Contatto con consumatore e territorio: è la Stalla del futuro
20 Ottobre 2021

Le uniche cose che il futuro dell’agricoltura deve compiere sono l’adattabilità, la tenacia e la comprensione del consumatore. Questa, secondo la prestigiosa Cornell University USA, deve essere la prospettiva dei prossimi 10-15 anni per impostare l’evoluzione delle aziende da latte in modo da renderle pronte per fronteggiare le criticità derivanti dai cambiamenti climatici, dalle volatilità di mercato e dalle richieste dei consumatori; cioè, per usare un termine attuale, renderle resilienti

Inutile pensare ad un modello unico di stalla ma, realisticamente, ci saranno aziende piccole o grandi, altamente produttive oppure diversificate e multifunzionali per rispondere a bisogni locali.  Tutte dovranno comunque realizzare due obiettivi.

Massima attenzione per le emissioni

Per prima cosa, dovranno adottare delle tecniche per ridurre le emissioni di metano e mitigare le emissioni di gas serra. Occorrerà pertanto gestire con la massima attenzione l’alimentazione degli animali: ingredienti, loro conservazione, incorporazione nella razione e distribuzione. Il piano dei costi andrà seguito con precisione, includendo anche i residui solidi e liquidi dell’allevamento, che andranno il più possibile incorporati nella logica del ciclo produttivo.

Integrazione con il territorio

In secondo luogo tutte queste aziende, pur così diversificate, dovranno essere parte integrante dei territori e delle comunità sociali in cui sono inserite. Siano esse orientate al mercato od aziende di agricoltura periurbana, dovranno essere in grado di interagire con i consumatori.  Dovranno pertanto adottare un approccio proattivo per gestire la loro reputazione e per affermare il proprio marchio se operano con vendite dirette, in modo da far capire ai diversi tipi di pubblico il valore del ruolo che svolgono. Questo non può prescindere dall’adozione di progetti per il benessere animale, l’organizzazione del lavoro e le condizioni sociali dei dipendenti, da piani per la gestione dei reflui, dall’adozione di tecniche agronomiche il più possibile rigenerative.

Trasparenza verso l’esterno

L’allevatore dei prossimi anni dovrà anche dimostrare di essere aperto verso l’esterno, senza timore di mostrare in modo trasparente ed onesto l’attività produttiva della sua azienda, che produce  per il benessere comune della società.

Non torri d’avorio inaccessibili, ma neanche cattedrali nel deserto: gli allevamenti dovranno tornare ad essere parte integrante del territorio e delle comunità locali, operando in modo onesto e trasparente, per essere percepiti come tali.

Ho scelto di cambiare la nostra vita in meglio [Intervista]
6 Settembre 2021

Paolo Manconi
Ozieri (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 450 pecore in totale
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Roberta e Paolo Manconi – Pastori

“Ero arrivato a un punto in cui i contributi della Pac venivano risucchiati per continuare l’attività aziendale, con una fatica immensa, perché le ore di lavoro erano incessanti, dalla mattina alle cinque, cinque e mezza, fino alla sera alle otto e mezza, con il prezzo del latte che non copriva a volte nemmeno i costi e nessuna prospettiva se non quella di lavorare senza sosta. Ho detto basta e ho preso una decisione rivoluzionaria: passare da due mungiture a una sola giornaliera. Sono così riuscito a riequilibrare le ore di lavoro su ritmi più umani e il calo di produzione di latte non è stato così drammatico. Insomma, anche se qualcuno mi ha preso per pazzo e qualcuno ancora non è convinto del mio passo, voglio ripeterlo ancora una volta: la mia scelta aziendale è stato un cambio di vita in meglio. Avrei voluto avere il coraggio di farlo prima”.

A sentire le parole di Paolo Manconi, allevatore 57enne di Ozieri (Sassari), una vita nei campi (“faccio il pastore da quando ho 12 anni”, dice), viene voglia di applicare la sua teoria di rottura anche in altri campi, “Su connottu”, ripete, che in sardo significa più o meno “si è sempre fatto così”, quasi che la tradizione fosse granitica e inscalfibile come i Nuraghi che rendono unica la civiltà sarda, dove sacrificio e forza di volontà sono a volte più forti della natura stessa.

Al primo posto ho messo la qualità della vita

Ma l’entusiasmo di Manconi è davvero contagioso e non puoi davvero non porti la domanda se lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, come fanno molti allevatori, sia la soluzione giusta. “Al primo posto ho messo il miglioramento della qualità della vita e sono felice di averlo fatto”, ripete.

Partiamo come sempre dai numeri, per raccontare una storia di coraggio, che oggi si declina anche con l’ingresso in azienda della figlia Roberta, laureata in Agraria, che affianca il papà Paolo e lo zio Matteo. L’azienda – 134 ettari, dei quali 40 a seminativi, 53 di tare e il resto a pascolo – conta circa 450 pecore tra adulte e quote di rimonta, per una produzione di latte che nel 2021 dovrebbe attestarsi intorno agli 80.000 litri. Il latte è conferito al consorzio Agriexport di Chilivani (Sassari), di cui Manconi è vicepresidente. Una realtà che trasforma circa 12 milioni di litri di latte in un’ampia offerta di Pecorino Romano (classico, a latte crudo, a basso contenuto di sale) e ha una stretta collaborazione con la cooperativa di Pattada.

I prezzi del latte a 50 centesimi al litro, in picchiata e decisamente non remunerativi, sono stati la molla che lo hanno portato a cambiare prospettiva e a guardare alla gestione aziendale con occhi nuovi. “Mi ritrovavo in sala di mungitura alle otto e mezzo di sera per un prezzo del latte che non garantiva un futuro. ero adirato e avvilito – spiega Manconi -. Oggi i prezzi sono molto diversi e sembra passata una vita, ma non è così”.

E così, l’ex ragazzino che ha sempre preferito leggere e informarsi su tutto quello che capitava, dalle riviste agricole a quelle a carattere scientifico, circa cinque anni fa ha preso una decisione che ha rotto drasticamente quanto era la linea della tradizione. Da due mungiture al giorno a una sola. “Una scelta che ho mutuato grazie alla passione per la scienza e per il futuro, se non avessi letto con assiduità non avrei avuto la visione per cambiare”.

Come è cambiata la vita e quanto lavora oggi?

“Oggi siamo in due ad operare in azienda: io e mia figlia Roberta, con mio fratello Matteo in pensione, che comunque ci dà una mano. Iniziamo più o meno alle 5:30 e alle 9 del mattino abbiamo terminato la fase di mungitura e gestione della mandria”.

Come organizzate il resto della giornata?

È un mondo che si apre

“L’azienda è grande e c’è sempre da fare, ma una volta alleggerita la parte zootecnica e di cura degli animali, è molto più semplice. Nel pomeriggio siamo tendenzialmente liberi e riusciamo ad aggiornarci, a leggere, a dedicarci anche alla famiglia e all’approfondimento di argomenti e materie che, se lavori tutto il giorno e basta, non riesci a fare. È un mondo che si apre”.

Passando da due a una mungitura, qual è stato il calo produttivo e che riflessi ha avuto sugli animali?

“Gli animali nel giro di qualche tempo si sono adattati e nell’arco di tre anni è avvenuta una sorta di selezione naturale. Rispetto alle due mungiture al giorno la quantità di latte ottenuta è inizialmente inferiore, forse del 10-15%, ma se devo fare un conto economico il guadagno è ampiamente ripagato dallo stile di vita. Come detto, nell’arco dei tre anni i capi selezionati sono solo i migliori e il calo produttivo non si avverte più”.

Che cosa le hanno detto i colleghi allevatori?

Alla fine della giornata deve ritornare il reddito

“Alcuni mi hanno criticato, perché andavo contro la tradizione. Altri mi hanno chiamato. Qualcuno ha avuto il coraggio di seguire la mia scelta, altri invece sono arrivati a un passo e non hanno portato a termine quella che è una rivoluzione aziendale a tutti gli effetti. Comprendo che possa spaventare, ma vi assicuro che non tornerei più indietro, perché gli agricoltori sono imprenditori e alla fine della giornata deve ritornare il reddito, non solo le ore di lavoro”.

Che sala di mungitura ha?

“Ho una mungitrice a 48 posti, realizzata 26 anni fa. Abbiamo in programma di cambiarla, anche perché quelle nuove sono più sostenibili sul piano economico e ambientale. Consumano meno e utilizzano meno acqua per la pulizia. E anche gli animali beneficeranno di un migliore benessere animale”.

Come sta andando la stagione per il Pecorino Romano?

“Bene, il prezzo tiene. Dovremo mantenere le produzioni in equilibrio, puntare all’export e diversificare il prodotto per rispondere alle esigenze dei consumatori”.

Si può osare per soddisfare allevatori e consumatori [Intervista]
8 Luglio 2021

Francesco Pizzadili
Agro di Mores (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 ovini di razza Sarda
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Francesco Pizzadili – Pastore

“Per un pastore, come qualsiasi altro allevatore la prima regola è il benessere animale, spesso a discapito della propria salute; ma questa è la soluzione non solo per avere animali più sani e produttivi, ma anche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, che sono già in atto”.

Lo sa bene Francesco Pizzadili, che alleva nell’agro di Mores, un’area pianeggiante dentro il comprensorio irriguo in provincia di Sassari, circa 500 capi ovini di razza Sarda (400 dei quali in lattazione) e un po’ di bovini, gestiti direttamente dal padre Giovanni, che li cura come hobby per la produzione di “perette” caciocavallo.

Le stagioni più calde Francesco Pizzadili le trascorre sull’altipiano, a Pattada, 850 metri circa di altitudine, ed è uno di quei pastori di cui, in parte, si sta purtroppo perdendo la tradizione.

I dati dell’azienda, che si possono riassumere sul piano produttivo in circa 100.000 litri di latte conferiti alla Latteria Sociale La Concordia di Pattada del presidente Salvatore Palitta, non raccontano fino in fondo la passione che ci sta dietro un lavoro impegnativo, che impone sacrifici, ma che regala altrettante soddisfazioni.

I dati positivi sui consumi di Pecorino Romano DOP, espressione di un’isola che ha saputo valorizzare le proprie tradizioni del territorio, sono la conferma che si può diversificare e “osare” per rispondere alle esigenze dei consumatori e, allo stesso tempo, dare soddisfazione anche ai produttori.

I prezzi medi sono infatti in crescita, trascinati dalla virtuosità del sistema cooperativo.

Dove state innovando nella vostra cooperativa, nella quale lei è consigliere?

“Come la maggior parte dei caseifici in Sardegna la nostra produzione è concentrata per l’80% sul Pecorino Romano.
Abbiamo avviato la diversificazione della stessa DOP con tre diverse tipologie: Extra con ridotto contenuto di sale, Riserva con varie fasi di lunga stagionatura e il Pecorino Romano DOP di montagna. Relativamente a quest’ultima tipologia, il progetto è nato più di tre anni fa, sulla scorta di quanto aveva fatto con successo, ad esempio, il Parmigiano Reggiano, altro formaggio a denominazione di origine che ha trovato modalità interessanti per valorizzare il latte. I risultati, dopo una fase di sperimentazione nella quale siamo partiti gradualmente, oggi stanno dando soddisfazione”.

Quanto, in termini di bilancio?

“Parliamo di circa cinque centesimi al litro di latte in più rispetto al resto della produzione. Questo ci permette di programmare un aumento delle forme di Pecorino Romano di montagna, per circa il 40% rispetto allo scorso anno. Stiamo comunque parlando di una nicchia rispetto ai 13-15 milioni di litri di latte trasformati annualmente”.

Avete altre produzioni di nicchia?

Puntiamo ad ampliare il mercato grazie alla diversificazione

“Sì, abbiamo cercato di diversificare, non soltanto ampliando la gamma di formaggi realizzati, ma all’interno stesso della DOP Pecorino Romano. Accanto alla versione sapida classica sono nate quindi varianti come il Pecorino Romano a ridotto contenuto di sale, lunga stagionatura, e in occasione di Caseifici Aperti di due anni fa abbiamo presentato con grande successo un 48 mesi, quello di montagna, e stiamo per introdurre anche la lavorazione del Pecorino Romano a latte crudo, antica ricetta del pastore. Questo perché grazie alla diversificazione puntiamo ad ampliare il mercato”.

Quali sono i principali canali di vendita?

“Il 60% delle vendite avviene in Italia e il restante 40% all’estero. Otto forme su dieci esportate vanno negli Stati Uniti, mentre il 20% prende la strada del Nord Europa”.

Cosa cercano all’estero?

“In Usa i consumatori cercano il classico Pecorino Romano Dop, ma allo stesso tempo sono incuriositi dalle novità. In quest’ottica stiamo cercando di costruire un mercato multiforme. Diversamente, ci siamo resi conto che il consumatore del Nord Europa è più maturo e, quindi, maggiormente propenso a scoprire nuove proposte”.

Rispetto all’anno scorso, quanto state producendo?

“Più o meno è la stessa produzione in quantità, anche se abbiamo al nostro interno allevatori soci in più”.

Dove si colloca il prezzo del latte destinato a Pecorino Romano DOP e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?

Dovremo prestare attenzione all’equilibrio produttivo

“Abbiamo oscillazioni stagionali. Abbiamo chiuso il bilancio 2020 con 1,10 € al litro e 1,15 € per il latte di montagna. Nel 2019 avevamo chiuso a 94 centesimi. Stiamo attraversando una fase positiva, ci sembra di poter affermare. Il 2021 si prospetta un’annata con un bilancio soddisfacente, almeno dalle indicazioni che abbiamo avuto in questo primo semestre. Oggi non è difficile vendere, grazie a una domanda sostenuta. C’è richiesta e i commercianti stanno portando via il prodotto fresco, per il Pecorino Romano non prima dei 5 mesi come da disciplinare. Anche all’estero i consumi si stanno riprendendo e le progressive aperture dell’Horeca e Food service di certo aiutano. Negli Usa stiamo assistendo a una fase in cui c’è richiesta e cercano il prodotto. Dovremo stare attenti a mantenere un equilibrio produttivo e non farci prendere la mano con il prezzo”.

In Italia dove collocate il prodotto?

“Con la pandemia abbiamo ampliato il giro dei clienti. Meno Horeca, dove comunque abbiamo visto che il prodotto Dop ha minori spazi, e maggiori vendita nei negozi, nella grande distribuzione e anche nei discount, magari con tipologie di prodotto differenti”.

Avete risentito dei rincari delle materie prime?

“Come pastori sì. I rincari iniziano a pesare, è umiliante, ogni volta che  il prezzo del latte è ottimale il rincaro delle materie prime si fa subito sentire, ci viene il dubbio che siano operazioni fatte ad arte. Non dimentichiamo, poi, che siamo su un’isola, per cui anche il costo dei trasporti incide”.

Quanto è diffuso il pascolo?

“Lo pratichiamo quasi tutti. Nella nostra cooperativa, formata da circa 320 soci, non abbiamo allevamenti intensivi e il pascolo è la regola. 

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

“Il pastore, più che un lavoro, è uno stile di vita, eterno custode del territorio, come si dice H24, 7 giorni su 7; non esistono feste, non si stacca mai, molte volte trascurando il tempo da dedicare alla propria famiglia. Anche quando sei a casa o in giro e ti vedi con amici pastori o non, alla fine si finisce sempre a parlare di lavoro”.

La natura stessa detta le regole, le stagioni arrivano e non aspettano nessuno”. 

Lei quanti anni ha?

“Quarantadue, sono sposato e ho due figli maschi di 13 anni e 11 anni”.

Le piacerebbe che seguissero le sue orme dal punto di vista lavorativo?

“Sinceramente sì, perché se investi nell’azienda desideri la continuità, ma mi interessa che studino e che scelgano nella vita il lavoro che desiderano. E pazienza se sarà un’altra attività”.

Quanto è importante studiare?

“Molto. Io e mio fratello, che lavoriamo insieme, abbiamo un diploma di terza media, e confrontandoci con tutte le professionalità che gravitano intorno all’azienda e alla cooperativa, dal veterinario all’agronomo, e altre figure professionali, ci rendiamo conto che una base culturale più ricca aiuta tanto. È innegabile che chi studia ha una base più solida ed è questo che desidero per i miei figli, che possano studiare per essere liberi di scegliere il loro futuro”.

Come vede il settore fra dieci anni?

I tempi della politica non coincidono con le esigenze delle aziende

“Non benissimo, in verità. Molti sono stanchi di fare questo lavoro, ma non c’è il ricambio generazionale. Inoltre, molti giovani non vogliono fare questo lavoro, perché molto sacrificato e, permettetemi di aggiungere, assistiamo anche a un pessimo funzionamento della politica sugli investimenti in agricoltura, dove scarseggia completamente la dinamicità delle operazioni. In poche parole, i tempi non coincidono mai con le esigenze delle aziende primarie e di trasformazione, e questo spaventa tantissimo. Lo stiamo vedendo già ora e lo confermano i numeri: meno aziende e una minore produzione di latte”.

DOP e IGP: dobbiamo far riconoscere la nostra sostenibilità – la prospettiva francese
9 Giugno 2021

Claude Vermot Desroches
Franche-Comté – FRANCIA

Allevatore Latte e Presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn
Traduzione di Leo Bertozzi

Claude Vermot-Descroches - Allevatore
Claude Vermot-Descroches – Allevatore

Claude Vermot-Desroches ha condotto un’azienda di vacche da latte in Franche-Comté, di cui ora è titolare la figlia e dal 2002 al 2018 è stato presidente del Comité Interprofessionel Gruyère de Comté, l’organismo di gestione e tutela del maggior formaggio DOP francese, dopo averne guidato la Commissione tecnica dal 1994 al 2002. Attualmente è presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn, che ha sede a Ginevra, di oriGIn Europa ed oriGIn Francia. Dunque una persona che conosce direttamente la realtà della filiera lattiero-casearia e dei prodotti DOP-IGP anche a livello internazionale.

Ormai, la parola d’ordine è la sostenibilità, durabilité in francese. Affrontare gli ambiti economici, sociali ed ambientali in modo simultaneo e complementare è diventata oggi una necessità. 

I prodotti con Indicazione Geografica sono per natura sostenibili

Si tratta di un concetto di cui si parla da una decina d’anni, ma che non è ancora stato intrapreso e sviluppato in modo sistematico. Eppure, tradizionalmente la produzione delle Indicazioni Geografiche (IG) si inseriva appieno negli aspetti di sostenibilità: legame col territorio e fattori locali, leali e costanti, ne sono sempre stati gli elementi distintivi caratterizzanti.

Parafrasando il borghese gentiluomo, la commedia di Molière incentrata sul personaggio di Jourdain, – un arricchito che farebbe di tutto per conquistare la classe aristocratica e per essere accettato da coloro che ne fanno parte in modo da accrescere la propria etichetta di nobiltà – si può dire che mentre adesso tutti cercano di dimostrare la sostenibilità, le IG l’hanno sempre attuata senza saperlo.

In Francia, il mondo agricolo in generale percepisce con un certo malessere le azioni per la sostenibilità, vivendole come una messa in discussione del proprio operato da parte dei movimenti ambientalisti. Inoltre, da qualche anno la sostenibilità è diventata a volte anche uno strumento di marketing per sfruttarne il richiamo. Le IG esulano da tali strategie di opportunismo che le sopravanzano. Debbono comunque rafforzare le loro condizioni di produzione e di commercializzazione per integrare le crescenti preoccupazioni di una produzione in linea con le esigenze attuali.

Riguardo l’aspetto economico delle produzioni, in Francia esistono delle filiere IG che operano nel concreto la trasparenza collettiva ed applicano l’equa ripartizione del valore. Esiste anche un quadro normativo generale per l’equilibrio delle relazioni commerciali nel settore agricolo ed una alimentazione sana e sostenibile (legge Egalim, 2018), che non raggiunge però sempre gli scopi annunciati.

Un altro esempio è la nuova etichettatura ambientale degli alimenti, che risponde alle nuove esigenze della società senza tuttavia considerare le produzioni DOP ed IGP che hanno insito nel loro fondamento le esigenze del rispetto ambientale. In questo caso, il soggetto è più l’etichettatura che non la reale preoccupazione per la tutela dell’ambiente, e la certificazione ambientale è ritenuta più pregnante piuttosto che l’azione di operare realmente per la sostenibilità ambientale.

Il Comté DOP limita la produzione latte annua a 4600 litri/ha

Prendendo a riferimento il formaggio Comté, si nota come questa DOP abbia adottato già da tempo delle misure concrete per collegare il prodotto alla zona geografica nel rispetto di una tradizione produttiva di tipo estensivo. È stata così limitata la quantità di latte annuale ad un tetto massimo di 4600 litri ad ettaro e le aziende con una produzione inferiore negli ultimi anni a tale quantità potranno aumentarla al massimo del 10%. Occorre precisare che il massiccio del Giura (catena montuosa calcarea situata a nord delle Alpi, che segna una parte del confine tra Francia e Svizzera) ha differenze altimetriche, climatiche e geologiche che comportano potenzialità produttive dei terreni assai diverse. In un suolo poco profondo difficilmente la produzione foraggera potrà sostenere più di 2000 litri di latte ad ettaro per anno, mentre un suolo profondo nelle zone inferiori può sostenere produzioni anche superiori ai 4 mila litri/ha.

È poi stato scelto di vietare le sostanze OGM, in risposta alle nuove sensibilità, di non raffreddare il latte ma di rinfrescarlo a temperatura di 12°C con l’obbligo di raccoglierlo entro un diametro massimo di 25 km dal caseificio e di lavorarlo ogni giorno. Per rafforzare il carattere artigianale della produzione ed il legame fra prodotto e territorio, si prospettano delle nuove modifiche al disciplinare per limitare la produzione massima per vacca ed il numero di vacche per azienda, per la gestione dell’erba in stalla e l’obbligo di pascolamento mattino e sera. Inoltre, sarà posto un limite anche alla evoluzione dimensionale dei caseifici.

Sotto l’aspetto ambientale e di benessere animale, le vacche dovranno avere a disposizione 1,3 ettari per capo rispetto all’ettaro attuale, con una produzione massima di 8500 litri di latte all’anno; la zona di pascolamento dovrà essere collocata al massimo ad 1,5 km dalla stazione di munta (esistono stazioni mobili di munta) e le aziende potranno produrre al massimo 12 mila quintali di latte all’anno.

Onestamente, bisogna però riconoscere che non sempre DOP ed IGP casearie inseriscono elementi tanto rigorosi nei loro disciplinari produttivi, così come va anche considerato che i parametri che servono a misurare l’impatto ambientale delle produzioni non sono sempre adeguati all’allevamento od alla policoltura, essendo in genere stati approntati per le grandi coltivazioni vegetali specializzate.

Le certificazioni ambientali rischiano di banalizzare la specificità delle IG

Quindi, occorrerebbe innanzitutto avere un riconoscimento delle misure di sostenibilità che sono già adottate anziché imporre delle norme di certificazione che non danno la certezza del risultato e che sono difficilmente percepibili dal mercato.  

In modo generale, possiamo affermare che se in linea di principio tutte queste iniziative di certificazione ambientale sono positive, esse rischiano di contribuire o contribuiscono a banalizzare le specificità delle Indicazioni Geografiche. Di conseguenza ne trarranno beneficio le attività di comunicazione ed il marketing, anche di produzioni similari, col risultato della standardizzazione delle produzioni

Tuttavia, le IG casearie debbono comunque impegnarsi in un concreto e serio lavoro per affermare le modalità di operare dei produttori, il benessere degli animali, il rispetto del territorio da cui provengono le risorse naturali che utilizzano e che rigenerano, affinché venga riconosciuto questo sistema collettivo complesso, piuttosto che subire dei dictat del tutto astratti che un giorno o l’altro saranno rimessi in causa dai consumatori stessi.

Rischiamo che il Made in Italy divenga un bene di lusso [Intervista]
25 Maggio 2021

Gianmichele Passarini
Bovolone (VI), Veneto – ITALIA

Gianmichele Passarini
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto

“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.

Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.

Presidente Passarini, come interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?

“Credo si tratti di una concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la coperta è corta”.

La fiammata della soia ha ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico, oggi vicinissimi. Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni, proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?

Situazione che rallenta la scelta del biologico

“Assolutamente è una situazione che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può produrre in perdita”.

Che impatto hanno sulla zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?

“Si aprono due elementi di criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica, perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo difficoltà”.

Le importazioni cinesi di carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina africana?

“Anche se indirettamente, è vero, abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.

C’è anche un tema legato al benessere animale. Come muoversi?

La soluzione non è mettersi sulla difensiva

Il tema esiste e la soluzione non è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate. Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida, senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.

Cosa suggerisce di fare?

“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.

Quali?

“Siamo tutti d’accordo che il benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.

Lo dica lei.

“Il rischio è aprire alle importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei. Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.

L’Italia sta perdendo terreno sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna di mais?

“Non possiamo pensare di arrivare all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna, quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una accelerazione sulle New Breeding Technology.

Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera

Serve un forte impulso alla ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti, dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.

Successivamente, la strada da percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i dati sugli stock”.

Ha parlato di agricoltura di precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda la crescita.

“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso. Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie: il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste occasioni con idee e progetti organici”.

Carni suine più sostenibili: un approccio di filiera
10 Maggio 2021

La filiera della carne ha bisogno di essere percepita in modo migliore riguardo la sostenibilità, sia questo per l’aspetto del cambiamento climatico o il benessere animale.

La carne di maiale emette solo 6 kg di CO₂ per ogni kg, rispetto ai 60 kg della carne bovina, ai 24 kg della carne di pecora ed anche ai 21 kg di CO₂ per ogni kg di formaggio. Dato però che la carne di maiale è la più consumata al mondo (36% del consumo totale di carne), anche ai produttori suinicoli è richiesto di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.

I gas immessi in atmosfera nel ciclo dell’allevamento suinicolo sono il risultato delle emissioni indirette dalle coltivazioni per l’alimentazione degli animali e quelle dirette dall’allevamento, cioè animali e deiezioni. Si tratta soprattutto di ossidi di azoto ed anidride carbonica, mentre le emissioni di metano sono molto più ridotte di quelle dei ruminanti. Esiste poi l’impatto derivante dai processi di lavorazione e confezionamento della carne.

Un approccio di filiera per ridurre le emissioni

Secondo Danish Crown la riduzione delle emissioni deve essere un approccio complessivo, “olistico”, che riguarda tutti i soggetti e comprende elementi quali uso di antibiotici, origine degli alimenti, benessere animale, biodiversità nell’allevamento. La cooperativa danese si è prefissata l’obiettivo al 2030 di tagliare del 50% le emissioni carboniose rispetto ai livelli del 1990 dei 12 milioni di animali che macella. Il metodo per raggiungere tale risultato si basa sul coinvolgimento della filiera produttiva, partendo dagli allevatori che debbono impegnarsi a rilevare e comunicare all’azienda tutti i dati per i vari elementi di sostenibilità in modo da costituire la “traccia climatica”. 

Pilgrim’s nel Regno Unito ha misurato una media di 2,54 kg di CO₂ per ogni kg di peso vivo di carne, il che rappresenta uno dei valori di emissioni più basse al mondo. Questo risultato è stato ottenuto agendo in modo molto attento sulla origine degli ingredienti per l’alimentazione animale, in particolare la soia, prestando molta attenzione alle condizioni di allevamento con l’adozione della certificazione di benessere animale ed alla natura del packaging.

Adeguarsi al mercato: le aziende della carne debbono essere “market driven”. La società richiede con sempre maggior forza prodotti sostenibili, agricoltura sostenibile, trasparenza e sicurezza. La risposta non può che essere corale da parte di ogni componente della filiera produttiva: agricoltura conservativa, allevamenti etici, aziende di trasformazione orientate all’innovazione.
Anche i prodotti tradizionali vivono se evolvono.

TESEO.clal.it - Share delle Macellazioni di Suini in UE
TESEO.clal.it – Share delle Macellazioni di Suini in UE

Fonte: Danish Crown, Food Navigator

Gli allevatori devono dialogare [Intervista]
14 Gennaio 2021

Federico Farinello - Produttore Latte
Federico Farinello – Produttore Latte

Federico Farinello
Arborea (OR), Sardegna – ITALIA

Su quali pilastri è necessario fondare lo sviluppo dell’azienda? Per Federico Farinello, allevatore di Arborea (Oristano), con 570 capi bovini allevati (dei quali 250 in mungitura) e 3.000.000 di litri di latte conferiti ogni anno alla Latteria 3A di Arborea i punti fondamentali per ogni allevatore, sono essenzialmente: “la tecnologia, per migliorare l’efficienza, l’efficacia produttiva, e la vita lavorativa degli allevatori, in quanto giornalmente, bisogna concentrarsi anche sull’aspetto imprenditoriale e c’è sempre da documentarsi per tenersi aggiornati, su tutti gli aspetti correlati al settore”.

Federico Farinello di anni 47, conduce l’azienda zootecnica insieme a suo cugino Alessio di anni 45, si avvale della collaborazione della sorella Linda, impegnata sul fronte burocratico, amministrativo ed economico, due dipendenti indiani per la mungitura e un dipendente stagionale saltuario durante le semine e i lavori nella campagna nei periodi più intensi.

Per fare le scelte aziendali corrette servono dati precisi

Soppesa con attenzione il tempo necessario al lavoro manuale, con lo spazio necessario per informarsi, apprendere, pianificare e progettare il futuro, in quanto ritiene che “per fare le scelte aziendali corrette, servono i dati precisi, fondamentali per un’azienda, in quanto oggi giorno bisogna essere imprenditori”.

Partiamo dai dati. Nella vostra azienda dove li recuperate?

“Da cinque anni abbiamo installato un impianto di mungitura, con tecnologia Afifarm/afimilk per monitorare costantemente la qualità del latte e la fertilità. Un progetto della latteria 3A, alla quale abbiamo aderito. I dati rilevati sono quotidiani e sono estremamente utili. Nella nostra azienda l’aspetto fondamentale è il benessere degli animali”.

In tema di benessere animale, quali strategie avete adottato?

“Rispetto a qualche anno fa, abbiamo modificato l’alimentazione nella fase di allevamento con prodotti specifici nella fase pre – post parto, per ridurre l’uso dei farmaci al parto e abbiamo registrato un beneficio significativo”.

Cosa utilizzate in sostituzione?

“Nella nostra azienda cerchiamo di raggiungere la massima gestione in termini di efficienza delle cuccette utilizzando paglia e letame fermentato”.

Cioè?

“L’investimento nell’impianto di ventilazione ci ha prodotto un notevole miglioramento nella fertilità, una produzione costante, un flusso di cassa omogeneo, con notevoli benefici nella gestione aziendale”.

Qual è secondo lei il prezzo giusto del latte?

“Non vorrei dare un numero, in quanto non può essere omogeneo per tutta Italia: le isole hanno dei costi maggiori rispetto al resto della penisola, i fattori che incidono sono differenti. Il prezzo deve prendere in considerazione questo fattore, altrimenti i produttori delle isole vengono penalizzati e non hanno dei margini adeguati in stalla”.

Come vede il settore fra 10 anni?

Gli allevatori devono dialogare tra loro

“Se non ci sarà una svolta, credo che il 50% delle aziende chiuderanno. Bisogna fare in modo, come dicevo, che venga garantita la giusta marginalità e che, magari, il settore si mobiliti per individuare progetti costruttivi e fare programmazione. Gli allevatori devono dialogare tra loro e la cooperativa deve concentrarsi anche nell’aiutare i soci, accompagnandoli in un percorso di crescita. In particolare, sono convinto che il futuro passi dalle azioni quotidiane, e che la nostra cooperativa possa attingere a dei fondi per ridurre gli oneri e portare nelle tasche dei produttori quei centesimi che permetterebbero di investire in maniera serena”.

Dove interverrebbe?

“In Italia e ad Arborea abbiamo investito in genetica, ma senza un punto fermo, continuerei a investire su questo aspetto”.

Nel vostro allevamento la genetica a quale esigenza risponde?

“Nella genetica, nell’efficienza alimentare, nella longevità ed efficienza dei capi”.

È essenziale ridurre i costi della razione alimentare?

“Per noi, assolutamente sì, attraverso il maggior utilizzo dei prodotti aziendali, con scelte mirate, che portano ad avere ogni giorno minori costi in razione alimentare”.

La cooperativa 3A di Arborea è una delle realtà più smart nel panorama lattiero caseario italiano. Che suggerimenti si sente di dare?

“Abbiamo bisogno di programmazione e certezze sul lungo termine, almeno per dieci anni. Bisogna affrontare in maniera collegiale i temi che riguardano tutti gli allevatori, come il costo dell’energia, della gestione delle stalle, che permettano di individuare soluzioni condivise, confrontarci con le istituzioni, per avere un piano di efficienza e nel complesso individuare le migliori soluzioni che ci permettano di essere più competitivi in termini di qualità del latte e di valorizzazione finale”.

“Bisogna sempre innovarsi per costruire il nostro futuro insieme”.

Allevamento e sostenibilità – il nocciolo della questione
11 Dicembre 2020

La tematica della sostenibilità è sempre più attuale. Oltre all’aspetto ambientale, emissioni in atmosfera e residui nei suoli, occorre considerare anche l’etica produttiva nelle relazioni sociali e per il benessere animale, nonché la redditività economica per gli operatori e le comunità dei territori rurali.

Uno studio della Commissione Europea realizzato da ricercatori dell’INRAE (Institut National de Recherche pour l’Agriculture, l’Alimentation et l’Environnement) e dello Scotland’s Rural College analizza, attualizzandoli, gli aspetti della sostenibilità che ormai rappresenta il nocciolo della questione per ogni filiera produttiva.

PAC e COP 21

Dopo la seconda guerra mondiale, la necessità di garantire la stabilità degli approvvigionamenti alimentari accessibili a prezzi ragionevoli, ha profondamente cambiato il sistema tradizionale di allevamento. Dal 1992, alle spinte produttiviste basate su meccanizzazione, evoluzioni tecniche e di gestione aziendale, sono subentrati nuovi obiettivi della PAC diretti anche ad ambiente e clima.

Collegare ad esempio il pagamento degli aiuti UE al rispetto di misure quali la direttiva nitrati (direttiva 91/676/CEE), ha permesso di ridurre l’eutrofizzazione con vantaggi anche per le emissioni di gas effetto serra (GHG) . Però, l’Unione Europea difficilmente riuscirà a rispettare gli impegni assunti alla conferenza ONU COP 21 di Parigi per arrivare ad una neutralità nel bilancio del carbonio al 2050.

L’erosione dei suoli colpisce il 13% delle terre UE arabili

Sono sempre preoccupanti gli effetti negativi dovuti ai residui di azoto e fosforo, all’uso dei pesticidi o degli antibiotici. Ancora, l’aratura dei prati stabili comporta una rapida perdita di sostanza organica del terreno, con un aumento nell’erosione dei suoli, fenomeno che ormai colpisce il 13% delle terre arabili UE.

Il riscaldamento climatico inciderà sulle produzioni ed i fabbisogni idrici per l’irrigazione saranno sempre più importanti. La protezione della biodiversità è sempre più presente nella PAC, con sollecitazioni per la diffusione del greening o per l’espansione delle superfici a prato stabile, anche se i valori sul bilancio europeo sono modesti.

Le nuove sfide

Le sfide della sostenibilità vanno però ben oltre il settore dell’allevamento, che troppo spesso è messo all’indice rispetto alle coltivazioni agricole. Per superare queste criticità assicurando il mantenimento di condizioni sociali ed economiche appropriate, occorre una transizione per l’adozione di innovazioni, tecnologie e nuovi modelli commerciali, attraverso il sostegno della politiche e l’aggiornamento delle legislazioni.

Allevamento: da problema a soluzione

L’allevamento, oltre che parte del problema, potrà però diventare anche elemento di soluzione se verrà riconnesso alle produzioni vegetali per ristabilire la qualità degli ecosistemi e la resilienza al cambiamento climatico, riducendo scarti ed emissioni e riciclando la biomassa in altri settori. L’allevamento potrà risultare prezioso anche per mantenere o far rivivere l’attività economica e sociale nelle zone rurali marginali e svantaggiate, insieme alla gestione del paesaggio. Il tutto nella prospettiva di ottenere sistemi agroalimentari più efficaci.

Per migliorare la sostenibilità delle produzioni animali occorre agire su tre fattori:

  • aumentarne l’efficacia;
  • adottare fattori produttivi di minore impatto;
  • passare da una logica lineare della produzione ad una logica circolare, con un cambiamento radicale nella logica dello sfruttamento produttivo.

Per questo gli animali dovranno essere selezionati per aver un maggior equilibrio fra produttività ed altre caratteristiche quali tasso di fecondità, numero di lattazioni, resistenza alle malattie. Maggiore efficacia significa però ricercare resilienza produttiva verso le criticità climatiche o sanitarie, ristabilire la qualità degli ecosistemi, garantire i mezzi produttivi.

L’innovazione, attraverso la ricerca e la formazione, diventerà la chiave del successo.

TESEO.clal.it – Produzione di latte per vacca in UE-28

Fonte: Publications Office of the European Union

L’allevatore avveduto implementa le strategie nei momenti difficili [Intervista al DG di Rota Guido, Giuseppe Volta]
7 Settembre 2020

Giuseppe Volta - Direttore Generale di Rota Guido
Giuseppe Volta – Direttore Generale di Rota Guido

Il futuro della zootecnia passa indubbiamente anche dalla formazione, dall’innovazione e dalle nuove tecnologie, dalla sostenibilità ambientale e dalla multifunzione.
L’occasione del biogas e del biometano è sicuramente da cogliere sia in ottica green che per dare stabilità a lungo termine a una redditività che non sempre la vendita di latte e carne riescono a garantire, per effetto di una volatilità talvolta repentina.

Sono le indicazioni, in sintesi, di Giuseppe Volta, direttore generale di Rota Guido, realtà che “veste” le stalle all’avanguardia nel campo delle prestazioni e del benessere animale. Partiamo proprio dall’animal welfare nell’intervista a Volta.

Direttore, molto spesso si accusa il mondo agricolo di non rispettare il benessere animale. È così oppure siamo di fronte a una fake news?

La cura dei propri animali è nell’interesse di ogni allevatore

“Si tratta di affermazioni assolutamente non corrispondenti alla realtà, in quanto è sicuramente nell’interesse di ogni allevatore avere la massima cura dei propri animali.
È ben noto, infatti, ad ogni operatore del settore zootecnico come le performance produttive e riproduttive degli animali allevati siano strettamente correlate e proporzionali al loro livello di benessere.
Pertanto, al di là degli aspetti etici, il benessere animale risulta essere la condizione essenziale per garantire il successo economico di ogni allevamento”.

Quali sono le azioni per aumentare il benessere animale?

“Per poter garantire un buon livello di benessere agli animali allevati è necessario ridurre al minimo il loro livello di stress. Parliamo principalmente di stress sociali e stress termici, che vengono ormai tranquillamente azzerati grazie ad una corretta progettazione che prevede spazi, tecnologie e servizi corretti che consentono agli animali di vivere liberi dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalle malattie e di esprimere i loro ideali comportamenti naturali”.

Quali sono le principali richieste dell’allevatore quando deve costruire una nuova stalla? In tutto questo la sostenibilità ambientale che spazio riveste?

“Come società Rota Guido, ci occupiamo da più di cinquant’anni di progettare e realizzare centri zootecnici razionali ed integrati non solo in Italia, ma in gran parte del mondo.
Da sempre la filosofia che ci guida e che è assolutamente condivisa dagli allevatori e investitori è quella di garantire la massima efficienza produttiva nel rispetto della facilità e sicurezza gestionale per gli addetti di stalla. Risulta inoltre evidente come lo svolgimento dell’attività zootecnica debba avvenire in assoluta armonia con il territorio circostante.

Questo per operare nel più ampio rispetto delle sempre maggiori e restrittive normative vigenti in materia di corretta utilizzazione agronomica e, soprattutto, per garantire un ambiente pulito e sicuro alle generazioni future.
Pertanto, nella progettazione e realizzazione dei centri zootecnici, oltre alla funzionalità ed efficienza dei vari settori e ricoveri destinati agli animali, diamo sempre maggiore importanza a tutte quelle strutture e tecnologie che sono mirate a valorizzare i reflui zootecnici, eventualmente trattandone il carico organico con specifici impianti per farlo rientrare nei limiti imposti dalla legge”.

In questa fase di riassestamento dopo il Covid-19, che azioni suggerirebbe agli allevatori per sostenere il prezzo del latte?

Esistono opportunità di integrare il reddito, come la produzione di biogas

“Il comparto agricolo sta attraversando un momento di leggera difficoltà, legata soprattutto al prezzo di vendita di latte e di carne. Esistono però interessanti opportunità di integrazione al reddito”.

Quali?

“Mi riferisco ad esempio alla corretta utilizzazione delle deiezioni zootecniche, che possono essere economicamente valorizzate come matrici per l’alimentazione di impianti a digestione anaerobica, con produzione di biogas e cogenerazione e vendita di energia elettrica e termica e/o produzione di biometano. Gli incentivi attualmente in vigore sono una garanzia di valore economico assoluta e durata certa nel tempo, pari a vent’anni, e rappresentano una vera assicurazione sulla vita per il centro zootecnico, anche e soprattutto in tempi in cui i prezzi di vendita di latte e carne possono subire eventuali flessioni.

Un aspetto molto interessante è anche quello legato alla facilità di accesso al credito, favorito appunto da un prezzo certo per un periodo minimo garantito.
Gli imprenditori più avveduti sono quelli che studiano le loro strategie di sviluppo e le implementano nei momenti di mercato meno felici.
Per loro, ovviamente, l’integrazione dello sviluppo dell’allevamento unitamente ad un impianto di produzione di biogas rappresenta una facilitazione sia a livello autorizzativo che finanziario, essendo il solo rendimento dell’impianto sufficiente a coprire il totale ammortamento dell’investimento sia di biogas che di ricovero zootecnico.
Inoltre, per convertire una fase di difficoltà in un’opportunità imprenditoriale, abbiamo ritenuto di metterci a disposizione degli allevatori, per guidarli nell’acquisto agevolato di soluzioni e tecnologie 4.0, generando le condizioni commerciali ideali per l’ottenimento del credito d’imposta come previsto dal Decreto Legge 124/2019”.

Spesso chi realizza una stalla nuova o impianti di energie rinnovabili beneficia di fondi all’interno delle misure del Programma di sviluppo rurale. Quali suggerimenti ritenete utili dare alle Regioni, affinché si possa migliorare l’innovazione e la competitività delle imprese agricole?

“Gli aiuti a livello comunitario e/o regionale sono sicuramente un importante incentivo per stimolare lo sviluppo di realtà agricole e soprattutto zootecniche.
Ritengo che le istituzioni nelle loro valutazioni debbano in qualche modo avere un occhio di riguardo e premiare tutti gli interventi mirati allo sviluppo ed introduzione di tecnologie innovative, questo sia nelle nuove realtà che nelle ristrutturazioni di quelle esistenti.

Informazioni puntuali e corrette aiutano a migliorare i risultati economici dell’allevatore

Vanno incentivate tutte le tecnologie che permettono di elevare il livello funzionale dell’allevamento, fornendogli così la possibilità di avere dei riscontri analitici, al fine di renderlo più competitivo.
La disponibilità di informazioni puntuali e corrette facilita la gestione, riduce gli errori, previene le malattie e l’uso di farmaci, aiuta in buona sostanza a migliorare i risultati economici dell’allevatore e allo stesso tempo si rendono disponibili a tecnologie mirate alla valorizzazione e corretta utilizzazione dei reflui zootecnici nel rispetto del territorio e dell’ambiente.
In sostanza, tutte le tecniche che fanno riferimento alle PLF – Precision Livestock Farming (Zootecnia di precisione) e le BAT – Best Available Technologies (Migliori Tecnologie Disponibili), dovrebbero essere incentivate e utilizzate correttamente al fine di consolidare quell’ideale connubio fra zootecnia e ambiente”.

Abbiamo sotto gli occhi esempi di agricoltura verticale, una stalla galleggiante a Rotterdam, sono partite ricerche di laboratorio per portare l’agricoltura su Marte. Come si immagina la stalla del futuro?

“In attesa che queste sperimentazioni diventino più concrete, in quanto ancora relativamente poco percorribili, ritengo che la stalla del futuro prossimo debba essere una realtà fortemente radicata sul territorio, con il quale deve essere perfettamente integrata e sinergica.
Gli animali vivranno senza stress e saranno felici, produrranno come logica conseguenza latte e carne di ottima qualità, gli operatori saranno appassionati ed entusiasti del loro lavoro, la stalla non verrà percepita come fonte di odori sgradevoli e tantomeno come elemento inquinante, ma sarà lo strumento per produrre energia pulita e concimare il terreno in modo naturale.
Come anticipato, dovrà essere tutto improntato sul concetto della sostenibilità perché, proprio per avere garanzie di futuro, si dovrà assicurare la necessaria sostenibilità economica, ma nel più ampio rispetto della sostenibilità sociale e di quella ambientale”.

Per la crescita del settore zootecnico è necessario sostenere la formazione. Come azienda leader del settore avete progetti o percorsi dedicati agli allevatori in tal senso? 

“Siamo assolutamente convinti che lo sviluppo ed il futuro dell’attività zootecnica non possa prescindere da un’adeguata formazione delle varie funzioni, da quelle strettamente operative a quelle manageriali.
È la filosofia dell’azienda Rota Guido, quello di fornire sempre un servizio generale ai nostri clienti, dalla consulenza, alla progettazione preliminare, a quella finanziaria, fino al training formativo. E questo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
Mentre, per tutti quei Paesi ad economia avanzata come l’Italia e per tutte le figure di avanzato livello professionale, insieme a un gruppo di aziende di rilievo del settore, abbiamo creato un riferimento formativo di notevole importanza”.

Di cosa si tratta?

“Il riferimento è il Polo di Formazione per lo Sviluppo Agrozootecnico con sede a Maccarese Fiumicino, attraverso il quale, con un calendario prestabilito e disponibile online sul sito del Polo, viene presentata un’offerta formativa in collaborazione con i massimi esperti mondiali del settore, a cui è possibile iscriversi direttamente dal sito. La struttura organizza corsi di formazione avanzata e, laddove non sia possibile la presenza fisica in aula, sono previste soluzioni in formato webinar”.

Centro Zootecnico Integrato Fugazza
Centro Zootecnico Integrato Fugazza

L’importanza della gestazione per la salute del vitello
17 Luglio 2020

È noto che la salute del vitello e la sua carriera produttiva sono influenzate dal modo in cui è stata condotta la gestazione ed in particolare riguardo l’alimentazione della madre, il suo stato sanitario e gli stress. Su questi aspetti, l’Università della Florida ha condotto degli studi, i cui risultati sono stati presentati al Canadian Dairy Seminar 2020 in Alberta.

Un vitello che nasce sottopeso per carenze alimentari della vacca durante la gestazione, potrà avere compromessa la crescita, la capacità produttiva e la resistenza alle malattie. Non si tratta però solo di quantità della razione, ma anche della sua composizione ed additivazione.

È stato osservato che la colina è uno dei fattori nutrizionali che possono avere un’importanza diretta su salute e performance del vitello ed è stato dimostrato come la sua aggiunta nella razione della vacca per 3 settimane prima del parto fino a dopo il parto, comporta una minore mortalità dei vitelli a 24 giorni, minore incidenza di stati febbrili, maggior incremento di peso fino a 300 giorni. Riguardo le malattie, le infezioni alla vacca durante la parte finale della gestazione possono determinare una risposta immunitaria che si ripercuote sul vitello, condizionandone la salute.

Lo stress da caldo influisce negativamente sulla salute del vitello

Particolarmente importante è però un altro fattore osservato dai ricercatori statunitensi attraverso le osservazioni in utero della vacca a fine gestazione, cioè lo stress da caldo. Questo stato altera la capacità della vacca di scambiare principi nutritivi ed ossigeno al feto, riducendo la durata della gestazione. I vitelli alla nascita sono meno pesanti e questo stato persiste durante svezzamento e pubertà. L’animale potrà recuperare peso nel secondo anno di vita, ma si tratterà più di deposito adiposo che non di tessuto funzionale.

Quindi, vacche più grasse e con maggior insulina che metabolizzano più rapidamente il glucosio e di conseguenza minore capacità di trasformare i principi nutritivi in latte. Inoltre lo stress da caldo comporta minore possibilità di assorbire le immunoglobuline dal colostro e dunque ridotto stato immunitario del vitello.

In conclusione, bisogna prestare attenzione alle condizioni intrauterine negli ultimi tre mesi di gestazione. Questo non solo per la salute della vacca, ma per tutta la carriera produttiva del nuovo animale.

TESEO.it - Patrimonio Bovini da latte in Italia
TESEO.it – Patrimonio Bovini da latte in Italia

Fonte: Dairy Herd