Il ruolo della donna, protagonista anche in agricoltura
27 Gennaio 2020

Sempre più, anche in agricoltura, sta emergendo il ruolo dell’imprenditoria femminile. La presenza di donne protagoniste nella conduzione aziendale non è certo una novità nella viticoltura od in altri comparti agricoli e si sta facendo strada anche nell’allevamento. Si tratta di un protagonismo positivo e quanto mai utile per portare nuova linfa ad un settore dove il fattore umano è fondamentale.

Questo a livello mondiale, dato che la necessità di aumentare nei prossimi 30 anni la produzione agroalimentare di oltre il 50% per nutrire una popolazione in continua crescita, richiede l’apporto, il talento e la creatività di tutti, in tutti i settori, agricoltura ed allevamento compresi.

Barbara Greggio: “La mia entrata in azienda ha posto un’attenzione maggiore al benessere delle bovine”

Barbara Greggio, biologa ed allevatrice di Marmirolo (MN), afferma ad esempio: “l’entrata in azienda mia e di mia madre ha posto fin da subito un’attenzione maggiore riguardo al benessere e al modo in cui venivano trattate le bovine; poi un maggior impegno nel ridurre l’utilizzo dei farmaci con ricorso spesso all’antibiogramma in modo da attuare una terapia mirata per il patogeno e alla scelta genetica di tori con una maggiore resistenza alle malattie e alla selezione nella mandria stessa dei capi più resistenti, oppure l’adesione a piani sanitari come, per esempio, il controllo della paratubercolosi, così’ anche da favorire l’esportazione dei vari prodotti lattiero-caseari”.

Occorre per questo stimolare e sostenere il ruolo femminile, ma soprattutto riconoscerlo nel suo valore.

La visione per un’agricoltura durevole comporta di trovare i modi non solo per produrre di più con un minore impatto ambientale, ma anche per massimizzare le potenzialità di chi lavora e per rendere l’attività agricola strumento di sviluppo sociale ed economico. Da qui l’attenzione per le donne che in tante regioni del mondo, non solo dei Paesi in via di sviluppo, svolgono lavori basilari senza formazione né tutele. Gli interventi richiedono azioni integrate e nuove collaborazioni.

Pepsi opera per facilitare il lavoro delle donne nell’agricoltura

Ad esempio, nei Paesi sfavoriti il colosso mondiale Pepsi opera con varie associazioni ed istituzioni per facilitare l’accesso al credito delle donne e per fornire strumenti tecnologici utili per ridurre i rischi di violenza che le colpiscono. Nei Paesi industrializzati l’attenzione è volta a coinvolgere le nuove generazioni di donne laureate in materie scientifiche, ingegneria, matematica, per entrare nell’attività agricola.

Andando verso l’agricoltura e l’allevamento di precisione, si fa sempre più ricorso a tecnologie sofisticate. Tutto quanto va dai droni, alle immagini satellitari, all’uso del GPS per i trattori, alla robotizzazione, alla gestione aziendale, richiede professionalità specifiche ed avanzate.

Il ruolo femminile diventa prezioso e quanto mai necessario. Se occorre agire per attrarre nuove professionalità e nuove leve in agricoltura, l’attenzione verso le donne deve essere sempre maggiore.

Comparazione Capi da Latte e Produzione Latte in UE
Comparazione Capi da Latte e Produzione Latte in UE

Fonte: Pepsico.com

Gli agricoltori e la nuova “fede” ambientalista
21 Gennaio 2020

La società è sempre più sensibile ai temi ambientali. Lotta all’inquinamento, rispetto degli animali, alimentazione naturale sono argomenti che preoccupano e che guidano le scelte dei consumatori.

La risposta dei governi si traduce in norme sempre più stringenti atte a limitare emissioni, uso di concimi e pesticidi, od a garantire il benessere animale. Gli agricoltori/allevatori che ruolo hanno in questo scenario di sensibilità e norme? Sono sempre i soggetti alla base della produzione alimentare, oppure diventano gli oggetti delle sensibilità ambientali?

Agricoltori tedeschi in protesta per norme troppo limitanti

Gli agricoltori tedeschi, arrivati a Berlino con novemila trattori, hanno manifestato contro le sempre più numerose norme che limitano le scelte imprenditoriali e guidano l’attività produttiva. Gli esempi principali sono la riduzione del 20% nell’uso di concimi per rispettare le norme UE sui nitrati, le regole per gli allevamenti, gli adempimenti burocratici e le certificazioni. Tutte tematiche che pongono a rischio l’attività economica, soprattutto delle piccole aziende.

La protesta intende anche però mettere un freno all’immagine distorta dell’agricoltore/allevatore come responsabile dell’inquinamento ambientale che appare sempre più di frequente sui mezzi d’informazione. Se in Francia la mobilitazione degli agricoltori sfocia spesso in manifestazioni energiche come i blocchi stradali, in Germania le proteste delle popolazioni rurali sono sempre state molto contenute.

Le manifestazioni sono prove del crescente malessere degli agricoltori

La manifestazione di Berlino è dunque la prova di un malessere crescente, di sentirsi minoranza nella società e sempre meno ascoltati rispetto a quanti, ambientalisti, animalisti o consumatori in genere, puntano il dito contro qualcuno, avendo perso quel legame naturale con la produzione agricola che da sempre ha caratterizzato la società.

Il rischio è che tutte queste nuove normative, così come le scelte montanti di vegetarianismo/veganismo od altro, siano guidate non da evidenze reali, ma da scelte ideologiche, cioè preconcette, nell’ottica di un nuovo fideismo. Eppure, grazie all’agricoltura, la Germania ha un export alimentare di 70 miliardi di euro ed i consumatori hanno accesso ad alimenti sicuri ed abbordabili.

Ovviamente, una conversione produttiva é sempre possibile, ma a quale prezzo e con quali conseguenze? Inoltre, in un mondo sempre più interconnesso, come dimostra proprio il cambiamento climatico, le scelte ambientali e le politiche verso produzione e consumo non possono che essere prese in modo condiviso e coordinato. A meno che non ci si trovi in una realtà limitata od in un piccolo Paese, dove le logiche produttive dipendono più da scelte di vita o da fattori politici e finanziari, che da logiche di mercato. Temi complessi, che anche la nuova PAC non potrà non affrontare.

Produzione di N2O nel mondo agricolo
Produzione di N2O nel mondo agricolo,
Fonte: Environment Protection Agency

Fonte: Telegraph.co.uk

Soia: Prezzi in aumento nella nuova stagione
20 Gennaio 2020

Produzione mondiale

La produzione mondiale di Soia per la nuova stagione 2019-20, è stimata a 337,70 Mio Tons, -5,7% rispetto alla stagione 2018-19, ma in leggero aumento rispetto la previsione precedente.

I consumi di Soia sono in continua crescita e, vista la minore produzione attesa, gli stock finali dovrebbero attestarsi a 96,67 Mio Tons (-12,34%).

La produzione di Soia del Brasile, principale Produttore mondiale previsto per la stagione 2019-20, dovrebbe attestarsi a 123 Mio Tons (+5,1% rispetto alla stagione 2018-19). La produzione degli Stati Uniti è in frenata (-19,6%), a causa delle inferiori rese dei terreni, specialmente in Nord Dakota e Sud Dakota.

Produzioni di Soia

Export mondiale

L’export globale di Soia nella stagione 2019-20 è previsto pressoché invariato rispetto alla stagione precedente. Le maggiori esportazioni previste per Brasile e Stati Uniti (complessivamente +1,5%) compensano la diminuzione prevista per l’Argentina.

Il prezzo medio all’export di Ottobre si attesta attorno ai 0,37$ al kg per il Brasile e a 0,36$ al kg per gli Stati Uniti, entrambi in rialzo rispetto al mese precedente.

Esportatori di Soia

Import mondiale

Nella nuova stagione, le importazioni della Cina, il principale importatore mondiale di Soia, sono stimate a 85 Mio Tons, +3% rispetto alla stagione scorsa.  Il prezzo medio di importazione cinese, aggiornato a Novembre, è di 0,40$ al kg.

Import di Soia

Import dell’Italia

Nei primi 10 mesi del 2019 l’Italia sta continuando ad incrementare notevolmente gli acquisti di Soia: +29% rispetto a Gennaio-Ottobre 2018. L’Italia registra un aumento complessivo dell’84,2% delle quantità importate da Stati Uniti e Brasile, che si confermano i due principali fornitori.

Import di Soia dell'Italia
Prezzi Soia


La suinicoltura italiana è troppo legata alle DOP [intervista]
13 Gennaio 2020

Cristiano Brazzale
Zanè,Vicenza – ITALIA

Quello che manca alla suinicoltura italiana Cristiano Brazzale, presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza – titolare di un allevamento che produce 24mila suini ogni anno e ha un impianto di biogas per la valorizzazione dei reflui a Campodoro, dove ha sede uno degli stabilimenti del formaggio – lo sa bene e, forse per la tradizione di famiglia, ha una visione fuori dagli schemi.

Cristiano Brazzale - presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza
Cristiano Brazzale – presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza

La suinicoltura italiana è troppo legata alle DOP. Abbiamo purtroppo un concetto arcaico del suino e valorizziamo le cosce e basta. E il resto? Questo modello di filiera sconta inesorabilmente un problema, perché con i capi che alleviamo non possiamo comparare la braciola ottenuta da un maiale di 160 chilogrammi con uno di 100-120 chili”.

Eppure il sistema delle DOP e dei prosciutti a denominazione d’origine per molti anni ha funzionato.

“Sì, in passato ha funzionato, ma con altri numeri e altre tendenze di consumo. Bisognerebbe arrivare a una programmazione seria, con quantità controllate. Sono convinto che una DOP abbia senso solo se esprime una quantità in linea col mercato. Se, al contrario, una DOP cresce misuratamente fino a diventare di fatto industriale, i vincoli del disciplinare si trasformano in un peso non più sopportabile. Questo è, a ben vedere, quanto è accaduto, e la DOP si è trasformata in una zavorra per la suinicoltura italiana. Si è cercato di creare il Gran suino padano, si è cercato di vestire il nostro maiale di qualità che sono più legate ad aspetti non sostanziali. Che cosa vuol dire che è un suino controllato? È sufficiente per garantire la qualità di tutto l’animale?”.

La DOP è diventata un peso per la suinicoltura italiana, anziché un’opportunità

Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei?

“Secondo me si sta prendendo una strada contraria a quella che effettivamente bisognerebbe prendere. Non conosco le motivazioni, ma parlo in termini generali: per rendere competitiva la DOP bisogna lavorare molto seriamente sulla qualità, ma soprattutto adattarsi al mercato. È necessario innanzitutto lavorare per rispondere alle richieste del consumatore e con numeri in grado di assicurare l’equilibrio. Non possiamo pretendere di avere un prodotto che per ottenerlo costa molto, ma contemporaneamente si produce in quantità tali che il mercato non ne riconosce il valore aggiunto in termini di prezzi. Così rischiamo di perdere completamente la competitività e continuiamo a fare in modo che la DOP sia solo un peso per la suinicoltura e non un’opportunità”.

Si aspettava prezzi così elevati dei suini?

“Conoscendo ciò che sta succedendo in Cina, perché abbiamo là uno stabilimento lattiero caseario, e conoscendo bene la realtà brasiliana, dal momento che sono responsabile delle relazioni internazionali del Gruppo produttori di carne a carbonio neutro, avevo da mesi tutte le informazioni necessarie per pensare che il mercato suinicolo sarebbe esploso con i prezzi”.

In Cina è per effetto della peste suina. In Brasile, invece, cosa sta succedendo?

“Il Brasile da anni sta intessendo rapporti commerciali con la Cina, per aprire un canale di fornitura. Lo so bene, perché conosco i vertici del ministero dell’Agricoltura in Brasile. È un lavoro paziente, ma costante nel tempo. Oggi i cinesi stanno comprando qualsiasi tipo di carne, tanto che i prezzi delle carni sia bovina che suina sono esplosi. I brasiliani stanno esportando tutto il possibile in Cina. E penso che la situazione, almeno per i suini, rimarrà tale, dal momento che la gravità della diffusione della peste suina in Cina è eccezionale”.

Secondo i dati di Pechino, il deficit di carne suina è a livelli spaventosi

Ha qualche indicazione a riguardo?

“In base agli ultimi dati comunicati da Pechino, che però come sa sono da prendere con le pinze, sembra che ci sia una mancanza di carne suina pari a 24 milioni di tonnellate. Solo per rendercene conto, il trade mondiale di carne suina è di 8 milioni. Fosse vera anche la metà del fabbisogno, siamo su livelli spaventosi, superiori a tutto il commercio mondiale. Ma questo deficit i cinesi lo stanno compensando anche con altre carni, in quanto sono fortemente carnivori. Da qui la crescita diffusa dei prezzi”.

Quanto durerà questa fase?

“Difficile esprimersi con certezza. In base ai dati diffusi dalla Cina, però, lo scorso ottobre è stato il primo mese da agosto 2018, da quando cioè è stata dichiarata l’emergenza della peste suina, che ha visto un incremento dei capi allevati dello 0,6 per cento. Ma non dimentichiamo che era stato perso il 40% degli animali. A detta del ministro dell’Agricoltura cinese, per la fine del 2020 dovrebbero ritornare allo stesso parco suini, mentre altre fonti indicano un periodo di almeno 2-3 anni, peste permettendo, per ristabilire i valori precedenti. D’inverno le basse temperature rallentano la diffusione della malattia, ma fino a quando in Cina non cambieranno le strutture di allevamento, con un sensibile miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, soprattutto nei piccoli allevamenti, non vedo possibilità di svolta. Il governo cinese sta spingendo perché vengano costruiti allevamenti medio-grandi, ma ci vuole tempo, secondo me almeno due o tre anni. Confesso però che sono timoroso sulle prospettive di mercato a medio termine”.

Nel mondo si sta assistendo ad una corsa a produrre

Perché?

“Perché nel mondo stiamo assistendo a una corsa a produrre. In Brasile stanno spingendo su maiale e pollo, così come hanno accelerato nella produzione dei suini in Usa, ma anche in Spagna, Danimarca, Olanda hanno incrementato i volumi, seppure con ritmi inferiori, perché frenati da normative ambientali più stringenti. Temo però che fra due o tre anni, quando anche la Cina dovrebbe essere ritornata su livelli produttivi pre-crisi, ci ritroveremo con un surplus di materia prima, con il rischio di un crollo dei prezzi e l’ingresso in una fase depressiva”.

Oggi come allevatori vi godete una fase positiva di mercato.

“Sì. Oggi recuperiamo le perdite registrate tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, mentre i macellatori sono in difficoltà in questo frangente”.

Come si potrebbe armonizzare il mercato?

“Francamente non saprei. Devo dire che mi sono ben chiare le difficoltà dei macellatori, anche perché nel settore lattiero caseario sono dall’altro lato della filiera, facendo l’industriale, per cui comprendo quello che stanno attraversando”.

Quali soluzioni potrebbero essere adottate?

“Escluderei nella maniera più assoluta ogni provvedimento politico o di mercato per calmierare il prezzo o per obbligare l’allevatore a vendere a meno. Non esiste. Non siamo un’economia assistita. Anche perché va detto che quando il prezzo era molto basso, ai macellatori non interessava, ma non voglio avviare polemiche o lanciare guanti di sfida. Viviamo in filiera e forse un aiuto dovrebbe arrivare dalla politica, con misure specifiche a sostegno dei macellatori. Ma allo stesso tempo non possiamo costringere la grande distribuzione organizzata a pagare di più, se il consumatore poi non riconosce l’aumento e non lo vuole corrispondere. Non vedo vie di uscita, perché è la legge della domanda e dell’offerta che deve essere applicata. Sono solidale coi macellatori, ma se faccio il bilancio degli ultimi cinque anni, ci vuole un anno con i prezzi ai livelli attuali per recuperare le perdite residue”.

Invertiamo la rotta: armonizziamo gli obiettivi della filiera! [intervista]
9 Gennaio 2020

Serafino Valtulini
Orzivecchi, Brescia – ITALIA

Serafino Valtulini - Consigliere Confagricoltura Brescia
Serafino Valtulini – Consigliere Confagricoltura Brescia

Per Serafino Valtulini, consigliere in Confagricoltura Brescia, produttore a Orzivecchi di circa 10mila maiali all’anno (conferiti al macello Mec Carni), il sistema italiano deve darsi una scossa. Altrimenti è destinato a soffrire pesantemente, non appena il vento del mercato smetterà di soffiare nelle vele degli allevatori.

Partiamo proprio dai prezzi. Da cosa dipende questa fase così euforica?

“Per la gran parte è dovuta alla fame della Cina: 400 milioni di maiali cinesi sono diventati la metà per effetto della peste suina e, dunque, la popolazione ha bisogno di carne. Di fatto, è come se la Cina si fosse trasformata in una voragine che ingoia carne di maiale, con l’Europa che è diventata il principale fornitore”.

Una grande opportunità per l’Italia…

L’Italia non esporta in Cina per un pensiero improntato al localismo

“Potrebbe esserlo. Eppure, da sette mesi dovremmo avere concluso tutti i trattati per esportare, e invece siamo ancora fermi. Perché?”.

Lo dica lei.

“Purtroppo manca la capacità di visione da parte dei 6-7 macelli che potrebbero cambiare la rotta. C’è un pensiero eccessivo improntato al localismo, che è completamente in controtendenza alla globalizzazione. Di conseguenza, non riusciamo ad affermarci con un prodotto d’élite come il Prosciutto di Parma, mentre il prosciutto iberico sta spopolando nel mondo. Tutto questo la dice lunga sulla nostra capacità commerciale”.

La parte commerciale non spetta agli allevatori, però.

“Benissimo. Oggi ci troviamo un’organizzazione di rappresentanza dei macelli e dei trasformatori, Assica, che invece di essere propositiva sul fronte della commercializzazione si lamenta solo dei costi della materia prima, senza dimenticare che non molti mesi fa il prezzo era 1,1 euro al chilogrammo, ben al di sotto dei costi di produzione”.

Armonizzare il mercato dovrebbe significare armonizzare gli obiettivi

Come si potrebbe armonizzare il mercato?

“Che cosa vuole dire armonizzare il mercato, creare un bilanciamento perfetto fra domanda e offerta con scarse oscillazioni di prezzo dei maiali e delle carni e senza grandi prospettive per tutta la filiera? Noi non abbiamo capito che stiamo giocando alla destrutturazione di tutto e la colpa è anche degli allevatori. Lo ha riconosciuto non molto tempo fa il prefetto di Brescia, in occasione di un incontro che abbiamo avuto. Ci ha detto che siamo troppo presi dall’impresa. Invece di continuare a produrre e a lavorare e basta, dovremmo chiederci chi siamo, da dove partiamo e dove vogliamo arrivare. Bisogna invertire la rotta e cominciare a delineare insieme gli obiettivi per tutta la filiera, questo dovrebbe significare armonizzare il mercato. Cominciando ad armonizzare gli obiettivi”.

Che cosa stride, in questa fase, secondo lei?

“Penso di nuovo agli allevatori, ai quali appartengo. In Italia abbiamo due macelli cooperativi, che vedono coinvolti direttamente i produttori, ma che operano come nemici e non come alleati. E così non sono in grado di fare due progetti industriali collaterali, finalizzati a valorizzare le nostre produzioni di qualità”.

Alla suinicoltura italiana manca la dignità di una categoria

Che cosa manca alla suinicoltura italiana?

“Manca la dignità di una categoria, perché siamo presi di mira dagli ambientalisti, dagli animalisti, vegetariani, vegani e da tutti quelli che si alzano la mattina e vogliono sparare contro un sistema che dà loro il cibo. Per contro, noi non siamo capaci di imporre la nostra cultura, che affonda le radici in millenni di storia”.

Come si potrebbe comunicare?

“Ci vorrebbero dei bravi giornalisti, per far conoscere e amplificare quello che è il passaggio dalla civiltà contadina all’agricoltura moderna. Cito sempre i malghesi transumanti, cioè come eravamo, per arrivare alla civiltà digitale dove siamo adesso, dove purtroppo non c’è più contatto fra i cittadini e la produzione primaria. Questo è il passaggio storico e culturale che ci ha penalizzato”.

È colpa solo dei giornalisti?

“No, è anche di noi allevatori, troppo concentrati nella nostra attività in azienda. Quando si dice che produrre bene non è sufficiente, è verissimo. Ma è cambiata la società. Se 60 anni fa la maggior parte delle persone lavorava in campagna e fino a 20 anni fa si tramandava cosa si faceva, adesso quelle generazioni hanno lasciato un vuoto, non hanno mai comunicato l’agricoltura e il risultato è che oggi a scuola il modello alimentare divulgato è quello della piramide capovolta, dove la carne si consuma una volta al mese. La cultura, inesorabilmente, è andata nella direzione che contrappone all’allevamento. Da Jeremy Rifkin e Greta Thunberg siamo colpevolizzati e ritenuti fuori dal contesto sociale. E così lasciamo che a parlare di benessere animale sia gente che pensa che allevare i maiali all’aperto a -10 gradi o a +40 sia meglio che nelle porcilaie”.

CLAL.it - Import della Cina di Carni Suine
CLAL.it – Import della Cina di Carni Suine

Produzione mondiale di Mais prevista in diminuzione
19 Dicembre 2019

Produzione Mondiale

La produzione mondiale di Mais per la stagione 2019-20, iniziata il 1° Settembre, è stimata a 1108,62 Mio Tons, in leggero aumento rispetto alle stime di Novembre (+0,6%).

La produzione è comunque prevista in diminuzione dell’1,4% rispetto alla stagione scorsa.

Mais produzioni

I due principali produttori mondiali di Mais hanno tendenze opposte: si prevedono minori raccolti negli Stati Uniti (-5,3%), parzialmente compensati dalla Cina, dove migliori rese dei terreni e l’aumento delle aree coltivate rafforzano le stime della produzione (+1,3%).
La produzione in Brasile è prevista stabile per la stagione 2019-2020, mentre la produzione dell’Unione Europea è attesa in leggero aumento (+0,5%).

Negli Stati Uniti si prevede un’importante crescita nella produzione di etanolo per i mesi di Novembre e Dicembre.

Produzioni etanolo USA

Export Mondiale

L’export mondiale di Mais per la stagione 2019-20 è atteso a 166,51 Mio Tons, -7,6% rispetto alla stagione 2018-19, in leggero calo rispetto alle previsioni del mese scorso.
È prevista una riduzione delle esportazioni per tutti i principali Player mondiali (Stati Uniti, Brasile, Argentina e Ucraina), con una variazione complessiva del -8,3%. 

export Mais

Import Mondiale

L’Unione Europea, principale importatore di Mais, dovrebbe ridurre gli acquisti (-16,7%). Prosegue invece il trend crescente delle importazioni di Messico (+4,8%) e Vietnam (+12,7%), che ora si posiziona al quarto posto tra gli importatori mondiali.
Si attende un aumento dell’import mondiale di Mais (+2,9%) per la stagione 2019-20.

import Mais

Import dell’Italia

L’Italia nel periodo Gennaio-Settembre 2019 ha registrato un aumento complessivo del 11,4% nelle importazioni di Mais. In crescita le importazioni italiane da Ungheria, Slovenia, Romania e Croazia, che complessivamente registrano un +43,8%; l’Ucraina invece ha ridotto le esportazioni verso l’Italia.

Import Mais Italia
Prezzi Mais

C’è un mercato nuovo che chiama [intervista]
17 Dicembre 2019

Thomas Ronconi
Marmirolo, Mantova – ITALIA

“I prezzi dei suini così elevati? Sinceramente non me l’aspettavo, così come penso che non se lo aspettasse nessuno sei mesi fa. Ma per quello che sta accadendo in Cina con la peste suina, listini così alti sono giustificati e trovano una spiegazione”.

Thomas Ronconi - Presidente Associazione Nazionale Allevatori Suini
Thomas Ronconi – Presidente Associazione Nazionale Allevatori Suini

Thomas Ronconi, allevatore di Marmirolo (Mantova) e presidente dell’Associazione nazionale allevatori suini (Anas), non nasconde la sorpresa del boom attuale dei prezzi, partiti dallo scorso luglio con una rincorsa che ha tutti i connotati di un boom storico.

Da cosa dipendono i prezzi così alti? È solo l’effetto della peste suina in Cina?

“Sì, solo quello”.

Quanto andrà avanti, secondo lei, questa situazione di mercato?

“Difficile rispondere, ma tutti gli indicatori fanno pensare che andremo avanti con prezzi sostenuti almeno per un anno, per tutto il 2020”.

L’Italia ha iniziato a esportare in Cina?

“No, se non in minima parte. Confidiamo nel 2020”.

C’è un mercato nuovo che chiama, quello cinese, e ci troviamo impreparati

Da cosa sono dipesi questi ritardi?

“È un ritardo tutto italiano. Le nostre strutture si sono accreditate lo scorso autunno, cioè inverosimilmente tardi rispetto agli altri Paesi europei”.

L’economia italiana lamenta un grave ritardo anche nelle infrastrutture e nella logistica. È così?

“È una domanda che noi suinicoltori non ci eravamo mai posti, perché siamo importatori per il 45% di carne di maiale e quindi per il nostro circuito la necessità di dover esportare non c’è mai stata. Adesso però che c’è un mercato nuovo che chiama come quello cinese, ci troviamo impreparati”.

Come si potrebbe armonizzare il mercato in questa fase di prezzi elevati?

“Secondo me non è possibile fare un ragionamento di filiera, come peraltro non è mai stato fatto in passato. Oggi come oggi manca la merce, facciamo fatica noi allevatori a rispondere alla domanda, spinta dalla Cina, sia ben chiaro. Questo spiega perché i prezzi sono elevati: manca la merce. Ma bisogna anche dire le cose come stanno”.

E cioè?

“Che il prezzo medio di quest’anno è stato finora di 1,45 €/kg, che è di poco al di sopra del costo di sopravvivenza, che si aggira intorno a 1,40 euro al chilogrammo”.

Come si può valorizzare il prosciutto DOP?

“È un’altra domanda complicata, perché molto spesso si dimentica che la qualità c’è, anche se va comunque migliorata, ma bisognerebbe sovvertire un processo dinamico che invece si è consolidato negli anni e che è emerso anche agli Stati generali della suinicoltura, organizzati a fine novembre da Assica. E cioè che i prosciutti DOP sono venduti e purtroppo hanno mercato solo quando sono in promozione”.

Prosciutto DOP: dovremmo puntare sull’export. Anche in Asia

L’export può essere una soluzione anche per risollevare il mercato dei crudi a denominazione?

“Sì. Anzi, è proprio sull’export che dovremmo puntare. Invece è fermo”.

In quale parte del mondo converrebbe concentrarsi?

“Bisognerebbe percorrere strade nuove, senza trascurare i canali commerciali già aperti. Mi spiego meglio: si continui pure a vendere in Francia, Germania e Regno Unito, dove la presenza è consolidata negli anni, ma allo stesso tempo si cerchino nuovi mercati, soprattutto in Asia, dove le potenzialità sono notevoli”.

Che cosa manca alla suinicoltura italiana?

“Non vedo lacune particolari. Ma se guardiamo al segmento allevatoriale, sarebbe forse necessaria maggiore armonia. I prezzi dei cereali esageratamente bassi rischiano di portare a una conversione delle aziende, con l’effetto di una carenza della materia prima. La stessa cosa vale per i suinetti: se facciamo morire le scrofaie piccole, poi avremo meno disponibilità di lattoni”.

Riscoprire l’Agricoltura come vettore di Biodiversità
9 Dicembre 2019

Si calcola che un terzo della produzione alimentare e due terzi della frutta e della verdura dipendono dall’impollinazione di api ed altri insetti pronubi. L’equilibrio fra condizioni naturali e produttività si sta però deteriorando rapidamente, a causa della perdita di biodiversità per gli scompensi ambientali determinati dalle attività produttive e dalle condizioni di vita generali.

Nello specifico, però, un ruolo importante è determinato anche dai pesticidi, il cui uso è ormai diffuso in tutte le attività agricole.

Le situazioni di scompenso ambientale influiscono negativamente sul sistema sociale agricolo

Si sono così determinate situazioni di scompenso ambientale che comportano una sofferenza anche del sistema sociale in agricoltura, come evidenzia il fatto che fra il 2005 ed il 2016 nella UE sono scomparse quattro milioni di aziende agricole, trasformando la vita ed anche l’esistenza di tanti borghi e paesi. 

Dopo gli innegabili progressi della chimica per migliorare produttività e salubrità della produzione agricola, occorre dunque riconsiderare la crescente dipendenza da principi attivi sintetici che comportano anche risvolti negativi, riscoprendo il ruolo fondamentale dell’agricoltura come vettore di biodiversità. Si tratta comunque di un argomento complesso che deve riguardare tutti, produttori e consumatori.

In 17 Paesi UE è stata lanciata da 90 organizzazioni una iniziativa pubblica per coinvolgere i cittadini su queste tematiche. L’intento è quello di chiedere alla Commissione Europea misure per ridurre dell’80% i pesticidi sintetici entro il 2030 fino ad eliminarli nel 2035, oltre ad interventi per sostenere la transizione ecologica in agricoltura ed i programmi di ricerca per identificare nuove tecniche di lotta a parassiti ed insetti.

Su questo è chiamata ad intervenire anche la nuova PAC nel contesto della cosiddetta architettura verde, per riconoscere il concetto dell’agricoltore custode delle risorse naturali ed erogatore di funzioni di interesse pubblico.

CLAL.it - Aziende agricole con capi da latte bovino in UE
CLAL.it – Aziende agricole con capi da latte bovino in UE

Fonte: Pan Europe

Prosciutto di Parma: ragioniamo insieme su programmazione e segmentazione dell’offerta [intervista]
2 Dicembre 2019

Antenore Cervi
Campegine, Reggio Emilia – ITALIA

Antenore Cervi è un suinicoltore di Campegine, da 25 anni presidente della organizzazione di prodotto Asser, che commercializza oltre 50 mila suini all’anno, e il presidente della Cia di Reggio Emilia. È da sempre un produttore scrupoloso e un profondo conoscitore del mercato suinicolo. Abbiamo scambiato qualche battuta con lui.

Antenore Cervi – Presidente Asser e CIA Reggio Emilia

Presidente Cervi, come sta andando il mercato?

“Dopo un inizio dell’anno disastroso, abbiamo avuto un recupero dei listini (prezzi dei suini da macello | prezzi della coscia fresca per crudo), dovuti principalmente alla peste suina africana nei paesi asiatici e non solo in Cina. Questo scenario ha comportato due cose. La prima è che la pressione del mercato delle produzioni nord europee si è orientata su quel mercato, alleggerendo il mercato italiano; il secondo elemento è che, per effetto delle tensioni commerciali su scala globale, avremo modifiche sui costi di produzione come la soia”.

Per la suinicoltura italiana l’emergenza è alle spalle?

“Purtroppo no. Il fatto innanzitutto che i prezzi siano saliti per le disgrazie altrui, come la peste suina africana, ci dà una boccata d’ossigeno, ma non è risolutiva. Non siamo riusciti a valorizzare il nostro suino, le DOP della nostra salumeria e, anzi, il Prosciutto di Parma è ancora fortemente in crisi”.

Una programmazione inefficace non valorizza il suino italiano

Per quali motivi?

“Un fattore è legato indubbiamente a una programmazione non efficace. In secondo luogo, il Consorzio di tutela non ha messo in piedi strategie di segmentazione del prodotto, che non significa mantenere nel circuito cosce di non eccessiva qualità, ma dare trasparenza al consumatore, rispondendo alle esigenze dei mercati e dei consumatori, con prodotti identificabili e che devono distinguersi”.

Che direzione prendere parlando di programmazione?

“Bisognerebbe innanzitutto vedere dove ha funzionato. Nel Parmigiano Reggiano, dove la programmazione sta portando risultati positivi, la regolamentazione dell’offerta parte dalla produzione primaria, con quote in capo agli allevatori”.

La soluzione è dunque assegnare quote di produzione agli allevatori?

“Non necessariamente. Bisogna, però, che la filiera cominci a ragionare in termini congiunti, non ciascuno diviso e concentrato sui propri interessi”.

Segmentare l’offerta per incontrare il mercato e regolare i flussi produttivi

C’è un limite numerico per la produzione di prosciutti di Parma DOP?

“Anche in questo caso, non c’è un numero magico. Più che un numero, come dicevo prima, bisognerebbe introdurre una segmentazione dell’offerta, in modo da incontrare le richieste del mercato e, di conseguenza, regolare i flussi produttivi. Nel vino, ad esempio, si è fatta la scelta in alcuni frangenti di differenziare i livelli qualitativi, fra produzioni di base e altre top. È una procedura che potrebbe essere applicata anche fra i prosciutti, magari dirottando una parte della produzione sui cotti”.

È in corso un dibattito sul disciplinare del prosciutto di Parma. Come andrebbe modificato, secondo lei?

“Una premessa è doverosa. Il disciplinare è un’entità viva, che può essere modificata. Il Parmigiano Reggiano in questi anni ha avuto diverse modifiche, mentre i consorzi dei prosciutti di Parma e San Daniele non ne hanno mai fatta una. Eppure, motivi per introdurre cambiamenti ci sono stati. Sono evoluzioni naturali, che devono essere adattate. Detto questo, ritengo che i piani produttivi e i disciplinari di produzione non possano essere modificati se non da una rappresentanza reale della filiera, dove ogni attore è adeguatamente rappresentato. Discorso diverso invece per le strategie di valorizzazione del prosciutto, perché in questo caso gli investimenti sono a carico di chi produce e stagiona i prosciutti e non dell’allevatore”.

L’attuale disciplinare dovrebbe essere modificato in 3 punti

Parlando in termini concreti, dove modificherebbe l’attuale disciplinare?

“Mi concentrerei su tre elementi. Il peso: nel 1992 era stato introdotto un valore con l’obbiettivo per fissare il peso minimo e non quello massimo. Andrebbe tolto il limite dei 176 kg di media partita, stabilendo per prima cosa che un suino che ha vissuto una vita da DOP, rispettando il disciplinare per la fase in allevamento, è idoneo; secondo: le carcasse devono rientrare nella classificazione suino pesante (H); terzo: controllare, per l’ammissione al circuito dei prosciutti tutelati, la copertura di grasso e il peso della coscia; se è idonea, allora possono essere utilizzati. I 176 kg non sono indicativi della qualità e dell’idoneità della materia prima. Anche l’alimentazione andrebbe rivista. Bisognerebbe ragionare per recepire alcuni prodotti innovativi che non sviliscono la qualità e, allo stesso tempo, andrebbe tolto il vincolo sull’alimentazione dei capi fino a 40 kg, perché sono ininfluenti sulla produzione complessiva. Il terzo punto riguarda il benessere animale, che deve entrare nel disciplinare.

Alcuni anni fa venne studiata l’ipotesi di valorizzare la carne dei suini, oltre alle cosce, con il progetto – poi bocciato dall’Unione europea – del Gran suino padano. Che alternative ci possono essere?

“Ci sono già studi presentati da Regione Lombardia ed Emilia-Romagna su SQN che è attivabile e che prevede elementi distintivi come l’italianità, il rispetto di un disciplinare e il fatto che si possa valorizzare la carne suina in tutti gli utilizzi. Mi viene ad esempio il caso, ancora una volta, del Parmigiano Reggiano, la cui presenza in alcuni sughi viene pubblicizzata da Barilla. Quanta carne suina potremmo valorizzare in un modo simile?”.

Il Made in Italy? Conta più all’estero che qui [intervista]
25 Novembre 2019

Aldo Levoni
Castellucchio, Mantova – ITALIA

Aldo Levoni all’interno del gruppo Levoni occupa la carica di presidente del macello Mec Carni e di A.D. del salumificio Levoni. Il gruppo Levoni, un colosso della filiera dei salumi e delle carni di maiale, ha un fatturato che supera i 300 milioni di euro ed esporta in oltre 50 paesi del mondo. Teseo lo ha intervistato.

Aldo Levoni – A.D. Salumificio Levoni

Dove arriverà il prezzo dei suini grassi da macello?

Il valore massimo, a mio parere, è già stato raggiunto. Potrebbe esserci una fase di stabilità, con piccole fluttuazioni. Mi attendo ora una diminuzione dei listini; se lenta o rapida dipende dalle disponibilità dei suini”.

Un prezzo eccessivamente alto dei suini quali conseguenze può avere?

“Sugli allevatori senza dubbio positive. Sul macello lo scenario cambia radicalmente, perché il settore della macellazione deve trasferire il prezzo elevato del costo del suino al comparto dei salumi ed è meno facile riuscirci. Una parte dell’aumento dei costi, purtroppo, l’industria di macellazione non riesce fisiologicamente a trasferirla a valle e, pertanto, entra in sofferenza”.

Anche il salumificio deve trasferire l’incremento del prezzo sui propri clienti.

“Sì, ed è spesso complicato. Per il mondo del dettaglio è più facile, mentre nella grande distribuzione organizzata ci sono fortissime resistenze a riconoscere i maggiori costi di produzione, per cui in questo frangente il trasferimento è quasi impossibile. Di fatto, quando si arriva alla grande distribuzione si approda a un tappo e a soffrirne sono gli anelli precedenti: macelli e salumifici”.

Il Made in Italy è ricercato all’estero ma in Italia è dato per scontato

Il made in Italy rappresenta un valore aggiunto?

“Senza dubbio sì. Ma, paradossalmente, questo valore aggiunto di immagine pesa di più all’estero ed è invece riconosciuto meno in Italia. Oggi l’export sta attraversando una fase positiva e, nel mondo, il prodotto italiano, ottenuto con materie prime di origine italiana è sicuramente ben visto. È ricercato e questo fa sì che si riesca a trasferire in maniera soddisfacente il valore, con annesso adeguato ritorno economico. Al contrario in Italia il consumatore dà forse per scontata l’italianità del prodotto e sembra quasi meno interessato; così facendo, però, l’attenzione cade più sui prodotti da prezzo”.

Come se lo spiega?

“Il potere d’acquisto del consumatore è diminuito e ritengo che una componente significativa della ricerca di prezzi più convenienti sia quella. Un’altra ipotesi è molto probabilmente legata a un approccio che ha la grande distribuzione organizzata. Se lei guarda, in tutte le catene distributive il tema più utilizzato nella comunicazione è quello dei prezzi bassi. Ma in questo modo si abitua il consumatore a ricercare esclusivamente il prezzo basso. La conseguenza, quando parliamo di made in Italy, è che la dinamica di acquisto è determinata dal fatto che in Italia si dà per scontata la qualità a prezzi bassi. Mentre all’estero il fatto di essere italiano è la migliore pubblicità per un prodotto, perché è sinonimo di gusto, di ricercatezza, di qualità”.

Quali effetti avranno i dazi per il vostro gruppo?

“Gli Stati Uniti rappresentano per noi un mercato molto importante, pari a circa il 5% del fatturato e con proiezioni di crescita. Dazi supplementari sarebbero un serio ostacolo”.

Siamo pronti ad affrontare il mercato Cinese, interessante per piedi, pancetta, spalla e coppa

Finalmente dovrebbe aprirsi per la carne suina il canale verso la Cina.

“È questione di qualche settimana e poi si inizia. Noi siamo pronti e quello cinese è un mercato interessante in particolare per prodotti che qui in Italia non hanno valore, come i piedi, ma anche pancetta, spalla, coppa”.

La peste suina in Cina che cosa significa per voi?

“Un problema, perché crea ulteriore tensione sui prezzi”.

Il mercato premia i prosciutti DOP rispetto ai generici. Eppure, i prosciutti DOP non spiccano il volo per mancanza di programmazione. Cosa si dovrebbe fare secondo lei?

“Il problema che scontiamo oggi deriva da un 2017 caratterizzato da prezzi altissimi. La GDO, che indubitabilmente commercializza i volumi più significativi dei prosciutti DOP, non ha più accettato il prezzo alto di acquisto e, parallelamente, ha smesso di fare promozioni e di spingere il prodotto. Questo ha creato un cortocircuito a monte, con i magazzini che si sono riempiti e il prezzo che ha di conseguenza iniziato la discesa. Poi la situazione si è ulteriormente aggravata per un attacco al sistema legato al benessere animale e alla genetica, che ha provocato il crollo delle quotazioni. In questi momenti così altalenanti di mercato il Consorzio di tutela dovrebbe calmierare gli eccessi di rialzo o di ribasso attraverso strategie di marketing e comunicazione. Cose che, a mio parere, non sono state fatte con la giusta efficacia”.

Degustazioni e momenti di contatto: la nostra strategia promozionale all’estero

Lei poco fa ha parlato di promozioni sui prosciutti DOP. Perché servono? non basterebbe la notorietà delle DOP?

Le promozioni sono necessarie, perché il consumatore compra quando c’è il prezzo basso. E questo purtroppo vale anche per le DOP e non c’è altro sistema nella GDO in Italia. All’estero, al contrario, la promozione serve, ma per un altro scopo: per far conoscere il prodotto con degustazioni, momenti di contatto e facilitare la prova della DOP. Sono prodotti di alta qualità, costano di più di prosciutti esteri o nazionali e hanno un valore aggiunto alto. Però, il consumatore non lo riconosce. Bisogna lavorare con il Consorzio anche su questo”.