a continuare a investire”.

Quali investimenti state facendo?

“Abbiamo cambiato il sistema di podometri alle vacche, in un futuro potremmo avere la sala robotizzata o il robot di mungitura. Abbiamo i collari che misurano la ruminazione degli animali, per avere sempre di più le bovine sotto controllo e migliorarci ulteriormente”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo energetico?

“Abbiamo installato un fotovoltaico per autoconsumo già cinque anni fa. Ci riduce la bolletta della luce anche della metà in estate, forse anche di più”.

Che suggerimenti desidera inviare al Consorzio di tutela del Grana Padano?

“Far conoscere di più ai consumatori cosa facciamo nelle stalle, perché spesso passa il concetto che sfruttiamo gli animali, quando non è così. Inoltre, dovremmo spiegare ai consumatori come si fa il Grana Padano. Me ne accorgo quando vendo il vino in cantina: non appena si accorgono che ho anche la stalla, sono tutti incuriositi e affascinati dal nostro lavoro. È bellissimo, raccontiamolo di più”.

Società Agricola Cobelli
L’Azienda Agricola Società Agricola Cobelli

Società Agricola Cobelli

Società Agricola Cobelli

Matteo Salati
Olmo di Gattatico, Reggio Emilia – ITALIA

L'allevatore Matteo Salati
L’allevatore Matteo Salati

Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.
Capi allevati: 1.000 | 400 in lattazione.
Ettari coltivati 280.
Destinazione del latte: Parmigiano Reggiano DOP (Caseificio del Milanello Terre di Canossa).

Con 280 ettari coltivati interamente a mais e foraggere (medica, frumento da foraggio, prato stabile, loietto e panico) e una stalla con 1.000 capi (di cui 400 in mungitura), l’azienda in cui Matteo Salati di Olmo di Gattatico (Reggio Emilia) lavora è occupata da 8 lavoratori fissi e 2 part time. Un piccolo esercito.

“Io e mia moglie Ilaria ci occupiamo della gestione dell’allevamento, mio fratello Lorenzo campagna, mio papà Vincenzo dell’amministrazione e del caseificio Milanello di Campegine di cui è presidente e dove destiniamo il latte per la produzione di Parmigiano Reggiano”, spiega Matteo Salati.

Le dimensioni innescano inevitabilmente economie di scala e, allo stesso tempo, l’attenzione alla sostenibilità è elevata.

“Per ridurre il consumo energetico abbiamo cambiato l’impianto di ventilazione. Questo ha portato un beneficio di 5 kwh consumati in meno nei mesi estivi. Inoltre, abbiamo montato le piastre per raffreddare il latte, grazie alle quali risparmiamo i due terzi dell’energia, che prima era necessaria. Il tutto con una spesa sopportabilissima. Il calore recuperato serve per scaldare l’acqua destinata agli animali”.

E sul consumo idrico?

“Abbiamo livellato una quota importante dei nostri terreni, tanto che oggi sia i prati stabili che le superfici che irrighiamo a scorrimento richiedono meno acqua”.

Il Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano nei giorni scorsi ha annunciato l’operazione di valorizzazione del prodotto di montagna. Pensa sia positiva?

“Per me è giusto che si valorizzi la montagna, perché l’agricoltura tutela il territorio e l’occupazione, con un indotto importante. In zona collinare e montana viene fatto circa un quarto del totale del Parmigiano-Reggiano. La mia è un’opinione disinteressata sul piano aziendale, essendo collocato nella Bassa reggiana. Tuttavia, ritengo che sia giusto, a patto che il prodotto sia davvero di montagna e non frutto di una lavorazione in montagna, ma con latte di pianura”.

E come si può garantire la tracciabilità del latte di montagna?

“Guardare innanzitutto dove è ubicata la stalla. E affidare la vigilanza sulla qualità agli organi preposti, potenziando con la condivisione del Consorzio dove è più necessaria”.

L’assemblea del Parmigiano-Reggiano ha votato la prosecuzione del piano produttivo per altri tre anni. È soddisfatto?

“Credo che l’impianto del piano produttivo sia migliorativo rispetto a quello del triennio precedente. La finalità è giusta: mantenere in equilibrio la produzione di forme, in modo da evitare impennate e depressioni di prezzo che hanno punito i nostri bilanci. Serve ora la ratifica da parte di tutti i produttori. Hanno votato almeno i due terzi dei caseifici, adesso almeno i due terzi dei produttori devono approvare”.

Dopo le dimissioni di Alai, chi vorrebbe come presidente?

“Non mi sbilancerò sul nome. Sicuramente al Consorzio serve una persona che abbia le idee ben chiare non su moltissime iniziative, ma sulle più importanti, che devono essere portate a termine. Il presidente dovrà fare squadra col consiglio e puntare su temi cardine: controlli sulla qualità, anche sugli impianti del grattugiato e sugli impianti di trasformazione, la pubblicità deve essere mirata e non generalista e i piani produttivi tenuti monitorati”.

L'Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.
L’Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.

Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.

L'allevatore Matteo Salati

Fabiano Luppi
Gonzaga, Mantova – ITALIA

L’allevatore Fabiano Luppi

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.
Capi allevati: 130 | 60 in lattazione.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Parmigiano Reggiano DOP (Latteria Agricola Venera Vecchia).

Fabiano Luppi, 36 anni, è un allevatore di 130 bovine da latte e di 1.400 suini all’ingrasso tra Gonzaga (area milk) e Pegognaga (maiali). La destinazione del prodotto la dice lunga sulla sua filosofia, fortemente ispirata alla cooperazione.

Il latte viene conferito alla latteria Venera Vecchia di Bondeno di Gonzaga, per la produzione di Parmigiano-Reggiano; i suini sono commercializzati tramite Opas, la organizzazione di produttori che ha ampliato i propri orizzonti, affittando il macello Italcarni e stringendo alleanze interessanti con altri player per valorizzare il prodotto.

Gli ettari coltivati dalla famiglia Luppi sono 60, con le coltivazioni classiche per la zootecnia del distretto del Parmigiano-Reggiano: erba medica, mais, erbaio di graminacee e frumento.

Crede molto alla cooperazione. Qual è il valore aggiunto?

“Essere sul mercato uniti come allevatori permette di fare una discreta massa critica e a non soccombere di fronte alle decisioni degli industriali. I vantaggi della cooperazione riguardano anche altri aspetti, come ad esempio mantenere spese più basse. Essere uniti fa la differenza, e vale anche per le stalle di grandi dimensioni, non solo per i più piccoli”.

Un’alleanza tra cooperazione e industria, secondo lei è fattibile?

“Sì, a patto che ci siano obiettivi comuni. Oggi ci confrontiamo con il mondo e dobbiamo allargare gli orizzonti, ma credo che si possa collaborare esclusivamente se c’è unità di intenti”.

Il Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano nei giorni scorsi ha annunciato l’operazione di valorizzazione del prodotto di montagna. Pensa sia una scelta positiva?

“Certamente, perché oggi è indispensabile avere una propria connotazione sul mercato. Non opero in montagna, ma nel Basso Mantovano e, sullo stesso principio del prodotto di montagna, che deve essere controllato e certificato, sono convinto che anche Mantova debba perseguire la strada della caratterizzazione produttiva, lanciando un modello di Parmigiano-Reggiano di pianura o identificato con il distretto di Mantova. La maggior parte delle persone non sa che anche nella parte di Lombardia che sta sulla riva destra del Po si produce Parmigiano-Reggiano. Dobbiamo comunicarlo e valorizzare il più possibile il prodotto. La promozione ormai è parte integrante dell’attività”.

Parlando di alleanze, ritiene auspicabile un’intesa tra Grana Padano e Parmigiano-Reggiano per la commercializzazione, magari anche all’estero?

“Iniziare una formula efficace di collaborazione sui mercati non è male. Se pensiamo che gli industriali già lo fanno, non vedo perché non si possa fare anche nella cooperazione o tra consorzi di tutela. La mia latteria, la Venera Vecchia di Bondeno, conferisce le forme al Virgilio, che commercializza sia il Grana Padano che il Parmigiano-Reggiano. La strada è quella, si può anche accorpare più realtà”.

Cosa pensa del fenomeno dei formaggi “bianchi”?

“Se il disciplinare non vieta le produzioni, si può fare. E credo che il Parmigiano-Reggiano non debba avere paura della concorrenza dei formaggi bianchi, perché è altro: più valore, più storia, qualità migliore. Ma bisogna essere bravi a farlo sapere, perché se pensiamo che basti il blasone per vendere a un prezzo soddisfacente, siamo finiti”.

Qual è l’identikit del futuro presidente del Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano?

“Dovrà essere un presidente di unione. Con questo non voglio assolutamente dire che Alai non lo fosse. Le nostre sfide sono continuare a produrre di qualità e su questo versante non si deve cedere. Le ultime norme del consorzio sul grasso e sulla localizzazione delle vacche tutelano di più la qualità del prodotto, dobbiamo farcelo pagare per quello che vale”.

Qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“L’alimentazione delle bovine, che incide per circa 25 euro al quintale. Non possiamo, per i vincoli imposti dal disciplinare, comprimere i costi. Inoltre, bisogna anche fare una scelta di campo: per ottenere la qualità serve la qualità degli alimenti. Se mi limitassi a inseguire ogni mese i costi della razione alimentare la dovrei cambiare costantemente, fallendo l’obiettivo della continuità. La flessibilità non deve essere anarchia”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo idrico o energetico?

“Siamo abbastanza attenti ai costi e cerchiamo di contenerli con diverse azioni. Siamo soci della cooperativa San Lorenzo di Pegognaga e ci affidiamo al servizio di separazione dei reflui: la parte liquida viene usata come fertirrigazione dei terreni, con conseguente risparmio della spesa per i concimi chimici. La parte di scarto viene valorizzata nei digestori per la produzione di biogas.

La lotta alla piralide del mais viene fatta in maniera biologica, attraverso il drone. I risultati sono i medesimi del trattamento chimico, ma è più sostenibile e in due anni che seguo tale metodo non ho rilevato controindicazioni.

Sul versante della sostenibilità idrica ho aderito al progetto del consorzio di bonifica Terre dei Gonzaga, grazie al quale riusciamo a sapere qual è il momento migliore per irrigare”.

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.
Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.

Andrea Trentin
Thiene, Vicenza – ITALIA

L'allevatore Andrea Trentin
L’allevatore Andrea Trentin

Azienda Agricola Trentin Carlo
Capi allevati: 150 | 80 in lattazione.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP, Asiago DOP, Latte Alimentare (Latterie Vicentine).

Andrea Trentin, 35 anni, è un allevatore di Thiene (Vicenza). Alleva 150 capi, dei quali 80 in lattazione e coltiva 50 ettari, due terzi dei quali a prato stabile e un terzo a cereali, in rotazione fra mais, orzo ed erba medica.
Il latte è conferito alla cooperativa Latterie Vicentine, di cui Trentin è vicepresidente, ed è certificato per una triplice destinazione: Grana Padano, Asiago e latte alimentare di alta qualità.

Partiamo dalla cronaca: il Consorzio di tutela dell’Asiago nei giorni scorsi ha bloccato un falso su Amazon. Qual è il suo commento?

“È evidente che internet è uno strumento che tanto è utile come volano di vendita quanto è rischioso. Va monitorato e usato con estrema serietà, perché purtroppo le potenzialità sono uguali sia per chi produce che per chi froda. Ma penso che internet rimanga un’opportunità da sfruttare per vendere”.

Restiamo ancora sul Consorzio dell’Asiago: come commenta la crescita in questi anni?

“La crescita è figlia di un piano di regolamentazione dell’offerta di cui si è dotato il Consorzio, finalizzato non alla riduzione della produzione, ma alla valorizzazione del formaggio Asiago, spiegando che è un prodotto unico, non surrogabile o duplicabile altrove”.

Anche l’export è cresciuto.

“Sì, le performance sono positive. Ci sono amplissimi spazi di crescita, perché ad oggi ci sono ancora piccoli caseifici non organizzati, che potrebbero mettersi in rete e aumentare le esportazioni. E poi, accanto al piano produttivo in questi anni il Consorzio dell’Asiago ha puntato a responsabilizzare i produttori, che vivono in maniera più attiva le scelte consortili, molto più partecipate”.

Quali sono i Paesi nel mirino dell’export?

“Da un lato potremmo dire che i Paesi nel mirino sono tutti, perché siamo poco conosciuti all’estero e le potenzialità sono ovunque. La sensazione è che ci sarà più spazio in quantità in Paesi che consumano già formaggi. Potrebbe essere meno impattante crescere in Paesi vicini a noi, dove il consumo pro capite è più alto. Ma anche nei Paesi dove siamo già apprezzati è bene insistere, perché più ti allontani più diventa oneroso per un prodotto che non è strutturato per l’export”.

Guardando alla sua azienda agricola, qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Il costo alimentare, che incide per 18 centesimi al litro su un prezzo totale di vendita di 36 centesimi. Quindi incide per un 50%, almeno nel mio caso. Nella nostra azienda stiamo molto attenti ai costi dell’alimentazione e agli acquisti delle materie prime necessarie per le bovine. In questa fase, ad esempio, abbiamo strutturato la superficie coltivata per produrre più fieno del nostro fabbisogno, mentre la quantità necessaria di cereali la acquistiamo. Siamo in una zona in cui dobbiamo avere terreni sufficienti per smaltire i reflui zootecnici”.

Quali potrebbero essere i costi comprimibili?

“Uno dei costi che potrebbero essere ridotti è l’energia. Il fotovoltaico è una strada da percorrere, ma oggi è troppo oneroso per l’azienda, almeno in questa fase di mercato. Di certo noi ci siamo orientati, mano a mano che è necessario, ad acquistare macchine e attrezzature a basso assorbimento di potenza. È una caratteristica che osserviamo, prima di comprare qualcosa di utile per l’azienda. È stato così, ad esempio, per i ventilatori delle stalle: abbiamo abbattuto del 70% il consumo, che in termini assoluti incide nei periodi estivi per il 25% dei costi energetici.

Prossimamente installeremo dei pannelli solari termici per riscaldare l’acqua di abbeverata e il latte per i vitelli. Abbiamo già installato pannelli destinati al recupero del calore.

I costi aziendali si riducono anche scegliendo accuratamente le colture. Per il mais, ad esempio, scegliamo colture a ciclo brevissimo, per ridurre il fabbisogno idrico e il rischio aflatossine”.

Oltre a lei quanti lavorano in azienda?

“Due persone fisse per la mungitura, la preparazione degli alimenti e le cuccette; il papà è pensionato, ma dà un aiuto nelle fasi di mungitura. Io invece mi occupo di fecondazioni artificiali, piani di accoppiamento, gestione aziendale anche sui versanti economico e burocratico. Fra l’altro sono vicepresidente della Latterie Vicentine e sono nel consiglio direttivo del Consorzio di Tutela dell’Asiago”.

Azienda Agricola Trentin Carlo

Azienda Agricola Trentin Carlo

Barbara Greggio
Goito, Mantova – ITALIA

L'allevatrice Barbara Greggio
L’allevatrice Barbara Greggio

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Capi allevati: 165 | 74 in lattazione.
Ettari coltivati 40.
Destinazione del latte: Grana Padano
(Latteria Sociale Mantova).

“Il futuro delle cooperative è unirsi, collaborare il più possibile e magari creare sinergie fra consorzi e arrivare ad avere un paniere di formaggi ampio e di qualità, per esportare senza farsi la guerra, ma raggiungendo l’obiettivo di incrementare la vendita al di fuori dell’Italia”.

Concetto chiaro e semplice, che Barbara Greggio, allevatrice di Marmirolo (180 capi e una produzione di latte di 7.600 quintali nel 2015, conferiti alla Latteria Sociale Mantova) ribadisce dopo averlo già espresso come relatrice al convegno di CLAL.it e dell’Associazione mantovana allevatori al Bovimac di Gonzaga.

“Noi della Latteria Sociale Mantova siamo comunque fortunati, perché è una realtà che esporta in tutto il mondo e ha una grande operatività”, precisa Barbara Greggio.

Al Bovimac aveva detto che il consorzio del Grana Padano dovrebbe comunicare di più i valori del formaggio. Conferma?

“Sì. Chiarisco che non è affatto una critica al Consorzio. Anzi, ho parlato con il direttore, Stefano Berni, e mi sono resa conto che stanno lavorando molto e bene. Però non sempre il consumatore riceve una corretta informazione e dovremmo interrogarci, come allevatori e come filiera, su quali azioni possiamo mettere in campo affinché passi il concetto che il Grana Padano è un formaggio buono, sano, completo come il Parmigiano-Reggiano, che forse ha un’immagine più di qualità”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Uno degli aspetti sui quali mi concentrerei è quello del lisozima. Penso che la strada sia quella di eliminarlo dal processo produttivo, perché, pur essendo una proteina assolutamente naturale, deriva dall’uovo e l’uovo è un allergene”.

Qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Fino all’anno scorso era l’alimentazione, perché avevamo meno terra in conduzione ed era tutta coltivata a prato stabile. Il resto delle materie prime per l’alimentazione animale le acquistavamo. Oggi, invece, coltiviamo circa 40 ettari tra proprietà e affitto. Stiamo pensando di coltivare, accanto al prato stabile, una parte a mais, a orzo da fieno o altri cereali come orzo o i miscugli che stanno prendendo piede adesso. Però appunto da alcune settimane, da quando abbiamo siglato il contratto, è l’affitto la prima voce di costo dell’azienda e non sapremmo in realtà come diminuirla”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo idrico o energetico?

“Essendo in affitto come azienda non abbiamo intenzione di adottare i pannelli fotovoltaici, ma qualche attenzione sul recupero dell’acqua calda, ottenuta dal sistema di raffreddamento del latte, lo abbiamo adottato. L’acqua calda viene impiegata d’inverno per i vitelli e alcune volte serve per il lavaggio delle macchine”.

Di che cosa si occupa in azienda?

“Io mi occupo della mungitura e seguo l’amministrazione, il papà si occupa dell’alimentazione, cura le manze, fa le fecondazioni artificiali e segue insieme a mia madre i campi; la mamma, oltre a seguire i campi, fa un po’ il jolly e interviene dove c’è bisogno”.

Che cosa fa nel tempo libero?

“Ho ripreso a studiare Biologia all’Università di Modena e sto preparando la tesi per scoprire se i pollini dei terreni superficiali corrispondono alla vegetazione del prato stabile”.

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Azienda Agricola Greggio Giuseppe

 

 

Tommaso Visca
Carmagnola, Torino – ITALIA

L’allevatore Tommaso Visca

Azienda Agricola Cascina Cervirola
Capi allevati: 400 | 175 in lattazione.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Formaggi Freschi
(Gruppo Caseario Pugliese-Conrado).

Dai salesiani, dove ha studiato come geometra prima di entrare nell’azienda agricola di famiglia, Tommaso Visca da Cuneo ha appreso la caparbietà nel raggiungere l’obiettivo e la tenacia di un lavoro di squadra, che si è tradotta in una gestione collettiva dei mezzi agricoli.

Con 400 bovini allevati e 60 ettari coltivati, ha deciso di scommettere sulla sostenibilità. Partendo dal bilancio proteico.

“Le spese energetiche incidono per l’8-10% delle uscite totali, è importante razionalizzare anche quelle voci, ma la priorità va data alla produzione proteica in azienda, che pesa invece per il 40% del fatturato”, afferma Visca.

In che modo?

“Cerco di sostituire le fonti proteiche come la soia, che non coltivo, ma acquisto, con erba medica, che invece produco e che mi permette di fare rotazione nei campi, di fissare l’azoto e, di conseguenza, di acquistare meno concimi. Anche l’amido, che rappresenta la componente energetica della razione, lo compro, perché coltivarlo nei campi costa molto”.

Oggi come sono coltivati i 60 ettari dell’azienda?

“In questo momento ho 37 ettari a erba medica e sui restanti 23 coltivo loietto, dal quale ottengo una buona fibra per gli animali e una discreta fonte proteica. Poi coltivo mais in secondo raccolto”.

Qual è il suo obiettivo?

“Stare un passo davanti agli altri, in uno scenario in cui la competitività è la chiave per sopravvivere, in questa fase di prezzi del latte non proprio esaltanti”.

Partecipando al convegno al Bovimac di Gonzaga lei ha dichiarato che comunque il prezzo del latte non è il suo primo pensiero. È una affermazione abbastanza spiazzante. Conferma?

“Sì, mi rendo conto. Ma non sono interessato al prezzo del latte, perché è un parametro sul quale non posso incidere più di tanto. Lavoro per ridurre i costi di produzione e aggregare l’offerta, poi cerco di spuntare il miglior prezzo. Produrre in Italia costa di più rispetto agli altri Paesi perché abbiamo poco pascolo e aziende con poca terra, bisogna dunque trovare altre soluzioni per rimanere sul mercato”.

Lei presiede la cooperativa Light Service. Di che cosa si occupa?

“È una cooperativa che commercializza il latte ed è in fase di collocazione del prodotto che cerco di spuntare il migliore realizzo. Però Light Service ci permette di utilizzare in condivisione mezzi agricoli, attrezzature e servizi. Abbiamo acquistato attraverso la cooperativa, anche per avere i vantaggi fiscali previsti dalla legge, carri, botti, spandiletame, che vengono poi utilizzate dalle aziende socie. Fra queste, per le stalle, anche la macchina che solleva gli animali per operare il pareggio podale”.

In azienda lavora con suo padre Giovanni e suo fratello Valerio, di un anno più giovane. Come vi siete suddivisi i compiti?

“Io mi occupo di fertilità e di sviluppo dei nuovi progetti, anche confrontandomi con altre aziende; seguo inoltre i bandi del Psr e ogni opportunità legata ai contributi pubblici. Inoltre, mi occupo di fertilità delle bovine e delle fecondazioni, della parte sanitaria e dei trattamenti, della gestione della vitellaia e tengo i rapporti con il mungitore, che è indiano. Mio fratello invece si occupa di tutti gli aspetti legati all’alimentazione per l’allevamento, mentre mio papà si occupa della gestione dei campi”.

Vi servite di contoterzisti?

“Solo per la raccolta del mais, il resto lo facciamo direttamente noi”.

Azienda Agricola Cascina Cervirola

Tommaso Visca

Ivo Fedrazzoni
Sermide, Mantova – ITALIA

L’allevatore Ivo Fedrazzoni

Fedrazzoni Ivo e Altri Società Agricola S.S.
Capi allevati: 270 | 120 in mungitura.
Ettari coltivati 117.
Latte prodotto: 13.600 quintali, conferito alla Latteria Mogliese.

Come giudica la bocciatura della modifica del disciplinare del Parmigiano-Reggiano relativa al rigato?

“Ero favorevole alla sua approvazione. Era un primo passaggio per arrivare a dire che un prodotto come il Parmigiano-Reggiano deve essere solo quello marchiato e di qualità, per evitare equivoci. Il secondo passaggio poteva essere quello di promuovere solo quello a marchio, non il mezzano. Era, in sintesi, un’occasione per fare chiarezza e fare in modo che non fosse commercializzato senza crosta, come accade invece oggi”.

Si è parlato più volte in passato di integrazione verticale nella filiera e di accordi fra cooperative e industria. Lei è anche presidente della Latteria Mogliese e voi, come realtà cooperativa, avete anticipato i tempi. Come si configura l’intesa con il gruppo Zanetti?

“È un accordo fra cooperative e industria. Noi abbiamo in conto lavorazione il latte di Zanetti, che conferisce qui il latte e a fine anno faremo i conti dei costi. Parte della stagionatura verrà effettuata da noi, ma non l’intero ciclo per mancanza di spazi. Abbiamo cominciato nel 2015, per cui non abbiamo dei precedenti. Ma posso dire che siamo molto soddisfatti, perché c’è anche stato un salto di qualità nella gestione, grazie alla somma delle esperienze, loro e nostra, anche nella lavorazione”.

Come è migliorata la produzione grazie ai consigli di Zanetti?

“Abbiamo migliorato complessivamente tutte le fasi di lavorazione. Avevamo in verità standard già elevati, ma abbiamo introdotto dei percorsi di verifica più puntuali sulle attività della giornata”.

Lei ha una stalla nuova. Che cosa sta pensando di fare per migliorare le performance? Ha fatto tutto per migliorare?

“Non si è mai fatto tutto per migliorare. Personalmente incrementerò i capi in stalla per ottimizzare la manodopera, che è il punto debole dell’azienda”.

Parlando di manodopera, lei è favorevole ai robot di mungitura?

“Sì. Abbiamo appena approvato il nuovo disciplinare del Parmigiano-Reggiano, ma non abbiamo toccato il tema dei robot di mungitura. I cambiamenti nel consorzio avvengono ogni 10 anni circa e temo che sarà un dibattito molto acceso, come capitò in passato per l’introduzione dei carri unifeed. Ma sono anche convinto che il robot consenta di ottimizzare il sistema di controllo della mandria, che può dare qualche vantaggio”.

Azienda Agricola di Ivo Fedrazzoni

Roberto Chizzoni
Bozzolo, Mantova – ITALIA

L'allevatore Roberto Chizzoni
L’allevatore Roberto Chizzoni

Azienda Agricola Canili di Chizzoni Roberto.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati 180.
Destinazione del latte: Granarolo.

Da tempo Granarolo ha pagato il latte alla stalla 37 centesimi, anche quando i prezzi che circolavano erano sensibilmente più bassi. È ancora così?

“Sì, fino a fine anno saranno 37 centesimi. Poi il prossimo consiglio di Granarolo deciderà quale prezzo applicare”.

Che cosa sta pensando di fare per migliorare le performance in stalla?

“Negli ultimi 15 anni sono passato da 30 vacche a 300. Stiamo mungendo tre volte, siamo molto attenti al benessere animale, all’alimentazione, anche ai costi di produzione. È molto difficile oggi pensare di migliorare, ma rimaniamo vigili”.

Cosa potrebbe fare ancora per migliorare?

“Dobbiamo dare ancora di più attenzione al benessere animale e monitorare per scoprire dove abbiamo ancora spazi per migliorare. La vacca è un animale che risponde agli stimoli: se dai e la tratti in un certo modo, ti restituisce. Dunque faremo in modo di aumentare gli spazi a disposizione per gli animali e, per l’inverno, prevedere acqua calda negli abbeveratoi e prevediamo di terminare i lavori nel giro di una ventina di giorni. Con il freddo è meglio che l’acqua sia a temperatura più elevata, per migliorare l’impatto del rumine. Ventilazione e docce per il caldo, invece, le abbiamo già”.

Quali saranno i prossimi investimenti in azienda?

“Abbiamo appena realizzato la vitellaia nuova e l’allattatrice, per togliere gli animali dalle strutture vecchie e migliorare gli spazi. Per qualche anno staremo fermi. Mio figlio, 21 anni, già da due anni è con me in azienda, dopo aver finito di studiare come perito agrario. Stiamo comunque pensando anche alla robotizzazione della mungitura e dell’alimentazione, ma col prezzo del latte attuale staremo un attimo alla finestra”.

Lei è anche vicepresidente dell’Associazione mantovana allevatori. Quali sono i servizi dell’Ama che ritiene più utili per migliorare la redditività nella stalla?

“Non si può fare una classifica. Io usufruisco di tutti i servizi dell’Associazione allevatori e, ultimamente, ho anche adottato il sistema informatico si@lleva. Il monitoraggio completo della stalla permette di avere sotto mano parametri utili per impostare progetti di crescita dell’azienda. Oggi non basta più solo lavorare, bisogna anche ragionare”.

 

Carlo Mori
Pietole di Virgilio, Mantova – ITALIA

L’allevatore Carlo Mori

Azienda Agricola Corte Canova.
Capi allevati 400 | 190 in mungitura.
Ettari coltivati 80
Latte prodotto 20.000 quintali, conferito a Latteria Sociale Mantova.

Mori, quanto è importante l’aggregazione per la redditività dell’azienda agricola?

“Oggi l’aggregazione è fondamentale. Direi che in una scala da 1 a 100 è 100. Oggi, col prezzo del latte così basso, grazie alla cooperazione, riusciamo a recuperare fino a 10-15 centesimi in più al litro. E sono quelli che ti permettono di chiudere il bilancio in pareggio, anche se con estrema fatica. Direi che oggi l’aggregazione è necessaria”.

Conferisce alla Latteria Sociale Mantova, che è una realtà importante e non solo sul piano dei numeri. Qual è il vantaggio?

“Il vantaggio di conferire alla LSM è la fase di commercializzazione, grazie al rapporto diretto con la gdo, a una spinta forte all’internazionalizzazione. Come conferenti alla Santa Maria Formigada siamo nuovi soci della LSM, ma siamo fiduciosi che la serietà e il lavoro svolto sul piano del marketing porti a un risultato positivo, anche se lievemente, a causa dei prezzi di mercato non certo esaltanti”.

Che cosa sta pensando di fare per migliorare le performance? Ha fatto tutto per migliorare?

“Non ho fatto tutto, ma credo di aver fatto molto, soprattutto per il benessere, dotandomi di strutture al passo coi tempi, che mettono l’animale nelle condizioni ottimali per esprimere la sua potenzialità. Sul piano degli alimenti, producendo il 70-80% del fabbisogno, crediamo di essere sulla buona strada. Sulla genetica, che è il terzo pilastro fondamentale insieme a benessere e alimentazione, usiamo i migliori tori per k caseine e proteine. Direi che rimane poco da fare. L’obiettivo è comunque alzare l’asticella negli indici di stalla come il tasso gravidanza, il rapporto parto/concepimento, gli indici di conversione dell’alimento”.

Che cosa consiglierebbe a un giovane che vuole fare l’allevatore?

“Consiglierei di mettersi in gioco fin dall’inizio e di non prendere tutto per partito preso. Di metterci il massimo della passione e dell’impegno. I risultati nel tempo verranno. Personalmente cerco di essere ottimista e di inculcare l’ottimismo in uno più giovane di me. E dico con certezza che è la passione a muovere tutto. Chi decide di fare l’allevatore perché è una tradizione di famiglia, ma allo stesso tempo vuole il weekend libero e fare l’orario di fabbrica, allora è meglio che non cominci”.

Toon Hulshof
Lievelde – OLANDA

L'allevatore olandese Toon Hulshof
L’allevatore olandese Toon Hulshof

Azienda Agricola “Melkveebedrijf Hulshof”
236 capi totali, dei quali 113 in lattazione
70 ettari coltivati
Destinazione del latte: burro, formaggio e latte in polvere (FrieslandCampina)

Qual è l’handicap maggiore con cui dovete fare i conti in questa situazione di mercato?

“Non riusciamo a pianificare gli investimenti in azienda. Abbiamo sempre innovato, ma a queste condizioni di mercato abbiamo dovuto fermarci”.

Qual è l’approccio degli allevatori olandesi nei confronti delle energie rinnovabili?

“Guardiamo con estremo interesse il biogas e in passato in molti hanno investito, ma oggi l’energia non è pagata in maniera così conveniente e dunque dobbiamo valutare chi ha interesse a costruire un impianto e per quali aziende, invece, non è redditizio”.

Con 236 capi totali, fai ricorso alla manodopera?

“Sì, abbiamo un dipendente che gestisce la mandria a tempo pieno”.

Quanto vi costa?

“Circa 2,8 centesimi per chilogrammo di latte”.

Conoscevate già i grandi formaggi italiani a pasta dura, Grana Padano e Parmigiano-Reggiano?

“Certamente, ma in Olanda noi li chiamiamo genericamente Parmesan e, normalmente, non rientrano fra i nostri acquisti. Sono molto apprezzati, ma sono appannaggio delle fasce più alte della società. Tutti gli altri mangiano i formaggi olandesi”.

Riesci a gestire il tempo libero?

“È sempre poco, ma mi occupo di politica nel mio comune per il partito Cristiano-Democratico”.

Azienda Agricola "Melkveebedrijf Hulshof"
Azienda Agricola “Melkveebedrijf Hulshof”

Azienda Agricola "Melkveebedrijf Hulshof"