Sostenibilità: molto più di un semplice slogan
7 Maggio 2024

Equilibrio tra bisogni presenti e futuri (Rapporto Brundtland, 1987)

Oggi parlare di sostenibilità è quasi diventato uno slogan da declinare per azioni quali il riciclo, le pratiche di agricoltura conservativa, la riduzione delle emissioni o la lotta al cambiamento climatico. Però sostenibilità ha un significato molto più ampio e profondo, quello di “consentire alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Questo termine oggi così tanto in voga rimonta al lontano 1987 quando la Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo dell’ONU, presieduta dal primo ministro norvegese signora Bruntland, presentò il rapporto «Our common future» (Il futuro di tutti noi), indicando le azioni da attuare per uno sviluppo sostenibile.  Implicito in questo termine è pertanto il concetto dei bisogni, che evidenzia l’obiettivo di provvedere alle necessità essenziali per i meno abbienti ed il fatto che l’economia e l’organizzazione sociale debbano tener conto delle capacità dell’ambiente di provvedere ai bisogni presenti e futuri del mondo.

La storia mostra l’urgente necessità dello sviluppo sostenibile

La storia insegna come con l’aumento delle esigenze e dei bisogni della società, il volume e la struttura del consumo di varie risorse iniziano a cambiare innescando problemi su scala mondiale quali guerre, disuguaglianze sociali, disastri ambientali, peraltro prevedibili. Nel ventesimo secolo, questi problemi si sono aggravati in modo significativo ed hanno creato una crisi sistemica che impone di affrontarli in modo rapido.  Pertanto, bilanciare i tre “pilastri” dello sviluppo sostenibile –in inglese Planet, People, Profit – diventa una pratica intrinsecamente positiva ed una necessità da perseguire in modo fattivo da parte di tutti. Per questo occorre riconsiderare l’uso dei carburanti fossili, carbone, petrolio, gas, che rappresentano oltre il 75% delle emissioni di gas ad effetto serra e contrastare la deforestazione nelle zone umide tropicali, scrigno di biodiversità. Di uguale importanza, anche se meno dibattuto, è il tema della salvaguardia dei diritti umani, dei principi di giustizia e di tutela della salute. Nelle attività economiche occorre ridefinire e innovare la produttività della catena del valore riducendo le risorse impiegate e migliorando i processi di distribuzione del valore.

Il rapporto Brundtal, già quasi quarant’anni fa forniva ai governi una prospettiva globale di politiche per il riconoscimento del valore strumentale di un ambiente naturale sano, compresa l’importanza della biodiversità; la protezione e l’apprezzamento dei bisogni delle culture locali; la cura dell’equità economica e sociale nelle comunità di tutto il mondo; l’attuazione responsabile e trasparente delle politiche pubbliche. Solo nel 2015 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, indicando i 17 obiettivi volti a creare una società equa a livello mondiale, in un ambiente sano e prospero.

Oltre alle politiche pubbliche, lo sviluppo sostenibile impone però un impegno concreto, convinto e condiviso da parte di tutte le componenti la società, cioè tutti noi, in tutto il mondo.

Fonte: United Nations

Aziende Agricole: novità per i Crediti di Carbonio
24 Aprile 2024

Di: Ester Venturelli

Il Carbon Farming è un insieme di pratiche agricole che favoriscono l’assorbimento dei gas climalteranti nel suolo e nella vegetazione. Questo può portare ad un maggiore assorbimento di Carbonio rispetto a quanto emesso dall’azienda agricola, generando dei Crediti di Carbonio che potrebbero essere certificati e venduti, generando reddito per l’agricoltore.

Ma come certificare questi Crediti?

A Febbraio 2024, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla proposta di Regolamento per la certificazione dei Crediti di Carbonio (CRCF) elaborata dalla Commissione Europea. 

Il Regolamento CRCF è la base su cui si potrà sviluppare il mercato dei crediti di carbonio. 

Vediamo meglio nella pratica di cosa si tratta in questa nuova, breve presentazione:

Calo dei raccolti e rischi sistemici: l’importanza della Biodiversità
11 Aprile 2024

La biodiversità diminuisce ad un ritmo allarmante. Eppure, per continuare ad avere cibo, acqua dolce, aria pulita, per prevenire la diffusione di malattie infettive e contrastare i cambiamenti climatici, la biodiversità degli ecosistemi naturali è indispensabile perché rappresenta la struttura portante della vita.  

Secondo uno studio dell’università olandese di Wageningen, più della metà dell’economia mondiale, e di conseguenza il nostro benessere, si basa su ecosistemi ben funzionanti.

Rischi sistemici, i più difficili da calcolare

Oltre a costi diretti come il calo dei raccolti, la perdita di biodiversità può portare a rischi sistemici, forse i più critici e i più difficili da calcolare. Questi si presentano quando interi ecosistemi collassano comportando ricadute sulle economie e sugli interi sistemi finanziari. Prendiamo ad esempio il costo dovuto alla perdita di impollinazione sulla produzione agricola. Secondo il Forum economico mondiale, il 35% della produzione agricola dipende essenzialmente dagli impollinatori come le api. Colture quali mele e pomodori, ma anche caffè e mandorle dipendono sostanzialmente da questi insetti.  Lo studio ha stimato che in Germania e nei Paesi Bassi la perdita degli impollinatori comporterebbe danni annuali rispettivamente di 1,8 e 1,4 miliardi di euro, con un impatto sui rispettivi PIL molto più rilevante. Diventa dunque indispensabile contrastare il calo di biodiversità, che in Europa sta continuamente aumentando a causa dell’intensa urbanizzazione e dell’antropizzazione dei territori, dell’inquinamento ma anche di pratiche agricole non sempre sostenibili.

Così come si sta facendo per i cambiamenti climatici, definendone i danni ed identificando interventi per contrastarli, comprese le nuove tecnologie, anche per questa criticità occorre misurare in modo affidabile il declino degli impollinatori e come questo influenzi altri ecosistemi, nonché esaminare l’impatto dell’espansione economica sulla biodiversità ed i relativi costi.

Diventa dunque indispensabile preservare gli ecosistemi, per avere la grande varietà di animali, piante, microorganismi che sono fondamentali per le attività vitali. Detto altrimenti, è vitale tutelare la natura, obiettivo che peraltro si propone la strategia UE sulla biodiversità per il 2030.

Fonte: Wageningen University

Il benessere degli Allevatori
13 Marzo 2024

In vari Paesi, negli Agricoltori è stata dimostrata una correlazione tra situazioni di crisi ed aumento di fenomeni quali stress, ansia, problemi di salute mentale e persino suicidi. Più di ogni altro Paese avanzato, in Nuova Zelanda le attività economiche, la vita delle persone, l’ambiente, dipendono sostanzialmente dal successo dei sistemi agricoli, che rappresentano il fattore determinante per l’occupazione ed il benessere sociale.

Situazioni conseguenti a pressioni finanziarie, nuovi adempimenti, inondazioni, problemi di lavoro, solitudine, hanno avuto crescenti ripercussioni sul benessere sociale e sulla salute mentale degli agricoltori neozelandesi, soprattutto nelle zone più remote dell’Isola del Sud.

Infatti negli ultimi anni essi hanno dovuto far fronte ad un contesto economico pieno di nuove criticità ed incognite dovute a costi elevati, alti tassi di interesse e calo nei prezzi delle produzioni agricole. C’é poi il problema dell’isolamento, specialmente diffuso fra i giovani che soffrono situazioni di solitudine nelle aziende in zone remote con difficoltà a gestire la vita quotidiana come il non cucinare o badare a sé stessi in modo appropriato e che hanno problemi a trovare forza lavoro per aiutarli nelle attività dell’azienda agricola.

Tecnologie e servizi di supporto rurale

Bisogna considerare che, con l’evoluzione della società, sono venuti meno i luoghi di aggregazione tradizionali delle comunità rurali come sale di ritrovo, pub ed anche chiese che progressivamente hanno chiuso i battenti. Di conseguenza, data la loro vulnerabilità, soprattutto in questi tempi di crisi gli agricoltori hanno bisogno di un sostegno supplementare per creare nuovi legami personali e sociali.
La necessità  è ben presente, dato che esiste un servizio di sostegno rurale con dei  consulenti professionisti che si possono chiamare e far visitare le persone entro una settimana e spesso il giorno dopo, se è urgente. Anche le tecnologie possono essere utili,  come ad es. WhatsApp in modo da sentirsi parte di un gruppo e poter rimanere facilmente in contatto.

Il benessere degli Allevatori influisce sull’intera comunità

Questo ci dice che non bisogna trascurare la dimensione sociale della sostenibilità. Il sentimento di solitudine, abbandono, contrarietà, incomprensione, può essere una criticità poco apparente ma dai risvolti fondamentali per l’attività economica. Il disagio manifestato con proteste molto determinate degli agricoltori in vari Paesi del mondo può esserne la riprova ed andrebbe considerato attentamente.

I nostri Allevatori vivono situazioni di disagio?

Fonte: Farmers Weekly

Fitosanitari: netto calo delle vendite in Spagna
29 Febbraio 2024

Nel 2022 in Spagna il consumo di prodotti fitosanitari è calato del 25% rispetto al 2021.  Fungicidi e battericidi, prodotti storicamente predominanti per la loro importanza nella prevenzione e nel trattamento delle malattie delle piante, hanno rappresentato il primo gruppo di prodotti fitosanitari col 56% delle vendite complessive per un totale di 32.160 tonnellate, in calo del 23%. Seguono gli erbicidi col 21% del totale per 12.186 tonnellate, con un significativo calo nelle vendite del 34%. Al terzo posto viene il gruppo degli insetticidi ed acaricidi che rappresenta il 17% delle vendite ma che ha fatto registrare un calo marginale di 1,4 punti percentuali; questa modesta variazione potrebbe essere influenzata dalla crescente resistenza dei parassiti. Molluschicidi, regolatori di crescita (fitoregolatori) ed altri prodotti fitosanitari rappresentano la quota minore con 2.988 tonnellate, pari al 5% del totale, ma in calo del 54% rispetto alle vendite del 2021.

Questo positivo risultato riflette una tendenza verso metodi di coltivazione più ecologici e sostenibili, guidata da una maggiore consapevolezza ambientale e dall’implementazione di normative più severe.

Nel dibattito intorno a questi prodotti bisognerebbe considerare che il controllo dei parassiti e delle malattie è sempre stato una necessità. I fitosanitari sono spesso identificati impropriamente come pesticidi, termine più ampio che comprende anche prodotti che non sono destinati all’uso su piante ma servono a debellare organismi nocivi e portatori di malattie. Scopo primario di erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti è di mantenere in buona salute le colture ed impedire loro di essere distrutte da malattie e infestazioni. Sono pertanto essenziali per la produzione agricola, sia nell’ambito dei sistemi agricoli convenzionali che in altri sistemi, come quelli integrati. Senza il loro uso, molte colture non sarebbero vitali, oppure i prodotti raccolti non potrebbero essere immagazzinati.

Tuttavia, nel tempo si è sempre più preso coscienza dell’effetto che i fitofarmaci comportano sull’ambiente vicino al luogo in cui vengono applicati, dato che il loro impiego provoca comunque una contaminazione di suolo, acque superficiali e sotterranee, aria (ambiente abiotico), e colpisce organismi sensibili come gli insetti che risultano utili.

Non deve dunque sorprendere se, anche in virtù del principio di precauzione,  le normative relative a questi prodotti sono sempre più rigorose ed oggetto di continui aggiornamenti. Anche in questo caso occorre implementare la ricerca per trovare nuove formulazioni che permettano di bilanciare protezione delle coltivazioni e loro produttività.

Fonte: Comercial Química Massó

Nuove prospettive per la durata di vita delle vacche da latte
14 Novembre 2023

La vita produttiva delle vacche da latte è ormai scesa a tre lattazioni o meno. Dato che il primo parto avviene all’incirca a due anni d’età, esse vivono in media cinque anni prima di essere macellate. È la condizione ottimale?

La durata redditizia per la vita produttiva delle vacche da latte è una questione complicata ed in evoluzione, che può cambiare in modo significativo in base a condizioni di mercato variabili quali il prezzo del latte, dei mangimi o della carne ed alle priorità dei singoli allevamenti.

Di conseguenza, le decisioni per i tassi e le modalità di rimonta delle vacche sono dinamici e cambiano nel tempo, ma è improbabile che la vita produttiva della vacca da latte possa scendere ancora se si guardano ai fattori che influenzano le decisioni per la fecondazione, la produzione, l’abbattimento delle bovine.

Storicamente uno dei criteri principali per l’abbattimento delle vacche era il mancato ingravidamento. Negli ultimi due decenni si è assistito ad un miglioramento significativo del successo riproduttivo grazie ai cambiamenti nella gestione e nella selezione genetica per aumentare la fertilità. Anche nei prossimi tempi continuerà ad aumentare il progresso genetico, inteso come somma di tutti i tratti desiderabili, permettendo di accrescere ulteriormente le rese produttive delle vacche, che avranno anche una salute migliore e quindi una maggiore capacità di allungare la vita produttiva, dato che non avrà senso mettere in asciutta vacche che producono ancora 30 o 40 litri di latte al giorno.

Un ulteriore elemento, forse il più sensibile, è poi la questione sociale ed ambientale. Sempre più spesso l’opinione pubblica cita l’abbattimento precoce delle vacche da latte come sintomo di scarso benessere animale ed in generale denuncia l’impronta ambientale della produzione lattiera. Dato che la ricerca ha dimostrato che gli allevamenti con animali più giovani emettono più gas serra, un aumento della vita produttiva contribuirebbe anche a ridurre l’impatto ambientale.

È un tema rilevante per tutta la zootecnia da latte. L’American Dairy Science Association (ASDA) lo ha affrontato in un convegno internazionale di 4 giorni in Illinois a fine ottobre.

Fonte: Dairy Herd Management

Il parere dell’Allevatore

L’allevatore Alberto Cortesi

Questo è certamente uno dei temi più dibattuti e controversi tra gli allevatori. Da un lato è vero che la vacca pluripara è la più redditizia, essendo al massimo della produttività ed avendo ha già ammortizzato i due anni di allevamento (improduttivi). Tuttavia il parto, specialmente nelle vacche più mature, rappresenta il momento critico che abbisogna di particolari attenzioni, e talvolta di cure. C’è poi un problema in generale di sanità della mammella e di cellule somatiche. Insomma: nel mondo non tutti gli allevatori sono concordi nel porre come priorità gestionale l’aumento del numero di lattazioni. Si aggiunge l’altro tema di una razionale e quindi economica gestione dell’allevamento della rimonta. In Olanda, ad esempio, mediamente le vacche producono per una lattazione in più (circa) rispetto all’Italia. Sono tra quelli che concordano nel porsi questo obiettivo, anche se nel mio allevamento sono ancora distante.

Alberto Cortesi, allevatore in Roncoferraro loc. Garolda, Mantova – ITALIA

Una tassa sulle emissioni agricole in Danimarca
21 Giugno 2023

La Danimarca si è posta l’ambizioso obiettivo climatico di ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 70% rispetto ai livelli del 1990, valore ben superiore al limite vincolante minimo del 55% indicato dall’Unione Europea. Secondo il nuovo governo danese (di larga coalizione) insediatosi lo scorso dicembre, per raggiungere tale obiettivo diventa fondamentale introdurre una tassa sulle emissioni agricole ed il Consiglio danese per il clima, organo consultivo ufficiale del governo, propone di applicare una Carbon tax di 750 corone (101 Euro) per tonnellata di latte e di carne bovina. Una tassa sulle emissioni dei bovini incentiverebbe gli allevatori a passare alle coltivazioni agricole, erbacee od arboree, ma anche ad aumentare la produzione di carne suina, attività queste che emettono meno gas serra del bestiame bovino. La tassa di 750 corone per tonnellata sarebbe simile al livello applicato agli altri settori ritenuti essere ad alto impatto di emissioni in atmosfera, misura approvata dal Parlamento nel giugno dello scorso anno, e potrebbe ridurre i gas serra di 3,7 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, inducendo un taglio del 45% di emissioni rispetto al livello del 1990.

È necessario studiare soluzioni tecniche alternative

Secondo i dati di Statistics Denmark, il settore agricolo rappresenta il 28% delle emissioni di gas climalteranti e se non verranno introdotte nuove politiche, la situazione peggiorerebbe e nel 2030 potrebbe arrivare ad essere responsabile di circa il 40% delle emissioni di metano. Ovviamente le associazioni agricole hanno stigmatizzato questa prospettiva, avvertendo che una simile tassa sull’agricoltura porterebbe a un’ondata di chiusure e fallimenti. Secondo il Danish Agriculture & Food Council, una tassa del genere farebbe perdere posti di lavoro ed impedirebbe alla Danimarca di sviluppare soluzioni che possono davvero fare la differenza per il clima. Il comparto zootecnico bovino dovrebbe studiare soluzioni tecniche alternative alla semplice tassazione, come gli additivi nell’alimentazione che potrebbero ridurre del 25-30% la quantità di metano rilasciata dalle vacche.

La Danimarca sarebbe così il secondo Paese al mondo a introdurre una tassa di questo tipo, dopo che la Nuova Zelanda ha annunciato di voler imporre a partire dal 2025 un “prezzo” sui gas serra agricoli, metano ed ossido d’azoto in primo luogo.

Comunque, anche le imprese si muovono in tal senso: Danone a gennaio ha dichiarato che intende arrivare entro il 2030 a tagliare del 30% le emissioni di metano generate dalla produzione di latte ed Arla Foods, la cooperativa danese-svedese, ha lanciato il progetto sostenibilità per indurre gli allevatori a ridurre l’impronta di carbonio pagandoli con delle credenziali verdi basate su indicatori quali uso di fertilizzanti, biodiversità, energie rinnovabili, mangimi green.

CLAL.Teseo.it – Danimarca: Produttività apparente per vacca

Fonte: euronews

 

Sostenibilità e tecnologia
12 Giugno 2023

Per rispondere alle esigenze di sostenibilità, il settore lattiero-caseario deve rispondere a tre sfide: ridurre l’impronta di carbonio, assicurare la disponibilità costante di acqua; disporre di una forza lavoro qualificata.

I critici delle produzioni animali non prendono in considerazione tanto la durabilità, ossia il valore di trasmettere alle generazioni future un’azienda che rappresenta anche un patrimonio sociale per il territorio in cui opera, ma tendono a misurare la sostenibilità in termini del rating generico ESG che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di imprese od organizzazioni che operano sul mercato. Da questo punto di vista le aziende più efficienti sono quelle con le maggiori rese, disponibili ad innovare attraverso l’adozione delle migliori tecnologie. E proprio la tecnologia fa parte del modo in cui i produttori possono rispondere in modo efficace alle richieste di un miglior rating di sostenibilità.

L’uso della robotica è sempre più diffuso

Innanzitutto, è possibile razionalizzare l’uso dell’acqua per le necessità dell’allevamento attraverso tecniche efficaci di riciclo, purificazione e potabilizzazione. La produzione di metano dal letame attraverso i digestori permette di evitare la dispersione in atmosfera di un gas ad effetto serra e di rendere l’azienda agricola indipendente dal punto di vista energetico, insieme a pannelli solari e, quando possibile, turbine eoliche. Resta poi il problema del lavoro, soprattutto di reperire personale qualificato in grado di utilizzare mezzi tecnologici sempre più diffusi e sofisticati. Chi segue gli animali deve poter avere la comprensione del loro benessere; l’uso della robotica continua ad aumentare, dalla mungitura, alla pulizia delle stalle, all’automatizzazione dell’alimentazione, all’uso dei sensori per identificare la qualità del latte e gli indicatori di salute delle vacche in tempo reale. Negli allevamenti USA stanno venendo avanti anche le vaccinazioni robotiche.

Il successo di queste tecnologie, oltre che migliorare la produttività, consiste nel mettere a disposizione degli operatori agricoli la possibilità di un processo decisionale migliore e più rapido.  

La mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte

Si calcola che nel mondo ci siano circa 300 milioni di vacche da latte. Se tutte avessero la produttività di quelle allevate nei Paesi dove si usano tecnologie avanzate, la mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte. Gli attivisti ambientali potrebbero forse esserne soddisfatti, ma quali sarebbero le conseguenze, come ad esempio la mancanza di concime organico per i suoli e le coltivazioni? Per non parlare poi del valore sociale che l’allevamento ricopre per tante popolazioni rurali nelle varie aree geografiche del mondo. Indubbiamente, le migliori aziende agricole sono quelle che stanno adottando più rapidamente le nuove tecnologie e che probabilmente continueranno a mantenere un vantaggio rispetto alle loro controparti meno performanti.

Occorrono però anche tecnologie appropriate per migliorare  produttività e  condizioni di allevamento in grado di garantire l’equilibrio con gli aspetti sociali ed economici delle comunità locali.
In altre parole, la tecnologia per l’uomo e non viceversa.

CLAL.Teseo.it – Italia: Kg di Latte per Capo nelle principali Regioni produttive

Fonte: Dairy Herd

Nuova Zelanda: riconsiderare l’uso dei concentrati nella produzione di latte
25 Maggio 2023

Diversamente dai Paesi industrializzati, la Nuova Zelanda si trova in una posizione insolita in quanto circa la metà di tutte le emissioni di gas serra proviene dall’agricoltura e quasi un quarto è dovuto alle emissioni del settore lattiero-caseario, sottoforma di protossido d’azoto e metano.

Le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate

L’allevamento in Nuova Zelanda era tradizionalmente di tipo estensivo, basato sul pascolo, ma il grande sviluppo produttivo che ha fatto del Paese il maggiore esportatore lattiero-caseario del mondo, ha comportato l’uso sempre più massiccio di concentrati e di concimi per aumentare le rese agricole. Questo è dimostrato dal fatto che le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate arrivando a 6,4 milioni di capi. Si è fatto dunque ricorso ad una massiccia importazione di cereali e proteaginose, che nel 2022 ha raggiunto le 3,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 2,1 milioni di tonnellate. Il 75% di questi alimenti è andato al settore bovino ed il 12% a quello avicolo, mentre il consumo umano ha rappresentato il 9% del totale.

L’ intensificazione produttiva con l’ampio ricorso ai mangimi porta ad un sistema tecnicamente più efficiente, dato che permette di aumentare le rese aziendali e di conseguenza i redditi. E’ stato però dimostrato che questo comporta un significativo aumento dei costi, che incide sui margini di profitto. Il vero punto da considerare, dunque, più che la quantità è la redditività dell’azienda, che è determinata congiuntamente dal prezzo del latte (e dai suoi contenuti) e dai costi dei fattori produttivi, come i mangimi. Essendo questi ultimi per lo più fattori esterni all’azienda, gli allevatori non possono controllarne direttamente le variazioni di prezzo e neanche trasferirle sul prezzo del latte.

Gli allevatori sono stimolati ad adottare pratiche con meno emissioni

In Nuova Zelanda si fa largo uso di palmisto (pannello di palma), che comporta emissioni elevate (0,51 kg di CO₂ equivalente per kg di sostanza secca) rispetto ad altri ingredienti dei mangimi. Ne è il più grande importatore al mondo per una quantità di oltre 2 milioni di tonnellate, oltre la metà da Indonesia e Malesia. È opinione diffusa che questa grande richiesta abbia contribuito alla deforestazione nei Paesi fornitori, aumentando le emissioni ed i rischi legati al cambiamento climatico. Date le rigide norme ambientali introdotte in Nuova Zelanda, gli allevatori vengono ora stimolati ad adottare pratiche che possano far ridurre le emissioni attraverso la massimizzazione della resa dei pascoli e l’utilizzo di mangimi a minore intensità di carbonio, come quelli prodotti in loco od i sottoprodotti della produzione di alimenti e bevande.

Occorre attuare una inversione di tendenza che però richiede cambiamenti significativi sia nelle pratiche di gestione che nelle infrastrutture. I prezzi elevati dei fertilizzanti, le normative più stringenti e l’introduzione di una tassa sulle emissioni stimolano la transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Però è anche tempo di riconsiderare il ruolo dei mangimi, ripensando alla fisiologia del ruminante ed al modo più appropriato di alimentarlo, sia sotto l’aspetto fisiologico che per quello ambientale.

Clal.it – Numero di vacche da latte e produzioni in Nuova Zelanda

Fonte: edairy news

La narrazione sugli effetti delle produzioni animali
17 Aprile 2023

Sta prendendo sempre più piede la convinzione che l’allevamento animale sia dannoso per l’ambiente mentre l’abbandono del consumo di carne e latte salverebbe il pianeta, combatterebbe il cambiamento climatico, arresterebbe la deforestazione e la distruzione della fauna selvatica, preserverebbe le risorse idriche.

Questa narrazione può diventare fuorviante perché se il riscaldamento globale è una realtà, le azioni da intraprendere sulle cause non debbono però trasformarsi in dibattiti che ci mettono l’uno contro l’altro e ci allontanano ulteriormente da soluzioni concrete, ma da informazioni oggettive.

Il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido

Se è vero che le emissioni di anidride carbonica di origine antropica stanno aumentando, non tutti i gas serra sono negativi, anzi sono necessari per trattenere parte del calore che raggiunge la terra. Ci sono sempre stati cicli di riscaldamento seguiti da cicli di raffreddamento, ma il problema ora è che il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido. Il 75% delle emissioni proviene dalla produzione di energia, dai trasporti e dall’industria, mentre tutta la produzione animale rappresenta il 5,8% delle emissioni dirette. Questo dovrebbe essere sufficiente per iniziare a capire una volta per tutte che il problema non è solo negli allevamenti. Anche se aggiungessimo la deforestazione, che può essere parzialmente correlata agli allevamenti, saremmo nell’ordine del 7%.

L’origine di tale percezione inizia nel 2006 quando, col rapporto FAO “Livestock’s Long Shadow” (La lunga ombra del bestiame), le produzioni animali sono state messe in vetta alla lista dei responsabili delle emissioni mondiali di gas serra. Nel 2013 la FAO correggeva parzialmente tali posizioni, riducendo del 20% i dati sulle emissioni attribuibili agli allevamenti animali, ma la narrazione è continuata, ampliandosi. Una molecola di metano riscalda la terra 28 volte di più di una molecola di anidride carbonica, ed è su questo che si sono basati tutti i calcoli. Ma non è corretto paragonare le emissioni animali a quelle derivanti dai combustibili fossili. Il metano che le vacche eruttano durante la ruminazione fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi. Le piante lo trasformano in cellulosa, amido e altri composti dei foraggi ed alimenti di cui l’animale si nutre. Nel giro di una dozzina d’anni, il metano viene trasformato in CO2 e reinserito nel ciclo.

Poi c’è il ciclo del carbonio antropogenico, che da un secolo viene estratto dal sottosuolo: i suoi gas non vengono riciclati, si accumulano nell’atmosfera, dove impiegano mille anni per degradarsi ed è questo che il pianeta non riesce a sopportare.

Ciò non significa che il bestiame non possa migliorare le proprie emissioni, dato che ognuno deve contribuire alla cura del pianeta; per questo motivo lo studio e l’evoluzione dei sistemi di produzione lattiero-casearia sono indispensabili.

Non è abbassare la qualità della dieta umana che salverà il pianeta

Fatto paradossale è che sempre più celebrità “Influencer” esortano ad eliminare la carne ed il latte promuovendo come alternativa le proteine sintetiche, quasi che queste possano essere prodotte senza risorse. Abbandonare il consumo di carne e latte non solo può mettere a rischio la salute, ma non fornisce nemmeno una soluzione alla sostenibilità ambientale. Non è abbassando la qualità dell’alimentazione umana che si salverà il pianeta.

E’ chiaro che produrre latte e carne richiede terra, spazio, acqua; occorre dunque utilizzare queste risorse in modo più efficiente. Scienza e tecnologia al servizio dell’agricoltura e dell’allevamento possono permettere di raggiungere questo obiettivo, al fine di produrre più cibo e meglio per nutrire una popolazione crescente.

Fonte: edairy News