Come sarà l’agricoltore del futuro?
27 Novembre 2020

Sapere come dovranno essere gli agricoltori del futuro permetterebbe agli imprenditori agricoli odierni di adottare nella propria attività gli strumenti necessari al cambiamento.

Uno studio USA basato sull’indagine psicografica, cioè intervistando gli agricoltori per definirne attività, attitudini, interessi, valori, ha cercato di definire quali dovranno essere le caratteristiche degli imprenditori agricoli nei prossimi 20 anni. Ne risulta che, sostanzialmente, l’agricoltore del 2040 sarà rappresentato da due tipologie principali:

  • le persone con una grande preparazione tecnica, non necessariamente in materie agricole/zootecniche ed estremamente aperte alle innovazioni;
  • le persone più aperte alle dinamiche di mercato, disponibili agli investimenti per orientare le produzioni in funzione della domanda.

Gli agricoltori avranno capacità per essere resilienti al cambiamento

Entrambe queste tipologie di agricoltori avranno capacità manageriali, di innovazione ed adattabilità, per poter essere resilienti al cambiamento. Dovranno agire su quattro direttrici: ricercare nuovi modi di valorizzazione, aumentare l’efficienza produttiva, integrare i nuovi standard, cogliere le innovazioni.

Fattore critico per questa evoluzione sarà il passaggio generazionale e diventerà fondamentale pianificare la successione per assicurare il futuro aziendale.

Soprattutto, però, gli agricoltori del prossimo futuro dovranno essere aperti alle collaborazioni ed alle compartecipazioni.

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Fonte: eDairyNews

L’intelligenza artificiale al servizio dell’allevatore
11 Novembre 2020

L’intelligenza artificiale (artificial intelligence – AI) può offrire la possibilità di conoscere e monitorare in modo diretto ed immediato gli animali e ciò che li circonda, rilevando una quantità di informazioni impensabile con l’osservazione diretta da parte dell’allevatore.

L’elaborazione dei dati ottenuti con sensori ubicati nei vari punti aziendali coinvolti nell’attività produttiva, permette di ottenere con estrema precisione gli elementi utili per le decisioni da prendere nella conduzione dell’allevamento e fino al singolo animale.

Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale sono innumerevoli. Possono permettere ad esempio di correlare l’efficienza alimentare della vacca al suo patrimonio genetico per impostare gli indici di selezione o determinare quando il livello di stress da calore può avere conseguenza sul suo stato di salute. Il fatto di poter rilevare se l’animale è coricato o si muove, in che modo rumina, si alimenta o beve, rende possibile intervenire prima che si manifestino forme patologiche che impattano negativamente sulla produzione di latte.

La tecnologia aiuta l’allevatore a seguire e gestire gli animali

La mole di dati raccolta con un flusso continuo 24 ore al giorno dai vari sensori e terminali, elaborati e classificati secondo gerarchie di fattori, entrano in un cloud diventando accessibili su computer e cellulare. La tecnologia è un mezzo che aiuta l’allevatore a seguire e gestire gli animali, ad intervenire prontamente per assicurarne il benessere; in altri termini a compiere quelle scelte gestionali che permettono di massimizzare la redditività.

La potenzialità dell’intelligenza artificiale è nella capacità del sistema di continuare ad apprendere e dunque di modificarsi in funzione dell’obiettivo produttivo. Il sistema arriverà a conoscere meglio non solo l’animale ma anche l’allevamento e le specifiche pratiche di conduzione aziendale.

L’università della Florida lo scorso luglio ha avviato un piano di 70 milioni di dollari per attività di formazione, ricerca e sviluppo delle tecnologie AI nell’allevamento, comprese le valutazioni economiche.

Non bisogna però illudersi che la tecnologia possa dettar legge: nulla potrà mai sostituire le intuizioni dell’allevatore, le sue responsabilità ed esperienza. Le finalità strategiche sono e debbono sempre essere determinate dall’allevatore, che potrà e dovrà avvalersi delle tecnologie in funzione delle scelte che vorrà fare.

TESEO.clal.it - Performance Sistema Stalla
TESEO.clal.it – Performance Sistema Stalla

Fonte: Positively Osceola

Il prezzo è giusto quando permette di investire [Intervista]
12 Ottobre 2020

Davide Pinton
Schio (VI), Veneto – ITALIA

Davide Pinton - Produttore Latte Bio
Davide Pinton – Produttore Latte Bio

Juvenilia Società Agricola
Capi Allevati: 170 | 70 in lattazione
Ettari coltivati: 100
Destinazione del latte: Latterie Vicentine

“Abbiamo colto la filosofia del biologico quando ancora non era una moda, ma un modo di pensare e uno stile di vita. Non siamo certo pentiti, ma i margini di guadagno si sono ridotti bene, le spese sono aumentate e temo che in futuro avremo un aumento delle produzioni tale da ridurre ancora gli spazi”.

Nessun pentimento, ma una riflessione di natura essenzialmente economica quella che Davide Pinton, giovane allevatore di Schio (Vicenza), trasmette a TESEO.

Pinton lavora 100 ettari di terreno, dei quali 45 coltivati a prato stabile (il resto a medica, mais, orzo, sorgo zuccherino, pisello proteico in rotazione) e alleva 170 capi, dei quali 70 in lattazione. I vitelli sono destinati all’ingrasso.

Pioniere del biologico, il passaggio dal convenzionale all’organic è avvenuto in una prima fase nel 1995 con la produzione di mele e quattro anni dopo con l’allevamento.

“Fu una scelta non scontata, ma era l’unica soluzione per dare un futuro alla zootecnia, visto che la competizione sui prezzi si stava spostando sul piano internazionale e noi non potevamo certo sostenere la concorrenza di altri paesi”, racconta Pinton, che all’epoca era un ragazzino. Negli anni futuri, sul piano della formazione si sarebbe laureato in Agraria a Padova.

Come è organizzata la sua azienda?

“Siamo in sei. Due si occupano delle mele, del distributore automatico, dell’amministrazione; altri quattro seguono i campi, i trattori, l’allevamento”.

Quando avete installato il distributore automatico e cosa trovano i clienti?

“Il distributore automatico è del 2009 e vendiamo latte pastorizzato in bottiglie a marchio Latterie Vicentine, la coop a cui conferiamo annualmente circa 6.500 quintali di latte, ma vendiamo anche prodotti freschi, formaggi stagionati e porzionati”.

Avete un negozio?

“Sì, anche se è più corretto definirlo temporary shop, visto che è attivo solo nel periodo fra autunno e inverno, quando vendiamo mele e succo di mela”.

Lei di cosa si occupa?

“Praticamente di tutto. Non ho una mansione precisa, anche se ci stiamo organizzando per suddividerci i compiti”.

Recentemente si è acceso un dibattito sul prezzo del latte, che non riguarda naturalmente chi conferisce in cooperativa. Da allevatore, qual è secondo lei il prezzo giusto?

Il prezzo è giusto quando si ha margine per investire e svilupparsi

“Vediamo che il prezzo è soggetto a forti oscillazioni. Diventa dunque complesso indicare una cifra, anche perché ogni impresa ha il proprio punto di pareggio. Direi piuttosto che il prezzo giusto è quando si ha del margine di guadagno per investire e svilupparsi.  Altrimenti si chiude”.

Parla di volatilità. Il biologico non vi dà maggiore stabilità?

“Purtroppo no. Negli ultimi anni si sono convertite molte aziende a biologico e con una maggiore disponibilità di prodotto il prezzo è calato. La stessa mia cooperativa per quest’anno da maggio ha calato il differenziale per il biologico, passando da 13 centesimi a 9 nove centesimi in più rispetto al convenzionale, Iva compresa. Si rende conto che chi ha modelli produttivi più costosi e l’obbligo di certificazione, che è un costo, è molto complicato, perché i margini non sono così convenienti? Ma lo dico senza criticare la cooperativa alla quale conferisco, di cui peraltro sono consigliere”.

Siete pentiti di essere passati al bio?

“Assolutamente no, ma non siamo soddisfatti dei prezzi”.

Il biologico, però, dovrebbe essere il futuro. La stessa Commissione Ue lo promuove nel Green Deal.

“La scelta è corretta, ma bisogna promuovere i consumi e avere un mercato che assorbe le maggiori produzioni. Altrimenti il percorso virtuoso va in tilt e non si sostiene”.

Quali soluzioni suggerisce?

“Non saprei, ma incrementare le quote di biologico nelle mense scolastiche e ospedaliere potrebbe dare una mano”.

Come vede le stalle fra 10 anni?

“Purtroppo vedo la chiusura di molte stalle, in primis quelle di montagna, quelle di dimensioni più piccole e mal organizzate. Tuttavia, non è detto che le stalle con un maggior numero di capi siano più efficienti. Personalmente preferisco ottimizzare i processi produttivi che ampliarmi, e migliorare in chiave di sostenibilità. Prevedo che tra 10 anni avremo una maggiore automazione e un cambio di mentalità proprio nella metodologia di lavoro. Avremo aziende molto vitali, digitalizzate, attente alla cittadinanza e al contesto in cui operano, al benessere animale e all’integrazione ambientale”.

Sul piano dell’immagine gli allevatori sono sufficientemente rispettati?

“La nostra azienda è una fattoria aperta, visitabile e trasparente”

“Dipende. La nostra azienda opera da anni nell’ambito della didattica, è una fattoria aperta, visitabile e trasparente. Aderiamo a un’associazione del territorio che si chiama Agritour Vicenza con la quale abbiamo creato un percorso ciclopedonale che collega una cinquantina di aziende. Chi conosce la nostra realtà, ci vuole bene, perché sa chi siamo, come lavoriamo e cosa produciamo. Purtroppo gli allevatori non sono sufficientemente apprezzati dalla cittadinanza in generale, ma anche dalla filiera e dalla politica. Spesso non conosciamo i prezzi in anticipo o dobbiamo subire forti pressioni per concedere sconti o ribassi dei prezzi. Ma se manca il reddito, un’azienda agricola non ha futuro”.

Da consigliere che suggerimenti ha per la sua cooperativa?

“Comunicare di più sul territorio. Latterie Vicentine è una realtà ben strutturata, attenta alla sostenibilità, produce bene e con una grande qualità: dobbiamo insistere per farlo sapere. In gioco c’è il futuro di 400 famiglie e di un’intera area”.

Biologico: da nicchia a riferimento, ma i consumatori chiedono di più
30 Settembre 2020

Il riferimento al prodotto biologico come garanzia e sicurezza di qualità alimentare, ha avuto un’importanza sempre più crescente nelle scelte d’acquisto. Nella UE la superficie destinata a coltivazione biologica è cresciuta del 70% negli ultimi 10 anni ed il valore delle vendite al dettaglio di prodotti bio ha raggiunto 34 miliardi € nel 2017 .

Negli USA, secondo la Organic Trade Association le vendite al dettaglio dei prodotti bio nel 2019 hanno raggiunto un valore di 50 miliardi $, pari al 5,8% di tutte le vendite alimentari rispetto al 3,4% nel 2010 e durante la pandemia la fiducia verso l’Organic label è aumentata, stante la ricerca di alimenti sani e salutari.

Da quanto emerso nello studio Organic and Beyond 2020 condotto da Hartman Group, questo successo non deve però essere interpretato come un riferimento assoluto, dato che fra i consumatori più consapevoli sta emergendo una richiesta in merito alle garanzie dei metodi di coltivazione, allevamento, trasformazione, che va oltre il biologico. Si tratta di aspetti quali benessere animale, condizioni di lavoro e tutele sociali, salute dei suoli, aspetti che il biologico considera, ma che i consumatori ritengono sempre più rilevanti, nell’ottica di produzioni sostenibili, di mantenimento della biodiversità e di contrasto al cambiamento climatico.

I Consumatori USA vorrebbero norme più stringenti

Secondo lo studio, il 78% dei consumatori USA ritiene che le norme USDA sulla produzione biologica dovrebbero essere più stringenti riguardo al benessere animale. È pure emerso che il 41% dei consumatori sceglie prodotti ottenuti da animali allevati senza antibiotici e senza ormoni ed il 76% ritiene che i prodotti bio dovrebbero avere criteri più rigorosi riguardo condizioni e tutele sociali dei lavoratori. Si tratta della stessa dinamica è ufficializzata dal Green Deal della UE, con gli obiettivi  di riduzione nell’uso di concimi, pesticidi, chemioterapici, tutela dei territori, aumento delle superfici ad agricoltura biologica, benessere animale.

L’aspetto della salute del suolo come recupero del valore biologico del terreno e del potenziale di sequestrazione del carbonio rispetto al suo riferimento di semplice substrato per le colture, ha portato alla cosiddetta agricoltura rigenerativa, cioè alla riscoperta in chiave moderna delle pratiche agronomiche di miglioramento della fertilità del terreno. Sempre più consumatori sensibili alle tematiche ambientali ed al bio prestano attenzione a questa tematica, che ha avuto vasto eco a livello mondiale da personalità quali Vandana Shiva.

Il bio, apparso sullo scaffale qualche decennio fa come prodotto di nicchia e con caratteristiche sensoriali anche a volte inferiori al convenzionale, è ormai divenuto una realtà che caratterizza praticamente tutti i prodotti alimentari. Negli USA solo una minoranza di consumatori dichiara di non aver mai acquistato un prodotto biologico e l’82% dei consumatori dice di consumarne in modo saltuario. Anche il differenziale prezzo non é più così dissimile rispetto al convenzionale.

Dunque, il bio oggi è sempre più percepito od immaginato come un riferimento che va oltre la naturalità del prodotto. Deve poter garantire una qualità a tutto tondo e che dunque tocca tutti gli aspetti della sostenibilità: sociale, ambientale ed anche economica.

CLAL.it - Rapporto consegne di Latte Convenzionale e Bio in Francia
CLAL.it – Rapporto consegne di Latte Convenzionale e Bio in Francia

Fonte: Hartman Group

Una rivoluzione culturale della suinicoltura, dalla produzione al marketing [Intervista]
14 Settembre 2020

Sergio Visini
Grezzana, Verona – ITALIA

Sergio Visini – Suinicoltore

“La suinicoltura italiana ha bisogno di investimenti, programmazione produttiva, specializzazione e di una rivoluzione culturale che abbracci tanto la produzione quanto il marketing. Senza questi elementi, inutile sperare nella competitività e nel futuro del settore”.

Ha le idee molto chiare e non ci gira troppo intorno Sergio Visini, allevatore bresciano che gestisce due porcilaie tra Grezzana (Verona) e Pegognaga (Mantova), in collaborazione con Bompieri. Circa 800 scrofe sono di fatto il serbatoio per il sito 2 nel Mantovano, dove è stato costruito un allevamento completamente nuovo con svezzamento e ingrasso. In totale sono poco più di 19.000 suini all’anno.

Quali sono i tratti distintivi dell’impianto?

“Lo svezzamento è su paglia, mentre l’ingrasso è con pavimento pieno e palchetto parzialmente fessurato. Utilizziamo solo la ventilazione naturale in tutti i padiglioni monofalda su cui abbiamo installato due impianti di fotovoltaico da 1 megawatt (uno in autoconsumo). Abbiamo anche un impianto di biogas per valorizzare i reflui, riutilizzare il calore e ridurre così l’impatto ambientale. Inoltre, impieghiamo dei microrganismi per abbattere gli odori”.

Che tipo di animale allevate?

“Dal 2017 abbiamo scelto di aderire alla filiera antibiotic free e portiamo gli animali a 175 chili”.

A chi vendete?

“A Opas per il circuito del Prosciutto di San Daniele, marchio Principe, con la quale Opas ha avviato una collaborazione per valorizzare anche il resto della carcassa per carne fresca o insaccati, dal momento che è antibiotic free”.

Vi siete orientati su una produzione molto richiesta e specifica. Qual è la remunerazione in più per l’allevatore?

“Viene riconosciuto un premio in più per capo. Il risultato, di fatto, è legato alle cosce, ma, come dicevo, stiamo sperimentando per estendere i benefit anche al resto dell’animale. Abbiamo adottato una logica produttiva di tipo industriale, da intendersi in chiave di organizzazione, efficienza, tracciabilità, servizio tecnico, ma anche genetica e strutture. Nulla è lasciato all’approssimazione, data la peculiarità di questo mercato”.

Appunto. Quello suinicolo è un mercato che sta scontando una marcata volatilità. Perché, secondo lei?

La volatilità è legata all’assenza di programmazione

“La volatilità è legata alla totale assenza di programmazione. Senza una pianificazione produttiva condivisa e una progettualità dall’allevamento al prodotto finito non si può pretendere di governare il mercato”.

L’Italia ha un tasso di autoapprovvigionamento che non arriva al 65%, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal. Ritiene sia un elemento penalizzante per la programmazione suinicola?

“Il dato dell’autosufficienza, in verità, mi interessa relativamente. Non facciamo carne di macelleria e non abbiamo mai pensato di farla. Invece, credo che sia giunto il momento di ragionare per produrre carne di alta qualità. È mai possibile che nei grandi ristoranti italiani propongano carne suina spagnola e non italiana? E non credo sia colpa della ristorazione, se noi non ci siamo mai posti l’obiettivo di proporla”.

Fra gennaio e maggio 2020, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal, abbiamo esportato meno di 150mila tonnellate di carne e preparati. La Francia 313.500 tonnellate, la Polonia 329.000, per non parlare di Olanda (651.000 tonnellate), Danimarca (605.000), Spagna (1.100.000 tonnellate) o Germania, leader a livello europeo con un export di oltre 1.400.000 tonnellate. Quanto pesa, secondo lei, questo gap e come ridare competitività alle imprese?

Investire sull’export ed eliminare le inefficienze all’interno della filiera

“Pesa moltissimo. Ma non abbiamo mai investito sull’export e mai, come dicevo prima, puntato sulla carne fresca di alta qualità. Ha iniziato da qualche tempo Opas con il marchio Eat Pink. Credo che ci siano spazi, perché il prodotto italiano ha qualità superiori, sia in termini organolettici che qualitativi. Avendo però un suino pesante, va trattato di conseguenza, magari con una frollatura idonea. Dovremmo, quindi, investire sulle celle di frollatura. Allo stesso tempo, dovremmo investire per eliminare le inefficienze all’interno della filiera.

La Spagna può essere vista come un modello?

“Parto da un dato. Trenta anni fa la Spagna aveva circa lo stesso numero di maiali dell’Italia. Oggi noi siamo sugli stessi volumi, mentre la Spagna alleva più di 30 milioni di capi. Hanno saputo valorizzare la propria filiera, attraverso leve di marketing vincenti già 20 anni fa, quando puntavano moltissimo sull’export. Anche loro avranno avuto i problemi ambientali, la difficoltà nei rapporti con i cittadini, una classe politica con cui confrontarsi, eppure hanno saputo sfruttare un concetto di cultura alimentare che è molto simile alla nostra, ma che noi italiani non abbiamo saputo o voluto valorizzare. Dovremmo imparare dal mondo del vino, che ha saputo costruirsi una identità territoriale molto forte”.

Come mai l’Italia è rimasta ingessata?

“Non abbiamo costruito un progetto. E i macellatori hanno fatto da tappo a qualsiasi progettualità. Di più, non hanno saputo valorizzare anche i nostri gioielli, come i prosciutti di Parma e San Daniele. Ma le colpe, probabilmente, sono di tutti. Non siamo stati in grado nemmeno di far funzionare la Cun”.

Quali sono, secondo lei, i limiti della Cun?

“È limitativo pensare a un confronto fra due componenti della filiera senza tutti gli altri. Si confrontano allevatori e macellatori. E gli altri attori?”.

Chi vorrebbe inserire?

“I prezzi della materia prima, secondo me, devono essere in funzione del prodotto finito. Se vogliamo dire che la Cun deve definire un prezzo minimo garantito per chi fa un prodotto base, può eventualmente anche andare bene. Ma se ci orientiamo, come è il modello Made in Italy, su filiere, prodotti dop e di alta gamma, allora bisogna ripensare il sistema di formazione del prezzo.  Chi mi fa investire nelle aziende, nel benessere animale, se non c’è remunerazione?”.

I prosciutti Dop sono ancora strategici per la filiera italiana? Come ne rilancerebbe i consumi e i prezzi?

“Sì, sono ancora strategici, ma non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo essere protagonisti su un mercato di alta gamma, dobbiamo garantire credibilità e immagine, qualità del prodotto e, soprattutto, in maniera costante. Se non distinguo un prosciutto Dop da uno generico, perché dovrei comprarlo?”.

Dove migliorare?

Serve una standardizzazione di prodotto verso l’alto

“Serve standardizzazione di prodotto verso l’alto, partendo da materia prima di alta qualità. Non possiamo pensare che ogni allevamento abbia variazioni qualitative anche marcate. Un altro punto chiave è il packaging: siamo rimasti indietro e non ci differenziamo. Questo perché ci manca la cultura del prodotto di alta gamma. Guardiamo la Spagna, ancora una volta, e il prosciutto Pata Negra: è un brand a tutti gli effetti, raro e costoso, ma curato anche nei dettagli del packaging, perché l’immagine di un prodotto di alta gamma non è banale”.

L’allevatore avveduto implementa le strategie nei momenti difficili [Intervista al DG di Rota Guido, Giuseppe Volta]
7 Settembre 2020

Giuseppe Volta - Direttore Generale di Rota Guido
Giuseppe Volta – Direttore Generale di Rota Guido

Il futuro della zootecnia passa indubbiamente anche dalla formazione, dall’innovazione e dalle nuove tecnologie, dalla sostenibilità ambientale e dalla multifunzione.
L’occasione del biogas e del biometano è sicuramente da cogliere sia in ottica green che per dare stabilità a lungo termine a una redditività che non sempre la vendita di latte e carne riescono a garantire, per effetto di una volatilità talvolta repentina.

Sono le indicazioni, in sintesi, di Giuseppe Volta, direttore generale di Rota Guido, realtà che “veste” le stalle all’avanguardia nel campo delle prestazioni e del benessere animale. Partiamo proprio dall’animal welfare nell’intervista a Volta.

Direttore, molto spesso si accusa il mondo agricolo di non rispettare il benessere animale. È così oppure siamo di fronte a una fake news?

La cura dei propri animali è nell’interesse di ogni allevatore

“Si tratta di affermazioni assolutamente non corrispondenti alla realtà, in quanto è sicuramente nell’interesse di ogni allevatore avere la massima cura dei propri animali.
È ben noto, infatti, ad ogni operatore del settore zootecnico come le performance produttive e riproduttive degli animali allevati siano strettamente correlate e proporzionali al loro livello di benessere.
Pertanto, al di là degli aspetti etici, il benessere animale risulta essere la condizione essenziale per garantire il successo economico di ogni allevamento”.

Quali sono le azioni per aumentare il benessere animale?

“Per poter garantire un buon livello di benessere agli animali allevati è necessario ridurre al minimo il loro livello di stress. Parliamo principalmente di stress sociali e stress termici, che vengono ormai tranquillamente azzerati grazie ad una corretta progettazione che prevede spazi, tecnologie e servizi corretti che consentono agli animali di vivere liberi dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalle malattie e di esprimere i loro ideali comportamenti naturali”.

Quali sono le principali richieste dell’allevatore quando deve costruire una nuova stalla? In tutto questo la sostenibilità ambientale che spazio riveste?

“Come società Rota Guido, ci occupiamo da più di cinquant’anni di progettare e realizzare centri zootecnici razionali ed integrati non solo in Italia, ma in gran parte del mondo.
Da sempre la filosofia che ci guida e che è assolutamente condivisa dagli allevatori e investitori è quella di garantire la massima efficienza produttiva nel rispetto della facilità e sicurezza gestionale per gli addetti di stalla. Risulta inoltre evidente come lo svolgimento dell’attività zootecnica debba avvenire in assoluta armonia con il territorio circostante.

Questo per operare nel più ampio rispetto delle sempre maggiori e restrittive normative vigenti in materia di corretta utilizzazione agronomica e, soprattutto, per garantire un ambiente pulito e sicuro alle generazioni future.
Pertanto, nella progettazione e realizzazione dei centri zootecnici, oltre alla funzionalità ed efficienza dei vari settori e ricoveri destinati agli animali, diamo sempre maggiore importanza a tutte quelle strutture e tecnologie che sono mirate a valorizzare i reflui zootecnici, eventualmente trattandone il carico organico con specifici impianti per farlo rientrare nei limiti imposti dalla legge”.

In questa fase di riassestamento dopo il Covid-19, che azioni suggerirebbe agli allevatori per sostenere il prezzo del latte?

Esistono opportunità di integrare il reddito, come la produzione di biogas

“Il comparto agricolo sta attraversando un momento di leggera difficoltà, legata soprattutto al prezzo di vendita di latte e di carne. Esistono però interessanti opportunità di integrazione al reddito”.

Quali?

“Mi riferisco ad esempio alla corretta utilizzazione delle deiezioni zootecniche, che possono essere economicamente valorizzate come matrici per l’alimentazione di impianti a digestione anaerobica, con produzione di biogas e cogenerazione e vendita di energia elettrica e termica e/o produzione di biometano. Gli incentivi attualmente in vigore sono una garanzia di valore economico assoluta e durata certa nel tempo, pari a vent’anni, e rappresentano una vera assicurazione sulla vita per il centro zootecnico, anche e soprattutto in tempi in cui i prezzi di vendita di latte e carne possono subire eventuali flessioni.

Un aspetto molto interessante è anche quello legato alla facilità di accesso al credito, favorito appunto da un prezzo certo per un periodo minimo garantito.
Gli imprenditori più avveduti sono quelli che studiano le loro strategie di sviluppo e le implementano nei momenti di mercato meno felici.
Per loro, ovviamente, l’integrazione dello sviluppo dell’allevamento unitamente ad un impianto di produzione di biogas rappresenta una facilitazione sia a livello autorizzativo che finanziario, essendo il solo rendimento dell’impianto sufficiente a coprire il totale ammortamento dell’investimento sia di biogas che di ricovero zootecnico.
Inoltre, per convertire una fase di difficoltà in un’opportunità imprenditoriale, abbiamo ritenuto di metterci a disposizione degli allevatori, per guidarli nell’acquisto agevolato di soluzioni e tecnologie 4.0, generando le condizioni commerciali ideali per l’ottenimento del credito d’imposta come previsto dal Decreto Legge 124/2019”.

Spesso chi realizza una stalla nuova o impianti di energie rinnovabili beneficia di fondi all’interno delle misure del Programma di sviluppo rurale. Quali suggerimenti ritenete utili dare alle Regioni, affinché si possa migliorare l’innovazione e la competitività delle imprese agricole?

“Gli aiuti a livello comunitario e/o regionale sono sicuramente un importante incentivo per stimolare lo sviluppo di realtà agricole e soprattutto zootecniche.
Ritengo che le istituzioni nelle loro valutazioni debbano in qualche modo avere un occhio di riguardo e premiare tutti gli interventi mirati allo sviluppo ed introduzione di tecnologie innovative, questo sia nelle nuove realtà che nelle ristrutturazioni di quelle esistenti.

Informazioni puntuali e corrette aiutano a migliorare i risultati economici dell’allevatore

Vanno incentivate tutte le tecnologie che permettono di elevare il livello funzionale dell’allevamento, fornendogli così la possibilità di avere dei riscontri analitici, al fine di renderlo più competitivo.
La disponibilità di informazioni puntuali e corrette facilita la gestione, riduce gli errori, previene le malattie e l’uso di farmaci, aiuta in buona sostanza a migliorare i risultati economici dell’allevatore e allo stesso tempo si rendono disponibili a tecnologie mirate alla valorizzazione e corretta utilizzazione dei reflui zootecnici nel rispetto del territorio e dell’ambiente.
In sostanza, tutte le tecniche che fanno riferimento alle PLF – Precision Livestock Farming (Zootecnia di precisione) e le BAT – Best Available Technologies (Migliori Tecnologie Disponibili), dovrebbero essere incentivate e utilizzate correttamente al fine di consolidare quell’ideale connubio fra zootecnia e ambiente”.

Abbiamo sotto gli occhi esempi di agricoltura verticale, una stalla galleggiante a Rotterdam, sono partite ricerche di laboratorio per portare l’agricoltura su Marte. Come si immagina la stalla del futuro?

“In attesa che queste sperimentazioni diventino più concrete, in quanto ancora relativamente poco percorribili, ritengo che la stalla del futuro prossimo debba essere una realtà fortemente radicata sul territorio, con il quale deve essere perfettamente integrata e sinergica.
Gli animali vivranno senza stress e saranno felici, produrranno come logica conseguenza latte e carne di ottima qualità, gli operatori saranno appassionati ed entusiasti del loro lavoro, la stalla non verrà percepita come fonte di odori sgradevoli e tantomeno come elemento inquinante, ma sarà lo strumento per produrre energia pulita e concimare il terreno in modo naturale.
Come anticipato, dovrà essere tutto improntato sul concetto della sostenibilità perché, proprio per avere garanzie di futuro, si dovrà assicurare la necessaria sostenibilità economica, ma nel più ampio rispetto della sostenibilità sociale e di quella ambientale”.

Per la crescita del settore zootecnico è necessario sostenere la formazione. Come azienda leader del settore avete progetti o percorsi dedicati agli allevatori in tal senso? 

“Siamo assolutamente convinti che lo sviluppo ed il futuro dell’attività zootecnica non possa prescindere da un’adeguata formazione delle varie funzioni, da quelle strettamente operative a quelle manageriali.
È la filosofia dell’azienda Rota Guido, quello di fornire sempre un servizio generale ai nostri clienti, dalla consulenza, alla progettazione preliminare, a quella finanziaria, fino al training formativo. E questo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
Mentre, per tutti quei Paesi ad economia avanzata come l’Italia e per tutte le figure di avanzato livello professionale, insieme a un gruppo di aziende di rilievo del settore, abbiamo creato un riferimento formativo di notevole importanza”.

Di cosa si tratta?

“Il riferimento è il Polo di Formazione per lo Sviluppo Agrozootecnico con sede a Maccarese Fiumicino, attraverso il quale, con un calendario prestabilito e disponibile online sul sito del Polo, viene presentata un’offerta formativa in collaborazione con i massimi esperti mondiali del settore, a cui è possibile iscriversi direttamente dal sito. La struttura organizza corsi di formazione avanzata e, laddove non sia possibile la presenza fisica in aula, sono previste soluzioni in formato webinar”.

Centro Zootecnico Integrato Fugazza
Centro Zootecnico Integrato Fugazza

L’importanza della gestazione per la salute del vitello
17 Luglio 2020

È noto che la salute del vitello e la sua carriera produttiva sono influenzate dal modo in cui è stata condotta la gestazione ed in particolare riguardo l’alimentazione della madre, il suo stato sanitario e gli stress. Su questi aspetti, l’Università della Florida ha condotto degli studi, i cui risultati sono stati presentati al Canadian Dairy Seminar 2020 in Alberta.

Un vitello che nasce sottopeso per carenze alimentari della vacca durante la gestazione, potrà avere compromessa la crescita, la capacità produttiva e la resistenza alle malattie. Non si tratta però solo di quantità della razione, ma anche della sua composizione ed additivazione.

È stato osservato che la colina è uno dei fattori nutrizionali che possono avere un’importanza diretta su salute e performance del vitello ed è stato dimostrato come la sua aggiunta nella razione della vacca per 3 settimane prima del parto fino a dopo il parto, comporta una minore mortalità dei vitelli a 24 giorni, minore incidenza di stati febbrili, maggior incremento di peso fino a 300 giorni. Riguardo le malattie, le infezioni alla vacca durante la parte finale della gestazione possono determinare una risposta immunitaria che si ripercuote sul vitello, condizionandone la salute.

Lo stress da caldo influisce negativamente sulla salute del vitello

Particolarmente importante è però un altro fattore osservato dai ricercatori statunitensi attraverso le osservazioni in utero della vacca a fine gestazione, cioè lo stress da caldo. Questo stato altera la capacità della vacca di scambiare principi nutritivi ed ossigeno al feto, riducendo la durata della gestazione. I vitelli alla nascita sono meno pesanti e questo stato persiste durante svezzamento e pubertà. L’animale potrà recuperare peso nel secondo anno di vita, ma si tratterà più di deposito adiposo che non di tessuto funzionale.

Quindi, vacche più grasse e con maggior insulina che metabolizzano più rapidamente il glucosio e di conseguenza minore capacità di trasformare i principi nutritivi in latte. Inoltre lo stress da caldo comporta minore possibilità di assorbire le immunoglobuline dal colostro e dunque ridotto stato immunitario del vitello.

In conclusione, bisogna prestare attenzione alle condizioni intrauterine negli ultimi tre mesi di gestazione. Questo non solo per la salute della vacca, ma per tutta la carriera produttiva del nuovo animale.

TESEO.it - Patrimonio Bovini da latte in Italia
TESEO.it – Patrimonio Bovini da latte in Italia

Fonte: Dairy Herd

La sala di mungitura intelligente per la stalla del futuro [Intervista a Maurizio Ruggeri – TDM]
22 Giugno 2020

Maurizio Ruggeri - A. D. di TDM
Maurizio Ruggeri – A. D. di TDM

“La stalla del futuro sarà all’insegna del benessere animale, della qualità delle produzioni, grazie alla genetica, all’analisi dei dati, alla corretta alimentazione, ad innovazioni che nemmeno si possono oggi immaginare”.

Lo dice Maurizio Ruggeri, amministratore delegato di TDM, realtà nata nel 1992, e che oggi esporta tecnologia in tutto il mondo e ha 130 dipendenti.

Il suo motto è: “The limit is the sky”, il limite è il cielo, perché – ricorda – “negli ultimi 15 anni in allevamento si sono compiuti passi in avanti che nemmeno avremmo immaginato”.

Avete avuto difficoltà in queste settimane di lockdown?

“A parte la prima fase di choc, durante la quale abbiamo fermato quasi completamente l’attività garantendo ai clienti solamente l’intervento in caso di rotture, siamo successivamente riusciti a ripartire prima con le manutenzioni programmate e successivamente con installazioni di impianti nuovi. Il tutto non senza difficoltà, prima di tutte quella di salvaguardare la salute dei nostri dipendenti e dei clienti e poi altre difficoltà logistiche come ad esempio l’approvvigionamento delle merci causa chiusura dei fornitori e la difficoltà ad organizzare il ricevimento o la spedizione di merci con aumenti di costi a volte pari al triplo del normale. L’estero, invece, che per noi vale circa il 25% del fatturato, è ancora fermo anche se si intravedono ora le prime possibilità di una riapertura a breve. L’aspetto positivo è che abbiamo utilizzato questo periodo di fermo attività per fare formazione in remoto a tutti i tecnici installatori e manutentori”.

Sul vostro sito invitate a consumare latte italiano. Quanto è importante sostenere il Made in Italy?

Bisogna incentivare i prodotti italiani, ma ricordare che viviamo in un mondo interconnesso

“Ci sembra doveroso incentivare i consumi di prodotti italiani, anche perché la mia storia nasce in un’azienda agricola e da sempre conosco il valore dei prodotti Made in Italy, la passione, la fatica e la competenza che servono per ottenerli. È molto importante dare una mano ai nostri allevatori, ma allo stesso tempo, dobbiamo tenere presente che viviamo in un mondo interconnesso. Noi stessi facciamo export ed è impossibile mettere delle barriere e chiudere i confini, non sarebbe lungimirante. Resta il fatto che ritengo fondamentale dare al consumatore la possibilità di scegliere cosa acquistare in maniera consapevole evidenziando chiaramente in etichetta la provenienza del prodotto che sta comprando e raccontandogli quanto lavoro e quanta passione sono serviti per produrlo”.

Il prezzo del latte spot sta riprendendo quota. Come è possibile sostenere e rilanciare il prezzo del latte in questa fase?

“Abbassare le produzioni potrebbe sembrare la risposta più ovvia, ma è molto difficile per un allevatore che sta cercando di ridurre i costi attraverso un’economia di scala decidere di tornare indietro nella quantità di latte prodotto, e in ogni caso, il mercato italiano dipende molto da cosa avviene in Francia, Germania, Olanda piuttosto che in Nuova Zelanda o in Australia. Tenga conto che la situazione del mercato del latte pre-covid era buona e le proiezioni davano un aumento dell’1,3% annuo dei consumi mondiali di prodotti lattiero caseari da qui al 2030, questo avrebbe dato stabilità ai mercati. Io sono tendenzialmente ottimista e penso che, salvo un repentino ritorno del covid-19, i mercati, supportati da giuste campagne di promozione informazione, potrebbero ritornare in un periodo non troppo lungo a come erano prima”.

Quale altra soluzione potrebbe rispondere alle esigenze del mercato?

“Premetto che non è il mio campo e non mi occupo di mercati ma penso che potrebbero aiutare accordi di filiera che coinvolgano i produttori, l’industria di trasformazione e la grande distribuzione, con i quali definire ed indicare meccanismi per calcolare i giusti margini per tutti. Qualche centesimo può fare la differenza per l’allevatore e a volte per lui può significare la differenza tra produrre reddito e perdere, a fronte di un vero accordo di filiera che coinvolga sia l‘industria di trasformazione che la grande distribuzione si potrebbero definire dei criteri per una sorta di minima remunerazione per il produttore in base ai costi di produzione e ricavare i giusti spazi per tutti senza che il consumatore ne debba soffrire particolarmente. Certo che si dovrebbe riuscire a mettere sullo stesso piano tutti gli attori della filiera. Purtroppo devo dire che durante la fase di confinamento abbiamo visto anche dinamiche inspiegabili e penalizzanti per i produttori, con stalle che hanno venduto il latte a 23 centesimi al litro pur di non buttarlo. Bisogna che ognuno compia un passo avanti per uscire dalla crisi e da questo modello di mercato”.

Un Tavolo di filiera può aiutare a trovare una sintesi?

“Penso di si, il tavolo del latte è sempre stato gestito da Regione Lombardia e credo che serva una sorta di garante a livello istituzionale, in modo da facilitare il confronto fra i vari interlocutori. Sarebbe utile, in questa fase, inaugurare un nuovo metodo di dialogo, per coinvolgere tutti i protagonisti con nuove prospettive e idee innovative, perché da questa crisi senza precedenti possa scaturire qualcosa di buono per il futuro”.

Quanto è utile abbassare i costi di produzione?

“Torno volentieri sul nostro campo di azione; l’abbassamento dei costi di produzione è un punto centrale per la sopravvivenza degli allevamenti è una strada che perseguiamo da oltre 20 anni proponendo l’introduzione di tecnologie e di innovazione, oltre 20 anni fa abbiamo iniziato ad introdurre  l’utilizzo dei pedometri per la rilevazione dei calori e molti ci prendevano per pazzi, oggi la maggior parte delle aziende si è dotata di questi strumenti che contribuiscono ad abbassare il costo litro latte. Negli anni gli allevatori sono cresciuti molto, ma ci sono ancora margini di crescita ed ogni giorno in azienda c’è qualcosa di nuovo da imparare e o da applicare. La preparazione degli operatori, la conoscenza delle tecnologie ed il loro corretto utilizzo possono aiutare l’allevatore a migliorare la produttività dell’allevamento abbassando di conseguenza i relativi costi di produzione”.

Guardando alle nuove tecnologie, chi dovrebbero seguire come esempio di innovazione gli allevatori italiani?

“Su scala mondiale gli Usa sono da sempre il paese visto come riferimento, per contro la nostra azienda ha imparato molto da Israele, gli israeliani con una produzione per capo più alta al mondo, hanno un diverso approccio, più basato “sull’essenziale”, poi ci sono alcuni paesi nordici che pongono più attenzione al benessere animale e alla sostenibilità. Ma mi lasci dire però che gli allevatori italiani sono molto bravi e nulla hanno da invidiare rispetto ai colleghi di tutto il mondo. È necessario che i produttori scelgano validi collaboratori, professionisti, fornitori creando delle squadre di lavoro nelle quali ognuno possa portate la propria professionalità e le proprie esperienze. Le faccio un esempio: se sono il fornitore di tecnologia di un’impresa, mi sento responsabile di consigliare il prodotto giusto e dare un addestramento adeguato perché solamente in questo modo il cliente potrà ripagare l’investimento in breve tempo e poter fare ulteriori investimenti. Lo stesso vale per il veterinario che segue la mandria, perché il suo operato ricade sulla gestione e sul benessere degli animali”.

C’è spazio per aumentare la produttività per vacca? Dove si arriverà?

“Difficile dire dove si arriverà. Se me lo avesse chiesto solamente cinque anni fa avrei detto un valore che abbiamo già superato. Molti sono i fattori che influenzano l’aumento di produttività a partire dalla genetica, al benessere, all’alimentazione, all’utilizzo di tecnologie e ad una migliore preparazione degli operatori e sono convinto che questo trend sia destinato a crescere ancora in maniera importante”.

Come sarà la stalla del futuro?

La stalla del futuro sarà impostata verso il benessere animale

“Sarà impostata con una grande attenzione al benessere animale. Avremo sempre più sensori e strumenti che daranno informazioni precise sugli animali, meno manodopera e più automazione. L’obiettivo è far sì che l’animale sia in salute, sia alimentato bene, abbia una vita più lunga, avremo pertanto animali più produttivi che vivranno meglio, oggi l’allevatore ha compreso che il benessere animale è anche una questione economica.

Anche la sostenibilità avrà la sua importanza il che non vuol dire produrre meno o mettere le vacche al pascolo. Una stalla più performante inquina di meno di una meno efficiente”.

Oggi di quali dati ha bisogno l’allevatore dalla sala di mungitura? E poi: i dati hanno un valore economico?

“La sala di mungitura è un punto nevralgico nel quale vengono raccolti molte informazioni ma non solo, credo che l’allevatore si debba concentrare principalmente sui dati che riguardano la produzione, la salute, il benessere e la fertilità. Questi se bene interpretati possono dare informazioni utili. Qualche esempio: oltre alla quantità del latte, al grasso e alle proteine e alla conducibilità elettrica dello stesso, possiamo sapere ad esempio se l’animale ha sviluppato una chetosi o se c’è un problema di acidosi, se ha problematiche metaboliche, alimentari, oppure quanto ha ruminato, se è in calore, se respira correttamente o quanto l’animale rimane coricato. In pratica, andiamo ben oltre i dati legati al latte e alla mungitura, perché per mezzo di nuovi sensori e di algoritmi si sta allargando sempre più il ventaglio delle informazioni”.

In altri campi i dati hanno un valore economico, nel nostro sistema non esiste niente di tutto ciò, ma non è detto che si arrivi un giorno al fatto che l’allevatore possa in qualche modo valorizzare le informazioni relative ai propri animali”.

Quali innovazioni o strategie introdurrete in futuro?

Nuovi sensori che utilizzano l’IA per poter predire cosa potrà accadere ad un animale

“Stiamo studiando nuovi sensori, software, su pc ed in cloud, che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per poter predire cosa potrà accadere ad un animale sulla base dell’analisi dei dati di oggi, sistemi che rendano i dati fruibili in maniera molto semplice e immediata da qualsiasi dispositivo fisso o mobile.

La robotizzazione inoltre avrà una parte importante sia essa relativa alla mungitura che all’alimentazione, stiamo anche lavorando ad un progetto completamente innovativo che è l’automazione dell’impianto di mungitura tradizionale e che potrà essere applicato ad impianti di mungitura esistenti rivoluzionando quella robotica attualmente disponibile nel nostro campo”.

L’apertura del consorzio del Grana Padano nei confronti del robot di mungitura porterà a un aumento delle vendite?

“Crediamo di sì. Siamo alle prese con un aumento di interesse e di vendite, le richieste sono aumentate negli ultimi anni trascinate anche dal prezzo del latte favorevole che dalla difficoltà sempre più crescente di reperire manodopera qualificata”.

Dove non è applicabile l’automazione?

“Non esiste una verità assoluta, ogni progetto va valutato nel proprio contesto di dimensione, di disponibilità di manodopera sia essa famigliare e non, di previsioni di sviluppo dell’allevamento del fatto che si facciamo 2 o 3 mungiture, dalla capacità di far fronte all’investimento e tanti altri fattori.

Da tenere presente anche l’attitudine dell’allevatore ad utilizzare la macchina. Il robot di mungitura ti fa cambiare la routine di lavoro nella stalla, i robot di oggi sono molto affidabili e funzionano bene, ma devono essere inserite nel contesto giusto il cambio di vita investe tanto gli animali quanto gli allevatori”.

Vacche: tra chiacchiere ed emozioni
16 Giugno 2020

Ogni allevatore sa che gli animali richiedono attenzione e che, se trattati bene, producono meglio. Però, si può arrivare a dire che anche le vacche esprimono emozioni?

Da uno studio australiano sulla comunicazione vocale delle vacche e le loro emozioni pubblicato sulla rivista Scientific Reports, sembra proprio di sì. I ricercatori hanno registrato per sei mesi i muggiti di 18 vacche in diversi contesti emotivi positivi, come prima dei pasti o durante l’estro, e negativi, come nella mancanza di cibo o nell’isolamento dalla mandria.

I muggiti sono stati valutati per picco, durata, intensità, ruvidità del suono, identificando oltre venti diverse vocalità. La prima osservazione riguarda l’individualità della voce: come per le persone, ogni animale dimostra di avere una propria vocalità, indipendentemente dal diverso contesto emotivo, la mantiene durante tutto il ciclo vitale e sa farsi riconoscere dai vitelli.

È stato poi dimostrato che i muggiti servono per mantenere l’animale in contatto con la mandria e possono esprimere soddisfazione, rabbia o dolore. Le vacche sanno “parlarsi” e, essendo animali addomesticati, sono socievoli e capaci di esprimere le loro emozioni, sia positive che negative. A livello pratico l’analisi dei muggiti o, per meglio dire, delle vocalizzazioni, potrebbe essere un mezzo semplice, diretto e non invasivo per valutare il grado di benessere animale, l’adattamento alle diverse pratiche aziendali ed anche il grado di interazione fra gli animali e le persone.

Tutto questo non è sorprendente e lo sapevano bene gli allevatori quando in passato usavano dare un nome ad ogni vacca. Bisognerebbe sempre ricordare che in ogni condizione di vita, sia allo stato naturale che nell’allevamento intensivo, si tratta di animali che interagiscono attraverso la loro emotività e cui occorre dunque prestare la dovuta attenzione.

TESEO.clal.it - UE-28: Numero medio di Capi da latte bovino per azienda
TESEO.clal.it – UE-28: Numero medio di Capi da latte bovino per azienda

Fonte: edairynews

Suini: Il futuro è la filiera [Intervista]
8 Giugno 2020

Rudy Milani
Zero Branco, Treviso – ITALIA

“Negli ultimi 10-15 anni la suinicoltura è cambiata radicalmente. Siamo passati da una ciclicità del mercato su base triennale, dove l’andamento dei prezzi era sinusoidale, a una situazione di incertezza perenne. Da tempo siamo alle prese con una volatilità esasperata, che non consente di programmare le produzioni. Fra il 2008 e il 2017 abbiamo attraversato una crisi lunghissima, dove molti allevatori ci hanno lasciato le penne”.

Rudy Milani - Presidente dei Suinicoltori di Confagricoltura Veneto
Rudy Milani – Suinicoltore di Zero Branco, Treviso

Breve storia triste di un settore che oggi è più che mai in sofferenza, preda di un crollo di mercato che da 1,808 euro al chilogrammo di metà dicembre sono finiti a 1,031 di inizio giugno. La sintesi, efficace, è di Rudy Milani, allevatore di Zero Branco (Treviso), presidente dei suinicoltori di Confagricoltura Veneto.

Fra i primi allevatori ad aderire alla organizzazione di produttori OPAS, della quale è anche componente del consiglio di amministrazione, oggi Milani produce circa 12.000 maiali all’anno a ciclo chiuso, interamente conferiti all’OP.

“Sono entrato nel 2008, quando si sentiva la necessità di una svolta, di mettersi insieme per fare massa critica nella vendita degli animali e per contenere le spese di gestione delle aziende, attraverso acquisti collettivi. Su farmaci ci siamo riusciti, con i cereali si è rivelato molto complesso”.

Con il macello di Carpi siete diventati il primo macello italiano per capi macellati. Come avete reagito con il Coronavirus?

“Abbiamo rallentato le macellazioni, distanziando i lavoratori lungo la catena produttiva. Abbiamo ridotto chiaramente i volumi”.

L’iter partito con la denuncia di alcuni allevatori sull’uso della genetica danese ha portato alla modifica dei disciplinari del Prosciutto di San Daniele e, con un percorso più lento, del Prosciutto di Parma. Eppure il settore soffre notevolmente. Perché?

Manca una visione strategica della filiera

“Perché manca una visione strategica della filiera. Manca il dialogo, le indicazioni sono parziali, i Consorzi non decidono una politica di programmazione e, in uno scenario povero di soluzioni, regna di fatto l’anarchia. Così gli allevatori producono, ma poi si ritrovano richieste che magari non corrispondono al suino che hanno allevato, pur rispettando tutte le regole. Questo significa che è assente del tutto una strategia”.

Più di una voce solleva il tema di una qualità che negli anni è diminuita. È così?

“Non sta a me dirlo. Quello che come allevatori chiediamo è di avere indicazioni chiare, certe e che non cambiano senza motivazione e senza dare il tempo alla filiera di discuterle e condividerle. Non possiamo meravigliarci se il Pata Negra spagnolo viene venduto a 180 euro al chilogrammo: garantisce qualità e uniformità, seppure nelle sue sfumature. Da noi ultimamente le produzioni sono state troppo variabili nei risultati, con la conseguenza che il consumatore sceglie altro”.

Il futuro secondo lei è sempre dei prosciutti DOP?

“Non abbiamo alternative, ad oggi. Ma dobbiamo essere molto chiari: il futuro è la filiera. Fino adesso era la filiera dei prosciutti DOP, se continueremo a non trovare una direzione univoca e chiara, finirà in un modo soltanto”.

Come?

“Finirà che la suinicoltura sarà guidata dalla grande distribuzione organizzata. Risponderemo tutti alla GDO, perdendo l’identità e la libertà imprenditoriale, perché sarà la GDO a dirci cosa vuole e a pagarlo di conseguenza quanto vuole”.

Secondo lei quanto ci vuole per recuperare in prestigio?

“Solo per adeguare la genetica negli allevamenti serve almeno un anno, poi un altro anno per la stagionatura dei prosciutti. Tutto questo, naturalmente, se parti da allevamenti buoni. Ma ci sono margini per migliorare più del 50% della produzione. Allo stesso tempo, bisognerà ragionare su numeri”.

Di quanto?

“Almeno un milione di cosce in tempi rapidi, se non di più. Il mercato era in affanno già quando la produzione era a 8,3 milioni di pezzi. Significa che anche quella soglia era troppo elevata per un mercato che oggi, con le conseguenze del lockdown e con la difficoltà delle esportazioni, deve procedere speditamente verso una riduzione dei volumi. Ma attenzione a smarchiare prosciutti ottenuti da maiali allevati nel rispetto del disciplinare, perché altrimenti subiremmo come allevatori una doppia penalizzazione, di costi e di remunerazione”.

Cosa cambierà dopo il coronavirus?

“Assolutamente niente. Perché lo scossone Covid-19 non dura tanto quanto una guerra mondiale, che cambia radicalmente le abitudini e riporta tutti coi piedi per terra. Non cambierà il modo di vivere e di pensare, purtroppo, i vegani non capiranno quanto l’agricoltura è importante”.

In questa fase c’è stata speculazione?

“Sì. La carne al banco andava alla grande. I prosciutti no, ma il crollo dei prezzi non è spiegabile. In simili frangenti bisogna sostenere i prezzi, altrimenti gli allevamenti chiuderanno e si appesantirà tutta la filiera”.

Ridurre le importazioni potrebbe essere una strada percorribile?

“Sarebbe una soluzione, ma solo temporaneamente, perché non dimentichiamo che l’Italia ha la necessità di esportare. Basterebbe però privilegiare i consumi italiani”.