Made in Italy e innovazione nelle aziende per la competitività del settore [intervista a Giansanti – Confagricoltura]
17 Gennaio 2019

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Inoltre, la Cina sembra aver circoscritto le importazioni dall’UE-28 al latte per l’infanzia e l’India punta all’export e non più a produrre solo per il mercato interno. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

Massimiliano Giansanti – Presidente di Confagricoltura

“Le dinamiche del mercato internazionale hanno sempre presentato un andamento altalenante, condizionato molto dalle richieste a singhiozzo della Cina che ha sempre adottato una politica commerciale con periodi di forti acquisti e stoccaggio del prodotto alternati a periodi di intenso rallentamento delle importazioni. L’imprevedibilità del mercato internazionale e degli eventi che lo condizionano è stato messo in luce dall’Embargo Russo, che ha praticamente coinciso con la fine del sistema delle quote latte, creando una forte crisi del settore lattiero caseario europeo. Tale circostanza ha evidenziato ai produttori italiani ed europei la vulnerabilità del settore rispetto alle dinamiche di mercato non più calmierate da un sistema di contingentamento. Infatti, questo nuovo stato di liberalizzazione ha prodotto eccessi di produzione rispetto alle reali condizioni di mercato ed ha evidenziato un disequilibrio tra i Paesi europei con forte pressione sul mercato comunitario da parte di quelli del centro nord Europa già eccedentari della loro produzione che, non trovando sbocco sui mercati esteri, hanno fatto crollare i prezzi europei cercando sfogo soprattutto sui mercati del sud Europa, non autosufficienti. Confagricoltura ha denunciato a suo tempo tale situazione e stimolato le Istituzioni europee a prevedere, tra le misure per affrontare la crisi, incentivi per ridurre le produzioni in eccesso. Misura utilizzata soprattutto da quei Paesi eccedentari, proprio come si sperava, con esiti positivi sui prezzi. A mio avviso oggi i produttori sono molto più attenti alle dinamiche di mercato e stanno attuando corrette politiche di aggregazione del prodotto primario per avere più forza sul mercato e calibrare le produzioni a seconda delle necessità richieste. La chiave per affrontare il mercato internazionale non è legato solo alla promozione del marchio Made in Italy, ma a politiche di innovazione delle aziende zootecniche per ottimizzare i costi di produzione e rendere i prodotti nazionali commercialmente competitivi, mantenendo standard elevati di qualità”.

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? E con quali prodotti? Le DOP possono essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti? Quali, ad esempio?

L’India costituisce un immenso mercato su cui poter puntare per l’esportazione di prodotti del Made in Italy

“L’Italia si è sempre distinta per le sue produzioni rispetto a tutti gli altri Paesi europei incentrando la sua produzione sui formaggi ed è innegabile che un ruolo centrale lo detengano i prodotti DOP. Per quanto questa differenza di produzione non permetta spesso alle produzioni italiane di accedere direttamente a misure di intervento comunitarie quali quella del latte in polvere e del burro, avendone quindi solo indirettamente un beneficio, proprio questa peculiarità di produzioni tipiche, uniche al mondo, è la forza per conquistare i mercati internazionali in modo concorrenziale. Non a caso Confagricoltura stimola sempre il riconoscimento e la salvaguardia delle denominazioni di origine a livello internazionale e negli accordi bilaterali. E’ proprio su tali ragionamenti che si devono percepire i rischi come opportunità e l’India, avendo già una tradizione lattiero casearia con una popolazione, quindi, abituata al gusto dei formaggi, costituisce un immenso mercato su cui poter puntare per l’esportazione di prodotti del Made in Italy che va sostenuto con programmi di promozione finalizzati a conquistare quella fascia medio alta della popolazione mondiale che può permettersi prodotti di eccellenza come i nostri. Una spinta potrà anche derivare dai nuovi accordi bilaterali se, come per il Ceta, saranno previsti contingenti specifici e tutela rafforzata per le Ig, motore trainante dei nostri prodotti lattiero caseari.

Nell’ottica poi di prevedere nuovi sbocchi di mercato per il settore lattiero caseario, sia in ambito interno che estero, la filiera sta orientando la ricerca sull’utilizzo dei componenti del latte per la creazione di prodotti nell’ambito della nutraceutica e della farmaceutica, come suggerito anche nell’ultimo incontro tenutosi al ministero delle Politiche agricole alimentari forestali e del Turismo sull’utilizzo delle risorse del fondo per gli investimenti nel settore lattiero caseario -“Fondo Latte”- per il budget destinato alla ricerca”.

Massimiliano Giansanti – Presidente di Confagricoltura

All’estero i principali player esportatori hanno politiche condivise e più aggressive. Come potrebbe la filiera italiana affacciarsi in maniera più efficace e coordinata all’estero?

“Come dicevo i produttori italiani si sono trovati a confrontarsi maggiormente con le dinamiche di mercato internazionale e questo ha stimolato una maggiore aggregazione della parte produttiva. Si è visto con favore la nascita della prima AoP italiana, Aop Latte Italia, che aggrega circa il 10% della produzione nazionale, e si continua a stimolare una sempre più incisiva aggregazione del comparto primario. Certo questo non basta per affrontare i mercati internazionali. Si deve creare un “Sistema-Italia” con finalità comuni e coordinate tra produttori, trasformatori, commercianti e Istituzioni. Confagricoltura ha sempre sostenuto e cercato tale dialogo e collaborazione con le altre organizzazioni della filiera per aiutare gli operatori, non a caso recentemente si è costituita l’Associazione “Organizzazione Interprofessionale Carni Bovine (O.I.C.B.)” in cui si prevede anche l’adesione delle AoP. Non voglio dire che il modello delle Organizzazioni Interprofessionali sia l’unica strada da intraprendere per il settore lattiero caseario, ma certo dimostra la nostra disponibilità e apertura ad una collaborazione di filiera”.

Il biologico ha registrato tassi di crescita lusinghieri. La filiera, però, ha mostrato più prudenza rispetto ad altre realtà all’estero. Come evitare il corto circuito di una produzione che potrebbe diventare in eccesso? Il segmento della trasformazione in che modo potrebbe rilanciare la domanda?

In Italia l’agricoltura biologica non è sufficiente a soddisfare la domanda

“Escluderei che la produzione biologica possa diventare in eccesso, visto che le rese sono sempre minori di quelle delle altre tecniche produttive e che è più soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici. In Italia l’agricoltura biologica rappresenta il 15,5% della Superficie agricola utilizzata (SAU), certamente un gran risultato, ma non sufficiente a soddisfare la domanda soprattutto quella dell’esportazione che, per questo settore, rappresenta più del 40% del fatturato. Credo che la trasformazione e la produzione primaria debbano essere preoccupate delle nuove politiche commerciali aggressive che stanno portando avanti le grandi catene di distribuzione straniere, ad esempio in Francia e in Belgio, sostenendo la possibilità di vendere il prodotto biologico e quello non biologico allo stesso prezzo. Chi pagherà le rese minori ed i maggiori costi gestionali che ha l’agricoltura biologica? Che margine avrà chi li trasformerà? Solo un patto tra produttori e trasformatori potrà salvare il biologico da queste logiche commerciali”.

L’Olanda ha ridotto il numero di capi e, di conseguenza, la produzione lattiera. Inoltre, per agevolare un percorso di sostenibilità, ha introdotto le quote sui fosfati. Come dovrebbe comportarsi l’Italia? E quali suggerimenti avete per le stalle italiane?

“La situazione olandese è un monito di quanto sia importante prevedere modelli sostenibili di produzione proprio per evitare che la scelta sia quella di incidere sulla mandria per esserlo. Confagricoltura ha sempre ritenuto che occorra davvero ridimensionare le accuse spesso ingenerose e le forzature mediatiche che imputano solo al settore zootecnico la responsabilità della maggior quantità di emissioni, ma la ricerca di nuovi processi di produzione e l’applicazione dell’innovazione alle aziende devono essere la primaria necessità per affrontare le produzioni future. Partecipiamo direttamente alla diffusione di pratiche sostenibili per l’ambiente, partecipando, ad esempio, al progetto europeo Reinwaste per ridurre i rifiuti inorganici nel settore agricolo che vede proprio il coinvolgimento nella sperimentazione del comparto lattiero caseario in Emilia-Romagna. Di certo la sostenibilità ambientale è una necessità sociale e come tale si devono prevedere i giusti sostegni finanziari agli agricoltori, per attuare i cambiamenti strutturali necessari per andare in questa direzione”.

Presenza sul territorio e interscambi culturali per agevolare l’export [Intevista a Scanavino – Cia]
17 Gennaio 2019

Dino Scanavino – presidente nazionale della Cia-Agricoltori

“Quando il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ricevette i 100 uomini del Vino raccontò un aneddoto e cioè che una percentuale altissima di ingegneri cinesi aveva studiato in Germania e che, ritornando da classe dirigente in Cina, portarono la cultura del luogo in cui avevano studiato: la Germania. Ecco, se noi vogliamo crescere in Cina dobbiamo essere presenti, presidiare il luogo, cercare interscambi anche culturali. Solo così il made in Italy sarà vincente. I francesi erano storicamente presenti in Cina e oggi i nuovi ricchi bevono Champagne, Bordeaux e Borgogna. La crescita italiana è molto più lenta”. Parola di Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani, che parte dal tema dell’internazionalizzazione in un’intervista con Clal.it.

Presidente Scanavino, l’export è sempre più la strategia vincente per il Made in Italy agroalimentare e il lattiero caseario non fa eccezione. Come si affrontano, però, i mercati esteri?

“Con la presenza sul territorio, come dicevo, e con la qualità. Per avere successo noi italiani dobbiamo pensare al latte con la crosta: o produciamo e commercializziamo formaggio, che ha un maggiore valore aggiunto, oppure non saremo mai competitivi rispetto ad altri paesi e, anzi, avremo difficoltà con tutto il resto del mondo”.

produciamo e commercializziamo formaggio, oppure non saremo mai competitivi rispetto ad altri paesi

L’Africa è un continente vicino e che potrebbe rappresentare per l’Italia uno sbocco interessante per il lattiero caseario…

“Certamente. L’Africa ha una popolazione molto giovane e un PIL in crescita. Certo, ha anche molti problemi, ma è innegabile che i giovani con un po’ di soldi comprano proteine. Bisogna però avere strategie di mercato, possibilmente condivise e attuate attraverso azioni congiunte”.

Ad esempio?

“I cinesi in Eritrea hanno costruito ferrovie, autostrade, 75 km lineari di zona industriale. Anche noi dovremmo insediare alcune aziende, per diffondere anche la nostra cultura. Non è sufficiente solo vendere. Lo abbiamo visto alla fiera dell’Agricoltura di Meknès, in Marocco. C’è un grande interesse per le macchine agricole usate, che però devono essere certificate sul piano della sicurezza. Ecco, possiamo contare su un ente qualificato come Enama, perché non aprire un ufficio là? Sarebbe un servizio che facciamo anche agli italiani, per instaurare relazioni di contiguità costante, che francesi e olandesi hanno fatto”.

Dino Scanavino – presidente nazionale della Cia-Agricoltori

L’India ha intenzione di aumentare le produzioni di latte e ha quantitativi ingenti di polvere di latte. Questo potrebbe avere conseguenze sul prezzo del latte in Europa, che non riesce a smaltire i propri magazzini. Cosa fare?
(intervista rilasciata prima di Ottobre 2018 quando i magazzini hanno incominciato a diminuire a seguito di aste organizzate dalla commissione UE)

“Quello degli stock di polvere di latte è un macigno che può crollarci addosso. Bisogna trovare un sistema efficace per smaltire i magazzini comunitari, magari in ambienti non alimentari, per l’alimentazione zootecnica. E poi monitorare con attenzione i movimenti dell’India, perché se cominciasse a esportare, ad esempio nel vicino Sud Est Asiatico, le ripercussioni sui mercati internazionali credo non si farebbero attendere, con conseguenze negative anche per l’Europa. In questo caso dovremmo essere noi europei a individuare nuovi mercati a più alto valore aggiunto e cercare di occuparli”.

Se l’India cominciasse a esportare, le ripercussioni sui mercati internazionali non si farebbero attendere

Che benefici ha portato l’etichettatura obbligatoria dei prodotti lattiero caseari?

“Come Cia-Agricoltori Italiani siamo sempre stati favorevoli all’etichettatura, come strumento di informazione del consumatore. Ma se ci illudiamo che tutti i consumatori oggi chiederanno solo materia prima italiana al 100%, allora siamo fuori strada. Chi sostiene questo mente sapendo di mentire. L’Italia ha una grande forza, che è frutto delle proprie indicazioni geografiche e che si basa su un sistema di certificazione volontario. Chi non aderisce ai controlli alla fonte e alla vendita rinuncia al marchio e rimane fuori. L’obbligatorietà non è sinonimo di qualità. Anzi. Bisognerebbe, piuttosto, scegliere un sistema e contribuire in modo che diventi virtuoso, incentivando le promozioni sulle DOP e attuare politiche che sostengano effettivamente il Made in Italy. Quando alcune Regioni nei PSR hanno subordinato l’erogazione dei fondi al fatto che trasformassero la materia prima del territorio, hanno fatto bene. Come produttori dobbiamo fare aggregazione e spingere verso consumi virtuosi, che sostengano il territorio”.

All’estero non solo con le DOP, ma anche con latte e mozzarella [intervista a Prandini – Coldiretti]
17 Gennaio 2019

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Inoltre, la Cina sembra aver circoscritto le importazioni dall’UE-28 al latte per l’infanzia e l’India punta all’export e non più a produrre solo per il mercato interno. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

Ettore Prandini – presidente nazionale di Coldiretti

“In un mercato con le produzioni in crescita, la tutela del vero prodotto Made in Italy e del settore lattiero caseario in particolare deve necessariamente passare dalla distintività. La difesa e la valorizzazione delle produzioni DOP e IGP e la certezza della trasparenza con l’indicazione dell’origine in etichetta per i prodotti che non sono tutelati per disciplinare, sono fondamentali per potersi svincolare dall’esclusiva logica della battaglia sul prezzo”.

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? E con quali prodotti? Le DOP possono essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti? Quali, ad esempio?

“Aldilà delle buone performance del nostro export lattiero caseario degli ultimi anni, ci sono ancora ampi margini di crescita sui mercati cosiddetti ricchi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, ma anche la stessa Europa con un’attenzione particolare ai Paesi del Nord, senza tralasciare la Russia dove continuiamo a pagare gli effetti dell’embargo, sancito con decreto n. 778 del 7 agosto 2014, più volte rinnovato e ancora in vigore, come ritorsione alle sanzioni europee.

Un prodotto con ampi margini di crescita sui mercati esteri è la mozzarella da realizzare con latte italiano

In questo scenario, nel Paese del Cremlino le esportazioni agroalimentari Made in Italy hanno perso complessivamente oltre un miliardo di euro a causa del blocco che ha colpito un’importante lista di prodotti agroalimentari tra cui proprio i formaggi, oltre che frutta e verdura, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da UE, Usa, Canada, Norvegia ed Australia. Un prodotto con ampi margini di crescita sui mercati esteri è la mozzarella da realizzare con latte italiano. Si tratta di uno dei prodotti del comparto lattiero caseario più consumati al mondo e al contempo più scopiazzato, spesso con pessimi risultati. Non sottovalutiamo poi i margini di crescita che potrebbero avere tutti quei prodotti che vedono il latte come uno dei componenti come i prodotti da forno, le merendine, gli snack, il gelato industriale”.

Qual è la posizione di Coldiretti sulla Brexit? Teme di più l’etichetta a semaforo, i possibili dazi oppure le difformità in tema di requisiti sanitari o di mancato riconoscimento delle Indicazioni Geografiche?

“Come Coldiretti da tempo diciamo che a pagare il conto della Brexit non deve essere l’agricoltura, che è un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione deve affrontare, a cominciare dai cambiamenti climatici. Nel prossimo bilancio dell’UE indebolire l’agricoltura, che è l’unico settore realmente integrato dell’Unione, significherebbe minare le fondamenta della stessa Unione Europea in un momento particolarmente critico per il suo futuro. Il 90% dei cittadini europei, secondo Eurobarometro, sostiene infatti la politica agricola a livello comunitario per il ruolo determinante che essa svolge per l’ambiente, il territorio e salute. Le minacce per il vero Made in Italy agroalimentare arrivano da più parti: tra queste c’è il pericoloso diffondersi di sistemi di informazione fuorviante sulle qualità intrinseche dei prodotti, come ad esempio l’etichettatura a semaforo, che vanno spesso a penalizzare prodotti universalmente riconosciuti per gli effetti benefici sulla salute, se consumati in maniera corretta nel quadro di un’alimentazione diversificata ed equilibrata. Il bisogno di informazioni del consumatore sui contenuti nutrizionali deve essere soddisfatto nella maniera più completa e dettagliata, ma anche con chiarezza, a partire dalla necessità di usare segnali univoci e inequivocabili per certificare le informazioni più rilevanti per i cittadini, mentre sistemi troppo semplificati cercano di condizionare in modo ingannevole la scelta di chi va ad acquistare i prodotti da portare in tavola”.

Il bisogno di informazioni del consumatore sui contenuti nutrizionali deve essere soddisfatto, ma con chiarezza

Ettore Prandini – presidente nazionale di Coldiretti

L’e-commerce sta crescendo. A quali condizioni potrebbe essere un’opportunità per gli allevatori?

“La spesa media sul web degli italiani ha raggiunto i 595 euro a testa all’anno con un aumento dell’8% nell’ultimo anno, con un andamento destinato a modificare l’assetto della distribuzione commerciale tradizionale. Sul podio dei prodotti più acquistati dagli italiani ci sono però l’abbigliamento e i prodotti di bellezza seguiti dalle vacanze e i viaggi e dai giocattoli ed hobbies. Molto distanziato con un importo di 1,2 miliardi di dollari il settore del “food & personal care” che però con un aumento del 15% è quello che fa registrare l’incremento maggiore nell’arco dell’anno. Per il cibo si registra in realtà una polarizzazione nei comportamenti di acquisto con un numero crescente di consumatori che privilegia il rapporto diretto con i produttori come dimostra il successo dei mercati di vendita diretta degli agricoltori dove hanno fatto la spesa almeno una volta al mese 30 milioni di italiani nel 2017 secondo i dati Coldiretti/Ixè per la fondazione Campagna Amica. In quest’ottica si aprono molte opportunità per tutti gli imprenditori agricoli, allevatori compresi”.

Filiere e prodotti etici col progetto Latte Dop Italia [intervista a Verrascina – Copagri]
17 Gennaio 2019

Franco Verrascina – Presidente Copagri

Franco Verrascina è presidente di Copagri dal 2009. Dal 3 luglio 2018, inoltre, guida il coordinamento di Agrinsieme, che riunisce Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Alleanza delle Cooperative italiane dell’agroalimentare e Copagri, rappresentando oltre i due terzi delle aziende agricole italiane, il 60% del valore della produzione agricola e della superficie nazionale coltivata, con oltre 800mila persone occupate nelle imprese rappresentate.

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

“È indubbio che negli ultimi dieci anni, a prescindere dalla fine del sistema delle quote latte, la produzione lattiero-casearia comunitaria stia crescendo, e questo avviene soprattutto grazie a un’espansione verso nuovi mercati, tra i quali ci sono certamente quelli del BRICS, ovvero di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i quali rappresentano per l’Europa un’opportunità che bisogna continuare a sfruttare, sia in termini di quantità che di qualità.
Negli ultimi anni, infatti, le dinamiche europee stanno mostrando sempre maggiori criticità; nel Nord dell’Europa sembra ci si stia concentrando più sulla quantità, tanto che abbiamo tanto latte per conquistare le commodity di latte in polvere e sottoprodotti proteici, mentre il Sud del Continente, con l’Italia in testa, appare maggiormente concentrato sullo sviluppo della qualità. Riteniamo che, nonostante gli aumenti interni in area BRICS in termini di produzione, i prodotti lattiero caseari italiani possano riscuotere un successo ancora maggiore in termini di sviluppo, visto l’aumento del tenore di vita di queste aree. Questo benessere in aumento, infatti, porterà sempre più spesso i consumatori a ricercare prodotti agroalimentari di qualità, quali appunto le eccellenze lattiero-casearie del nostro Paese”.

L’area geografica che in prospettiva può darci più soddisfazioni è quella del BRICS

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? Le DOP potrebbero essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti?

L’area geografica che sicuramente in prospettiva può darci più soddisfazioni è, come anticipato poco sopra, quella del BRICS, anche se non bisogna trascurare l’America del Nord, così come l’Asia, con gli Emirati Arabi in testa, e l’Oriente.
In questi Paesi tutto il nostro sistema di DOP è all’avanguardia e la continua richiesta di questi ultimi anni lo dimostra. Proprio in questi Paesi, però, nell’ambito di una seria politica che miri allo sviluppo dell’internazionalizzazione, si potrebbe puntare sulla produzione di latte in polvere con determinate caratteristiche, magari per l’infanzia; tale produzione, infatti, sebbene quasi abbandonata da lungo tempo in Italia, potrebbe dare grandi prospettive ai produttori nazionali e comunitari”.

Come potrebbe avvenire questa espansione sui mercati esteri?

“I formaggi duri sono la nostra prima modalità di conquista dei mercati esteri; per questo motivo noi sosteniamo che le politiche di internazionalizzazione vadano migliorate e debbano essere più coraggiose.
In questo senso sostenere e istituire il riconoscimento del Latte “Dop Italia”, come più volte chiesto dalla Copagri, potrebbe rappresentare un aiuto concreto per molti prodotti del segmento formaggi duri italiani 100%, che molta attenzione stanno avendo in questi ultimi due anni. Tale riconoscimento, che non vuole ovviamente andare a condizionare in negativo e togliere valore alla produzione di Grana Padano e di Parmigiano Reggiano, che sono in un certo senso i “principi” dei formaggi italiani nel mondo, servirebbe inoltre a evitare tutte le sperequazioni che ci sono tra le varie Regioni, oltre a soddisfare la “fame di Italia” all’estero”.

Franco Verrascina – Presidente Copagri

L’Olanda ha ridotto il numero di capi e, di conseguenza, la produzione lattiera. Inoltre, per agevolare un percorso di sostenibilità, ha introdotto le quote sui fosfati. Come dovrebbe comportarsi l’Italia?

“L’Olanda è da sempre il paese europeo dove nel settore zootecnico, e in particolare in quelli lattiero caseario e suinicolo, le misure ambientali hanno causato forti criticità. Basti pensare che in un territorio grande meno del doppio di quello della Lombardia vi sono una volta e mezza le vacche di tutta Italia, oltre a milioni di suini.
La Direttiva UE sui nitrati ha quindi obbligato questo Paese a una netta inversione di tendenza sul carico zootecnico, tanto che a livello amministrativo sono state introdotte le quote nitrati, con un mercato in continua ascesa speculativa, che ha svantaggiato gli allevatori con uno scarso capitale-terra; basti pensare, ad esempio, al fatto che il costo per sostenere lo smaltimento dei nitrati è di migliaia di euro all’anno per ogni bovina adulta, con le immaginabili conseguenze che questo comporta per le stalle di medio-grandi dimensioni. In Italia, tranne in alcune particolari zone della Pianura Padana, non si registrano particolari problematiche. Possiamo quindi rivendicare con forza il grande lavoro verso la sostenibilità ambientale e il benessere animale che i nostri produttori stanno sviluppando negli ultimi anni, tant’è che oggi tale fattore è tra i più premianti in tutte le aree a produzione DOP, requisiti richiesti nei disciplinari”.

Il benessere animale al giorno d’oggi è purtroppo un grande costo non riconosciuto dal sistema della catena del valore

Quanto incide il benessere animale nelle stalle da latte? È più un costo o un’opportunità?

“Quanto detto evidenzia come i produttori da molti anni stiano investendo in sostenibilità e benessere animale, anche se questo al giorno d’oggi è purtroppo un grande costo non riconosciuto dal sistema della catena del valore.
Il progetto della Copagri per il riconoscimento del Latte “DOP Italia” va, infatti, proprio nella direzione di costruire filiere e prodotti etici; vogliamo e dobbiamo essere partecipi del sistema virtuoso che fa riferimento all’economia circolare, nel quale i nostri prodotti straordinariamente unici possano essere riconosciuti e valorizzati dal consumatore, non solo italiano ma mondiale”.

 

I formaggi del Trentino vanno esportati [intervista]
29 Novembre 2018

Franco Morandini
Predazzo, Trento – ITALIA

L’allevatore Franco Morandini

Azienda Agricola Morandini Franco.
Capi allevati: 150 | 50-70 in lattazione.
Ettari coltivati: 46.
Destinazione del latte: Puzzone di Moena Dop e altri formaggi tipici locali.

Un marchio sui prodotti di montagna come valore aggiunto per il prodotto e per il paesaggio: il rilancio del settore lattiero caseario Trentino passa (anche) da qui, secondo Franco Morandini, allevatore di Predazzo, nella alta Val di Fiemme.
Appassionato di sci e alpinismo (e come potrebbe essere altrimenti?), 56 anni, è alla guida dell’azienda agricola insieme al fratello Alberto e al nipote Matteo: 150 i capi allevati, prevalentemente di razza Pezzata Rossa e Bruna.
Nel 2008 l’azienda è stata spostata da Predazzo a Bellamonte per motivi logistici: la vecchia stalla di famiglia, attiva da oltre 40 anni, si trovava infatti proprio al centro del paese, con tutti gli inevitabili problemi legati allo smaltimento dei reflui.
La stalla è un serbatoio per formaggi di qualità. Il latte ottenuto, infatti, è conferito interamente alla Latteria sociale di Predazzo e Moena per la produzione del Puzzone di Moena Dop e altri formaggi tipici locali.

Solo con i fondi non si va molto lontano, se manca l’etica e lo sguardo al mercato

Come vede il futuro della zootecnia da latte in quest’area?

“Credo sia legata a due fattori: da un lato i finanziamenti europei, indispensabili, e dall’altro la politica regionale, che deve necessariamente indirizzare gli agricoltori verso strade corrette. Solo con i fondi non si va molto lontano, se manca l’etica e lo sguardo al mercato”.

In che senso?

“Se da un lato noi abbiamo l’obbligo di continuare a fare un prodotto di qualità, salvaguardando l’ambiente, dall’altro all’Unione Europea e alla politica spetta il compito di valorizzare quello che facciamo, non limitandosi semplicemente a erogare finanziamenti a pioggia. Ecco che un buon modo potrebbe essere quello di creare un marchio unico riservato ai prodotti di montagna, che trasmetta l’idea della genuinità e della salubrità dell’ambiente”.

La promozione può fare la differenza?

“Indubbiamente sì. Noi come cooperativa ci affidiamo a Trentingrana, sia per la pubblicità che per la promozione generale dei prodotti trentini. I risultati sono buoni, ma ci sono ancora margini di miglioramento”.

In Trentino ci sono tanti buoni prodotti: perché allora non puntare sull’export?

In che direzione?

“In relazione alla gestione della produzione, alla commercializzazione e alle vendite. L’80% del prodotto è venduto, infatti, in Trentino: bene, dico io, ma si può fare di meglio. Ci sono tanti buoni prodotti e i contadini del territorio lavorano bene: perché allora non puntare sull’export? Basta seguire l’esempio del vino, che ha saputo varcare i confini locali e spaziare”.

Analogamente, un’altra spinta può arrivare dal turismo, non crede?

“Esatto. La sinergia col turismo è fondamentale. Il turista conosce i prodotti attraverso il territorio, per questo può essere considerato, a ragione, un veicolo di promozione a costo zero. Anche per questo motivo non possiamo permetterci di trascurare il nostro ecosistema: chi viene da noi in vacanza cerca malghe e rifugi, vale a dire tutto quello che è ancora autentico e legato alla tradizione del posto. Lo deve trovare e, inoltre, deve poter vivere un’esperienza che lo emozioni. Solo così sarà un sostenitore delle nostre montagne e dei nostri prodotti”.

Bisogna partire dalla cooperazione per modernizzare, servono esperienza e professionalità per restare a galla

La cooperazione può essere applicata anche al contesto montano?

“Certo. La cooperazione è una grandissima cosa, se gestita bene; se viziata dai finanziamenti, si rischia invece di finire in un vicolo cieco. Per il nostro comparto esiste il Consorzio dei Caseifici sociali e dei produttori latte trentini (CON.CA.S.T.), nato nel 1951 come consorzio di secondo grado tra i caseifici sociali del Trentino. Al momento si occupa prevalentemente di analisi e commercializzazione, oltre ad affrontare e gestire le problematiche comuni del settore. Ne fanno parte tutti i contadini di Predazzo, che sono una decina di aziende. È da lì che bisogna partire per modernizzare, perché il mondo corre veloce e servono necessariamente esperienza e professionalità per restare a galla”.

Azienda Agricola Morandini Franco

Franco Morandini è intervenuto nell’incontro “La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina” del 10 Novembre 2017. Esplora i punti salienti dell’evento!

Bisogna distinguersi per essere competitivi [intervista]
29 Maggio 2018

Milady Cortese
Conco, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Milady Cortese

Azienda Agricola Fattoria Cortese.
Capi allevati: 130 | 70 in lattazione.
Ettari coltivati: 70.
Destinazione del latte: lavorazione in malga.

“Se non ti distingui, difficilmente puoi essere competitivo coi supermercati sul fronte dei prezzi. Bisogna proporre un prodotto diverso. Noi abbiamo la fortuna di avere una malga, produrre con standard di qualità che il consumatore non solo riconosce, ma può controllare di persona visitando il nostro spaccio. E da questa estate avremo anche l’attività agrituristica”.

Milady Cortese, 32 anni, è stata la prima dei fratelli ad abbandonare il lavoro sedentario per abbracciare la professione di famiglia, nell’azienda a Conco (Vicenza), uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago. Oggi, ad affiancare il papà Maurizio, oltre a Milady ci sono i fratelli Davide (30 anni, che si occupa della promozione dell’azienda attraverso i social ed il sito internet e che sarà responsabile dell’agriturismo) e Michele (28 anni, impegnato nella produzione di formaggi nel periodo estivo e di insaccati nel periodo invernale).
Milady Cortese, al lavoro per cinque anni in uno studio commercialista, si occupa della parte commerciale ed amministrativa. Anche i fratelli hanno scelto di lavorare nell’azienda di famiglia dopo altre esperienze. “Davide è perito tecnico informatico e ha lavorato per 7 anni in Diesel a Marostica, mentre Michele dopo aver conseguito anche lui il diploma di perito tecnico informatico ha lavorato in un’azienda di schede elettroniche a Lusiana”.

Parliamo un po’ dei numeri dell’azienda.

“La stalla principale è a 600 metri di altitudine, mentre la malga si trova in località Val Lastaro a 1.050 metri ed è una delle prime malghe che si trovano quando si sale verso Asiago. È l’unica malga dell’altopiano ad avere il riconoscimento di idoneità CE, che consente la commercializzazione in tutto il territorio nazionale ed anche all’estero. Io seguo la parte commerciale ed amministrativa dell’azienda ed i due punti vendita in malga e in pianura. Quanto ai numeri, alleviamo circa 130 bovine, delle quali 70 in lattazione. La mandria è composta da circa il 65% di capi di razza Frisona e dal 35% di razza Bruna, negli anni abbiamo cercato di migliorare la percentuale di grasso e proteine per aumentare la qualità del nostro formaggio. Coltiviamo 55 ettari a pascolo ed altri 15 ettari a prato”.

Come mai il ritorno alla terra?

“Tra i fratelli sono stata la prima a “tornare”, cercavo il contatto con la gente, il ritorno alla natura e soprattutto ero stanca della sedentarietà. Mi piaceva il lavoro di prima, ma volevo cambiare stile di vita”.

Quanto latte producete e come lo valorizzate?

Produciamo circa 18-20 quintali in malga e nella stalla in pianura un po’ di più. Da giugno ai primi di ottobre, in malga, trasformiamo tutto il latte e facciamo due lavorazioni al giorno. Produciamo Asiago pressato, mezzano, vecchio e stravecchio, quest’ultimo dopo i 18 mesi di stagionatura è un presidio Slow Food, richiesto da negozi di nicchia e ristoratori. Proponiamo anche una gamma di freschi, come ricotta, stracchino, tosella e caciotta. Da due anni, inoltre, abbiamo inaugurato la produzione di yogurt, budino e panna cotta”.

Chi sono i vostri clienti?

Il latte di alpeggio è migliore dal punto di vista nutritivo, grazie ad una presenza maggiore di Omega 3

“Gente che apprezza la qualità. Sono consumatori attenti agli aspetti nutrizionali, che si informano, che sanno ad esempio che il latte di alpeggio è migliore dal punto di vista nutritivo, grazie ad una presenza maggiore di Omega 3. L’alimentazione al pascolo determina poi un incremento nel latte dell’acido linoleico coniugato, un particolare acido grasso polinsaturo, definito essenziale, che appartiene al gruppo degli Omega 6. Chi acquista da noi lo fa per questo, ma anche per il territorio, l’ambiente, la storia. E poi si sa che il formaggio ottenuto in malga ha tutto un altro sapore”.

Cosa fate con i maiali?

“Salumi di qualità. Non usiamo conservanti né antiossidanti, per avere un prodotto genuino e naturale al 100%. Nell’alimentazione dei maiali utilizziamo anche il siero di latte derivante dalla produzione del nostro formaggio, abbiamo così un ciclo produttivo completo, ecologico e senza scarti.
Produciamo salami, soppresse, pancette, ossocolli, cotechini e salsicce”.

Multifunzione: siete contenti del fotovoltaico e della vendita diretta?

Esportiamo il nostro prodotto in Svezia, Francia, Inghilterra, Spagna, Cina, Singapore e Giappone

“Sì. Il fotovoltaico l’abbiamo installato nel 2010. Non siamo completamente autosufficienti, ma abbiamo abbattuto i costi di esercizio. Quanto agli spacci aziendali, quello in malga è attivo dal 2003, quello nella sede invernale dal 2012, ed ora è stato appena rinnovato. Dal 2006, come detto prima, abbiamo ottenuto il riconoscimento di idoneità CE e quindi anche l’accreditamento all’export, infatti attualmente, tramite un distributore che lavora con ristoranti e negozi di nicchia, esportiamo in nostro prodotto il Svezia, Francia, Inghilterra, Spagna, Cina, Singapore e Giappone. Per noi è un partner fondamentale, perché è riuscito a dare valore al nostro formaggio, che ha peculiarità diverse rispetto ad altri, e questo ci viene riconosciuto anche in termini economici”.

Quali sono stati gli investimenti più recenti?

Credo che l’ospitalità rurale sia una grande opportunità per promuovere i prodotti ed il territorio

“Abbiamo acquistato macchine per tritare ed insaccare la carne dei nostri salumi, un trattore, alcune macchine per la fienagione e poi cucina e tavoli per l’agriturismo in malga, di prossima apertura. Credo che l’ospitalità rurale sia una grande opportunità per promuovere i prodotti ed il territorio. Non dimentichiamo che l’Altopiano di Asiago ha una grande storia, anche grazie a Mario Rigoni Stern”.

Cosa state facendo per il benessere animale?

Stiamo investendo. Dagli anni novanta abbiamo la stabulazione libera. Abbiamo inserito il rullo per consentire alle bovine di grattarsi e pulirsi. È anche un antistress, perché abbiamo notato che si divertono. Fra gli investimenti recenti abbiamo cambiato la sala di mungitura: oggi abbiamo nove postazioni a tandem, che permettono operazioni più rapide con gli animali. Un anno fa abbiamo rifatto i box per le vitelle, inserendo il nastro per la pulizia del pavimento, una soluzione che garantisce maggiore pulizia in stalla. Sempre sul versante del benessere animale abbiamo montato due grandi ventole per ridurre l’ammoniaca e dare sollievo agli animali quando c’è caldo”.

Nel tempo libero cosa fai?

“Gioco a calcetto. È una mia passione fin da quando ero piccola. È più tecnico rispetto al calcio e pur avendo il campo più piccolo corri molto di più. Giocando in una superficie più dura rispetto all’erba però è più facile farsi male, infatti ora ho un legamento della caviglia rotto”.

Azienda Agricola Fattoria Cortese

 

Il futuro sarà nel segno del Grana Padano [Intervista]
1 Agosto 2017

Stefano Pasquali
Torre De’ Picenardi, Cremona – ITALIA

L’allevatore Stefano Pasquali

Azienda Agricola Pasquali Stefano E Gamba Cinzia.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati: 220.
Destinazione del latte: Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari (Latteria Soresina).

“Il costo attuale della razione alimentare delle vacche in lattazione è di 5,05 euro per capo al giorno. Tenuto conto che la produzione è di 33 chilogrammi per capo al giorno, l’uscita per l’alimentazione delle bovine in mungitura è di 0,152 euro al chilo”.

Quello che per Stefano Pasquali – 40 anni, allevatore di Torre de’ Picenardi (Cremona), che conduce insieme al fratello Luigi un’azienda da 220 ettari (coltivati a mais, erba medica e su 70 ha a mais di secondo raccolto) e con una mandria di 650 capi (300 in mungitura), gestita con l’aiuto di cinque dipendenti a tempo pieno e uno a part time – è una normale attenzione alla gestione oculata della stalla, per conoscere nella realtà quanto spende per alimentare le vacche, non lo è forse per tutti.

“Negli ultimi anni ho inserito in razione il frumento insilato – precisa – con buoni benefici in termini di ingestione, soprattutto nel periodo estivo; inoltre, sono migliorati i parametri qualitativi del latte, in particolare il grasso”.

Il latte (36.723 quintali, al 3,81% di grasso e al 3,46% di proteine) è conferito alla Latteria Soresina, per la produzione di Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari. Quello che è importante, però, è conoscere quanto costa l’alimentazione delle bovine, variabile che incide non poco sui bilanci aziendali.

Stefano Pasquali non utilizza la formula più o meno standard presente in quasi tutti i programmi di razionamento forniti dagli alimentaristi, “perché determinano in automatico i costi della razione, ma spesso portano a calcoli approssimativi, in quanto non tengono adeguatamente conto dei reali livelli di ingestione degli animali”.

Ecco che l’allevatore cremonese si è creato un proprio foglio Excel, dove inserisce tutti i costi di produzione. Una pratica adottata da anni, tanto che nel 2009 in un’intervista dichiarava: “La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci”. E allora i numeri dell’azienda Pasquali erano diversi: 480 capi in stalla e 130 ettari coltivati.

Da allora, il corpus aziendale di Torre de’ Picenardi si è ammodernato, con una sala di mungitura 12+12 in parallelo, con mungitura posteriore e un impianto per la produzione di biogas da 625 kw, alimentato con liquame bovino, pollina di un allevamento avicolo vicino e insilato di mais. “In peso parliamo di 30 tonnellate di liquami, 2,5 tonnellate di pollina e 25-26 tonnellate di insilato di mais – riassume Pasquali -.

Il digestato viene utilizzato tutto in campagna e consente di confinare l’urea chimica intorno al 30-40% dell’azoto totale impiegato nei campi.
Gli ultimi investimenti sono andati in direzione di un ampliamento aziendale, ma con attenzione al benessere animale. Nel 2014, infatti, sono stati installati nuovi impianti di ventilazione in stalla e posizionate nuove cuccette con materassini in lattice, grazie a una nuova struttura.

Per ora nessun investimento in agricoltura di precisione. “Ci vuole una dimensione aziendale adeguata per poterli giustificare e serve anche un parco macchine adeguato – afferma -. Non li escludo a priori, comunque, vedremo in futuro”. In standby anche l’irrigazione a goccia: “L’avevamo presa in considerazione, ma i costi erano ancora troppo sbilanciati rispetto ai sistemi a pioggia”.

Ed è questione di costi anche la conversione al biologico. “Non siamo interessati a passare al bio – ammette – ma sappiamo che per alcuni può essere un’opportunità. Bisogna, naturalmente, valutare se i maggiori costi produttivi sono compensati dalle entrate”.

Il futuro, secondo Stefano Pasquali, sarà per gli allevatori del distretto incentrato sempre più nel segno del Grana Padano. “È il prodotto che ad oggi garantisce la remunerazione migliore rispetto alla media degli altri prodotti lattiero caseari – osserva -. Inoltre, è un mercato contingentato e ha margini di miglioramento a livello di internazionalizzazione”.

La filiera, dunque, è chiamata a leggere i conti, confrontare entrate e uscite e, magari, valutare alleanze per conquistare spazi all’estero. “La Latteria Soresina ha una grande storia di aggregazioni e fusioni – conclude -. Se ci sono le condizioni per creare intese per l’export, fra cooperative o insieme all’industria di trasformazione, non vedo perché no. La dimensione è importante e presentarsi in due al posto di cinque più piccoli, è economicamente più vantaggioso”.

Stefano Pasquali presso la sua azienda agricola

Sopravvivenza delle stalle: il benessere animale sarà determinante
3 Aprile 2017

Floriano De Franceschi
Castelgomberto, Vicenza – ITALIA

L’allevatore Floriano De Franceschi

Azienda Agricola De Franceschi Floriano.
Capi allevati: 110 | 50 in mungitura.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Asiago DOP d’Allevo
(caseificio cooperativo Villa).

“Vada su Youtube e digiti De Koeientuin, poi guardi il video: vedrà come saranno le stalle del futuro, con ampi spazi liberi, piante e verde in stalla, nessun tipo di cattura, niente cuccette, possibilità di movimento per gli animali. Piaccia o no, andremo in quella direzione e sarà una delle risposte per produrre latte di migliore qualità, aumentare il benessere animale e rispondere ai continui attacchi degli animalisti, che rivolgono accuse a noi allevatori molto spesso ingiuste”.

L’invito a collegarsi a Youtube è di Floriano De Franceschi, 53 anni, presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Vicenza e di quella regionale del Veneto. Nella sua azienda a Castelgomberto, paese del quale è stato anche assessore, alleva 110 bovine di razza Frisona italiana, delle quali 50 in lattazione.

Nel 2016 ha prodotto 5.300 quintali, con una media annuale di 105 quintali per vacca (grasso 3,64%, proteine 3,26 per cento). La mungitura avviene tramite robot, che il presidente dell’Arav ha introdotto in stalla 10 anni fa.

Il latte prodotto è conferito al caseificio cooperativo Villa per la produzione di Asiago d’allevo, ottenuto con latte di bovine alimentate a secco. I soci del caseificio sono 15.

Appassionato di tecnologia (“è il mio hobby”, dichiara), De Franceschi accanto al benessere animale raccomanda come soluzioni la cooperazione, concetto astratto che ha molte declinazioni concrete e va ben oltre il conferimento del latte, ma coinvolge anche l’idea del cosiddetto sharing, la condivisione.

“Tra proprietà e affitto conduco 50 ettari a prato; ai miei foraggi aggiungo il miscelone che acquisto. Ho rinunciato interamente al mais”.

Perché?
“È poco remunerativo e c’è il rischio delle aflatossine. Se non facciamo i conti in stalla rischiamo di lavorare a vuoto. È inutile che l’allevatore paghi affitti anche da 400 euro per ettaro, se non riesce ad andare in pareggio”.

Quale soluzione propone?
“Bisogna che gli allevatori si mettano insieme, magari individuando un capannone per stivare la miscelata comune. Dovremmo come allevatori occuparci della stalla, ma condividere le informazioni e i sistemi di alimentazione, ridurre attraverso modalità di cooperazione i costi di gestione. L’informazione è uno strumento fondamentale per la gestione delle aziende”.

Esiste TESEO by Clal. Perché non usarlo?
“Lo usiamo ed è molto utile. Bisogna estendere il modello informativo alle fecondazioni, le zoppie, gli aborti. Serve trasparenza e condivisione dei dati. Come Associazione italiana allevatori possiamo contare sul sistema Si@lleva, che raccoglie dati su scala nazionale, relativi a un milione di capi, tanti quanti sono quelli controllati negli Stati Uniti. Dobbiamo fare in modo che i risultati elaborati tornino agli allevatori, magari anche attraverso TESEO”.

Quali sono le informazioni più utili?
“La genomica sta facendo notevoli passi avanti, ma non farei una classifica. Per avere un quadro d’insieme efficiente è imprescindibile poter avere informazioni legate alle fecondazioni, ai costi di alimentazione, all’efficienza energetica, alla fertilità. In Veneto sui controlli funzionali facciamo il Bhb, che rivela l’acidità ruminale e individua eventuali disguidi metabolici. I dati sono la chiave per valutare l’efficienza dell’azienda. Bisogna elencarli tutti, per eliminare i comportamenti superflui e dispendiosi, anche gli stipendi del titolare e dei familiari, elementi molto spesso non contemplati nei conteggi. Condividere i dati fa parte di questo processo”.

Se parliamo di sostenibilità nella produzione di latte, a cosa pensa?
“Penso innanzitutto a quella economica e, come dicevo, fare i conti e confrontarli fra gli allevatori è un passo importante. Poi penso al benessere animale, una richiesta che proviene compatta dai consumatori e che non possiamo assolutamente ignorare. Sarà una variabile determinante per la sopravvivenza, non deve essere sottovalutata”.

Come Arav come vi state organizzando?
“Abbiamo in programma corsi di formazione, per insegnare le buone pratiche di allevamento in chiave di animal welfare”.

Il prezzo dell’Asiago non è dei migliori, che suggerimenti può dare al Consorzio, che ha avviato un programma di promozione importante?
“Ci vorrebbe una rete di promozione e vendita più ramificata, che oggi manca. L’offerta di vendita dovrebbe essere centralizzata, per promuoverlo meglio ed esportare, senza dimenticare una rete regionale. Come Asiago dobbiamo fare i conti con una concorrenza marcata dei cosiddetti similari. Nel nostro caseificio produciamo 150 forme al giorno e abbiamo un’alimentazione a secco come nel Parmigiano-Reggiano, non facciamo uso di lisozima, eppure non riusciamo a essere incisivi, schiacciati anche da un numero elevato di prodotti similari, che deformano il prezzo al ribasso. Stiamo producendo forse troppe forme”.

Cosa fare, dunque?
“Esportare di più. È l’unica soluzione”.

L’etichettatura secondo lei può modificare qualcosa?
“Per l’Asiago no, perché le Dop dovrebbero già utilizzare il latte prodotto nel comprensorio. In generale invece sono convinto che servirà”.

L’innovazione nei formaggi DOP è possibile? [video]
10 Agosto 2016

Presidenti & Casari 2016: insieme per produrre DOP in modo efficiente

Innovazione e distintività, nuove tecnologie di scrematura, sinergie tra i Consorzi, sono alcuni degli argomenti trattati durante l’incontro “Presidenti & Casari: Insieme per produrre DOP in modo efficiente” tenutosi a Sermide (MN) Venerdì 10 Giugno 2016.

Alla presenza di Presidenti e Casari di alcune latterie produttrici di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, si sono tenute le seguenti relazioni:

Il video introduttivo propone i momenti salienti dell’incontro.

Consulta le presentazioni:

Dr. Riccardo Deserti, Direttore Consorzio Parmigiano Reggiano
01 - Come accrescere la distintività dei formaggi duri D.O.P.
Dr. Riccardo Deserti, Direttore Consorzio Parmigiano Reggiano
pdf 403 KB | 376 clicks
Dr. Dario Casali, Specialista dairy DuPont Danisco
02 - La ricchezza in Grana Padano e Parmigiano Reggiano di minerali buoni per la salute
Dr. Dario Casali, Specialista dairy DuPont Danisco
pdf 1 MB | 467 clicks
Prof. Germano Mucchetti, Università degli Studi di Parma
03 - L’innovazione nella tecnologia casearia per i formaggi D.O.P. duri italiani
Prof. Germano Mucchetti, Università degli Studi di Parma
pdf 217 KB | 389 clicks
Dr. Stefano Berni, Direttore Consorzio Grana Padano
04 - Caseificio, compatibilità fra la trasformazione del latte in D.O.P. ed altre destinazioni
Dr. Stefano Berni, Direttore Consorzio Grana Padano
pdf 810 KB | 353 clicks

Con l’obiettivo di comunicare la distinitività dei formaggi DOP italiani, CLAL propone una istantanea degli allevamenti e dei caseifici associati ad alcuni Consorzi di Tutela, organizzati per altimetria e forma societaria. La pagina web è raggiungibile cliccando sulla seguente immagine.

Formaggi DOP italiani: Aziende Agricole associate, per altimetria
Formaggi DOP italiani: Aziende Agricole associate, per altimetria

Il sapere della campagna, la scuola, l’innovazione [video]
8 Luglio 2016

Zena Roncada - Conoscere (a) Sermide

Parlando di Sermide (MN), la Professoressa Zena Roncada racconta il costante impegno di una piccola ma al contempo grande città italiana verso l’innovazione ed il sociale.

Riportiamo per intero il video del bellissimo discorso introduttivo all’evento “Presidenti & Casari” 2016, nel quale Zena comunica il fermento scaturito dall’unione del sapere “della campagna e della scuola”, e la vitalità culturale della città in cui CLAL è nata e tuttora opera.

Guarda i video highlights dell’incontro cliccando qui.

Di seguito un adattamento scritto dell’intervento, di piacevole lettura.

Conoscere (a) Sermide

Conoscere Sermide oggi, con i suoi 6mila abitanti e qualcosa in più, significa incontrare una realtà che viene da lontano, che ha sulle spalle molta storia e speriamo, davanti a sé, molto futuro.

Sermide esiste da 15 secoli.

Autorevoli fonti ci dicono che è stata feudo imperiale nel medio evo, e poi presidio gonzaghesco con il suo castello di cui l’ultima torre è testimonianza, ha vissuto il Risorgimento, schierandosi contro gli austriaci nel ’48, quando tutta Europa era attraversata dal fermento contro l’assolutismo e da una profonda esigenza di rinnovamento. E’ stata poi incendiata per ritorsione, il 29 luglio 1848 dello stesso anno e, per la sua ribellione, meriterà 50 anni dopo, dal regno d’Italia nato dal risorgimento, la medaglia d’oro sul gonfalone e l’appellativo di città.

Ed è stato dopo l’Unità d’Italia che Sermide ha conosciuto un vigore civile che ha lasciato un segno importante, sia sul piano sociale sia sul piano culturale.

Gli anni dal 1867 al ‘70 segnano tappe fondamentali.

Viene fondata la Società Operaia Maschile di Mutuo Soccorso avente per finalità il reciproco aiuto fra i soci in caso di malattia e il supporto economico ai bisognosi in caso di vecchiaia o di invalidità. Svolgerà la sua attività fino agli anni ’40. E questo certifica la propensione ad un volontariato attivo che è ancora oggi la marca più rilevante della nostra comunità.

Viene istituito un Comizio Agrario volto a perseguire “il miglioramento agrario del paese e diffondervi le pratiche migliori”. E questo indica la vocazione agricola della nostra zona e la volontà di progredire.

Viene fondata una Scuola serale gratuita per adulti finanziata dal Comune e viene creata una Biblioteca Popolare Circolante. E questo accredita un’attenzione precoce alla necessità di imparare, invertendo la rotta dell’analfabetismo.

Anni di fervore in cui pubblico e privato collaborano e l’amministrazione è supportata da un gruppo di professionisti (medico in testa) che si impegnano per il bene comune e anche questo tratto ricorda il nostro presente. Il risultato è nelle cose: l’apertura di quattro asili infantili e stanziamenti a favore delle Scuole Elementari.

Insomma l’amore per il sapere e per il conoscere viene da lontano, coniugato da un lato con il sapere pratico, tutto contadino, dall’altro con l’attaccamento all’idea che la scuola è un bene necessario, che a scuola occorre andare.

Due fonti del sapere, dunque: la campagna e la scuola.

Il mondo agricolo, che ha sempre usato l’orologio del cielo e della natura come bussola in ogni stagione per le attività nei campi, negli orti, nei giardini e per l’allevamento degli animali, ha fissato nella memoria collettiva un sapere incancellabile. L’ha fatto attraverso i proverbi e i riti, i gesti e le formule, spendibili al bisogno come contributo all’essere e al fare.

La scuola ha aperto tante strade, ben percorse dai sermidesi che abbiamo prestato all’insegnamento, alla ricerca, alla scienza, qui e altrove.

La speranza è che adesso i saperi prodotti dalla scuola tornino sempre più frequentemente a dialogare con il mondo del fare, perché producano INNOVAZIONE.

Innovazione è un termine complesso: suggerisce una direzione (in) verso la quale procedere e, insieme, rimarca un’azione che nel suo cuore ha il nuovo (nov), luogo e fine a cui tendere e per cui operare, attivamente.

Innovare significa, dunque, sia un orientamento del pensiero (uno stare dalla parte del nuovo) sia un processo (un andare verso il nuovo, produrlo, costruirlo), entrambi capaci di coniugarsi con la politica, con la tecnologia, con l’economia, con la cultura, sul comune filo del cambiamento.

Nuovo, a sua volta, è quanto è appena nato o ancora non c’è, tutto da inventare, da prefigurare, da sperimentare, da provare: per questo va d’accordo con l’idea di presente e con l’idea di futuro.

E’ dalla botanica, comunque, che giunge la ricarica di senso più fruttuosa.

Nel linguaggio botanico, innovazione è il ramo giovane della pianta e, più propriamente, il germoglio basale delle graminacee, ‘butto’ che nasce proprio alla radice e traduce l’essenza della pianta in un nuovo che ha l’impronta di ‘ieri’ ma trasmette a ‘domani’ la sua vitalità, in un processo di crescita: da vita a vita.

E allora piace pensare che questo sia proprio quello che ha fatto e sta facendo Angelo Rossi (mi auguro sia un modello di esportare): a diretto contatto con le fondamenta del suo sapere, nato dal fare, dalla sua sostanza viva, dalla storia sua e di suo padre, ha fatto germogliare la spinta verso strade ancora non percorse.

Ecco, penso che vivere a Sermide significhi anche questo e possa consentire, magari proprio qui, in questo luogo, l’innesto del nuovo sull’antico Comizio Agrario, verso metodi e strumenti ancora da provare, fra continuità di valori e disponibilità al cambiamento.

L’innovazione, infatti, non è la pars destruens di un processo, ma è apertura consapevole, critica e costruttiva del processo stesso: una forza innovatrice, che contiene in sé il passato “degno di svolgersi e perpetuarsi”, è ricerca che riceve e sviluppa con congruenza il nucleo vitale dell’intero organismo.

Vi auguro una buona, innovativa giornata di lavoro.

Zena Roncada