L’Olanda tra produzione alimentare e ambiente
12 Gennaio 2023

L’Olanda è il più grande esportatore di prodotti agroalimentari al mondo dopo gli USA e di gran lunga il maggiore in rapporto alla popolazione. Il valore totale dell’export è di 66,5 miliardi di dollari all’anno, pari al 17,5% delle esportazioni totali del Paese ed al 10% del PIL. Non deve dunque sorprendere se il piano governativo per dimezzare entro il 2030 le emissioni azotate annunciato nei mesi scorsi, che comporterebbe una prevedibile chiusura di 11.200 stalle, ha portato alle forti manifestazioni degli agricoltori lo scorso luglio.

Solo come carne, l’Olanda ha esportato per un valore di 9,25 miliardi di dollari verso Paesi come Italia, Germania, Cina, Francia, Germania, Regno Unito. Dunque un taglio alla produzione primaria comporterebbe un grave contraccolpo economico, con pesanti risvolti anche sociali e culturali. 

Gli allevatori sono sollecitati ad adottare una nuova strategia produttiva

Per i sostenitori della misura di riduzione delle emissioni, le attività del settore agroalimentare comportano un danno ambientale di 6,1 miliardi di dollari all’anno. Dunque sollecitano ad adottare una nuova strategia produttiva con minore quantità, più attenta alla qualità, alla biodiversità, alla qualità dell’aria e delle acque. In alcune aree bisognerebbe però ridurre del 95% le emissioni azotate e regioni intere dovrebbero ridurle del 70% attraverso interventi quali l’estensificazione dei sistemi di allevamento o l’allungamento dei tempi d’ingrasso degli animali. Questa situazione rappresenta un quadro emblematico sempre più frequente delle frizioni fra i legislatori che impongono norme per tagliare l’inquinamento ed i produttori che temono gli effetti negativi, soprattutto verso i componenti più deboli delle filiere.

Le autorità olandesi sembrano ferme nel loro proposito che prevede la possibilità di un abbandono volontario della produzione, con l’acquisto dei terreni da parte  del governo ad un prezzo ben superiore a quello di mercato. Per gli allevatori però ciò equivarrebbe ad una forma di espropriazione. Le associazioni agricole ritengono che i terreni dovrebbero restare nelle disponibilità degli agricoltori che vogliono investire nell’attività produttiva per renderla più sostenibile. Ritengono indispensabile però prevedere tempi più lunghi per poter adottare le pratiche innovative necessarie per la transizione ecologica; questo anche per i tempi richiesti dalle relative pratiche amministrative per i nuovi investimenti.

Secondo Copa-Cogeca, con riferimento alle norme ambientali proposte dalla UE, bisogna essere molto attenti ad intervenire in modo drastico, perché ogni riduzione nella produttività agricola comporta comunque benefici molto limitati verso i cambiamenti climatici e rischia di acuire la crisi alimentare evidenziata da  pandemia, guerra e siccità.

Fonte: FoodIngredientsFirst.com

Il latte del Qatar
20 Dicembre 2022

Il Qatar è alla ribalta mondiale con gli investimenti fatti nel campionato mondiale di calcio. Meno noti ma non meno rilevanti per la loro proiezione internazionale sono anche gli investimenti che il Paese del Golfo ha fatto nel latte a partire dal 2014 con la fondazione di Baladna, ben presto diventata la maggior azienda ovicaprina del Medio oriente. Lo sviluppo dell’azienda avviene nel 2017 con l’importazione via aerea di 4 mila vacche ad alta genealogia da Europa ed USA, alloggiate in cinque stalle da 800 vacche l’una. Due anni dopo, le stalle erano 40 con 24 mila vacche per una produzione giornaliera di 3 mila quintali di latte, arrivando a coprire il 71% del fabbisogno qatariota di latte e derivati. Oggi la capacità produttiva è salita a 7 mila quintali al giorno e l’azienda ha assunto dimensioni notevoli, tanto da espandere i propri interessi nel promettente mercato del sud est asiatico iniziando dalla Malesia, Paese dove l’autosufficienza nella produzione di latte è appena il 15%.

Una volta coperti i fabbisogni di latte liquido, si conta di diversificare la produzione

Baladna ha avviato un piano per arrivare a produrre un milione di quintali di latte entro il 2025, in modo da ridurre la dipendenza dalle importazioni. Una volta coperti i fabbisogni di latte liquido, conta di diversificare la produzione verso prodotti a più elevato valore aggiunto come yogurt e formaggi. L’azienda qatariota sta guardando anche agli altri mercati dell’area, caratterizzati da una ridotta autosufficienza lattiera e con governi disposti a sostenerne l’incremento produttivo. Il prossimo passo sarà l’Indonesia, ma l’attenzione è anche verso le Filippine per la possibilità di coltivare foraggio su larga scala.

Questo dinamismo sul mercato trova spazio grazie al know-how acquisito nello sviluppo della produzione lattiera in Qatar e nel contesto delle nuove misure di sostenibilità ambientale nelle aree di tradizionale produzione lattiera dell’UE così come in Nuova Zelanda, che lasciano intravedere restrizioni all’allevamento animale e cali produttivi. Esempio fra tutti, le prospettive in Olanda ed Irlanda.

Proprio in tema di sostenibilità, Baladna nei suoi impianti in Malesia installa anche gli impianti fotovoltaici e di bio-digestione anaerobica per ottenere energia e fertilizzante. Seguendo l’esperienza produttiva maturata nelle condizioni climatiche del Qatar, Baladna intende arrivare a produrre 38-40 litri giornalieri per vacca rispetto alla media attuale di 15 litri anche nelle aree con temperatura ed umidità elevate del sud-est asiatico.

CLAL.it – Produzione annuale di latte bovino in Medio Oriente

Fonte: DairyReporter & Baladna

Più spazio in stalla per le vacche: quali benefici?
26 Ottobre 2022

Quanto spazio deve avere a disposizione una vacca per trovarsi in buone condizioni di allevamento? Uno studio dell’università di Nottingham ha valutato l’impatto della superficie di stalla su tre parametri principali: produzione, comportamento e riproduzione/fertilità.

In una struttura appositamente costruita, 150 vacche di razza Holstein sono state assegnate in modo casuale ad un gruppo con superficie vitale di 6,5 m2 all’interno  di 14 m2 di superficie complessiva, rispetto al gruppo di controllo in cui ogni vacca aveva a disposizione 9 m2 di superficie complessiva ed uno spazio vitale di 3 m2.

Tutti gli altri aspetti dell’ambiente e della gestione dell’allevamento erano identici, in modo da formare due gruppi comparabili. Oltre alla resa giornaliera per vacca, sono stati misurati anche i dati relativi al tempo di ruminazione, al peso corporeo e alla composizione del latte. Per monitorare il comportamento, le vacche sono state dotate di sensori di geo-localizzazione che inviavano una misurazione della posizione ogni sette secondi. I gruppi sono stati confrontati in base al tempo trascorso nelle aree chiave designate, come lo spazio vitale, la zona di alimentazione ed i box. Sono stati raccolti tutti i principali dati riproduttivi, come le registrazioni delle inseminazioni artificiali e delle diagnosi di gravidanza. La fisiologia riproduttiva è stata valutata analizzando campioni di ormone anti Mulleriano (AMH) e livelli di progesterone nel latte.

Le ridotte prestazioni riproduttive sono compensate dall’aumento del latte

Le vacche del gruppo ad alto spazio vitale hanno fornito picchi di produzione simili a quelli del gruppo di controllo, ma hanno mantenuto una produzione più elevata per un periodo più lungo della lattazione, il che ha portato ad un totale su 305 giorni di 14.746 litri di latte rispetto ai 14.644 litri del gruppo di controllo, cioè oltre 100 litri in più per vacca. L’effetto maggiore sulla resa è stato osservato nella popolazione di giovenche: quelle del gruppo allevato nella superficie più ampia hanno prodotto in media oltre 600 litri in più rispetto alle loro controparti, cioè 12.235 litri rispetto a 11.592 litri. Non c’è stato invece un effetto positivo sulla riproduzione: le vacche del gruppo ad alto spazio hanno impiegato più tempo a concepire, anche se tutti gli altri parametri di fertilità misurati non hanno mostrato differenze tra i gruppi. Però le ridotte prestazioni riproduttive sono state compensate dall’aumento del volume di latte. L’aumento dello spazio ha anche migliorato il benessere delle vacche attraverso significativi cambiamenti di comportamento: quelle del gruppo con spazio più ampio trascorrevano 65 minuti in più al giorno sdraiate e 10 minuti in più al giorno davanti all’alimento.

Questo è il primo studio fatto in condizioni reali di allevamento, che ha dimostrato come l’aumento dello spazio vitale porta benefici significativi alla produzione di latte ed al comportamento delle vacche stabulate. Stante la grande variabilità degli spazi nelle stalle da latte, i risultati dello studio dovrebbero aiutare gli allevatori a decidere come investire per migliorare la stabulazione e, in ultima analisi, il comfort, il benessere e la produttività delle vacche.

CLAL.it – Produttività per vacca nelle macro-regioni italiane

Fonte: nature

Come si ottiene la sostenibilità del prezzo? [Intervista a Marco Lucchini]
22 Settembre 2022

Marco Lucchini – Produttore Latte e Presidente di Agri Piacenza Latte

Marco Lucchini
Calendasco, Piacenza, Emilia Romagna – Italia

Capi allevati: 350
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

Un po’ ingegnere (si è laureato nel 1970 al Politecnico di Torino e ha insegnato per una ventina d’anni, prima di fare l’allevatore) e un po’ filosofo, con la vis polemica che ne contraddistingue il carattere e per la quale è conosciuto nel settore lattiero caseario. Marco Lucchini, presidente di Agri Piacenza Latte, associazione di produttori in costante evoluzione, coltiva 80 ettari a Calendasco (Piacenza), dove alleva circa 350 capi. Insieme a lui in azienda lavora il figlio Alfredo Lucchini, ingegnere meccanico, anche lui sedotto dall’agricoltura e dalla zootecnia. La quinta generazione in azienda è cosa fatta. E in questa intervista, grazie alla brillantezza dell’interlocutore, parliamo davvero di tutto.

Partiamo dal latte e dall’annuncio di Granarolo e Lactalis che il latte potrebbe arrivare a 2 euro al litro. Cosa ne pensa?

“Mi permetta di partire da più lontano e cioè dalla fase in cui si trovano gli allevatori e, più estesamente, le catene di approvvigionamento. Nel giro di un anno l’incremento del prezzo del latte alla stalla è stato di circa il 40%. Una crescita decisamente marcata, ciononostante non proporzionata all’incremento di alcuni dei costi che gli allevatori hanno subito. Non le faccio l’elenco, perché dal gasolio alla razione alimentare, dai fertilizzanti all’energia sono cifre ormai note nella loro esponenzialità e, peraltro, soggette per alcune voci ancora in queste fasi a crescere. Aggiunga le difficoltà legate al ricambio generazionale, che costituiscono un altro elemento di incertezza e del quale si parla purtroppo troppo poco.

Veniamo da una fase in cui la tenuta del sistema è precaria: prezzi alle stelle, manodopera che non ne vuole sapere di lavorare il sabato e la domenica, ma capisce che una stalla o un caseificio sono realtà che possono avere situazioni di lavoro nel fine settimana.

Un altro elemento che non dobbiamo dimenticare è che i prezzi dei prodotti agricoli sono stati compressi per decenni, perché la globalizzazione ha avuto il principale effetto di non comprimere i consumi e, allo stesso tempo, lasciando pressoché invariati i prezzi dei prodotti agricoli alimentari. Tutto questo mentre in Italia gli stipendi non crescevano.

Ritengo dunque che vi siano le premesse, se aggiungiamo l’inflazione, per una situazione di instabilità, che tocca tutti i soggetti coinvolti. Non vorrei però che, in un contesto simile, si riversi sul costo della materia prima l’aumento al consumo, perché gli incrementi di spesa li stanno subendo tutti i soggetti della filiera, dall’allevatore alla trasformazione. Anelli incolpevoli del boom dell’energia, diciamolo”.

Il prezzo del latte è giusto?

Ritengo sia l’occasione per gli allevatori di intervenire sulla propria attività, attraverso l’aggregazione

“Direi che siamo tra i 55 e i 60 centesimi al litro. Per i tre mesi che sono passati come prezzo poteva avere un senso, per i mesi che vengono, con le incognite che ci sono, mi lasci dire che non è facile. Il prezzo del Grana Padano è attorno ai 9€/Kg, ma bisogna mettere in conto circa 0.7  euro al chilo di costi in più. Per cui, pur apparendo come prezzo remunerativo, potrebbe non esserlo.

In questa fase vi sono allevatori in difficoltà, non dimentichiamo che oltre al caro energia le stalle sono alle prese con prezzi alle stelle dei mangimi e devono fare i conti con gli scarsi risultati nei campi legati alla siccità. Ci sono stati costi altissimi per l’irrigazione, mentre in alcune zone d’Italia l’acqua è mancata, con ripercussioni negative sulle rese in campo. È una situazione, nel complesso, davvero difficile da decifrare e temo che nei prossimi mesi ci saranno stalle che chiuderanno.

Se dovesse mancare latte, sarà difficile gestire il prezzo, ma ritengo anche che sia l’occasione per gli allevatori di mettere le mani sulla propria attività, attraverso l’aggregazione, ma questa situazione sta frantumando gli organismi aggregati”.

Come definirebbe la sostenibilità? La zootecnia è spesso nel mirino.

“Penso che la sostenibilità sia il meglio che ti offre la tecnologia. La sostenibilità non può prescindere dai tre pilastri e il primo è, inevitabilmente, economico. Se manca, non c’è la stalla. La sostenibilità si traduce quindi nella possibilità dell’azienda di stare sul mercato, utilizzando tutte le tecnologie a disposizione. Il benessere animale è una componente di quella che chiamo sostenibilità spontanea, perché aiuta da un lato a contenere i costi e dall’altro ha riflessi positivi sull’ambiente. E proprio sulla questione ambientale dovremmo essere più scientifici: una vacca non può produrre più atomi di carbonio di quelli che consuma, è inutile farsi travolgere da posizioni ideologiche, che non si reggono in piedi. Comprimere la zootecnia in nome dell’ambiente vorrebbe solo dire far aumentare i prezzi”.

È una difesa molto chiara, ma che potrebbe dare fastidio a molti.

Non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio

“Dobbiamo ragionare in maniera serena e con un approccio scientifico e realista. L’allevamento ultra-intensivo è sbagliato, non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio. Le faccio un esempio: io nella mia azienda ho rimboschito una parte di ettari, perché credo che agricoltura e zootecnia siano anche ambiente, ma di questo gli agricoltori e gli allevatori sono consapevoli.

Non posso dimenticare che quando nel 1990 ho assunto la presidenza in Agri Piacenza Latte, sulla collina piacentina c’erano 350 stalle e il territorio era un giardino. Dobbiamo avere il coraggio di comunicare che per l’utilizzo bassissimo di diserbanti e di chimica e per l’attenzione che mostra, la zootecnia convenzionale è molto vicina a quella biologica”.

Con Agri Piacenza Latte ha acquisito nuovi soci, dal Piemonte all’Alto Adige. Quali altri acquisti ha in programma?

“È informatissimo. Abbiamo ricevuto la richiesta di un numero cospicuo di produttori di una zona a confine con l’Alto Adige: chiedevano di poter diventare soci e conferire il loro latte. Era capitato precedentemente anche nel Cuneese. Le spiego un po’ come funziona: di fatto ci vengono a cercare loro e, tendenzialmente, si muovono con uno schema a zona, perché il mondo del latte è fatto così. Zone più o meno omogenee, che gravitano intorno a una o più aziende di trasformazione. Ebbene, quando si sviluppano situazioni per così dire estreme, ci vengono a cercare spontaneamente”.

Poi cosa accade?

“Non appena entrano e li coinvolgiamo nel sistema, automaticamente si alza il prezzo del latte, c’è un flusso di allevatori verso il sistema aggregato e nasce una sorta di reazione del mondo della trasformazione che vede sfilarsi un mondo che considera suo. Quindi, in sintesi, riverberiamo un effetto positivo sui territori. Poi, se vogliamo marcare le differenze, Agri Piacenza Latte e organismi analoghi fanno il mercato per i produttori loro soci garantendone il pagamento, mentre altri organismi che non gestiscono direttamente il prodotto e non rispondono del pagamento, usano i prezzi pattuiti dalle forme aggregate come riferimento, essendo totalmente sprovvisti di competenze di mercato.”

Agri Piacenza Latte produce anche un formaggio a pasta dura, il Formaggio Bianco Italiano. Come mai?

Le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti

“La nostra idea è stata fare prodotti che siano commodity. E il Formaggio Bianco Italiano lo è, sostenuto non solo dalla qualità, ma anche dalle tecnologie impiegate per ottenerlo, con una qualità del latte elevata e standardizzata, aspetto che mantiene costanti e uniformi le caratteristiche alla vendita. Trova spazio anche perché si inserisce in un’area, quella del Grana Padano, che ha adottato una politica di programmazione dell’offerta che predilige una crescita contenuta e una patrimonializzazione delle quote produttive che, a nostro parere, non favorisce lo sviluppo, ma lo contrae. Mi fermo, perché non vorrei sembrare troppo polemico, anche perché siamo partiti dal Bianco Italiano e non vorrei che la spiegazione della genesi di questo prodotto apparisse come un attacco ad altri. Il nostro formaggio è competitivo per qualità e prezzo e siamo orientati all’estero, dove possiamo contare su livelli omogenei di offerta”.

In passato si è parlato del progetto di realizzare in territorio lombardo un impianto di polverizzazione del latte? Cosa ne pensa?

“Ero e sono contrario. Ma ho sparato a zero sul polverizzatore per una ragione molto semplice. L’Italia non è autosufficiente come produzione di latte. Noi produciamo circa 127 milioni di quintali di latte, industria e cooperazione hanno bisogno di quantitativi intorno ai 200 milioni, quindi noi siamo carenti di oltre 70 milioni di quintali di latte. Orbene, quando il prezzo del latte estero era più basso, veniva importato abbassando il livello di prezzo del nostro. Adesso invece si cerca di comprarlo in Italia. Ma il tema è sempre quello e cioè che le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti. All’estero conoscono poco il sistema delle Dop, a parte, naturalmente, i francesi. Prova ne è che, quando mandiamo i formaggi all’estero, fra Dop e non Dop gli stranieri non fanno molta differenza. Adesso, comunque, non è un mercato semplice e la situazione che si è complicata ulteriormente, evidenzia squilibri congiunturali”.

Come vede il settore fra 10 anni?

“Semplifico al massimo: o avremo un prezzo sostenibile per il settore lattiero caseario oppure si chiuderà. Come si ottiene la sostenibilità del prezzo? In due modi: o con quotazioni adeguate alla domanda e all’offerta, in grado di dare una corretta remunerazione e garantire gli investimenti, oppure nel modo opposto, cioè con le stalle che chiudono e l’offerta che diminuisce. È preferibile la prima ipotesi”.

Il futuro è nell’export?

“Il futuro è solo nell’export. Badi bene: come italiani cosa possiamo mangiare? La popolazione è in diminuzione, il gusto sta virando verso i cosiddetti ‘nuovi residenti’. Molte famiglie hanno problemi economici, per cui è difficile acquistare le super nicchie che, mi chiedo, a chi possano giovare. Abbiamo gli stipendi fra i più bassi di tutta Europa. O fornisci cibo a un prezzo basso, oppure diventa complicato. Il sistema, per dirla alla Zygmunt Bauman, è liquido”.

La rincorsa fra prezzo del latte e costi di produzione
5 Settembre 2022

Il problema in fin dei conti è sempre quello: trarre un giusto reddito dalla propria attività. Ma come risolverlo nella produzione di latte, quando i costi crescono più dei prezzi pagati agli allevatori?

Come prezzo, l’ultimo anno è andato apparentemente bene per i produttori di latte USA dato che ha  avuto una crescita continua. Questa dinamica era iniziata con la ripresa dei vari settori dell’economia dopo il lockdown, con una domanda che ha richiesto grandi quantità di prodotti lattiero-caseari e che è stata spinta dall’export.

CLAL.it – Stati Uniti: Prezzo del latte

I prezzi record del latte sono stati però in gran parte vanificati dagli aumenti dei costi di produzione, uno fra tutti quelli dei mangimi che  rimangono ben al di sopra della media e per i quali l’incertezza sulle aspettative dei raccolti a livello mondiale continua ad esercitare una pressione al rialzo.

Un’analisi più approfondita dei costi di produzione e di gestione dell’azienda da latte evidenzia questo problema di marginalità. Se gli alimenti, compresi anche quelli prodotti in azienda ed il pascolo, hanno rappresentato la parte più consistente delle spese, aggravate anche dall’eccezionale siccità che ha colpito alcuni Stati, la seconda categoria in ordine di importanza è quella del capitale investito per la gestione dell’allevamento, che comprende spese per strutture di stabulazione, macchinari ed attrezzature, movimentazione del letame, stoccaggio degli alimenti od altro. Bisogna poi considerare anche il costo della manodopera, un ulteriore elemento rilevante dell’equazione. Tutti questi parametri evidenziano un margine operativo negativo in tutte le dimensioni aziendali.

Quindi, sebbene  le entrate siano apparentemente più elevate, di fatto il potere d’acquisto dei produttori sul mercato si è generalmente indebolito. Il problema è sempre lo stesso: avere un prezzo del latte che dia certezza al produttore per la sua attività, contrastando la volatilità del mercato.  

Le politiche agricole si pongono l’obiettivo di dare prospettive alla crescita produttiva, tenendo presenti gli aspetti economico, sociale, ambientale ed anche tecnologico, ma non saranno risolutive senza una visione globale e non settoriale. Di fatto, occorre affrontare la questione nella sua complessità  in modo coordinato a livello internazionale, innanzitutto attenuando i conflitti che sono forieri di stravolgimenti che non possono che aumentare le incertezze. Occorre poi unire le forze per contrastare i dirompenti effetti dei cambiamenti climatici ed il depauperamento delle risorse naturali.  

La domanda cui rifuggiamo è sempre quella: quanto è reale il postulato della crescita infinita?
Celebre a tal proposito è l’affermazione dell’economista inglese Kenneth Boulding: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».

TESEO.clal.it – Stati Uniti: Precipitazioni totali

Fonte: Dairy Producer

Gli allevatori latte ci riportano le conseguenze di caldo e siccità
31 Agosto 2022

Le temperature estive, che tendenzialmente aumentano di anno in anno, provocano diverse problematiche sia per le colture che per gli animali allevati.

Gli allevatori latte del nord Italia che abbiamo intervistato in merito hanno riportato diverse conseguenze del caldo torrido di questa estate 2022. Nonostante le produzioni di latte in queste Aziende siano rimaste ai normali livelli estivi, o leggermente al di sotto, lo stress da caldo ha portato, in alcune Aziende, ad un aumento delle interruzioni di gravidanza ed una minore fertilità.

Le temperature ideali per le vacche da latte, infatti, sono generalmente comprese tra -5°C e 21°C circa. Oltre a questo valore massimo, la mandria inizia a manifestare lo stress da caldo, soprattutto in caso di umidità elevata. È normale, quindi, che gli effetti del caldo sulla mandria si traducano non solo in un calo delle produzioni (dovuto principalmente a minori quantità di alimento ingerite), ma anche in problematiche riproduttive e respiratorie.

A livello riproduttivo, lo stress da caldo causa una minore evidenza dei calori e, quindi, un tasso di concepimento alterato, una maggiore probabilità di aborti nel primo trimestre e vitelli più deboli alla nascita.

Altre problematiche rilevate dagli allevatori sono, invece, associate all’effetto della siccità sulle colture. La minore qualità degli alimenti ha, da un lato, ridotto il contenuto di grasso e proteine nel latte, e dall’altro ha portato a problemi di salute della mandria.

TESEO.clal.it – Effetti del clima sulle Consegne di Latte

Per ammortizzare l’effetto del caldo in stalla, è ampiamente diffuso l’utilizzo di impianti di ventilazione e nebulizzazione, i quali però, se non adeguati alla realtà aziendale, possono causare danni a livello respiratorio, quali polmoniti e bronchiti, che colpiscono soprattutto animali giovani, ma anche adulti. Tuttavia, gli impianti recenti sono tendenzialmente efficaci a ridurre in modo significativo lo stress termico per la mandria e sono presenti nella maggioranza delle stalle con le quali abbiamo dialogato, adottati anche nelle aree destinate alle vacche in asciutta e agli animali giovani.

Interventi di miglioramento e aggiornamento dei sistemi di raffrescamento della stalla sono diventati elementi necessari nella gestione dell’azienda, soprattutto nel contesto del cambiamento climatico in atto.

Impianto di areazione in azione in una Azienda da latte

Suini: è giunto il momento di condividere un percorso [intervista]
29 Agosto 2022

Roberto Pini
Castelverde, Cremona

Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini

“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.

Il percorso di crescita in Italia e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini: Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale, parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.

Siete leader in Italia nel segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura di prosciutti Dop?

“Per il momento non è nei nostri piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione. Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre, sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo investito in Spagna oltre 150 milioni”.

Qual è la vostra quota di export?

“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo in tutto il mondo”.

Il made in Italy è un valore aggiunto?

“Sicuramente. È un maiale diverso rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha grandi potenzialità per l’export”.

Avete avuto ripercussioni con la peste suina africana?

“Sì. Nelle due strutture di macellazione in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso l’85% dell’export extra Ue”.

In quale direzione investirete in futuro?

Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle

“Nei prossimi anni pensiamo a sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.

Dall’inizio dell’anno a oggi, che fase stanno attraversando i macelli?

“Diciamo che siamo alle prese con una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui listini.

Anche l’aumento dei costi di produzione sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.

Come cercate di riassorbire i maggiori costi di produzione?

“Abbiamo cercato di portare avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di limitare al minimo tutti gli sprechi”.

L’aumento dei costi produttivi ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?

“No, assolutamente”.

Che investimenti avete fatto nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?

“Negli ultimi due anni abbiamo portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre, quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe, dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.

Come mai la scelta di chiudere la filiera?

“Quando lavori occupando solo un segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire le anomalie di mercato”.

I consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto ambientale?

Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale

“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.

Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.

Il minore potere di acquisto delle famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale direzione?

“Da alcuni mesi la situazione delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.

Talvolta gli allevatori chiedono ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività. Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?

Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni

“La cosa migliore da fare sarebbe convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive. Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.

Come vede il futuro della suinicoltura?

“Sono ottimista, ma solamente se tutti i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo essere lungimiranti e coesi”.

Sulla genetica si sono levate un po’ di polemiche?

“Il prodotto finale parte dalla genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più ampia sul mercato”.

Allevamento da latte, fonte di cibo ed energia
23 Agosto 2022

È opinione diffusa che gli allevamenti intensivi creino gravi problemi ambientali, senza possibili soluzioni al riguardo. In realtà, il metano prodotto dalle mandrie non impatta sul riscaldamento globale, ma fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi.

Dagli allevamenti bovini derivano molti benefici per l’uomo: il latte è fondamentale per un’alimentazione salutare, per lo sviluppo cognitivo e la cultura culinaria. Inoltre, proprio le vacche possono ridurre la dipendenza della nostra società dai combustibili fossili, ritenuti tra i principali responsabili dell’accelerazione dei cambiamenti climatici in atto.

Attraverso il trattamento dei rifiuti organici generati dagli allevamenti è possibile ottenere biogas, prodotto dalla fermentazione anaerobica dei reflui. In questo modo, i liquami non sono più uno scarto da smaltire, ma diventano un sottoprodotto utile per generare energia.

Non solo l’energia prodotta dall’impianto di biogas di un’azienda agricola può essere utilizzata dalla stessa per ridurre il proprio fabbisogno energetico, ma la produzione di biogas riduce anche le emissioni di elementi inquinanti: è possibile ottenere metano che, se ricavato da una fonte rinnovabile e biologica e in seguito bruciato, ha impronta di carbonio pari a zero.

Produrre e consumare latte significa essere attenti alla natura e al benessere animale, capace di fornire non solo cibo, ma anche energia.

TESEO.clal.it – Italia: Patrimonio zootecnico (Bovini da Latte)

Fonte: eDairyNews

La famiglia, riferimento per l’azienda da latte
4 Agosto 2022

Sebbene le aziende da latte si concentrino ed aumentino di dimensione, sarebbe un errore pensare che il modello di azienda famigliare, su cui da sempre si è basato l’allevamento, sia superato. Descrivere il declino dell’azienda agricola a conduzione familiare e l’ascesa dell’azienda agricola di tipo manageriale non è un quadro accurato della realtà.

Aziende da latte USA, il97% è a conduzione familiare

Questo anche negli USA dove, sebbene il numero di aziende da latte sia diminuito, rimane il predominio di quelle a conduzione familiare. Delle 39.442 aziende agricole con vacche da latte di tutte le dimensioni, secondo i dati dell’USDA più di 38.200 sono a conduzione familiare. Si tratta di ben il 97%, una percentuale consolidata. Ad esempio, nel 2016 le aziende da latte erano oltre 48.000, di cui il 97,3% a conduzione familiare.

La dimensione media di una stalla da latte USA è oggi di 300 vacche, rispetto a 50 nel 1990. Quindi, anche con una dimensione maggiore che richiede nuove professionalità e grandi finanziamenti, l’azienda familiare rimane il fondamento dell’allevamento da latte.

É la realtà di tutti i grandi paesi tradizionalmente produttori di latte, purtroppo sottaciuta.

Se è giusto parlare di imprenditoria, date le competenze richieste a chi conduce l’azienda da latte, è indispensabile parlare di familiarità con tutta l’attenzione per il valore soprattutto sociale, oltre che economico, che la famiglia trasmette alle comunità in cui opera.

TESEO.clal.it – USA: Costi e ricavi delle Aziende da Latte

Fonte: Hoosier

Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce [intervista]
14 Giugno 2022

Prof. Francesco Pizzagalli – Amministratore Delegato di Fumagalli Salumi

Prof. Francesco Pizzagalli
Tavernerio, Como

Riassumere la filosofia di vita del professor Francesco Pizzagalli in poche battute è impossibile, così come è complesso sintetizzare una piacevolissima intervista con un filosofo imprenditore che ha talmente tanti concetti e visioni da esprimere che diventa persino spiacevole interrompere il suo flusso di coscienza per porre qualche domanda.

Se dovessimo individuare un messaggio chiave in grado di rappresentare il suo modo di essere imprenditore, forse potremmo azzardare: “Primo, non sprecare”. Un messaggio composito e di assoluta modernità, fondamentale anche per il ruolo che Pizzagalli ricopre come presidente dell’Ivsi, l’Istituto di valorizzazione dei salumi italiani.

“Non sprecare”: il primo messsaggio chiave

Non sprecare innanzitutto in senso materiale, puntare sull’economia circolare, valorizzare il lavoro (il proprio, così come quello degli altri), non perdere mai di vista la visione della sostenibilità economica, sociale, ambientale, investire tempo in un dialogo col consumatore per spiegare il senso della propria attività, ma non sprecare significa anche non perdersi a cercare il superfluo, ma dare valore a un prodotto che esprime un legame con la creatività, la qualità, il territorio.

E così, chi sostiene che la figura dell’industriale illuminato, attento alla formazione anche culturale dei dipendenti sia scomparso con Adriano Olivetti, probabilmente non conosce il professor Francesco Pizzagalli.

Il titolo di professore non è casuale né tantomeno onorifico, dal momento che per lungo tempo ha insegnato Filosofia in un Liceo, dedicandosi in parallelo all’azienda di famiglia, oggi un gruppo societario strutturato in tre realtà: Fumagalli Società agricola, Fumagalli Spa e Stagionatura Fumagalli. Insieme, fatturano circa 58 milioni di euro e impiegano circa 150 dipendenti diretti. Poco meno del 20% della forza lavoro è esternalizzato attraverso cooperative, che operano nelle sedi di Tavernerio (Como), dove ha sede il macello, e Langhirano (Parma), dove ha sede il prosciuttificio.

“Questa scelta – spiega il professor Pizzagalli – ci garantisce la continuità del rapporto lavorativo. Operano come se fossero dipendenti, con un contratto in linea con quello di categoria per livelli e retribuzione”. E questo è uno degli aspetti che certifica l’attenzione dell’azienda verso la forza lavoro, perché “senza i dipendenti e i lavoratori, non andremmo da nessuna parte”.

E l’attenzione è tale che la Fumagalli cura una propria rivista interna, “dove si parla di tutto, anche di cultura” e coinvolge i lavoratori “per chiedere loro di esprimersi nei percorsi di investimento aziendale, per condividere missione e progetti”.

Le 3 chiavi per l’internazionalizzazione

E così, se “la cosa peggiore è guardare al futuro con gli stessi occhiali del passato”, i pilastri sui quali poggia il gruppo Fumagalli sono ben saldi e indeformabili: “Il benessere animale, l’attenzione ai lavoratori e l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione”. Queste, in sintesi, le fondamenta dell’azienda, che si sono rivelate la chiave per l’internazionalizzazione, tanto che “oggi il fatturato della Fumagalli Spa per il 70% è ottenuto all’estero”.

Ci è stato più facile vendere all’estero che in Italia, e abbiamo conquistato spazi rilevanti di mercato in Europa e nel Sud Est Asiatico. E questo grazie al disegno di costruire fin dalla fine degli anni Novanta un sistema di filiera, che dal 2008 si è fortemente concentrato a rispettare il benessere animale, ben oltre gli standard di legge”, racconta Pizzagalli.

Un sistema di filiera che rispetta il benessere animale oltre gli standard di legge

Il progetto sull’animal welfare è proseguito così bene che “abbiamo ricevuto premi, riconoscimenti, abbiamo intessuto forti rapporti commerciali nel Nord Europa e, più in generale, all’estero. Il nostro modello è stato lodato persino dall’associazione britannica Onlus Compassion, che si occupa di benessere animale nel mondo anglosassone, e un anno e mezzo fa persino la Commissione Europea ha voluto girare un video per indicare agli allevatori e alla filiera la strada da percorrere”, rivela con orgoglio Pizzagalli.

Il benessere animale si è accompagnato a un’attenzione marcata verso la sostenibilità, puntando sul dialogo, la certificazione, la trasparenza, per diventare una filiera da prendere da esempio.

Le linee guida dell’azienda si interessano di perseguire la sostenibilità lungo i vari passaggi della filiera, “dalla genetica dell’animale, che è direttamente nostra, alle scrofaie, dal magronaggio agli ingrassi, dalla macellazione nella sede di Tavernerio fino al prosciuttificio, senza dimenticare le linee di confezionamento”.

Il primo bilancio di sostenibilità compilato dall’azienda risale al 2013, premessa per accelerare sulla valorizzazione del capitale umano, con una formazione intensificata dei dipendenti ben oltre gli aspetti di legge, al punto da contribuire – anche grazie alla rivista bimestrale interna – alla crescita culturale dell’intero sistema azienda”.

Il terzo pilastro oltre al benessere animale e al capitale umano è rappresentato da innovazione e digitalizzazione. “Così abbiamo operato non solo in direzione dell’ampliamento della capacità produttiva, ma ci siamo mossi anche su innovazione e digitalizzazione, così da mettere tutto il sistema in rete, per facilitare le operazioni di controllo del processo produttivo, in totale trasparenza”.

Trasparenza che significa anche avere “ogni due settimane visite ispettive”. Una casa di vetro, insomma, a tutela della propria immagine e per fare del proprio modello di filiera un punto di forza. “Durante la pandemia – specifica Pizzagalli – quando era chiaramente più difficile fare controlli dal vivo, abbiamo deciso autonomamente di installare delle telecamere a cui possono accedere tutti i nostri clienti, così da controllare cosa accade in tempo reale”.

Niente limiti alla fantasia per incontrare il consumatore

Un’altra parola d’ordine dell’azienda è “diversificare”. Niente limiti alla fantasia, nel rispetto della tradizione e per incontrare le esigenze dei consumatori. Ed ecco che, accanto alla filiera del suino tradizionale, “cinque o sei anni fa abbiamo costruito una linea biologica”.

E per declinare concretamente la sostenibilità ambientale, “dapprima abbiamo lavorato sulle fonti di energia, installando un cogeneratore per produrre energia rinnovabile, poi ci siamo concentrati sul packaging, tanto che sono ormai quattro anni che le nostre confezioni per il 75% sono fatte di carta”. Una crescita sul fronte dell’innovazione che si è rafforzata grazie alla collaborazione con Istituti zooprofilattici, centri di ricerca e Università dal Politecnico di Milano a Veterinaria a Milano.

Allo stesso tempo, “in questi ultimi anni abbiamo lavorato sulla governance e favorito il ricambio generazionale”.

Le sfide all’orizzonte sono molte e di portata epocale. “In Confindustria faccio parte del gruppo di studio sullo sviluppo della responsabilità sociale. E credo che inevitabilmente la direzione sia definita: dobbiamo infatti pensare a un sistema produttivo che abbia una sua legittimazione sociale; dobbiamo puntare al benessere e superare le disuguaglianze, rafforzando una cultura aziendale improntata alla collaborazione e, assolutamente essenziale, dobbiamo avere una capacità di visione del futuro”. Corollario inscindibile, rafforzare il rapporto con il territorio e creare valore attraverso l’impegno. “Non è la finanza che fa il bene dell’azienda, ma è il lavoro”, insiste Pizzagalli.

In tale contesto e in una contingenza attuale che vede la filiera appesantita da più alti costi di gestione (in particolare dopo la crisi in Ucraina), l’obiettivo non è produrre di più, ma produrre meglio. “Aver anticipato i tempi con una forte attenzione al benessere animale – dice – è stato il passe-partout per l’estero, dove il tema è particolarmente sentito dalla catena di distribuzione e dai consumatori, molto più che in Italia, dove l’attenzione al biologico, all’animal welfare e alla sostenibilità sono aspetti più recenti”.

La qualità non dovrà limitarsi al prodotto, ma estendersi anche agli aspetti nutrizionali, per rispondere alle esigenze dei consumatori anche in tema di riduzione dei grassi o rispetto ai conservanti. “Non dobbiamo snaturare il prodotto, ma legarlo sempre di più al territorio, adattando la tradizione e il gusto ai tempi attuali e, allo stesso tempo, imparando a raccontare l’azienda e spiegare il senso di quello che si fa”.

Lo sguardo alla sostenibilità porta il professor Pizzagalli a parlare di spreco: “Nel 2019 una ricerca del Politecnico di Milano certificò che quasi il 60% di quello che veniva sprecato, era gettato via dalle famiglie. Comperiamo di più, è un fatto culturale della società, ma dobbiamo fare in modo di applicare un modello di consumo più attento e in questo anche l’innovazione e la digitalizzazione possono aiutare a responsabilizzarci maggiormente”.

Il mercato dovrà riconoscere ad ogni componente della filiera il giusto valore

Il futuro del comparto, secondo Pizzagalli passa inevitabilmente dalla filiera, “dove il mercato dovrà riconoscere a ciascuna componente la giusta parte del proprio valore, favorendo la redditività e gli investimenti e indicando la via di un modello socialmente responsabile”.

E anche i consorzi di tutela, in quest’ottica, dovranno intervenire per definire strategie di mercato attente ai volumi, alla qualità, all’export, all’equilibrio per valorizzare una produzione che è alla base del Made in Italy di qualità.

Da Socrate a Keynes, passando per i filosofi ottocenteschi, l’importante è avere ben chiaro un messaggio, che il professor Pizzagalli ripete più volte:

“Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce, dobbiamo rimettere al centro il lavoro e il valore della persona e comprendere la direzione della nostra attività, all’interno della società e della filiera”.

Prof. Francesco Pizzagalli