La sala di mungitura intelligente per la stalla del futuro [Intervista a Maurizio Ruggeri – TDM]
22 Giugno 2020

Maurizio Ruggeri - A. D. di TDM
Maurizio Ruggeri – A. D. di TDM

“La stalla del futuro sarà all’insegna del benessere animale, della qualità delle produzioni, grazie alla genetica, all’analisi dei dati, alla corretta alimentazione, ad innovazioni che nemmeno si possono oggi immaginare”.

Lo dice Maurizio Ruggeri, amministratore delegato di TDM, realtà nata nel 1992, e che oggi esporta tecnologia in tutto il mondo e ha 130 dipendenti.

Il suo motto è: “The limit is the sky”, il limite è il cielo, perché – ricorda – “negli ultimi 15 anni in allevamento si sono compiuti passi in avanti che nemmeno avremmo immaginato”.

Avete avuto difficoltà in queste settimane di lockdown?

“A parte la prima fase di choc, durante la quale abbiamo fermato quasi completamente l’attività garantendo ai clienti solamente l’intervento in caso di rotture, siamo successivamente riusciti a ripartire prima con le manutenzioni programmate e successivamente con installazioni di impianti nuovi. Il tutto non senza difficoltà, prima di tutte quella di salvaguardare la salute dei nostri dipendenti e dei clienti e poi altre difficoltà logistiche come ad esempio l’approvvigionamento delle merci causa chiusura dei fornitori e la difficoltà ad organizzare il ricevimento o la spedizione di merci con aumenti di costi a volte pari al triplo del normale. L’estero, invece, che per noi vale circa il 25% del fatturato, è ancora fermo anche se si intravedono ora le prime possibilità di una riapertura a breve. L’aspetto positivo è che abbiamo utilizzato questo periodo di fermo attività per fare formazione in remoto a tutti i tecnici installatori e manutentori”.

Sul vostro sito invitate a consumare latte italiano. Quanto è importante sostenere il Made in Italy?

Bisogna incentivare i prodotti italiani, ma ricordare che viviamo in un mondo interconnesso

“Ci sembra doveroso incentivare i consumi di prodotti italiani, anche perché la mia storia nasce in un’azienda agricola e da sempre conosco il valore dei prodotti Made in Italy, la passione, la fatica e la competenza che servono per ottenerli. È molto importante dare una mano ai nostri allevatori, ma allo stesso tempo, dobbiamo tenere presente che viviamo in un mondo interconnesso. Noi stessi facciamo export ed è impossibile mettere delle barriere e chiudere i confini, non sarebbe lungimirante. Resta il fatto che ritengo fondamentale dare al consumatore la possibilità di scegliere cosa acquistare in maniera consapevole evidenziando chiaramente in etichetta la provenienza del prodotto che sta comprando e raccontandogli quanto lavoro e quanta passione sono serviti per produrlo”.

Il prezzo del latte spot sta riprendendo quota. Come è possibile sostenere e rilanciare il prezzo del latte in questa fase?

“Abbassare le produzioni potrebbe sembrare la risposta più ovvia, ma è molto difficile per un allevatore che sta cercando di ridurre i costi attraverso un’economia di scala decidere di tornare indietro nella quantità di latte prodotto, e in ogni caso, il mercato italiano dipende molto da cosa avviene in Francia, Germania, Olanda piuttosto che in Nuova Zelanda o in Australia. Tenga conto che la situazione del mercato del latte pre-covid era buona e le proiezioni davano un aumento dell’1,3% annuo dei consumi mondiali di prodotti lattiero caseari da qui al 2030, questo avrebbe dato stabilità ai mercati. Io sono tendenzialmente ottimista e penso che, salvo un repentino ritorno del covid-19, i mercati, supportati da giuste campagne di promozione informazione, potrebbero ritornare in un periodo non troppo lungo a come erano prima”.

Quale altra soluzione potrebbe rispondere alle esigenze del mercato?

“Premetto che non è il mio campo e non mi occupo di mercati ma penso che potrebbero aiutare accordi di filiera che coinvolgano i produttori, l’industria di trasformazione e la grande distribuzione, con i quali definire ed indicare meccanismi per calcolare i giusti margini per tutti. Qualche centesimo può fare la differenza per l’allevatore e a volte per lui può significare la differenza tra produrre reddito e perdere, a fronte di un vero accordo di filiera che coinvolga sia l‘industria di trasformazione che la grande distribuzione si potrebbero definire dei criteri per una sorta di minima remunerazione per il produttore in base ai costi di produzione e ricavare i giusti spazi per tutti senza che il consumatore ne debba soffrire particolarmente. Certo che si dovrebbe riuscire a mettere sullo stesso piano tutti gli attori della filiera. Purtroppo devo dire che durante la fase di confinamento abbiamo visto anche dinamiche inspiegabili e penalizzanti per i produttori, con stalle che hanno venduto il latte a 23 centesimi al litro pur di non buttarlo. Bisogna che ognuno compia un passo avanti per uscire dalla crisi e da questo modello di mercato”.

Un Tavolo di filiera può aiutare a trovare una sintesi?

“Penso di si, il tavolo del latte è sempre stato gestito da Regione Lombardia e credo che serva una sorta di garante a livello istituzionale, in modo da facilitare il confronto fra i vari interlocutori. Sarebbe utile, in questa fase, inaugurare un nuovo metodo di dialogo, per coinvolgere tutti i protagonisti con nuove prospettive e idee innovative, perché da questa crisi senza precedenti possa scaturire qualcosa di buono per il futuro”.

Quanto è utile abbassare i costi di produzione?

“Torno volentieri sul nostro campo di azione; l’abbassamento dei costi di produzione è un punto centrale per la sopravvivenza degli allevamenti è una strada che perseguiamo da oltre 20 anni proponendo l’introduzione di tecnologie e di innovazione, oltre 20 anni fa abbiamo iniziato ad introdurre  l’utilizzo dei pedometri per la rilevazione dei calori e molti ci prendevano per pazzi, oggi la maggior parte delle aziende si è dotata di questi strumenti che contribuiscono ad abbassare il costo litro latte. Negli anni gli allevatori sono cresciuti molto, ma ci sono ancora margini di crescita ed ogni giorno in azienda c’è qualcosa di nuovo da imparare e o da applicare. La preparazione degli operatori, la conoscenza delle tecnologie ed il loro corretto utilizzo possono aiutare l’allevatore a migliorare la produttività dell’allevamento abbassando di conseguenza i relativi costi di produzione”.

Guardando alle nuove tecnologie, chi dovrebbero seguire come esempio di innovazione gli allevatori italiani?

“Su scala mondiale gli Usa sono da sempre il paese visto come riferimento, per contro la nostra azienda ha imparato molto da Israele, gli israeliani con una produzione per capo più alta al mondo, hanno un diverso approccio, più basato “sull’essenziale”, poi ci sono alcuni paesi nordici che pongono più attenzione al benessere animale e alla sostenibilità. Ma mi lasci dire però che gli allevatori italiani sono molto bravi e nulla hanno da invidiare rispetto ai colleghi di tutto il mondo. È necessario che i produttori scelgano validi collaboratori, professionisti, fornitori creando delle squadre di lavoro nelle quali ognuno possa portate la propria professionalità e le proprie esperienze. Le faccio un esempio: se sono il fornitore di tecnologia di un’impresa, mi sento responsabile di consigliare il prodotto giusto e dare un addestramento adeguato perché solamente in questo modo il cliente potrà ripagare l’investimento in breve tempo e poter fare ulteriori investimenti. Lo stesso vale per il veterinario che segue la mandria, perché il suo operato ricade sulla gestione e sul benessere degli animali”.

C’è spazio per aumentare la produttività per vacca? Dove si arriverà?

“Difficile dire dove si arriverà. Se me lo avesse chiesto solamente cinque anni fa avrei detto un valore che abbiamo già superato. Molti sono i fattori che influenzano l’aumento di produttività a partire dalla genetica, al benessere, all’alimentazione, all’utilizzo di tecnologie e ad una migliore preparazione degli operatori e sono convinto che questo trend sia destinato a crescere ancora in maniera importante”.

Come sarà la stalla del futuro?

La stalla del futuro sarà impostata verso il benessere animale

“Sarà impostata con una grande attenzione al benessere animale. Avremo sempre più sensori e strumenti che daranno informazioni precise sugli animali, meno manodopera e più automazione. L’obiettivo è far sì che l’animale sia in salute, sia alimentato bene, abbia una vita più lunga, avremo pertanto animali più produttivi che vivranno meglio, oggi l’allevatore ha compreso che il benessere animale è anche una questione economica.

Anche la sostenibilità avrà la sua importanza il che non vuol dire produrre meno o mettere le vacche al pascolo. Una stalla più performante inquina di meno di una meno efficiente”.

Oggi di quali dati ha bisogno l’allevatore dalla sala di mungitura? E poi: i dati hanno un valore economico?

“La sala di mungitura è un punto nevralgico nel quale vengono raccolti molte informazioni ma non solo, credo che l’allevatore si debba concentrare principalmente sui dati che riguardano la produzione, la salute, il benessere e la fertilità. Questi se bene interpretati possono dare informazioni utili. Qualche esempio: oltre alla quantità del latte, al grasso e alle proteine e alla conducibilità elettrica dello stesso, possiamo sapere ad esempio se l’animale ha sviluppato una chetosi o se c’è un problema di acidosi, se ha problematiche metaboliche, alimentari, oppure quanto ha ruminato, se è in calore, se respira correttamente o quanto l’animale rimane coricato. In pratica, andiamo ben oltre i dati legati al latte e alla mungitura, perché per mezzo di nuovi sensori e di algoritmi si sta allargando sempre più il ventaglio delle informazioni”.

In altri campi i dati hanno un valore economico, nel nostro sistema non esiste niente di tutto ciò, ma non è detto che si arrivi un giorno al fatto che l’allevatore possa in qualche modo valorizzare le informazioni relative ai propri animali”.

Quali innovazioni o strategie introdurrete in futuro?

Nuovi sensori che utilizzano l’IA per poter predire cosa potrà accadere ad un animale

“Stiamo studiando nuovi sensori, software, su pc ed in cloud, che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per poter predire cosa potrà accadere ad un animale sulla base dell’analisi dei dati di oggi, sistemi che rendano i dati fruibili in maniera molto semplice e immediata da qualsiasi dispositivo fisso o mobile.

La robotizzazione inoltre avrà una parte importante sia essa relativa alla mungitura che all’alimentazione, stiamo anche lavorando ad un progetto completamente innovativo che è l’automazione dell’impianto di mungitura tradizionale e che potrà essere applicato ad impianti di mungitura esistenti rivoluzionando quella robotica attualmente disponibile nel nostro campo”.

L’apertura del consorzio del Grana Padano nei confronti del robot di mungitura porterà a un aumento delle vendite?

“Crediamo di sì. Siamo alle prese con un aumento di interesse e di vendite, le richieste sono aumentate negli ultimi anni trascinate anche dal prezzo del latte favorevole che dalla difficoltà sempre più crescente di reperire manodopera qualificata”.

Dove non è applicabile l’automazione?

“Non esiste una verità assoluta, ogni progetto va valutato nel proprio contesto di dimensione, di disponibilità di manodopera sia essa famigliare e non, di previsioni di sviluppo dell’allevamento del fatto che si facciamo 2 o 3 mungiture, dalla capacità di far fronte all’investimento e tanti altri fattori.

Da tenere presente anche l’attitudine dell’allevatore ad utilizzare la macchina. Il robot di mungitura ti fa cambiare la routine di lavoro nella stalla, i robot di oggi sono molto affidabili e funzionano bene, ma devono essere inserite nel contesto giusto il cambio di vita investe tanto gli animali quanto gli allevatori”.

Come un orecchino ci ha cambiato la stalla [Intervista]
22 Maggio 2020

Alessandro Torsani
Arborea (OR), Sardegna – ITALIA

Alessandro Torsani – Allevatore Arborea

La svolta in un orecchino. E pensare che lo usavano i pirati come moneta di scambio, per avere una degna sepoltura e non finire in mare. Nel caso di Alessandro Torsani, allevatore quarantenne di Arborea, in Sardegna, gli orecchini sono quelli intelligenti che vengono applicati alle vacche e che monitorano in tempo reale, i calori, la ruminazione e la geolocalizzazione. Il sistema si chiama Smartbow di Zoetis.

“Abbiamo introdotto queste apparecchiature otto mesi fa e abbiamo beneficiato di vantaggi enormi già da subito, a partire dal monitoraggio dei calori, soprattutto notturni, migliorando notevolmente il pregnancy rate – racconta Torsani -. La ruminazione spesso è sinonimo di un disagio della bovina e segnala tempestivamente il malessere di ogni singolo animale, permettendoci di intervenire nell’immediato, ovviando, quindi alla somministrazione di antibiotici. La geolocalizzazione, infine, ci sta risultando molto utile, in quanto ci permette di individuare precisamente il singolo animale all’interno della mandria, per qualsiasi intervento a lui riservato”.

Soluzioni innovative e tecnologiche, che fanno la differenza in una stalla come quella di Torsani, con 140 vacche in mungitura e 100 per la rimonta, 14.600 quintali di latte prodotti ogni anno conferiti alla cooperativa Arborea, e 32 ettari coltivati a mais e loietto in rotazione, interamente al servizio della mandria.

Ricambio generazionale in completa sintonia, con le nuove leve (Alessandro e il cugino Marco) che sono aiutati dai senior, il papà Bruno e lo zio Sergio. La gestione della stalla è affidata ad Alessandro, la campagna a Marco.

Chi vi ha consigliato l’orecchino intelligente?

“Ho visto la presentazione di questa nuova soluzione a un evento di CLAL e TESEO a Verona e sono rimasto incuriosito. Ho quindi contattato l’azienda che li produce e ci siamo accordati per l’installazione. Chi li ha in stalla da più tempo dice che i risultati migliori di questa innovazione si abbiano in estate, nel rilevamento dei calori. Per cui mi aspetto con l’imminente estate un miglioramento ulteriore”.

Quanto è costato l’investimento?

“Intorno ai 25mila euro. Siamo la prima stalla in Sardegna ad installare questo sistema e siamo contenti. Lo consigliamo”.

Quali altri investimenti avete in mente di fare?

“Puntiamo a migliorare ulteriormente il confort delle bovine e vogliamo modificare le cuccette. Inoltre, stiamo pensando di integrare una terza mungitura, perché siamo arrivati al limite con la seconda”.

Avete un robot di mungitura?

“No, un impianto 13+13 con inclinazione a 70 gradi, installata nel 2009. Stiamo pensando anche di introdurre un operaio in azienda, in modo da alleggerire i nostri genitori dal lavoro, dal momento che hanno 67 e 72 anni”.

Quali vantaggi avete avuto finora dal benessere animale?

“Vantaggi enormi, perché più gli animali sono in salute e più aumentano le difese immunitarie, la qualità del latte e si riducono le spese sanitarie e le anomalie in stalla”.

La cooperativa Arborea non è solamente il simbolo della Sardegna che produce latte, ma è anche una delle più all’avanguardia in Italia. Qual è la sua forza, secondo lei?

“La mentalità del gruppo, direi. Come allevatori siamo molto vicini uno con l’altro. Ci scambiamo molte strategie aziendali. E il fatto di essere una cooperativa aiuta molto”.

Che suggerimenti daresti alla struttura?

“Di rendere ancora più frequenti gli scambi fra allevatori della zona. Vanno benissimo i confronti europei, ma quello di cui sento più bisogno sono interazioni più rapide, più approfondite a livello territoriale, perché ci si conosce meglio e si conosce il territorio sul quale si opera. È un contesto comune, che rende credo più semplice individuare soluzioni comuni. Gli incontri organizzati da CLAL e TESEO sono molto apprezzati, facciamone qualcuno in più, magari”.

Ha avuto ripercussioni a causa del Coronavirus?

“A livello locale nessuna grande ripercussione sul commercio, mi sembra. A livello di categoria ritengo siano diminuiti gli attacchi di ambientalisti e animalisti. Forse il risvolto positivo è che sono stati almeno parzialmente riconosciuti gli sforzi degli allevatori e il ruolo fondamentale che ha l’agricoltura per la sopravvivenza di tutti noi. Finalmente la gente ci vede come una garanzia e un pilastro per la sicurezza alimentare. Spero che ci si ricordi di questo anche alla fine dell’emergenza”.

Ha degli hobby?

“Ritagliarci del tempo libero è la nostra filosofia aziendale, in modo da staccare dalla routine quotidiana, per poi riprendere con più entusiasmo il nostro lavoro.  Mi piace molto viaggiare.”

Da sinistra: Marco, Sergio, Bruno ed Alessandro Torsani

Agricoltura cellulare: l’alternativa all’attuale modello produttivo?
15 Maggio 2020

Se è innegabile che la zootecnia, così come ogni altra attività produttiva, ha un impatto sull’ambiente, è altrettanto innegabile la necessità di produrre cibo per nutrire una popolazione in continua crescita, con una domanda sempre più esigente in termini di principi nutritivi, soprattutto proteine.

Come aumentare le rese con minori risorse e sprechi?

Nonostante l’agricoltura abbia saputo rispondere alla sfida alimentare aumentando quantità e qualità del cibo, sempre più di frequente essa sembra essere messa alla gogna anche sui più diffusi mezzi di comunicazione come se fosse la causa del proprio male. Eppure, qual è l’alternativa, se alternativa esiste, all’attuale modello produttivo, per aumentare le rese con minori risorse e sprechi?

Potrebbe essere la cosiddetta agricoltura cellulare, producendo latte e carne direttamente dalle cellule piuttosto che dall’intero organismo animale? Indubbiamente, la diminuzione delle superfici coltivabili a causa degli usi civili od industriali, e la competizione fra le coltivazioni destinate al consumo umano rispetto a quelle per l’alimentazione animale, senza poi parlare delle criticità ambientali per le sempre maggiori dimensioni degli allevamenti intensivi, inducono a riflettere se il presente modello produttivo sia in linea con gli obiettivi ONU della sostenibilità, in particolare l’obiettivo due, eliminare la fame nel mondo, e l’obiettivo 12, produrre e consumare in modo responsabile.

Nel mondo si allevano circa 270 milioni di vacche e la produzione di latte è raddoppiata negli ultimi 40 anni, con un crescente impatto sulle risorse naturali, per gli aspetti sanitari e di benessere animale.
Per vari motivi oltre a quello semplicemente ecologico, nei consumi delle economie avanzate stanno diventando popolari i succedanei del latte ottenuti da fonti vegetali quali soia, avena, riso, che però non ne contengono gli stessi elementi nobili e che in ogni modo si basano sempre sulle coltivazioni convenzionali. Questi prodotti, comunque additivati essi siano, non potranno avere qualità, composizione, gusto, caratteristiche fisiche, di latte, yogurt e formaggio.

TESEO.it - Confronto tra numero di capi da latte e produzione complessiva di latte in UE
TESEO.it – Confronto tra numero di capi da latte e produzione complessiva di latte in UE

Ecco allora il ricorso alle biotecnologie, con la possibilità di produrre latte non più da un animale ma solo dalle sue cellule mammarie coltivate in vitro, il che lascia intravedere uno scenario in cui si potrebbe ridurre il carico di bestiame pur rispondendo alle crescenti esigenze alimentari della popolazione, nel rispetto dell’ambiente.

Questa non è fantascienza, dato che l’azienda biotecnologica TurtleTree Labs, una start-up basata a Singapore ed operante a san Francisco, ne ha annunciato la produzione. Dopo la possibilità di produrre carne direttamente dalla moltiplicazione delle cellule animali, si intravede ora quella di ottenere vero latte da cui produrre veri formaggi, od almeno teoricamente tali.

Tutto ciò sarebbe l’uovo di Colombo: risolti tutti i problemi di impatto ambientale, benessere animale, sicurezza alimentare. Dunque, sarà la biotecnologia a salvare il mondo? Basterà prendere una cellula e moltiplicarla per sostituire tutto il patrimonio delle interrelazioni vitali che comprendono anche i fattori emotivi e sociali, il pathos, l’aspetto morale e spirituale che pure sono parte integrante quanto impalpabile dell’essere, cioè della vita?

Questi fenomeni del nostro tempo in cui tutto cambia in un batter d’ali e la presa di coscienza che il nostro mondo, più che dover essere in guerra contro qualcuno o qualcosa, vedi virus, sia malato ed abbia bisogno di attenzione e cura, dovrebbero spingerci non a sperare in soluzioni semplicistiche od a puntare il dito contro qualcuno, ma ad affrontare la complessità dei processi vitali con estrema umiltà ed attenzione, cercando di comprenderli attraverso le conoscenze che anche scienza e tecnica ci mettono a disposizione.

Questo nello spirito della ecologia integrale, dato che tutti gli esseri vitali sono interdipendenti. Come non mai, oggi non bisogna cadere nella banalizzazione della complessità.

Fonte: Research Gate

Tyson Foods investe nelle proteine alternative
14 Aprile 2020

Tyson Foods, il secondo operatore mondiale della carne dopo la brasiliana JBS, colosso basato in Arkansas con un fatturato di 40 miliardi di dollari, ha lanciato la Coalition for Global Protein, una iniziativa per ricercare fonti alimentari alternative a quelle animali.

La finalità è quella di produrre proteine di elevato valore biologico grazie a tecniche e tecnologie innovative per aumentare l’efficienza produttiva, ridurre gli sprechi e contribuire a salvaguardare gli ecosistemi.

L’iniziativa è stata presentata a Davos a margine del cinquantesimo forum economico mondiale e si propone di coinvolgere i leader mondiali della filiera produttiva, dall’agricoltura alla trasformazione, i ricercatori, le ONG e le istituzioni finanziarie.  

La sfida è alimentare 10 miliardi di persone nel 2050

La sfida è quella di alimentare 10 miliardi di persone nel 2050 senza impatti negativi sull’ambiente e questo impone di identificare nuove soluzioni creative attivando nel breve tempo progetti pilota per scegliere ed impostare le modalità produttive più appropriate.

Se questo colosso della carne sente il bisogno di investire nelle proteine alternative o comunque dimostra di guardare oltre le classiche produzioni di proteine da animali, significa che occorre considerare rapidamente questa tematica.

Si tratta di andare oltre le singole azioni di risparmio energetico, contenimento delle emissioni  o del benessere animale, per interrogarsi concretamente sulla sostenibilità delle filiere produttive e la loro efficienza. È un impegno e una responsabilità che compete in primo luogo alle imprese, per un’azione collettiva ed immediata, come afferma la Tyson.

Dunque agire rapidamente e insieme, soggetti della filiera, ricerca, finanza e pubblica amministrazione. Questa sarà la vera sfida del Made per il futuro.

CLAL.it - Crescita della Popolazione Mondiale
CLAL.it – Crescita della Popolazione Mondiale

Fonte: Coalition for global protein

Aziende da latte: il mercato richiede professionalità
11 Novembre 2019

Il bisogno di lavoratori qualificati nelle imprese è sempre maggiore, a causa dell’evoluzione tecnica della produzione. Questo riguarda anche le aziende da latte, che fanno dell’alta specializzazione, del controllo e del monitoraggio delle varie fasi produttive, la loro peculiarità, compreso il rispetto delle rigorose norme igienico-sanitari. 

Australia20% aziende da latte con più di 6 dipendentinel 2025

La necessità di continuare ad implementare l’uso di tecnologie sempre più sofisticate nell’allevamento da latte richiede dunque anche la possibilità di attrarre operatori con le adeguate professionalità, il che rappresenta una sfida per il futuro, tanto più quanto le aziende si ingrandiscono. In Australia, ad esempio, si ritiene che nel 2025 le aziende da latte con più di sei dipendenti saranno il 20% del totale, rispetto al 4% attuale.

Oltre ai classici aspetti produttivi, come la gestione della mandria o la qualità del latte, l’attività aziendale dovrà poi sempre più considerare anche i parametri di tutela ambientale, dunque residui, emissioni, risorse idriche e ricadute sociali dell’attività produttiva. Per questo il settore dovrà sempre più relazionarsi con scuole ed università in modo da specificare i bisogni formativi ed interessare gli studenti sulle diverse opportunità di lavoro esistenti nelle aziende da latte.

Gestione della mandria: 2.500 giovani australiani connessi sulla Young Dairy Network

Gli imprenditori dovranno però anche prestare attenzione al ventaglio di nuove professionalità richieste dal mercato ed in generale dalla società, anche quelle apparentemente distanti dai ruoli tradizionali della produzione del latte e della gestione della mandria.  In questa prospettiva, Dairy Australia ha creato un Young Dairy Network che connette oltre 2500 giovani per diffondere informazioni sulle possibilità di formazione relative agli aspetti sia tecnici che sociali riguardanti la produzione del latte, salute animale, gestione aziendale comunicazione ed informazione. 

La scelta del personale da impiegare nell’azienda da latte non può essere lasciata al caso o all’improvvisazione. Questo ora più che mai, vista la rapida evoluzione non solo delle tecnologie produttive ma anche e soprattutto della percezione e delle esigenze dei consumatori.

TESEO.clal.it - Consulta le nuove pagine dedicate alla Struttura delle Aziende Agricole da Latte in UE-28

TESEO.clal.it – Consulta le nuove pagine dedicate alla Struttura delle Aziende Agricole da Latte in UE-28

Fonte: edairynews

Contrastare i cambiamenti climatici con l’agricoltura rigenerativa
12 Agosto 2019

L’impatto ecologico delle attività produttive è aumentato rapidamente, ma non la biocapacità

Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, l’impatto ecologico delle attività produttive sull’ambiente dei Paesi UE è aumentato rapidamente negli anni ’60 e ’70, rimanendo poi relativamente costante a partire dal 1980. Invece, la capacità degli ecosistemi di assorbire le emissioni ed i materiali di scarto generati da tali attività, cioè la biocapacità, è rimasta inalterata. Quindi si è determinata una crescente impronta ecologica (ecological footprint) che, abbinata alla insufficiente biocapacità, determina un deficit con effetti negativi sull’ambiente, terreno, acqua, aria e conseguentemente sulla società.  

L’Europa non è la sola regione con questo problema, che si manifesta anche in America settentrionale e nell’Asia centrale e del Pacifico. Il settore agroalimentare è particolarmente sensibile a tale tematica, dato che è quello più colpito dai cambiamenti climatici, ma nel contempo contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas effetto serra (anidride carbonica, ossido di azoto, metano) che, secondo la FAO, rappresentano il 14,5% del totale.

Le prime azioni da compiere consistono in:

  • ridurre le emissioni gassose in atmosfera,
  • agire per un migliore utilizzo dei concimi,
  • usare pratiche agronomiche adeguate alla natura del terreno, del clima e delle coltivazioni,
  • gestire in modo oculato le acque di irrigazione.

Invece di migliorare le pratiche agronomiche tradizionali, innovandole per farle evolvere in funzione della meccanizzazione e delle nuove coltivazioni intensive, si è assistito negli ultimi 40 anni ad un loro abbandono con la conseguenza di un maggior impatto ambientale delle attività agricole ed una generale erosione dei terreni.

Agire per migliorare sia l’agricoltura convenzionale che quella biologica

L’introduzione di pratiche innovative di agricoltura rigenerativa può permettere di recuperare il potenziale ecologico dei suoli, raddoppiando la capacità del terreno di sequestrare anidride carbonica e questo può essere misurato e certificato come grado di salute del terreno, benessere animale, impatto sociale. Non si tratta però certo di introdurre un’altra certificazione, ma di agire per migliorare sia l’agricoltura convenzionale che quella biologica per dare modo al terreno di svolgere la sua naturale funzione di substrato vivente, ricco di sostanza organica, permeabile all’aria ed all’acqua, di allevare gli animali in modo appropriato e di usare le tecniche produttive in modo sostenibile.

Oltre alla ricerca, diventa importante l’indirizzo e l’impulso delle politiche agricole ed in primo luogo dalla nuova PAC per introdurre modelli che sostengano gli agricoltori che, operando in modo ecosostenibile, producono un generale beneficio per tutta la società.

Fonte: EEA, Rodale Institute

TESEO.clal.it – Italia: Impronta idrica della produzione, ovvero il volume di acqua attinto dalle risorse idriche nazionali per la produzione di beni o servizi.
Scopri di più sull’impronta idrica nelle mappe di TESEO!

L’impatto della Generazione Z sul mondo dei consumi
8 Marzo 2019

I primi soggetti inclusi nella cosiddetta GenZ, cioè la fascia di età 12-22 anni, si stanno affacciando sul mondo dei consumi. La GenZ rappresenta già il 30% della popolazione mondiale e si calcola sia già responsabile del 7% della spesa, con punte superiori in paesi quali Cina, Brasile o Turchia.

La Gen Z rappresenta già il 30% della popolazione mondiale

Sembra però che i responsabili marketing non considerino ancora l’impatto di questi nuovi consumatori e si focalizzino per lo più sui millennials. Però negli USA lo scorso anno questi nuovi consumatori hanno rappresentato il 10% degli accessi totali nella ristorazione e presto diventerà il gruppo di consumatori più importante che influenzerà i cambiamenti nelle offerte di mercato dei prossimi anni.

Il fatto nuovo è che i componenti la GenZ hanno dei comportamenti di consumo omogenei nei vari contesti mondiali, come appare dallo studio di OC&C realizzato su 15 mila soggetti di 9 Paesi. Questa similitudine nei comportamenti e nelle abitudini si può ricondurre all’uso della tecnologia informatica, internet innanzitutto, ed anche alla crescente economicità dei viaggi che favoriscono gli spostamenti e dunque le interazioni.

I prodotti più richiesti sono personalizzati, inusuali, esotici

È la generazione che segue più da vicino e con maggior frequenza sui social i marchi ed i punti vendita, ristorazione inclusa, con cui interagisce direttamente online. Richiede prodotti sempre più personalizzati, diversi, inusuali od anche esotici.

Interessante notare che questo non significa però l’abbandono dei prodotti o dei marchi tradizionali, tutt’altro. Il desiderio di accedere ai marchi di riferimento può aumentare se questi vengono presentati e valorizzati attraverso i supporti informatici che questa generazione usa sempre più spesso e con i linguaggi con cui si esprime ed interagisce.

Fonte: Forbes

TESEO.clal.it – I componenti della Generazione Z, insieme ai Millennials, rappresentano la fascia maggiore di consumatori di bevande alternative al latte. L’Italia è un esportatore netto di Bevande Vegetali.
Scopri su TESEO quali sono i Paesi acquirenti!

La gestione degli effluenti zootecnici: una nuova sfida tecnologica
27 Febbraio 2019

Si calcola che per ogni litro di latte vengano prodotti dai 2 ai 4 litri di effluenti. In media dunque una vacca produce 70 litri di effluenti al giorno, cui vanno aggiunti 50 litri per l’acqua di lavaggio.

nei 300 giorni di lattazione una vacca produce350quintali di effluenti

Pertanto, si può stabilire che nei 300 giorni di lattazione, una vacca arrivi a produrre 350 quintali di effluenti che, dato l’aumento delle dimensioni aziendali, non possono certo essere gestiti solo con la pratica dello spandimento, peraltro soggetta alle ben note limitazioni.

Visto il potenziale impatto su terreni ed acque, diventa dunque essenziale il ricorso a tecnologie sempre più appropriate. La loro applicazione riguarda le vasche di stoccaggio, così come le modalità di trasporto e spandimento, operazioni sempre più mirate ed anche costose. Gli allevatori debbono pianificare bene tali operazioni, tenendo conto anche dei contenuti di azoto, potassio e fosfati (che peraltro sono influenzati dalla razione), in funzione del tipo di terreno, delle precipitazioni e del conseguente apporto di concimi.

La gestione degli effluenti come requisito

La tecnologia mette a disposizione anche impianti sempre più perfezionati per riciclare l’acqua a standard di potabilità recuperando il residuo solido ricco di nitrati, col doppio vantaggio di ridurre i consumi idrici totali e contenere la massa da spandere sul terreno. Bisogna poi tener conto della crescente richiesta da parte del mercato, di certificare la gestione degli effluenti. In Nuova Zelanda, paese esportatore per eccellenza, aziende quali Synlait già ora ritirano il latte solo se l’allevatore fornisce il warrant of fitness (WOF) cioè la garanzia di conformità nella gestione degli effluenti.

Perché dal letame possano continuare a “nascere i fiori”, come cantava De André, occorre adottare tecnologie appropriate, in modo da garantire responsabilmente la sostenibilità produttiva aziendale.

Fonte: Newsroom

TESEO.clal.it – UE-28: Struttura delle Aziende Agricole da Latte

All’estero non solo con le DOP, ma anche con latte e mozzarella [intervista a Prandini – Coldiretti]
17 Gennaio 2019

La produzione di latte europea sta crescendo, mentre la domanda mondiale sembra abbastanza stabile. Inoltre, la Cina sembra aver circoscritto le importazioni dall’UE-28 al latte per l’infanzia e l’India punta all’export e non più a produrre solo per il mercato interno. Quali conseguenze prevede e come sostenere il Made in Italy lattiero caseario?

Ettore Prandini – presidente nazionale di Coldiretti

“In un mercato con le produzioni in crescita, la tutela del vero prodotto Made in Italy e del settore lattiero caseario in particolare deve necessariamente passare dalla distintività. La difesa e la valorizzazione delle produzioni DOP e IGP e la certezza della trasparenza con l’indicazione dell’origine in etichetta per i prodotti che non sono tutelati per disciplinare, sono fondamentali per potersi svincolare dall’esclusiva logica della battaglia sul prezzo”.

Quali potrebbero essere i mercati internazionali dove potersi espandere? E con quali prodotti? Le DOP possono essere l’apripista di un paniere più ampio, che comprende anche nuovi prodotti? Quali, ad esempio?

“Aldilà delle buone performance del nostro export lattiero caseario degli ultimi anni, ci sono ancora ampi margini di crescita sui mercati cosiddetti ricchi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, ma anche la stessa Europa con un’attenzione particolare ai Paesi del Nord, senza tralasciare la Russia dove continuiamo a pagare gli effetti dell’embargo, sancito con decreto n. 778 del 7 agosto 2014, più volte rinnovato e ancora in vigore, come ritorsione alle sanzioni europee.

Un prodotto con ampi margini di crescita sui mercati esteri è la mozzarella da realizzare con latte italiano

In questo scenario, nel Paese del Cremlino le esportazioni agroalimentari Made in Italy hanno perso complessivamente oltre un miliardo di euro a causa del blocco che ha colpito un’importante lista di prodotti agroalimentari tra cui proprio i formaggi, oltre che frutta e verdura, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da UE, Usa, Canada, Norvegia ed Australia. Un prodotto con ampi margini di crescita sui mercati esteri è la mozzarella da realizzare con latte italiano. Si tratta di uno dei prodotti del comparto lattiero caseario più consumati al mondo e al contempo più scopiazzato, spesso con pessimi risultati. Non sottovalutiamo poi i margini di crescita che potrebbero avere tutti quei prodotti che vedono il latte come uno dei componenti come i prodotti da forno, le merendine, gli snack, il gelato industriale”.

Qual è la posizione di Coldiretti sulla Brexit? Teme di più l’etichetta a semaforo, i possibili dazi oppure le difformità in tema di requisiti sanitari o di mancato riconoscimento delle Indicazioni Geografiche?

“Come Coldiretti da tempo diciamo che a pagare il conto della Brexit non deve essere l’agricoltura, che è un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione deve affrontare, a cominciare dai cambiamenti climatici. Nel prossimo bilancio dell’UE indebolire l’agricoltura, che è l’unico settore realmente integrato dell’Unione, significherebbe minare le fondamenta della stessa Unione Europea in un momento particolarmente critico per il suo futuro. Il 90% dei cittadini europei, secondo Eurobarometro, sostiene infatti la politica agricola a livello comunitario per il ruolo determinante che essa svolge per l’ambiente, il territorio e salute. Le minacce per il vero Made in Italy agroalimentare arrivano da più parti: tra queste c’è il pericoloso diffondersi di sistemi di informazione fuorviante sulle qualità intrinseche dei prodotti, come ad esempio l’etichettatura a semaforo, che vanno spesso a penalizzare prodotti universalmente riconosciuti per gli effetti benefici sulla salute, se consumati in maniera corretta nel quadro di un’alimentazione diversificata ed equilibrata. Il bisogno di informazioni del consumatore sui contenuti nutrizionali deve essere soddisfatto nella maniera più completa e dettagliata, ma anche con chiarezza, a partire dalla necessità di usare segnali univoci e inequivocabili per certificare le informazioni più rilevanti per i cittadini, mentre sistemi troppo semplificati cercano di condizionare in modo ingannevole la scelta di chi va ad acquistare i prodotti da portare in tavola”.

Il bisogno di informazioni del consumatore sui contenuti nutrizionali deve essere soddisfatto, ma con chiarezza

Ettore Prandini – presidente nazionale di Coldiretti

L’e-commerce sta crescendo. A quali condizioni potrebbe essere un’opportunità per gli allevatori?

“La spesa media sul web degli italiani ha raggiunto i 595 euro a testa all’anno con un aumento dell’8% nell’ultimo anno, con un andamento destinato a modificare l’assetto della distribuzione commerciale tradizionale. Sul podio dei prodotti più acquistati dagli italiani ci sono però l’abbigliamento e i prodotti di bellezza seguiti dalle vacanze e i viaggi e dai giocattoli ed hobbies. Molto distanziato con un importo di 1,2 miliardi di dollari il settore del “food & personal care” che però con un aumento del 15% è quello che fa registrare l’incremento maggiore nell’arco dell’anno. Per il cibo si registra in realtà una polarizzazione nei comportamenti di acquisto con un numero crescente di consumatori che privilegia il rapporto diretto con i produttori come dimostra il successo dei mercati di vendita diretta degli agricoltori dove hanno fatto la spesa almeno una volta al mese 30 milioni di italiani nel 2017 secondo i dati Coldiretti/Ixè per la fondazione Campagna Amica. In quest’ottica si aprono molte opportunità per tutti gli imprenditori agricoli, allevatori compresi”.

Chi sarà il tuo prossimo consumatore? [VIDEO]
20 Novembre 2018

Dopo i video, la parola ai giovani allevatori!

Al CLAL Dairy Forum 2018 un ricco parterre di relatori di rilievo dell’agroalimentare internazionale ha presentato a oltre 200 operatori del settore lattiero-caseario le molteplici sfaccettature del nuovo consumatore.

Il tema “Conosci il tuo prossimo consumatore” è stato trattato in tre sessioni:

  1. Affrontare altri stili di vita e rispondere ai nuovi bisogni

  2. Orientare al rispetto e alla scelta della Sostenibilità

  3. Adeguare l’offerta alle nuove modalità di acquisto

Ecco i video di tutte le presentazioni e della tavola rotonda conclusiva. Sotto i video, la parola ai giovani allevatori!

Affrontare altri stili di vita e rispondere ai nuovi bisogni

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Orientare al rispetto e alla scelta della Sostenibilità

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Adeguare l’offerta alle nuove modalità di acquisto

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Abbiamo colto questa occasione per verificare, a poco più di un mese dall’evento, cosa fosse rimasto alla platea delle 20 presentazioni che si sono succedute durante la giornata. Per il nostro “sondaggio” abbiamo scelto un campione particolarmente vitale: i giovani produttori latte.

“L’incontro è stata un’esperienza molto positiva soprattutto per noi allevatori credo, che solitamente dedichiamo gran parte del nostro tempo ad altro” afferma Manuel Boschini“questo genere di incontri ci aiuta a capire dove potrebbe andare il mercato e come cambiano le esigenze ed i modi di acquistare del consumatore. Inutile produrre cose nelle quali il consumatore non vede un valore aggiunto che ne giustifichi il prezzo”.

“È stato interessante”, continua Barbara Greggio“vedere come le diverse aziende, provenienti da stati diversi, cerchino di soddisfare le richieste di mercati diversi e di superare la nuova sfida della sostenibilità attraverso: la valorizzazione dei loro punti di forza (per esempio le vacche al pascolo); la ricerca continua di nuovi prodotti da immettere sul mercato (per esempio lo yogurt che non va refrigerato); il marketing.”

Le relazioni della seconda sessione vertevano appunto sulla Sostenibilità economica ed ambientale, e la percezione del consumatore rispetto la sostenibilità è stato un tema trasversale alla maggior parte degli interventi. Argomento ricco di sfaccettature, come sottolinea Luca Perletti“mi sono reso conto che il concetto di Sostenibilità tocca moltissimi argomenti e che alcuni di questi non sono molto chiari al consumatore finale, ed alle volte nemmeno ai vari protagonisti del nostro settore. Si parla molto di Sostenibilità ma è difficile chiarirne il concetto. Ma una cosa è certa, questo è il futuro!  Lo chiede il consumatore, lo chiedono le grandi aziende lattiero casearie ma soprattutto ce lo chiede il mondo in cui viviamo.”

Alex Fiorini aggiunge: “dobbiamo fare in modo di avere sempre più trasparenza e dare una immagine di garanzia sui due fronti della sostenibilità e del benessere animale, ad un consumatore sempre più attento ed esigente”.

“Penso che sia più sensato dare un punteggio all’attenzione posta dall’allevatore sul benessere, piuttosto che al semplice fatto che gli animali pascolino” riflette Boschini, ed aggiunge: “è di tutto interesse per l’allevatore far star bene l’animale, che si traduce in migliori produzioni con costi minori e minori cure.”

Tuttavia, sebbene le presentazioni abbiano evidenziato che i consumatori intervistati si dicono ben disposti verso i prodotti sostenibili, è stato lanciato un monito: al momento dell’acquisto, il grosso dei consumatori non è disposto o non è in grado di spendere più soldi per alimenti più sostenibili. Ovvero: sarà molto difficile mettere la sostenibilità sul conto del consumatore.

“È un valore aggiunto che è difficile da valorizzare”, sostiene infatti Perletti“perché tutti vogliono un mondo più sostenibile ma pochi sono disposti a pagare per averlo, e questo in un certo senso non andrà a premiare le aziende che lavorano in questa direzione, ma probabilmente a eliminare dal mercato quelle che non lo faranno”.

L’argomento che ha destato più curiosità nella platea è stato sicuramente l’e-commerce, con le relazioni dei giganti cinesi JD.com ed Alibaba in primis.

L’opinione di Davide Lorenzi“I nuovi sistemi di acquisto di prodotti lattiero caseari online ci dà la possibilità di conoscere meglio i nostri consumatori i loro gusti le loro esigenze, ma allo stesso tempo ha dato la possibilità di creare prodotti in modo che potessero durare molti giorni e senza temperature controllate, in grado di resistere inalterati al viaggio verso chi li deve consumare (lo yogurt che è stato presentato è un esempio bellissimo). Questo ci sta dando la possibilità di allargare i confini del mercato dei prodotti lattiero caseari.”

La tavola rotonda conclusiva sulle nuove modalità di consumo ha coinvolto e-commerce, grande distribuzione, discount ed alcuni imprenditori italiani del settore lattiero caseario. Dibattito di grande interesse per Fiorini“Molto interessante la tavola rotonda con le discussioni tra grandi gruppi, dove le varie esperienze imprenditoriali possono dare spunti a noi giovani allevatori.”

Ecco dunque alcuni degli spunti che questi giovani imprenditori hanno portato a casa dal CLAL Dairy Forum 2018. Concludiamo con le parole di Alfredo Lucchini“Il Forum è stato, per me allevatore, un’iniezione di ottimismo per aprire gli occhi e vedere come mercati talvolta molto diversi dal nostro stiano sviluppando nuovi prodotti e innovando, mettendo oltretutto il produttore di latte alla base della filiera produttiva.”

Tutti i VIDEO del CLAL Dairy Forum 2018 sono ora disponibili su YouTube e Facebook