DOP e IGP: dobbiamo far riconoscere la nostra sostenibilità – la prospettiva francese
9 Giugno 2021

Claude Vermot Desroches
Franche-Comté – FRANCIA

Allevatore Latte e Presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn
Traduzione di Leo Bertozzi

Claude Vermot-Descroches - Allevatore
Claude Vermot-Descroches – Allevatore

Claude Vermot-Desroches ha condotto un’azienda di vacche da latte in Franche-Comté, di cui ora è titolare la figlia e dal 2002 al 2018 è stato presidente del Comité Interprofessionel Gruyère de Comté, l’organismo di gestione e tutela del maggior formaggio DOP francese, dopo averne guidato la Commissione tecnica dal 1994 al 2002. Attualmente è presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn, che ha sede a Ginevra, di oriGIn Europa ed oriGIn Francia. Dunque una persona che conosce direttamente la realtà della filiera lattiero-casearia e dei prodotti DOP-IGP anche a livello internazionale.

Ormai, la parola d’ordine è la sostenibilità, durabilité in francese. Affrontare gli ambiti economici, sociali ed ambientali in modo simultaneo e complementare è diventata oggi una necessità. 

I prodotti con Indicazione Geografica sono per natura sostenibili

Si tratta di un concetto di cui si parla da una decina d’anni, ma che non è ancora stato intrapreso e sviluppato in modo sistematico. Eppure, tradizionalmente la produzione delle Indicazioni Geografiche (IG) si inseriva appieno negli aspetti di sostenibilità: legame col territorio e fattori locali, leali e costanti, ne sono sempre stati gli elementi distintivi caratterizzanti.

Parafrasando il borghese gentiluomo, la commedia di Molière incentrata sul personaggio di Jourdain, – un arricchito che farebbe di tutto per conquistare la classe aristocratica e per essere accettato da coloro che ne fanno parte in modo da accrescere la propria etichetta di nobiltà – si può dire che mentre adesso tutti cercano di dimostrare la sostenibilità, le IG l’hanno sempre attuata senza saperlo.

In Francia, il mondo agricolo in generale percepisce con un certo malessere le azioni per la sostenibilità, vivendole come una messa in discussione del proprio operato da parte dei movimenti ambientalisti. Inoltre, da qualche anno la sostenibilità è diventata a volte anche uno strumento di marketing per sfruttarne il richiamo. Le IG esulano da tali strategie di opportunismo che le sopravanzano. Debbono comunque rafforzare le loro condizioni di produzione e di commercializzazione per integrare le crescenti preoccupazioni di una produzione in linea con le esigenze attuali.

Riguardo l’aspetto economico delle produzioni, in Francia esistono delle filiere IG che operano nel concreto la trasparenza collettiva ed applicano l’equa ripartizione del valore. Esiste anche un quadro normativo generale per l’equilibrio delle relazioni commerciali nel settore agricolo ed una alimentazione sana e sostenibile (legge Egalim, 2018), che non raggiunge però sempre gli scopi annunciati.

Un altro esempio è la nuova etichettatura ambientale degli alimenti, che risponde alle nuove esigenze della società senza tuttavia considerare le produzioni DOP ed IGP che hanno insito nel loro fondamento le esigenze del rispetto ambientale. In questo caso, il soggetto è più l’etichettatura che non la reale preoccupazione per la tutela dell’ambiente, e la certificazione ambientale è ritenuta più pregnante piuttosto che l’azione di operare realmente per la sostenibilità ambientale.

Il Comté DOP limita la produzione latte annua a 4600 litri/ha

Prendendo a riferimento il formaggio Comté, si nota come questa DOP abbia adottato già da tempo delle misure concrete per collegare il prodotto alla zona geografica nel rispetto di una tradizione produttiva di tipo estensivo. È stata così limitata la quantità di latte annuale ad un tetto massimo di 4600 litri ad ettaro e le aziende con una produzione inferiore negli ultimi anni a tale quantità potranno aumentarla al massimo del 10%. Occorre precisare che il massiccio del Giura (catena montuosa calcarea situata a nord delle Alpi, che segna una parte del confine tra Francia e Svizzera) ha differenze altimetriche, climatiche e geologiche che comportano potenzialità produttive dei terreni assai diverse. In un suolo poco profondo difficilmente la produzione foraggera potrà sostenere più di 2000 litri di latte ad ettaro per anno, mentre un suolo profondo nelle zone inferiori può sostenere produzioni anche superiori ai 4 mila litri/ha.

È poi stato scelto di vietare le sostanze OGM, in risposta alle nuove sensibilità, di non raffreddare il latte ma di rinfrescarlo a temperatura di 12°C con l’obbligo di raccoglierlo entro un diametro massimo di 25 km dal caseificio e di lavorarlo ogni giorno. Per rafforzare il carattere artigianale della produzione ed il legame fra prodotto e territorio, si prospettano delle nuove modifiche al disciplinare per limitare la produzione massima per vacca ed il numero di vacche per azienda, per la gestione dell’erba in stalla e l’obbligo di pascolamento mattino e sera. Inoltre, sarà posto un limite anche alla evoluzione dimensionale dei caseifici.

Sotto l’aspetto ambientale e di benessere animale, le vacche dovranno avere a disposizione 1,3 ettari per capo rispetto all’ettaro attuale, con una produzione massima di 8500 litri di latte all’anno; la zona di pascolamento dovrà essere collocata al massimo ad 1,5 km dalla stazione di munta (esistono stazioni mobili di munta) e le aziende potranno produrre al massimo 12 mila quintali di latte all’anno.

Onestamente, bisogna però riconoscere che non sempre DOP ed IGP casearie inseriscono elementi tanto rigorosi nei loro disciplinari produttivi, così come va anche considerato che i parametri che servono a misurare l’impatto ambientale delle produzioni non sono sempre adeguati all’allevamento od alla policoltura, essendo in genere stati approntati per le grandi coltivazioni vegetali specializzate.

Le certificazioni ambientali rischiano di banalizzare la specificità delle IG

Quindi, occorrerebbe innanzitutto avere un riconoscimento delle misure di sostenibilità che sono già adottate anziché imporre delle norme di certificazione che non danno la certezza del risultato e che sono difficilmente percepibili dal mercato.  

In modo generale, possiamo affermare che se in linea di principio tutte queste iniziative di certificazione ambientale sono positive, esse rischiano di contribuire o contribuiscono a banalizzare le specificità delle Indicazioni Geografiche. Di conseguenza ne trarranno beneficio le attività di comunicazione ed il marketing, anche di produzioni similari, col risultato della standardizzazione delle produzioni

Tuttavia, le IG casearie debbono comunque impegnarsi in un concreto e serio lavoro per affermare le modalità di operare dei produttori, il benessere degli animali, il rispetto del territorio da cui provengono le risorse naturali che utilizzano e che rigenerano, affinché venga riconosciuto questo sistema collettivo complesso, piuttosto che subire dei dictat del tutto astratti che un giorno o l’altro saranno rimessi in causa dai consumatori stessi.

Carni suine più sostenibili: un approccio di filiera
10 Maggio 2021

La filiera della carne ha bisogno di essere percepita in modo migliore riguardo la sostenibilità, sia questo per l’aspetto del cambiamento climatico o il benessere animale.

La carne di maiale emette solo 6 kg di CO₂ per ogni kg, rispetto ai 60 kg della carne bovina, ai 24 kg della carne di pecora ed anche ai 21 kg di CO₂ per ogni kg di formaggio. Dato però che la carne di maiale è la più consumata al mondo (36% del consumo totale di carne), anche ai produttori suinicoli è richiesto di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.

I gas immessi in atmosfera nel ciclo dell’allevamento suinicolo sono il risultato delle emissioni indirette dalle coltivazioni per l’alimentazione degli animali e quelle dirette dall’allevamento, cioè animali e deiezioni. Si tratta soprattutto di ossidi di azoto ed anidride carbonica, mentre le emissioni di metano sono molto più ridotte di quelle dei ruminanti. Esiste poi l’impatto derivante dai processi di lavorazione e confezionamento della carne.

Un approccio di filiera per ridurre le emissioni

Secondo Danish Crown la riduzione delle emissioni deve essere un approccio complessivo, “olistico”, che riguarda tutti i soggetti e comprende elementi quali uso di antibiotici, origine degli alimenti, benessere animale, biodiversità nell’allevamento. La cooperativa danese si è prefissata l’obiettivo al 2030 di tagliare del 50% le emissioni carboniose rispetto ai livelli del 1990 dei 12 milioni di animali che macella. Il metodo per raggiungere tale risultato si basa sul coinvolgimento della filiera produttiva, partendo dagli allevatori che debbono impegnarsi a rilevare e comunicare all’azienda tutti i dati per i vari elementi di sostenibilità in modo da costituire la “traccia climatica”. 

Pilgrim’s nel Regno Unito ha misurato una media di 2,54 kg di CO₂ per ogni kg di peso vivo di carne, il che rappresenta uno dei valori di emissioni più basse al mondo. Questo risultato è stato ottenuto agendo in modo molto attento sulla origine degli ingredienti per l’alimentazione animale, in particolare la soia, prestando molta attenzione alle condizioni di allevamento con l’adozione della certificazione di benessere animale ed alla natura del packaging.

Adeguarsi al mercato: le aziende della carne debbono essere “market driven”. La società richiede con sempre maggior forza prodotti sostenibili, agricoltura sostenibile, trasparenza e sicurezza. La risposta non può che essere corale da parte di ogni componente della filiera produttiva: agricoltura conservativa, allevamenti etici, aziende di trasformazione orientate all’innovazione.
Anche i prodotti tradizionali vivono se evolvono.

TESEO.clal.it - Share delle Macellazioni di Suini in UE
TESEO.clal.it – Share delle Macellazioni di Suini in UE

Fonte: Danish Crown, Food Navigator

Valorizzare le commodity coltivate nel rispetto della sostenibilità [Intervista a Valeria Villani]
29 Marzo 2021

Valeria Villani - Imprenditrice Agricola
Valeria Villani – Imprenditrice Agricola

Valeria Villani
Gualtieri (RE), Emilia-Romagna – ITALIA

Istituire protocolli incentrati sulla sostenibilità ambientale per la produzione cerealicola, e accompagnare gli agricoltori alla crescita professionale attraverso la formazione. Nessun timore, poi, nei confronti di tecnologie produttive rispettose dell’ambiente (purché non OGM e che non minaccino la biodiversità), incentivazione delle filiere idonee alla valorizzazione dei prodotti e sostegno legislativo da parte dell’Italia e dell’Europa per tutelare sistemi etici sul piano del lavoro, della sicurezza alimentare e dell’ambiente. Sono questi i cardini sui quali poggiare il futuro della cerealicoltura, secondo Valeria Villani, imprenditrice agricola che a Gualtieri (Reggio Emilia) coltiva 450 ettari di terreno, con una marcata propensione a ridurre l’impatto ambientale e i costi di produzione grazie a tecniche consolidate ormai da 20 anni. L’abbiamo intervistata per approfondire i temi.

Valeria Villani, da cosa è dipesa, a suo parere, l’impennata dei prezzi di cereali e semi oleosi?

“La crescita è dovuta prevalentemente a due fattori: l’approvvigionamento della Cina sui mercati internazionali e le limitazioni in Argentina e Russia dell’export di cereali e semi oleosi. Credo che queste strategie commerciali siano nate dal timore degli effetti devastanti che il Covid sta portando all’economia internazionale, effetti che saranno ancora più pesanti quando l’emergenza terminerà e finiranno gli aiuti statali. Inoltre, penso che alcuni Paesi abbiano intrapreso questa politica per garantire almeno alle fasce più povere, che saranno quelle più colpite, il sostentamento alimentare”.

Come è possibile arginare la volatilità?

Riconoscere il valore delle commodity sostenibili

“La volatilità può essere contrastata solo riconoscendo il valore aggiunto delle commodity coltivate con protocolli che rispettano la sostenibilità ambientale, i diritti dei lavoratori e non permettendo ai prodotti che escono da questi principi di essere commercializzati sugli stessi mercati. Questo porterebbe i soggetti a valle della filiera a stringere accordi produttivi con i soggetti a monte, e ad avere una redditività distribuita lungo la filiera: la conseguenza sarebbe il contenimento della volatilità dei prezzi. Inoltre, bisognerebbe tornare ai principi ispiratori della Pac, laddove l’autosufficienza sulle commodity risulti necessaria, fatto messo in evidenza durante la crisi dovuta alla pandemia”.

Nella sua azienda pratica minima lavorazione, semina su sodo o altre soluzioni di agricoltura di precisione?

“Nella nostra azienda pratichiamo semina su sodo da almeno 20 anni, concimazione a rateo variabile e l’utilizzo della guida satellitare per l’uso dei prodotti fitosanitari. Utilizziamo da tre anni il sistema in Cloud di Climate Fieldview, abbiamo cinque sistemi satellitari di cui due Rtk”.

Ha fatto investimenti di recente? E quali interventi ha in programma per il futuro?

“Nell’ultimo anno abbiamo acquistato un sistema satellitare, una trincia con sistema satellitare e Nir. Nel futuro vorremmo dotarci della macchina per seminare il mais a rateo variabile”.

Uno degli aspetti da non sottovalutare è legato ai cambiamenti climatici. Come fronteggiarli?

“Credo che l’unico modo per fronteggiarli, oltre all’impegno nella sostenibilità ambientale per rallentarli, sia la ricerca agronomica per individuare piante in grado di sopportare la grande variabilità climatica”.

Come si potrebbe rilanciare un piano proteico e cerealicolo in Italia?

Valorizzare le commodity italiane in un piano di rilancio

“Bisognerebbe innanzitutto valorizzare le commodity italiane, in quanto non OGM, coltivate con protocolli sostenibili dal punto di vista ambientale e nel rispetto dei lavoratori. Sarebbe necessario quindi creare filiere dove questi aspetti siano valorizzati. Per fare questo servirebbe però il sostegno legislativo nel vietare la circolazione di prodotti in Italia e in Europa che non rispettino tali principi”.

Teseo by Clal cosa potrebbe sviluppare per aiutare gli agricoltori nel percorso di formazione?

“Gli agricoltori hanno bisogno di informazioni capillari e dal vasto orizzonte, come proiezioni su ciò che accade sui mercati internazionali, per decidere su quali settori investire. Servirebbe anche una formazione orientata a capire quali tecnologie implementare nella propria azienda e come ricavarne il massimo profitto”.

Come immagina l’agricoltura fra 20 anni?

“La risposta non è facile, dal punto di vista della previsione e del contenuto. Purtroppo se le politiche agricole rimarranno le stesse, con un aumento di oneri e di protocolli produttivi per gli agricoltori, senza estendere tali regole alla commercializzazione, temo che i prodotti che stanno alla base dell’alimentazione umana siano destinati a sparire dall’Italia”.

Politiche agricole UE: obiettivi e limiti nel contrastare il cambiamento climatico
15 Febbraio 2021

Del Prof. Corrado Giacomini, Economista Agroalimentare, Università degli Studi di Parma

Prof. Corrado Giacomini
Prof. Corrado Giacomini

In tutto il mondo cresce la preoccupazione sul cambiamento climatico e si cerca di arrivare a degli accordi internazionali per riuscire ad agire sulle cause, in particolare, controllando e riducendo le emissioni di gas serra. Come scrive Jean Tirole, premio Nobel per l’economia nel 2014: “i vantaggi legati all’attenuazione del cambiamento climatico restano sostanzialmente globali e remoti, mentre i costi dell’attenuazione sono locali e immediati”.

È così che si può spiegare il comportamento del Presidente Trump quando ha deciso di togliere la firma degli USA dall’accordo di Parigi. Mantenerla avrebbe comportato di adottare subito misure per ridurre le emissioni di gas serra imponendo vincoli all’economia americana per effetti raggiungibili solo in un lontano futuro e solo se tutti gli altri Paesi adottassero veramente quanto deciso nell’accordo.

L’UE prevede di ridurre l’uso di pesticidi, sostanze antimicrobiche e fertilizzanti

Anche i cittadini europei sono molto sensibili a questa minaccia e la Commissione Ue ha delineato le politiche da adottare nei Paesi Membri, oltre che in una comunicazione quadro “Il Green Deal europeo”, in un’altra “Dal produttore al consumatore”, che definisce gli obiettivi e i limiti nel settore agroalimentare. Secondo questa comunicazione, la Commissione adotterà misure per ridurre, entro il 2030, del 50% l’uso di pesticidi chimici, del 50% le vendite di sostanze antimicrobiche per gli animali da allevamento, del 20% l’uso di fertilizzanti e per spingere la diffusione dell’agricoltura biologica fino al 25% del totale dei terreni agricoli.  

È evidente che questi limiti da applicare in un termine piuttosto breve, 10 anni, preoccupano non poco gli agricoltori europei. Inoltre, l’azione della Commissione UE, che prevedeva una serie di provvedimenti da assumere tra il 2019 e il 2021, è stata certamente frenata dalla grave situazione nella quale è piombata tutta l’economia mondiale a causa della pandemia da Covid-19. Ma, a parte gli effetti della pandemia, bisogna tener conto delle ricadute sull’ambiente del rapporto tra domanda ed offerta, che inevitabilmente si confronteranno entro il 2030 a livello mondiale con risposte del tutto diverse da parte dei paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati.

A luglio del 2020 l’OCDE ha dato alle stampe “Perspectives agricoles de l’OCDE e de la FAO 2020-2029”, in tempo per poter tener conto anche dei primi effetti della pandemia, con l’obiettivo di valutare al 2029 l’andamento della domanda, della produzione e degli scambi mondiali delle principali produzioni agricole (25 sono i prodotti di base presi in considerazione), analizzando anche i fattori su cui si basa il raggiungimento degli obiettivi previsti.

L’Asia-Pacifico avrà il maggior peso sull’incremento della domanda

Secondo l’OCDE, l’aumento della popolazione mondiale (a 8,4 miliardi) resterà il principale fattore di crescita della domanda di prodotti alimentari di base che, misurata in calorie, dovrebbe crescere al 2029 del 15%, di cui le materie grasse dovrebbero rappresentare circa il 50%. E saranno le regioni dell’Asia-Pacifico, le più popolose del pianeta, che avranno il maggior peso sull’incremento della domanda. L’aumento della produzione, data l’impossibilità di ottenerlo con incrementi significativi di superfici da coltivare, dovrà avvenire soprattutto attraverso l’aumentato impiego di mezzi tecnici (fertilizzanti, antiparassitari, fitofarmaci, ecc.), l’incremento del numero dei capi in allevamento e quindi anche del fabbisogno di alimenti, e l’impiego di nuove tecnologie generate dai progressi della ricerca.

Se l’incremento della produzione disponibile dovrà soddisfare la domanda soprattutto dei paesi emergenti e sottosviluppati, pare di poter prevedere che questo avverrà soprattutto attraverso l’intensificazione delle colture e inciderà anche sull’aumento degli scambi mondiali.  Queste poche note sui dati della pubblicazione dell’OCDE mettono in evidenza che lo sviluppo della domanda e della produzione mondiale di prodotti agricoli entro il 2030, e proprio perché proveniente soprattutto da Paesi emergenti, difficilmente potrà dare un contributo all’obiettivo della neutralità climatica, cioè a zero emissioni di gas serra, che la UE si è data per il 2050.

Ha ragione Jean Tirole: è difficile conciliare vantaggi globali e remoti con costi immediati e individuali. Forse proprio la pandemia potrà dare un piccolo aiuto a raggiungere questo obiettivo perché, secondo l’OCDE, la caduta del potere d’acquisto generata dalla crisi economica concorrerà a ridurre la domanda alimentare al 2029 di circa l’1%.

Passare da agricoltura tradizionale a conservativa [Intervista a Giuseppe Alai]
1 Febbraio 2021

Giuseppe Alai - Agricoltore
Giuseppe Alai – Agricoltore

Giuseppe Alai

Dopo una intensa carriera alla guida di imprese ed organizzazioni cooperative, culminata con la presidenza del Consorzio Parmigiano Reggiano, Giuseppe Alai si dedica all’azienda di famiglia adottando la tecnica dell’agricoltura conservativa. Perché questa scelta?

La scelta di passare da agricoltura tradizionale a quella conservativa è di 4 anni fa, sofferta ma nello stesso tempo ponderata, ben consapevoli, mia figlia ed io, che compiendola avremmo certamente incontrato delle difficoltà vista la scarsa diffusione del metodo di agricoltura conservativa, che viene attuata solo nel 5% dei seminativi ed anche perché le conoscenze tecniche ed una meccanizzazione idonea sono ancora limitate. Avevamo un obiettivo, cioè la riduzione dei costi e la necessità di incrementare la presenza di sostanza organica nei nostri terreni, dato che iniziava ad avvicinarsi alla soglia critica del 2%. Questi furono i due elementi diretti più importanti che ci portarono a compiere questa decisione oltre ad aspetti riguardanti il miglioramento dell’ambiente per il sequestro del carbonio e le minori emissioni in conseguenza delle minori lavorazioni.

Andy Warhol dice che “avere a disposizione la terra e riuscire a non rovinarla è la più alta forma d’arte che si conosca”.

Siamo stati spronati inoltre da un ulteriore supporto economico: la Regione Emilia-Romagna ha pianificato la misura del PSR 10.1.04 che prevede contributi di sei anni per chi attua la conversione dell’agricoltura da tradizionale a conservativa. Vengono sostenute la semina su sodo e lo streep tillage, a differenza di altre regioni in cui sono ammesse anche le lavorazioni minime. Abbiamo convertiti tutti i nostri 43 ettari a semina su sodo coltivando cereali vernini ed estivi e foraggere come medica e loietto. All’inizio della nostra esperienza (fortunatamente) trovammo presso il C.R. P.A. di Reggio Emilia un supporto tecnico che ci diede un valido aiuto. Abbiamo dovuto risolvere molti problemi, data anche la scarsa presenza di tecnici preparati in materia, ma abbiamo avuto anche fortuna.

Ma conviene usare l’agricoltura conservativa?

Agricoltura conservativa: conviene ma richiede approccio innovativo

Fare agricoltura conservativa e guardando esclusivamente al conto economico conviene già dall’inizio quando, per effetto del passaggio dal tradizionale, si ha una limitata riduzione delle produzioni, compensata grazie al contributo del PSR oltre che dal risparmio sulle lavorazioni del terreno. In sintesi non si ara il terreno, non si prepara il letto di semina, si limitano al minimo i passaggi sul terreno, si risparmiano le emissioni e la spesa per almeno 60 litri di gasolio ad ettaro.
Va precisato per converso che la semina su sodo costa il 40% in più.

La cosa più importante da tenere ben presente è il fatto che necessita un cambiamento di tecnica colturale (rotazione oculata, corretta gestione dei residui colturali lasciati sul campo e gestione delle cover crops), perché non si deve pensare che basti fare la sola semina su sodo. Inoltre si deve sempre considerare un periodo di transizione di 2/3 anni affinché si modifichi la struttura del terreno. Il cambiamento lo si denota dal significativo incremento di meso e macrofauna tellurica (batteri, funghi, lombrichi etc) presente negli strati superficiali del terreno. Infine bisogna fare grande attenzione al calpestio del terreno evitando di andare a far lavorazioni su terreni ancora troppo umidi, poiché le orme lasciate dagli pneumatici delle macchine operatrici restano presenti per anni.

Quindi occorre un approccio mentale innovativo rispetto al “si è sempre fatto così”.

Veniamo alle risorse idriche: nella zona dove c’è scarsità di acqua irrigua sempre più prati stabili vengono arati per farne medica o seminativi; l’alternativa potrebbe essere l’applicazione dell’agricoltura conservativa ?

Sulla base delle mie esperienze mi sento di affermare che sarebbe la soluzione idonea, seppur occorra tenere presente la necessità della distribuzione delle deiezioni bovine. Con un’adeguata organizzazione della gestione dei terreni credo sia possibile, utile ed economicamente vantaggioso.

L’agricoltura conservativa limita l’evaporazione delle scorte idriche del suolo

Inoltre bisogna tenere ben presente che con la coltivazione conservativa si forma nella parte superiore del terreno una sorta di “materassino superficiale” funzionale alle coltivazioni che limita anche l’evaporazione delle scorte idriche del suolo.

Alcuni agricoltori che praticano questo metodo di coltivazione ritengono dannose le arature poiché liberano carbonio, favoriscono la mineralizzazione degli elementi di fertilità, si interrano gli strati superficiali su cui i batteri hanno svolto la loro azione per portare in superficie terreno strutturalmente diverso. In pratica sostengono che le arature servano solo quando sia necessario interrare letame.

Alla luce delle esperienze professionali vissute in particolare nell’ambito economico, che valore possono avere le tecniche di agricoltura conservativa per il mercato?

Ad oggi ritengo non si possa affermare che vi sia un vantaggio derivante da una migliore quotazione delle produzioni ottenute da agricoltura conservativa; quindi sul fronte dei ricavi non esistono quelle differenze che invece esistono sui costi.

Penso invece che l’agricoltura conservativa sia il modello di coltivazione che meglio si adatta ai provvedimenti che stanno avanzando nell’ambito delle politiche dell’Unione Europea. La linea proposta del Green New Deal si sposa con questo modello di coltivazione dei nostri terreni, quindi guardando al futuro, credo sia sempre più necessario incominciare a pensare a metodi alternativi di ottenimento delle nostre produzioni agricole, rispettose dell’ambiente, dei terreni, del clima e di minor impatto di lavoro per gli agricoltori. In linea con questi indirizzi, nella nostra azienda stiamo studiando la possibilità di fare agricoltura conservativa biologica perché si unirebbero diversi fattori premianti (o perlomeno difensivi) sul mercato per le nostre produzioni.

Prati stabili: un’alternativa al ‘Get big or get out’ statunitense?
8 Gennaio 2021

USA aziende da latte -66% tra 1997 e 2017

Un po’ ovunque si sta assistendo ad una diminuzione nel numero delle aziende da latte, con un aumento nella loro dimensione media. Il fenomeno è particolarmente marcato negli USA, dove nei 20 anni dal 1997 al 2017 le aziende di piccola dimensione (10-199 capi) sono passate da 89.912 a 30.373 (-66%), mentre le aziende di grande dimensione (+500 capi) sono passate da 2.257 a 3.464 (+54%). In totale si contano 54.599 aziende da latte, con un numero medio di 173 vacche per azienda. Nella UE (dati 2016) si contano invece 1,2 milioni di aziende con in media 45 vacche da latte per azienda (escluso Paesi est Europa).

Questa tendenza deriva dal fatto che, generalmente, il rapporto tra ricavi e costi migliora all’aumentare della mandria. Get big or get out, dicono gli allevatori USA; in altri termini, se l’azienda non si espande, chiude.

In Wisconsin però si sta sviluppando un altro approccio per aumentare la redditività aziendale basato sulla riscoperta dei prati stabili che ne caratterizzavano il territorio, mantenendo biodiversità, sostanza organica del terreno, qualità delle acque ed ottenere prodotti lattiero-caseari distintivi e salutari. Una iniziativa dell’Università del Wisconsin insieme a quella del Minnesota opera in questa direzione, riunendo agricoltori, ricercatori, trasformatori, distributori e consumatori, ed ha ricevuto un finanziamento di 10 milioni di dollari dall’USDA National Institute for Food and Agriculture. Significativo il caso di un giovane allevatore che, stanco di spendere il ricavato del latte per mangimi, sementi, concimi, nella sua “piccola” azienda di 140 ettari, ha deciso di ritornare alla pratica del pascolamento, tipica della zona.

Il ritorno all’erba comporta minori spese e maggiore valorizzazione del prodotto

Nel 2019 nel Wisconsin hanno chiuso 773 aziende da latte ed altre 266 hanno chiuso nel 2020, ma il numero delle vacche resta invariato. Questo comporta un impatto negativo per le comunità rurali ed anche per l’ambiente, dato che per sostenere una produttività che ha superato i 100 quintali di latte per vacca, vengono privilegiati i concentrati e di conseguenza i seminativi. Aumentano così i bisogni energetici, le emissioni di carbonio, l’erosione del suolo, i residui di fosfati e nitrati. Circa il 90% del latte in Wisconsin è prodotto con questo modello, ma ci si chiede quanto sia sostenibile. Col ritorno all’erba, la produzione per vacca diminuisce, ma si riducono anche le spese. Il prodotto si differenzia ed è meglio valorizzato, compresa la carne.

Non si tratta, ovviamente, di un ritorno al passato ma di usare tutte le conoscenze della scienza e della tecnica per adottare un modello produttivo appropriato alle condizioni territoriali e sociali specifiche. Senza dimenticare il mercato. Il Wisconsin è famoso per i suoi formaggi, prodotti che possono fare la differenza per la remunerazione del latte.

TESEO.clal.it – Costi e ricavi delle Aziende da latte negli Stati Uniti

Fonte: eDairyNews

Una dieta salutare e sostenibile comprende anche carne e latte
21 Dicembre 2020

Le proteine sono essenziali per la nostra alimentazione e la loro origine, siano esse prodotte dagli  animali o dalle coltivazioni,  ha un impatto sull’ambiente per gli elementi che vengono dispersi nel terreno e nell’atmosfera durante i processi produttivi.  In tutti i Paesi ad economia avanzata e non solo, si sta diffondendo il consumo di proteine derivanti da fonti vegetali con la convinzione che siano più salutari per le persone e meno impattanti per l’ambiente. 

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, il cambiamento su scala mondiale verso una dieta che includesse più verdura e frutta rispetto alla carne,  potrebbe ridurre del 60% le emissioni di gas effetto serra e portare ad una diminuzione dei costi sanitari e dei danni climatici stimabili in 1,5 trilioni di dollari entro il 2050. Un esempio della rilevanza di tale problematica è anche il recente annuncio da parte della Commissione Europea di adottare una strategia per ridurre le emissioni in atmosfera di metano, secondo gas ad effetto serra dopo l’anidride carbonica, che origina anche dall’agricoltura.

Le proteine di origine animale contengono tutti i 9 aminoacidi essenziali

Resta però da vedere se una alimentazione più ricca di proteine da fonti vegetali è altrettanto valida per la salute umana. È appurato che le proteine di origine animale, oltre ad avere un maggior contenuto di aminoacidi essenziali rispetto a quelle vegetali, contengono tutti i 9 aminoacidi essenziali, mentre quelle di origine vegetale ne sono carenti di uno o più, generalmente lisina e metionina. In ambito vegetale il panorama è comunque molto variegato, con leguminose quali le lenticchie o pseudocereali come la quinoa particolarmente nobili in quanto a fonti proteiche, od il mais che ha contenuti elevati dell’aminoacido essenziale leucina. 

Riguardo a latte e derivati, particolarmente il siero, la bibliografia è ricca di studi che ne dimostrano il valore delle fonti proteiche per la funzionalità muscolare e la risposta anabolica rispetto alle proteine da fonti vegetali. Questo in particolare per il mantenimetno della massa muscolare nella popolazione anziana.  A parità di peso, le proteine da fonte animale, latte e carne, sono superiori a quelle vegetali per stimolare la sintesi proteica muscolare e dunque il passaggio verso una dieta vegetale dovrebbe essere attentamente bilanciato. In altri termini, una dieta salutare e sostenibile dovrà comprendere anche carne e latte.

L’essere umano è complesso, sia per la sua fisiologia che per gli aspetti psicologici ed i contesti sociali ed ambientali in cui vive. Pertanto, gli approcci all’alimentazione come quelli che si stanno diffondendo in ragione di supposti benefici per salute ed ambiente, se non vengono effettuati con una attenta valutazione scientifica rischiano di essere semplicistici e dunque controproducenti.

Resta il fatto che il valore dell’alimento non è tanto in sé stesso, quanto nel modo e nella quantità in cui viene assunto.

CLAL.it - Proteine nel latte UE-28
CLAL.it – Proteine nel latte UE-28

Fonti: Oxford Martin School; European Commission; Food Navigator.

Assistenza alle stalle USA per migliorare in sostenibilità
14 Dicembre 2020

Sono sempre più frequenti gli annunci di azioni concrete per la sostenibilità. Negli USA l’Innovation Center for U.S. Dairy, organizzazione che lavora per la diffusione delle azioni precompetitive lungo la filiera produttiva, ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Agenzia della protezione ambientale per raggiungere la neutralità carbonica nel 2050.

L’obiettivo delle emissioni zero entro la metà del ventunesimo secolo per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5° é previsto anche dall’Accordo ONU sul clima di Parigi (COP 21 del 2015) firmato da 195 paesi, inclusa l’UE. Non a caso la Commissione Europea ha presentato il piano Green Deal per rendere l’Europa climaticamente neutrale entro il 2050.

Leggi anche ‘Allevamento e Sostenibilità: il nocciolo della questione’

Per raggiungere tale risultato bisogna attivare dei programmi concreti per valutare il livello di sostenibilità delle aziende da latte, indicare gli interventi da adottare, verificare il grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Il progetto USA prevede ad esempio una premialità per le aziende che attuano gli interventi necessari per migliorare il loro livello, fornendo programmi di assistenza tecnica frutto delle azioni di ricerca tecnica e scientifica.

L’importanza di avere una produzione da latte sostenibile

Avere una produzione da latte sostenibile significa tutelare animali, acqua, terreno. Occorre lavorare il terreno seguendo il principio dell’agricoltura conservativa (no-tillage), spargere letame e liquami in modo più efficiente con le nuove attrezzature, razionalizzare i consumi energetici; occorre prendere coscienza che migliorare la salute ed il benessere degli animali è importante quanto il miglioramento genetico.

Il programma statunitense ha lo scopo di rendere attuabili azioni di sostenibilità per ogni tipo di azienda da latte, indipendentemente dalle loro dimensioni, collocazione geografica e livello tecnologico. Prevede anche dei fondi per la ricerca, la formazione e l’analisi dei dati.

Agire per la sostenibilità significa rendere consapevoli i produttori del valore del loro lavoro migliorando, grazie alle nuove tecnologie, le pratiche produttive. Operare meglio per dimostrare ai consumatori ed alla società quanto sia fondamentale l’attività agricola per una alimentazione sana, pulita e benefica.

TESEO.clal.it - Costi e Ricavi delle Aziende da Latte USA
TESEO.clal.it – Costi e Ricavi delle Aziende da Latte USA

Fonti: The Fence Post; Undeniably Dairy; Parlamento Europeo

Allevamento e sostenibilità – il nocciolo della questione
11 Dicembre 2020

La tematica della sostenibilità è sempre più attuale. Oltre all’aspetto ambientale, emissioni in atmosfera e residui nei suoli, occorre considerare anche l’etica produttiva nelle relazioni sociali e per il benessere animale, nonché la redditività economica per gli operatori e le comunità dei territori rurali.

Uno studio della Commissione Europea realizzato da ricercatori dell’INRAE (Institut National de Recherche pour l’Agriculture, l’Alimentation et l’Environnement) e dello Scotland’s Rural College analizza, attualizzandoli, gli aspetti della sostenibilità che ormai rappresenta il nocciolo della questione per ogni filiera produttiva.

PAC e COP 21

Dopo la seconda guerra mondiale, la necessità di garantire la stabilità degli approvvigionamenti alimentari accessibili a prezzi ragionevoli, ha profondamente cambiato il sistema tradizionale di allevamento. Dal 1992, alle spinte produttiviste basate su meccanizzazione, evoluzioni tecniche e di gestione aziendale, sono subentrati nuovi obiettivi della PAC diretti anche ad ambiente e clima.

Collegare ad esempio il pagamento degli aiuti UE al rispetto di misure quali la direttiva nitrati (direttiva 91/676/CEE), ha permesso di ridurre l’eutrofizzazione con vantaggi anche per le emissioni di gas effetto serra (GHG) . Però, l’Unione Europea difficilmente riuscirà a rispettare gli impegni assunti alla conferenza ONU COP 21 di Parigi per arrivare ad una neutralità nel bilancio del carbonio al 2050.

L’erosione dei suoli colpisce il 13% delle terre UE arabili

Sono sempre preoccupanti gli effetti negativi dovuti ai residui di azoto e fosforo, all’uso dei pesticidi o degli antibiotici. Ancora, l’aratura dei prati stabili comporta una rapida perdita di sostanza organica del terreno, con un aumento nell’erosione dei suoli, fenomeno che ormai colpisce il 13% delle terre arabili UE.

Il riscaldamento climatico inciderà sulle produzioni ed i fabbisogni idrici per l’irrigazione saranno sempre più importanti. La protezione della biodiversità è sempre più presente nella PAC, con sollecitazioni per la diffusione del greening o per l’espansione delle superfici a prato stabile, anche se i valori sul bilancio europeo sono modesti.

Le nuove sfide

Le sfide della sostenibilità vanno però ben oltre il settore dell’allevamento, che troppo spesso è messo all’indice rispetto alle coltivazioni agricole. Per superare queste criticità assicurando il mantenimento di condizioni sociali ed economiche appropriate, occorre una transizione per l’adozione di innovazioni, tecnologie e nuovi modelli commerciali, attraverso il sostegno della politiche e l’aggiornamento delle legislazioni.

Allevamento: da problema a soluzione

L’allevamento, oltre che parte del problema, potrà però diventare anche elemento di soluzione se verrà riconnesso alle produzioni vegetali per ristabilire la qualità degli ecosistemi e la resilienza al cambiamento climatico, riducendo scarti ed emissioni e riciclando la biomassa in altri settori. L’allevamento potrà risultare prezioso anche per mantenere o far rivivere l’attività economica e sociale nelle zone rurali marginali e svantaggiate, insieme alla gestione del paesaggio. Il tutto nella prospettiva di ottenere sistemi agroalimentari più efficaci.

Per migliorare la sostenibilità delle produzioni animali occorre agire su tre fattori:

  • aumentarne l’efficacia;
  • adottare fattori produttivi di minore impatto;
  • passare da una logica lineare della produzione ad una logica circolare, con un cambiamento radicale nella logica dello sfruttamento produttivo.

Per questo gli animali dovranno essere selezionati per aver un maggior equilibrio fra produttività ed altre caratteristiche quali tasso di fecondità, numero di lattazioni, resistenza alle malattie. Maggiore efficacia significa però ricercare resilienza produttiva verso le criticità climatiche o sanitarie, ristabilire la qualità degli ecosistemi, garantire i mezzi produttivi.

L’innovazione, attraverso la ricerca e la formazione, diventerà la chiave del successo.

TESEO.clal.it – Produzione di latte per vacca in UE-28

Fonte: Publications Office of the European Union

È possibile fermare la deforestazione?
28 Ottobre 2020

La conversione nelle zone tropicali delle superfici naturali a terreni coltivati per prodotti quali soia, carne, olio di palma, cellulosa, è ritenuto essere uno dei maggiori fenomeni di degradazione ambientale per l’impatto negativo sul clima. Alla deforestazione è attribuito il 15% delle emissioni di anidride carbonica. Le foreste sono essenziali per mitigare i cambiamenti climatici, contrastare l’erosione di terreni fragili, favorire la biodiversità.

Ai grandi operatori sono richiesti sistemi di sostenibilità ambientale e sociale

Nel contempo, coltivare soia o palma da olio può essere vitale per intere comunità ed economie nazionali. In Indonesia, che con la Malesia assicura l’85% della produzione mondiale di olio di palma, la metà delle coltivazioni è assicurata da piccoli agricoltori.
In tale contesto, ai grandi operatori mondiali che raccolgono e trasformano queste materie prime è sempre più richiesto di agire per attuare sistemi di sostenibilità ambientale e sociale per le finalità economiche.

Unilever ha assunto l’impegno di eliminare la deforestazione dalle proprie forniture di materie prime entro il 2020. All’avvicinarsi della scadenza, questo colosso alimentare mondiale ha adottato un sistema di tecnologia satellitare con geo-referenziamento ed intelligenza artificiale messo a punto dall’azienda californiana Northrop Grumman (ex Orbital) per monitorare sul terreno le singole aziende fornitrici.

Riguardo la soia acquistata in Brasile, Cargill ha assunto l’impegno di non ritirare soia ottenuta da terreni sottratti alla foresta dopo il 2008, conformandosi all’accordo Amazon Soy Moratorium del 2006. Cargill, inoltre, collabora con associazioni locali per attuare soluzioni sostenibili volte agli agricoltori ed alle loro comunità. Una di queste è la collaborazione con l’associazione degli agricoltori del Bahia, regione collocata nel Cerrado, una vasta area che copre una superficie di 200 milioni di ettari.

Anche in questo caso, le moderne tecniche di mappatura permettono di dare trasparenza alle diverse azioni, la cui finalità resta quella di realizzare sistemi sostenibili di produzione, ricercando di migliorare le condizioni di vita dal punto di vista economico, sociale ed ambientale e fornendo al consumatore prodotti etici.

Ambiente, condizioni sociali, etica produttiva e dei consumi dimostrano un destino comune a tutti, filiera produttiva e consumatori ma anche comunità sociali ed ambiti economici.

Fonti: Food Navigator; Cargill