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Contrastare i cambiamenti climatici con l’agricoltura rigenerativa
12 Agosto 2019

L’impatto ecologico delle attività produttive è aumentato rapidamente, ma non la biocapacità

Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, l’impatto ecologico delle attività produttive sull’ambiente dei Paesi UE è aumentato rapidamente negli anni ’60 e ’70, rimanendo poi relativamente costante a partire dal 1980. Invece, la capacità degli ecosistemi di assorbire le emissioni ed i materiali di scarto generati da tali attività, cioè la biocapacità, è rimasta inalterata. Quindi si è determinata una crescente impronta ecologica (ecological footprint) che, abbinata alla insufficiente biocapacità, determina un deficit con effetti negativi sull’ambiente, terreno, acqua, aria e conseguentemente sulla società.  

L’Europa non è la sola regione con questo problema, che si manifesta anche in America settentrionale e nell’Asia centrale e del Pacifico. Il settore agroalimentare è particolarmente sensibile a tale tematica, dato che è quello più colpito dai cambiamenti climatici, ma nel contempo contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas effetto serra (anidride carbonica, ossido di azoto, metano) che, secondo la FAO, rappresentano il 14,5% del totale.

Le prime azioni da compiere consistono in:

  • ridurre le emissioni gassose in atmosfera,
  • agire per un migliore utilizzo dei concimi,
  • usare pratiche agronomiche adeguate alla natura del terreno, del clima e delle coltivazioni,
  • gestire in modo oculato le acque di irrigazione.

Invece di migliorare le pratiche agronomiche tradizionali, innovandole per farle evolvere in funzione della meccanizzazione e delle nuove coltivazioni intensive, si è assistito negli ultimi 40 anni ad un loro abbandono con la conseguenza di un maggior impatto ambientale delle attività agricole ed una generale erosione dei terreni.

Agire per migliorare sia l’agricoltura convenzionale che quella biologica

L’introduzione di pratiche innovative di agricoltura rigenerativa può permettere di recuperare il potenziale ecologico dei suoli, raddoppiando la capacità del terreno di sequestrare anidride carbonica e questo può essere misurato e certificato come grado di salute del terreno, benessere animale, impatto sociale. Non si tratta però certo di introdurre un’altra certificazione, ma di agire per migliorare sia l’agricoltura convenzionale che quella biologica per dare modo al terreno di svolgere la sua naturale funzione di substrato vivente, ricco di sostanza organica, permeabile all’aria ed all’acqua, di allevare gli animali in modo appropriato e di usare le tecniche produttive in modo sostenibile.

Oltre alla ricerca, diventa importante l’indirizzo e l’impulso delle politiche agricole ed in primo luogo dalla nuova PAC per introdurre modelli che sostengano gli agricoltori che, operando in modo ecosostenibile, producono un generale beneficio per tutta la società.

Fonte: EEA, Rodale Institute

TESEO.clal.it – Italia: Impronta idrica della produzione, ovvero il volume di acqua attinto dalle risorse idriche nazionali per la produzione di beni o servizi.
Scopri di più sull’impronta idrica nelle mappe di TESEO!

Etica e relazioni umane nell’allevamento animale
24 Luglio 2019

Nell’allevamento è ormai acquisito come essenziale il concetto di benessere animale, ovvero quella serie di pratiche che determinano una gestione ed un ambiente funzionale e propizio per ottenere produzioni ottimali da soggetti inseriti in un ambiente armonico, cioé sostenibile.

Diversi indici permettono di valutare il grado di benessere animale e di certificarlo in modo da trasmettere, lungo la filiera produttiva fino al consumatore, i parametri che dimostrano come i prodotti dell’allevamento rispondano a criteri etici.

In tutto questo però si rischia di dimenticare il fattore fondamentale: quello umano.

Relazioni umane sane influiscono positivamente sulla gestione degli animali.

Così come si può misurare il grado di rispetto ambientale o quello di benessere animale, è possibile misurare anche il grado di soddisfazione nei comportamenti e nelle relazioni fra le persone che operano nell’allevamento? I parametri per tale valutazione potrebbero includere il rispetto delle norme su salario e lavoro, la risoluzione dei conflitti, il rispetto delle persone e la prevenzione dei fenomeni di bullismo o discriminazione. Relazioni umane sane ed appropriate determinano un ambito di lavoro sereno e di conseguenza influiscono positivamente anche sulla gestione degli animali e sulle produzioni.

Questa presa di coscienza sull’importanza delle relazioni umane non può essere lasciata però alla sola spontaneità, ma dovrebbe poter essere valutata attraverso parametri ed indici almeno pari a quelli adottati per animali od ambiente. Anzi, le relazioni andrebbero messe al primo posto e da queste ne dovrebbero conseguire gli altri comportamenti.

Se l’allevatore acquisisce una chiara coscienza della propria attività e dimostra che svolge al meglio il proprio compito, riuscirà anche a rispondere nel migliore dei modi a quanti criticano le sue produzioni.

Il benessere, così come l’ecologia, deve avere una dimensione integrale, che nei rapporti umani non può prescindere dal coltivare le relazioni!

La sfera Sociale, con la sfera economica e quella ambientale, è cruciale per raggiungere la Sostenibilità

Fonte: Fonterra

Soia: produrre e distribuire in modo sostenibile per nutrire il pianeta
10 Luglio 2019

La produzione mondiale di soia è pari a circa 355 milioni di tonnellate (previsione WASDE 2019-20), di cui l’81% proviene da USA, Brasile ed Argentina. Si tratta di una delle commodity con la filiera più articolata, che parte dal campo per andare, attraverso un sistema complesso di trasporti e strutture, alle imprese di trasformazione ed essere distribuita ai consumatori, persone ed animali, nei diversi continenti.

Nel 2100 per soddisfare le esigenze alimentari, la produzione di Soia dovrebbe raddoppiare, ma con la necessità di ridurre le emissioni di gas di 1/4

Si calcola che la produzione agricola dovrà aumentare per soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione mondiale prevista in 12 miliardi di persone nel 2100. La produzione di soia dovrebbe persino raddoppiare, ma con la necessità di ridurre le emissioni di gas nell’ambiente di un quarto rispetto a quelle attuali per rispettare i parametri di contrasto al cambiamento climatico.

solo il 2% della Soia
rispetta i criteri RTRS di Sostenibilità

Dunque diventa cruciale operare sulla base della sostenibilità, il che è tutt’altro che evidente a fronte di fenomeni come la deforestazione, anche legale, e la perdita di biodiversità. Si calcola, ad esempio, che solo il 2% della soia rispetta i criteri del protocollo di sostenibilità previsti dal piano della certificazione RTRS (Round Table Responsible Soy).

Bisogna poi affrontare le problematiche nelle fasi della supply chain a valle della produzione agricola, cioè nella distribuzione per razionalizzare la logistica ed eliminare le perdite e gli scarti, che rappresentano anche il 30% del totale alimentare disponibile. Ulteriore elemento sarà quello del modello alimentare, perché un’alimentazione più sana ed equilibrata avrà effetti positivi sulla salute così come sull’ambiente. La dieta alimentare dovrà considerare la natura dell’alimento, cioè da dove proviene e come è stato prodotto, la sua quantità nella dieta, il suo impatto per consumi di risorse idriche ed emissioni di anidride carbonica.

L’agricoltura è un’attività molto complessa, caratterizzata da un’estrema volatilità per il clima, il mercato, la logistica, le politiche. Dunque la parola chiave diventa la resilienza, cioè l’adattamento.

Fonti: WASDE, Food Navigator, Eat Forum, Rabobank


Segui i report di Mais e Soia elaborati dal Team di TESEO!

Alimenti animali e vegetali: la coesistenza necessaria
1 Luglio 2019

La crescente presenza sugli scaffali di prodotti alimentari, cibi e bevande, alternativi a latte e carne, il movimento vegetariano/vegano, la richiesta di prodotti rispettosi delle condizioni degli animali e dell’ambiente, sono fenomeni che esprimono il medesimo desiderio per processi produttivi e per regimi alimentari che siano più naturali e sostenibili.

Le piante e gli animali hanno coesistito da sempre; dunque non si tratta di fare una scelta di campo aprioristica, animale o vegetale, ma di identificare le pratiche produttive che permettono la rigenerazione delle risorse naturali su cui si fonda l’attività agricola. È noto che gli allevamenti intensivi di carne o latte possono richiedere meno risorse naturali e generare minori emissioni di gas effetto serra di quelli estensivi. Parimenti, ritenere che le coltivazioni vegetali, siano esse OGM o convenzionali, possano rappresentare l’alternativa agli alimenti animali, favorendo biodiversità e migliore stile alimentare è quanto mai azzardato, per non dire ridicolo.

I vegetali possono usufruire della fertilità apportata dagli animali, che si alimentano con i vegetali, chiudendo il ciclo

La verità è che i vegetali possono usufruire della fertilità apportata dagli animali, che si alimentano con i vegetali, chiudendo il ciclo. Però l’agricoltura industriale che si è sviluppata nel corso dell’ultimo secolo, ha portato da un lato alle grandi estensioni a monocoltura con la conseguente necessità di fornire sempre maggiore quantità di fertilizzanti minerali o di pesticidi e dall’altro agli allevamenti intensivi, spesso senza terra, con una alimentazione sempre più sofisticata e, per i ruminanti, non più basata sui foraggi, con crescenti problemi di gestione delle emissioni. In entrambi i casi, l’effetto è stato quello dell’interruzione del ciclo produttivo naturale della riduzione della biodiversità e di ecosistemi sempre più fragili, dunque via via meno sostenibili.

Occorre riorientare il modello agricolo verso l’agricoltura rigenerativa

Dunque occorre riorientare il modello produttivo agricolo, sia esso animale o vegetale, verso l’agricoltura rigenerativa, ma anche la percezione alimentare affinché la scelta dei consumatori sia sempre più orientata verso la complementarietà degli alimenti.

Le esperienze in tal senso non mancano: riguardo al latte, in Europa un esempio in tal senso è rappresentato dal latte fieno, che ha ottenuto anche il riconoscimento di Specialità Tradizionale Garantita (STG); negli USA esiste l’esperienza di Maple Hill, avviata nel 2009 da una singola azienda agricola che aveva scelto di alimentare gli animali solo con foraggi e che ora trasforma in prodotti lattiero caseari il latte ottenuto in tal modo da 150 allevamenti.

Complementarietà e agricoltura rigenerativa, sono elementi che sostengono la biodiversità, che rappresenta la base da riscoprire ed affermare per l’attività agricola.

Fonte: Maple Hill

CLAL.it - Austria: prezzi del latte Biologico a confronto
CLAL.it – Austria: prezzi del latte Biologico a confronto.
In Aprile 2019 il prezzo latte-fieno (4,0% p.p. grasso – 3,4% p.p. proteine) è di 48,86 € / 100 kg + IVA

Più sostegno per allevare meglio: in Irlanda serve un’inversione di tendenza
17 Giugno 2019

È ormai generalmente acquisito il fatto che l’ambiente sia una risorsa fondamentale. Gli agricoltori, che hanno nel suolo e nelle acque la loro base produttiva, debbono certo operare in modo più efficiente, ma debbono poter contare anche su prezzi del latte adeguati.

In tale prospettiva, il ruolo dell’agricoltore si inserisce sempre più nel contesto di bene pubblico per le ricadute che la sua attività ha verso la società, e dunque diventa importante il ruolo di orientamento ed indirizzo della PAC.

Diventa però altrettanto importante che il mercato, e con esso il consumatore, sia disponibile a riconoscere un prezzo adeguato per gli impegni degli agricoltori a produrre nell’ottica della tutela ambientale.

In un recente convegno in Irlanda sulla qualità delle acque, è risultato evidente come lo spostamento dalla produzione di carne a quella da latte, perché più profittevole, ha portato solo negli ultimi tre anni ad un incremento del 30% nei fertilizzanti azotati. Però, una gran parte di questo azoto è disperso, con differenze che vanno da uno a tre fra chi opera con meno efficienza. La stessa differenza esiste anche nell’uso dei concimi fosforici. Le aziende da latte irlandesi usano il 20% del suolo agricolo, ma il 50% dei fertilizzanti totali.

È evidente che la pressione sui prezzi spinge gli agricoltori a massimizzare la produzione, mettendo però a rischio l’efficienza e dunque anche l’impatto ambientale. In Irlanda, nel 1980 la spesa alimentare rappresentava il 28% del reddito rispetto al 14% odierno.

Dobbiamo lavorare in modo più intelligente e fare meglio – ma tutti abbiamo bisogno di più denaro e più sostegno per farlo.

Jack Nolan – Irish Department of Agriculture, Food and the Marine

Come sottolineato all’Environmental Protection Agency (EPA) National Water Event 2019 da Jack Nolan del Department of Agriculture, Food and the Marine irlandese, occorre una inversione di tendenza. I consumatori, che sono sempre più sensibili alle tematiche ambientali, debbono essere disponibili a cambiare la loro attitudine ed a riconoscere il valore dei prodotti di qualità elevata. Questo vale anche per la PAC: se a clima, biodiversità ed acqua verrà destinato il 30% delle risorse, il consistente resto rimarrà concentrato nei pagamenti diretti, che non hanno certo stimolato il cambiamento.

Dunque, nell’ottica della sostenibilità occorre produrre meglio aumentando l’efficienza produttiva e riducendo le disparità fra gli agricoltori. Occorre però che anche i consumi siano orientati verso la domanda di prodotti di qualità.

CLAL.it – Prezzo del latte alla stalla in UE-28 ed in Irlanda

Fonti: AgriLand, Commissione Europea

Armonizzare produzione e biodiversità
5 Giugno 2019

In un secolo si è perso il 20% della Biodiversità

La perdita di biodiversità è un problema ambientale acuto, anche se meno evidente di altri fenomeni, quali i cambiamenti climatici. Secondo IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) la salute degli ecosistemi in cui viviamo si sta deteriorando come non mai, con riflessi nefasti sui pilastri economici, sociali, alimentari, ambientali in tutto il mondo. In un secolo abbiamo perso almeno il 20% di biodiversità e si calcola che un milione di specie viventi sia a rischio estinzione, principalmente a causa delle attività umane.

Il tema della biodiversità è associato a quello della complessità degli ecosistemi ed alla loro naturale interconnessione. Viene contrastato dalle attività umane che tendono a semplificare ed uniformare i processi produttivi così come i consumi, determinando evidenti squilibri a livello planetario. Di conseguenza, diventa imperativo orientarsi verso la sostenibilità nei diversi ambiti socio-economici agendo in modo integrato multi settoriale fra agricoltura ed altre attività produttive, sistemi marini e gestione delle acque di superficie, urbanizzazione, energia, tecnologia. Fondamentale è poi l’evoluzione dei sistemi economici e finanziari mondiali, superando l’attuale paradigma della crescita economica separata dal contesto sociale ed ambientale.

Millennials e Gen Z risultano essere i consumatori più sensibili verso la biodiversità

I consumatori possono essere i catalizzatori del cambiamento, soprattutto quelli più giovani, Millennials e Gen Z, che risultano essere i più sensibili verso il tema della biodiversità.

UEBT nel suo biodiversity barometer afferma che ormai il 76% delle imprese alimentari include per i propri approvvigionamenti dei criteri di biodiversità. La tracciabilità diventa dunque il fattore chiave per impostare le tecniche produttive in modo coordinato ed utilizzare le tecnologie appropriate, cioè per operare in modo sistematico nella logica della diversità e della complessità. Un esempio è l’agricoltura di precisione, per contenere nei limiti indispensabili l’uso di pesticidi o di concimi.

A livello economico, i consumatori e la società in generale, debbono rendersi conto che considerare solo la riduzione dei prezzi degli alimenti comporta comunque un costo elevato in termini di risorse ambientali e dunque il prodotto “buono” deve avere anche una giusta ed equa ripartizione del suo valore. Se, come afferma la FAO, coltiviamo e ci alimentiamo solo con 150 piante fra le oltre 50 mila edibili, con grano riso e mais che rappresentano il 60% di tutta l’energia alimentare della dieta, risulta evidente il contrasto con la biodiversità.

Se, grazie a tecnica e tecnologia la produttività è stato il fattore vincente nella produzione alimentare degli scorsi decenni, tecniche e tecnologie innovative debbono ora essere ancor più oggetto di investimento per agire verso il paradigma della diversità, che rappresenta la base costitutiva dei nostri sistemi viventi.

Fonte: IPBES, UEBT Biodiversity Barometer

Il tema dell’innovazione tecnologica sarà trattato nell’incontro “Presidenti & Casari – Innovare le DOP: perché e come” di Venerdì 14 Giugno 2019
Vedi l’Agenda – Incontro riservato agli operatori invitati

Il mondo piccolo, ovvero malattie animali, proteine e mercati
27 Maggio 2019

La peste suina africana in Cina ha colpito duro. Rabobank stima che le perdite nel 2019 saranno circa un terzo della produzione suinicola, cioè 150-200 milioni di maiali: un numero equivalente alla produzione europea e più grande di tutta quella USA.

L’epidemia

In alcune aree della Cina, l’epidemia ha colpito oltre la metà degli allevamenti e, fatto molto grave, si è estesa al Vietnam dove si stimano perdite di circa il 10% della produzione ed alla Cambogia, con la temibile prospettiva di una ulteriore espansione ai Paesi vicini. Anche se l’epidemia venisse circoscritta subito, fatto improbabile, bisognerebbe contare dai 3 ai 5 anni per riportare al produzione ai livelli normali, con ripercussioni su tutto il mercato mondiale, come evidenzia il repentino, generale aumento nelle quotazioni suinicole.

Fonti proteiche alternative

Nel frattempo occorrerà comunque trovare in fretta sui mercati internazionali altre fonti proteiche come quelle apportate da carni avicole, bovine, ovine, pesce, ma anche dalla soia, per colmare il deficit alimentare della carne suina stimata in 10 milioni di tonnellate. Fra le carni, il ciclo produttivo più veloce è quello avicolo e non è un caso se i consumi di carne avicola nel 2019 in Cina sono già cresciuti del 9%, con un aumento del 32% nelle importazioni, soprattutto dal Brasile.

La soia

Un discorso a parte,e più complesso, merita il quadro per la soia, che entra in modo significativo nei mangimi animali. Le scorte mondiali sono elevate e ci sono ottime previsioni per la produzione di quest’anno. La Cina ha in atto i dazi sulle importazioni dagli USA a seguito della guerra commerciale, per cui ha aumentato gli approvvigionamenti di soia dal Brasile, ma con le decimazioni dovute alla peste suina africana, la domanda di soia per i mangimi è in calo e resterà tale per l’annata 2019-20. I produttori USA hanno comunque trovato subito un facile sbocco sul mercato UE.

Intanto, a metà aprile l’International Grains Council ha riportato quotazioni della soia in ribasso del 21% rispetto ad un anno fa, il che lascia prevedere un aumento nella produzione di proteine animali, epidemie permettendo.

Il mondo piccolo, non è più quello circoscritto all’ansa del grande fiume descritto da Guareschi. È sempre più il mondo intero, al di là di muri e barriere, e queste vicende lo dimostrano.

Scopri il menù di TESEO dedicato ai SUINI

Fonte: Poultry World

Vacche ad alta produzione e solidi del latte
6 Maggio 2019

Calcolare la produzione delle vacche da latte non semplicemente in litri ma come sostanza solida (milk solids – MS), significa considerare anche la quantità di proteine e grasso. Si tratta di un riferimento generalizzato in Nuova Zelanda e presente anche in paesi quali Irlanda e Regno Unito, che permette di valutare bene il valore produttivo dell’animale. Una vacca che produce 5.000 litri di latte col 3,8% di grasso ed il 3.4% di proteine,avrà il 7.2% di milk solids. La quantità totale di grasso prodotta sarà pari a 196 kg (5.000 x 1,03 x 0.038) mentre le proteine prodotte saranno pari a 175 kg. Quindi questa vacca in una lattazione produrrà 371 kg di milk solids. Si può ritenere che le vacche molto performanti arrivano a produrre anche mille kg di solidi, con un rapporto di 1,5 kg di milk solids per kg di peso vivo dell’animale.

Questi risultati dipendono dal miglioramento generale nella gestione della mandria, ma in particolare bisogna considerare quattro fattori:

  • scelta del riproduttore,
  • selezione della mandria,
  • produzione foraggera,
  • somministrazione della razione.

Per incrementare il contenuto in solidi del latte, è importante scegliere un riproduttore che migliori grasso e caseina, ma occorre guardare anche al mantenimento della quantità di latte prodotto.

La migliore genetica deve essere utilizzata non solo per le migliori giovenche, ma per tutta la mandria. Si può infatti considerare che circa il 60% delle vacche giovani siano geneticamente superiori al resto della mandria e dunque un miglioramento produttivo generale non può che considerare tutti gli animali.

Il miglioramento nel contenuto delle sostanze solide del latte non può poi prescindere dalla qualità del foraggio. Dunque sfalciare precocemente e con intervalli regolari per accrescere il valore nutritivo e l’ingestione del foraggio.

Riguardo la somministrazione della razione, diventa essenziale premiscelare gli ingredienti in modo meticoloso. Usando insilato, questo deve essere di qualità elevata, trinciato a circa 10 mm e la cui sostanza secca non dovrebbe essere inferiore al 35%.

Fonte: eDairyNews.com

Il parere dell’Allevatore

Indici riferiti alla produttività ed al contenuto di grasso e proteine nel latte sono diffusi in tutti i Paesi del Mondo.

Le diverse “esperienze” e destinazioni del latte in tali Paesi portano a definire indici differenti: ad esempio in Italia si pone particolare attenzione all’indice di caseificazione.

Tuttavia, sarebbe utile uniformare tali indici tra i Paesi al fine di renderli comparabili.

Nino Andena, allevatore in Bertonico, Lodi – ITALIA

TESEO.clal.it – Lombardia: le razioni più diffuse per la bovina da latte.
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Cina: la via del latte, fra potere e modernità
2 Aprile 2019

La Cina ha un’insaziabile sete di latte.

Fino al XIX secolo questo prodotto era generalmente percepito come una bevanda apportata dai barbari invasori, cioè da quegli stranieri che avevano introdotto le vacche nei territori costieri conquistati durante la cosiddetta guerra dell’oppio. Lo consumavano, peraltro fermentato, solo alcuni gruppi etnici come ad esempio le popolazioni mongole, mentre il 95% della popolazione ne era intollerante. Durante l’epoca di Mao, si contavano in Cina appena 120 mila vacche e l’uso del latte era limitato solo alle persone più deboli, bimbi ed anziani od ai quadri superiori.

Negli anni 80 il latte in polvere apparse nei negozi cinesi come simbolo che proiettava il Paese verso il futuro

Tutto cambiò nel post maoismo: negli anni ’80 cominciò ad apparire nei negozi il latte in polvere il cui consumo venne percepito come una sorta di riscatto dalle umiliazioni del passato ed il simbolo dell’alimento che proiettava il Paese verso il futuro. In più, la progressiva urbanizzazione portava a sostituire una dieta tradizionalmente basata su prodotti vegetali con i prodotti animali in cui la carne, il latte, ma anche gli zuccheri, erano espressione di maggiore prominenza rispetto alla vita rurale. A questo ha contribuito poi lo stravolgimento nelle distribuzione alimentare e dunque la diffusione dei supermercati e la catena del freddo. Oggi la Cina ha circa 13 milioni di vacche, è il terzo Paese produttore al mondo ed il consumo pro capite è arrivato a 30 litri all’anno.

CLAL.it - Negli ultimi 10 anni la Cina ha aumentato di 7 volte le importazioni di Latte per l'Infanzia.

Il potere centrale, abbracciando l’economia di mercato, ha sposato la promessa capitalista di aumentare e diffondere il livello di benessere materiale. Il fatto di avere accesso in ogni parte del Paese al consumo dei prodotti animali, in primo luogo il latte, è uno dei segni tangibili del successo di questa scelta di modello economico centralizzato e capitalista.

Triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta dei cinesi, tra gli obiettivi del tredicesimo piano quinquennale

Non sorprende dunque se nel tredicesimo piano quinquennale del partito al potere è indicato l’obiettivo di triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta della popolazione cinese, che è pari ad 1,4 miliardi di abitanti, attraverso la conversione dei piccoli allevamenti in grandi fattorie industriali per fare della Cina il “paese del latte”, con uno stravolgimento non solo economico, ma anche sociale ed ambientale.

Per rispondere alla necessità delle imponenti infrastrutture e risorse ambientali, il Paese ha realizzato anche grandi acquisizioni di terreni ed unità produttive all’estero, oltre che accresciuto le importazioni di latte ma anche di materie prime per la nutrizione animale. La Cina già importa, ad esempio, quasi il 60% della soia commercializzata a livello mondiale.

Tutto questo sviluppo produttivo comporta però delle inevitabili ricadute: se i consumi lattieri si incrementeranno come previsto, le emissioni animali di gas in atmosfera aumenteranno del 35% e la Cina avrà bisogno di espandere del 32% le terre coltivabili. Se poi tutto questo latte dovesse essere importato, occorrerebbe la superficie di due Paesi come l’Irlanda.

Dunque questa via cinese del latte avrà delle ricadute a livello globale. Già questo è apparso nella fluttuazione dei prezzi mondiali di latte e derivati, ma diventerà ancor più evidente per l’impatto sull’ambiente. La Cina, con tutte le sue strade, diventa sempre più vicina e, in un certo senso, anche inquietante.

La Cina importa il 58% della soia commercializzata a livello mondiale.
TESEO.clal.it – La Cina importa il 58% della soia commercializzata a livello mondiale.

Fonte: The Guardian

Un prezzo reale e giusto
14 Marzo 2019

Il concetto di prezzo reale e giusto.

In Olanda una serie di soggetti, comprendenti l’università di Wageningen, l’associazione dei produttori di patate e degli allevatori di maiali bio, sta lavorando da alcuni anni sul concetto di prezzo reale, in grado cioè di coprire realmente i costi di produzione, e giusto per il consumatore, cioè leale ed appropriato per livello qualitativo che il prodotto garantisce.

Ora, su iniziativa di diverse associazioni di produttori e di commercianti, banche ed istituti di ricerca, è stato avviato un progetto per identificare il livello di prezzo “reale e giusto”, leale lungo la filiera per i prodotti ottenuti nel rispetto dei parametri di sostenibilità.

Il modello finanziario che ha caratterizzato la filiera produttiva negli ultimi decenni, ha portato alla rincorsa nel contenimento dei costi di produzione, con una contrazione dei prezzi pagati ai produttori ed in genere dei margini degli operatori. Di conseguenza, sono aumentati gli squilibri e le difficoltà nell’identificare il livello di prezzo equo rispetto alla qualità. Se questo può rispondere alla necessità di efficienza finanziaria, spesso contrasta con i principi di sostenibilità economica, equità ed inclusione sociale. Il progetto mira dunque a valutare i costi ed anche i rischi per la transizione da un modello finanziario ad uno sostenibile.

Stimolare i consumatori a compiere le scelte d’acquisto migliori per la sostenibilità.

Occorre però che il consumatore sia preparato ed educato a pagare un prezzo maggiore, che andrà non solo a remunerare in modo più equo il prodotto acquistato, ma si rifletterà in modo positivo anche sui benefici per l’ambiente, gli animali e la salute. Si tratta di definire quale sia il livello di prezzo giusto, che non ponga i produttori della materia prima in posizione di debolezza nella trattativa commerciale, ma che nel contempo sia anche quello vero e reale per i consumatori, in modo da stimolarli a compiere le scelte d’acquisto migliori per la sostenibilità.

In tale finalità si inquadra anche l’azione del legislatore europeo, che ha ritenuto di intervenire per contrastare le crescenti distorsioni nelle trattative commerciali, proponendo delle norme per garantire il rispetto di pratiche commerciali più eque nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare.

Il Prof. Leonardo Becchetti al CLAL Dairy Forum 2018
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Fonti: Wageningen University & Research, Commissione Europea