TESEO

Soia: produrre e distribuire in modo sostenibile per nutrire il pianeta
10 Luglio 2019

La produzione mondiale di soia è pari a circa 355 milioni di tonnellate (previsione WASDE 2019-20), di cui l’81% proviene da USA, Brasile ed Argentina. Si tratta di una delle commodity con la filiera più articolata, che parte dal campo per andare, attraverso un sistema complesso di trasporti e strutture, alle imprese di trasformazione ed essere distribuita ai consumatori, persone ed animali, nei diversi continenti.

Nel 2100 per soddisfare le esigenze alimentari, la produzione di Soia dovrebbe raddoppiare, ma con la necessità di ridurre le emissioni di gas di 1/4

Si calcola che la produzione agricola dovrà aumentare per soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione mondiale prevista in 12 miliardi di persone nel 2100. La produzione di soia dovrebbe persino raddoppiare, ma con la necessità di ridurre le emissioni di gas nell’ambiente di un quarto rispetto a quelle attuali per rispettare i parametri di contrasto al cambiamento climatico.

solo il 2% della Soia
rispetta i criteri RTRS di Sostenibilità

Dunque diventa cruciale operare sulla base della sostenibilità, il che è tutt’altro che evidente a fronte di fenomeni come la deforestazione, anche legale, e la perdita di biodiversità. Si calcola, ad esempio, che solo il 2% della soia rispetta i criteri del protocollo di sostenibilità previsti dal piano della certificazione RTRS (Round Table Responsible Soy).

Bisogna poi affrontare le problematiche nelle fasi della supply chain a valle della produzione agricola, cioè nella distribuzione per razionalizzare la logistica ed eliminare le perdite e gli scarti, che rappresentano anche il 30% del totale alimentare disponibile. Ulteriore elemento sarà quello del modello alimentare, perché un’alimentazione più sana ed equilibrata avrà effetti positivi sulla salute così come sull’ambiente. La dieta alimentare dovrà considerare la natura dell’alimento, cioè da dove proviene e come è stato prodotto, la sua quantità nella dieta, il suo impatto per consumi di risorse idriche ed emissioni di anidride carbonica.

L’agricoltura è un’attività molto complessa, caratterizzata da un’estrema volatilità per il clima, il mercato, la logistica, le politiche. Dunque la parola chiave diventa la resilienza, cioè l’adattamento.

Fonti: WASDE, Food Navigator, Eat Forum, Rabobank


Segui i report di Mais e Soia elaborati dal Team di TESEO!

Alimenti animali e vegetali: la coesistenza necessaria
1 Luglio 2019

La crescente presenza sugli scaffali di prodotti alimentari, cibi e bevande, alternativi a latte e carne, il movimento vegetariano/vegano, la richiesta di prodotti rispettosi delle condizioni degli animali e dell’ambiente, sono fenomeni che esprimono il medesimo desiderio per processi produttivi e per regimi alimentari che siano più naturali e sostenibili.

Le piante e gli animali hanno coesistito da sempre; dunque non si tratta di fare una scelta di campo aprioristica, animale o vegetale, ma di identificare le pratiche produttive che permettono la rigenerazione delle risorse naturali su cui si fonda l’attività agricola. È noto che gli allevamenti intensivi di carne o latte possono richiedere meno risorse naturali e generare minori emissioni di gas effetto serra di quelli estensivi. Parimenti, ritenere che le coltivazioni vegetali, siano esse OGM o convenzionali, possano rappresentare l’alternativa agli alimenti animali, favorendo biodiversità e migliore stile alimentare è quanto mai azzardato, per non dire ridicolo.

I vegetali possono usufruire della fertilità apportata dagli animali, che si alimentano con i vegetali, chiudendo il ciclo

La verità è che i vegetali possono usufruire della fertilità apportata dagli animali, che si alimentano con i vegetali, chiudendo il ciclo. Però l’agricoltura industriale che si è sviluppata nel corso dell’ultimo secolo, ha portato da un lato alle grandi estensioni a monocoltura con la conseguente necessità di fornire sempre maggiore quantità di fertilizzanti minerali o di pesticidi e dall’altro agli allevamenti intensivi, spesso senza terra, con una alimentazione sempre più sofisticata e, per i ruminanti, non più basata sui foraggi, con crescenti problemi di gestione delle emissioni. In entrambi i casi, l’effetto è stato quello dell’interruzione del ciclo produttivo naturale della riduzione della biodiversità e di ecosistemi sempre più fragili, dunque via via meno sostenibili.

Occorre riorientare il modello agricolo verso l’agricoltura rigenerativa

Dunque occorre riorientare il modello produttivo agricolo, sia esso animale o vegetale, verso l’agricoltura rigenerativa, ma anche la percezione alimentare affinché la scelta dei consumatori sia sempre più orientata verso la complementarietà degli alimenti.

Le esperienze in tal senso non mancano: riguardo al latte, in Europa un esempio in tal senso è rappresentato dal latte fieno, che ha ottenuto anche il riconoscimento di Specialità Tradizionale Garantita (STG); negli USA esiste l’esperienza di Maple Hill, avviata nel 2009 da una singola azienda agricola che aveva scelto di alimentare gli animali solo con foraggi e che ora trasforma in prodotti lattiero caseari il latte ottenuto in tal modo da 150 allevamenti.

Complementarietà e agricoltura rigenerativa, sono elementi che sostengono la biodiversità, che rappresenta la base da riscoprire ed affermare per l’attività agricola.

Fonte: Maple Hill

CLAL.it - Austria: prezzi del latte Biologico a confronto
CLAL.it – Austria: prezzi del latte Biologico a confronto.
In Aprile 2019 il prezzo latte-fieno (4,0% p.p. grasso – 3,4% p.p. proteine) è di 48,86 € / 100 kg + IVA

Più sostegno per allevare meglio: in Irlanda serve un’inversione di tendenza
17 Giugno 2019

È ormai generalmente acquisito il fatto che l’ambiente sia una risorsa fondamentale. Gli agricoltori, che hanno nel suolo e nelle acque la loro base produttiva, debbono certo operare in modo più efficiente, ma debbono poter contare anche su prezzi del latte adeguati.

In tale prospettiva, il ruolo dell’agricoltore si inserisce sempre più nel contesto di bene pubblico per le ricadute che la sua attività ha verso la società, e dunque diventa importante il ruolo di orientamento ed indirizzo della PAC.

Diventa però altrettanto importante che il mercato, e con esso il consumatore, sia disponibile a riconoscere un prezzo adeguato per gli impegni degli agricoltori a produrre nell’ottica della tutela ambientale.

In un recente convegno in Irlanda sulla qualità delle acque, è risultato evidente come lo spostamento dalla produzione di carne a quella da latte, perché più profittevole, ha portato solo negli ultimi tre anni ad un incremento del 30% nei fertilizzanti azotati. Però, una gran parte di questo azoto è disperso, con differenze che vanno da uno a tre fra chi opera con meno efficienza. La stessa differenza esiste anche nell’uso dei concimi fosforici. Le aziende da latte irlandesi usano il 20% del suolo agricolo, ma il 50% dei fertilizzanti totali.

È evidente che la pressione sui prezzi spinge gli agricoltori a massimizzare la produzione, mettendo però a rischio l’efficienza e dunque anche l’impatto ambientale. In Irlanda, nel 1980 la spesa alimentare rappresentava il 28% del reddito rispetto al 14% odierno.

Dobbiamo lavorare in modo più intelligente e fare meglio – ma tutti abbiamo bisogno di più denaro e più sostegno per farlo.

Jack Nolan – Irish Department of Agriculture, Food and the Marine

Come sottolineato all’Environmental Protection Agency (EPA) National Water Event 2019 da Jack Nolan del Department of Agriculture, Food and the Marine irlandese, occorre una inversione di tendenza. I consumatori, che sono sempre più sensibili alle tematiche ambientali, debbono essere disponibili a cambiare la loro attitudine ed a riconoscere il valore dei prodotti di qualità elevata. Questo vale anche per la PAC: se a clima, biodiversità ed acqua verrà destinato il 30% delle risorse, il consistente resto rimarrà concentrato nei pagamenti diretti, che non hanno certo stimolato il cambiamento.

Dunque, nell’ottica della sostenibilità occorre produrre meglio aumentando l’efficienza produttiva e riducendo le disparità fra gli agricoltori. Occorre però che anche i consumi siano orientati verso la domanda di prodotti di qualità.

CLAL.it – Prezzo del latte alla stalla in UE-28 ed in Irlanda

Fonti: AgriLand, Commissione Europea

Cina: la via del latte, fra potere e modernità
2 Aprile 2019

La Cina ha un’insaziabile sete di latte.

Fino al XIX secolo questo prodotto era generalmente percepito come una bevanda apportata dai barbari invasori, cioè da quegli stranieri che avevano introdotto le vacche nei territori costieri conquistati durante la cosiddetta guerra dell’oppio. Lo consumavano, peraltro fermentato, solo alcuni gruppi etnici come ad esempio le popolazioni mongole, mentre il 95% della popolazione ne era intollerante. Durante l’epoca di Mao, si contavano in Cina appena 120 mila vacche e l’uso del latte era limitato solo alle persone più deboli, bimbi ed anziani od ai quadri superiori.

Negli anni 80 il latte in polvere apparse nei negozi cinesi come simbolo che proiettava il Paese verso il futuro

Tutto cambiò nel post maoismo: negli anni ’80 cominciò ad apparire nei negozi il latte in polvere il cui consumo venne percepito come una sorta di riscatto dalle umiliazioni del passato ed il simbolo dell’alimento che proiettava il Paese verso il futuro. In più, la progressiva urbanizzazione portava a sostituire una dieta tradizionalmente basata su prodotti vegetali con i prodotti animali in cui la carne, il latte, ma anche gli zuccheri, erano espressione di maggiore prominenza rispetto alla vita rurale. A questo ha contribuito poi lo stravolgimento nelle distribuzione alimentare e dunque la diffusione dei supermercati e la catena del freddo. Oggi la Cina ha circa 13 milioni di vacche, è il terzo Paese produttore al mondo ed il consumo pro capite è arrivato a 30 litri all’anno.

CLAL.it - Negli ultimi 10 anni la Cina ha aumentato di 7 volte le importazioni di Latte per l'Infanzia.

Il potere centrale, abbracciando l’economia di mercato, ha sposato la promessa capitalista di aumentare e diffondere il livello di benessere materiale. Il fatto di avere accesso in ogni parte del Paese al consumo dei prodotti animali, in primo luogo il latte, è uno dei segni tangibili del successo di questa scelta di modello economico centralizzato e capitalista.

Triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta dei cinesi, tra gli obiettivi del tredicesimo piano quinquennale

Non sorprende dunque se nel tredicesimo piano quinquennale del partito al potere è indicato l’obiettivo di triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta della popolazione cinese, che è pari ad 1,4 miliardi di abitanti, attraverso la conversione dei piccoli allevamenti in grandi fattorie industriali per fare della Cina il “paese del latte”, con uno stravolgimento non solo economico, ma anche sociale ed ambientale.

Per rispondere alla necessità delle imponenti infrastrutture e risorse ambientali, il Paese ha realizzato anche grandi acquisizioni di terreni ed unità produttive all’estero, oltre che accresciuto le importazioni di latte ma anche di materie prime per la nutrizione animale. La Cina già importa, ad esempio, quasi il 60% della soia commercializzata a livello mondiale.

Tutto questo sviluppo produttivo comporta però delle inevitabili ricadute: se i consumi lattieri si incrementeranno come previsto, le emissioni animali di gas in atmosfera aumenteranno del 35% e la Cina avrà bisogno di espandere del 32% le terre coltivabili. Se poi tutto questo latte dovesse essere importato, occorrerebbe la superficie di due Paesi come l’Irlanda.

Dunque questa via cinese del latte avrà delle ricadute a livello globale. Già questo è apparso nella fluttuazione dei prezzi mondiali di latte e derivati, ma diventerà ancor più evidente per l’impatto sull’ambiente. La Cina, con tutte le sue strade, diventa sempre più vicina e, in un certo senso, anche inquietante.

La Cina importa il 58% della soia commercializzata a livello mondiale.
TESEO.clal.it – La Cina importa il 58% della soia commercializzata a livello mondiale.

Fonte: The Guardian

Un allevamento sano si può raccontare [intervista]
29 Marzo 2019

Arianna Nordera
San Martino Buon Albergo, Verona – ITALIA

Azienda Agricola: Società Agricola Nordera
Capi allevati: 1.100 | 550 in lattazione
Ettari coltivati: 150
Destinazione del latte: Parmalat

“Gli allevatori e la zootecnia sono costantemente posti all’indice, sotto attacco da una seria spropositata di fake news che non fa bene alla società, all’economia, ai consumi, alla qualità di vita. Non ci basta la burocrazia, oggi dobbiamo mettere in conto una quota del nostro tempo già scarso per cercare di smentire notizie totalmente false, create per danneggiarci”.

L'allevatrice Arianna Nordera
L’allevatrice Arianna Nordera

C’è preoccupazione nelle parole di Arianna Nordera da San Martino Buon Albergo (Verona), allevatrice con una super-stalla di 1.100 capi di Frisona, dei quali 550 in lattazione. La produzione di latte si aggira sui 6,2 milioni di chilogrammi di latte all’anno, conferiti a Parmalat.

Un’azienda che potrebbe essere presa a modello in questo decennio in cui la Fao celebra l’agricoltura familiare: ci lavorano, infatti, sette cugini. Luca gestisce la stalla, Arianna l’amministrazione e la contabilità, Matteo il biogas e l’allevamento di trote, Ivano segue l’allevamento di maiali, mentre Mariano, Alessandro e Andrea gestiscono semine, raccolti e terreni. In più, ci sono sei dipendenti.

Un’azienda multifunzionale, in cui anche il fabbisogno energetico è coperto (in parte) da un impianto biogas da 100kwatt, che funziona esclusivamente con le deiezioni animali.

L’alimentazione del bestiame è assicurata quasi integralmente dalle produzioni aziendali: mais, frumento, sorgo e prato stabile ottenuti con la lavorazione di 150 ettari di superficie tra proprietà e affitto.

Per la cronaca dobbiamo menzionare come attività aziendale anche i due allevamenti di trota iridea con annesso incubatoio, nel quale si fanno schiudere le uova già embrionate, e un allevamento per lo svezzamento dei suini con 3.300 capi a ciclo per sei cicli annuali. Con Arianna Nordera ci concentriamo però sull’indirizzo lattiero dell’azienda.

I dati raccontano di consumi di latte in calo. Che cosa suggerirebbe per incrementare i consumi?

“Bisogna cominciare a contrastare le fake news. È desolante dover subire attacchi scomposti e ingiustificati, ai quali molta gente purtroppo crede. In troppi hanno pregiudizi sbagliati contro il latte. Questo oscura l’attività di molti allevatori onesti e si mettono in crisi filiere che lavorano”.

Avete un’azienda multifunzionale e di grandi dimensioni. Che attenzione riservate alla sostenibilità?

“Abbiamo la massima cura verso animali per incrementare il benessere e ridurre l’impatto dei medicinali. Nel 2018 abbiamo speso meno di 50 euro a capo per le spese mediche, una cifra che comprende il vaccino e la cura per l’asciutta. Due volte l’anno facciamo la mascalcia generale a tutti i capi, che ha effetti positivi contro le zoppie e, di conseguenza, anche sulla produttività e l’animal welfare. Inoltre, da due anni abbiamo introdotto un nuovo metodo di pulizia della mammella, con straccetti in microfibra, che vengono lavati due volti al giorno. In questo modo abbiamo calato sensibilmente le cellule somatiche, la carica batterica e le patologie alla mammella.

Ogni mercoledì si fanno le diagnosi di gravidanza sulle vacche fecondate per migliorare il pregnancy rate. Abbiamo una gestione informatizzata della mandria, con appunto fecondazioni sincronizzate, piani di accoppiamento studiati per il miglioramento genetico della mandria.

Le stalle sono state realizzate completamente aperte, anche in inverno. E in estate, quando aumentano le temperature, abbiamo installato un impianto di raffrescamento sia nelle stalle che nella sala d’attesa prima della mungitura. Questo ci ha permesso di migliorare la quantità e la qualità del latte e il benessere dei capi.

La sostenibilità è un continuo investimento, ma assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine

La sostenibilità è un continuo investimento, ma che assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine. Un allevamento sano si può raccontare”.

Infatti voi cercate di raccontarlo.

Desideriamo che i giovani siano consapevoli di come viene prodotto ciò che mangiano

“Sì. Ospitiamo spesso gli alunni delle scuole, perché conoscano la zootecnia, imparino a rispettare gli animali e vedano come si produce il latte. I giovani sono i consumatori di domani, desideriamo siano consapevoli di quello che mangiano e come viene prodotto”.

Quali investimenti avete in programma?

“Stiamo ipotizzando a un ampliamento della stalla. Prima una nuova struttura e poi un incremento del numero delle bovine. Ci stiamo pensando”.

Avete la giostra rotante da 40 posti per la mungitura. Come vi trovate?

“L’abbiamo installata nel 2007, siamo stati fra i primi in Italia. Ci troviamo molto bene”.

Come utilizzate il digestato ottenuto dalla fermentazione anaerobica per la produzione di biogas?

“Lo usiamo nei terreni e come conseguenza abbiamo un 20% di produzione in più sui foraggi. Allo stesso tempo abbiamo ridotto l’acquisto di concimi chimici. Un duplice vantaggio”.

Come mai voi che siete in una zona di produzione di formaggi Dop conferite a Parmalat per la produzione di latte alimentare?

“Sono 40 anni che consegniamo il latte allo stabilimento di Zevio. Abbiamo avuto qualche perplessità dopo il crac di Parmalat e l’acquisizione da parte di Lactalis, ma sinceramente il nostro rapporto non è mai cambiato, sempre nel massimo rispetto e secondo i patti stabiliti. Ci troviamo bene e la fiducia è ben riposta”.

Che aspettative ha per il 2019?

“La speranza è che salga di prezzo. Siamo sui 40 centesimi e rispetto agli anni scorsi si respira, ma sono aumentati i costi di produzione. Servirebbe un riconoscimento più alto sul latte”.

Società Agricola Nordera

Un prezzo reale e giusto
14 Marzo 2019

Il concetto di prezzo reale e giusto.

In Olanda una serie di soggetti, comprendenti l’università di Wageningen, l’associazione dei produttori di patate e degli allevatori di maiali bio, sta lavorando da alcuni anni sul concetto di prezzo reale, in grado cioè di coprire realmente i costi di produzione, e giusto per il consumatore, cioè leale ed appropriato per livello qualitativo che il prodotto garantisce.

Ora, su iniziativa di diverse associazioni di produttori e di commercianti, banche ed istituti di ricerca, è stato avviato un progetto per identificare il livello di prezzo “reale e giusto”, leale lungo la filiera per i prodotti ottenuti nel rispetto dei parametri di sostenibilità.

Il modello finanziario che ha caratterizzato la filiera produttiva negli ultimi decenni, ha portato alla rincorsa nel contenimento dei costi di produzione, con una contrazione dei prezzi pagati ai produttori ed in genere dei margini degli operatori. Di conseguenza, sono aumentati gli squilibri e le difficoltà nell’identificare il livello di prezzo equo rispetto alla qualità. Se questo può rispondere alla necessità di efficienza finanziaria, spesso contrasta con i principi di sostenibilità economica, equità ed inclusione sociale. Il progetto mira dunque a valutare i costi ed anche i rischi per la transizione da un modello finanziario ad uno sostenibile.

Stimolare i consumatori a compiere le scelte d’acquisto migliori per la sostenibilità.

Occorre però che il consumatore sia preparato ed educato a pagare un prezzo maggiore, che andrà non solo a remunerare in modo più equo il prodotto acquistato, ma si rifletterà in modo positivo anche sui benefici per l’ambiente, gli animali e la salute. Si tratta di definire quale sia il livello di prezzo giusto, che non ponga i produttori della materia prima in posizione di debolezza nella trattativa commerciale, ma che nel contempo sia anche quello vero e reale per i consumatori, in modo da stimolarli a compiere le scelte d’acquisto migliori per la sostenibilità.

In tale finalità si inquadra anche l’azione del legislatore europeo, che ha ritenuto di intervenire per contrastare le crescenti distorsioni nelle trattative commerciali, proponendo delle norme per garantire il rispetto di pratiche commerciali più eque nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare.

Il Prof. Leonardo Becchetti al CLAL Dairy Forum 2018
Loading

Fonti: Wageningen University & Research, Commissione Europea

La gestione degli effluenti zootecnici: una nuova sfida tecnologica
27 Febbraio 2019

Si calcola che per ogni litro di latte vengano prodotti dai 2 ai 4 litri di effluenti. In media dunque una vacca produce 70 litri di effluenti al giorno, cui vanno aggiunti 50 litri per l’acqua di lavaggio.

nei 300 giorni di lattazione una vacca produce350quintali di effluenti

Pertanto, si può stabilire che nei 300 giorni di lattazione, una vacca arrivi a produrre 350 quintali di effluenti che, dato l’aumento delle dimensioni aziendali, non possono certo essere gestiti solo con la pratica dello spandimento, peraltro soggetta alle ben note limitazioni.

Visto il potenziale impatto su terreni ed acque, diventa dunque essenziale il ricorso a tecnologie sempre più appropriate. La loro applicazione riguarda le vasche di stoccaggio, così come le modalità di trasporto e spandimento, operazioni sempre più mirate ed anche costose. Gli allevatori debbono pianificare bene tali operazioni, tenendo conto anche dei contenuti di azoto, potassio e fosfati (che peraltro sono influenzati dalla razione), in funzione del tipo di terreno, delle precipitazioni e del conseguente apporto di concimi.

La gestione degli effluenti come requisito

La tecnologia mette a disposizione anche impianti sempre più perfezionati per riciclare l’acqua a standard di potabilità recuperando il residuo solido ricco di nitrati, col doppio vantaggio di ridurre i consumi idrici totali e contenere la massa da spandere sul terreno. Bisogna poi tener conto della crescente richiesta da parte del mercato, di certificare la gestione degli effluenti. In Nuova Zelanda, paese esportatore per eccellenza, aziende quali Synlait già ora ritirano il latte solo se l’allevatore fornisce il warrant of fitness (WOF) cioè la garanzia di conformità nella gestione degli effluenti.

Perché dal letame possano continuare a “nascere i fiori”, come cantava De André, occorre adottare tecnologie appropriate, in modo da garantire responsabilmente la sostenibilità produttiva aziendale.

Fonte: Newsroom

TESEO.clal.it – UE-28: Struttura delle Aziende Agricole da Latte

Sostenibilità – Prospettive a confronto [presentazioni]
6 Febbraio 2019

“Sostenibilità – Prospettive a confronto” è il tema dell’incontro organizzato da TESEO, in collaborazione con Agriform, Venerdì 25 Gennaio 2019, al quale hanno partecipato più di 150 operatori, tra Produttori Latte, Trasformatori, Presidenti e Dirigenti di Cooperative, Rappresentanti di Istituzioni ed Organizzazioni.

Francesco Branchi e Angelo Rossi – CLAL.it e TESEO

Alessandro Mocellin – Presidente Agriform S.C.A.

Francesco La Torre – Marketing Manager Ruminants BU Livestock, ZOETIS

Dopo l’introduzione di Angelo Rossi (Fondatore CLAL.it e TESEO) ed il saluto di Alessandro Mocellin (Presidente Agriform), Francesco La Torre, veterinario di ZOETIS, ha trattato l’innovazione a supporto degli Allevatori, in particolare nel campo della zootecnia di precisione.

Francesco La Torre – Marketing Manager Ruminants BU Livestock, ZOETIS
1 - Precision Livestock Farming - un approccio innovativo a supporto degli Allevatori
Francesco La Torre – Marketing Manager Ruminants BU Livestock, ZOETIS
pdf 2 MB | 109 clicks

Prospettive a confronto: UE-28, Nuova Zelanda e Stati Uniti

Peter Paul Coppes – Senior Dairy Analyst, RABOBANK Food & Agribusiness

Lo specialista olandese dairy di RABOBANK Peter Paul Coppes, ha presentato un confronto tra le tre aree sui sistemi di supporto ai Produttori Latte, fornendo informazioni anche sui costi e sul merito creditizio, ed ha risposto alle  numerose domande sollevate dal pubblico in sala.

Peter Paul Coppes – Senior Dairy Analyst, RABOBANK Food & Agribusiness
2 - Produttori Latte italiani ed europei a confronto con la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti
Peter Paul Coppes – Senior Dairy Analyst, RABOBANK Food & Agribusiness
pdf 6 MB | 117 clicks

Prospettive a confronto: Produttori e Distribuzione

Renata Pascarelli – Direttore Qualità COOP Italia e Francesco Avanzini – Direttore Generale Operativo CONAD

Il Direttore Generale Operativo di CONAD Francesco Avanzini ed il Direttore Qualità di COOP Italia Renata Pascarelli hanno presentato l’esperienza delle due catene commerciali nel settore lattiero-caseario, generando in sala un vivace dibattito, coordinato da Francesco Branchi di CLAL.it e TESEO.

Francesco Avanzini – Direttore Generale Operativo CONAD
3 - La visione di Conad del settore lattiero-caseario
Francesco Avanzini – Direttore Generale Operativo CONAD
pdf 936 KB | 109 clicks
Renata Pascarelli – Direttore Qualità COOP Italia
4 - L’esperienza di Coop nel mercato lattiero-caseario
Renata Pascarelli – Direttore Qualità COOP Italia
pdf 871 KB | 108 clicks

La platea presente all’incontro “Sostenibilità – Prospettive a confronto”

Ricerca e attenzione ai cambiamenti climatici nel futuro di Assalzoo [intervista]
24 Gennaio 2019

È un settore cruciale per l’agricoltura, una cerniera fra zootecnia e industria. La mangimistica oggi ha di fronte molteplici sfide, dai cambiamenti climatici alla sostenibilità, dalla sicurezza alimentare alla qualità igienico-sanitaria. Ne abbiamo parlato con Marcello Veronesi, presidente di Assalzoo, l’associazione di rappresentanza delle industrie mangimistiche, aderente a Confindustria.

Marcello Veronesi – Presidente Assalzoo

I cambiamenti climatici influiscono sempre di più sulla produzione dei mangimi. Quali soluzioni si devono adottare in campo e nella fase di trasformazione e quanto incide sui costi?

I cambiamenti climatici rappresentano un’incognita con cui il settore agricolo deve confrontarsi ad ogni annata. Un settore come il nostro, fortemente dipendente dalla produzione di cereali e semi oleosi risente in modo importante di quelli che possono essere gli effetti dei cambiamenti climatici sulla produzione, esponendolo così alla volatilità dei prezzi.

Se penso all’andamento meteoclimatico degli ultimi anni in Italia è evidente che l’agricoltore è esposto ad una incertezza e ad un rischio costante. Risulta fondamentale l’applicazione delle buone pratiche agricole, ma occorre anche mettere a disposizione dei nostri agricoltori gli strumenti per far fronte alle nuove sfide imposte dai cambiamenti climatici: fitosanitari, capacità di irrigazione e soprattutto sementi sviluppate per far fronte a problematiche specifiche del nostro territorio. Attualmente la grossa problematica che stiamo vivendo è legata alla disponibilità e alla qualità del mais, le semine sono in calo ed è più che comprensibile considerate le difficoltà cui l’agricoltore deve far fronte per gestire il fenomeno micotossine.

Occorre mettere a disposizione dei nostri agricoltori gli strumenti per affrontare le nuove sfide imposte dai cambiamenti climatici

Non è così immediato quantificare i costi, occorrerebbe fare una analisi distinta per tipologie di problemi. A titolo di esempio l’Italia, un tempo autosufficiente per il mais, lo scorso anno ha importato un quantitativo di mais per un controvalore di circa 1 miliardo di euro. Un valore che come “Sistema Italia” preferiremmo remunerasse i nostri agricoltori.

L’assenza di accordi internazionali o il rischio di dazi che riflessi avrà sulle commodity?

L’Italia è un paese fortemente deficitario. Il comparto food-feed importa oltre il 50% del suo fabbisogno, pertanto l’approvvigionamento dall’Europa o da Paesi Terzi è di importanza strategica, se non addirittura vitale. Per noi il mercato unico a livello europeo e gli accordi commerciali di libero scambio sono fondamentali. Mettere in discussione gli accordi determinerebbe barriere tariffarie che, aumentando il costo delle materie prime, costituirebbe un handicap dal punto di vista della competitività delle nostre produzioni.

Il mercato unico europeo e gli accordi di libero scambio sono fondamentali

Ancor più subdole le cosiddette barriere non tariffarie che di fatto possono avere ricadute molto pesanti sino alla mancata disponibilità del prodotto. Un paio di esempi su tutti: la presenza di residui di fitosanitari superiori ai limiti imposti dalla UE e la presenza di eventi GM non ancora autorizzati in Europa, ma coltivati in altre parti del mondo, comportano il rischio di bloccare l’importazione da interi Stati o continenti. Su quest’ultimo punto la situazione potrebbe divenire ancor più difficile alla luce della sentenza della Corte di Giustizia europea secondo cui i prodotti ottenuti con le New Breeding Techniques (NBT) dovranno seguire il medesimo processo autorizzativo degli OGM, a differenza di quanto sta avvenendo in altri Stati.

Inutile e controproducente demonizzare alcuni accordi internazionali perché non tutelano il 100% di prodotti nazionali: guardiamo, piuttosto, all’aspetto positivo ossia che tutelano una parte importante del nostro Made in Italy.

Quali saranno le linee guida del suo mandato? Quali sono le prospettive di Assalzoo?

Sto strutturando il mio mandato per ridare la giusta centralità e dignità al nostro settore. Un settore che è legato a doppia mandata al nostro comparto agricolo e che rappresenta un partner fondamentale per raggiungere la competitività del settore zootecnico.

Le parole d’ordine della mangimistica di domani sono: sostenibilità, sicurezza e visione comune.

Occorre ridurre al minimo le distorsioni di mercato e garantire la sicurezza alimentare lavorando sul nostro tessuto imprenditoriale, per coinvolgerlo e sensibilizzarlo a guidare l’innovazione che ci permetterà di garantire anche produzioni più sostenibili. Un lavoro di squadra lungo tutta la filiera per salvaguardare e proteggere i nostri prodotti alimentari.

Cosa ritiene prioritario nella discussione della Pac 2021-2027? Quali sono le richieste di Assalzoo?

In vista della discussione della nuova PAC, Assalzoo auspica che il governo italiano garantisca una costante presenza ai tavoli di trattativa a Bruxelles. Considerata l’importanza strategica del settore agricolo è fondamentale che il bilancio destinato alla PAC non subisca ulteriori tagli.

Assalzoo ritiene che occorrerebbe agire su 4 punti:

  1. rivedere il sistema di aiuti all’agricoltore per fare fronte agli oneri aggiuntivi richiesti dall’UE sul rispetto di parametri sempre più severi in termini di sicurezza alimentare, qualità igienico-sanitaria, benessere animale, condizionalità ambientale, lavoro, ecc. Parametri che rischiano di creare seri problemi di competitività rispetto ai Paesi terzi. In questo caso è certamente utile ipotizzare forme di aiuto accoppiato alla reale produzione e specificamente mirate al perseguimento degli adempimenti richiesti;
  2. prevedere misure di gestione del rischio, con l’introduzione di sistemi di assicurazione per proteggere il reddito;
  3. promuovere un programma coordinato di ricerca in agricoltura; fondamentale, accanto ai Big Data, all’Agricoltura di Precisione, è l’utilizzo delle nuove biotecnologie, ampiamente accessibili anche ai centri di ricerca pubblica, per migliorare le produzioni, garantendo la loro sostenibilità economica e ambientale, nonché la tutela della specificità di molte produzioni tradizionali tipiche;
  4. favorire una forte semplificazione per l’accesso alle misure della Pac oggi eccessivamente complessa, burocratizzata e costosa, con tempi incerti dei pagamenti e con oneri che spesso superano i benefici.

Marcello Veronesi – Presidente Assalzoo

Si sta diffondendo in Pianura Padana l’alimentazione a secco per la produzione di latte fieno? Quale sviluppo prevede e quali altri cambiamenti investiranno la zootecnia da latte nei prossimi anni?

La definizione latte di solo fieno è delle produzioni dell’Alto Adige, mentre a livello nazionale per latte e fieno intendiamo un’alimentazione a secco costituita da fieni e mangimi composti, senza utilizzo di insilati.

Il loro crescente utilizzo a scapito dell’insilato è funzionale all’obiettivo principale dei nostri allevatori: la qualità del latte. La maggior parte del latte prodotto in Italia è destinato a produzione casearie di eccellenza Parmigiano Reggiano, Grana Padano ma anche Gorgonzola, Taleggio, Provolone, Asiago e molti altri.

La diffusione dell’alimentazione a secco dipende da diversi fattori che nelle diverse tipologie aziendali indirizzano verso questa scelta.

L’alimentazione a secco presenta vantaggi tecnologici ed economici:

  • da un punto di vista nutrizionale è più costante e rispetta maggiormente le esigenze fisiologiche della vacca;
  • favorisce le tradizionali attitudini casearie del latte (non è un caso che nella produzione del Parmigiano Reggiano gli insilati siano proibiti) e permette di ottenere prodotti migliori dal punto di vista organolettico;
  • semplifica moltissimo l’organizzazione aziendale e di conseguenza riduce i costi di produzione;
  • permette in molte realtà di liberare parte del terreno destinato alla produzione degli insilati destinandolo a colture più remunerative.

Che risposta sta dando Assalzoo (e la sua azienda) al tema della sostenibilità?

Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, per ora Assalzoo ha puntato molto su conoscenza e formazione: il nostro Comitato Scientifico per l’Innovazione ha collaborato con l’Associazione scientifica per le Produzioni Animali (ASPA) raggiugendo la pubblicazione di due testi sulla sostenibilità ambientale e l’allevamento. Una importante raccolta di principi ed analisi delle singole filiere sulla base di dati italiani.

Per troppo tempo si è parlato di sostenibilità, di impronta ambientale senza avere una metodologia di calcolo condivisa ed univoca, lasciando troppo spazio a strumentalizzazioni. Assalzoo ha lavorare a livello europeo con FEFAC, la nostra Federazione europea, raggiungendo l’approvazione, da parte della Commissione europea, del cosiddetto PEFCR ossia i Criteri per la valutazione di impatto ambientale di prodotto, che, finalmente, stabiliscono regole uniche, condivise e riconosciute dalle autorità. Adesso vi sono i presupposti per passare ad una fase più operativa.

Il settore mangimistico e la Sostenibilità

Ritengo importante sottolineare che il settore mangimistico è da anni, fin dalla sua nascita, impegnato a valorizzare i sottoprodotti dell’industria alimentare, si pensi, ad esempio, al legame con il settore molitorio, siamo un settore che ha precorso il concetto di economia circolare. Senza dimenticare l’impegno profuso dall’industria mangimistica per studiare formule bilanciate e specifiche sempre più performanti che hanno permesso di migliorare notevolmente gli indici di conversione e la produzione di latte rendendo gli allevamenti più sostenibili e riducendone l’impatto ambientale.

Filiere e prodotti etici col progetto Latte Dop Italia [intervista a Verrascina – Copagri]
17 Gennaio 2019

Franco Verrascina – Presidente Copagri

Franco Verrascina è presidente di Copagri dal 2009. Dal 3 luglio 2018, inoltre, guida il coordinamento di Agrinsieme, che riunisce Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Alleanza delle Cooperative italiane dell’agroalimentare e Copagri, rappresentando oltre i due terzi delle aziende agricole italiane, il 60% del valore della produzione agricola e della superficie nazionale coltivata, con oltre 800mila persone occupate nelle imprese rappresentate.

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

“È indubbio che negli ultimi dieci anni, a prescindere dalla fine del sistema delle quote latte, la produzione lattiero-casearia comunitaria stia crescendo, e questo avviene soprattutto grazie a un’espansione verso nuovi mercati, tra i quali ci sono certamente quelli del BRICS, ovvero di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i quali rappresentano per l’Europa un’opportunità che bisogna continuare a sfruttare, sia in termini di quantità che di qualità.
Negli ultimi anni, infatti, le dinamiche europee stanno mostrando sempre maggiori criticità; nel Nord dell’Europa sembra ci si stia concentrando più sulla quantità, tanto che abbiamo tanto latte per conquistare le commodity di latte in polvere e sottoprodotti proteici, mentre il Sud del Continente, con l’Italia in testa, appare maggiormente concentrato sullo sviluppo della qualità. Riteniamo che, nonostante gli aumenti interni in area BRICS in termini di produzione, i prodotti lattiero caseari italiani possano riscuotere un successo ancora maggiore in termini di sviluppo, visto l’aumento del tenore di vita di queste aree. Questo benessere in aumento, infatti, porterà sempre più spesso i consumatori a ricercare prodotti agroalimentari di qualità, quali appunto le eccellenze lattiero-casearie del nostro Paese”.

L’area geografica che in prospettiva può darci più soddisfazioni è quella del BRICS

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? Le DOP potrebbero essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti?

L’area geografica che sicuramente in prospettiva può darci più soddisfazioni è, come anticipato poco sopra, quella del BRICS, anche se non bisogna trascurare l’America del Nord, così come l’Asia, con gli Emirati Arabi in testa, e l’Oriente.
In questi Paesi tutto il nostro sistema di DOP è all’avanguardia e la continua richiesta di questi ultimi anni lo dimostra. Proprio in questi Paesi, però, nell’ambito di una seria politica che miri allo sviluppo dell’internazionalizzazione, si potrebbe puntare sulla produzione di latte in polvere con determinate caratteristiche, magari per l’infanzia; tale produzione, infatti, sebbene quasi abbandonata da lungo tempo in Italia, potrebbe dare grandi prospettive ai produttori nazionali e comunitari”.

Come potrebbe avvenire questa espansione sui mercati esteri?

“I formaggi duri sono la nostra prima modalità di conquista dei mercati esteri; per questo motivo noi sosteniamo che le politiche di internazionalizzazione vadano migliorate e debbano essere più coraggiose.
In questo senso sostenere e istituire il riconoscimento del Latte “Dop Italia”, come più volte chiesto dalla Copagri, potrebbe rappresentare un aiuto concreto per molti prodotti del segmento formaggi duri italiani 100%, che molta attenzione stanno avendo in questi ultimi due anni. Tale riconoscimento, che non vuole ovviamente andare a condizionare in negativo e togliere valore alla produzione di Grana Padano e di Parmigiano Reggiano, che sono in un certo senso i “principi” dei formaggi italiani nel mondo, servirebbe inoltre a evitare tutte le sperequazioni che ci sono tra le varie Regioni, oltre a soddisfare la “fame di Italia” all’estero”.

Franco Verrascina – Presidente Copagri

L’Olanda ha ridotto il numero di capi e, di conseguenza, la produzione lattiera. Inoltre, per agevolare un percorso di sostenibilità, ha introdotto le quote sui fosfati. Come dovrebbe comportarsi l’Italia?

“L’Olanda è da sempre il paese europeo dove nel settore zootecnico, e in particolare in quelli lattiero caseario e suinicolo, le misure ambientali hanno causato forti criticità. Basti pensare che in un territorio grande meno del doppio di quello della Lombardia vi sono una volta e mezza le vacche di tutta Italia, oltre a milioni di suini.
La Direttiva UE sui nitrati ha quindi obbligato questo Paese a una netta inversione di tendenza sul carico zootecnico, tanto che a livello amministrativo sono state introdotte le quote nitrati, con un mercato in continua ascesa speculativa, che ha svantaggiato gli allevatori con uno scarso capitale-terra; basti pensare, ad esempio, al fatto che il costo per sostenere lo smaltimento dei nitrati è di migliaia di euro all’anno per ogni bovina adulta, con le immaginabili conseguenze che questo comporta per le stalle di medio-grandi dimensioni. In Italia, tranne in alcune particolari zone della Pianura Padana, non si registrano particolari problematiche. Possiamo quindi rivendicare con forza il grande lavoro verso la sostenibilità ambientale e il benessere animale che i nostri produttori stanno sviluppando negli ultimi anni, tant’è che oggi tale fattore è tra i più premianti in tutte le aree a produzione DOP, requisiti richiesti nei disciplinari”.

Il benessere animale al giorno d’oggi è purtroppo un grande costo non riconosciuto dal sistema della catena del valore

Quanto incide il benessere animale nelle stalle da latte? È più un costo o un’opportunità?

“Quanto detto evidenzia come i produttori da molti anni stiano investendo in sostenibilità e benessere animale, anche se questo al giorno d’oggi è purtroppo un grande costo non riconosciuto dal sistema della catena del valore.
Il progetto della Copagri per il riconoscimento del Latte “DOP Italia” va, infatti, proprio nella direzione di costruire filiere e prodotti etici; vogliamo e dobbiamo essere partecipi del sistema virtuoso che fa riferimento all’economia circolare, nel quale i nostri prodotti straordinariamente unici possano essere riconosciuti e valorizzati dal consumatore, non solo italiano ma mondiale”.