TESEO

Agroecologia: coltivare il futuro
5 dicembre 2017

L’attività agricola va ben oltre quella della produzione, perché si inserisce nel contesto della ecologia, cioè delle relazione tra l’uomo, gli organismi vegetali ed animali, e l’ambiente che li circonda. Le varie forme di agricoltura, sia essa intensiva od estensiva, biologica o convenzionale, diventano parte integrante degli agroecosistemi e dunque vanno affrontate nella loro complessità per averne un impatto positivo.

Una attività agricola sostenibile, cioè duratura, deve essere comunicata in modo adeguato a consumatori sempre più distanti dagli ambiti rurali

L’agroecologia studia gli ecosistemi per valutare come i diversi apporti tecnologici possono essere usati in modo appropriato per assicurare una attività produttiva sostenibile, cioè duratura. Questa attività deve però essere comunicata in modo adeguato ai consumatori che sono sempre più distanti dagli ambiti rurali, anche perché i mezzi d’informazione spesso associano l’attività agricola ad effetti negativi sull’ambiente, ad esempio per l’uso di pesticidi, diserbanti o per le emissioni in atmosfera.

A fronte di questa realtà sempre più distorta, è stata creata l’associazione Fermes d’Avenir, che si propone di dimostrare come le varie produzioni agricole possono rispettare la terra e le persone, con una forte dimensione etica. Per fare conoscere al pubblico questa iniziativa che si sta diffondendo in Francia, è stato realizzato il primo “Tour dell’agroecologia”, con l’obiettivo di fare scoprire le iniziative dei territori locali che prefigurano il mondo rurale di domani. Oltre 200 ciclisti fanno tappa in una trentina di paesi e città per incontrare gli imprenditori agricoli che sono impegnati nella realizzazione di progetti di agroecologia, con tre riferimenti: la persona, il prodotto, il territorio. In ogni tappa sono organizzate delle visite per scoprire in cosa consistono le attività delle aziende che hanno adottato progetti di agroecologia e come vengono utilizzati i prodotti (laboratori di trasformazione, ristorazione, negozi,…). Varie attività culturali permettono incontri e scambi fra agricoltori, consumatori, responsabili politici e di associazioni, attività folkloristiche. La scoperta dei prodotti locali avviene attraverso appositi luoghi di ristorazione tradizionale, mentre, per stimolare la cura ed il rispetto per l’ambiente, negli spazi pubblici vengono realizzate aiuole con centinaia di piantine attraverso una iniziativa definita Guerilla Gardening commando. Altre iniziative riguardano lo spreco alimentare, il compostaggio, l’uso di materiali riciclabili.

L’agricoltura spazia nel territorio che la circonda, e lo caratterizza. Occorre prestare sempre più attenzione alle persone che lo abitano, per illustrare l’importanza dell’attività agricola, attraverso strumenti e linguaggi adeguati. L’agricoltura del futuro, che poi è già quella di oggi, deve dimostrare di essere vicina ai bisogni dell’ambiente in cui opera, per mantenerlo e coltivare il futuro.

TESEO.clal.it – Acqua & Energia: Acqua in Agricoltura

Fonte: Environment and Ecology, Fermes d’Avenir

La rivoluzione dei droni
28 novembre 2017

I droni possono cambiare l’agricoltura e l’allevamento. Permettono di lavorare meglio ed in minor tempo, di operare su grandi superfici senza interferire con le culture o gli allevamenti. Dunque i droni possono rivoluzionare coltivazioni ed allevamento.

I droni possono rivoluzionare coltivazioni ed allevamento.

Innanzitutto possono prendere centinaia o migliaia di immagini che permettono di verificare minuziosamente le coltivazioni ed il terreno con l’uso di un computer in modo molto più preciso e frequente che non andando direttamente sul campo. La possibilità di filtrare le immagini con la visione all’infrarosso (NIR) permette di verificare precocemente l’insorgere di fitopatologie, insetti e funghi, invisibili ad occhio nudo.

Oltre che la visione dall’alto, è possibile vedere il terreno ad una distanza anche di 50 cm il che permette di definire con precisione la quantità di fertilizzanti od insetticidi da somministrare. I droni poi rendono evidente la conformità del terreno, pendenze, drenaggio e zone di ristagno d’acqua attraverso le camere fotografiche termiche.

Esistono poi vantaggi anche per l’allevamento: le immagini dei droni possono rendere evidenti animali con patologie ed in stato febbricitante; è possibile monitorare lo stato dei fabbricati e delle attrezzature. Infine, i droni rendono possibile determinare con precisione i danni atmosferici, es da grandinate, in modo sistematico su ogni frazione aziendale.

Per questo i droni possono essere definiti i nuovi trattori del cielo

Acqua&Energia : focus sull’irrigazione di precisione

Fonte: Botlink

La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina [presentazioni]
20 novembre 2017

Un’aula magna affollata Venerdì 10 Novembre in occasione dell’incontro “La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina”, organizzato da Concast (Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini), con il Patrocinio della Provincia Autonoma di Trento e la collaborazione di CLAL.it e TESEO, presso la Fondazione Edmund Mach a San Michele all’Adige (TN).

Alla presenza di amministratori dei caseifici aderenti al Concast, dei vertici della cooperazione trentina e di enti ed organizzazioni agricole, operatori esperti del settore lattiero-caseario nazionale, il Presidente Concast Saverio Trettel, il Direttore Concast Andrea Merz, il Direttore Generale FEM Sergio Menapace, insieme ad Angelo Rossi e Francesco Branchi di CLAL.it, hanno aperto i lavori del convegno finalizzato ad una valorizzazione sostenibile del territorio trentino.

Le Buone Pratiche di Sostenibilità nel settore dell’industria casearia di eccellenza e del benessere animale sono state presentate da Giuliana D’Imporzano, Project Manager Progetto Life DOP, da Maria Chiara Ferrarese, Vice Direttore CSQA, e da tre appassionati Produttori Latte della Filiera Trentingrana, Franco Morandini, Monica Brunelli e Alessio Zomer, che hanno raccontato come applicano le tre dimensioni della Sostenibilità (ambientale, sociale ed economica).

Il Prof. Marco Frey, Direttore dell’Istituto di Management “Sant’Anna” di Pisa, ha affrontato con entusiasmo il tema della Sostenibilità e sviluppo delle produzioni locali in una prospettiva internazionale.

Il dibattito ha coinvolto operatori della filiera lattiero-casearia esperti a livello nazionale: produttori latte, imprese di trasformazione e grande distribuzione. Le conclusioni sono state affidate a Romano Masè, Direttore Generale del Dipartimento Territorio, agricoltura, ambiente e foreste della Provincia Autonoma di Trento ed a Michele Dallapiccola, Assessore all’Agricoltura, foreste, turismo e promozione, caccia e pesca della Provincia Autonoma di Trento.

Consulta le presentazioni della giornata:

Giuliana D’Imporzano – Project Manager Progetto Life DOP
1 - Progetto Life DOP pratiche di sostenibilità nell industria casearia di eccellenza
Giuliana D’Imporzano – Project Manager Progetto Life DOP
pdf 2 MB | 72 clicks
Maria Chiara Ferrarese – Vice Direttore CSQA
2 - Benessere animale certificato
Maria Chiara Ferrarese – Vice Direttore CSQA
pdf 1 MB | 73 clicks
Marco Frey – Direttore dell'Istituto di Management “Sant’Anna” di Pisa
3 - Sostenibilità e sviluppo delle produzioni locali in una prospettiva internazionale
Marco Frey – Direttore dell'Istituto di Management “Sant’Anna” di Pisa
pdf 7 MB | 72 clicks

L’Agenda dell’evento “La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina”

L’agricoltura ed i cambiamenti climatici
13 novembre 2017

L’evidenza dei cambiamenti climatici ha indotto 195 nazioni a firmare nel 2015 a Parigi durante la cosiddetta Conferenza COP 21, l’Accordo ONU per limitare le emissioni di gas in atmosfera e mantenere la crescita della temperatura media globale ad un massimo di +2 gradi centigradi entro la fine del secolo. La condizione chiave era che l’accordo venisse ratificato da più di 55 paesi responsabili nel complesso di oltre la metà delle emissioni mondiali.

Questo obiettivo è stato il risultato  di 25 anni di lavori e 21 vertici sui cambiamenti climatici. Infatti la prima Conferenza delle parti (COP) della Convenzione Onu sul climate change (UNFCCC) si tenne nel 1995 e deve la sua nascita al Summit per la Terra di Rio de Janeiro, nel 1992.

14,5%del gas effetto serra è prodotto in agricoltura

Nel 1997 il Protocollo di Kyoto (COP 3) impegnava i paesi ad economia sviluppata a ridurre le emissioni e l’attenzione è stata posta soprattutto sui consumi energetici. Ora invece, giunti alla COP 23 di Bonn, si punta sempre più attenzione sull’attività agricola, che si stima sia responsabile per circa il 14,5% dei gas effetto serra (GHG) prodotti.

Dunque occorre operare per ridurre in modo concreto tale impatto, che impegna in primo luogo i paesi ad economia avanzata. Infatti si calcola che le loro emissioni per l’attività agricola, incluso l’allevamento, equivalga al consumo di 1,6 miliardi di barili di petrolio all’anno.

Oltre che di una necessità, bisogna tener presente che l’azione per contrastare i cambiamenti climatici è sempre più richiesta dai consumatori. Dunque anche l’attività agricola, ed in particolare l’allevamento, deve prendere coscienza di tale realtà ed agire in modo consapevole e coordinato per attuare rapidamente degli interventi concreti per ridurre l’impatto ambientale, cioè per la sostenibilità

Acqua&Energia : Ripartizione delle emissioni GHG (Green House Gas) da agricoltura

Fonte: FAIRRRinnovabili.it, COP-23

Come certificare (e comunicare) il Benessere Animale
7 novembre 2017

di Maria Chiara Ferrarese, R&S Executive Manager, Business Development Executive Manager – CSQA Certificazioni srl

 

Il tema del benessere animale è di grande attualità e di interesse per i consumatori, che sono molto più consapevoli e alla ricerca di garanzie rispetto ai temi etici, sociali e più in generale afferenti alla sfera della sostenibilità.

Proprio perché il benessere animale è diventato elemento di differenziazione e di garanzia, sono state sviluppate diverse iniziative da parte dei big player e delle catene distributive internazionali sul tema. Si tratta tuttavia di approcci molto ”personalizzati” e disomogenei, che riflettono la sensibilità del soggetto promotore.


Questo argomento sarà trattato all’incontro
La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina
Venerdì 10 Novembre dalle 9:30 alle 13:30
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in Europa

Non esiste in UE uno standard volontario certificabile e condiviso in materia di benessere animale

La causa di questa frammentazione è da ricercarsi anche nel fatto che non esiste attualmente sul mercato europeo uno standard volontario certificabile e condiviso in materia di benessere animale. Esiste infatti la norma ISO/TS 34700 Animal welfare management Animal welfare management General requirements and guidance for organizations in the food supply chain che però non definisce uno standard, ma rappresenta sostanzialmente una guida per implementare standard pubblici o privati.

In generale questi approcci hanno come base comune i principi di EFSA e/o Farm Animal Welfare Council e/o Terrestrial Animal Health Code (TAHC), ma vengono declinati in indicatori e requisiti molto variabili l’uno rispetto all’altro, oltre che con diversi livelli di profondità.

in Italia

In Italia la responsabilità e il controllo del benessere animale, definito secondo le norme cogenti a livello comunitario, è in capo alle regioni e al Ministero della Salute. Al Ministero della salute fanno riferimento i diversi Istituti Zooprofilattici distribuiti sul territorio nazionale. Il Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale (CReNBA) con sede presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna, sezione di Brescia, è l’autorità scientifica pubblica e consulente del Ministero della Salute con la funzione di sostegno scientifico sui temi del benessere animale.

Il CReNBA ha sviluppato dei manuali di valutazione del benessere nei bovini

Il CReNBA, raggruppando un gruppo di veterinari specialisti del settore bovino, ha sviluppato dei manuali di valutazione del benessere nei bovini al fine di aiutare la veterinaria italiana e  il settore bovino a comprendere meglio e valutare più a fondo il problema del Benessere animale.

Questi manuali, liberamente disponibili sul sito www.IZSLER.it, prevedono requisiti minimi obbligatori previsti per legge (prerequisiti) e requisiti aggiuntivi, più restrittivi rispetto a quelli di legge o non previsti dalla stessa.
L’insieme di questi requisiti è stato utilizzato dagli enti di certificazione per sviluppare un sistema di certificazione volontaria del benessere animale applicabile al settore delle carni bovine e del lattiero-caseario.

Di seguito è possibile consultare una copia dei manuali CReNBA di valutazione del benessere animale e della biosicurezza in allevamento disponibile in data odierna sul sito www.izsler.it:

Questi standard non sono utilizzati nell’ambito delle procedure ufficiali di verifica da parte dei veterinari del sistema sanitario nazionale e non rappresentano pertanto lo strumento utilizzato dal sistema dei controlli ufficiali del Ministero. Gli standard sono volontari, vengono applicati da tutti i veterinari che hanno superato corsi specifici e definiscono criteri di valutazione del benessere animale negli allevamenti di bovini da carne e da latte (stabulazione fissa e stabulazione libera) aggiuntivi rispetto a quelli previsti per legge secondo l’approccio scientifico oramai consolidato a livello internazionale.

Tale approccio prevede la valutazione di 4 diverse aree:

  1. Management aziendale e personale
  2. Strutture e attrezzature
  3. Animali (attraverso valutazioni eseguite sugli animali o Animal based Measures)
  4. Biosicurezza

il benessere animale è una condizione collegata ad una molteplicità di fattori

Per ogni area sono stati definiti indicatori (disponibili a questo link) che valutati nel loro insieme identificano condizioni effettive di benessere animale in allevamento. Gli indicatori sono coerenti con quanto indicato da EFSA, ma anche dal Farm Animal Welfare Council. Risulta fondamentale infatti la consapevolezza diffusa a livello scientifico che il benessere animale non può essere una condizione collegata ad un solo gruppo di indicatori (es. le strutture dell’allevamento) bensì a una molteplicità di fattori che, osservando nel contempo le condizioni animali ed ambientali, devono definire la condizione di vita dell’animale.

Ad ogni indicatore, in relazione alla sua specifica potenzialità di indicare buone o cattive condizioni di benessere, è stato attribuito un valore numerico (“peso”) in base ad un processo di valutazione del rischio (EFSA 2012). A seguito della valutazione di tutti i valori viene calcolato il punteggio ottenuto dall’allevamento.

Gli standard rappresentano un supporto che gli operatori hanno a disposizione per meglio valutare il benessere animale in sede di autocontrollo. Può essere utilizzato da parte degli allevatori o delle loro associazioni o industrie di trasformazione in totale libertà, anche per ottenere una certificazione volontaria a supporto di claim in materia di benessere animale in allevamento.

La validità dello standard CReNBA è stata riconosciuta anche dal MIPAAF che ha previsto e autorizzato l’informazione “Garanzia di benessere animale in allevamento valutato secondo lo standard del Centro di Referenza Nazionale” a diverse Organizzazioni in base al Reg. CE 1760, al Decreto MIPAAF 16 Gennaio 2015 e alla Circolare 7770 del 13/04/2015. L’informazione approvata dal MIPAAF è utilizzabile nell’etichetta delle carni bovine in base ad una specifica procedura concordata con il MIPAAF e inserita nei disciplinari di etichettatura facoltativa delle organizzazioni autorizzate

Si tratta di un grande risultato poiché rappresenta di certo un primato sotto tanti punti di vista: per la prima volta viene identificato e riconosciuto un sistema di valutazione del benessere animale che consente una comunicazione volontaria al consumatore approvata dal MIPAAF. Lo standard quindi non è emanazione del privato ma di una istituzione pubblica riconosciuta specializzata e competente sull’argomento, e armonizza una comunicazione al consumatore che risponde ad una reale e concreta esigenza di mercato. In questo modo vengono definiti e riconosciuti un claim e le attività da fare e dimostrare a supporto dello stesso assicurando una omogeneità di approccio.

la Certificazione

Il settore lattiero-caseario e il settore delle carni bovine trasformate non sono normati da norme di legge verticali in materia di etichettatura volontaria (come nel caso delle I e II lavorazioni di carni bovine ed avicole), pertanto l’utilizzo di diciture in materia di benessere animale non prevede la presentazione di un apposito disciplinare al MIPAAF.

Poiché alcune aziende del settore lattiero-caseario e del settore delle carni bovine trasformate (es. hamburger, spiedini etc.) hanno manifestato interesse a comunicare il benessere animale in etichetta, si è reso necessario individuare uno standard volontario certificabile.

Per ovviare al rischio che ogni azienda / organizzazione definisse proprie regole / procedure / definizioni con il risultato di moltiplicare gli standard e complicare la comunicazione sul benessere animale al consumatore, CSQA ha scelto di adottare lo standard CReNBA come strumento di riferimento per la valutazione del benessere animale in allevamento.

Per poter certificare carni e derivati e prodotti lattiero-caseari è stato indispensabile definire un sistema di autocontrollo aziendale finalizzato a dimostrare la conformità di tutti gli allevamenti coinvolti nella filiera e di assicurare che il prodotto finito certificato che viene identificato con il claim “benessere animale in allevamento” sia ottenuto esclusivamente con il latte / carne degli allevamenti conformi allo standard CReNBA.

Analogamente a quanto sviluppato per le I e II lavorazioni di carni bovine, CSQA ha definito una procedura specifica che prevede l’adozione – da parte delle aziende che intendono certificare i loro prodotti – di un sistema di gestione del requisito “benessere animale in allevamento” e verifiche ispettive da parte dell’OdC (Organismo di Certificazione) finalizzate a verificare il rispetto dei requisiti definiti.

I prodotti certificati possono essere identificati dal logo di CSQA o da logo di fantasia aziendale e possono comunicare la caratteristica certificata al consumatore o al cliente.

L’approccio al benessere animale non deve essere esclusivamente finalizzato al marketing

Il benessere animale rappresenta un tema di crescente interesse per la società.
La percezione di questo requisito tuttavia è complessa e sfaccettata; può essere influenzata da molteplici dimensioni (scientifica, etica, storica, religiosa, economica e politica). Proprio per queste ragioni l’approccio a questa importante tematica deve essere fatto in modo scientifico e non esclusivamente finalizzato al marketing.

Questo sistema di valutazione del benessere animale e le procedure di certificazione volontaria applicate rispondono alla concreta esigenza del mercato di avere uno strumento per la valutazione del benessere animale che possa sostenere in modo oggettivo, scientificamente corretto e verificabile, il claim “benessere animale” utilizzato per differenziazione il prodotto sul mercato.
Potrebbe inoltre armonizzare l’approccio di valutazione e certificazione volontaria evitando il proliferare di iniziative “private” difficilmente giustificabili e comunicabili, tese maggiormente a salvaguardare le ragioni di mercato piuttosto che a migliorare la qualità di vita degli animali.

 

Questo argomento sarà trattato all’incontro
La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina
Venerdì 10 Novembre dalle 9:30 alle 13:30
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Un piano nazionale del Regno Unito per la sostenibilità
30 ottobre 2017

Il governo inglese ha appena pubblicato il piano d’azione strategico al 2050 sulla riduzione delle emissioni ed il miglioramento dell’efficienza produttiva per il comparto di alimenti e bevande (Food & Drink Joint Industry Industrial Decarbonisation and Energy Efficiency Action Plan). Si tratta di un complesso di interventi a sostegno di nuove tecnologie e forme di collaborazioni lungo la filiera produttiva.

I produttori di latte inglesi, consapevoli del loro ruolo, hanno accolto favorevolmente questa iniziativa che li stimola a collaborare intensamente con le strutture pubbliche e con i diversi operatori per assicurare un futuro a tutto il settore lattiero caseario del paese.

30%di emissioni di carbonio in meno al 2025

Il piano prevede misure di sostegno ed accompagnamento al settore lattiero caseario per raggiungere degli obiettivi ambiziosi di efficientemente energetico, uso appropriato delle risorse idriche e riduzione delle emissioni. I primi risultati concreti sono attesi al 2020 ed al 2025 per ridurre del 30% le emissioni di carbonio in termine di consumi energetici ed azzerare i residui dispersi nel terreno.

Dairy UK, l’organizzazione del settore lattiero-caseario inglese, ha costituito un apposito gruppo di lavoro per individuare i punti cruciali di produzione degli scarti lungo la filiera ed un comitato che si confronta sulla tematica della sostenibilità con le associazioni ambientali e caritative.

Questo permette di avere una collaborazione sinergica fra le diverse realtà pubbliche, produttive e dei consumatori, comprese anche quelle finanziarie, per un unico obiettivo: sviluppare l’attività economica in modo efficace e duraturo, per soddisfare la domanda di prodotti ottenuti in modo trasparente e rispettoso dell’ambiente e delle realtà sociali.

Agire per la sostenibilità significa non solo operare bene nella propria azienda, ma adottare azioni condivise lungo tutta la filiera produttiva, fino ai consumatori.

Ripartizione delle emissioni di N2O nel mondo agricolo

Fonte: New Food magazine

Produrre latte in modo alternativo
23 ottobre 2017

Nell’allevamento delle vacche da latte si va sempre più diffondendo un modello industriale basato su grandi numeri dove, sostanzialmente, suddividere i costi e moltiplicare i margini. Mega stalle con migliaia di capi esistono negli USA come in Cina e stanno prendendo piede anche in Europa.

Dunque sempre più tecnologia ed investimenti, capitali finanziari, ma anche ricadute sull’ambiente per le emissioni e per una alimentazione dove i foraggi (per non dire il pascolo nei paesi vocati) passano in secondo piano. Nella UE questo modello ha ricevuto una spinta con la liberalizzazione della produzione dopo le quote latte ed ha comportato una drastica riduzione nel numero degli allevamenti.

circa 9500 stalle attualmente presenti nel Regno Unito

Nel Regno Unito, ad esempio, questi sono diminuiti di due terzi negli ultimi dieci anni ed attualmente ci sono solo circa 9.500 stalle con una media di 148 capi per stalla, ma aumentano quelle con oltre mille capi. Questo ha comportato uno stravolgimento nella tradizionale tecnica di allevamento al pascolo, che viene ora praticato solo in un terzo delle aziende.

L’allevamento al pascolo viene ora praticato solo in un terzo delle aziende nel Regno Unito

Se gli allevatori sono pressati per seguire il modello industrializzato basato sui grandi numeri per far fronte ad un mercato sempre più competitivo, essi debbono però considerare anche la crescente pressione di un’opinione pubblica preoccupata per l’aumento di terre arabili per la produzione di alimenti animali, l’uso di pesticidi, erbicidi, fertilizzanti chimici, tutti fattori che contribuiscono ad aumentare le emissioni di gas effetto serra.  

Sempre più, però, non solo i piccoli punti vendita specializzati, ma anche i grandi supermercati, come Asda, catena posseduta dal gigante USA Walmart, si stanno interessando a produzioni rispettose dell’ambiente e della tradizione, offrendo nuove opportunità di mercato.

Non deve dunque sorprendere se, a fronte del modello dominante, stanno sorgendo allevamenti che riprendono, in chiave moderna e con un appropriato apporto tecnico e scientifico, i metodi tradizionali di produzione, per essere competitivi sul mercato con un modello alternativo a quello dei grandi numeri.

Dunque, anche un contesto globalizzato e tecnologicamente avanzato, può offrire possibilità di di mercato per chi si indirizza verso prodotti appropriati, garantiti e riconoscibili.

UE-28 | Struttura delle Aziende Agricole da Latte

Fonte: DW Akademie

Foraggi di qualità per un’elevata produzione di latte
2 ottobre 2017

È risaputo come la qualità dei foraggi sia fondamentale per la produzione di latte e si ritiene che per sostenere alte produzioni occorra avere razioni con grandi quantità di concentrati. Ora però uno studio condotto in Wisconsin su allevamenti che producono oltre 130 quintali di latte per vacca, dimostra che tale produzione dipende non tanto dalla quantità di mangime ma dalla qualità dei foraggi somministrati.

Lo studio è stato condotto per una decina d’anni in 15 stalle, analizzando le razioni delle vacche con elevata produzione di latte. La razione era costituita da un misto di insilato di medica e di mais, in genere con un apporto di fieno. La medica aveva un contenuto variabile dal 17 al 26% di proteina grezza, con una fibra NDF variabile dal 34 al 47% ed una digeribilità in vitro a 30 ore variabile dal 39 al 59%, mentre l’amido del mais oscillava dal 25 al 41% .

60% 

della produzione di latte derivava dai nutrienti presenti nel foraggio

È stato calcolato come su di una produzione di 40-45 litri di latte al giorno, il 60% derivasse dai nutrienti presenti nel foraggio di alta qualità somministrato alle vacche e solo il 40% dai concentrati o dai cerali della razione. Oppure, detto in altri termini, il 45% della proteina grezza, il 40% dell’amido, il 55% dei carboidrati ed il 50% dell’energia della razione deriva da insilato di mais altamente digeribile, che apporta anche il 75% della fibra al detergente neutro (NDF) e l’85% di quella effettiva.

Così, da ogni tonnellata di sostanza secca di foraggio si possono ottenere 1.300 litri di latte. La stalla con la produzione di latte più elevata, usava una medica insilata al 24.5% di proteina grezza e con il 52% di fibra al detergente neutro NDF. Però la base della razione e degli apporti era basata sulla grande qualità del mais insilato, raccolto in modo da massimizzare la digeribilità di fibra ed amido.

Dunque, una buona tecnica di allevamento non può prescindere da adeguate pratiche colturali e di gestione dei foraggi, per massimizzarne le loro potenzialità

TESEO: Strumento per valutare la convenienza economica dell’auto-produzione di materie prime e foraggi. Calcola il costo della tua razione!

Fonte: Dairy Herd

Partire dalle stalle per ridurre l’effetto serra (GHG)
25 settembre 2017

Questo è l’imperativo della filiera lattiero-casearia neozelandese, leader mondiale nell’export di latte e derivati. Proprio la propensione ad esportare sui mercati internazionali, ha fatto prendere coscienza a tutti gli operatori della necessità di impegnarsi per rendere l’allevamento sostenibile e dunque presentarsi al mondo come un comparto pulito e non impattante sull’ambiente.

Dato che la metà delle emissioni di gas ad effetto serra in Nuova Zelanda deriva dall’agricoltura, di cui il settore lattiero ne rappresenta il 46%, si capisce come quella del rispetto ambientale sia una priorità assoluta per la zootecnia da latte. Nell’allevamento, infatti, si produce l’85% delle emissioni globali derivanti dalla filiera latte; solo il 10% è prodotto dagli stabilimenti di trasformazione ed il 5% dai trasporti.

Di conseguenza, per ridurre le emissioni di GHG bisogna agire a livello degli allevamenti, che già sono caratterizzati da un pascolo diffuso, una alimentazione basata sui foraggi ed un basso indice di rimonta.

Però la Nuova Zelanda, nel suo ruolo di leader mondiale nell’export dei prodotti dairy, deve dare l’esempio e nel paese esiste un consenso generale a tutti i livelli per dar seguito a quanto sottoscritto nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, cioè l’obiettivo minimo di ottenere entro il 2030 una riduzione del 30% nelle emissioni di gas ad effetto serra. Ecco dunque che Fonterra, col sostegno dei vari ministeri, ha adottato un piano di azione per il cambiamento climatico in essere già nel 2017-2018.

Gli allevatori sono i primi attori per la sostenibilità.

Un centinaio di allevatori soci della coop. neozelandese si sono impegnati per fare dei loro allevamenti in varie zone del Paese, delle aziende pilota dove attuare degli interventi di riduzione delle emissioni, valutandone i risultati su produttività e margini operativi. Questo servirà per far prendere coscienza della tematica delle emissioni gassose in atmosfera ed adottare tecniche e tecnologie adeguate per contenerle.

TESEO – Sono chiamati gas serra (spesso indicati con GHG = GreenHouse Gases) tutti i gas che si addensano nell’atmosfera


Fonte: NZ Farmer

Massimizzare il valore dell’erba medica
13 settembre 2017

È risaputo che l’erba medica serve per fare latte, dato che le sue proteine sono indispensabili per massimizzare la produzione. Occorre dunque sapere come sfruttare al meglio il potenziale della pianta, prestando attenzione a salvaguardare l’apparato fogliare durante la raccolta del foraggio ed a sfalciare nel giusto periodo vegetativo.

È noto che, se uno sfalcio precoce prima della fioritura permette di aumentare la qualità della medica, sono le foglie che ne massimizzano il potere nutrizionale. La pianta di medica è costituita dal 45% di foglie e dal 55% di stelo, ma dopo il raccolto la percentuale di foglie può scendere al 30%, rappresentando una criticità dato che apportano il 70% del potenziale nutritivo della pianta. Diventa allora fondamentale scegliere una macchina falciatrice adeguata, che abbia una larga superficie di sfalcio per salvaguardare integre le foglie.

In questo modo gli stomi sulla superficie fogliare restano aperti permettendo il passaggio dell’aria all’interno della foglia in modo da essiccarla più rapidamente. Così facendo vengono trattenuti gli amidi e gli zuccheri della pianta e si aumenta la qualità del foraggio.

Invece le falcia-condizionatrici spesso hanno una superficie troppo ridotta che raccoglie in andana il foraggio tagliato. Così gli stomi restano chiusi e le foglie trattengono l’umidità interna, per cui occorrerà rimuoverlo maggiormente per essiccarlo, il che contribuisce a perdere foglia e dunque qualità. Inoltre, aumenta la polvere dal terreno incorporata nel foraggio. Questo fa aumentare la parte minerale del foraggio rispetto a quella naturalmente presente nella pianta e comporta una diminuzione della digestibilità.

Diventa poi importante l’altezza di taglio, che deve essere correlata alla stagione ed al tipo di suolo, sempre per contenere la quantità di terra incorporata nel foraggio. Un taglio rasoterra aumenta la quantità raccolta ma riduce la qualità del foraggio.

Quindi, si debbono considerare tutti i diversi fattori, interni alla pianta e conseguenti alle pratiche di sfalcio e raccolta, che contribuiscono alla qualità del foraggio.

Non sempre ricercare la maggior quantità può essere la scelta giusta per l’allevatore.

Fonte: Deutsche Welle

TESEO registra settimanalmente i prezzi di foraggi e derivati. Oltre al Fieno di erba medica pressato, consulta anche le quotazioni degli altri prodotti!

Italia, Milano – Prezzo del Fieno di erba medica pressato