Il programma per l’agricoltura dello Stato di New York
3 Febbraio 2023

Secondo i dati del Dipartimento dell’agricoltura, nello Stato di New York operano circa 33 mila aziende agricole, con produzioni che spaziano dal latte (quinto posto nella classifica nazionale), alle mele, all’uva, per un valore totale di 3,3 miliardi di dollari, con 24 mila persone impiegate. Il 23% della superficie totale dello Stato è in uso agricolo, mentre nella zona dei grandi laghi, i Finger Lakes, i terreni agricoli rappresentano più del 40% della superficie totale.

Agricoltura ed allevamento sono dunque attività rilevanti e di recente è stato avviato un gruppo di lavoro fra i rappresentanti della pubblica amministrazione, degli agricoltori, dei lavoratori e delle associazioni di categoria. Il compito è organizzare incontri di confronto ed approfondimento svolti in estate nelle varie zone dello Stato, per identificare le necessità del comparto e le azioni da intraprendere. Sono state individuate le seguenti tematiche su cui è necessario intervenire:

  • Trasporti: affrontare le sfide legate alla movimentazione dei prodotti e le relative esigenze di investimento in strade, ponti ed altre infrastrutture vitali per portare i beni sul mercato;
  • Lavoro: individuare e formare la prossima generazione di agricoltori e lavoratori agricoli per sostenere un settore diversificato con le competenze necessarie per gestire le aziende agricole moderne.
  • Ambiente: affrontare le tematiche relative alla gestione del letame ed alla transizione verso fonti energetiche rinnovabili per raggiungere gli obiettivi climatici dello Stato e permettere alle aziende agricole di diventare neutrali rispetto alle emissioni di carbonio;
  • Alloggi per i lavoratori: fornire un ambiente di vita sicuro, vicino alle aziende agricole;
  • Tassazione: fornire indicazioni per migliorare le imposte sulla proprietà e l’accesso ai programmi di sgravio fiscale esistenti;
  • Tutela dei terreni agricoli: rivedere la normativa esistente per identificare i modi in cui lo Stato possa fattivamente garantire che i terreni agricoli produttivi rimangano accessibili agli agricoltori;
  • Territorio: sostenere le vendite dirette ed i circuiti corti, l’acquisto di prodotti del territorio da parte delle varie agenzie statali per creare catene di approvvigionamento locali, strettamente collegate con le aziende agricole.

Un rapporto finale sarà consegnato all’Ufficio del Governatore e identificherà le azioni, raccomandate dal gruppo di lavoro, che le agenzie statali possono intraprendere per sostenere a semplificare le attività produttive per gli agricoltori dello Stato di New York.

TESEO.Clal.it – Andamento dei costi e dei ricavi nelle Aziende da latte USA

Fonte: New York State Comptroller and New York State

Serve un fronte comune per la suinicoltura italiana [Intervista]
23 Gennaio 2023

Michele Carra – Amministratore Delegato di Carra Mangimi S.P.A. e Vicepresidente di Assalzoo

Michele Carra
Parma – ITALIA

Michele Carra, amministratore delegato dell’omonima azienda mangimistica alle porte di Parma, è vicepresidente di Assalzoo con la delega alle filiere suina e lattiero casearia. Nel cuore della Food Valley, Carra Mangimi occupa 43 persone fra dipendenti e collaboratori, sviluppa un fatturato di circa 68 milioni di euro e serve le filiere della salumeria Dop con particolare attenzione al circuito del Prosciutto di Parma e San Daniele e, nel settore dei formaggi, gli allevamenti nelle zone Dop del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. La qualità è il punto di forza dell’azienda, che esporta mangimi per suinetti per circa il 6,7% del fatturato. L’azienda nel 2023 taglierà il traguardo dei primi 90 anni di attività.

Dottor Carra, come avete reagito ai rincari che stanno accompagnando il settore da oltre un anno?

“I primi aumenti delle materie prime li abbiamo avuti già nei mesi di settembre-ottobre 2020. La dinamica non è nuova: di fatto l’azienda mangimistica fa da ammortizzatore con gli acquirenti a valle. Lavoriamo con i contratti di fornitura e, in questo modo, abbiamo contenuto o, almeno in parte compensato, l’aumento. Vede, il settore della mangimistica di solito attende qualche settimana o anche qualche mese per vedere se gli aumenti si consolidano o se, al contrario, sono fenomeni speculativi o si tratta di fluttuazioni e punte che poi scendono. Gli aumenti che abbiamo avuto, come sa, non hanno rappresentato un fenomeno transitorio, con la conseguenza che il sistema mangimistico ha adeguato i listini, per quanto tali aumenti ancora oggi non coprono la reale crescita dei mercati delle materie prime”.

Come hanno reagito gli allevatori?

“Nel complesso hanno accettato gli aumenti, anche se questo ha drenato molto della loro liquidità e in qualche caso ha creato qualche problema”.

Qual è stata la filiera che ha sofferto di più?

“Quella dei suini, che ha dinamiche diverse rispetto a quella lattiero casearia. Nel latte i prezzi sono definiti per un periodo più lungo, mentre per i suini le quotazioni sono settimanali. Nel corso del 2022, in particolare, abbiamo registrato un adeguamento dei prezzi del latte più in linea rispetto ai costi di produzione a differenza del settore suinicolo. Le filiere Dop casearie, poi, possono contare sulla forza della cooperazione e su produzioni che negli ultimi anni sono state in grado di assicurare un maggiore valore aggiunto rispetto alle filiere suinicole”.

Come ha influito la guerra in Ucraina? Avete dovuto modificare le strategie di approvvigionamento?

La guerra e la siccità hanno cambiato gli scenari

“La guerra in Ucraina ha cambiato completamente gli scenari, e al quadro si è aggiunta anche la siccità, che ha colpito in Italia e non solo, con la conseguenza che abbiamo avuto meno materie prime a disposizione.

A causa della guerra in Ucraina si sono bloccate per oltre due mesi le esportazioni di mais e grano da alcuni paesi dell’Est Europa. Alcuni commercianti che avevano contratti in essere con le aziende mangimistiche per l’importazione di cereali si sono resi insolventi. Le difficoltà di import di grano hanno pesato prevalentemente sui molini, mentre l’industria dei mangimi ha risentito delle difficoltà legate al mais. Le nostre imprese hanno dovuto fare i conti con un prezzo del mais schizzato a 400 euro alla tonnellata per effetto di diversi fattori: la guerra in Ucraina, gli effetti climatici sulle produzioni, la forte spinta delle importazioni cinesi”.

Si parla di sovranità alimentare di questi tempi. Servirebbe una strategia nazionale di approvvigionamento?

“Sì, dovremmo attuare strategie europee da un lato e trovare allo stesso tempo soluzioni italiane. Se pensiamo alla situazione nazionale non possiamo dimenticare che nel giro di 20 anni la produzione di mais è passata da 10 a 5 milioni di tonnellate. Inoltre, alla minore produzione si affianca una concorrenza di biogas e biometano. La verità è che senza il mais estero oggi non siamo autosufficienti”.

Da cosa è dipeso, secondo lei, il calo delle superfici e delle produzioni di mais in Italia?

“Ritengo da più fattori concomitanti. Le rese per ettaro negli ultimi due decenni non sono aumentate e, addirittura, sono in parte diminuite. Poi si è innescata una questione di prezzi e di concorrenza dei mercati internazionali. La stessa Ucraina dal 2010 ha iniziato a esportare mais in Europa a prezzi bassi mettendo di fatto fuori mercato le produzioni italiane. Questo ha portato una progressiva riduzione delle superfici coltivate a mais, perché era più conveniente acquistare dall’estero. Contemporaneamente, alcuni fattori climatici hanno reso più complessa la produzione italiana di mais. Ma il sistema Italia dovrebbe sostenere le produzioni interne, anche a vantaggio delle grandi Dop sul territorio, che sempre più dovranno fare i conti con le produzioni nazionali”.

Ricerca e sviluppo restano essenziali per la crescita di un’azienda. In quale direzione vi state muovendo? Avete sperimentazioni in corso?

Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e
tecnologiche

“Il nostro lavoro sta cambiando. Le normative tengono sempre più conto del fenomeno dell’antibiotico-resistenza, sono stati limitati i mangimi medicati, per cui la mangimistica è chiamata a intensificare gli sforzi in ricerca e sviluppo. Come azienda abbiamo sviluppato da più di otto anni una funzione di ricerca e sviluppo per rispondere alle esigenze del mercato e produrre linee specifiche di prodotti nutraceutici, che non sono farmaci, tengo a sottolineare. Da qui è nata la linea Anhea, dedicata alla salute animale.

Collaboriamo con gli Atenei di Parma, Milano e Bologna e con le facoltà di Scienze delle Produzioni animali e Veterinaria. Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e tecnologiche per supportare l’animale in determinate fasi della vita in allevamento, per ridurre l’incidenza di patologie; non è semplicissimo, ma ci avvaliamo di tutte le ricerche disponibili a livello mondiale”.

L’allevatore partecipa con interesse?

“Sì, c’è molta collaborazione e partecipazione da parte degli allevatori. Non dimentichiamo che molte prove si svolgono negli allevamenti, si studiano le risposte specifiche dei mangimi e si provano i diversi prodotti naturali”.

Le produzioni Dop stanno rafforzando il legame col territorio anche dal punto di vista della produzione degli alimenti zootecnici. Che evoluzioni, opportunità, ostacoli vede?

“Tutte le Dop più rilevanti dal punto di vista delle produzioni si trovano di fatto nella stessa area e mi riferisco, nello specifico, a Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma e di San Daniele, per citare quelle numericamente più rilevanti. Gli ostacoli sono, quindi, il reperimento della materia prima per l’alimentazione dei bovini e dei suini. Bisognerà studiare valide soluzioni, se vogliamo dare un futuro di crescita a tali Dop.

Sui formaggi vediamo che stanno prendendo sempre più forza, sono comparti dove il prodotto fa la differenza. Sui prosciutti è un po’ più complesso, perché il sistema è un po’ più in crisi”.

Come uscirne?

“Serve un dialogo che coinvolga tutti gli attori della suinicoltura, così da pianificare una crescita ed evitare il rischio di incorrere in nuove crisi, che sarebbero dolorose per il settore. Bisogna valorizzare le produzioni italiane rispetto a quelle estere e serve un fronte comune per la suinicoltura Made in Italy”.

Sempre più il benessere animale e la sostenibilità passano attraverso la razione alimentare. Quali saranno le nuove frontiere sulle quali lavorerete?

“Come azienda stiamo lavorando sui concetti di precision feeding, cioè la nutrizione di precisione, per ottenere una maggiore corrispondenza tra i fabbisogni e gli apporti nutrizionali per evitare o comunque ridurre fortemente gli sprechi. Un altro obiettivo del precision feeding è, invece, legato all’ambiente: migliorando gli apporti amminoacidici all’interno della formula alimentare si punta a ridurre le emissioni azotate in atmosfera, grazie anche all’utilizzo di enzimi specifici che migliorano la digeribilità degli alimenti e l’efficienza della nutrizione animale”.

Come vede i mercati dei cereali, dei semi oleosi e dei foraggi nei prossimi mesi?

Dobbiamo conoscere il mercato per limitare gli effetti della volatilità

“Difficile dare una risposta, ma vediamo come operatori due spinte diverse e contrapposte nel mercato. Una direzione è determinata dai fondamentali del mercato, con i deficit di mais, frumento e foraggio che potrebbero infiammare i listini e una tendenza opposta dovuta alla contingenza dell’economia, che potrebbe portare a una minore domanda, spegnendo le quotazioni.

Dalle informazioni che abbiamo l’Argentina sta attraversando una fase di siccità e dovrebbe fare i conti con una produzione in diminuzione. Il Brasile non ha per ora incertezze sul piano climatico, ma i raccolti li avremo tra febbraio e marzo, per cui è presto per sbilanciarsi.

Parallelamente, abbiamo segnali di contrazione dei consumi, che sono già in atto. Dobbiamo capire se il calo influirà e in che misura sulle materie prime. Se, invece, i consumi dovessero ripartire, avremo una spinta al rialzo delle materie prime. Di fatto, come mangimisti siamo diventati degli operatori finanziari, dobbiamo conoscere il mercato e coprirci dai rischi per limitare gli effetti della volatilità, che temiamo possa comunque accompagnarci anche per il 2023”.

Lei è vicepresidente di Assalzoo. Avete mai pensato come settore mangimistico di operare attraverso acquisti congiunti?

“In verità no, perché ogni singola impresa ha le proprie politiche di acquisto, ma è un tema che potremmo affrontare, pur nella consapevolezza che non è facile dare indicazioni a tante aziende diverse”.

Agricoltura conservativa: realtà o mito?
19 Gennaio 2023

L’agricoltura conservativa o, nella sua accezione inglese, rigenerativa (regenerative agriculture), vuole essere la risposta alle tecniche colturali standardizzate che comportano lavorazioni sempre più spinte, compattamento del terreno, perdita di fertilità, erosione. Tale tecnica agronomica si basa sostanzialmente su cinque principi:

  • intervenire il meno possibile sul terreno;
  • mantenere la sua superficie coperta;
  • conservare le radici vive nel suolo;
  • coltivare una gamma diversificata di colture favorendo le rotazioni;
  • riportare sui campi gli animali da pascolo.

Il minimum tillage, o minima lavorazione del terreno è una pratica nota da tempo, soprattutto negli USA, ma oggi risulta particolarmente interessante dato che si parla sempre più spesso di degrado ambientale, perdita di biodiversità, emissioni e quant’altro. I metodi di coltivazione conservativi diventano poi attraenti anche per i consumatori, nella prospettiva che gli alimenti provengano da un sistema agricolo rispettoso per l’ambiente, che rigenera le risorse naturali.

Un numero crescente di grandi imprese alimentari è interessata all’agricoltura conservativa

Non a caso, un numero crescente di grandi imprese alimentari guarda con sempre maggior interesse all’agricoltura conservativa, ad esempio per ridurre le emissioni di gas serra. Basti pensare che la produzione agricola necessaria per le forniture di materie prime da trasformare rappresenta il 61% delle emissioni di Danone ed il 71% di quelle di Nestlé. Per le attività di Arla Foods nel Regno Unito, l’83% di esse proviene dalle aziende agricole. Di conseguenza si investono notevoli risorse per diffondere questa pratica nei sistemi agricoli di vari Paesi. Un esempio è Nestlé che sta investendo 1,24 miliardi di dollari lungo tutta la sua filiera, mentre Arla sta conducendo progetti pilota presso aziende agricole nel Regno Unito, in Svezia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca.

E’ un approccio che, però, richiede tempo per manifestare i propri benefici. Dai dati delle aziende agricole canadesi emerge una perdita di resa nelle prime due stagioni di passaggio all’agricoltura conservativa per poi raggiungere il pareggio entro la terza o quarta stagione, ma è solo dopo cinque o sei cicli produttivi che si inizia a vedere una maggiore redditività, che secondo alcuni studi potrebbe equivalere anche al 30% in più.

Contratti a lungo termine che garantiscano entrate stabili per gestire la transizione

Questo richiede di fornire assistenza tecnica e finanziaria agli agricoltori, sottoscrivendo contratti a lungo termine che garantiscano entrate stabili per aiutarli a gestire la transizione. Negli Stati Uniti, Danone ha dovuto attendere quattro anni dall’avvio del suo programma per la salute del suolo per poter dimostrare di aver ridotto l’emissione di 119 mila tonnellate di CO2 ed averne sequestrate 31 mila in più nel terreno, proteggendo inoltre il suolo dall’erosione. L’agricoltura rigenerativa può portare altri benefici in termini di riduzione delle emissioni di carbonio. Unilever ha attivato un fondo per il clima e la natura che mira a ridurre le emissioni dei suoi fornitori di prodotti lattiero-caseari olandesi e americani. Il progetto prevede l’utilizzo di ingredienti alternativi nei mangimi, come le alghe, una migliore gestione del letame e l’aumento delle superfici coltivate utilizzando l’agricoltura conservativa. Danone afferma che circa la metà delle riduzioni delle emissioni di gas serra sono derivate dall’introduzione dell’agricoltura rigenerativa mentre alla fine dello scorso anno, il 19,7% delle aziende agricole che rifornivano l’azienda di materie prime fondamentali per le sue produzioni, aveva avviato la transizione verso l’agricoltura conservativa.

Soprattutto le grandi imprese alimentari stanno sperimentando tecniche, analizzando dati e sviluppando nuove relazioni commerciali con gli agricoltori per un approccio dal basso verso l’alto, nella prospettiva di un vantaggio condiviso e reciproco, con i consumatori che possono avere alimenti più sani e gli agricoltori per un’attività più certa e profittevole. Ovviamente anche l’ambiente in senso lato ne avrebbe beneficio.

Il tempo ci dirà se si tratta di una tendenza che alcuni stanno sfruttando date le attese del momento o di un onesto e concreto tentativo di rivedere un sistema produttivo che dimostra i suoi limiti. Tutto questo inteso non in senso assoluto ma come un percorso, nella convinzione che se ci si prende cura della terra e delle persone che la coltivano, è possibile operare realmente per la sostenibilità.

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CLAL.it – La Commissione Europea prosegue il percorso per attivare un Mercato del Carbonio

Fonte: Just Food

L’Olanda tra produzione alimentare e ambiente
12 Gennaio 2023

L’Olanda è il più grande esportatore di prodotti agroalimentari al mondo dopo gli USA e di gran lunga il maggiore in rapporto alla popolazione. Il valore totale dell’export è di 66,5 miliardi di dollari all’anno, pari al 17,5% delle esportazioni totali del Paese ed al 10% del PIL. Non deve dunque sorprendere se il piano governativo per dimezzare entro il 2030 le emissioni azotate annunciato nei mesi scorsi, che comporterebbe una prevedibile chiusura di 11.200 stalle, ha portato alle forti manifestazioni degli agricoltori lo scorso luglio.

Solo come carne, l’Olanda ha esportato per un valore di 9,25 miliardi di dollari verso Paesi come Italia, Germania, Cina, Francia, Germania, Regno Unito. Dunque un taglio alla produzione primaria comporterebbe un grave contraccolpo economico, con pesanti risvolti anche sociali e culturali. 

Gli allevatori sono sollecitati ad adottare una nuova strategia produttiva

Per i sostenitori della misura di riduzione delle emissioni, le attività del settore agroalimentare comportano un danno ambientale di 6,1 miliardi di dollari all’anno. Dunque sollecitano ad adottare una nuova strategia produttiva con minore quantità, più attenta alla qualità, alla biodiversità, alla qualità dell’aria e delle acque. In alcune aree bisognerebbe però ridurre del 95% le emissioni azotate e regioni intere dovrebbero ridurle del 70% attraverso interventi quali l’estensificazione dei sistemi di allevamento o l’allungamento dei tempi d’ingrasso degli animali. Questa situazione rappresenta un quadro emblematico sempre più frequente delle frizioni fra i legislatori che impongono norme per tagliare l’inquinamento ed i produttori che temono gli effetti negativi, soprattutto verso i componenti più deboli delle filiere.

Le autorità olandesi sembrano ferme nel loro proposito che prevede la possibilità di un abbandono volontario della produzione, con l’acquisto dei terreni da parte  del governo ad un prezzo ben superiore a quello di mercato. Per gli allevatori però ciò equivarrebbe ad una forma di espropriazione. Le associazioni agricole ritengono che i terreni dovrebbero restare nelle disponibilità degli agricoltori che vogliono investire nell’attività produttiva per renderla più sostenibile. Ritengono indispensabile però prevedere tempi più lunghi per poter adottare le pratiche innovative necessarie per la transizione ecologica; questo anche per i tempi richiesti dalle relative pratiche amministrative per i nuovi investimenti.

Secondo Copa-Cogeca, con riferimento alle norme ambientali proposte dalla UE, bisogna essere molto attenti ad intervenire in modo drastico, perché ogni riduzione nella produttività agricola comporta comunque benefici molto limitati verso i cambiamenti climatici e rischia di acuire la crisi alimentare evidenziata da  pandemia, guerra e siccità.

Fonte: FoodIngredientsFirst.com

Il latte del Qatar
20 Dicembre 2022

Il Qatar è alla ribalta mondiale con gli investimenti fatti nel campionato mondiale di calcio. Meno noti ma non meno rilevanti per la loro proiezione internazionale sono anche gli investimenti che il Paese del Golfo ha fatto nel latte a partire dal 2014 con la fondazione di Baladna, ben presto diventata la maggior azienda ovicaprina del Medio oriente. Lo sviluppo dell’azienda avviene nel 2017 con l’importazione via aerea di 4 mila vacche ad alta genealogia da Europa ed USA, alloggiate in cinque stalle da 800 vacche l’una. Due anni dopo, le stalle erano 40 con 24 mila vacche per una produzione giornaliera di 3 mila quintali di latte, arrivando a coprire il 71% del fabbisogno qatariota di latte e derivati. Oggi la capacità produttiva è salita a 7 mila quintali al giorno e l’azienda ha assunto dimensioni notevoli, tanto da espandere i propri interessi nel promettente mercato del sud est asiatico iniziando dalla Malesia, Paese dove l’autosufficienza nella produzione di latte è appena il 15%.

Una volta coperti i fabbisogni di latte liquido, si conta di diversificare la produzione

Baladna ha avviato un piano per arrivare a produrre un milione di quintali di latte entro il 2025, in modo da ridurre la dipendenza dalle importazioni. Una volta coperti i fabbisogni di latte liquido, conta di diversificare la produzione verso prodotti a più elevato valore aggiunto come yogurt e formaggi. L’azienda qatariota sta guardando anche agli altri mercati dell’area, caratterizzati da una ridotta autosufficienza lattiera e con governi disposti a sostenerne l’incremento produttivo. Il prossimo passo sarà l’Indonesia, ma l’attenzione è anche verso le Filippine per la possibilità di coltivare foraggio su larga scala.

Questo dinamismo sul mercato trova spazio grazie al know-how acquisito nello sviluppo della produzione lattiera in Qatar e nel contesto delle nuove misure di sostenibilità ambientale nelle aree di tradizionale produzione lattiera dell’UE così come in Nuova Zelanda, che lasciano intravedere restrizioni all’allevamento animale e cali produttivi. Esempio fra tutti, le prospettive in Olanda ed Irlanda.

Proprio in tema di sostenibilità, Baladna nei suoi impianti in Malesia installa anche gli impianti fotovoltaici e di bio-digestione anaerobica per ottenere energia e fertilizzante. Seguendo l’esperienza produttiva maturata nelle condizioni climatiche del Qatar, Baladna intende arrivare a produrre 38-40 litri giornalieri per vacca rispetto alla media attuale di 15 litri anche nelle aree con temperatura ed umidità elevate del sud-est asiatico.

CLAL.it – Produzione annuale di latte bovino in Medio Oriente

Fonte: DairyReporter & Baladna

L’agricoltura fotovoltaica per produrre cibo ed energia
12 Dicembre 2022

Cliccando su Google le parole “solare” e “agricoltura” ci si imbatte in una soluzione in grado di affrontare contemporaneamente la crisi alimentare e quella energetica: l’agri-voltaico.

In questo tempo, il mondo è colpito da una serie di shock destabilizzanti. Gli oltre due anni di pandemia e la successiva guerra in Ucraina, con effetti globali sui mercati delle materie prime, sulle catene di approvvigionamento e sull’inflazione, hanno provocato un’impennata dei prezzi di cibo ed energia. Se si aggiungono poi anche i possibili effetti devastanti dei cambiamenti climatici sulle rese dei  raccolti nei prossimi anni, appare evidente che l’insicurezza alimentare ed energetica diventano un rompicapo in tutto il mondo.

I sistemi agroalimentari sono parte della soluzione per adattarsi ai cambiamenti climatici

Secondo il Forum Economico Mondiale, con i giusti investimenti, l’innovazione ed una concreta collaborazione fra i vari soggetti pubblici e privati, i sistemi agroalimentari potrebbero diventare una delle soluzioni più promettenti per contrastare i cambiamenti climatici e fornire nutrimento a tutti, contrastando la povertà. Ad esempio la sola agricoltura di precisione adottata su larga scala potrebbe ridurre di oltre il 5% l’uso delle risorse idriche e la produzione di energia rinnovabile potrebbe generare fino a 100 miliardi di dollari di reddito aggiuntivo per gli agricoltori entro il 2030. Esistono diverse tecnologie agroalimentari, tra cui i progressi nel digitale e nei dati, le soluzioni di energia rinnovabile ed anche le proteine alternative che, se industrializzate, potrebbero sostenere la sicurezza e l’efficienza del sistema alimentare.

L’agricoltura agri-voltaica integra gli impianti solari fotovoltaici con la coltivazione agricola, in modo che la stessa area di terreno possa essere utilizzata per entrambe le attività, permettendo nel contempo di ridurre le emissioni di gas serra, proteggere la biodiversità, ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e migliorare la produttività agricola.

In sostanza si imita quanto fatto da tempo col principio dell’agroforestazione

L’elemento comune e distintivo dell’agri-voltaico è la condivisione della luce solare attraverso la fotosintesi ed il fotovoltaico. In sostanza si imita quanto fatto da tempo col principio dell’agroforestazione coltivando sullo stesso pezzo di terra colture con diverse esigenze di luminosità. L’ombreggiatura solare riduce l’evapotraspirazione, mantenendo il suolo idratato. Secondo l’associazione SolarPower Europe, la schermatura solare potrebbe far risparmiare dal 14 al 29% di acqua contrastando la siccità. Esistono vari tipi di agri-voltaico, tra cui pannelli fotovoltaici a terra, pannelli fotovoltaici sopraelevati e serre solari, che si combinano con diversi tipi di colture, in funzione del clima locale, delle coltivazioni e dei modelli di utilizzo del suolo. Anche nelle grandi estensioni a pascolo, i pannelli fotovoltaici possono possono essere utili come ombreggiatura e riparo per gli animali.

In un mondo in cui le risorse diminuiscono ed i bisogni aumentano, la terra è sempre più preziosa per la produzione di questi due beni. La risposta potrebbe essere semplice: combinare le due cose. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes!

Fonte: Energy Monitor

Il miglioramento genetico delle piante per contrastare il cambiamento climatico
5 Dicembre 2022

Si ritiene che oltre un terzo delle emissioni globali di gas serra sia dovuto ai sistemi alimentari. Pertanto qualsiasi programma per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni delineati nell’Accordo di Parigi sul clima deve comportare cambiamenti anche nel modo in cui coltiviamo, trasformiamo e distribuiamo il cibo.

Per raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica, occorre da un lato ridurre il più possibile le emissioni di gas serra e dall’altro assorbire dall’atmosfera quelle rimanenti. L’uso dei terreni agricoli è una componente chiave su entrambi i lati. Diminuendo la quantità di terra dedicata al bestiame si ridurranno le emissioni di metano mentre le colture, grazie al miglioramento genetico, possono essere progettate per catturare l’anidride carbonica in modo più efficiente e convertirla in ossigeno od immagazzinarla nel terreno.

Le tecniche di editing genetico possono migliorare la capacità di immagazzinare il carbonio

Le tecniche innovative di miglioramento genetico vengono già utilizzate per aiutare le colture ad adattarsi ai rapidi cambiamenti climatici, ma le tecniche di editing genetico possono anche migliorare la capacità delle piante e dei microbi del suolo per catturare ed immagazzinare il carbonio dall’atmosfera. Migliorando il processo di fotosintesi, si potrebbero creare piante più produttive di circa il 40%, il che significa meno anidride carbonica nell’atmosfera. Un’altra possibilità è di ottenere radici più robuste, più grandi e più profonde per resistere meglio alla decomposizione, riducendo al minimo le perdite di carbonio. Anche i microrganismi del suolo, che utilizzano il 20% delle molecole che le piante creano durante la fotosintesi, possono essere sfruttati per mitigare i cambiamenti climatici e sequestrare il carbonio. Con le nuove tecniche genetiche i ricercatori potrebbero mettere a punto lo scambio e l’interazione tra le radici e le comunità microbiche, contribuendo a stabilizzare il carbonio nel suolo.

I terreni agricoli coprono più di un terzo della superficie mondiale. L’utilizzo di una frazione di questo spazio per catturare ed immagazzinare il carbonio in modo più efficiente è necessario per i Paesi che vogliono raggiungere i loro obiettivi “net zero“. Ad esempio, la riforestazione strategica su scala mondiale sarà fondamentale per mitigare i circa 40 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immessi nell’atmosfera ogni anno. Questo vale anche per gli ecosistemi oceanici e del “carbonio blu” (paludi salmastre, mangrovie e fanerogame) che sono 10 volte più efficaci nel sequestrare l’anidride carbonica su base annua rispetto alle foreste tropicali ed a maggior ragione devono essere tutelati.

Per ultimo, anche i prati hanno un grande potenziale di sequestro del carbonio. Nelle aree sempre più aride, possono immagazzinare più carbonio delle foreste perché sono meno colpiti da siccità e incendi boschivi. I prati, infatti, sequestrano la maggior parte del carbonio nel sottosuolo, mentre gli alberi lo immagazzinano principalmente nel legno e nelle foglie.

Dunque la corretta gestione del suolo e le buone tecniche agronomiche sono uno strumento cruciale nella lotta contro il cambiamento climatico, su cui si può e si deve agire immediatamente.

Fonte: World Economic Forum

La filiera suinicola tenga conto del consumatore [Intervista al Presidente di Assica, Ruggero Lenti]
28 Novembre 2022

Ruggero Lenti

Ruggero Lenti – Presidente di Assica

Dall’interprofessione al ruolo dei Consorzi, passando per la vocazione all’export della salumeria italiana alla sostenibilità ambientale. Il presidente di Assica, l’Associazione degli industriali delle carni suine, Ruggero Lenti, parla a tutto tondo in questa intervista rilasciata a Teseo.

Presidente Lenti, la situazione della filiera suinicola è oggettivamente complicata. Come se ne esce?

“Oggi è più che mai necessario trovare un punto di equilibrio del sistema. Come se ne esce? Sicuramente superando le logiche del passato per le quali la crescita di un segmento poteva essere ottenuta solo a scapito della prosperità di altri anelli della filiera. È arrivato il momento che la filiera non sia solo una parola ma condivisione vera. Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”.

Altre volte, in passato, sono stati organizzati tavoli di filiera. È necessario convocare un nuovo tavolo? Quali dovrebbero essere gli attori e quali le finalità?

Un progetto di filiera che tenga conto del consumatore

“Più che organizzare un tavolo di filiera come quelli che sono stati fatti fino ad oggi, vedo più efficace lavorare ad un progetto pilota che metta allo stesso tavolo tutti i componenti della filiera in cui si tenga conto di quello che il consumatore, oltre alle Istituzioni nazionali ed europee, richiede  con sempre maggiore chiarezza: non più solo prodotti buoni per il palato, ma anche per l’ambiente e per la società, attenti al benessere animale, con un impatto ambientale minore e migliori sotto il profilo etico e di sostenibilità. Si tratta di un cambio culturale necessario, che può assicurare alle imprese di essere ancora attive sul mercato nel prossimo futuro. È fondamentale inoltre che la filiera sia completa, a partire dai mangimisti e fino alla grande distribuzione, con la necessaria presa si responsabilità da parte di ognuno dei componenti”.

Che ruolo immagina per i Consorzi di tutela delle grandi Dop della salumeria italiana, a partire dai prosciutti di Parma e San Daniele?

“Le produzioni Dop e Igp rappresentano un’importante chiave per lo sviluppo del settore in Italia e all’estero. I Consorzi che ne raggruppano i produttori sono un riferimento fondamentale per la crescita delle produzioni che rappresentano e per la tutela sul mercato delle stesse. L’esperienza italiana è sempre stata all’avanguardia in questo ambito, specie nel settore dei salumi. É ora di costruire un nuovo slancio per i Consorzi, favorendo l’ammodernamento della loro disciplina e delle funzioni loro riconosciute dalla normativa comunitaria, ampliandone l’ambito di azione e contribuendo a un loro ruolo più centrale nella tutela legale e commerciale delle produzioni”.

Come sostenere l’export del settore?

“Con circa 20 milioni di euro persi ogni mese da gennaio 2022 per mancato export verso Oriente a causa della PSA sul territorio continentale, è importante contribuire alla ripartenza dell’export di carni suine e salumi. Per esportare, le aziende della salumeria devono spesso investire in strutture e stabilimenti dedicati per soddisfare i requisiti di abilitazione dei Paesi Terzi, spesso più stringenti delle norme Ue. Bisogna chiedere alle Istituzioni di sostenere tali investimenti che sono fondamentali per imprimere slancio all’export di salumi nazionali”.

Come pensa si possa valorizzare i tagli di carne fresca del suino italiano?

“Da una recente indagine del Censis il 96,5% degli italiani consuma diverse tipologie di carni che considera alimenti parte della dieta mediterranea (Rapporto Censis, Assica-Unaitalia). La carne suina rappresenta, insieme ad altre tipologie di carni, uno dei pilastri identitari del posizionamento delle insegne sia nella parte cosiddetta tal quale (il fresco) sia per la parte lavorata/ricettata.

La filiera deve raccontarsi di più

Ma se sulle carni bovine e avicole c’è stata un’evoluzione di comunicazione e di branding in questi anni – situazione che ha reso possibile delle narrazioni più articolate – sulla carne suina si è fatto molto meno. Dalle interviste di una ricerca presentata nell’ambito del progetto “Eat Pink” emerge che la grande distribuzione chiede ai produttori e agli allevatori di promuoversi di più e fare sistema. La filiera deve raccontarsi di più e affrontare meglio la sostenibilità e l’innovazione. Se le vendite di carne di suino, specialmente il taglio fresco, che è ancora la quota maggioritaria, sono piuttosto statiche, dall’altro i nuovi stili e abitudini di consumo che si stanno consolidando, come il barbecue, sono i nuovi driver. Opportunità arrivano poi dalla crescita del mercato del ready-to-cook e ready-to- eat, opzioni sospinte dalla crescita dei costi energetici”.

Il modello spagnolo può essere per qualche aspetto imitato anche in Italia?

“Non credo. La produzione di carne suina in Spagna è molto elevata e destinata in larga parte all’export tal quale, situazione non replicabile in Italia. Per quanto riguarda i salumi, non dimentichiamoci che noi esportiamo di più e con una maggiore varietà. Un buon lavoro fatto in Spagna riguarda invece l’interprofessione: la hanno costituita da anni e lavora molto bene in ambito promozionale, facendo pagare poco a tutti i numerosi produttori, dagli allevatori alle aziende”.

La peste suina costituisce una spada di Damocle. Le Regioni stanno sostenendo gli investimenti per la protezione degli allevamenti. Pensa che in chiave di filiera possa essere previsto uno specifico aiuto da tutti i player per arginare il fenomeno?

“È necessario un cambio di passo nelle attività per l’eradicazione della malattia, che ci sta penalizzando fortemente in ambito export. Il Commissario straordinario sta facendo un ottimo lavoro, ma deve essere messo in condizioni di lavorare di più e meglio attraverso un’adeguata dotazione finanziaria, che fino a ora è mancata. Non possiamo permetterci di distruggere anni di lavoro per portare i nostri prodotti nelle tavole di tutto il mondo”.

Più attenzione alla sostenibilità, anche sociale

Pensa che nei prossimi anni cambierà la suinicoltura in Italia? In quale direzione?

“Credo che assisteremo a una svolta in tempi brevi verso una maggiore attenzione ai contenuti dei prodotti da parte dei consumatori. Soprattutto in tema di sostenibilità ambientale, ma anche sociale. La revisione della legislazione unionale sul benessere animale è iniziata e sarà certamente un punto di svolta”.

Inflazione: quali prospettive per i mercati?
25 Novembre 2022

Nel Regno Unito ha fatto scalpore un rapporto della banca d’investimento Citigroup con la previsione che l’inflazione nel Paese raggiungerà il 18% nel primo trimestre del 2023, un livello toccato l’ultima volta nel lontano 1976. Queste previsioni non fanno altro che rafforzare le preoccupazioni dei consumatori ed indurre cambiamenti nelle modalità di acquisto, anche nel settore alimentare. Stesso scenario in Francia dove ad ottobre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati su base annua di quasi il 12%, mentre in Germania a settembre la crescita è stata addirittura del 18,7%, il massimo da trent’anni.

I consumi si stanno spostando verso prodotti a basso prezzo per alcune categorie

Sebbene gli alimenti siano uno dei settori più resistenti, in quanto la natura essenziale di molti acquisti fa sì che la domanda sia relativamente anelastica, secondo una ricerca di McKinsey in mercati europei selezionati, i consumatori stanno già passando a prodotti a basso prezzo all’interno di alcune categorie, con spostamenti particolarmente evidenti in aree come gli snack, i dolciumi ed i surgelati. Una recente indagine condotta da GlobalData mostra che, a livello generale, l’84% dei consumatori è preoccupato per l’impatto dell’inflazione e quelli più giovani si dimostrano più propensi a cambiare i loro modelli di acquisto. Mentre circa il 23% dei Boomers nel Regno Unito dichiara che non passerà a negozi più economici, le loro controparti più giovani sono molto più propense a spostarsi altrove per gli acquisti. In questo contesto i distributori vincenti sono i discount.

L’inflazione è destinata poi a smorzare le prospettive del settore della ristorazione collettiva, già colpito duramente dalla pandemia e che sperava in una ripresa sostenuta. La spesa abituale e di basso valore in bar e caffetterie sembra essere attualmente la meno a rischio ed i ristoranti, pur avendo potenzialmente un prezzo più alto, sono comunque in grado di dimostrare un forte rapporto qualità-prezzo attraverso il servizio, che sarà ancora un elemento determinante.

In Cina le prospettive sono diverse da quelle dei mercati occidentali

Nel complesso, il rapporto sull’inflazione a livello macro di GlobalData prevede una recessione in molti mercati sviluppati prima della fine del 2022, che comporterà anche un calo della domanda per l’aumento della pressione sui consumatori. In Cina, invece, le prospettive sono nettamente diverse da quelle dei mercati occidentali. La fine delle restrizioni per il cosiddetto “zero Covid” prevista intorno al secondo trimestre dell’anno prossimo, libererà la domanda repressa, anche se su scala molto più ridotta rispetto a quanto visto nel 2021 nei mercati sviluppati.

Per il periodo successivo al 2023, si prevede una prospettiva inflazionistica persistentemente elevata e volatile ed una tendenza alla de-globalizzazione. I costi interni nella maggior parte dei mercati sviluppati saranno più reattivi alle condizioni del mercato del lavoro e la domanda è destinata a ricostituirsi. Ciò sarà particolarmente attendibile negli Stati Uniti, dove una maggiore tolleranza politica nei confronti della crescita dei salari e della conseguente inflazione si traduce in una ricostituzione della domanda delle famiglie a reddito medio.

CLAL.it – Variazione percentuale dei prezzi al consumo rispetto all’anno precedente

Fonte: Just Food

La Filiera Suinicola alla prova del dialogo – INCONTRO
17 Novembre 2022

“Gli Attori della Filiera Suinicola italiana
si trovano di fronte ad una sfida eccezionale.
Inflazione, clima, PSA e sconvolgimenti
sui mercati internazionali degli input
sfidano un sistema che fatica a far sistema.”


Così esordiva l’invito a partecipare all’incontro “La Filiera Suinicola alla prova del dialogo” di venerdì 11 novembre 2022, organizzato dal Team di CLAL con l’obiettivo di aiutare gli Operatori ad affrontare queste sfide.

Oltre cento attori della catena di approvvigionamento suinicola, GDO inclusa, hanno risposto dandosi appuntamento presso Fiere di Parma per partecipare all’inizio di un dialogo, basato su dati ufficiali ed oggettivi e un’analisi di mercato dal taglio imprenditoriale.

Dopo il benvenuto di Angelo Rossi e l’introduzione di Francesco Branchi, che ha messo a fuoco alcune delle sfide che la filiera sta affrontando, Alberto Lancellotti ha analizzato le modalità in cui il clima sta avendo un impatto sulla catena di approvvigionamento suinicola, mentre Ester Venturelli ha tracciato i trend dell’energia e dei costi alimentari per l’allevamento suinicolo.

Marika De Vincenzi, referente nell’ambito di CLAL per il settore suinicolo, ha successivamente analizzato il mercato di suini, carni e salumi italiani nel contesto del mercato globale. Macellazioni, sigillature, tagli e prezzi, cambi, export e la domanda cinese sono alcuni dei temi trattati da Marika, che hanno acceso i primi scambi tra i partecipanti.

Dopo il Team di CLAL, Alessandro Poli di IRi ha presentato un quadro dei consumi di carni e salumi, lasciando poi spazio al dibattito tra gli Operatori, coordinato da Francesco Branchi, alla presenza di Regione Emilia-Romagna e Regione Piemonte (segue galleria fotografica).

Quale primo risultato dell’incontro, i partecipanti intervenuti hanno dichiarato di voler istituire un tavolo di filiera: intenti accolti ed ufficializzati da Ruggero Lenti, Presidente di ASSICA, nel suo commento a fine mattinata.

A Francesco Pizzagalli, presidente dell’IVSI – Istituto Valorizzazione Salumi Italiani, è stato infine chiesto di trarre le conclusioni della mattinata. Il Prof. Pizzagalli ha gentilmente accettato, esortando a procedere nel dialogo seguendo i tre punti cardine:

  • visione
  • condivisione
  • collaborazione.

“Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”, ha sottolineato Pizzagalli, aggiungendo un concetto cristiano citato non per ultimo da Papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.

Al termine dei lavori, il dibattito è continuato durante l’aperitivo.

“La Filiera Suinicola alla prova del dialogo”, presso Fiere di Parma
Locandina dell’incontro