Dati continui, analisi predittive e decisioni automatizzate
L’allevamento da latte sta vivendo una trasformazione profonda. Dopo decenni in cui l’innovazione si è concentrata soprattutto sulla meccanizzazione e sulla genetica, oggi è l’Intelligenza Artificiale (IA) a rappresentare il vero salto di paradigma. Si tratta di un modo completamente diverso di gestire l’azienda basato su dati continui, analisi predittive e decisioni automatizzate, che sta cambiando la vita degli allevatori perché ne amplifica le capacità con meno necessità di lavoro manuale e più attenzione per le decisioni strategiche.
Infatti, non si limita a registrare dei dati ma riconosce schemi, confronta con migliaia di casi simili e segnala anomalie prima che diventino problemi. Questo può generare maggiore redditività grazie all’efficienza produttiva. Prendiamo ad esempio l’alimentazione, che rappresenta la voce di costo più importante in un allevamento da latte: con l’IA è possibile analizzare in tempo reale la qualità degli alimenti, adattare automaticamente la razione in base alla produzione, allo stadio di lattazione, alla salute dell’animale e prevedere l’impatto di una modifica dell’alimentazione sulla produzione di latte. Ne conseguono meno sprechi, maggiore efficienza ed una produzione più costante.
Ottenere di più con meno input sfruttando la tecnologia e le moderne pratiche agricole è un obiettivo primario per DairyNZ, l’associazione nazionale degli allevatori neozelandesi. Diventa sempre più chiaro come l’intelligenza artificiale e la tecnologia siano strumenti utili per ottimizzare le operazioni ed aiutare gli allevatori ad affrontare proattivamente i problemi prima che degenerino. Si tratta di migliorare le decisioni, non di sostituire le competenze.
Durante la conferenza internazionale sull’allevamento di precisione dei bovini da latte tenutasi a Christchurch (Isola del sud) alla fine dello scorso anno, è emerso che si sta verificando un cambiamento generazionale, con i giovani agricoltori che adottano sempre più la tecnologia concentrandosi su come fare le cose in modo più intelligente per aumentare la produttività e le generazioni più anziane che mantengono ben vive le competenze fondamentali che derivano dall’esperienza pratica. Obiettivo comune è però il continuo investimento nel miglioramento delle mandrie e nella gestione delle aziende agricole. Questa combinazione di efficienza ed innovazione mantiene l’allevamento lattiero-caseario neozelandese all’avanguardia a livello internazionale.
L’Intelligenza Artificiale, così come le nuove tecnologie, non debbono essere una moda, ma la nuova infrastruttura su cui basare l’allevamento da latte. La sfida non è adottare l’IA, ma imparare a sfruttarla al massimo, combinando nel migliore dei modi tradizione ed innovazione.
L’anno 2026 è da annoverare tra gli anni eccezionali in termini di stress da caldo sulla vacca in tutte le principali province italiane per produzione di latte, anche al netto del trend in crescita registrato nell’ultimo decennio.
A misurarlo sono i dati climatici NASA che abbiamo analizzato in un nuovo approfondimento per misurare e raccontare in tempo reale la situazione stress negli allevamenti italiani. Lo stress da caldo nella vacca da latte può portare a conseguenze immediate, come un calo nella produzione di latte, ma anche a problematiche con ripercussioni sul medio-lungo periodo.
In alcune province, come Mantova e Reggio nell’Emilia, l’attuale stress da caldo è superiore al massimo rilevato nei 10 anni precedenti per questo periodo, e se per Cuneo l’eccezionale stress sembra ora rientrare verso i livelli medi registrati nel decennio, per altre province come Brescia e Vicenza il livello di stress da caldo non accenna a rientrare nella normalità per questa fine estate. Gli allevatori del Sistema Stalla sottolineano che l’impatto sui capi diventa maggiormente gravoso tanto più è prolungato il periodo di stress: ne è un esempio la provincia di Cremona, dove la soglia d’allerta è stata superata già da inizio aprile.
L’impatto non si misura soltanto attraverso un calo delle consegne di latte. Se lo stress non comporta drastici cali produttivi è perché gli allevatori hanno attuato una serie di azioni per contrastarne gli effetti. E nuove iniziative ancora vengono prese in considerazione dal mondo allevatoriale per proteggere la mandria, e non solo il litro di latte, da questi eventi climatici.
Una condizione di cui tutta la filiere dovrebbe parlare, oggi su basi oggettive, per assicurare un sano futuro al settore.
Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA
“Mi sarei aspettato una ripresa dei prezzi già questa settimana, anche perché l’offerta di maiali non è elevata, ma non abbiamo visto segnali rialzisti, che pure sarebbero stati in linea con le contingenze”.
Per Antenore Cervi, responsabile nazionale suinicoltura per Cia-Agricoltori Italiani, il quadro economico avrebbe potuto essere migliore, dopo un mese di maggio con quotazioni “più basse di quanto ci saremmo attesi, a causa di congiunture internazionali, che hanno pesato”.
Permangono tensioni sul mercato delle carni, anche per la decisione dei macelli italiani di non operare a pieno regime, sebbene non vi siano ad oggi eccedenze di produzione.
“Non ne faccio una colpa ai macelli, che restano gli attori attualmente con maggiore potere per condizionare la disponibilità di carne sul mercato, mi limito a un’analisi – chiarisce Cervi -. Allo stesso tempo, però, sono preoccupato, perché a fine giugno dovremmo già vedere un’inversione di rotta dei listini e il numero esiguo di maiali lo permetterebbe”.
E se dal prosciutto di Parma arrivano segnali al momento rassicuranti, con un incremento delle stagionature a prezzi sostenibili per i prosciuttai, per Cervi “il problema resta collocare le carni, in competizione con i mercati esteri e con la filiera italiana che non riesce ad imprimere la giusta valorizzazione alla produzione nazionale”.
Pesa anche l’incognita legata alla diffusione della Pesta suina africana, con criticità che spaziano dalla provincia di Cuneo, fra le più vocate alla produzione suinicola, per arrivare all’area calda dell’Appennino tosco-emiliano, dove le soluzioni fisiche di contrasto alla PSA continuano ad essere complesse nella fase di realizzazione.
Fra le buone notizie, Cervi ricorda che in questi giorni si stanno riunendo le commissioni interprofessionali del Prosciutto di Parma e di San Daniele. Dal ministero è arrivata la disponibilità alla pubblicazione dei dati da parte di CRPA e CRENBA relativi al Classyfarm. “Con la massima trasparenza si potranno così far conoscere i grandi progressi degli allevamenti di suini in tema di benessere animale, un’opportunità per difendere la suinicoltura da attacchi mediatici scomposti e molto spesso infondati – dice Cervi -. La stragrande maggioranza vanta dati di eccellenza”.
Paola Aguzzi – Presidente dell’Associazione Quelle del Latte
Abbiamo seguito con curiosità lo sviluppo di “Quelle del Latte”, una rete di professioniste attive nel settore della zootecnia da latte italiana, che sta contribuendo a dare voce, visibilità e connessione alle donne del comparto. Per conoscerla meglio abbiamo intervistato la presidente, Paola Aguzzi, figura di riferimento dell’iniziativa.
Gentile Paola, qual è la sua professione, e dove la svolge?
Mi definisco una farm manager. Ho lavorato in diverse aziende e in varie province e attualmente opero presso l’azienda del Cavaliere del Lavoro Finato Martinati Venier Guido, a Verona, nel ruolo di direttore. Il mio lavoro è complesso: oltre a gestire la stalla come “capo stalla”, sono responsabile delle scelte agricole e degli investimenti. L’azienda è articolata in più settori (latte, biogas, terreni, biologico), quindi serve una figura che coordini l’insieme delle attività e che si interfacci costantemente con l’amministrazione e con i programmi della proprietà.
Generalmente, perché una professionista decide di far parte di QdL? E cosa vi trova, poi?
Evolvere in un contesto di “censura”
QdL è un luogo che accoglie le fragilità, spesso nascoste. È uno spazio in cui si parla una lingua comune, quella delle donne che lavorano in questo settore. Si ascoltano esperienze che rispecchiano il proprio vissuto e si ritrovano competenze, calore e forza, che a volte si possiedono già senza esserne pienamente consapevoli. È condivisione e aspirazione, è un modo per evolvere in un contesto in cui spesso le donne in zootecnia sono censite e “rinchiuse”.
Qual è stato l’impulso determinante per la nascita di “Quelle del Latte”?
QdL è nata a casa mia, una sera di febbraio 2023. Dopo un passaparola, una quindicina di donne del settore zootecnico – veterinari, allevatrici, tecnici e coadiuvanti – si è riunita a cena. Parlando, abbiamo scoperto di avere molto in comune: le donne in questo settore occupano spesso ruoli marginali, di contorno, ma raramente decisionali o visibili. Siamo spesso identificate come “la moglie di”, “la sorella di”, “la figlia di”, “l’assistente di…”, senza una reale identità riconosciuta e senza voce. L’obiettivo è stato creare uno spazio in cui a parlare in prima persona fossero le donne, superando quello che definisco un vero e proprio “tetto di cristallo”.
Secondo le esperienze di condivisione professionale fatte in QdL, quali ritiene siano i principali ostacoli ad una completa valorizzazione delle professioniste di sesso femminile in ambito allevatoriale oggi? Qualcosa sta cambiando?
L’ostacolo principale, anche se lentamente le cose stanno cambiando, è confrontarsi con un ambiente ancora fortemente “patriarcale” e riuscire a emergere con la stessa assertività e considerazione degli uomini. Nessuno mette in dubbio le competenze maschili, mentre una donna deve spesso dimostrare continuamente le proprie.
Nell’Allevamento da Latte, anche la concezione che le donne hanno di sé sta cambiando?
Sì, le donne stanno sviluppando una diversa consapevolezza di sé, delle proprie capacità e una determinazione che spesso l’altro sesso non manifesta con la stessa intensità.
Perché è così importante la cura della persona, anche emotiva, in ambito lavorativo?
Il nostro è un ambiente fortemente stressante: viviamo quotidianamente un lavoro ad alto carico emotivo e decisionale, a contatto con situazioni complesse legate alla gestione del benessere animale e della produzione. Inoltre, il settore non ha potere contrattuale: ciò che acquista è dettato dal mercato, mentre ciò che vende, essendo una commodity, è deciso da chi compra. I margini di guadagno sono spesso ridotti o inesistenti e questa incertezza logora.
QdL organizza incontri di varia natura, anche con contenuti tecnici. Avvertite una carenza di offerta formativa per il mondo allevatoriale italiano?
Aggiornarsi per innovare in stalla
Organizziamo anche incontri tecnici, in cui il numero ridotto di partecipanti favorisce domande e discussione. Sono incontri tenuti da esperti del settore, mai banali e senza finalità commerciali.
Abbiamo affrontato temi come:
“One welfare” e benessere in stalla
Lettura dell’estratto conto bancario e valutazione di prestiti e mutui
Il potere dei mitocondri
Come ci percepiscono le vacche e il loro modo di ragionare
Il valore del tempo e i tempi delle donne nell’orologio biologico della natura
Welfare ambientale e carbon footprint
Fermentazioni e gestione dell’insilato
“Far parlare i numeri” per le scelte aziendali
Costo del litro di latte
Fare rete e comunicare con l’Europa (“Vox Demeter”, “Les Elles de la Terre”)
È inoltre in corso il progetto “La cura oltre la stanza”, dedicato alla cura psicologica, alla consapevolezza dell’essere, alla gestione di paure, solitudine e rabbia. Prevede incontri aperti a tutti con psicologhe e un percorso di supporto anche individuale. È aperto a tutti perché è un tema che riguarda tutti.
Parteciperemo inoltre al Food&Science Festival di Mantova con l’incontro “Chi parla per la terra? La voce delle donne del mondo”, nell’anno dedicato dalla FAO alla donna rurale.
In un’agricoltura che fatica a “conquistare” lavoratori, Il valore delle donne è soltanto numerico? Oppure c’è del valore nella diversità, anche in questo ambito?
Non solo forza, ma anche entusiasmo e collaborazione
L’agricoltura fatica ad attrarre lavoratori, ma le donne sono naturalmente vicine a questo mondo: allevare e coltivare fa parte del loro “DNA”, dato che storicamente hanno iniziato proprio loro a seminare e ad addomesticare gli animali. Oggi il settore non richiede solo forza fisica, ma resilienza, entusiasmo e collaborazione.
Il valore della diversità di genere è reale: esistono sensibilità e approcci differenti, non uniformi, più pratici e capaci di gestire più situazioni contemporaneamente. Tuttavia, il cambiamento deve essere anche sociale: le donne non devono più essere costrette a scegliere tra lavoro, carriera e famiglia, ma poterle conciliare. È un impegno collettivo. Abbiamo bisogno di professioniste competenti, ma anche di bambini, perché la denatalità è un problema serio, e di donne serene, che possano guardare al futuro con fiducia.
Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA
“Le difficoltà di mercato per gli allevatori sono iniziate dopo i ribassi prolungati per due mesi alla fine di novembre. Dall’inizio dell’anno possiamo dire che il prezzo dei suini grassi da macelloè al di sotto dei costi di produzione. Quando carichiamo per il macello, gli allevatori in questo frangente dicono: vediamo salire sul camion maiali e soldi”.
Antenore Cervi, responsabile della suinicoltura per Cia-Agricoltori Italiani, cerca di smorzare con una battuta l’incertezza del mercato che, dopo due anni sostanzialmente positivi per i produttori di maiali, oggi pesa sui bilanci aziendali. “Solitamente la primavera è sempre stata caratterizzata da listini sottotono – ricorda – ma oggi le pressioni sono causate dalla presenza diPSA in Spagna, uno scenario indipendente quindi dalla situazione nazionale”.
Antenore Cervi fa parte della Commissione interprofessionale del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma, che ha avviato un dialogo con i “cugini” omologhi del Consorzio del Prosciutto di San Daniele per individuare soluzioni ai problemi che affliggono la filiera suinicola.
“Gli allevatori in questi ultimi due anni, complici anche una buona remuneratività, hanno investito sulla biosicurezza e per rispondere agli adempimenti in sostenibilità ambientale – spiega Cervi -, ma si è trattato in entrambi i casi di adeguamenti necessari, ma non produttivi”. Oggi la strada deve necessariamente guardare una “programmazione condivisa all’interno della filiera, così da garantire maggiore valore aggiunto alla suinicoltura nel suo insieme, non soltanto nel circuito delle produzioni tutelate”.
Una spinta potrebbe arrivare dalla genetica, secondo Cervi. “Sono stati fatti passi avanti notevoli – riconosce – e questo renderà più reattiva la filiera a fronte di una programmazione seria. Dobbiamo riuscire a valorizzare la salumeria DOP e, allo stesso tempo, anche la carne fresca e la genetica sarà uno dei pilastri per migliorare”.
Daria Levoni – Amministratore delegato Levoni Spa Società Benefit
Quasi 115 anni di storia, una filiera 100% italiana (la tracciabilità riguarda anche spezie e aromi naturali) con una attenzione alle grandi Dop del Parma e del San Daniele e alla salumeria di qualità del Made in Italy, grazie alle quali alimentano oltre 10mila salumerie e negozi in tutta Italia. Sono alcuni dei numeri di Levoni, che da gennaio 2025 è diventata società benefit, sfidando il Moloch della burocrazia e restituendo alla comunità dei vantaggi che sono obiettivi comuni, con una visione etica e proiettata a salvaguardare redditività, benessere, migliorare le condizioni del lavoro negli stabilimenti, incrementare il welfare, la sostenibilità, ma anche la formazione. Gli effetti, inevitabilmente, ricadono sul territorio.
“È stato un percorso durato circa due anni, che ha coinvolto tutti i nostri stakeholder, dagli allevatori ai fornitori di servizi, dalle maestranze alla rete grazie alla quale negli anni abbiamo consolidato un’azienda che è ormai alla quarta generazione”, spiega Daria Levoni, tecnologa alimentare di formazione e amministratore delegato del gruppo, in prima fila nel percorso che ha portato alla nuova denominazione: “Levoni Spa Società Benefit”.
Un percorso di fatto “naturale”, senza forzature per chi ha sempre creduto nell’italianità della materia prima, nella sostenibilità e nel rispetto dei criteri ambientali e nell’alta qualità come elemento distintivo delle produzioni, che prevede una Filiera Benessere Animale sui pre-affettati, ma anche un’accademia Levoni ribattezzata “Assaggezza” per coniugare cultura e gusto e divulgare correttamente il mondo della salumeria, troppo spesso sotto accusa (ingiustamente e per colpa di una buona dose di superficialità).
Lo scorso anno, inoltre, è stato presentato il primo report di sostenibilità che raccoglie le azioni intraprese in tema di ambiente, società, governance, trasparenza verso il consumatore, nel pieno rispetto dei parametri ESG.
Levoni è una delle realtà storiche dell’agroalimentare italiano, con esportazioni in crescita a livello mondiale (Francia, Germania, Stati Uniti fra i principali Paesi), grazie appunto alla qualità e alla valorizzazione di prodotti premium che hanno saputo conquistare il gusto dei consumatori.
Nelle ultime settimane il mercato della soia ha mostrato segnali di ripresa. Nell’ultima settimana di ottobre negli Stati Uniti il prezzo ha raggiunto i 332,5 €/ton, dopo un periodo caratterizzato da quotazioni deboli. La Cina ha segnalato la ripresa degli acquisti di prodotto statunitense e, allo stesso tempo, negli Stati Uniti cresce l’impiego di olio di Soia per la produzione di biodiesel avanzato. Le previsioni per la campagna 2025/26 indicano una crescita dei consumi mondiali di olio di Soia del +4,2%, mentre negli Stati Uniti l’aumento atteso è ancora più marcato, pari a +10,4%.
Se questa tendenza dovesse proseguire, il mercato potrebbe rendere la Soia più interessante nelle scelte di semina. Tuttavia, le prime indicazioni USDA disponibili segnalano una possibile riduzione delle superfici a Soia del -6,7% nella prossima campagna negli Stati Uniti, a favore del mais e di altre colture.
Le decisioni degli agricoltori dipendono infatti non solo dalle quotazioni, ma anche dal rapporto tra i prezzi delle due colture, dai costi dei fattori produttivi e dalle rotazioni agronomiche: l’equilibrio tra Mais e Soia resta quindi ancora in fase di definizione.
Applicare lo stesso ragionamento in Europa e in Italia risulta più complesso. Le rese della Soia sono più variabili rispetto al Midwest statunitense, soprattutto a causa dello stress idrico estivo, e le aziende agricole dispongono spesso di superfici più ridotte e frammentate, che rendono meno flessibili le scelte colturali. Inoltre, pur essendo il principale Paese produttore in UE, l’Italia è autosufficiente solo per il 31% del proprio fabbisogno di Soia e dipende in modo significativo dalle forniture estere. Nel periodogennaio-luglio 2025, le importazioni di semi di Soia sono diminuite del -3,6%, mentre le importazioni di farina di Soia sono aumentate del +31%, segnalando un ricorso crescente al prodotto trasformato estero per coprire la domanda della zootecnia.
In questo contesto, un accordo commerciale tra UE e Mercosur potrebbe aumentare la disponibilità di Soia e farina sudamericana sul mercato europeo, attenuando eventuali tensioni sui prezzi legate alla minore offerta statunitense. Per l’Italia, la priorità resta garantire continuità e competitività negli approvvigionamenti.
Il rafforzamento delle filiere legate alla Soia nazionale, insieme all’uso di contratti diretti tra agricoltori e allevatori e alla valorizzazione della tracciabilità – cioè rendere chiara e garantita l’origine della Soia – possono contribuire a ridurre la dipendenza dall’estero e rendere più stabile il costo delle materie prime per l’alimentazione animale.
TESEO.Clal.it – Italia: Importazioni di Semi e Farina di Soia
Produrre di più con meno risorse aumentando l’efficienza. Questo nel latte avviene già dato che, secondo i dati CLAL presentati recentemente a Mantova, negli ultimi 10 anni a fronte di un calo degli allevamenti (-25%) si riscontra un aumento di vacche da latte (+2,7%), di rese (+ 15% ) e di consegne (+18.9%).
Di contro, riguardo le risorse, aumenta in modo costante il consumo di suolo. Secondo i dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) lo scorso anno il consumo di suolo ha avuto un valore in crescita rispetto al 2023 del 15,6%, pari ad oltre 83,7 chilometri quadrati, con danni economici derivanti dalla perdita di valori ecosistemici (sicurezza alimentare, biodiversità, sostenibilità ambientale, resilienza climatica) di 9,6 miliardi di Euro.
Questa dinamica è rilevante soprattutto nelle zone di pianura a particolare vocazione zootecnica ed espone ad una sempre maggiore dipendenza da fonti alimentari importate. Occorrerà considerarlo, senza temporeggiare.
Negli ultimi mesi i prezzi dei Fertilizzantiin Europa sono rimasti alti, anche se i prezzi del Gas e dei Cereali (storicamente collegati) sono stabili o in calo. Quello che sembra un paradosso dipende in realtà dalla prossimità del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), che entrerà in vigore nel 2026. Il CBAM richiede agli importatori di pagare per la CO₂ incorporata nei fertilizzanti più emissivi, come ammoniaca, urea e DAP (Diammonium phosphate), attraverso l’acquisto di certificati CBAM. Al momento, i valori di emissione definitivi non sono ancora pubblicati e i prezzi dei certificati saranno annunciati solo ogni trimestre, quindi gli importatori non possono sapere con precisione quanto costeranno i Fertilizzanti.
Secondo le analisi di Rabobank e di Boerenbusiness, gli effetti del CBAM potrebbero essere significativi: i costi dell’ammoniaca potrebbero aumentare del 10-20% già nel 2026, fino a un +50% entro il 2030; per l’urea è attesa una crescita del 10-15% nel 2026 e fino al 45% nei prossimi anni; il DAP dovrebbe registrare aumenti più contenuti, +2-5% nel 2026 e fino a +10% entro il 2030. Paesi come Cina, Trinidad & Tobago e, a medio termine, Russia potrebbero perdere competitività, mentre Egitto, Algeria e Nord Africa potranno aumentare le loro quote di mercatograzie a Fertilizzanti più efficienti dal punto di vista carbonico.
Sul fronte tecnologico, la CO₂ incorporata renderà più competitive le soluzioni a basso impatto: l’ammoniaca blu (prodotta da gas con cattura della CO₂) diventerà conveniente entro il 2030, mentre l’ammoniaca verde (da elettricità rinnovabile) potrebbe raggiungere la parità di costo verso il 2034, sostenuta dall’aumento dei prezzi del carbonio.
Il CBAM non solo influenzerà i costi dei Fertilizzanti, ma accelererà la decarbonizzazione del settore, con l’obiettivo di premiare fornitori più sostenibili e spingendo le filiere europee verso scelte meno impattanti sul clima.
TESEO.Clal.it – Italia: Confronto prezzi Urea, Gas Naturale e Granoturco
Rispetto al biennio 2021-22, segnato dall’impennata dei prezzi delle materie prime, come gas, elettricità, ma anche petrolio e fertilizzanti, oggi i valori di tali input si sono decisamente ridimensionati. Permangono alcune eccezioni, come il gasolio agricolo e alcuni fertilizzanti, che comunque si mantengono su livelli non allarmanti.
Tuttavia l’indice CPI dei prezzi al consumo continua a crescere, sostenuto da incrementi ancora in atto in diversi segmenti chiave, come l’alimentare e l’HoReCa.
Intanto, molti allevatori hanno colto il momento favorevole dei prezzi di Latte e Formaggi (su tutti Grana Padano DOP e Parmigiano Reggiano DOP) per investire in innovazione, robotica e digitalizzazione. Obiettivi: migliorare benessere animale, produttività ed efficienza, anche in risposta alla carenza di manodopera specializzata.
L’innovazione però porta con sé nuovi costi: manutenzione, facility management, gestione. Quanto incidono questi oneri sui bilanci delle Aziende Agricole da Latte?
Il commento dell’Allevatore
Alberto Cortesi – Allevatore e Presidente Confagricoltura Mantova
“Le molte Aziende che hanno fortemente investito in questi ultimi anni trovano un momento particolarmente favorevole di mercato e redditività, a condizione di aver fatto investimenti mirati e di essere in grado di utilizzarne al massimo i benefici. L’adozione del robot di mungitura richiede ammortamenti più elevati e un costo in manutenzione e materiali di consumo di circa il doppio per litro di latte munto rispetto alla sala di mungitura tradizionale.
Occorre riuscire a ottenere il massimo della produttività e per far questo occorre che la gestione sia affidata a Operatori adeguatamente preparati, cosa non semplice. Se aggiungiamo una ulteriore complicazione derivante dai numerosi sistemi informatici di controllo e gestione presenti nelle aziende agricole i cui dati spesso sono blindati e non trasferibili, la questione della preparazione delle persone risulta ancora una volta essenziale.
Gli Allevatori che non sono disposti a mettersi in gioco in un cambiamento mentale radicale che la tecnologia comporta è meglio e più conveniente economicamente che continuino con sistemi collaudati, certo perdendo la sfida affascinante dell’allevamento innovativo.
Quando invece l’investimento ha riguardato il benessere animale inteso come moderne strutture progettate correttamente in spazio, aerazione, luce e facilità di pulizia, il ritorno economico è più facilmente raggiungibile anche senza tecnologia di ultima generazione. Ritengo si possa fare l’Allevatore con bilancio economico positivo anche senza robot di mungitura e di alimentazione ma non si può prescindere dall’avere stalle adeguate dal punto di vista comfort.
L’Allevamento da latte deve mettere in conto un costo in moderne tecnologie e di ammortamento in strutture molto elevato che può arrivare a superare largamente i 5 centesimi/litro.”
TESEO.clal.it – Italia: indice dei prezzi al consumi (CPI)