Proteine, deforestazione e latte: quale legame?
7 Agosto 2025

Le proteine sono nutrienti essenziali e insostituibili

Il mondo ha sempre più bisogno di proteine. Queste sostanze sono essenziali per la crescita e per le produzioni dell’organismo. Sono componenti indispensabili della razione alimentare perché, a differenza dei carboidrati che possono essere convertiti in lipidi (deposito di grasso) ed i lipidi in carboidrati, non c’è grasso o zucchero che possa essere convertito in proteina. Pertanto, non potendo essere sostituite da nessun altro elemento, debbono essere fornite tal quali.

Aumentando le performance dell’animale, sia esso da carne o da latte (compreso l’umano sportivo), debbono aumentare anche le proteine ingerite. A parte l’azoto non proteico (l’urea) che i microorganismi del rumine possono trasformare in proteine, le fonti per questi preziosissimi elementi sono i prodotti delle coltivazioni ed i loro derivati.

Veniamo alla deforestazione: si calcola che ogni anno il mondo perda circa 5 milioni di ettari di foresta, per lo più ai tropici, il 75% dei quali per coltivare ed allevare il bestiame. Oltre a commodity quali olio di palma, caffè o cacao, anche la soia, fonte proteica vegetale per eccellenza, è sempre più correlata alla necessità di trovare nuove aree coltivabili, come dimostra il fatto che a livello mondiale la sua produzione è passata da circa 25 milioni di tonnellate all’anno negli anni ‘60, alle attuali 350 milioni di tonnellate. Si tratta di un tema serio, perché alla deforestazione od al degrado di aree forestali è spesso collegato anche il mancato rispetto dei diritti umani per le popolazioni locali.

L’uso crescente di soia nei mangimi incide sulla sostenibilità

Certo, a differenza della carne, la produzione di latte non rientra nella normativa EUDR, il regolamento UE European Deforestation-free products Regulation, che mira a ridurre l’impatto dei consumi sulla deforestazione. Bisogna tuttavia considerare l’impennata negli anni dell’uso di soia anche nei mangimi per le vacche da latte, il che rappresenta un fattore considerevole in rapporto alla sostenibilità.

Quindi, alla luce della crescente sensibilità dei consumatori, sarebbe legittimo chiedersi se ed in che misura anche la produzione di latte potrebbe essere percepita in modo critico in quanto associata all’espansione di nuove aree coltivate a scapito delle foreste. A questo vanno aggiunte le considerazioni sulla nostra dipendenza dalle importazioni di soia e sulla necessità di valorizzare le fonti agricole locali.

Fonti: Our World in Data, Dairy Reporter

TESEO.clal.it – Superficie coltivata a semi oleosi nei principali Paesi – Stagione 2025-26

Cambiamento climatico e sfide nella filiera da latte australiana
4 Luglio 2025

Gli effetti del cambiamento climatico, ma non solo, stanno seriamente colpendo la produzione di latte in Australia. Lo scorso maggio nel Nuovo Galles del Sud, la cui capitale è Sydney, si sono registrate vaste inondazioni mentre negli Stati meridionali di Victoria ed in Tasmania persiste la peggior siccità degli ultimi decenni.

-2.000 aziende da latte in otto anni

Gli effetti sulla produttività delle aziende sono pesanti e le marginalità sono messe a dura prova anche per il crescente aumento dei costi operativi ed il modesto aumento nel prezzo del latte pagato alla stalla, che da molti non è ritenuto soddisfacente.
Questo comporta la problematica della sostenibilità economica, cui si aggiunge la tenuta sociale del sistema, con un impatto anche sull’equilibrio nervoso degli allevatori preoccupati per il futuro delle loro famiglie. Un dato significativo: nel 2015 si contavano 6 mila aziende da latte, mentre nel 2023 erano scese a poco più di 4 mila. Di converso i consumatori vedono salire i prezzi dei latticini, mentre le aziende aumentano gli investimenti su fronti proteiche alternative al latte ottenute da fermentazione microbica (fermentazione di precisione/coltivazione cellulare), con tutti gli interrogativi che questa tecnica comporta.

Serve un piano pubblico per incentivare tecnologie più efficienti

L’associazione nazionale Australian Dairy Farmers richiede un piano pubblico per incentivare investimenti in tecnologie atte a migliorare l’efficienza aziendale, finanziamenti per la sicurezza idrica, programmi di riqualificazione per gli agricoltori, sostegno alla pianificazione delle successioni aziendali.

Tuttavia, dato che il settore lotta contro cambiamenti climatici, tensioni finanziarie e stress mentale, dovrebbe essere previsto anche un approccio più coordinato che indirizzi e sostenga gli agricoltori con la guida di figure professionali esperte in tali ambiti. Questo per adattarsi alle nuove condizioni ambientali, sociali ed economiche adottando tecniche appropriate alle nuove condizioni quali l’agroecologia ed anche nella prospettiva di diversificare le produzioni.
Il tutto, nel contesto del superamento delle iniquità nella logica delle relazioni di relazioni di filiera.

Fonte: The Conversation

TESEO.clal.it – Australia: Condizioni climatiche in corso

L’importanza del monitoraggio dei flussi agroalimentari
14 Aprile 2025

Di: Mirco De Vincenzi

Il rapporto è di 1 a 2. Anzi, ad essere precisi 1 a 2,05: nei primi mesi del 2025 con 1 chilogrammo di latte è oggi possibile acquistare 2,05 chilogrammi di alimentazione.

I prezzi contenuti di Mais e Soia, uniti alla tendenza positiva del prezzo del latte alla stalla, hanno reso l’alimentazione animale meno costosa rispetto al passato. In questo inizio d’anno le esportazioni dei principali Paesi produttori mondiali di cereali e semi oleosi evidenziano dati in crescita: gli Stati Uniti nei primi 2 mesi del 2025 hanno esportato oltre 12 milioni di tonnellate di Mais (+26% rispetto allo stesso periodo del 2024), con l’Unione Europea — in particolare la Spagna — in forte crescita tra i Paesi acquirenti.

A Marzo sono aumentate anche le esportazioni di Soia del Brasile (14,6 milioni di tonnellate, +16,5%), con un nuovo picco nelle quantità destinate alla Cina, che ha assorbito il 76% delle spedizioni mensili.

In questa fase di stallo sui dazi imposti dall’amministrazione americana, sarà fondamentale monitorare i flussi di import/export dei prodotti agroalimentari, che potrebbero approfittare del contesto per raggiungere più rapidamente i mercati di destinazione.

TESEO.clal.it – Il grafico rappresenta quanti kg di Alimento Simulato possono essere acquistati con il ricavo ottenuto dalla vendita di 1kg di latte. L’Alimento Simulato è un modello teorico di alimento che prevede esclusivamente l’impiego di mais e farina di estrazione di soia 44 (‘nazionale’); è stato assunto a modello in quanto i due ingredienti che lo compongono sono driver del prezzo di tutte le materie prime disponibili sul mercato.

Il Commento: Proprietà e Dipendenti devono crescere insieme [Marco Baresi, Produttore Latte]
24 Marzo 2025

Marco Baresi
Lonato (BS)

Marco Baresi – Produttore Latte

“Proprietà e Dipendenti devono crescere insieme, un passo alla volta, per costruire il futuro dell’Impresa”.

La pensa così Marco Baresi, Allevatore di Lonato e Presidente del settore Servizi Agricoli di Confcooperative Brescia. Baresi gestisce un’azienda di 350 ettari e 3.000 capi sui due siti produttivi. I familiari coinvolti sono quattro, i dipendenti 25.

Nei mesi scorsi l’Impresa Agricola ha organizzato due step di formazione, condotta in due ambiti specifici. “Da un lato un percorso di crescita professionale di tutti i nostri Collaboratori sul piano tecnico, partendo dalle nozioni basilari e progredendo verso la specializzazione, dall’altro abbiamo puntato sugli aspetti relazionali, umani, per una crescita interiore dei Dipendenti e dei Collaboratori, in modo da avviare un dialogo costruttivo, finalizzato alla crescita dell’Azienda e al benessere della persona”, spiega Baresi.
Quello introdotto nell’Azienda di MARCO BARESI è un modello di formazione attuato dalla Cooperazione e dall’Industria, ma molto raramente dalle imprese agricole.

“Siamo convinti che una crescita professionale e personale di Dipendenti e Collaboratori, un approccio al dialogo e ai progetti dell’Azienda sia anche una leva per favorire i rapporti interpersonali e il ricambio generazionale.

I Giovani hanno energie positive, vanno incanalate”, conclude Baresi.

TESEO.clal.it – Distribuzione dell’età dei titolari di aziende agricole in alcuni paesi europei (Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia) e la media dell’UE-27, secondo il censimento Eurostat del 2020

Stiamo costruendo la filiera del futuro [Intervista a Carmen Iemma – Mozzarella Bufala Campana]
10 Gennaio 2025

Allevatrice e Amministratrice MBC Service

Carmen Iemma, trentenne allevatrice di radicata tradizione familiare, dopo essere stata componente del CDA del Consorzio di Tutela Mozzarella di Bufala Campana Dop, ora è alla guida della MBC Service, la società in house del Consorzio, che gestisce la Scuola di formazione consortile, nata nel 2017. Con lei tracciamo il bilancio del 2024 nella filiera.

Che anno è stato?

“Il 2024 è stato un anno in chiaroscuro, con accelerazioni e frenate nella produzione di Mozzarella Dop. Un anno che si concluderà sostanzialmente in linea con il 2023, ma che ci ha posto davanti sfide importanti a partire proprio dall’anello degli allevatori. Questo deve spingerci a programmare bene il futuro, a delineare strategie efficaci per affrontare i rapidi cambiamenti in atto”.

Quali sono queste sfide?

“Dobbiamo, come filiera, ripristinare un equilibrio perduto in merito alla destagionalizzazione e ai modelli contrattuali, prevedendo una scadenza unica per tutta l’area Dop. Dobbiamo, cioè, rendere disponibile più latte in estate, quando aumenta la richiesta di mozzarella di bufala campana Dop, e meno in inverno, quando fisiologicamente cala. Il 2024 ha dimostrato che troppo spesso questo non accade, con la conseguenza di avere, per i trasformatori, troppo latte stoccato in cella, visto che il mercato non assorbe la produzione”.

E qui si apre un altro capitolo…

Promozione e rilancio dei consumi

“Le difficoltà dei mercati, soprattutto quello interno, sono innegabili. Occorre una grande azione di rilancio dei consumi. Su questo fronte siamo in sintonia con il presidente del Consorzio di Tutela, Domenico Raimondo, e proprio il Consorzio è pronto a fare la sua parte, tanto che quest’anno saranno intensificate le azioni di promozione soprattutto all’estero, che resta un canale fondamentale. Ma non basta, serve l’impegno delle istituzioni a ogni livello. Se, come tutti dicono, la filiera bufalina è centrale per lo sviluppo dei territori e rappresenta un’eccellenza nel mondo, allora è arrivato il momento che dalle enunciazioni si passi ai fatti. Auspico che la Regione Campania, la Regione Lazio e anche la Puglia, nelle cui competenze ricade l’area Dop, mettano in campo risorse adeguate per supportare l’azione del Consorzio e dar vita insieme a una grande campagna di promozione e comunicazione, che abbia proprio l’obiettivo di rilanciare i consumi”.

E poi cos’altro serve per la crescita della filiera?

Giovani e formazione

“Stiamo costruendo la filiera del futuro, puntando sul binomio giovani-formazione. A novembre è partito il nuovo corso per diventare casari, fiore all’occhiello della nostra Scuola di formazione, a cui partecipano una decina di allievi provenienti da tutta Italia. Abbiamo diversi giovani che vogliono impegnarsi in questo comparto, che vogliono portare nel mondo contemporaneo la tradizione di un’arte antica. E noi siamo pronti ad accompagnarli, loro sono la nostra garanzia di futuro”.

La sfida di raccontarsi al consumatore [tutte le presentazioni]
3 Dicembre 2024

Un pubblico particolarmente attento ha partecipato al nostro incontro “Pronto… consumatore?” del 29 novembre, organizzato da CLAL in collaborazione con CremonaFiere e condotto da Francesco Branchi del Team di CLAL.

Martina Tenani del Team di CLAL ha evidenziato il calo del numero di Aziende da Latte in Germania, Francia, Olanda e Italia, ma anche le differenze nelle dimensioni aziendali e nei fattori. 

Le Aziende da Latte trovano difficoltà a compiere un ricambio generazionale, ed a reperire personale qualificato, osserviamo tuttavia un aspetto positivo: la maggiore presenza di Allevatrici in ruoli più chiave, anche dirigenziali. Olimpia Cabrini (Società Agricola Sorelle Cabrini, Cremona) e Laura Dalledonne (Società Agricola Dalledonne Angelo e Laura) hanno condiviso con la platea la loro esperienza, fatta di studi anche distanti dal mondo agricolo, esperienze lavorative diversificate, e infine la scelta di impegnarsi nell’Azienda di famiglia. Poi le difficoltà, ma anche tanta passione e l’importanza della famiglia.

La famiglia è stata un elemento centrale anche nell’intervento di Vittorio Fiore, Italy Corporate Communication and Sustainability Director del Gruppo Lactalis Italia, che ha raccontato come sia diventato necessario per il Gruppo comunicare la propria identità al consumatore, ed ha invitato a riscoprire il valore dell’imprenditorialità e quanto la famiglia possa aggiungervi.

“Magnetica” la presentazione della Professoressa Francesca Checchinato, Dipartimento di Management – Università Ca’ Foscari di Venezia, dal titolo “La sfida di comunicare l’Allevamento al Consumatore”, creata ad hoc per questo incontro presso le Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona. Checchinato ha analizzato l’importanza di comunicare l’Allevamento sia per il Consumatore, sia per meglio reperire personale. Importanti spunti dai quali partire per riflettere su chi dovrebbe comunicare l’Allevamento, e come; partendo da una maggior conoscenza del consumatore, e dal concetto cardine che questa comunicazione va fatta “insieme”, tutta la filiera.

Un riscontro pratico è arrivato dall’esperienza dell’allevatore BIO Davide Pinton – Società Agricola Juvenilia di Schio (VI).

Poiché il Benessere Animale è tra gli argomenti che toccano maggiormente la sensibilità del Consumatore, Francesca Ceola, Responsabile di schema in CSQA, ha spiegato cos’è e come funziona il Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale (SQNBA): la nuova certificazione nazionale unica italiana che può apparire in etichetta, e alla quale tutte le certificazioni ed i claim di benessere animale dovranno convergere entro un anno.

Ha concluso la sezione dedicata alla comunicazione Renata Pascarelli, Direttrice Qualità e Sostenibilità presso Coop Italia, che ha presentato ai partecipanti la filiera integrata quale modello organizzativo per portare avanti efficacemente progetti di filiera che tengano conto del Consumatore.

Partendo dal rallentamento delle consegne di latte in Germania e Olanda, Mirco De Vincenzi e Alberto Lancellotti del Team di CLAL hanno presentato andamento e attese per il mercato lattiero-caseario internazionale e nazionale, con un attento focus conclusivo sull’andamento dei costi alla stalla.

La sala si è infine animata con un vivace dibattito che ha coinvolto operatori quali Antonio Auricchio – Presidente di Afidop, Tiziano Fusar Poli – Presidente di Latteria Soresina, Renato Zaghini – Presidente del Consorzio di Tutela Grana Padano DOP, Giovanni Guarneri – Presidente del comitato di settore lattiero-caseario presso Confcooperative, Giovanni Garbelli – Presidente di Confagricoltura Brescia, Antonio Boselli – Allevatore, Piercristiano Brazzale – Brazzale SpA, Emanuele Balliana – Allevatore sardo socio della Cooperativa Arborea.

Il consumatore vuole conoscere. Sta alla filiera, ora, raccontarsi.

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India e il mercato agroalimentare | nuova analisi CLAL
9 Luglio 2024

L’India, con una superficie agricola appena superiore all’UE-27, ha affrontato la sfida di sfamare oltre un miliardo quattrocentomila persone aumentando le proprie produzioni agroalimentari. 

Nel suo percorso è riuscita a diventare il maggior produttore di Latte al Mondo (bufala + vacca), grazie ad un eccezionale modello basato sulla cooperazione.

Questa affascinante impresa ci ha spinti a tracciare i contorni del mercato lattiero-caseario, delle carni bovine e degli alimenti zootecnici in India, e a chiederci: cosa manca all’India per divenire un grande esportatore di prodotti lattiero-caseari?

Scopriamolo nella nuova analisi CLAL sull’India.

Cina: la zootecnia guida le importazioni
25 Gennaio 2024

Di: Elisa Donegatti, Ester Venturelli e Mirco De Vincenzi

Si completa l’anno 2023 per i dati sul trade della Cina, dandoci l’occasione per riassumerne l’andamento.

Il Mais ha registrato un’impennata a partire da Ottobre raggiungendo un aumento complessivo del 30% sul 2022. Tale crescita è dovuta soprattutto agli accordi stipulati tra Cina e Brasile, che hanno portato quest’ultimo al primo posto tra i fornitori del Paese con 12,8 Mio Ton. In aumento anche le quote dall’UE: seppure si parli di quantità notevolmente inferiori, il flusso è aumentato di cinque volte rispetto al 2022, superando le 700.000 Tonnellate.

Anche per i Semi Oleosi, nel complesso, si è verificato un aumento della domanda che, nonostante un rallentamento nell’ultima parte dell’anno, ha portato ad una crescita delle quantità acquistate del 15,3% nel 2023 rispetto al 2022. A crescere è soprattutto la Soia con +10 Milioni di Tonnellate, seguita dalla Colza con +3,5 Milioni di Tonnellate.

Nonostante sia attivo un piano di riduzione della dipendenza del Paese dalle importazioni per gli alimenti zootecnici, l’aumento della domanda di prodotti agricoli è determinato, in particolare, da un spinta produttiva sulla zootecnia locale. Gli effetti di questo si percepiscono anche sull’import di prodotti lattiero-caseari, che nel 2023 ha registrato un calo complessivo del -9,9% (-300.000 tonnellate).

Nel dettaglio, è diminuita la domanda di WMP (polvere di latte intero, -38,5%) e Latte confezionato, mentre le importazioni di SMP (polvere di latte scremato) sono piuttosto stabili. Al contrario, la domanda di Siero, probabilmente in parte destinato al consumo animale, è cresciuta del +9,5% e quella di Formaggi del +22,5%, con aumenti in quasi tutte le tipologie e soprattutto per i grattugiati.

Ogni mia vacca produce energia per una famiglia [Intervista a Carlo Franciosi]
28 Novembre 2023

Carlo Franciosi – Produttore Latte

Carlo Franciosi
Ossago Lodigiano, Lodi, Lombardia – Italia

Capi allevati: 2.000
Destinazione del Latte: latte alimentare

Carlo Franciosi, titolare della società agricola Franciosi Massimo e Carlo s.s. di Ossago Lodigiano, è un allevatore con circa 2.000 capi in stalla, 460 ettari coltivati, 17 fra dipendenti e collaboratori. Conferisce il latte a Granlatte e ha fatto della sostenibilità la propria missione. CLAL lo ha intervistato, partendo da un dibattito aperto in Europa sulla sostenibilità ambientale, sul ruolo della zootecnia e sulla dimensione ideale della stalla (se esiste). Il ruolo della zootecnia legato al rapporto con l’ambiente ha spinto alcuni Stati, dalla Germania alla Danimarca, dai Paesi Bassi all’Irlanda, a invitare gli allevatori a ripensare il proprio approccio, magari riducendo il numero di capi o implementando soluzioni di economia circolare.

Franciosi, esiste una dimensione ideale per la stalla?

Non esiste una dimensione ideale per la stalla

“No, non esiste una dimensione ideale per la stalla. Ogni realtà deve essere parametrata al terreno che ciascun allevatore coltiva. Noi, ad esempio, abbiamo una stalla con 2.000 bovine e circa 460 ettari di terreni. E tutta la superficie coltivata serve per l’alimentazione degli animali e per la valorizzazione delle deiezioni. Oltre all’azienda principale, distribuiamo digestato su un’altra azienda di circa 50 ettari, che è coltivata da un cugino, nel rispetto dei vincoli di spandimento fra aree vulnerabili ai nitrati e aree non vulnerabili. I vincoli ambientali rappresentano un parametro da rispettare”.

Le norme ambientali invitano ad essere molto attenti in tema di digestato. Come lo gestite?
“Procediamo con l’interramento del digestato. Tutti i reflui passano dal digestore anaerobico, che serve per la produzione di biogas da 300 kw. È alimentato esclusivamente con liquame e letame. Il digestato che rimane dal processo di produzione di biogas viene interrato, grazie a un sistema di distribuzione interrato, che raggiunge quasi tutta la superficie aziendale. E dove non riusciamo ad arrivare, utilizziamo una botte con ramponi per interramento”.

Una delle grandi emergenze territoriali riguarda i cambiamenti climatici. Come è possibile, secondo lei, contrastarli?
“Dei cambiamenti climatici si incolpa sempre e volentieri l’allevamento intensivo. Mi lasci aggiungere: anche ingiustamente si incolpa la zootecnia. Come azienda sono stato oggetto di ricerca relativamente ai valori delle emissioni in atmosfera e la raccolta e l’elaborazione dei dati è stata fatta dal professor Giacomo Pirlo del Crea di Lodi.

Cosa è emerso?
“In base ai calcoli, e con il contributo del biogas, si immettono molti meno inquinanti in atmosfera e quindi con il fatto che le bovine da latte sono delle divoratrici di alimenti che catturano CO₂, ne risulta un bilancio positivo in quanto si cattura più CO₂ di quella che si immette in atmosfera.
Mi sembra, quindi, ragionevole affermare che non è l’allevamento intensivo che provoca il surriscaldamento dell’atmosfera, ma sono altri fattori: industria, abitazioni, automobili, autotrasporti pesanti, aerei, trattori. Ogni volta che si muovono, emettono calore e inquinanti in atmosfera. Dobbiamo fare in modo di creare energia, senza produrre calore. Bisognerebbe puntare sull’elettrico, anche se resta il nodo del fabbisogno energetico elevato”.

Il nucleare potrebbe essere d’aiuto?
“Sì. Penso che il nucleare sia un male necessario. Perché dobbiamo creare energia. Abbiamo appena installato un impianto fotovoltaico da 350 kw, mentre il biogas è già in funzione da 5 anni. Opera grazie ai reflui zootecnici e ci permette di fornire energia potenzialmente per mille famiglie. Significa che ogni vacca produce energia per una famiglia, abbattendo l’uso di energie fossili. Ma c’è ancora chi è convinto che le vacche inquinino”.

La prossima frontiera per l’agricoltura sarà il sequestro di carbonio.
“Sì, sono in attesa di maggiori notizie per capire come certificarmi e proseguire il percorso virtuoso di economia circolare. Dobbiamo come allevatori respingere le accuse infondate di essere degli inquinatori, ma contemporaneamente dobbiamo fare in modo di proseguire nell’essere virtuosi e cercare di migliorare. Le dirò di più: sono in attesa che venga commercializzato un trattore elettrico efficiente; in quel caso amplierei le superfici di fotovoltaico sui tetti per adottare trattrici elettriche”.

Cambio argomento. Qual è, in base alla sua esperienza, il vantaggio della cooperazione?

Sono molto soddisfatto del mondo cooperativo


“È grande e ha più risvolti interessanti. Innanzitutto, grazie al sistema cooperativo sei protetto. Questo significa che il tuo latte è sempre venduto, non rischi, come è capitato a qualche allevatore in alcune fasi critiche, ad esempio dopo la fine del regime delle quote latte, di non vederti ritirato il latte. Certo, devi produrre rispettando benessere animale, qualità, rispettare determinati parametri, ma tutto questo significa produrre nel modo corretto. Personalmente sono molto soddisfatto del mondo cooperativo”.

La riforma della Pac vieta, di fatto, la monocoltura mais su mais. Questo la preoccupa?
“No, non mi preoccupa, è giusto coltivare rispettando la rotazione. Personalmente cerco di impostare la rotazione alternando erba medica, erbai autunno-vernini e mais. È il prodotto che mi serve per alimentare le bovine”.

Come immagina il settore fra dieci anni?

Professionalità, organizzazione, sostenibilità: le caratteristiche delle stalle del futuro

“Prevedo che ci saranno meno aziende di quelle che ci sono oggi. Rimarranno quelle che si saranno attrezzate per il futuro. L’automazione credo che sarà una scelta obbligata, per carenza di manodopera, se poi nelle stalle verranno installati robot di mungitura o impianti a giostra dipenderà dalle dimensioni e dalle libere scelte imprenditoriali di ciascun allevatore, ma penso che prima o poi si dovrà decidere come fronteggiare la mancanza di collaboratori.
Un altro tratto che ritengo distinguerà le stalle nei prossimi dieci anni sarà la professionalità, perché quello dell’allevatore è un mestiere che richiede attenzione e precisioni, tanto nelle operazioni in campagna quanto in stalla e nella conservazione dei prodotti agricoli, un aspetto quest’ultimo che in futuro farà la differenza.
Sul fronte prezzo non riesco a indicare un futuro con sicurezza, ma non penso che fra dieci anni avremo prezzi del latte alla stalla molti diversi da quelli attuali. Forse qualche centesimo in più, forse in meno, ma senza grandi variazioni. Le stalle che sopravviveranno saranno quelle in grado di esprimere organizzazione, professionalità e sostenibilità”.

Lei quali investimenti suggerirebbe a un collega allevatore?
“Suggerirei di investire nell’ammodernamento delle strutture, nella computerizzazione e digitalizzazione delle attrezzature, nel cercare di essere sempre più evoluti in tema di benessere animale, spazi adeguati, strumenti di monitoraggio e analisi, perché il futuro sarà quello”.

L’importanza del latte nelle condizioni estreme: l’esempio del Tibet
13 Settembre 2023

L’altopiano del Tibet costituisce la parte principale di una vasta area montuosa di ghiaccio e ghiacciai che copre circa 100.000 chilometri quadrati della superficie terrestre. Non per niente è chiamato “Terzo Polo”. Sebbene sia un territorio freddo, arido, inospitale, per migliaia di anni questa vasta regione è stata occupato dall’Homo sapiens ed ha visto la nascita di imperi, la crescita di religioni, lo sviluppo di società agricole.

Come gli esseri umani siano riusciti non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare in questo paesaggio d’alta quota è da sempre una domanda intrigante ed affascinante. La popolazione tibetana ha potuto adattarsi a tali condizioni estreme grazie ad una costituzione genetica specifica che ha permesso di utilizzare l’ossigeno in modo più efficiente, evitando gli effetti potenzialmente letali dell’ipossia (la rarefazione di ossigeno). Resta però da chiarire come tale popolazione sia poi riuscita a trovare cibo a sufficienza nell’ambiente imprevedibile, gelido ed iperarido dell’altopiano.

Una ricerca, pubblicata su Science Advances, ha dimostrato che la risposta risiede in un alimento: il latte. Si è arrivati a questa conclusione studiando le proteine alimentari che sono rimaste intrappolate e conservate nella placca dentaria. Lo studio ha analizzato tutti i resti scheletrici umani disponibili sull’altopiano, corrispondenti ad un totale di 40 individui, datati tra 3500 e 1200 anni fa, provenienti da 15 siti ampiamente dispersi. Nei loro denti erano conservati frammenti di proteine derivate da prodotti lattiero-caseari che le sequenze proteiche facevano risalire al latte proveniente da pecore, capre e probabilmente yak.

I latticini venivano consumati già 3.500 anni fa

È stato rilevato come i latticini fossero alimento abituale della popolazione tibetana, adulti e bambini, gente comune e classi sociali elevate, fornendo le prove che i latticini venivano consumati già 3.500 anni fa, cioè 2.000 anni prima rispetto alle fonti storiche disponibili. Alla stessa epoca si possono dunque far risalire in questa regione l’addomesticamento degli animali con la pastorizia e l’attività lattiero-casearia. Ma non solo: è stato dimostrato anche che tutti i peptidi del latte provenivano dalle zone più alte dell’altopiano, cioè le aree più inospitali dove la coltivazione era molto difficile, mentre nelle valli centro-meridionali e sud-orientali, dove erano disponibili terreni coltivabili, questi composti non sono stati rilevati.

Trasformare le erbe degli alti pascoli in un alimento nutriente e rinnovabile

Tutto ciò dimostra come i latticini fossero fondamentali per l’occupazione umana delle parti dell’altopiano che si trovavano al di fuori della portata delle colture tolleranti al gelo, un’area molto vasta, dato che meno dell’1% dell’altopiano tibetano è adibito a coltivazioni.

Quindi, fin dalle epoche più remote, i latticini hanno permesso alle popolazioni degli ambienti più estremi dell’altopiano tibetano di trasformare l’energia racchiusa nelle erbe degli alti pascoli in un alimento ricco di proteine, energetico e nutriente, ma anche rinnovabile perché a differenza della carne non occorreva sacrificare l’animale per ottenerlo.

In uno degli ambienti più inospitali della terra, il latte ha permesso il sostentamento delle popolazioni umane ed il conseguente emergere di un notevole patrimonio culturale. Sarebbe ora interessante capire se e come la produzione di latte, nel corso dei secoli abbia contribuito a modellare i paesaggi del Tibet. Altrettanto importante sarebbe però, attualmente, prevedere quale impatto possa avere il cambiamento climatico indotto dall’uomo per il futuro degli ecosistemi su cui fanno affidamento gli attuali allevatori tibetani.

Fonte: Science