Antibiotici all’asciutta? Criteri corretti per una scelta
12 Aprile 2016

È oggi diffuso il trattamento con antibiotici alla messa in asciutta delle bovine e tale pratica avviene con differenti modalità e principi attivi in relazione alle singole situazioni aziendali.

Non sempre il criterio di impiego degli antibiotici è il risultato di una scelta ponderata; risulta fondamentale, al fine di ottenere i migliori risultati e per contenere i costi, il lavoro del Veterinario aziendale che, in relazione al quadro sanitario della mandria e con il supporto di analisi di laboratorio specifiche, sarà in grado di individuare le migliori procedure in relazione alla situazione della stalla.

In modo schematico, i sistemi utilizzati prevedono l’impiego di antibiotico intramammario e/o di antibiotico somministrato tramite iniezione, con o senza l’impiego di un sigillante del canale del capezzolo. E’ ormai finalmente scomparsa la tecnica del doppio trattamento intramammario alla messa in asciutta, costosa e inutile.

In alcuni allevamenti invece l’antibiotico alla messa in asciutta di norma non viene utilizzato e il trattamento è riservato alle sole bovine che durante la lattazione hanno avuto uno o più episodi di mastite.

Tale pratica apparentemente non “raccomandabile”, rientra invece tra le possibili procedure per la messa in asciutta previste nelle linee guida dall’Institut de l’Elevage, ente francese di ricerca e formazione dedicato agli allevatori di bovini.

L’Institut de l’Elevage propone di gestire il programma sanitario alla messa in asciutta secondo due criteri:

1° Criterio

  • Trattare con antibiotici quando le cellule somatiche all’ultimo controllo funzionale sono > 150.000
  • Riservare il trattamento alle bovine che hanno avuto una mastite clinica nell’ultimo trimestre di lattazione

2° Criterio

  • Utilizzo di un sigillante del capezzolo in presenza di situazioni di rischio di nuova infezione durante l’asciutta.

In molti casi il rischio di nuove infezioni è concreto; ad esempio quando ci troviamo di fronte a:

  • Bovine oltre la terza lattazione
  • Piano della mammella basso (sotto il garretto)
  • Capezzoli corti
  • Lesioni alla cute o alla estremità del capezzolo
  • Bovine con predisposizione alla perdita di latte nei primi giorni di asciutta o prima del parto
  • Gestione non corretta dei box di stabulazione delle bovine in asciutta e dei box parto

In tutti questi casi, cioè in presenza di rischio di nuove infezioni, il sigillante sarà applicato a tutte le bovine, sia a quelle che hanno ricevuto l’antibiotico che a quelle non trattate con farmaci; il costo del trattamento è controbilanciato dalla riduzione delle nuove infezioni. Chiaramente tutti i trattamenti che prevedono introduzione di prodotti nel canale del capezzolo devono essere eseguiti nel rispetto di precise norme igieniche al fine di evitare l’insorgenza di patologie iatrogene.

Infine sarà possibile evitare il trattamento con antibiotico alla messa in asciutta nei casi in cui:

  • La situazione sanitaria al primo controllo post parto è eccellente cioè quando la percentuale di bovine con conta cellulare inferiore a 300.000 maggiore dell’85%, valutata sugli ultimi sei mesi.
  • Il rischio di nuove infezioni durante il periodo di asciutta è minimo in virtù di una gestione ottimale delle lettiere
  • Le cellule somatiche all’ultimo controllo sono < 150.000

In ogni caso, al fine di una valutazione corretta e attualizzata dello stato sanitario dei singoli quarti è sempre opportuno eseguire il California Mastitis Test ( C.M.T.) al momento della messa in asciutta prima di decidere se, come e con quale schema terapeutico intervenire, caso per caso.

CMT. California Mastitis test
CMT. California Mastitis test

A proposito dell’impiego di antibiotici in allevamento, è importante ricordare che la plenaria del Parlamento Europeo ha approvato nella seduta del 10 marzo 2015, le modifiche alla proposta di Regolamento sui medicinali veterinari della Commissione Europea. Con questa votazione i deputati europei hanno sottolineato che per contrastare la crescente resistenza degli antibiotici ai cosiddetti superbatteri, quali salmonella e campylobacter, è necessario limitare l’uso dei farmaci antimicrobici esistenti e sviluppare nuovi medicinali. La proposta prevede di aggiornare la normativa europea in materia di medicinali a uso veterinario e il Parlamento chiede di vietare il trattamento antibiotico collettivo e preventivo degli animali e di prendere misure atte a stimolare la ricerca di farmaci di nuova generazione.

“Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che il Mondo può sprofondare in un’era post-antibiotica, dove la resistenza agli antibiotici potrebbe causare ogni anno più morti del cancro, è giunto il momento di intraprendere un’azione forte e risolvere il problema alla radice”, ha affermato la relatrice Françoise Grossetête. “La lotta contro la resistenza agli antibiotici deve iniziare nelle aziende agricole. Desideriamo in particolare vietare l’uso puramente preventivo di antibiotici, limitare il trattamento di massa a casi veramente particolari, vietare l’uso di antibiotici veterinari di fondamentale importanza per la medicina umana o porre fine alla vendita online di antibiotici, vaccini e prodotti psicotropi. Con queste misure, speriamo di ridurre la quantità di antibiotici che finiscono nel piatto dei consumatori “, ha dichiarato.

Fonte: Institut de l’Elevage

Pecore e capre per diversificare la produzione di latte in Nuova Zelanda
8 Aprile 2016

L’allevamento della Nuova Zelanda era noto per le pecore da cui ottenere carne e lana. Poi si è imposto quello bovino, che ha fatto del paese oceanico il più grande esportatore mondiale di latte. Così la produzione di latte ovino, pur presente dagli anni ’70, è rimasta del tutto marginale.

Negli ultimi anni però, la pesantezza del mercato dairy ma anche notevoli problemi di sostenibilità ambientale, come ad esempio il livello di nitrati nel terreno, hanno riportato alla ribalta l’interesse per l’allevamento di pecore da latte, ma anche di capre.

Oggi in Nuova Zelanda vengono munte circa 35 mila pecore e 50 mila capre, ma i numeri e gli investimenti  sono in crescita con lo scopo di ottenere polveri di latte specialmente adatte per le farine lattee infantili, da esportare verso i mercati asiatici. In altri termini, con la diversificazione da vacche a pecore o capre, si intende sfruttare una diversificazione produttiva per ottenere prodotti ad alto valore aggiunto richiesti dai mercati in diversi paesi.

Si tratta di allevamenti intensivi,  con  una alimentazione basata su insilati d’erba. Una stalla con tremila pecore da latte adotta una sala di mungitura a giostra di 80 posti, che permettere di mungere tutti gli animali in 3 ore, per due volte al giorno. Questo tipo di aziende  sono in espansione, perché possono rispondere alla  necessità di diversificare le produzioni per assicurare una stabilità all’attività agricola.

Ancora però non si parla di formaggi ovini e caprini, di cui l’Italia ed i Paesi europei restano i riferimenti assoluti.

CLAL.it - Italia: Principali Paesi Acquirenti di Pecorino e fiore sardo
CLAL.it – Italia: Principali Paesi Acquirenti di Pecorino e fiore sardo


Fonte: Radio New Zealand

Formaggio Asiago: scelte partecipate e produttori responsabilizzati
5 Aprile 2016

Andrea Trentin
Thiene, Vicenza – ITALIA

L'allevatore Andrea Trentin
L’allevatore Andrea Trentin

Azienda Agricola Trentin Carlo
Capi allevati: 150 | 80 in lattazione.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP, Asiago DOP, Latte Alimentare (Latterie Vicentine).

Andrea Trentin, 35 anni, è un allevatore di Thiene (Vicenza). Alleva 150 capi, dei quali 80 in lattazione e coltiva 50 ettari, due terzi dei quali a prato stabile e un terzo a cereali, in rotazione fra mais, orzo ed erba medica.
Il latte è conferito alla cooperativa Latterie Vicentine, di cui Trentin è vicepresidente, ed è certificato per una triplice destinazione: Grana Padano, Asiago e latte alimentare di alta qualità.

Partiamo dalla cronaca: il Consorzio di tutela dell’Asiago nei giorni scorsi ha bloccato un falso su Amazon. Qual è il suo commento?

“È evidente che internet è uno strumento che tanto è utile come volano di vendita quanto è rischioso. Va monitorato e usato con estrema serietà, perché purtroppo le potenzialità sono uguali sia per chi produce che per chi froda. Ma penso che internet rimanga un’opportunità da sfruttare per vendere”.

Restiamo ancora sul Consorzio dell’Asiago: come commenta la crescita in questi anni?

“La crescita è figlia di un piano di regolamentazione dell’offerta di cui si è dotato il Consorzio, finalizzato non alla riduzione della produzione, ma alla valorizzazione del formaggio Asiago, spiegando che è un prodotto unico, non surrogabile o duplicabile altrove”.

Anche l’export è cresciuto.

“Sì, le performance sono positive. Ci sono amplissimi spazi di crescita, perché ad oggi ci sono ancora piccoli caseifici non organizzati, che potrebbero mettersi in rete e aumentare le esportazioni. E poi, accanto al piano produttivo in questi anni il Consorzio dell’Asiago ha puntato a responsabilizzare i produttori, che vivono in maniera più attiva le scelte consortili, molto più partecipate”.

Quali sono i Paesi nel mirino dell’export?

“Da un lato potremmo dire che i Paesi nel mirino sono tutti, perché siamo poco conosciuti all’estero e le potenzialità sono ovunque. La sensazione è che ci sarà più spazio in quantità in Paesi che consumano già formaggi. Potrebbe essere meno impattante crescere in Paesi vicini a noi, dove il consumo pro capite è più alto. Ma anche nei Paesi dove siamo già apprezzati è bene insistere, perché più ti allontani più diventa oneroso per un prodotto che non è strutturato per l’export”.

Guardando alla sua azienda agricola, qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Il costo alimentare, che incide per 18 centesimi al litro su un prezzo totale di vendita di 36 centesimi. Quindi incide per un 50%, almeno nel mio caso. Nella nostra azienda stiamo molto attenti ai costi dell’alimentazione e agli acquisti delle materie prime necessarie per le bovine. In questa fase, ad esempio, abbiamo strutturato la superficie coltivata per produrre più fieno del nostro fabbisogno, mentre la quantità necessaria di cereali la acquistiamo. Siamo in una zona in cui dobbiamo avere terreni sufficienti per smaltire i reflui zootecnici”.

Quali potrebbero essere i costi comprimibili?

“Uno dei costi che potrebbero essere ridotti è l’energia. Il fotovoltaico è una strada da percorrere, ma oggi è troppo oneroso per l’azienda, almeno in questa fase di mercato. Di certo noi ci siamo orientati, mano a mano che è necessario, ad acquistare macchine e attrezzature a basso assorbimento di potenza. È una caratteristica che osserviamo, prima di comprare qualcosa di utile per l’azienda. È stato così, ad esempio, per i ventilatori delle stalle: abbiamo abbattuto del 70% il consumo, che in termini assoluti incide nei periodi estivi per il 25% dei costi energetici.

Prossimamente installeremo dei pannelli solari termici per riscaldare l’acqua di abbeverata e il latte per i vitelli. Abbiamo già installato pannelli destinati al recupero del calore.

I costi aziendali si riducono anche scegliendo accuratamente le colture. Per il mais, ad esempio, scegliamo colture a ciclo brevissimo, per ridurre il fabbisogno idrico e il rischio aflatossine”.

Oltre a lei quanti lavorano in azienda?

“Due persone fisse per la mungitura, la preparazione degli alimenti e le cuccette; il papà è pensionato, ma dà un aiuto nelle fasi di mungitura. Io invece mi occupo di fecondazioni artificiali, piani di accoppiamento, gestione aziendale anche sui versanti economico e burocratico. Fra l’altro sono vicepresidente della Latterie Vicentine e sono nel consiglio direttivo del Consorzio di Tutela dell’Asiago”.

Azienda Agricola Trentin Carlo

Azienda Agricola Trentin Carlo

Il futuro delle cooperative è unirsi
21 Marzo 2016

Barbara Greggio
Goito, Mantova – ITALIA

L'allevatrice Barbara Greggio
L’allevatrice Barbara Greggio

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Capi allevati: 165 | 74 in lattazione.
Ettari coltivati 40.
Destinazione del latte: Grana Padano
(Latteria Sociale Mantova).

“Il futuro delle cooperative è unirsi, collaborare il più possibile e magari creare sinergie fra consorzi e arrivare ad avere un paniere di formaggi ampio e di qualità, per esportare senza farsi la guerra, ma raggiungendo l’obiettivo di incrementare la vendita al di fuori dell’Italia”.

Concetto chiaro e semplice, che Barbara Greggio, allevatrice di Marmirolo (180 capi e una produzione di latte di 7.600 quintali nel 2015, conferiti alla Latteria Sociale Mantova) ribadisce dopo averlo già espresso come relatrice al convegno di CLAL.it e dell’Associazione mantovana allevatori al Bovimac di Gonzaga.

“Noi della Latteria Sociale Mantova siamo comunque fortunati, perché è una realtà che esporta in tutto il mondo e ha una grande operatività”, precisa Barbara Greggio.

Al Bovimac aveva detto che il consorzio del Grana Padano dovrebbe comunicare di più i valori del formaggio. Conferma?

“Sì. Chiarisco che non è affatto una critica al Consorzio. Anzi, ho parlato con il direttore, Stefano Berni, e mi sono resa conto che stanno lavorando molto e bene. Però non sempre il consumatore riceve una corretta informazione e dovremmo interrogarci, come allevatori e come filiera, su quali azioni possiamo mettere in campo affinché passi il concetto che il Grana Padano è un formaggio buono, sano, completo come il Parmigiano-Reggiano, che forse ha un’immagine più di qualità”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Uno degli aspetti sui quali mi concentrerei è quello del lisozima. Penso che la strada sia quella di eliminarlo dal processo produttivo, perché, pur essendo una proteina assolutamente naturale, deriva dall’uovo e l’uovo è un allergene”.

Qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Fino all’anno scorso era l’alimentazione, perché avevamo meno terra in conduzione ed era tutta coltivata a prato stabile. Il resto delle materie prime per l’alimentazione animale le acquistavamo. Oggi, invece, coltiviamo circa 40 ettari tra proprietà e affitto. Stiamo pensando di coltivare, accanto al prato stabile, una parte a mais, a orzo da fieno o altri cereali come orzo o i miscugli che stanno prendendo piede adesso. Però appunto da alcune settimane, da quando abbiamo siglato il contratto, è l’affitto la prima voce di costo dell’azienda e non sapremmo in realtà come diminuirla”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo idrico o energetico?

“Essendo in affitto come azienda non abbiamo intenzione di adottare i pannelli fotovoltaici, ma qualche attenzione sul recupero dell’acqua calda, ottenuta dal sistema di raffreddamento del latte, lo abbiamo adottato. L’acqua calda viene impiegata d’inverno per i vitelli e alcune volte serve per il lavaggio delle macchine”.

Di che cosa si occupa in azienda?

“Io mi occupo della mungitura e seguo l’amministrazione, il papà si occupa dell’alimentazione, cura le manze, fa le fecondazioni artificiali e segue insieme a mia madre i campi; la mamma, oltre a seguire i campi, fa un po’ il jolly e interviene dove c’è bisogno”.

Che cosa fa nel tempo libero?

“Ho ripreso a studiare Biologia all’Università di Modena e sto preparando la tesi per scoprire se i pollini dei terreni superficiali corrispondono alla vegetazione del prato stabile”.

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Azienda Agricola Greggio Giuseppe

 

 

Il prezzo del latte non mi interessa, la sfida è ridurre i costi
7 Marzo 2016

Tommaso Visca
Carmagnola, Torino – ITALIA

L’allevatore Tommaso Visca

Azienda Agricola Cascina Cervirola
Capi allevati: 400 | 175 in lattazione.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Formaggi Freschi
(Gruppo Caseario Pugliese-Conrado).

Dai salesiani, dove ha studiato come geometra prima di entrare nell’azienda agricola di famiglia, Tommaso Visca da Cuneo ha appreso la caparbietà nel raggiungere l’obiettivo e la tenacia di un lavoro di squadra, che si è tradotta in una gestione collettiva dei mezzi agricoli.

Con 400 bovini allevati e 60 ettari coltivati, ha deciso di scommettere sulla sostenibilità. Partendo dal bilancio proteico.

“Le spese energetiche incidono per l’8-10% delle uscite totali, è importante razionalizzare anche quelle voci, ma la priorità va data alla produzione proteica in azienda, che pesa invece per il 40% del fatturato”, afferma Visca.

In che modo?

“Cerco di sostituire le fonti proteiche come la soia, che non coltivo, ma acquisto, con erba medica, che invece produco e che mi permette di fare rotazione nei campi, di fissare l’azoto e, di conseguenza, di acquistare meno concimi. Anche l’amido, che rappresenta la componente energetica della razione, lo compro, perché coltivarlo nei campi costa molto”.

Oggi come sono coltivati i 60 ettari dell’azienda?

“In questo momento ho 37 ettari a erba medica e sui restanti 23 coltivo loietto, dal quale ottengo una buona fibra per gli animali e una discreta fonte proteica. Poi coltivo mais in secondo raccolto”.

Qual è il suo obiettivo?

“Stare un passo davanti agli altri, in uno scenario in cui la competitività è la chiave per sopravvivere, in questa fase di prezzi del latte non proprio esaltanti”.

Partecipando al convegno al Bovimac di Gonzaga lei ha dichiarato che comunque il prezzo del latte non è il suo primo pensiero. È una affermazione abbastanza spiazzante. Conferma?

“Sì, mi rendo conto. Ma non sono interessato al prezzo del latte, perché è un parametro sul quale non posso incidere più di tanto. Lavoro per ridurre i costi di produzione e aggregare l’offerta, poi cerco di spuntare il miglior prezzo. Produrre in Italia costa di più rispetto agli altri Paesi perché abbiamo poco pascolo e aziende con poca terra, bisogna dunque trovare altre soluzioni per rimanere sul mercato”.

Lei presiede la cooperativa Light Service. Di che cosa si occupa?

“È una cooperativa che commercializza il latte ed è in fase di collocazione del prodotto che cerco di spuntare il migliore realizzo. Però Light Service ci permette di utilizzare in condivisione mezzi agricoli, attrezzature e servizi. Abbiamo acquistato attraverso la cooperativa, anche per avere i vantaggi fiscali previsti dalla legge, carri, botti, spandiletame, che vengono poi utilizzate dalle aziende socie. Fra queste, per le stalle, anche la macchina che solleva gli animali per operare il pareggio podale”.

In azienda lavora con suo padre Giovanni e suo fratello Valerio, di un anno più giovane. Come vi siete suddivisi i compiti?

“Io mi occupo di fertilità e di sviluppo dei nuovi progetti, anche confrontandomi con altre aziende; seguo inoltre i bandi del Psr e ogni opportunità legata ai contributi pubblici. Inoltre, mi occupo di fertilità delle bovine e delle fecondazioni, della parte sanitaria e dei trattamenti, della gestione della vitellaia e tengo i rapporti con il mungitore, che è indiano. Mio fratello invece si occupa di tutti gli aspetti legati all’alimentazione per l’allevamento, mentre mio papà si occupa della gestione dei campi”.

Vi servite di contoterzisti?

“Solo per la raccolta del mais, il resto lo facciamo direttamente noi”.

Azienda Agricola Cascina Cervirola

Tommaso Visca

Tecnologia e finanza: l’Agricoltura “industriale”
3 Marzo 2016

La separazione fra le attività dell’industria e quelle dell’agricoltura diventa tanto meno netta quanto più aumentano i mezzi tecnici e finanziari a disposizione delle imprese. Di conseguenza, l’agricoltura si interseca sempre più con gli altri settori produttivi.

Non deve sorprendere allora se diventa frequente, soprattutto nella terminologia inglese, usare definizioni che ampliano il concetto di agricoltura intesa come l’attività di coltivazione ed allevamento. Termini quali intensive agriculture, agribusiness, industrial agriculture, ma anche urban agriculture sono ormai di uso comune per descrivere le molteplici attività che vanno dalle coltivazioni agli  allevamenti  animali, così come tutte le altre forme di produzione per alimentare e sostenere la popolazione; fra queste, ad esempio, hanno assunto un ruolo rilevante le coltivazioni per i biocarburanti.

Da sempre l’agricoltura è stata determinata dalle diverse condizioni climatiche, pedologiche ed anche sociali, ma la recente introduzione delle tecnologie con i relativi investimenti finanziari, ha portato ad un modello produttivo basato su monocolture ed allevamenti su larga scala, sempre più staccati da questi fattori naturali. Un classico esempio ne è il modello produttivo delle cosiddette commodities.

Come ogni attività industriale, anche questa “nuova” agricoltura ha accresciuto notevolmente la produttività, ma ha comportato anche notevoli ricadute. È dunque apparso il termine sustainable agriculture per definire quale impatto ha l’industrial agriculture sull’ambiente, sulle comunità rurali, sulle  persone, gli animali e comunque il mondo in cui viviamo.  A questo va aggiunto l’effetto sui prezzi dei prodotti, cioè la volatilità dei mercati che, complice la liberalizzazione degli scambi nel contesto della globalizzazione, si presenta come problema nuovo, di non facile soluzione.

Dunque, anche per l’agriculture industry si prospettano nuove sfide.

Fonte: Farmers Weekly

Confronta le performance della tua Azienda Agricola
Confronta le performance della tua Azienda Agricola

Sostenibilità, ovvero produrre in modo durevole
18 Febbraio 2016

Dopo gli sforzi posti sul tema della qualità, ora il tema centrale dell’attività produttiva è la sostenibilità. In entrambi i casi si tratta di concetti olistici, cioè dei sistemi che vanno presi nel loro insieme e non come la semplice somma delle parti che le compongono.

Negli ultimi anni la tecnologia applicata alla produzione lattiera ha permesso di fare notevoli progressi in questo campo, basti pensare alla produzione di energia, biogas o fotovoltaico, al ricircolo dell’acqua od ai GPS sui trattori per razionalizzare i percorsi. Ciononostante il lavoro da fare per rendere sostenibili le produzioni zootecniche è ancora molto e deve essere compiuto in tempi rapidi.

Negli USA dal 2008 opera il centro per l’innovazione della produzione lattiero-casearia (Innovation Center for US Dairy), che ha riassunto in otto punti l’impegno verso la sostenibilità:

  • gli animali – allevare e gestire animali in modo responsabile, assicurando il benessere e ricercando una elevata qualità nel latte prodotto;
  • l’ innovazione – investire in ricerca, tecnica e formazione per rendere sostenibili i sistemi agricoli;
  • le comunità rurali – assicurare la continuità a quanti operano in agricoltura e renderli pienamente inseriti nei luoghi in cui vivono;
  • il business – operare con una prospettiva trasparente di continuità lungo tutta la filiera produttiva, dal campo alla tavola;
  • i consumatori – garantire prodotti di alta qualità e sicuri per mantenere la fiducia dei consumatori a livello globale;
  • il pianeta – tutelare gli ecosistemi e la biodiversità. Preoccuparsi per l’impatto su aria, acqua, terra, attraverso l’oculata gestione delle risorse naturali;
  • il personale – valorizzare i collaboratori assicurando condizioni di lavoro eque e rispettose;
  • la produzione lattiero-casearia – sviluppare ed adottare attività responsabili sotto l’aspetto economico, sociale, ambientale, per assicurare salute e benessere;

Da questi principi di riferimento, derivano delle linee guida per rendere misurabili le azioni atte a rendere sostenibili le produzioni. Questo per quantificare le risorse da investire verso la sostenibilità e poterle valorizzare per un mercato che è sempre più sensibile a questo tema.

Produrre in modo responsabile e duraturo è un dovere, oltre che un impegno.

Acqua&Energia: Processo fondamentale di trasformazione dei prodotti agricoli in bioenergia
Acqua&Energia: Processo fondamentale di trasformazione dei prodotti agricoli in bioenergia
Acqua&Energia: Produzione mondiale di Energia
Acqua&Energia: Produzione mondiale di Energia

Fonte: The Guardian

Semi di palma da olio per le vacche in Nuova Zelanda
15 Febbraio 2016

La palma da olio produce dei frutti composti da una polpa che racchiude all’interno un gheriglio. Il palmisto che residua dall’estrazione dell’olio, viene largamente impiegato nell’alimentazione del bestiame da latte in Nuova Zelanda.

La sua importazione è in continuo, rapido aumento ed a novembre ha raggiunto le 223.413 tonnellate, in crescita rispetto alle 138.763 tonnellate in ottobre ed alle 178.381 tonnellate a novembre 2014.

L’uso del palmisto come ingrediente nella razione del bestiame si è diffuso a seguito della siccità che colpì l’isola del nord nel 2007, costringendo gli allevatori a ricercare sottoprodotti e da allora il suo impiego  si è continuamente diffuso, anche a causa della notevole disponibilità di prodotto nei paesi del sud est asiatico, Malesia in primo luogo.

L’uso di questo ingrediente solleva però le preoccupazioni sia da parte della trasformazione che da parte dei gruppi ambientalisti, seppur per ragioni diverse. Infatti, Fonterra a settembre ha lanciato una azione per convincere gli allevatori a ridurne la quantità nella razione delle vacche, in quanto può portare ad una modifica nella composizione del grasso del latte. La cooperativa neozelandese, che si vuole paladina di un latte ottenuto da vacche pascolanti,  ne raccomanda un impiego massimo di 3 kg per capo/giorno. Greenpeace invece si fa portabandiera dell’opposizione ai prodotti derivati dalla palma da olio per gli effetti sulla deforestazione provocati da queste coltivazioni nei paesi tropicali.

Di certo, stante l’immagine di isola verde con cui  la Nuova Zelanda si presenta come primo esportatore mondiale di prodotti lattiero-caseari, anche l’attenzione verso i prodotti per l’alimentazione animale deve essere massima. Soprattutto in questo tempo di attenzione per l’ambiente.

Costo delle razioni bovine da latte in tempo reale
Costo delle razioni bovine da latte in tempo reale

Fonte: NZHerald

La nuova visione agricola mondiale
28 Gennaio 2016

L’agricoltura deve rispondere alla sfida di produrre il 60% in più per alimentare una popolazione di 9,5 miliardi di persone nel 2050. Questo comporta nuovi cambiamenti ed importanti ricadute, ad esempio sull’ambiente, dato che il settore agroalimentare emette il 30% di gas effetto serra (GHG).

Il Forum economico mondiale (World Economic Forum) ha affermato già nel 2009 che la produzione agricola deve contemporaneamente essere in grado di  assicurare  sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale, opportunità economica. L’obiettivo è di ottenere miglioramenti pari al 20%  in ognuna di queste tre aree entro il 2050. Questo comporta una trasformazione del settore agricolo, con un diverso approccio ai mercati da parte di tutti: agricoltori, enti pubblici, società civile. Occorre agire per leadership, strategia e modelli di investimento, che intervengano attraverso opportune ed adeguate leve finanziarie, strategiche ed  istituzionali.

In questa New Vision sono coinvolte 450 organizzazioni mondiali che rappresentano i vari portatori di interesse (stakeholders). Con questo obiettivo sono stati realizzati progetti su piattaforme regionali in 18 paesi di Africa, Asia ed America Latina, che hanno coinvolto 9,3 milioni di piccoli agricoltori.

Per ottenere i risultati previsti, sono state individuate tre aree strategiche:

  1. facilitare il dialogo e lo scambio fra i leaders a livello globale;
  2. sostenere l’evoluzione produttiva nei diversi paesi con collaborazioni a livello delle diverse regioni mondiali;
  3. promuovere innovazione e buone pratiche, monitorandone l’effetto e l’impatto.

Il mondo é uno e globale!

Acqua&Energia : Ripartizioni delle emissioni gas effetto serra (GHG) da agricoltura
Acqua&Energia : Ripartizioni delle emissioni gas effetto serra (GHG) da agricoltura

Fonte: World Economic Forum

Sì ai robot di mungitura nel disciplinare Parmigiano-Reggiano
21 Dicembre 2015

Ivo Fedrazzoni
Sermide, Mantova – ITALIA

L’allevatore Ivo Fedrazzoni

Fedrazzoni Ivo e Altri Società Agricola S.S.
Capi allevati: 270 | 120 in mungitura.
Ettari coltivati 117.
Latte prodotto: 13.600 quintali, conferito alla Latteria Mogliese.

Come giudica la bocciatura della modifica del disciplinare del Parmigiano-Reggiano relativa al rigato?

“Ero favorevole alla sua approvazione. Era un primo passaggio per arrivare a dire che un prodotto come il Parmigiano-Reggiano deve essere solo quello marchiato e di qualità, per evitare equivoci. Il secondo passaggio poteva essere quello di promuovere solo quello a marchio, non il mezzano. Era, in sintesi, un’occasione per fare chiarezza e fare in modo che non fosse commercializzato senza crosta, come accade invece oggi”.

Si è parlato più volte in passato di integrazione verticale nella filiera e di accordi fra cooperative e industria. Lei è anche presidente della Latteria Mogliese e voi, come realtà cooperativa, avete anticipato i tempi. Come si configura l’intesa con il gruppo Zanetti?

“È un accordo fra cooperative e industria. Noi abbiamo in conto lavorazione il latte di Zanetti, che conferisce qui il latte e a fine anno faremo i conti dei costi. Parte della stagionatura verrà effettuata da noi, ma non l’intero ciclo per mancanza di spazi. Abbiamo cominciato nel 2015, per cui non abbiamo dei precedenti. Ma posso dire che siamo molto soddisfatti, perché c’è anche stato un salto di qualità nella gestione, grazie alla somma delle esperienze, loro e nostra, anche nella lavorazione”.

Come è migliorata la produzione grazie ai consigli di Zanetti?

“Abbiamo migliorato complessivamente tutte le fasi di lavorazione. Avevamo in verità standard già elevati, ma abbiamo introdotto dei percorsi di verifica più puntuali sulle attività della giornata”.

Lei ha una stalla nuova. Che cosa sta pensando di fare per migliorare le performance? Ha fatto tutto per migliorare?

“Non si è mai fatto tutto per migliorare. Personalmente incrementerò i capi in stalla per ottimizzare la manodopera, che è il punto debole dell’azienda”.

Parlando di manodopera, lei è favorevole ai robot di mungitura?

“Sì. Abbiamo appena approvato il nuovo disciplinare del Parmigiano-Reggiano, ma non abbiamo toccato il tema dei robot di mungitura. I cambiamenti nel consorzio avvengono ogni 10 anni circa e temo che sarà un dibattito molto acceso, come capitò in passato per l’introduzione dei carri unifeed. Ma sono anche convinto che il robot consenta di ottimizzare il sistema di controllo della mandria, che può dare qualche vantaggio”.

Azienda Agricola di Ivo Fedrazzoni