La strategia del Prosciutto San Daniele [Intervista al Pres. Villani]
20 Luglio 2023

Giuseppe Villani

Giuseppe Villani – Presidente del Consorzio del Prosciutto di San Daniele

Giuseppe Villani è il presidente del Consorzio del Prosciutto di San Daniele Dop, una delle eccellenze della salumeria italiana, con numeri contenuti e una tradizione che è riuscita a sposarsi con una qualità elevata e costante. TESEO lo ha intervistato.

Presidente Villani, quali sono le prospettive per il Prosciutto di San Daniele?

“Le prospettive sono abbastanza stabili, non ci sono fughe in avanti né appesantimenti eccessivi. Ma anche il San Daniele risente dell’eccessivo costo delle cosce e del mercato, che ha un po’ rallentato a causa dell’andamento dei prezzi”.

Siamo appena entrati nella stagione turistica per eccellenza, l’estate.

Il turismo è anche un traino per l’export

“Se avremo un’estate sufficientemente asciutta, potremo contare su una delle voci più solide della nostra economia. Il turismo, non dimentichiamolo, è anche un traino per l’export e siamo bravissimi ad accogliere i turisti esteri con offerte diversificate, a partire dalla ristorazione di alto livello. Gli stranieri sono particolarmente attratti dai nostri prodotti a Denominazione di Origine Protetta”.

Però?

“Però i costi di produzione non sono mai stati così alti. A memoria, forse qualche anno fa raggiungemmo il prezzo di 5,50 euro al chilogrammo per la coscia, ma fu una puntata e basta. Questa volta il trend si sta mantenendo molto elevato da mesi. Penso che tutti si aspettino un rallentamento del mercato: il prezzo del prosciutto stagionato è fermo e per ora non si spuntano prezzi più alti, necessari per remunerare il costo della coscia e della stagionatura.”

Che cosa ci si deve attendere?

“Potremmo forse nei prossimi mesi sperare in un rimbalzo del prezzo, ma oggi i produttori sono in sofferenza. E questa situazione sta creando molta preoccupazione per la remuneratività. In questa fase solo l’allevamento sta spuntando prezzi in grado di garantire margini di guadagno, perché la situazione sanitaria a livello europeo sta contenendo le produzioni. E quando aumenterà nuovamente la disponibilità di capi, avremo allora una riduzione dei prezzi. Ritengo che con il calo dei costi di produzione si possa anche pensare a una strategia di filiera e fare in modo che il prezzo del suino possa equilibrarsi. Forse lo vedremo nel 2024”.

Qual è il punto di forza del San Daniele?

La costanza produttiva è una garanzia

“Penso che i punti di forza siano essenzialmente due e cioè che siamo di fronte a un prodotto che ha raggiunto una buona stabilità e soprattutto una buona costanza qualitativa. Chi acquista e chi consuma sono persone diverse, ma sanno di essere alle prese con un prodotto mediamente di alto livello, che non presenta variabilità organolettiche e qualitative, che sono percepite al contrario come un fattore di instabilità. La costanza produttiva è una garanzia”.

In che modo intercettate i consumatori più giovani?

“I giovani non hanno una grande predisposizione verso il San Daniele, perciò la nostra attività di marketing è rivolta alla convivialità. Da due anni facciamo manifestazioni itineranti nei bar, una formula che abbiamo ribattezzato “Aria di Festa”, con abbinamenti del San Daniele con grissini, Prosecco o vini del territorio. una scelta vincente sia per il gestore, perché propone qualcosa di nuovo, sia per il consumatore, perché il costo è calmierato. In questo modo intercettiamo i consumatori più giovani”.

Come sta andando l’export del Prosciutto di San Daniele? Avete paesi o zone target e campagne mirate per il 2023-24? Qual è il canale di vendita che privilegiate, all’estero?

All’estero ci muoviamo spesso affiancati

“In questa fase l’export dei prodotti di qualità, in particolare i prosciutti di Parma e San Daniele, sta un po’ soffrendo. All’estero ci muoviamo spesso affiancati, perché non abbiamo una forza d’urto importante. Anche se siamo meno conosciuti del Prosciutto di Parma, abbiamo una discreta presenza, tenuto conto che le aziende del Prosciutto di San Daniele hanno spinto meno all’estero rispetto al Parma e anche come Consorzio abbiamo una forza finanziaria minore. Siamo anche un prodotto di élite e non possiamo illuderci di avere i numeri di un prodotto di massa. Nonostante ciò abbiamo una buona presenza negli Stati Uniti, in Australia, in Europa, ma ora non c’è un incremento di vendite a causa degli alti costi. E all’estero il consumatore è particolarmente attento all’elemento prezzo”.

Quali sono i numeri del Consorzio?

“Produciamo intorno ai 2,6-2,7 milioni di pezzi e ora siamo abbastanza stabili, dopo aver vissuto una fase in cui alcune aziende aderenti al Consorzio hanno cambiato proprietà. Oggi è terminata la fase dei cambiamenti e non ce ne aspettiamo altri”.

Qual è l’obiettivo che avete come Consorzio?

“È quello di incrementare i numeri, ma solo quando troveremo le condizioni economiche che ce lo permettono, perché i costi sono altissimi. Vogliamo però crescere mantenendo elevato il livello qualitativo, consapevoli che abbiamo caratteristiche diverse rispetto ad esempio al suino spagnolo”.

La Spagna, in effetti, ha saputo innescare una crescita particolarmente rapida, accompagnata da un trend massiccio di export.

Puntare a crescere sulla sostenibilità in maniera armonica

“Sì, è vero. Gli spagnoli hanno forza d’urto perché fanno grandi numeri, ma noi non dobbiamo competere con gli spagnoli sul loro terreno. Hanno impostato una produzione di massa, sono vocati all’export, hanno saputo conquistare la Cina con i tagli freschi, ma non dimentichiamo che la Spagna ha un’orografia completamente diversa rispetto all’Italia, hanno grandi spazi, ma la qualità italiana è inarrivabile, glielo garantisco. E noi dobbiamo reclamizzare la nostra qualità, puntando a crescere sul fronte della sostenibilità in maniera armonica: solo così possiamo migliorare l’offerta qualitativa del prodotto nel suo complesso, spingendoci oltre il prosciutto. Un accordo di filiera deve partire dalla sostenibilità e su questo punto dobbiamo essere come trasformatori disponibili a fare la nostra parte, così come anche gli allevatori devono impegnarsi per fare un salto in avanti”.

Un Tavolo di filiera potrebbe essere di aiuto?

“Credo di sì e credo anche che vi siano presupposti per rilanciare politiche condivise su scenari ben definiti. Uno di questi è il Sistema di qualità nazionale sul benessere animale. Non appena ci saranno i regolamenti attuativi, noi del San Daniele inizieremo un percorso improntato alla sostenibilità, innescando così una nuova domanda e un seguito all’interno della filiera”.

Che aiuto può dare una piattaforma come TESEO?

“TESEO è un aiuto per tutti gli operatori, perché ricevono molte informazioni sulle quali è poi possibile impostare calcoli e confronti. È fondamentale conoscere i costi di gestione, i prezzi delle materie prime, il peso delle diverse componenti e i trend di mercato in campo internazionale. Grazie a TESEO e al grande lavoro effettuato in questi ultimi anni dagli istituti di controllo, gli allevatori e i diversi anelli della filiera cominciano ad avere dati statistici nel campo della produzione dei suini e dei prosciutti a denominazione di origine, fin dal momento in cui il suino nasce e viene tatuato. Con TESEO abbiamo una maggiore democrazia di conoscenza”.

Prosciutto di Parma: Consolidare le vendite per un futuro in crescita [Intervista al Pres. Utini]
13 Febbraio 2023

Alessandro Utini – Presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma

Alessandro Utini
Parma

I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.

Presidente Alessandro Utini, come definirebbe l’attuale situazione di mercato?

“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.

Il prezzo della coscia è particolarmente elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo sia per le imprese che per il consumatore?

“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia che regola domanda e offerta”.

Molti settori stanno vivendo una fase di incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di Parma?

Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale

“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.

La produzione di Prosciutto di Parma è in flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul mercato della minore produzione?

“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.

L’export è una delle strade obbligate. Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di incrementare le performance?

Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export

“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.

Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist? Che risultato vi stanno dando queste figure?

“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.

Quando si parla di Prosciutto di Parma, quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È necessaria una segmentazione del prodotto?

“Prendere in considerazione le caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia, Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il Parma”.

Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?

“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.

La suinicoltura italiana dovrebbe forse immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli altri tagli. Che suggerimenti ha?

“Pur ritenendo indispensabile un’azione volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che, per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione del Prosciutto di Parma”.

Abbiamo scommesso sulla biodiversità in stalla [intervista]
15 Febbraio 2022

Angelo Lissandrello - Produttore Latte
Angelo Lissandrello – Produttore Latte

Angelo Lissandrello
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 60, di cui 45 in lattazione
Destinazione del Latte: Ragusano DOP

Nella stalla di Angelo Lissandrello a Ragusa la parola d’ordine è “biodiversità”. Sono tre, infatti, le razze bovine che vengono allevate (Frisona, Bruna e Pezzata Rossa) con una consuetudine che affonda le proprie radici negli anni Novanta.

Un altro punto fermo è legato alla genetica. “Cerchiamo di migliorare la produzione di caseina BB, visto che il nostro latte è destinato alla produzione di Ragusano Dop, le percentuali di grasso e proteina e, fra i parametri ricercati in fase di selezione, non manca la robustezza degli arti e una morfologia dell’animale adatta al pascolo, con una buona rusticità – spiega Lissandrello -. Gli animali che non rientrano più negli obiettivi dell’azienda li incrociamo con tori da carne”.

La stalla ha dimensioni contenute, 60 capi in totale, dei quali 45 in lattazione, numeri sideralmente lontano dalle grandi aziende della Pianura Padana. Angelo Lissandrello, 47 anni, gestisce la stalla e i 50 ettari (20 di proprietà + 30 in affitto) coltivati a foraggio, con una parte lasciata incolta, insieme al fratello Emanuele, che di anni ne ha 42. Non hanno mansioni specifiche, perché “essendo solo in due, dobbiamo essere in grado di fare tutto, quando uno di noi non è presente”.

Come state affrontando i rincari di energia, materie prime e mangimi?

“Tra giugno e ora l’energia elettrica è cresciuta almeno del 40% e i mangimi sono aumentati di circa 6-8 centesimi al chilogrammo. A livello operativo stiamo operando la selezione dei capi e stiamo selezionando i capi, eliminando quelli meno performanti. Stiamo sostituendo il mangime con dei sottoprodotti. Abbiamo integrato la razione alimentare con la barbabietola e abbassato il contenuto di mais fioccato, per ridurre i costi. Abbiamo anche alleggerito la quantità di mangime somministrato”.

E non avete avuto ripercussioni sui volumi?

“No, stiamo producendo la stessa quantità di latte, perché diamo qualche chilo in più di foraggio, avendolo a disposizione”.

Qual è la produzione media per capo?

Preferiamo aumentare benessere e lattazioni rispetto alla resa

“Per scelta, avendo scommesso sulla biodiversità in stalla e facendo molto pascolo, le bovine non vengono spinte al massimo nella produzione, che si aggira di media sui 23-24 chili. Ma preferiamo avere più benessere animale e aumentare il numero di lattazioni che riformare anzitempo gli animali. In stalla raggiungiamo tranquillamente il numero di quattro lattazioni medie e abbiamo bovine di 13-14 anni”.

Che investimenti avete in programma?

“Pensavamo di realizzare un impianto fotovoltaico, ma dobbiamo calcolare attentamente i costi. La taglia che abbiamo individuato in questa prima fase si aggira sui 20 kW, eventualmente potenziabili in una fase successiva”.

Il latte è venduto alla cooperativa Progetto Natura per la produzione di Ragusano Dop, uno dei formaggi simbolo della regione. “Al di fuori però della Sicilia – afferma Lissandrello – purtroppo il Ragusano Dop non è un formaggio molto conosciuto, seppure abbia un fortissimo legame col territorio anche dal punto di vista del periodo di produzione, perché il latte viene lavorato prevalentemente nel periodo delle piogge, fra novembre e aprile, quando gli animali sono al pascolo”.

Lissandrello fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio del Ragusano Dop e ha in mente alcune strategie per rafforzare il mercato che, seppure si tratti una nicchia (nel 2020, secondo i dati Clal.it, la produzione è stata di 210 tonnellate, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente), merita di varcare i territori della Sicilia e del Grande Sud.

“La nostra missione è far conoscere il formaggio prima in Italia e poi all’estero, insistendo a promuovere il prodotto grazie alle ricette locali, magari sfruttando i molti programmi televisivi dedicati alla cucina”.

Il futuro del latte ovino passa per la ricerca [Intervista]
22 Settembre 2021

Diego Mattu
Curcuris (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 750 pecore, di cui 600 in lattazione
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Diego Mattu – Pastore

Diego Mattu è un giovane pastore di 43 anni (appena fuori dalla definizione di “giovane agricoltore”, secondo la Pac), di Curcuris (Oristano). Alleva circa 750 pecore, delle quali 600 in lattazione. In azienda non manca qualche suino, allevato per “uso personale”, cioè per la produzione di salumi e per il porceddu, immancabile tradizione sulle tavole sarde negli appuntamenti di festa.

La materia prima è conferita alla Cao Formaggi, cooperativa di Fenosu (Oristano), che è la cooperativa ovina più grande d’Italia, grazie alla lavorazione di 30 milioni di litri all’anno, prevalentemente per la produzione di Pecorino Romano Dop, anche nelle sue più innovative varietà: lunga stagionatura, tradizionale, basso contenuto di sale, per rispondere ad un mercato sempre più variegato ed esigente. Il 40% del latte viene trasformato in altri prodotti caseari, con una vocazione alla diversificazione che garantisce qualità e redditività.

Qual è il vantaggio di conferire il latte ad una grande cooperativa?

La cooperativa favorisce la crescita degli Allevatori

“In termini economici il vantaggio è dato da un prezzo mediamente più alto rispetto all’industria privata. Per fare un esempio molto concreto: negli ultimi 10 anni il ritorno sul prezzo è stato all’incirca di 10 centesimi al litro in più rispetto al prezzo medio dell’industria. Inoltre, la vita in cooperativa, quando è partecipata, consente una maggiore crescita degli allevatori, grazie al confronto su aspetti comuni”.

Quali sono i canali di vendita privilegiati?

“Essenzialmente la grande distribuzione organizzata, che ci garantisce la collocazione di volumi significativi. Una parte della produzione è esportata, con gli Stati Uniti primo Paese di destinazione”.

È soddisfatto del prezzo del latte?

“Quest’anno sì. Abbiamo ottenuto un acconto di 70 centesimi al litro e il conguaglio sarà il prossimo anno. Stiamo attraversando una fase positiva, anche se una parte dell’aumento dei prezzi se la mangiano il costo del gasolio e delle materie prime, che sono aumentate”.

Ne ha risentito come azienda agricola?

“In parte sì, specialmente all’inizio dell’estate. Ma fortunatamente il contraccolpo è stato relativo, perché riesco a fare molte provviste, pianificando le produzioni interne e gli acquisti. Prima compravo anche da fuori, sul continente, ma da diversi anni il mercato è ormai confinato sull’isola”.

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

Difficile trovare manodopera specializzata

“Gli aspetti più pesanti sono legati alla gestione delle pecore. Devi sempre stare con loro. Dalla mattina alla sera gli animali sono al pascolo, nei momenti più caldi dell’estate le pecore escono di notte e di giorno stanno a riposo all’ombra. In azienda posso contare sull’aiuto di un dipendente e la collaborazione di mio cognato, ma il settore ha necessità di manodopera specializzata, che è difficile da trovare”.

In molte zone dell’Italia, specie se collinari, si sta diffondendo il problema degli ungulati e degli animali selvatici. Nella vostra zona avete avuto problemi con lupi, cinghiali o altri animali selvatici?

“Fortunatamente no”.

Usa droni per monitorare il gregge?

“No”.

Come gestisce il benessere animale?

“L’elemento chiave da osservare per capire lo stato di salute degli animali è se mangiano. Ho una corsia di alimentazione per le pecore, che stanno comunque più al pascolo che in stalla. Il benessere animale lo osserviamo dalla produttività dei capi: quando la pecora sta bene, senza alcuna forzatura nell’alimentazione, tutto procede correttamente”.

Quanto conta la formazione? Come imprenditore di cosa avresti bisogno?

Servirebbero sperimentazione e ricerca

“Servirebbero servizi legati alla sperimentazione agronomica e zootecnica, che tempi addietro venivano svolti dalla Regione o dagli enti pubblici, ma che ora sono un po’ carenti sul fronte della ricerca, probabilmente per mancanza di fondi. Allo stesso tempo manca una ricerca organica e concentrata sulla trasformazione, lasciata oggi alla volontà dei singoli caseifici, ma che ritengo dovrebbe essere sostenuta e guidata dall’ente pubblico”.

Quali investimenti ha fatto di recente o ha in programma?

“Negli ultimi 3-4 anni ho comprato dei terreni e, prima ancora, un trattore e le attrezzature per la lavorazione dei terreni. Ho migliorato le stalle e installato una mungitrice nuova, che ho intenzione di sostituire con una più tecnologica, così da monitorare meglio le produzioni e selezionare meglio i capi”.

A livello di selezione genetica cosa privilegia?

“Rispetto alle vacche la ricerca genetica è indietro anni luce. Secondo me, ma non è solo il mio parere, la selezione vera e propria sulla pecora sarda è ferma da moltissimi anni. Le produzioni medie per capo sono aumentate, è vero, ma ciò è dovuto al modo di alimentare e gestire gli animali, che è migliorato, mentre la selezione in sé è ferma. In Sardegna la maggiore parte delle pecore non sono iscritte a Libro genealogico. Io stesso faccio selezione autonomamente.

Dal mio punto di vista cerco di avere animali produttivi, che si ammalino il meno possibile, con meno problemi di fertilità”.

Ha parlato di acquisto dei terreni. È difficile trovarne?

“I prezzi dei terreni sono in aumento e la difficoltà per un giovane è prevalentemente data dall’accesso al credito, anche se la soluzione è migliorata rispetto al passato. Ma per un imprenditore che intende iniziare da zero, è davvero complicata”.

Come vede il settore fra dieci anni?

“In questi ultimi anni sto diventando un po’ pessimista. Il settore ritengo che nel suo complesso andrà avanti bene, ma allo stesso tempo ci sarà una selezione delle aziende. Solo quelle ben strutturate e organizzate per sopperire alla carenza di manodopera esterna qualificata riuscirà ad avere un futuro. Quanto al prezzo del latte ovino, vedo una maggiore stabilità rispetto alle forti oscillazioni del passato, a patto che vi sia una collaborazione più stretta fra allevatori, trasformatori e distribuzione, partendo naturalmente da una coesione di fondo dei pastori.

Aggiungo che la strada maestra per il futuro non sarà ridurre le produzioni, ma trovare nuovi mercati, favorire produzioni di nicchia, valorizzare il Pecorino Romano con diverse soluzioni produttive, senza uscire dalla Dop, ma valorizzando le diversità e le opportunità. Allo stesso tempo, bisognerà individuare nuovi mercati di sbocco, grazie a politiche di marketing lungimiranti, e in questo il Consorzio potrà essere di grande aiuto”.

Ho scelto di cambiare la nostra vita in meglio [Intervista]
6 Settembre 2021

Paolo Manconi
Ozieri (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 450 pecore in totale
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Roberta e Paolo Manconi – Pastori

“Ero arrivato a un punto in cui i contributi della Pac venivano risucchiati per continuare l’attività aziendale, con una fatica immensa, perché le ore di lavoro erano incessanti, dalla mattina alle cinque, cinque e mezza, fino alla sera alle otto e mezza, con il prezzo del latte che non copriva a volte nemmeno i costi e nessuna prospettiva se non quella di lavorare senza sosta. Ho detto basta e ho preso una decisione rivoluzionaria: passare da due mungiture a una sola giornaliera. Sono così riuscito a riequilibrare le ore di lavoro su ritmi più umani e il calo di produzione di latte non è stato così drammatico. Insomma, anche se qualcuno mi ha preso per pazzo e qualcuno ancora non è convinto del mio passo, voglio ripeterlo ancora una volta: la mia scelta aziendale è stato un cambio di vita in meglio. Avrei voluto avere il coraggio di farlo prima”.

A sentire le parole di Paolo Manconi, allevatore 57enne di Ozieri (Sassari), una vita nei campi (“faccio il pastore da quando ho 12 anni”, dice), viene voglia di applicare la sua teoria di rottura anche in altri campi, “Su connottu”, ripete, che in sardo significa più o meno “si è sempre fatto così”, quasi che la tradizione fosse granitica e inscalfibile come i Nuraghi che rendono unica la civiltà sarda, dove sacrificio e forza di volontà sono a volte più forti della natura stessa.

Al primo posto ho messo la qualità della vita

Ma l’entusiasmo di Manconi è davvero contagioso e non puoi davvero non porti la domanda se lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, come fanno molti allevatori, sia la soluzione giusta. “Al primo posto ho messo il miglioramento della qualità della vita e sono felice di averlo fatto”, ripete.

Partiamo come sempre dai numeri, per raccontare una storia di coraggio, che oggi si declina anche con l’ingresso in azienda della figlia Roberta, laureata in Agraria, che affianca il papà Paolo e lo zio Matteo. L’azienda – 134 ettari, dei quali 40 a seminativi, 53 di tare e il resto a pascolo – conta circa 450 pecore tra adulte e quote di rimonta, per una produzione di latte che nel 2021 dovrebbe attestarsi intorno agli 80.000 litri. Il latte è conferito al consorzio Agriexport di Chilivani (Sassari), di cui Manconi è vicepresidente. Una realtà che trasforma circa 12 milioni di litri di latte in un’ampia offerta di Pecorino Romano (classico, a latte crudo, a basso contenuto di sale) e ha una stretta collaborazione con la cooperativa di Pattada.

I prezzi del latte a 50 centesimi al litro, in picchiata e decisamente non remunerativi, sono stati la molla che lo hanno portato a cambiare prospettiva e a guardare alla gestione aziendale con occhi nuovi. “Mi ritrovavo in sala di mungitura alle otto e mezzo di sera per un prezzo del latte che non garantiva un futuro. ero adirato e avvilito – spiega Manconi -. Oggi i prezzi sono molto diversi e sembra passata una vita, ma non è così”.

E così, l’ex ragazzino che ha sempre preferito leggere e informarsi su tutto quello che capitava, dalle riviste agricole a quelle a carattere scientifico, circa cinque anni fa ha preso una decisione che ha rotto drasticamente quanto era la linea della tradizione. Da due mungiture al giorno a una sola. “Una scelta che ho mutuato grazie alla passione per la scienza e per il futuro, se non avessi letto con assiduità non avrei avuto la visione per cambiare”.

Come è cambiata la vita e quanto lavora oggi?

“Oggi siamo in due ad operare in azienda: io e mia figlia Roberta, con mio fratello Matteo in pensione, che comunque ci dà una mano. Iniziamo più o meno alle 5:30 e alle 9 del mattino abbiamo terminato la fase di mungitura e gestione della mandria”.

Come organizzate il resto della giornata?

È un mondo che si apre

“L’azienda è grande e c’è sempre da fare, ma una volta alleggerita la parte zootecnica e di cura degli animali, è molto più semplice. Nel pomeriggio siamo tendenzialmente liberi e riusciamo ad aggiornarci, a leggere, a dedicarci anche alla famiglia e all’approfondimento di argomenti e materie che, se lavori tutto il giorno e basta, non riesci a fare. È un mondo che si apre”.

Passando da due a una mungitura, qual è stato il calo produttivo e che riflessi ha avuto sugli animali?

“Gli animali nel giro di qualche tempo si sono adattati e nell’arco di tre anni è avvenuta una sorta di selezione naturale. Rispetto alle due mungiture al giorno la quantità di latte ottenuta è inizialmente inferiore, forse del 10-15%, ma se devo fare un conto economico il guadagno è ampiamente ripagato dallo stile di vita. Come detto, nell’arco dei tre anni i capi selezionati sono solo i migliori e il calo produttivo non si avverte più”.

Che cosa le hanno detto i colleghi allevatori?

Alla fine della giornata deve ritornare il reddito

“Alcuni mi hanno criticato, perché andavo contro la tradizione. Altri mi hanno chiamato. Qualcuno ha avuto il coraggio di seguire la mia scelta, altri invece sono arrivati a un passo e non hanno portato a termine quella che è una rivoluzione aziendale a tutti gli effetti. Comprendo che possa spaventare, ma vi assicuro che non tornerei più indietro, perché gli agricoltori sono imprenditori e alla fine della giornata deve ritornare il reddito, non solo le ore di lavoro”.

Che sala di mungitura ha?

“Ho una mungitrice a 48 posti, realizzata 26 anni fa. Abbiamo in programma di cambiarla, anche perché quelle nuove sono più sostenibili sul piano economico e ambientale. Consumano meno e utilizzano meno acqua per la pulizia. E anche gli animali beneficeranno di un migliore benessere animale”.

Come sta andando la stagione per il Pecorino Romano?

“Bene, il prezzo tiene. Dovremo mantenere le produzioni in equilibrio, puntare all’export e diversificare il prodotto per rispondere alle esigenze dei consumatori”.

Si può osare per soddisfare allevatori e consumatori [Intervista]
8 Luglio 2021

Francesco Pizzadili
Agro di Mores (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 ovini di razza Sarda
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Francesco Pizzadili – Pastore

“Per un pastore, come qualsiasi altro allevatore la prima regola è il benessere animale, spesso a discapito della propria salute; ma questa è la soluzione non solo per avere animali più sani e produttivi, ma anche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, che sono già in atto”.

Lo sa bene Francesco Pizzadili, che alleva nell’agro di Mores, un’area pianeggiante dentro il comprensorio irriguo in provincia di Sassari, circa 500 capi ovini di razza Sarda (400 dei quali in lattazione) e un po’ di bovini, gestiti direttamente dal padre Giovanni, che li cura come hobby per la produzione di “perette” caciocavallo.

Le stagioni più calde Francesco Pizzadili le trascorre sull’altipiano, a Pattada, 850 metri circa di altitudine, ed è uno di quei pastori di cui, in parte, si sta purtroppo perdendo la tradizione.

I dati dell’azienda, che si possono riassumere sul piano produttivo in circa 100.000 litri di latte conferiti alla Latteria Sociale La Concordia di Pattada del presidente Salvatore Palitta, non raccontano fino in fondo la passione che ci sta dietro un lavoro impegnativo, che impone sacrifici, ma che regala altrettante soddisfazioni.

I dati positivi sui consumi di Pecorino Romano DOP, espressione di un’isola che ha saputo valorizzare le proprie tradizioni del territorio, sono la conferma che si può diversificare e “osare” per rispondere alle esigenze dei consumatori e, allo stesso tempo, dare soddisfazione anche ai produttori.

I prezzi medi sono infatti in crescita, trascinati dalla virtuosità del sistema cooperativo.

Dove state innovando nella vostra cooperativa, nella quale lei è consigliere?

“Come la maggior parte dei caseifici in Sardegna la nostra produzione è concentrata per l’80% sul Pecorino Romano.
Abbiamo avviato la diversificazione della stessa DOP con tre diverse tipologie: Extra con ridotto contenuto di sale, Riserva con varie fasi di lunga stagionatura e il Pecorino Romano DOP di montagna. Relativamente a quest’ultima tipologia, il progetto è nato più di tre anni fa, sulla scorta di quanto aveva fatto con successo, ad esempio, il Parmigiano Reggiano, altro formaggio a denominazione di origine che ha trovato modalità interessanti per valorizzare il latte. I risultati, dopo una fase di sperimentazione nella quale siamo partiti gradualmente, oggi stanno dando soddisfazione”.

Quanto, in termini di bilancio?

“Parliamo di circa cinque centesimi al litro di latte in più rispetto al resto della produzione. Questo ci permette di programmare un aumento delle forme di Pecorino Romano di montagna, per circa il 40% rispetto allo scorso anno. Stiamo comunque parlando di una nicchia rispetto ai 13-15 milioni di litri di latte trasformati annualmente”.

Avete altre produzioni di nicchia?

Puntiamo ad ampliare il mercato grazie alla diversificazione

“Sì, abbiamo cercato di diversificare, non soltanto ampliando la gamma di formaggi realizzati, ma all’interno stesso della DOP Pecorino Romano. Accanto alla versione sapida classica sono nate quindi varianti come il Pecorino Romano a ridotto contenuto di sale, lunga stagionatura, e in occasione di Caseifici Aperti di due anni fa abbiamo presentato con grande successo un 48 mesi, quello di montagna, e stiamo per introdurre anche la lavorazione del Pecorino Romano a latte crudo, antica ricetta del pastore. Questo perché grazie alla diversificazione puntiamo ad ampliare il mercato”.

Quali sono i principali canali di vendita?

“Il 60% delle vendite avviene in Italia e il restante 40% all’estero. Otto forme su dieci esportate vanno negli Stati Uniti, mentre il 20% prende la strada del Nord Europa”.

Cosa cercano all’estero?

“In Usa i consumatori cercano il classico Pecorino Romano Dop, ma allo stesso tempo sono incuriositi dalle novità. In quest’ottica stiamo cercando di costruire un mercato multiforme. Diversamente, ci siamo resi conto che il consumatore del Nord Europa è più maturo e, quindi, maggiormente propenso a scoprire nuove proposte”.

Rispetto all’anno scorso, quanto state producendo?

“Più o meno è la stessa produzione in quantità, anche se abbiamo al nostro interno allevatori soci in più”.

Dove si colloca il prezzo del latte destinato a Pecorino Romano DOP e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?

Dovremo prestare attenzione all’equilibrio produttivo

“Abbiamo oscillazioni stagionali. Abbiamo chiuso il bilancio 2020 con 1,10 € al litro e 1,15 € per il latte di montagna. Nel 2019 avevamo chiuso a 94 centesimi. Stiamo attraversando una fase positiva, ci sembra di poter affermare. Il 2021 si prospetta un’annata con un bilancio soddisfacente, almeno dalle indicazioni che abbiamo avuto in questo primo semestre. Oggi non è difficile vendere, grazie a una domanda sostenuta. C’è richiesta e i commercianti stanno portando via il prodotto fresco, per il Pecorino Romano non prima dei 5 mesi come da disciplinare. Anche all’estero i consumi si stanno riprendendo e le progressive aperture dell’Horeca e Food service di certo aiutano. Negli Usa stiamo assistendo a una fase in cui c’è richiesta e cercano il prodotto. Dovremo stare attenti a mantenere un equilibrio produttivo e non farci prendere la mano con il prezzo”.

In Italia dove collocate il prodotto?

“Con la pandemia abbiamo ampliato il giro dei clienti. Meno Horeca, dove comunque abbiamo visto che il prodotto Dop ha minori spazi, e maggiori vendita nei negozi, nella grande distribuzione e anche nei discount, magari con tipologie di prodotto differenti”.

Avete risentito dei rincari delle materie prime?

“Come pastori sì. I rincari iniziano a pesare, è umiliante, ogni volta che  il prezzo del latte è ottimale il rincaro delle materie prime si fa subito sentire, ci viene il dubbio che siano operazioni fatte ad arte. Non dimentichiamo, poi, che siamo su un’isola, per cui anche il costo dei trasporti incide”.

Quanto è diffuso il pascolo?

“Lo pratichiamo quasi tutti. Nella nostra cooperativa, formata da circa 320 soci, non abbiamo allevamenti intensivi e il pascolo è la regola. 

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

“Il pastore, più che un lavoro, è uno stile di vita, eterno custode del territorio, come si dice H24, 7 giorni su 7; non esistono feste, non si stacca mai, molte volte trascurando il tempo da dedicare alla propria famiglia. Anche quando sei a casa o in giro e ti vedi con amici pastori o non, alla fine si finisce sempre a parlare di lavoro”.

La natura stessa detta le regole, le stagioni arrivano e non aspettano nessuno”. 

Lei quanti anni ha?

“Quarantadue, sono sposato e ho due figli maschi di 13 anni e 11 anni”.

Le piacerebbe che seguissero le sue orme dal punto di vista lavorativo?

“Sinceramente sì, perché se investi nell’azienda desideri la continuità, ma mi interessa che studino e che scelgano nella vita il lavoro che desiderano. E pazienza se sarà un’altra attività”.

Quanto è importante studiare?

“Molto. Io e mio fratello, che lavoriamo insieme, abbiamo un diploma di terza media, e confrontandoci con tutte le professionalità che gravitano intorno all’azienda e alla cooperativa, dal veterinario all’agronomo, e altre figure professionali, ci rendiamo conto che una base culturale più ricca aiuta tanto. È innegabile che chi studia ha una base più solida ed è questo che desidero per i miei figli, che possano studiare per essere liberi di scegliere il loro futuro”.

Come vede il settore fra dieci anni?

I tempi della politica non coincidono con le esigenze delle aziende

“Non benissimo, in verità. Molti sono stanchi di fare questo lavoro, ma non c’è il ricambio generazionale. Inoltre, molti giovani non vogliono fare questo lavoro, perché molto sacrificato e, permettetemi di aggiungere, assistiamo anche a un pessimo funzionamento della politica sugli investimenti in agricoltura, dove scarseggia completamente la dinamicità delle operazioni. In poche parole, i tempi non coincidono mai con le esigenze delle aziende primarie e di trasformazione, e questo spaventa tantissimo. Lo stiamo vedendo già ora e lo confermano i numeri: meno aziende e una minore produzione di latte”.

Rischiamo che il Made in Italy divenga un bene di lusso [Intervista]
25 Maggio 2021

Gianmichele Passarini
Bovolone (VI), Veneto – ITALIA

Gianmichele Passarini
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto

“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.

Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.

Presidente Passarini, come interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?

“Credo si tratti di una concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la coperta è corta”.

La fiammata della soia ha ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico, oggi vicinissimi. Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni, proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?

Situazione che rallenta la scelta del biologico

“Assolutamente è una situazione che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può produrre in perdita”.

Che impatto hanno sulla zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?

“Si aprono due elementi di criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica, perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo difficoltà”.

Le importazioni cinesi di carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina africana?

“Anche se indirettamente, è vero, abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.

C’è anche un tema legato al benessere animale. Come muoversi?

La soluzione non è mettersi sulla difensiva

Il tema esiste e la soluzione non è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate. Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida, senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.

Cosa suggerisce di fare?

“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.

Quali?

“Siamo tutti d’accordo che il benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.

Lo dica lei.

“Il rischio è aprire alle importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei. Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.

L’Italia sta perdendo terreno sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna di mais?

“Non possiamo pensare di arrivare all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna, quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una accelerazione sulle New Breeding Technology.

Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera

Serve un forte impulso alla ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti, dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.

Successivamente, la strada da percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i dati sugli stock”.

Ha parlato di agricoltura di precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda la crescita.

“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso. Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie: il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste occasioni con idee e progetti organici”.

Programmazione ed Export: analizzare la suinicoltura italiana in maniera più ampia [Intervista]
6 Aprile 2021

Ferdinando Zampolli
Rodigo, Mantova – ITALIA

Ferdinando Zampolli - Suinicoltore
Ferdinando Zampolli – Suinicoltore

“Abbiamo perso il treno con la pianificazione produttiva delle DOP negli anni 1999-2000. Era in quel momento che avremmo dovuto fare il punto zero e poi pianificare, magari individuando quote di produzione da assegnare agli allevatori, accompagnando il sistema a una progettazione con almeno due anni di anticipo. In questo modo avremmo gestito meglio i flussi di cosce da destinare ai grandi prosciutti DOP e collocarli sul mercato in base alle dinamiche dei consumi. Tutte le DOP dovrebbero avere una produzione contingentata, perché rispondono a un disciplinare, comportano costi più elevati, devono assicurare alta qualità e devono poter contare su un mercato in grado di remunerare in maniera adeguata tutti gli attori della filiera”.

Il ragionamento di Ferdinando Zampolli, allevatore di Rodigo con circa 10mila maiali allevati ogni anno (venduti a Opas) e 200 ettari coltivati, parte da molto indietro. È in quel periodo che, secondo l’allevatore che è anche componente della Commissione Unica Nazionale (CUN) per i suini grassi, non viene agganciata una rivoluzione di sistema che avrebbe potuto evitare almeno alcune delle crisi successive che hanno compromesso la vitalità del settore, ridisegnandone il perimetro e facendo perdere qualche treno in fase di rilancio complessivo.

I consorzi di Parma e San Daniele, ufficialmente, approvano una programmazione produttiva con cadenza triennale, l’ultimo approvato per il consorzio di Parma è del 2020 e prevede una produzione di 9,5 milioni di pezzi/anno, a fronte di un consuntivo venduto pari a 8,5 milioni di pezzi/anno. “Non credo servano parole per commentare questo genere di politica produttiva: i numeri parlano da soli”, aggiunge Zampolli.

Secondo lei quali sono i motivi?

“I motivi sono sostanzialmente due. Il primo: gli allevatori non fanno parte del consorzio del prosciutto (sia Parma che San Daniele). Il consorzio è interamente nelle mani dei prosciuttai, e questo genere di programmazione produttiva può dettarla solo il consorzio. Secondo: all’epoca erano ben visibili gli effetti provocati dalle quote latte, e ci si guardava bene dal ricadere in un simile potenziale problema.

Questo è un problema che emerge tra gli allevatori ogni volta che il prezzo di mercato va sotto i costi di produzione, tuttavia, nonostante siano anni che i prosciuttifici navigano in cattive acque, ancora fanno orecchie da mercante sul contingentamento delle produzioni per paura di lasciare quote di mercato ai loro competitor. Ad aggiungere danno alla beffa, hanno recentemente avuto occasione di mettere mano in modo organico e strategico al disciplinare di produzione, ma hanno clamorosamente mancato l’obiettivo, caricando il sistema di costi di controllo assurdi a carico di tutta la filiera (senza, tra l’altro, garantire una maggiore qualità), risultato di un disciplinare estremamente farraginoso che Confagricoltura assieme a CIA, CoopAgri, Unapros e altre sigle sindacali ha aspramente criticato ed osteggiato, critiche che il ministero non ha preso in considerazione ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi si vanta di essere paladino degli agricoltori ma che in realtà ha chiaramente dimostrato di non esserlo, in questa come in altre occasioni”.

Uno degli obiettivi di cui si parla da qualche tempo è anche la ricerca di nuovi mercati. Non crede che l’internazionalizzazione sia una strada valida?

“Guardi, l’abbiamo vista tutti, la sfilata fatta dal presidente cinese con tutta la delegazione al seguito, qui a Roma qualche tempo fa con tutto il nostro governo in pompa magna, a firmare accordi di libero scambio tra la l’Italia e la Cina. Vuole che le dica cosa riusciamo ad esportare in Cina dopo la firma di questi fantomatici accordi tanto decantati?”.

Dica.

Esportare tagli nobili accrescerebbe il prezzo della materia prima

“L’unica carne, se così possiamo chiamarla, che riusciamo con fatica ad esportare sono le frattaglie, gli zampetti e le teste. Tutti prodotti poco nobili che hanno un effetto risibile sul mercato interno. Quindi, se nel periodo pre-covid il prezzo dei maiali era salito in modo importante è stato perché paesi come la Germania e la Spagna esportavano mezzene intere verso la Cina e quindi non rovesciavano nel nostro mercato le loro produzioni, questo ci ha dato qualche mese di respiro. Noi avremmo tutto l’interesse ad esportare tagli nobili, ci permetterebbe infatti di accrescere il prezzo della materia prima qui in Italia, di svuotare le cantine, oggi intasate da prosciutti stagionati, destinando la coscia fresca al mercato cinese, di dare slancio all’intero settore e a tutto l’indotto. Invece siamo al palo, a vedere l’ennesimo treno passare senza poterlo prendere, e tutto questo per colpa di lobby miopi che non saprebbero disegnare un cerchio con un bicchiere e di una burocrazia che, per ragioni di educazione, non definisco”.

Il mercato ha registrato nelle scorse settimane una ripresa, proprio quando storicamente i listini rimanevano stabili o addirittura, diminuivano. Se lo aspettava?

“Sì. E le cause vanno ricondotte in parte all’etichettatura delle carni suine trasformate e in parte alla diminuzione della produzione nazionale e delle importazioni italiane in flessione a causa delle esportazioni verso la Cina da parte dei paesi UE, che storicamente scaricano nel nostro mercato una parte importante delle loro produzioni”.

In tema di etichetta e indicazioni, i salumi sono di nuovo insieme alla carne rossa nel mirino di una comunicazione forse eccessivamente allarmistica, almeno alle latitudini italiane. Cosa ne pensa? 

“Uso questo ‘proverbio’ perché rende bene l’idea: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, infatti, questi continui attacchi, perpetrati da persone con le quali è impossibile sedersi a ragionare, sono basati su convinzioni ideologiche e non su dati scientifici. Portano a giustificazione delle loro affermazioni, tesi scientifiche create ad arte piene di lacune, di errori che però fanno colpo sull’opinione pubblica, e dall’altra parte abbiamo un consumatore che preferisce ascoltare chi alza di più la voce o chi è più presente nei social, piuttosto che cercare di capire le ragioni per cui da millenni l’uomo alleva gli animali e se ne ciba e soprattutto i passi in avanti che la zootecnia ha compiuto nel rispetto del benessere animale e della salubrità alimentare”.

Come sta funzionando la CUN, oggi? Quali sono i punti critici da migliorare?

Un flusso produttivo che non permettete una strategia di vendita

“Non molto bene! Purtroppo la parte allevatoriale all’interno della CUN poco può fare contro i macelli. Abbiamo un prodotto che è fortemente deperibile, un insieme di regole capestro (come il peso massimo di vendita del suino vivo per poter entrare nel circuito DOP), un flusso produttivo alle spalle che non può essere interrotto a piacimento, e questo non ci permette nessuna strategia di vendita. Quando la merce è pronta deve essere avviata alla trasformazione punto e basta. In quest’ottica è necessario che la politica assista il settore garantendo sempre un prezzo e non un ‘non quotato’. Oggi in particolar modo la corda con i macelli è molto tesa, c’è richiesta e quindi il prezzo del suino vivo dovrebbe salire, dall’altra parte i macelli non riescono a trasferire sulle carni i rincari del vivo. A questo aggiungiamo che abbiamo di fronte una estate dove mancheranno suini in modo importante e i macelli sono spaventati, perché saranno costretti a pagare cara la materia prima ma non sanno se riusciranno a ribaltare gli aumenti sulle carni. Stanno di fatto vivendo quello che nel decennio 2008-2017 hanno vissuto gli allevatori a parti invertite: erano aumentati a dismisura le produzioni di suini in Italia e il prezzo era crollato, oggi i numeri sono ridotti e non ci sono maiali per tutti i macelli presenti, quindi, è il loro momento buio”.

Cosa potrebbe accadere se la Cina rallentasse le importazioni dall’Europa? 

“Lo scenario lo abbiamo già visto: con la comparsa della peste suina in Germania le esportazioni tedesche verso la Cina si sono bloccate e il mercato europeo è andato in crisi, raggiungendo quotazioni ben al di sotto del costo di produzione”.

Nella sua azienda ha investimenti in programma? Quale spazio trovano sostenibilità ambientale e benessere animale?

“Per ora siamo fermi e non abbiamo programma investimenti. Quanto alla sostenibilità ambientale, il percorso, senza remunerazione adeguata alle imprese, diventa naturalmente ben più complesso. Ma come azienda siamo attenti. Sul versante del benessere animale bisogna essere chiari: sono necessari investimenti, ma allo stesso tempo il consumatore deve essere disponibile a pagare un valore aggiunto sui prodotti che mirano ad un benessere animale superiore ai requisiti minimi di legge. Bisognerebbe avere coraggio e parlare molto chiaramente ai consumatori”.

I prezzi di cereali e semi oleosi sono cresciuti molto. Come si protegge dall’impennata della razione alimentare? 

I prezzi sono schizzati in alto e la razione alimentare in allevamento è aumentata di oltre il 20 per cento. Personalmente cerco di fare acquisti annuali su mais, farina di soia e orzo, per volumi indicativi di circa 20mila quintali. I maggiori costi erodono però la redditività in allevamento”.

Ci sono alternative ai prosciutti Dop, secondo lei?

Analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia

“Spero molto nell’etichettatura e nelle tre I (nato, allevato e macellato in Italia), fermo restando che la produzione DOP è quella che fin ora ha sostenuto il mercato, pur nelle difficoltà. Assistiamo a esperienze diverse, anche legati alla salumeria tradizionale, ma non a Denominazione di Origine Protetta. A volte sono esperimenti che funzionano, ma alla lunga non so quale può essere il ritorno. Certo dobbiamo riflettere, perché se alcuni prosciuttifici sono in difficoltà, probabilmente dovremmo analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia”.

Una rivoluzione culturale della suinicoltura, dalla produzione al marketing [Intervista]
14 Settembre 2020

Sergio Visini
Grezzana, Verona – ITALIA

Sergio Visini – Suinicoltore

“La suinicoltura italiana ha bisogno di investimenti, programmazione produttiva, specializzazione e di una rivoluzione culturale che abbracci tanto la produzione quanto il marketing. Senza questi elementi, inutile sperare nella competitività e nel futuro del settore”.

Ha le idee molto chiare e non ci gira troppo intorno Sergio Visini, allevatore bresciano che gestisce due porcilaie tra Grezzana (Verona) e Pegognaga (Mantova), in collaborazione con Bompieri. Circa 800 scrofe sono di fatto il serbatoio per il sito 2 nel Mantovano, dove è stato costruito un allevamento completamente nuovo con svezzamento e ingrasso. In totale sono poco più di 19.000 suini all’anno.

Quali sono i tratti distintivi dell’impianto?

“Lo svezzamento è su paglia, mentre l’ingrasso è con pavimento pieno e palchetto parzialmente fessurato. Utilizziamo solo la ventilazione naturale in tutti i padiglioni monofalda su cui abbiamo installato due impianti di fotovoltaico da 1 megawatt (uno in autoconsumo). Abbiamo anche un impianto di biogas per valorizzare i reflui, riutilizzare il calore e ridurre così l’impatto ambientale. Inoltre, impieghiamo dei microrganismi per abbattere gli odori”.

Che tipo di animale allevate?

“Dal 2017 abbiamo scelto di aderire alla filiera antibiotic free e portiamo gli animali a 175 chili”.

A chi vendete?

“A Opas per il circuito del Prosciutto di San Daniele, marchio Principe, con la quale Opas ha avviato una collaborazione per valorizzare anche il resto della carcassa per carne fresca o insaccati, dal momento che è antibiotic free”.

Vi siete orientati su una produzione molto richiesta e specifica. Qual è la remunerazione in più per l’allevatore?

“Viene riconosciuto un premio in più per capo. Il risultato, di fatto, è legato alle cosce, ma, come dicevo, stiamo sperimentando per estendere i benefit anche al resto dell’animale. Abbiamo adottato una logica produttiva di tipo industriale, da intendersi in chiave di organizzazione, efficienza, tracciabilità, servizio tecnico, ma anche genetica e strutture. Nulla è lasciato all’approssimazione, data la peculiarità di questo mercato”.

Appunto. Quello suinicolo è un mercato che sta scontando una marcata volatilità. Perché, secondo lei?

La volatilità è legata all’assenza di programmazione

“La volatilità è legata alla totale assenza di programmazione. Senza una pianificazione produttiva condivisa e una progettualità dall’allevamento al prodotto finito non si può pretendere di governare il mercato”.

L’Italia ha un tasso di autoapprovvigionamento che non arriva al 65%, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal. Ritiene sia un elemento penalizzante per la programmazione suinicola?

“Il dato dell’autosufficienza, in verità, mi interessa relativamente. Non facciamo carne di macelleria e non abbiamo mai pensato di farla. Invece, credo che sia giunto il momento di ragionare per produrre carne di alta qualità. È mai possibile che nei grandi ristoranti italiani propongano carne suina spagnola e non italiana? E non credo sia colpa della ristorazione, se noi non ci siamo mai posti l’obiettivo di proporla”.

Fra gennaio e maggio 2020, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal, abbiamo esportato meno di 150mila tonnellate di carne e preparati. La Francia 313.500 tonnellate, la Polonia 329.000, per non parlare di Olanda (651.000 tonnellate), Danimarca (605.000), Spagna (1.100.000 tonnellate) o Germania, leader a livello europeo con un export di oltre 1.400.000 tonnellate. Quanto pesa, secondo lei, questo gap e come ridare competitività alle imprese?

Investire sull’export ed eliminare le inefficienze all’interno della filiera

“Pesa moltissimo. Ma non abbiamo mai investito sull’export e mai, come dicevo prima, puntato sulla carne fresca di alta qualità. Ha iniziato da qualche tempo Opas con il marchio Eat Pink. Credo che ci siano spazi, perché il prodotto italiano ha qualità superiori, sia in termini organolettici che qualitativi. Avendo però un suino pesante, va trattato di conseguenza, magari con una frollatura idonea. Dovremmo, quindi, investire sulle celle di frollatura. Allo stesso tempo, dovremmo investire per eliminare le inefficienze all’interno della filiera.

La Spagna può essere vista come un modello?

“Parto da un dato. Trenta anni fa la Spagna aveva circa lo stesso numero di maiali dell’Italia. Oggi noi siamo sugli stessi volumi, mentre la Spagna alleva più di 30 milioni di capi. Hanno saputo valorizzare la propria filiera, attraverso leve di marketing vincenti già 20 anni fa, quando puntavano moltissimo sull’export. Anche loro avranno avuto i problemi ambientali, la difficoltà nei rapporti con i cittadini, una classe politica con cui confrontarsi, eppure hanno saputo sfruttare un concetto di cultura alimentare che è molto simile alla nostra, ma che noi italiani non abbiamo saputo o voluto valorizzare. Dovremmo imparare dal mondo del vino, che ha saputo costruirsi una identità territoriale molto forte”.

Come mai l’Italia è rimasta ingessata?

“Non abbiamo costruito un progetto. E i macellatori hanno fatto da tappo a qualsiasi progettualità. Di più, non hanno saputo valorizzare anche i nostri gioielli, come i prosciutti di Parma e San Daniele. Ma le colpe, probabilmente, sono di tutti. Non siamo stati in grado nemmeno di far funzionare la Cun”.

Quali sono, secondo lei, i limiti della Cun?

“È limitativo pensare a un confronto fra due componenti della filiera senza tutti gli altri. Si confrontano allevatori e macellatori. E gli altri attori?”.

Chi vorrebbe inserire?

“I prezzi della materia prima, secondo me, devono essere in funzione del prodotto finito. Se vogliamo dire che la Cun deve definire un prezzo minimo garantito per chi fa un prodotto base, può eventualmente anche andare bene. Ma se ci orientiamo, come è il modello Made in Italy, su filiere, prodotti dop e di alta gamma, allora bisogna ripensare il sistema di formazione del prezzo.  Chi mi fa investire nelle aziende, nel benessere animale, se non c’è remunerazione?”.

I prosciutti Dop sono ancora strategici per la filiera italiana? Come ne rilancerebbe i consumi e i prezzi?

“Sì, sono ancora strategici, ma non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo essere protagonisti su un mercato di alta gamma, dobbiamo garantire credibilità e immagine, qualità del prodotto e, soprattutto, in maniera costante. Se non distinguo un prosciutto Dop da uno generico, perché dovrei comprarlo?”.

Dove migliorare?

Serve una standardizzazione di prodotto verso l’alto

“Serve standardizzazione di prodotto verso l’alto, partendo da materia prima di alta qualità. Non possiamo pensare che ogni allevamento abbia variazioni qualitative anche marcate. Un altro punto chiave è il packaging: siamo rimasti indietro e non ci differenziamo. Questo perché ci manca la cultura del prodotto di alta gamma. Guardiamo la Spagna, ancora una volta, e il prosciutto Pata Negra: è un brand a tutti gli effetti, raro e costoso, ma curato anche nei dettagli del packaging, perché l’immagine di un prodotto di alta gamma non è banale”.

Made in Italy e innovazione nelle aziende per la competitività del settore [intervista a Giansanti – Confagricoltura]
17 Gennaio 2019

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Inoltre, la Cina sembra aver circoscritto le importazioni dall’UE-28 al latte per l’infanzia e l’India punta all’export e non più a produrre solo per il mercato interno. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

Massimiliano Giansanti – Presidente di Confagricoltura

“Le dinamiche del mercato internazionale hanno sempre presentato un andamento altalenante, condizionato molto dalle richieste a singhiozzo della Cina che ha sempre adottato una politica commerciale con periodi di forti acquisti e stoccaggio del prodotto alternati a periodi di intenso rallentamento delle importazioni. L’imprevedibilità del mercato internazionale e degli eventi che lo condizionano è stato messo in luce dall’Embargo Russo, che ha praticamente coinciso con la fine del sistema delle quote latte, creando una forte crisi del settore lattiero caseario europeo. Tale circostanza ha evidenziato ai produttori italiani ed europei la vulnerabilità del settore rispetto alle dinamiche di mercato non più calmierate da un sistema di contingentamento. Infatti, questo nuovo stato di liberalizzazione ha prodotto eccessi di produzione rispetto alle reali condizioni di mercato ed ha evidenziato un disequilibrio tra i Paesi europei con forte pressione sul mercato comunitario da parte di quelli del centro nord Europa già eccedentari della loro produzione che, non trovando sbocco sui mercati esteri, hanno fatto crollare i prezzi europei cercando sfogo soprattutto sui mercati del sud Europa, non autosufficienti. Confagricoltura ha denunciato a suo tempo tale situazione e stimolato le Istituzioni europee a prevedere, tra le misure per affrontare la crisi, incentivi per ridurre le produzioni in eccesso. Misura utilizzata soprattutto da quei Paesi eccedentari, proprio come si sperava, con esiti positivi sui prezzi. A mio avviso oggi i produttori sono molto più attenti alle dinamiche di mercato e stanno attuando corrette politiche di aggregazione del prodotto primario per avere più forza sul mercato e calibrare le produzioni a seconda delle necessità richieste. La chiave per affrontare il mercato internazionale non è legato solo alla promozione del marchio Made in Italy, ma a politiche di innovazione delle aziende zootecniche per ottimizzare i costi di produzione e rendere i prodotti nazionali commercialmente competitivi, mantenendo standard elevati di qualità”.

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? E con quali prodotti? Le DOP possono essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti? Quali, ad esempio?

L’India costituisce un immenso mercato su cui poter puntare per l’esportazione di prodotti del Made in Italy

“L’Italia si è sempre distinta per le sue produzioni rispetto a tutti gli altri Paesi europei incentrando la sua produzione sui formaggi ed è innegabile che un ruolo centrale lo detengano i prodotti DOP. Per quanto questa differenza di produzione non permetta spesso alle produzioni italiane di accedere direttamente a misure di intervento comunitarie quali quella del latte in polvere e del burro, avendone quindi solo indirettamente un beneficio, proprio questa peculiarità di produzioni tipiche, uniche al mondo, è la forza per conquistare i mercati internazionali in modo concorrenziale. Non a caso Confagricoltura stimola sempre il riconoscimento e la salvaguardia delle denominazioni di origine a livello internazionale e negli accordi bilaterali. E’ proprio su tali ragionamenti che si devono percepire i rischi come opportunità e l’India, avendo già una tradizione lattiero casearia con una popolazione, quindi, abituata al gusto dei formaggi, costituisce un immenso mercato su cui poter puntare per l’esportazione di prodotti del Made in Italy che va sostenuto con programmi di promozione finalizzati a conquistare quella fascia medio alta della popolazione mondiale che può permettersi prodotti di eccellenza come i nostri. Una spinta potrà anche derivare dai nuovi accordi bilaterali se, come per il Ceta, saranno previsti contingenti specifici e tutela rafforzata per le Ig, motore trainante dei nostri prodotti lattiero caseari.

Nell’ottica poi di prevedere nuovi sbocchi di mercato per il settore lattiero caseario, sia in ambito interno che estero, la filiera sta orientando la ricerca sull’utilizzo dei componenti del latte per la creazione di prodotti nell’ambito della nutraceutica e della farmaceutica, come suggerito anche nell’ultimo incontro tenutosi al ministero delle Politiche agricole alimentari forestali e del Turismo sull’utilizzo delle risorse del fondo per gli investimenti nel settore lattiero caseario -“Fondo Latte”- per il budget destinato alla ricerca”.

Massimiliano Giansanti – Presidente di Confagricoltura

All’estero i principali player esportatori hanno politiche condivise e più aggressive. Come potrebbe la filiera italiana affacciarsi in maniera più efficace e coordinata all’estero?

“Come dicevo i produttori italiani si sono trovati a confrontarsi maggiormente con le dinamiche di mercato internazionale e questo ha stimolato una maggiore aggregazione della parte produttiva. Si è visto con favore la nascita della prima AoP italiana, Aop Latte Italia, che aggrega circa il 10% della produzione nazionale, e si continua a stimolare una sempre più incisiva aggregazione del comparto primario. Certo questo non basta per affrontare i mercati internazionali. Si deve creare un “Sistema-Italia” con finalità comuni e coordinate tra produttori, trasformatori, commercianti e Istituzioni. Confagricoltura ha sempre sostenuto e cercato tale dialogo e collaborazione con le altre organizzazioni della filiera per aiutare gli operatori, non a caso recentemente si è costituita l’Associazione “Organizzazione Interprofessionale Carni Bovine (O.I.C.B.)” in cui si prevede anche l’adesione delle AoP. Non voglio dire che il modello delle Organizzazioni Interprofessionali sia l’unica strada da intraprendere per il settore lattiero caseario, ma certo dimostra la nostra disponibilità e apertura ad una collaborazione di filiera”.

Il biologico ha registrato tassi di crescita lusinghieri. La filiera, però, ha mostrato più prudenza rispetto ad altre realtà all’estero. Come evitare il corto circuito di una produzione che potrebbe diventare in eccesso? Il segmento della trasformazione in che modo potrebbe rilanciare la domanda?

In Italia l’agricoltura biologica non è sufficiente a soddisfare la domanda

“Escluderei che la produzione biologica possa diventare in eccesso, visto che le rese sono sempre minori di quelle delle altre tecniche produttive e che è più soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici. In Italia l’agricoltura biologica rappresenta il 15,5% della Superficie agricola utilizzata (SAU), certamente un gran risultato, ma non sufficiente a soddisfare la domanda soprattutto quella dell’esportazione che, per questo settore, rappresenta più del 40% del fatturato. Credo che la trasformazione e la produzione primaria debbano essere preoccupate delle nuove politiche commerciali aggressive che stanno portando avanti le grandi catene di distribuzione straniere, ad esempio in Francia e in Belgio, sostenendo la possibilità di vendere il prodotto biologico e quello non biologico allo stesso prezzo. Chi pagherà le rese minori ed i maggiori costi gestionali che ha l’agricoltura biologica? Che margine avrà chi li trasformerà? Solo un patto tra produttori e trasformatori potrà salvare il biologico da queste logiche commerciali”.

L’Olanda ha ridotto il numero di capi e, di conseguenza, la produzione lattiera. Inoltre, per agevolare un percorso di sostenibilità, ha introdotto le quote sui fosfati. Come dovrebbe comportarsi l’Italia? E quali suggerimenti avete per le stalle italiane?

“La situazione olandese è un monito di quanto sia importante prevedere modelli sostenibili di produzione proprio per evitare che la scelta sia quella di incidere sulla mandria per esserlo. Confagricoltura ha sempre ritenuto che occorra davvero ridimensionare le accuse spesso ingenerose e le forzature mediatiche che imputano solo al settore zootecnico la responsabilità della maggior quantità di emissioni, ma la ricerca di nuovi processi di produzione e l’applicazione dell’innovazione alle aziende devono essere la primaria necessità per affrontare le produzioni future. Partecipiamo direttamente alla diffusione di pratiche sostenibili per l’ambiente, partecipando, ad esempio, al progetto europeo Reinwaste per ridurre i rifiuti inorganici nel settore agricolo che vede proprio il coinvolgimento nella sperimentazione del comparto lattiero caseario in Emilia-Romagna. Di certo la sostenibilità ambientale è una necessità sociale e come tale si devono prevedere i giusti sostegni finanziari agli agricoltori, per attuare i cambiamenti strutturali necessari per andare in questa direzione”.

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