La colza può essere un’alternativa alla soia?
4 Marzo 2021

La gran parte delle proteine nei prodotti succedanei di carne e latte deriva dalla soia. La dipendenza da una sola coltura, di cui l’80% è ottenuto in tre Paesi, Argentina, Brasile e USA, pone evidenti criticità e sottolinea con urgenza il bisogno di trovare altre alternative. Questo non è facile dato il grande valore biologico delle proteine della soia, che contengono tutti i nove aminoacidi essenziali per l’alimentazione umana.

Una alternativa potrebbe essere la colza (Rapeseed o Canola in nord America), oleaginosa largamente coltivata in Europa centro-settentrionale che contiene circa il 20% di proteine di alta qualità. Secondo i ricercatori tedeschi le proteine di colza, presenti nella farina di estrazione dopo la produzione dell’olio, hanno un effetto comparabile se non superiore a quello della soia sui parametri metabolici e producono anche una maggiore sensazione di sazietà. Comportano però un persistente gusto amarognolo, che il miglioramento genetico e le nuove tecnologie cercano di superare.

La ricerca applicata è attiva per definire il potenziale della colza come componente di nuovi prodotti alimentari da fonti vegetali plant-based. Ad esempio nel Regno Unito una iniziativa pubblico/privata cerca di sviluppare prodotti da forno senza glutine per i celiaci, partendo anche dalla farina d’estrazione di colza. Un vantaggio di questa brassicacea rispetto alla soia è l’assenza di fitoestrogeni (isoflavoni) e l’assenza di modifiche genetiche. La grande diffusione dell’olio di colza e la sua accettazione da parte dei consumatori, insieme a questo differenziale positivo, porta dunque ad intravedere interessanti possibilità per i nuovi prodotti plant-based.

TESEO.clal.it - Costo di 1000gr (1kg) di proteine fornite da Soia e Colza
TESEO.clal.it – Costo di 1000gr (1kg) di proteine fornite da Soia e Colza

Fonte: Azo Life Sciences

BOX Febbraio 2021: Dairy Export, Formaggio, Mais e Soia
25 Febbraio 2021

Export Dairy UE

Il Covid e le difficoltà di Horeca e Food service non fermano l’export lattiero caseario dell’Unione Europea.

Nel 2020 le esportazioni complessive dell’UE-28 sono cresciute in quantità del 3,5% rispetto al 2019, superando in valore i 20 miliardi di euro (+4,2%).

Gouda, Mozzarella, Cheddar, formaggi fusi sono i principali formaggi esportati nel Mondo, che hanno contribuito – insieme agli altri – a trascinare le vendite: +7,2% nel corso dell’anno rispetto ai 12 mesi precedenti.

Molto interessante la crescita dei formaggi freschi, che avanzano del 17,5% nel 2020 rispetto al 2019, con Corea del Sud, Svizzera, Giappone e Cina fra i principali mercati di destinazione.

Nel mese di Dicembre l’export dei prodotti Dairy è aumentato del +14,1% in quantità su base tendenziale, con ottime performance per formaggi (+13,7% nel complesso, +30,9% per i freschi), latte e panna (+41,3%).

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Formaggio USA e UE

La maggiore offerta di latte negli Stati Uniti ha favorito una maggiore produzione di formaggio. A Dicembre 2020, le scorte negli USA hanno registrato un aumento del +3,8% rispetto al mese precedente. La maggior offerta ha influito sui prezzi del formaggio Cheddar, scesi a 3,39 $/Kg (quotazione del 19 febbraio 2021).

Diversa la situazione in Europa, ed in particolare in Germania. A fronte di una minor produzione di latte nelle prime settimane del 2021, la valorizzazione del latte destinato ad Edamer tedesco è aumentata a 34.82 €/100Kg (simulazione CLAL di Febbraio 2021).


Mais e Soia UE

In ambito cerealicolo, l’UE ha un tasso di approvvigionamento superiore al 100% solamente per frumento tenero, orzo, avena e segale. L’Europa è invece deficitaria per gli altri cereali, tra i quali il Mais (tasso di autosufficienza dell’83,6% nel 2019-2020) e il sorgo (92,6%).

In merito alla Soia, l’Unione Europea è autosufficiente per il 15,4%, in una fase in cui le scorte mondiali sono previste in diminuzione.

In frenata le importazioni di cereali in Unione Europea: -21,18% in quantità e -12,72% in valore nel 2020 rispetto al 2019. Ucraina, Brasile, Canada, Serbia e Stati Uniti sono i principali fornitori di cereali per l’UE-28.
Nel 2020 l’Unione Europea ha esportato 47,1 milioni di tonnellate di cereali (+18,60% in quantità), per un controvalore di 9,62 miliardi di euro (+22,12% rispetto al 2019).

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Le importazioni europee di Semi Oleosi nel 2020 vedono una crescita moderata (+2,96% in quantità e +5,34% in valore) rispetto al 2019. Farina di Soia (-6,45%) e Soia (+6,86%) i prodotti più acquistati, con Brasile e Argentina primi fornitori, davanti a Stati Uniti e Canada.

Mais e Soia: prezzi e aggiornamenti di mercato | Febbraio 2021 [VIDEO]
16 Febbraio 2021

I prezzi di Mais e Soia si mantengono elevati sulle principali piazze. L’import Cinese di Mais potrebbe triplicare nell’annata in corso, mentre per gli Stati Uniti è stimata una riduzione delle scorte di Soia del -77,2%.

Michele del Team di CLAL.it e TESEO commenta il forecast e gli andamenti di mercato nel seguente video.

MAIS

Il Ministero dell’Agricoltura Statunitense ha pubblicato l’aggiornamento di Febbraio sui mercati del Mais e della Soia.

Leggermente più ottimista il forecast del 10 Febbraio riguardo le Produzioni Mondiali di Mais 2020/21, se confrontato con la previsione precedente. La produzione è stimata ora in aumento di 17,5 milioni di tonnellate rispetto alla stagione 2019/20. 

Al contrario, il forecast dei Consumi ha subito una leggera contrazione, passando da +1,7% a +1,5%.
Ne risulta che l’erosione degli Stock Mondiali di Mais prevista per l’annata 2020/21 sia più contenuta (-5,4% rispetto all’annata precedente).

L’import Cinese di Mais potrebbe triplicare nell’annata in corso, a vantaggio degli Stati Uniti, il cui export verso la Cina è in deciso aumento. 
L’import dell’Unione Europea (Regno Unito incluso) è stimato a 15,5 milioni di tonnellate, ovvero 3,1 milioni di tonnellate in meno rispetto la stagione 2019/20.

I prezzi medi di vendita dall’1 al 10 Febbraio rilevati in West Iowa (USA) si mantengono a livelli elevati, attestandosi a 206,5 $/ton, in aumento del +7,1% rispetto al mese precedente.
Anche in Francia, il prezzo medio del Mais dall’1 al 12 Febbraio è in leggero aumento rispetto al mese di Gennaio, con un prezzo medio di 209,7 €/ton. 

I prezzi medi quotati l’11 Febbraio a Bologna sono 231€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico e 235€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico con caratteristiche.

SOIA

Il Forecast USDA di Febbraio riporta Consumi di Soia in aumento rispetto alla previsione precedente. Questo comporta un’ulteriore diminuzione degli Stock Finali per l’annata in corso: -11,49 milioni di tonnellate rispetto all’annata 2019/20.

Il calo degli stock è attribuibile principalmente agli Stati Uniti, per i quali è stimata una riduzione delle scorte del -77,2% rispetto alla stagione precedente. 

I prezzi medi dei semi di Soia in USA e in Brasile mostrano segni di stabilità.
Il prezzo medio di vendita dall’1 al 10 Febbraio in Western Illinois (USA) è 529,7$/ton.
Il prezzo medio nello stesso periodo in Brasile si attesta a 508,4$ per tonnellata. 
Il prezzo medio dei Semi di Soia quotato l’11 Febbraio a Bologna è stabile a 500€/Ton.  

Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.

Politiche agricole UE: obiettivi e limiti nel contrastare il cambiamento climatico
15 Febbraio 2021

Del Prof. Corrado Giacomini, Economista Agroalimentare, Università degli Studi di Parma

Prof. Corrado Giacomini
Prof. Corrado Giacomini

In tutto il mondo cresce la preoccupazione sul cambiamento climatico e si cerca di arrivare a degli accordi internazionali per riuscire ad agire sulle cause, in particolare, controllando e riducendo le emissioni di gas serra. Come scrive Jean Tirole, premio Nobel per l’economia nel 2014: “i vantaggi legati all’attenuazione del cambiamento climatico restano sostanzialmente globali e remoti, mentre i costi dell’attenuazione sono locali e immediati”.

È così che si può spiegare il comportamento del Presidente Trump quando ha deciso di togliere la firma degli USA dall’accordo di Parigi. Mantenerla avrebbe comportato di adottare subito misure per ridurre le emissioni di gas serra imponendo vincoli all’economia americana per effetti raggiungibili solo in un lontano futuro e solo se tutti gli altri Paesi adottassero veramente quanto deciso nell’accordo.

L’UE prevede di ridurre l’uso di pesticidi, sostanze antimicrobiche e fertilizzanti

Anche i cittadini europei sono molto sensibili a questa minaccia e la Commissione Ue ha delineato le politiche da adottare nei Paesi Membri, oltre che in una comunicazione quadro “Il Green Deal europeo”, in un’altra “Dal produttore al consumatore”, che definisce gli obiettivi e i limiti nel settore agroalimentare. Secondo questa comunicazione, la Commissione adotterà misure per ridurre, entro il 2030, del 50% l’uso di pesticidi chimici, del 50% le vendite di sostanze antimicrobiche per gli animali da allevamento, del 20% l’uso di fertilizzanti e per spingere la diffusione dell’agricoltura biologica fino al 25% del totale dei terreni agricoli.  

È evidente che questi limiti da applicare in un termine piuttosto breve, 10 anni, preoccupano non poco gli agricoltori europei. Inoltre, l’azione della Commissione UE, che prevedeva una serie di provvedimenti da assumere tra il 2019 e il 2021, è stata certamente frenata dalla grave situazione nella quale è piombata tutta l’economia mondiale a causa della pandemia da Covid-19. Ma, a parte gli effetti della pandemia, bisogna tener conto delle ricadute sull’ambiente del rapporto tra domanda ed offerta, che inevitabilmente si confronteranno entro il 2030 a livello mondiale con risposte del tutto diverse da parte dei paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati.

A luglio del 2020 l’OCDE ha dato alle stampe “Perspectives agricoles de l’OCDE e de la FAO 2020-2029”, in tempo per poter tener conto anche dei primi effetti della pandemia, con l’obiettivo di valutare al 2029 l’andamento della domanda, della produzione e degli scambi mondiali delle principali produzioni agricole (25 sono i prodotti di base presi in considerazione), analizzando anche i fattori su cui si basa il raggiungimento degli obiettivi previsti.

L’Asia-Pacifico avrà il maggior peso sull’incremento della domanda

Secondo l’OCDE, l’aumento della popolazione mondiale (a 8,4 miliardi) resterà il principale fattore di crescita della domanda di prodotti alimentari di base che, misurata in calorie, dovrebbe crescere al 2029 del 15%, di cui le materie grasse dovrebbero rappresentare circa il 50%. E saranno le regioni dell’Asia-Pacifico, le più popolose del pianeta, che avranno il maggior peso sull’incremento della domanda. L’aumento della produzione, data l’impossibilità di ottenerlo con incrementi significativi di superfici da coltivare, dovrà avvenire soprattutto attraverso l’aumentato impiego di mezzi tecnici (fertilizzanti, antiparassitari, fitofarmaci, ecc.), l’incremento del numero dei capi in allevamento e quindi anche del fabbisogno di alimenti, e l’impiego di nuove tecnologie generate dai progressi della ricerca.

Se l’incremento della produzione disponibile dovrà soddisfare la domanda soprattutto dei paesi emergenti e sottosviluppati, pare di poter prevedere che questo avverrà soprattutto attraverso l’intensificazione delle colture e inciderà anche sull’aumento degli scambi mondiali.  Queste poche note sui dati della pubblicazione dell’OCDE mettono in evidenza che lo sviluppo della domanda e della produzione mondiale di prodotti agricoli entro il 2030, e proprio perché proveniente soprattutto da Paesi emergenti, difficilmente potrà dare un contributo all’obiettivo della neutralità climatica, cioè a zero emissioni di gas serra, che la UE si è data per il 2050.

Ha ragione Jean Tirole: è difficile conciliare vantaggi globali e remoti con costi immediati e individuali. Forse proprio la pandemia potrà dare un piccolo aiuto a raggiungere questo obiettivo perché, secondo l’OCDE, la caduta del potere d’acquisto generata dalla crisi economica concorrerà a ridurre la domanda alimentare al 2029 di circa l’1%.

Mais e Soia: prezzi e aggiornamenti di mercato | Gennaio 2021 [VIDEO]
2 Febbraio 2021

Il 2021 è iniziato con un aumento dei prezzi di Mais e Soia nelle principali piazze mondiali
Michele del Team di CLAL.it e TESEO ne illustra le cause nel seguente video.

Nel corso del mese di Gennaio, i prezzi medi di Mais e Soia sono aumentati sensibilmente nelle principali piazze mondiali. Nello specifico, gli Stati Uniti registrano un aumento dei prezzi del +16% per il Mais e del +14,4% per i Semi di Soia, rispetto a Dicembre 2020. 

L’aumento dei prezzi oltreoceano di questi due prodotti agricoli si riflette anche nei principali mercati europei ed italiani. I prezzi medi quotati il 21 Gennaio a Bologna sono: 225€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico e 498€/Ton per i Semi di Soia nazionale.

Queste tendenze rialziste accrescono, per gli allevatori. i costi dell’alimentazione zootecnica. 

Alimento Simulato

Quali le principali cause di questi aumenti? 

L’offerta di Mais e Soia appare insufficiente a soddisfare la domanda.
Rispetto alle previsioni precedenti, a Gennaio USDA ha rivisto in diminuzione gli stock mondiali di Mais e Soia, rispettivamente del -1,8% e del -1,5%. A fine stagione 2020/21, gli stock di questi due prodotti agricoli sono stimati in calo del -6,3% per il Mais e -11,6% per la Soia.

Anche le produzioni mondiali di Mais e Soia sono state riviste in diminuzione rispetto alla previsione di Dicembre, di circa 10 milioni di tonnellate di Mais e 1 milione di tonnellate di Soia.
Le principali cause di questa revisione sono la siccità presente in Sud America e i minori raccolti statunitensi.

Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.

Stock di Mais e Soia

Passare da agricoltura tradizionale a conservativa [Intervista a Giuseppe Alai]
1 Febbraio 2021

Giuseppe Alai - Agricoltore
Giuseppe Alai – Agricoltore

Dopo una intensa carriera alla guida di imprese ed organizzazioni cooperative, culminata con la presidenza del Consorzio Parmigiano Reggiano, Giuseppe Alai si dedica all’azienda di famiglia adottando la tecnica dell’agricoltura conservativa. Perché questa scelta?

La scelta di passare da agricoltura tradizionale a quella conservativa è di 4 anni fa, sofferta ma nello stesso tempo ponderata, ben consapevoli, mia figlia ed io, che compiendola avremmo certamente incontrato delle difficoltà vista la scarsa diffusione del metodo di agricoltura conservativa, che viene attuata solo nel 5% dei seminativi ed anche perché le conoscenze tecniche ed una meccanizzazione idonea sono ancora limitate. Avevamo un obiettivo, cioè la riduzione dei costi e la necessità di incrementare la presenza di sostanza organica nei nostri terreni, dato che iniziava ad avvicinarsi alla soglia critica del 2%. Questi furono i due elementi diretti più importanti che ci portarono a compiere questa decisione oltre ad aspetti riguardanti il miglioramento dell’ambiente per il sequestro del carbonio e le minori emissioni in conseguenza delle minori lavorazioni.

Andy Warhol dice che “avere a disposizione la terra e riuscire a non rovinarla è la più alta forma d’arte che si conosca”.

Siamo stati spronati inoltre da un ulteriore supporto economico: la Regione Emilia-Romagna ha pianificato la misura del PSR 10.1.04 che prevede contributi di sei anni per chi attua la conversione dell’agricoltura da tradizionale a conservativa. Vengono sostenute la semina su sodo e lo streep tillage, a differenza di altre regioni in cui sono ammesse anche le lavorazioni minime. Abbiamo convertiti tutti i nostri 43 ettari a semina su sodo coltivando cereali vernini ed estivi e foraggere come medica e loietto. All’inizio della nostra esperienza (fortunatamente) trovammo presso il C.R. P.A. di Reggio Emilia un supporto tecnico che ci diede un valido aiuto. Abbiamo dovuto risolvere molti problemi, data anche la scarsa presenza di tecnici preparati in materia, ma abbiamo avuto anche fortuna.

Ma conviene usare l’agricoltura conservativa?

Agricoltura conservativa: conviene ma richiede approccio innovativo

Fare agricoltura conservativa e guardando esclusivamente al conto economico conviene già dall’inizio quando, per effetto del passaggio dal tradizionale, si ha una limitata riduzione delle produzioni, compensata grazie al contributo del PSR oltre che dal risparmio sulle lavorazioni del terreno. In sintesi non si ara il terreno, non si prepara il letto di semina, si limitano al minimo i passaggi sul terreno, si risparmiano le emissioni e la spesa per almeno 60 litri di gasolio ad ettaro.
Va precisato per converso che la semina su sodo costa il 40% in più.

La cosa più importante da tenere ben presente è il fatto che necessita un cambiamento di tecnica colturale (rotazione oculata, corretta gestione dei residui colturali lasciati sul campo e gestione delle cover crops), perché non si deve pensare che basti fare la sola semina su sodo. Inoltre si deve sempre considerare un periodo di transizione di 2/3 anni affinché si modifichi la struttura del terreno. Il cambiamento lo si denota dal significativo incremento di meso e macrofauna tellurica (batteri, funghi, lombrichi etc) presente negli strati superficiali del terreno. Infine bisogna fare grande attenzione al calpestio del terreno evitando di andare a far lavorazioni su terreni ancora troppo umidi, poiché le orme lasciate dagli pneumatici delle macchine operatrici restano presenti per anni.

Quindi occorre un approccio mentale innovativo rispetto al “si è sempre fatto così”.

Veniamo alle risorse idriche: nella zona dove c’è scarsità di acqua irrigua sempre più prati stabili vengono arati per farne medica o seminativi; l’alternativa potrebbe essere l’applicazione dell’agricoltura conservativa ?

Sulla base delle mie esperienze mi sento di affermare che sarebbe la soluzione idonea, seppur occorra tenere presente la necessità della distribuzione delle deiezioni bovine. Con un’adeguata organizzazione della gestione dei terreni credo sia possibile, utile ed economicamente vantaggioso.

L’agricoltura conservativa limita l’evaporazione delle scorte idriche del suolo

Inoltre bisogna tenere ben presente che con la coltivazione conservativa si forma nella parte superiore del terreno una sorta di “materassino superficiale” funzionale alle coltivazioni che limita anche l’evaporazione delle scorte idriche del suolo.

Alcuni agricoltori che praticano questo metodo di coltivazione ritengono dannose le arature poiché liberano carbonio, favoriscono la mineralizzazione degli elementi di fertilità, si interrano gli strati superficiali su cui i batteri hanno svolto la loro azione per portare in superficie terreno strutturalmente diverso. In pratica sostengono che le arature servano solo quando sia necessario interrare letame.

Alla luce delle esperienze professionali vissute in particolare nell’ambito economico, che valore possono avere le tecniche di agricoltura conservativa per il mercato?

Ad oggi ritengo non si possa affermare che vi sia un vantaggio derivante da una migliore quotazione delle produzioni ottenute da agricoltura conservativa; quindi sul fronte dei ricavi non esistono quelle differenze che invece esistono sui costi.

Penso invece che l’agricoltura conservativa sia il modello di coltivazione che meglio si adatta ai provvedimenti che stanno avanzando nell’ambito delle politiche dell’Unione Europea. La linea proposta del Green New Deal si sposa con questo modello di coltivazione dei nostri terreni, quindi guardando al futuro, credo sia sempre più necessario incominciare a pensare a metodi alternativi di ottenimento delle nostre produzioni agricole, rispettose dell’ambiente, dei terreni, del clima e di minor impatto di lavoro per gli agricoltori. In linea con questi indirizzi, nella nostra azienda stiamo studiando la possibilità di fare agricoltura conservativa biologica perché si unirebbero diversi fattori premianti (o perlomeno difensivi) sul mercato per le nostre produzioni.

BOX Gennaio 2021: Dairy, Mais e Soia, Alimento Simulato
20 Gennaio 2021

Export Dairy Italia

Riparte a ottobre l’Export italiano per i Formaggi (+2,6%), la Panna confezionata (+89%) e il Latte sfuso (+105,1%).
Nel complesso, fra Gennaio e Ottobre del 2020 le esportazioni di Formaggi verso i principali paesi di destinazione, Francia e Germania, sono aumentate rispettivamente del 9,1% e del 4,1%.

Ripartono le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, che a ottobre segnano un incremento del 5,7% su base tendenziale, con un’accelerazione importante in Germania (+7%) e in Canada (+32%).
Si sbloccano anche gli Stati Uniti (+2%) e si confermano il secondo mercato in volume dopo quello tedesco.

Buone performance per i Formaggi freschi (+3,1%), i Formaggi grattugiati (+1,7%) e il Gorgonzola (+0,7%).

Il Made in Italy lattiero caseario resta un punto di riferimento sul piano della qualità e una riapertura futura di Horeca e Food Service non potranno che assecondare la ripresa delle esportazioni.

CLAL.it - Italia Export di Gorgonzola


Stock Mais e Soia

Le maggiori produzioni di Mais e Soia previste per la stagione 2020-2021 non sono in grado di coprire una domanda in forte aumento. Questo porta alla progressiva erosione degli stock.

Per il quarto anno consecutivo gli stock di Mais sono in diminuzione. Si prevede anche per l’annata 2020-2021 una diminuzione del -6,3% su base tendenziale.
In particolare, le scorte mondiali sono passate da 352,18 milioni di tonnellate (2016-2017) a 283,83 milioni di tonnellate (previsione 2020-2021).

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Calano anche le giacenze di Soia, che scivolano da 112,80 milioni di tonnellate (stagione 2018-2019) a una previsione di 84,31 milioni di tonnellate nel 2020-2021.
La domanda e, di conseguenza, i commerci mondiali si mantengono vivaci.


Alimento Simulato

L’incremento dei prezzi del Mais e, soprattutto, della Soia a partire dallo scorso Ottobre ha portato una crescita della spesa alimentare alla stalla, riducendo così la forbice tra costo totale dell’alimento simulato (in aumento da settembre 2020) e prezzo del Latte crudo alla stalla, sostanzialmente stabile negli ultimi mesi.

Alimento Simulato

Resilienza e flessibilità per contrastare la pandemia
12 Gennaio 2021

La pandemia Covid-19 si è abbattuta sulla produzione di latte mettendo molti in affanno per l’incertezza sul da farsi ed i dubbi sul futuro. Da un’analisi inglese, appare che nel Regno Unito la filiera lattiero-casearia ha ben presto dovuto prendere coscienza di due necessità su cui muoversi: resilienza e flessibilità.

La resilienza, cioè la capacità di superare le difficoltà, è stata necessaria quando, in marzo, si è dovuto risolvere il problema della consegna del latte, con una domanda ridotta a causa della chiusura della ristorazione food service in un periodo di picco produttivo. La risposta è stata data con la riduzione del latte prodotto, attraverso abbattimenti e contenimenti nella razione alimentare, nonché con campagne di comunicazione basate su investimenti pubblici e privati che hanno avuto un effetto positivo di stimolo agli acquisti, soprattutto per i prodotti premium nazionali.

I maggiori consumi domestici hanno poi premiato burro e formaggio, mentre le imprese hanno saputo rispondere con la dovuta flessibilità alla nuova tipologia di domanda. Però, le nuove chiusure di questo periodo ed il fatto che nessuno ne conosca le conseguenze, rendono evidente la fragilità del sistema.

Occorrerà pertanto ripensare alla sua strutturazione, al sistema contrattuale di fissazione dei prezzi del latte, ma anche ad una flessibilità nella programmazione produttiva e negli impianti di lavorazione e trasformazione del latte.

CLAL.it - Regno Unito: Consegne di latte vaccino
CLAL.it – Regno Unito: Consegne di latte vaccino

Fonte: The Grocer

Prati stabili: un’alternativa al ‘Get big or get out’ statunitense?
8 Gennaio 2021

USA aziende da latte -66% tra 1997 e 2017

Un po’ ovunque si sta assistendo ad una diminuzione nel numero delle aziende da latte, con un aumento nella loro dimensione media. Il fenomeno è particolarmente marcato negli USA, dove nei 20 anni dal 1997 al 2017 le aziende di piccola dimensione (10-199 capi) sono passate da 89.912 a 30.373 (-66%), mentre le aziende di grande dimensione (+500 capi) sono passate da 2.257 a 3.464 (+54%). In totale si contano 54.599 aziende da latte, con un numero medio di 173 vacche per azienda. Nella UE (dati 2016) si contano invece 1,2 milioni di aziende con in media 45 vacche da latte per azienda (escluso Paesi est Europa).

Questa tendenza deriva dal fatto che, generalmente, il rapporto tra ricavi e costi migliora all’aumentare della mandria. Get big or get out, dicono gli allevatori USA; in altri termini, se l’azienda non si espande, chiude.

In Wisconsin però si sta sviluppando un altro approccio per aumentare la redditività aziendale basato sulla riscoperta dei prati stabili che ne caratterizzavano il territorio, mantenendo biodiversità, sostanza organica del terreno, qualità delle acque ed ottenere prodotti lattiero-caseari distintivi e salutari. Una iniziativa dell’Università del Wisconsin insieme a quella del Minnesota opera in questa direzione, riunendo agricoltori, ricercatori, trasformatori, distributori e consumatori, ed ha ricevuto un finanziamento di 10 milioni di dollari dall’USDA National Institute for Food and Agriculture. Significativo il caso di un giovane allevatore che, stanco di spendere il ricavato del latte per mangimi, sementi, concimi, nella sua “piccola” azienda di 140 ettari, ha deciso di ritornare alla pratica del pascolamento, tipica della zona.

Il ritorno all’erba comporta minori spese e maggiore valorizzazione del prodotto

Nel 2019 nel Wisconsin hanno chiuso 773 aziende da latte ed altre 266 hanno chiuso nel 2020, ma il numero delle vacche resta invariato. Questo comporta un impatto negativo per le comunità rurali ed anche per l’ambiente, dato che per sostenere una produttività che ha superato i 100 quintali di latte per vacca, vengono privilegiati i concentrati e di conseguenza i seminativi. Aumentano così i bisogni energetici, le emissioni di carbonio, l’erosione del suolo, i residui di fosfati e nitrati. Circa il 90% del latte in Wisconsin è prodotto con questo modello, ma ci si chiede quanto sia sostenibile. Col ritorno all’erba, la produzione per vacca diminuisce, ma si riducono anche le spese. Il prodotto si differenzia ed è meglio valorizzato, compresa la carne.

Non si tratta, ovviamente, di un ritorno al passato ma di usare tutte le conoscenze della scienza e della tecnica per adottare un modello produttivo appropriato alle condizioni territoriali e sociali specifiche. Senza dimenticare il mercato. Il Wisconsin è famoso per i suoi formaggi, prodotti che possono fare la differenza per la remunerazione del latte.

TESEO.clal.it – Costi e ricavi delle Aziende da latte negli Stati Uniti

Fonte: eDairyNews

Una dieta salutare e sostenibile comprende anche carne e latte
21 Dicembre 2020

Le proteine sono essenziali per la nostra alimentazione e la loro origine, siano esse prodotte dagli  animali o dalle coltivazioni,  ha un impatto sull’ambiente per gli elementi che vengono dispersi nel terreno e nell’atmosfera durante i processi produttivi.  In tutti i Paesi ad economia avanzata e non solo, si sta diffondendo il consumo di proteine derivanti da fonti vegetali con la convinzione che siano più salutari per le persone e meno impattanti per l’ambiente. 

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, il cambiamento su scala mondiale verso una dieta che includesse più verdura e frutta rispetto alla carne,  potrebbe ridurre del 60% le emissioni di gas effetto serra e portare ad una diminuzione dei costi sanitari e dei danni climatici stimabili in 1,5 trilioni di dollari entro il 2050. Un esempio della rilevanza di tale problematica è anche il recente annuncio da parte della Commissione Europea di adottare una strategia per ridurre le emissioni in atmosfera di metano, secondo gas ad effetto serra dopo l’anidride carbonica, che origina anche dall’agricoltura.

Le proteine di origine animale contengono tutti i 9 aminoacidi essenziali

Resta però da vedere se una alimentazione più ricca di proteine da fonti vegetali è altrettanto valida per la salute umana. È appurato che le proteine di origine animale, oltre ad avere un maggior contenuto di aminoacidi essenziali rispetto a quelle vegetali, contengono tutti i 9 aminoacidi essenziali, mentre quelle di origine vegetale ne sono carenti di uno o più, generalmente lisina e metionina. In ambito vegetale il panorama è comunque molto variegato, con leguminose quali le lenticchie o pseudocereali come la quinoa particolarmente nobili in quanto a fonti proteiche, od il mais che ha contenuti elevati dell’aminoacido essenziale leucina. 

Riguardo a latte e derivati, particolarmente il siero, la bibliografia è ricca di studi che ne dimostrano il valore delle fonti proteiche per la funzionalità muscolare e la risposta anabolica rispetto alle proteine da fonti vegetali. Questo in particolare per il mantenimetno della massa muscolare nella popolazione anziana.  A parità di peso, le proteine da fonte animale, latte e carne, sono superiori a quelle vegetali per stimolare la sintesi proteica muscolare e dunque il passaggio verso una dieta vegetale dovrebbe essere attentamente bilanciato. In altri termini, una dieta salutare e sostenibile dovrà comprendere anche carne e latte.

L’essere umano è complesso, sia per la sua fisiologia che per gli aspetti psicologici ed i contesti sociali ed ambientali in cui vive. Pertanto, gli approcci all’alimentazione come quelli che si stanno diffondendo in ragione di supposti benefici per salute ed ambiente, se non vengono effettuati con una attenta valutazione scientifica rischiano di essere semplicistici e dunque controproducenti.

Resta il fatto che il valore dell’alimento non è tanto in sé stesso, quanto nel modo e nella quantità in cui viene assunto.

CLAL.it - Proteine nel latte UE-28
CLAL.it – Proteine nel latte UE-28

Fonti: Oxford Martin School; European Commission; Food Navigator.