Ricerca ed Etica per il grano duro italiano [Intervista]
13 Ottobre 2021

Leonardo Moscaritolo
Melfi (PZ), Basilicata – ITALIA

Leonardo Moscaritolo – Imprenditore Agricolo e Presidente del GIE Cerealicolo di Cia-Agricoltori

“L’impennata dei prezzi del grano duro registrata negli ultimi due mesi? È un insieme di fattori, che vanno dai cambiamenti climatici alla minore produzione, fino a qualche speculazione di troppo, che ha fatto aumentare le quotazioni”.

La pensa così Leonardo Moscaritolo, presidente nazionale del Gruppo di Interesse Economico (GIE) cerealicolo di Cia-Agricoltori Italiani, da alcuni anni componente del settore cereali del Copa-Cogeca e del gruppo di dialogo civile della Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea.

Moscaritolo conduce circa 100 ettari a Melfi (Potenza), coltivati prevalentemente a grano e orzo per la produzione di birra.

Quali sono i fattori principali del deficit produttivo di grano duro, elemento essenziale per la produzione di pasta?

“In Italia la produzione attesa era di circa 4 milioni di tonnellate, invece il raccolto sembra essere inferiore di circa 200.000 tonnellate. Inoltre, a livello mondiale c’è molta attesa per le produzioni canadesi, ma la siccità potrebbe portare un significativo calo delle rese. La prospettiva di minori rese sta portando gli stoccatori ad accaparrarsi la materia prima, gli agricoltori a non vendere in questa fase di rialzo dei listini e la spirale si avvita sempre di più”.

Diminuisce l’autosufficienza dell’Italia nel frumento duro (perso il 18% in tre anni, secondo le elaborazioni di Teseo). Come mai? Come difendere il Made in Italy?

“Il problema è che è venuta a mancare la fiducia del cerealicoltore storico. Negli ultimi anni, i prezzi bassi, spesso sotto i costi di produzione, non hanno certo invogliato a seminare. Tra le alternative, c’è stata una buona richiesta di orzo distico, grazie al movimento dei birrifici artigianali, e questo ha fatto sì che qualche agricoltore ha cercato di diversificare le produzioni, orientandosi verso l’orzo da malteria”.

Il frumento duro coltivato in Italia garantisce un valore aggiunto superiore?

“Tendenzialmente sì, anche se le pressioni dei commercianti verso prodotti ad elevato tenore proteico stanno mettendo in difficoltà la cerealicoltura del Sud. Con Agrinsieme, Union Food, Italmopa, Assosementi, l’Università della Tuscia abbiamo avviato un percorso molto interessante per innalzare la qualità e dare risposte concrete all’industria molitoria e della pasta, siamo fiduciosi. Potrebbero aiutare il rilancio anche i finanziamenti concessi alle filiere da parte del Ministero delle Politiche agricole, purché si ritrovi quella puntualità nei pagamenti da parte del sistema pubblico che per gli imprenditori agricoli è essenziale”.

Può fregiarsi del Made in Italy anche la pasta fatta in Italia con grano duro di importazione?

“Si è sempre fatta la pasta con le miscele di grano duro di diversa provenienza, dal Canada agli Stati Uniti, all’Australia. Credo che il tema non sia il mito di un’autosufficienza irraggiungibile per l’Italia, ma della trasparenza in etichetta. Se parliamo di pasta 100% italiana, allora serve il grano coltivato in Italia e giustamente retribuito agli agricoltori. L’etichettatura obbligatoria va nella giusta direzione”.

Il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, nelle scorse settimane ha lanciato l’allarme sugli eccessivi passaggi commerciali delle materie prime, con l’effetto di una speculazione che fa male alle imprese. Condivide?

La filiera dovrebbe avere un approccio più etico

“Sì. Più passaggi si fanno, meno è la trasparenza e più forti sono le speculazioni. Sicuramente serve un processo di modernizzazione dell’intera filiera. Ricordo che a presto, per l’indicazione dei prezzi, partirà la Commissione Unica Nazionale (CUN) con la partecipazione di tutti i protagonisti della filiera e di Borsa Merci Telematica, uno strumento che potrebbe essere molto utile in termini di trasparenza.  Impossibile non analizzare come, ad oggi, il margine di guadagno resti sempre troppo sbilanciato verso gli anelli finali della filiera. Se all’agricoltore rimane non più del 13% del valore del prodotto, è inevitabile che vi siano squilibri, che le superfici coltivate diminuiscano, che quando i prezzi sono alti i produttori cerchino di non vendere per innescare ulteriore tensione. Se, al contrario, la filiera avesse un approccio più etico, con un’equa distribuzione della redditività potremmo ragionare su prospettive diverse”.

Sarebbe utile calcolare i costi di produzione medi e fissarli come paletto sotto al quale non scendere?

“Indicare dei costi medi di produzione, da parte di ente terzo come Ismea, le Università o, perché no, TESEO potrebbe aiutare sicuramente per una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi”.

La resa del grano duro coltivato in Italia è di 3,33 tonnellate all’ettaro contro una media UE di 3,54 tonnellate e punte di 5,38 tonnellate per la Germania e di 5,05 tons/ha per la Francia. Come rendere competitivo il grano italiano?

Ricerca e innovazione al vertice dell’agenda della CIA

“Il dato che lei cita, 3,33 tonnellate per ettaro, è un dato nazionale medio: al Nord si produce di più, al Sud la resa è inferiore. Detto questo, è innegabile che il divario rispetto alle produzioni medie di Francia e Germania sia troppo ampio. Ritengo che si debba operare su due livelli. Un primo aspetto contributivo, cercando di uniformare i valori della Pac fra le diverse Regioni, e dall’altro facendo ricerca e innovazione, che per noi della Cia è al vertice della nostra agenda politica e sindacale. Stiamo puntando molto inoltre sull’agricoltura di precisione, che non va utilizzata solo sulle colture ad alto reddito, ma anche per una coltivazione più responsabile ed etica dei cereali, nel rispetto dell’ambiente, del suolo, delle risorse idriche e di una sostenibilità anche di natura economica”.

Le varietà di grano antico possono rappresentare una soluzione per la redditività e la competitività oppure dovranno rappresentare una nicchia?

“Sono una nicchia seppur con dinamiche di mercato interessanti. La produttività dei grani antichi è molto limitata e non si riesce a competere facilmente su larga scala. Sono soluzioni in grado di dare soddisfazioni economiche quando l’agricoltore trasforma e commercializza direttamente la farina o la pasta magari con l’ausilio di laboratori locali”.

L’import dell’UE-27 nei primi sette mesi del 2021 è diminuito del 5,6%. È l’effetto del Covid? O quali sono le motivazioni?

“Ha influito sicuramente l’effetto del Covid, con la crescita dei costi dei noli e dei trasporti, ma anche la nostra azione sindacale a sostegno del grano italiano ha indubbiamente portato risultati positivi e l’industria si è rivolta alla produzione italiana”.

Sorprendentemente, nel primo semestre del 2021 l’Italia ha registrato un boom dell’export extra-Ue di grano duro, avvicinandosi a 81.000 tonnellate vendute (la Francia ha visto un export vicino a 87.000 tonnellate). Come spiega questa nuova tendenza italiana?

Promuovere ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto

“Non lo so. È sicuramente una sorpresa che un paese deficitario di grano duro esporti, ma è allo stesso tempo un segnale che dobbiamo cogliere. Ovvio però che un paese come l’Italia deve esportare e promuovere prodotti ad alto valore aggiunto come la pasta e non il grano come materia prima.  Oggi ci sono grandi margini nell’export, il Made in Italy è un brand vincente e potentissimo, vanno intensificati tutti gli strumenti di potenziamento dell’export”.

I cambiamenti climatici impongono inevitabilmente degli adattamenti e c’è chi ha proposto di posticipare le semine dei cereali autunno-vernini a febbraio. Cosa ne pensa?

“Bisogna valutare caso per caso.  Per l’orzo noi produttori già lo stiamo facendo avendo a disposizione più varietà di seme primaverile ottenendo buoni risultati. Sul grano duro anche volendo applicare la buona pratica agricola della “falsa semina” non possiamo posticipare troppo l’epoca di semina perché molto spesso i terreni di natura argillosi non essendo permeabili provocano ristagni di acqua rendendo impraticabili i terreni”.

Crisi energetica e filiere alimentari in Cina
11 Ottobre 2021

Finita o quasi la pandemia, ecco ora apparire un nuovo problema: la scarsità di energia e materie prime. Un’analisi di Bloomberg sulla crisi energetica in Cina evidenzia la concatenazione di eventi che si sta manifestando un po’ ovunque nel mondo in tutti i settori, dai semiconduttori, ai concimi, ai materiali da costruzione, ai prodotti agroalimentari.

Andiamo per ordine: la Cina è il Paese più popoloso al mondo, il più grande importatore ed esportatore. Di conseguenza, un rallentamento dell’economia cinese dovuto alla scarsità di energia elettrica a causa della crescita nei prezzi del carbone si manifesta sul mercato interno ma espone anche i Paesi con cui intrattiene relazioni commerciali, come il Cile da cui importa metalli o la Germania da cui importa prodotti finiti. Questo potrebbe portare ad una situazione di stagnazione economica accompagnata da un aumento dei prezzi, in altri termini ad un calo del PIL ed una crescita dell’inflazione, un quadro tale da far impallidire ogni economista. Un caso emblematico è quello del cartone: la domanda mondiale di scatole è aumentata rapidamente durante la pandemia mettendo in tensione la filiera, compresa la logistica. La situazione è ora acuita dai problemi energetici che comportano un calo delle produzioni cinesi del 10-15% col rischio di una penuria mondiale di imballaggi.

Parimenti non sono risparmiate le filiere alimentari, prova ne sia che i prezzi sul mercato mondiale hanno toccato il picco più alto da un decennio, col rischio che la situazione peggiori se la Cina incontra, come sembra, difficoltà nelle sue produzioni agricole. Già nelle ultime settimane la scarsità in energia elettrica ha comportato il rallentamento nelle attività degli impianti di trasformazione con pesanti ripercussione su tutta la filiera alimentare del colosso asiatico. È il caso per la trasformazione della soia, per cui si ha una ridotta produzione di olio e di farina per il settore animale, ma anche del settore lattiero e della carne. Come caso emblematico delle ripercussioni a livello mondiale di tale situazione si può prendere il mercato della lana: gli allevatori di pecore australiani si trovano a dover vendere la lana verso il mercato cinese dove la domanda è in calo perché gli impianti di filatura hanno dovuto tagliare la produzione fino al 40% per la carenza di elettricità; ovvio immaginare il livello di prezzo che raggiungeranno le aste di aggiudicazione dei lotti di lana e le ripercussioni generali sull’economia australiana.

Tutto questo dimostra come oggi il concetto di mercato vada oltre la semplice, classica relazione fra offerta e domanda. Con la globalizzazione il mercato assume sempre più i contorni di un sistema complesso, dunque assai imprevedibile e non desumibile dalla semplice sommatoria degli elementi che lo compongono.

TESEO.clal.it – Prezzi mensili della Soia in Cina
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Fonte: Bloomberg

Le quattro sorelle USA della Carne e la libertà di mercato
29 Settembre 2021

Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.

Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid lo scorso anno ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.

Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre, a causa della minore offerta di carne, i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.

La proposta USDA per proteggere i Suinicoltori da pratiche sleali

Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anti-competitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.

L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.

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Fonte: Reuters

Mega stalla da centomila vacche in Cina
17 Settembre 2021

In costruzione nella regione settentrionale dell’Inner Mongolia con un investimento di circa 620 milioni di dollari, un complesso suddiviso in otto settori che interesserà una superficie complessiva di 867 ettari per ospitare centomila vacche e produrre oltre mezzo milione di tonnellate di latte all’anno. Questa l’opera ciclopica avviata da Mengniu Dairy per costruire la più grande stalla del mondo, che incrementerà le attuali 5,7 milioni di tonnellate di latte che pongono questa regione settentrionale al primo posto nella produzione lattiera cinese.

Gli allevamenti zootecnici di enormi dimensioni sono già una realtà: basti pensare che le 25 maggiori aziende animali contano 1,7 milioni di vacche che producono il 29% del latte cinese pari, nel 2019, a 32 milioni di tonnellate. Colpisce anche la resa elevata di tali allevamenti, con Modern Farm che nel 2020 in una stalla dove si mungono 12.767 vacche, ha avuto una produzione media di 13.654 kg di latte per capo.

La tendenza a realizzare mega allevamenti sembra essere una realtà inarrestabile in Cina. Le ragioni risiedono nella maggiore possibilità di stabilizzare le quotazioni e negoziare i prezzi di foraggi e mangimi contrastando la volatilità delle quotazioni; di avere a disposizione le professionalità appropriate per i diversi ambiti della conduzione aziendale; di poter esercitare in modo uniforme la formazione e la gestione del personale per raggiungere gli obiettivi produttivi prefissati.

Sarà tre volte maggiore del più grande complesso di vacche da latte USA

Il complesso che Mengniu Dairy sta realizzando in Inner Mongolia surclasserà quello attualmente più grande appartenente a Modern Farm situato nella provincia orientale di Anhui, vicina a Nanchino, con 20 mila vacche da latte munte in otto sistemi a giostra collegati ad un unica cisterna. Sarà tre volte maggiore del più grande complesso di vacche da latte USA, che conta 30 mila capi e cinquanta volte più grande della maggiore stalla inglese, che ha duemila vacche.

Secondo quanto riferisce Dairy industry, le risorse per realizzare questa grande opera sono in parte anche russe e la maggioranza degli alimenti animali verrebbe importata dalla Russia, mentre una parte del latte prodotto sarebbe esportata verso questo Paese che deve colmare il deficit di latte conseguente al blocco delle importazioni da UE, ma anche da USA, Australia dagli altri Paesi che hanno imposto sanzioni alla Russia.

Nel contempo, in Francia lo scorso dicembre ha chiuso i battenti la cosiddetta “stalle delle mille vacche”. Quella che per i fondatori in Normandia era un’avventura imprenditoriale visionaria, è apparso ai più come un modello di agricoltura inconciliabile, poi naufragato di fronte alle tante opposizioni.

Saranno le mega stalle che si stanno diffondendo in Cina ma anche negli USA, il modello vincente per la sete mondiale di latte? Quale rispondenza ai criteri di sostenibilità? Ai posteri l’ardua sentenza…

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Fonti: Dairy Global, edairynews

L’inquinamento delle acque accende la Nuova Zelanda
30 Agosto 2021

La Nuova Zelanda non può certo essere definita un Paese sovrappopolato e senza ampi spazi naturali; l’allevamento è la vera industria ed il latte il suo oro bianco dell’export. Eppure il settore è sempre più accusato di inquinare i corsi d’acqua a causa dei reflui animali.

Nuova Zelanda+3,2% emissioni di azoto nel 2019 (rispetto al 2018)

A dire il vero già nel 2017 l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) poneva delle riserve sulla compatibilità ambientale del modello zootecnico neozelandese. Questo è confermato anche dai dati delle emissioni in atmosfera comunicati dall’Istituto neozelandese di rilevazioni statistiche: nel 2019 hanno raggiunto il livello più alto dall’inizio del monitoraggio nel 2007, in crescita del 3,2% rispetto al 2018.

Con la forte crescita della produzione lattiera che si è manifestata negli ultimi 40 anni, la quantità di azoto rilasciata nei terreni è aumentata del 629%, passando da 62 mila tonnellate nel 1990 alle 452 mila attuali. L’inquinamento delle acque dipende ovviamente anche dalla natura dei suoli, ma il problema è serio dato che l’azoto nelle acque favorisce la crescita della vegetazione e delle alghe, riduce l’ossigeno e mette a rischio estinzione circa i tre quarti delle specie di pesci, la percentuale più alta di perdita di biodiversità a livello internazionale, senza menzionare poi i problemi di potabilità. Dal 2013 al 2017 il 95% dei fiumi lungo i terreni agricoli aveva livelli di torbidità delle acque e di residui azotati superiori al livello soglia raccomandato.

Di conseguenza, si è aperto un acceso dibattito fra quanti, concentrati nelle aree urbane, chiedono norme più stringenti sugli inquinanti e la filiera produttiva agricola. Mentre associazioni ambientaliste quali Greenpeace, Choose Clean Water, Forest & Bird, Environmental Defense Society, affermano che le evidenze sono sufficienti per adottare norme più stringenti sugli inquinanti, DairyNZ afferma la necessità di basare ogni decisione su dati scientificamente provati, rilevando oltre ai parametri chimici delle acque anche quelli biologici e la presenza della fauna acquatica, mentre i rappresentanti agricoli lanciano l’allarme sull’adozione di punto in bianco di parametri più stringenti che avrebbero effetti devastanti sulle aree a più elevata intensità produttiva.

Privilegiare il rispetto dell’ambiente o l’attività produttiva?

Il problema da risolvere consiste nel compiere scelte oculate fra il rispetto della tutela ambientale e l’attività produttiva, fra la città e la campagna.

Il dialogo fra chi intende privilegiare l’una o l’altra necessità è arduo, non solo nella verde e lontana Nuova Zelanda. Un esempio fra tutti: in Francia il Comté, che pure ha uno dei disciplinari DOP più stringenti sul legame col territorio di produzione, è accusato dagli ambientalisti della stessa regione di inquinare le acque.

CLAL.it – Con la forte crescita della produzione lattiera in Nuova Zelanda, la quantità di azoto rilasciata nei terreni ha raggiunto alti livelli

Fonte: eDairyNews

Anche in Nuova Zelanda sempre più terreni in mani straniere
2 Agosto 2021

Dei tre fattori di produzione dell’economia classica, terra – lavoro – capitale, l’unico che non emigra né delocalizza è la terra. Questo è un elemento di sicurezza che da sempre ha comportato la corsa all’accaparramento della terra, descritto oggi come land grabbing. Si tratta del fenomeno economico e geopolitico di acquisizione agricola su scala globale, particolarmente acuto in Africa ma che interessa tutti i Paesi che dispongono di questo bene prezioso.

Occorre dimostrare che l’acquisto di terreno comporta benefici per la Nuova Zelanda

Un caso significativo è quello della Nuova Zelanda dove, fra il 2010 ed il 2021, circa 180 mila ettari di terreni agricoli, 460 mila ettari di boschi (39% del totale), 70 mila ettari di terreni per aziende di bovine da latte (16%), 100 mila per allevare pecore ed altri animali da carne (22%) ed anche 8 mila ettari di terre a vigneti, pari al 2% di tutte quelle passate di mano, sono stati venduti a soggetti stranieri. Per queste operazioni, occorre presentare una domanda dimostrando che l’acquisto di terreno comporta dei benefici per la Nuova Zelanda in termini di posti di lavoro, impianti di trasformazione, maggiore export o nuove tecnologie.

Si stima che il valore di queste vendite sia stato di $ 1 miliardo per i terreni di aziende da latte, $ 224 milioni per le altre coltivazioni, $ 370 milioni per i terreni boschivi, $ 325 milioni per le vigne.

Gli operatori USA hanno acquistato il 45% del totale, privilegiando le aziende da latte ed i vigneti, seguiti dai cinesi col 18% e dai tedeschi col 10%. Acquisti di terreni sono stati fatti anche da inglesi ed olandesi. Il terreno passato in mani straniere è pari al 3% della superficie totale del Paese, una percentuale ancora bassa rispetto al 13,8% dell’Australia dove la fanno da padroni i cinesi. Il governo neozelandese è comunque favorevole all’arrivo di questi capitali stranieri per espandere ad esempio il settore boschivo e vitivinicolo e per la trasformazione in loco delle materie prime agricole in modo da aumentare il valore dei prodotti esportati.

In Nuova Zelanda non esistono sussidi agricoli, dunque gli apporti di nuovi capitali e tecnologie sono visti favorevolmente. È un Paese scarsamente popolato con grandi risorse naturali ed il governo è in grado di esercitare un peso nella trattativa con gli stranieri.

Fonte: eDairyNews

Cereali: come evolve l’export per Stati Uniti, Canada e Australia?
12 Luglio 2021

La Cina che si conferma una destinazione privilegiata, il Sud Est Asiatico che si mantiene un interessante richiamo per la vicina Australia, la ripresa dei commerci dopo le fasi più critiche del Covid, ma anche rotte “tradizionali”, come quella del Frumento Duro canadese, che subiscono qualche modifica. Ecco come evolve l’export dei cereali per Stati Uniti, Canada e Australia.

USA

È boom dell’export dei cereali per gli Stati Uniti, che tra Gennaio e Maggio 2021, aumentano del 50% le vendite al di fuori dei propri confini nazionali. Dei quasi 56 milioni di tonnellate di cereali esportate nei primi cinque mesi di quest’anno, quasi 39 milioni sono rappresentati dal Mais, che segna un +77,8% in volume e un +149,7% in valore su base tendenziale. Particolarmente marcata la crescita dei prezzi del Mais, che raggiungono i 280 $/Ton nel mese di Maggio 2021.

La Cina è il primo Paese di destinazione, non soltanto per il Mais: nei primi cinque mesi dell’anno ha ritirato dagli Stati Uniti quasi 15,3 milioni di tonnellate di cereali, praticamente quintuplicato gli acquisti (+498,4%). L’Unione Europea non figura fra i principali paesi di destinazione dei cereali Made in Usa. Ripartiranno le rotte europee nei prossimi mesi?

TESEO.clal.it – Stati Uniti: Esportazioni mensili di Cereali
CANADA

Nonostante la frenata nel mese di Maggio, nei primi cinque mesi del 2021 il Canada aumenta l’export dei Cereali del 22,6% in quantità e del 39,5% in valore su base tendenziale.

È boom per l’export di Mais (+153,4% tra Gennaio e Maggio rispetto allo stesso periodo del 2020), con l’Unione Europea che costituisce il 71% del market share. Spagna e Irlanda sono primi porti di destinazione.

Benché i prezzi medi all’export del Frumento Duro siano più bassi rispetto a quelli degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, sembra che le vendite verso l’Italia abbiano un minore slancio rispetto al passato. Fra Gennaio e Maggio 2021, in particolare, le importazioni italiane di Frumento Duro canadese sono cresciute del 6,3% su base tendenziale.

Nel mese di Maggio 2021, invece, le esportazioni di Frumento Duro verso l’Italia hanno subito un sensibile frenata (-41,1% rispetto Maggio 2020), riflettendosi in un rallentamento dell’8% dell’export globale di Frumento Duro canadese. Algeria, Marocco e Tunisia sono altri importanti approdi del Frumento Duro canadese.

TESEO.clal.it – Prezzi medi di esportazione del Grano Duro
AUSTRALIA 

Segue altre rotte, ma si mantiene in ottima salute, l’export di cereali dall’Australia, che tra Gennaio e Maggio 2021 vede un +156,1% in quantità rispetto allo stesso periodo del 2020. Frumento Tenero (12,1 milioni di tonnellate) e Orzo (4,4 milioni di tonnellate) sono i Cereali più esportati.

I principali paesi di destinazione sono: Arabia Saudita, Indonesia, Vietnam, Thailandia, Cina, Filippine.

L’Australia ha ripreso a esportare anche Frumento Duro: 266.428 tonnellate nei primi cinque mesi del 2021, delle quali 238.029 tons inviate in Italia.

TESEO.clal.it – Australia: export di Cereali (Gennaio-Maggio)

Cina: l’import di Cereali aumenta a tripla cifra, acquisti di Soia più moderati
28 Giugno 2021

CEREALI

Aumenta l’import di cereali della Cina, del +146% in volume e del +159% in valore in Maggio 2021.

Import Mais CINA3,16Mio Tons Maggio 2021

L’Import di Mais è stato di circa 3 milioni di tonnellate, di cui 1,9 milioni dagli Stati Uniti ed il restante dall’Ucraina. L’aumento rispetto a Maggio 2020 è stato del +395,4%. Continuano a crescere i prezzi medi all’import, raggiungendo il valore di 273 $/Ton.

L’import cinese di Frumento Duro nel mese di Maggio è aumentato del +66,8% in volume e di +72,6% in valore. Il principale fornitore è il Canada, con un prezzo medio all’import di 314 $/Ton. Si è ridotto invece l’import di Frumento Tenero nello stesso mese (-37,8% in volume).

L’import della Cina di Orzo è aumentato del +115,7% in volume e del +161,4% in valore. Il principale fornitore è l’Unione Europea, che ha segnato una crescita del +418%, seguita da Argentina e Canada. Tra i Paesi comunitari il primo esportatore è la Francia, con un prezzo medio in Maggio di 282 $/Ton. Nel Maggio 2021 è aumentato anche l’import cinese di Sorgo (+125,4% in volume), Crusca (+169,3%) e Avena (+174,6%).

TESEO.clal.it – Import di Cereali
SEMI OLEOSI

L’import della Cina di Semi oleosi ha registrato in Maggio un moderato aumento: +2,4% sullo stesso mese dell’anno precedente. L’import di Soia, nello specifico, ha visto un aumento del +2,5%.

Il prezzo medio di importazione della Soia ha registrato in Maggio un rallentamento, posizionandosi a 531 $/Ton (617$/ton dagli Stati Uniti, 529 $/ton dal Brasile).

TESEO.clal.it – Cina: Prezzo medio di importazione della Soia

Carni suine: la Cina rallenta la corsa. C’è da preoccuparsi?
25 Giugno 2021

Le importazioni di carni suine della Cina rimangono su un quadrante positivo nei primi cinque mesi del 2021: +9,5% in volume e +8,8% in valore rispetto allo stesso periodo del 2020. Tuttavia, i dati relativi al mese di Maggio indicano per la prima volta dopo 2 anni una contrazione del 7,2% in quantità rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Import Cina
Prosciutti e Spalle congelati+44% Maggio 2021

In un quadro mensile negativo per l’import di carne suina in Cina, cresce invece la voce doganale dei “Prosciutti e spalle congelati”: +44,3% e 111.161 tonnellate ritirate a Maggio. La Spagna è il principale fornitore (share 25%) con un aumento del 121,8%; seguono gli Stati Uniti (share 21%) con un aumento del 45,1% su base tendenziale.

L’Europa si conferma il principale fornitore di Carni fresche, refrigerate e congelate della Cina con oltre 201.000 tonnellate e un incremento del 9,7% rispetto a Maggio 2020.
La Spagna, principale fornitore (share 30%), ha incrementato le vendite verso questo Paese del 70,6%; alle spalle si collocano il Brasile, con un aumento verso la Cina del 38,6%, mentre gli USA ed il Canada perdono rispettivamente il 48% e il 30,7% sui volumi commercializzati in Cina nel Maggio 2020.

Bisogna chiedersi se il calo delle importazioni di carne suina e derivati nel mese di Maggio sia solamente una parentesi oppure se, al contrario, sia il segnale – come alcuni sostengono – di un rallentamento delle importazioni che andrà a caratterizzare il secondo semestre dell’anno. Se così fosse, potrebbero risentirne i prezzi dei suini e delle carni suine su scala mondiale, Europa compresa.

TESEO.clal.it - Cina: Import di Carni Suine
TESEO.clal.it – Cina: Import di Carni Suine

BOX Giugno 2021: Dairy Export, Siero di Latte, Alimenti Zootecnici
24 Giugno 2021

Dairy Export Italia

Riprende di slancio l’export caseario italiano. Lo scorso Marzo sono state esportate 91.558 Tonnellate di prodotti lattiero caseari (+12,9% rispetto allo stesso periodo del 2020), per un valore complessivo di 351,4 Milioni di Euro circa (+20,3%).

I Formaggi, che si confermano il principale prodotto esportato, sono cresciuti sia in quantità (43.736 Tons, +20%) sia in valore (300,7 Mio €, +18,7%) su base tendenziale. Francia e Germania sono le principali destinazioni dei Formaggi italiani, con aumenti quantitativi rispettivamente del +42,1% e del +10,6% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Dati positivi anche per le vendite di Latte Confezionato (6.287 Tons, +159,9%): la Libia è stata la principale destinazione di vendita, con uno share del 66% nel primo trimestre 2021.

Boom anche per le esportazioni di Crema di Latte Sfusa: 1.391 Tonnellate commercializzate in Marzo (+40% su base tendenziale). Lungo la rotta asiatica, le minori esportazioni di Panna Sfusa verso la Corea del Sud (637 Tons, -13%) sono state più che compensate dalle maggiori vendite in Cina (274 Tons, +214%).


Siero di Latte in polvere

Era dalla crisi del 2007 che le quotazioni del Siero di Latte non raggiungevano valori analoghi (1.130 €/Ton). La forte domanda proveniente dalla Cina e dai Paesi del Sud-Est Asiatico ha messo in difficoltà i principali produttori mondiali di Polvere di Siero, i quali per soddisfare le richieste pressanti stanno assottigliando le proprie scorte.

In Cina, le importazioni di Siero di Latte sono aumentate del 56,7% nei primi cinque mesi del 2021, probabilmente per far fronte all’aumento della popolazione suina, dopo i numerosi casi di peste suina africana, che ha falcidiato gli allevamenti di maiali negli anni scorsi.
A trarne vantaggio è stata anche l’UE, dalla quale la Cina ha importato 127.781 Tonnellate di Polvere di Siero fra Gennaio e Maggio 2021, con un aumento del 41,4% su base tendenziale.

Allo stesso tempo, i dati disponibili indicano che la Cina sta riducendo le importazioni di latte per l’infanzia che, come noto, è costituito proprio da una base di polvere di siero.
È forse possibile che la crescente richiesta cinese di polvere di siero sia destinata non solo per il segmento animale, ma anche per la produzione di Infant Milk Formula?


Prezzi nazionali di Mais e Soia

Timida riduzione delle quotazioni del Mais nazionale ad uso zootecnico. I listini della Camera di Commercio di Bologna del 17 Giugno segnano una flessione dell’1,1% rispetto alla settimana precedente, portando il Mais destinato all’alimentazione animale a 272 €/ton; medesimo trend discendente per il mais convenzionale, che si ferma a 268 euro alla tonnellata.

Prossima quotazione di Bologna: giovedì 24 Giugno 2021, pomeriggio.
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In Camera di Commercio di Milano per il Mais nazionale ibrido, in data 22 Giugno, le mercuriali registrano un calo dello 1,5% su base congiunturale, portando la quotazione a 265 €/ton.

Il prezzo dei Semi di Soia nazionale è in deciso ribasso: dal picco di 701€/ton del 6 e del 13 maggio (quotazione media in Camera di Commercio a Bologna), i prezzi sono scesi a 598 €/ton nella seduta del 17 giugno (-6.3% rispetto alla settimana precedente).

La diminuzione del prezzo della Soia si riflette sul costo dell’alimentazione per le bovine da latte: l’Alimento Simulato (elaborato da TESEO) rileva attualmente per il mese corrente una contrazione del 2,9% rispetto a Maggio, collocandosi a 31,34 €/100Kg.