TESEO

Le conseguenze per gli allevatori dell’accordo A2milk-Fonterra
2 luglio 2018

La decisione di Fonterra di ottenere prodotti derivati dal latte contenente beta caseina A2 pagando un premio ai produttori, pone un serio interrogativo ai conferenti della coop neozelandese. Infatti, si erano sempre sentiti dire che il latte A2 fosse solo uno specchietto di marketing ed ora si trovano a dover decidere se convertire o meno la propria mandria.

Diventa difficile decidere di iniziare a convertire la mandria, perché questo richiede tempo e scelte oculate.

Le maggiori imprese di inseminazione ed anche il LIC neozelandese (Livestock Improvement Corporation) propongono seme di tori miglioratori per il carattere A2 di frisona, jersey o della kiwicross, l’incrocio 70% frisona e 30% jersey, che meglio si adatta alle condizioni di pascolo della Nuova Zelanda. Però, a parte i pochi allevatori convinti, che da tempo hanno selezionato le vacche per avere latte solo con beta caseina A2, adesso diventa difficile decidere di iniziare a convertire la mandria, perché questo richiede tempo e scelte oculate.

Circa il 44% delle vacche di razza frisona, 53% di kiwicross e 66% di jerset hanno un latte con beta caseina A2 e dunque il lavoro di conversione è grande. Pur iniziando ad usare tori A2A2, occorreranno diverse generazioni di vacche per avere tutta la mandria in purezza. Bisogna dunque adottare un programma di selezione molto preciso, che deve scartare le vacche A1 e tenere il maggior numero di vitelle A2. Oppure si può ricorrere all’acquisto di animali A2A2, ma ad un prezzo maggiore, tutte decisioni che dipendono dalle singole situazioni.

La prospettiva è quella di produrre un latte che sarà venduto ad un prezzo migliore

La prospettiva comunque è quella di produrre un latte che sarà venduto ad un prezzo migliore. Fonterra non ha ancora precisato l’entità del premio che pagherà agli allevatori con una mandria in purezza A2, ma la Synlait già da qualche tempo stimola la conversione delle stalle riconoscendo agli allevatori oltre al premio, anche le spese per l’analisi del DNA sugli animali ed un incentivo per le operazioni di conversione della mandria.

Le opportunità sono a portata di mano, ma se l’allevatore resta fermo e non innova, di certo non potrà sfruttarle. In ballo c’è la capacità dell’allevatore a compiere scelte strategiche, ma anche la responsabilità delle aziende ad indicare il percorso da fare.

Fonte: edairynews

TESEO | Scopri di più sugli scambi di Bovini da Latte della Nuova Zelanda!

La messa in asciutta delle vacche agendo sulla razione
24 maggio 2018

Il danno economico delle mastiti cliniche e le conseguenze sul benessere animale sono un problema generale per gli allevamenti da latte, per cui diventa importante prevenirle, anche per far fronte alle crescenti necessità di ridurre i rischi di antibiotico-resistenza. Diventa pertanto essenziale la procedura di messa in asciutta delle vacche.

Innanzitutto occorre indurre l’animale a ridurre gradualmente la produzione di latte in prossimità dell’asciutta per avere una buona chiusura terminale del capezzolo, che comunque deve essere sempre mantenuto pulito ed asciutto. Questo può essere ottenuto riducendo la frequenza delle mungitura, ma il miglior intervento resta sempre quello di modificare la razione, riducendo l’energia dell’alimento o la massa ingerita.

Con questa pratica le vacche primipare hanno ridotto di 3,5 volte l’insorgenza di mastiti nella lattazione successiva

E’ stato osservato che con questa pratica le vacche primipare hanno ridotto di 3,5 volte l’insorgenza di mastiti nella lattazione successiva. Ridurre la quantità di sostanza secca della metà, cioè portarla ad 8 kg invece dei 16 abituali, è risultato più efficace che diminuire la frequenza di mungitura, anche se gli animali hanno manifestato segni di sconforto per la mancata sazietà.

Di conseguenza, piuttosto che ridurre la quantità ingerita, risulta consigliabile usare un’alimentazione con una razione a basso contenuto energetico, ad esempio con foraggi grossolani, per mitigare la fame dell’animale. Quindi prevedere una formulazione con meno densità nutritiva a parità di volume ingerito. La stessa procedura nel ridurre la densità energetica della razione e la frequenza delle mungiture può poi essere usata anche per le vacche di scarto, applicandola una settimana prima di separare la vacca dalla mandria.

Comunque, la procedura di messa in asciutta deve essere adeguata in funzione della tipologia dell’allevamento, del gruppo di animali e della loro produttività.

Fonte: OMAFRA

Lombardia: razioni bovine da latte

La terra è bassa ed è difficile assaporarla, ma è bellissima [intervista]
24 aprile 2018

Alessio Zomer
Ala, Trento – ITALIA

L’allevatore Alessio Zomer

Capi allevati: 55.
Ettari coltivati: 18.
Destinazione del latte: Caseificio sociale di
Sabbionara o lavorazione in alpeggio.

“L’agricoltura è un’arte, l’arte di saper aspettare. L‘allevamento e l’agricoltura vera e propria non ti fanno vedere subito il risultato. Si vedrà domani o dopodomani, non subito”. Filosofia zen applicata all’agricoltura senza andare in Oriente, approccio alla vita, al lavoro e alle stagioni che il mondo agricolo ha sempre avuto. Alessio Zomer, 27 anni, trentino di Ala, i ritmi della terra e della stalla li ha imparati in fretta.
Fare l’allevatore, per lui, è stata una vocazione. Da prima ha frequentato l’Istituto agrario di San Michele all’Adige, uno dei migliori d’Italia, “che mi ha insegnato non solo a lavorare nei campi e in stalla, ma soprattutto a fare i conti e scelte imprenditoriali lungimiranti”. All’età di 16 anni ha iniziato a lavorare come dipendente in una azienda zootecnica innovativa, in un secondo momento ha scelto di dedicarsi all’azienda viticola di famiglia, che mamma Bruna e papà Diego, agricoltori part-time, avevano creato.
A 22 anni dopo varie meditazioni la scelta di ampliare l’attività viticola integrandola con la parte zootecnica.
Oggi infatti l’azienda, con 2,5 ettari coltivati a vigneto e 18 ettari a prato, è dotata di una stalla nuova, con 55 bovini. La razza maggiormente presente in azienda è la Bruna, ma vi sono alcuni capi di Pezzata Rossa e Frisona. La produzione è di circa 3.000 quintali di latte annui conferiti al Caseificio sociale di Sabbionara, ma nel periodo estivo una parte viene lavorata in alpeggio e venduta sotto forma di formaggio nello spaccio della malga situata nel comune di Brentonico.

C’è più guadagno vendendo al Caseificio o allo spaccio aziendale?

“Al Caseificio, dove riescono a guadagnare sui 50 centesimi al litro, ma con i fondi del programma di sviluppo rurale, grazie ai quali ho costruito la stalla, ho il vincolo di trasformare in malga una parte del latte prodotto. Comunque è un attività utile per il turismo montano, la salvaguardia dell’ambiente e non in ultimo un valore aggiunto al mio Caseificio che con il latte proveniente degli alpeggi del Monte Baldo produce il formaggio “Casat del Baldo” fiore all’occhiello dei suoi negozi”.

Che cosa significa per te sostenibilità e cosa fai per rendere la tua azienda sostenibile?

Sostenibilità per me significa produrre, investire nel territorio, farsi carico dell’attività agricola e zootecnica nelle zone svantaggiate in modo da salvaguardare-migliorare il territorio per un domani”.

Credi nel biologico?

“No, almeno nei luoghi dove viviamo noi. Secondo me è inconcepibile fare biologico in aziende con terreni molto frammentati dove non vi è presenza generale di questa filosofia. Non sarebbe veritiero. Inoltre, sono convinto che tra biologico e integrato la strada da perseguire sia la lotta integrata per avere risultati persistenti, sicuri senza avere un impatto forte sull’ambiente”.

Agricoltura e turismo. Credi vi siano margini di sviluppo ulteriore?

“Lo sviluppo ci può essere ma a una condizione: che il turista capisca gli sforzi degli agricoltori di montagna. Il mondo è diventato digitale, ma si è persa la cultura del rispetto. Basti pensare all’approccio della società nei confronti dei lupi e degli orsi: un esemplare magari è folcloristico, un branco crea problemi notevoli agli agricoltori e pericoli per gli uomini. Con un po’ più di buon senso credo che agricoltura e turismo possano correre sullo stesso binario, parrallelo e di pari passo purché un attività non interferisca sul lavoro dell’altra”.

Quali investimenti hai in programma di fare in azienda?

“Vorrei investire nel miglioramento genetico e morfologico della razza Bruna, per avere una mandria sempre più omogenea e con potenzialità crescenti. Inoltre vorrei ampliare la superficie a vigneto e recintare tutto il perimetro aziendale per salvaguardare il patrimonio aziendale dai danni recati da ugulati e cinghiali”.

Ci sono investimenti che, se potessi tornare indietro, non faresti più?

“Non rifarei più la stalla come mi è stata imposta dalla burocrazia, perché è costata troppo rispetto agli animali che può ospitare. Ho dovuto utilizzare legno lamellare e sassi a vista in molte parti dell’edificio. Ma è una stalla e non un albergo adibito a stalla!”.

Che hobby hai?

“Per ora quello di lavorare, però mi piace e sto bene. Vivo in simbiosi con i miei animali anche perché è un attività che mi sono scelto. Ho la fortuna di avere una fidanzata alla quale dedico tutto il tempo che mi rimane e per poterla vedere di più la invito volentieri a venire a lavorare con me! Fortunatamente anche lei, provenendo da una famiglia di agricoltori, ha la passione per questo lavoro e quindi capisce e rispetta i miei ritmi”.

Perché, secondo te, i giovani in agricoltura sono così pochi?

“Non lo so. Forse perché è un lavoro molto impegnativo, che non concede tregua. O forse perché come diciamo noi, la terra è bassa ed è difficile assaporarla. Ma è bellissima.
Inoltre ho dovuto provare a mie spese cosa significa il peso della burocrazia per avviare una nuova attività e posso capire se molti giovani, anche se partono ben motivati, si demoralizzano”.

L’ Azienda Agricola di Alessio Zomer

Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte [intervista]
27 marzo 2018

Alessandra Cobalchini
Dueville, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Alessandra Cobalchini

Azienda Agricola Ca’ dei Volti.
Capi allevati: 270 | 140 in lattazione.
Destinazione del latte: cooperativa Lattebusche.

Il benessere animale come scelta etica e come opportunità commerciale. Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte. Una scelta netta quella operata dalla giovane Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville, in provincia di Vicenza. Nell’azienda agricola Ca’ dei Volti – che conduce al fianco della mamma Nadia (“io sono coadiuvante, ma stiamo costituendo la società”, dice) incaricata di seguire la parte amministrativa – alleva 270 frisone, delle quali 140 in lattazione, con una produzione di oltre 18.200 quintali di latte, conferiti alla cooperativa Lattebusche. In azienda lavorano due dipendenti, uno incaricato della mungitura e l’altro che segue il carro, le pulizie e le cuccette.

Quali interventi hai fatto di recente per migliorare la tua azienda?

“Abbiamo in progetto di costruire un’ala nuova dell’azienda per ampliare il box infermeria, l’area di steaming-up, parto e per avere specifici box per animali freschi o sotto controllo. Rifacciamo la parte delle vacche asciutte. Modificheremo i passaggi per avere abbeveratoi più ampi e abbiamo in progetto di scaldare l’acqua per la zona della sala d’attesa. Faremo anche paddock esterni per gli animali. Allarghiamo la struttura esistente adottando le misure svizzere delle cuccette, che sono più ampie rispetto a quelle previste dall’Unione europea. Fino ad ora abbiamo in preventivo di spendere circa 120mila euro”.

Come mai questa scelta?

“Per il benessere animale. Per scelta etica, innanzitutto. E poi per un’esigenza commerciale. Acquirenti svizzeri sono interessati ai formaggi di Agriform, che si occupa di produzione e commercializzazione. Sono molto esigenti sul fronte del benessere animale e questo risponde anche alla nostra sensibilità aziendale. Ci adeguiamo volentieri ai loro standard. Peraltro, abbiamo già avuto i sopralluoghi del Crpa di Reggio Emilia, del nostro podologo aziendale, che è certificatore riconosciuto per il benessere animale, dell’Associazione regionale degli allevatori del Veneto e dell’Azienda sanitaria locali. Tutti hanno parametri un po’ diversi, ma siamo in regola”.

La definizione di benessere animale è una sola, i parametri sono diversi. In cosa consiste questa differenza?

“Gli svizzeri hanno parametri adeguati alle loro idee e alle loro esigenze, hanno misure diverse dai nostre anche perché le dimensioni delle loro vacche sono un po’ diverse da quelle italiane. Si rifanno esclusivamente agli aspetti numerici. Dimensioni, luce, paddock, tutto è abbinato a valori numerici. Il Crpa ha una componente soggettiva: guarda gli animali, controlla le loro reazioni, ha un impatto visivo soggettivo. Fra i due approcci vi sono notevoli differenze. Ad esempio, nella nostra stalla abbiamo vacche gravide che vanno per il nono parto. Per noi questo è indice di longevità e benessere e lo reputiamo un aspetto positivo, gli svizzeri invece non tengono conto di queste cose”.

Che cosa significa fare una scelta etica in stalla?

“Esattamente quello che abbiamo fatto noi. Avere animali solidi, sani, longevi, che producono di più e che stanno bene, perché più controllati. Nella nostra stalla puntiamo ad evitare gli antibiotici, facciamo una asciutta selettiva, usiamo il minimo indispensabile di ormoni per la fertilità. Ci è capitato di vendere 10 animali da vita e la quantità di latte non è diminuita. Inoltre, stiamo cercando di lavorare con alimenti che non richiedano interventi eccessivi, fitofarmaci, concimi o diserbi”.

Questa decisione ha imposto anche un cambiamento nelle scelte colturali in campo?

“Sì. Non seminiamo più mais, lo acquistiamo. Da due anni la nostra parte arativa è coltivata a sorgo, che richiede meno acqua e molti meno trattamenti. Noi prepariamo gli erbai e ci curiamo degli sfalci, ma tutta la parte dell’attività della campagna, dalla semina allo spandimento dei reflui, è affidata a un contoterzista. I dipendenti e i mezzi necessari ci costerebbero molto di più”.

Qual è la vostra filosofia aziendale?

“Lavoriamo come una squadra: alimentarista, podologo, veterinario, dipendenti, siamo tutti in armonia. Anche per questo motivo abbiamo deciso di affidarci a un’unica azienda mangimistica, che fornisce dal latte in polvere per i vitelli all’alimentazione per i bovini. Così evitiamo lo scaricabarile, fenomeno classico quando si hanno più fornitori: il problema è sempre degli altri”.

Hai 30 anni, sei giovane. Come mai hai scelto di fare l’allevatrice?

“L’azienda è partita col nonno materno, ma anche il papà proviene da una famiglia di allevatori. Ho avuto massima libertà. I miei genitori mi hanno detto di studiare quello che mi interessava di più e mi sono laureata in Lettere moderne a Venezia. La mia passione, però, era l’allevamento”.

Quanto è importante la formazione?

“È fondamentale e, soprattutto i giovani, dovrebbero concentrarsi sulla conoscenza del computer e di almeno una lingua straniera. Ritengo che sia sbagliato sacrificare la formazione per il lavoro. Per questo noi abbiamo deciso di avere due dipendenti: per avere la libertà di visitare le aziende, per fare corsi di formazione, per confrontarsi e perché ognuno di noi possa avere adeguati turni di riposo e ferie( si lavora meglio se ci si può svagare e riposare). Oggi possiamo contare su internet, ma non dobbiamo dimenticare che si deve anche studiare e non limitarsi a consultare e basta”.

Che impianto di mungitura hai in azienda?

“Ho un impianto recuperato dai gruppi di trasporto latte della stalla a stabulazione fissa, inseriti in una spina pesce. Mungiamo con 7 gruppi di mungitura, ma è una 7+7 che ci permette di avere un unico mungitore. Sono contraria al robot”.

Perché?

“Col numero di capi che ho dovrei inserire tre robot, ma sarei da sola a gestirli e questo mi vincolerebbe in azienda. Inoltre, sono convinta che il robot non abbia ancora raggiunto un livello di perfezionamento tale da sostituirsi all’occhio dell’uomo. Credo che il robot se non sfruttato nelle sue piene potenzialità, insomma, faccia perdere il contatto con gli animali. Con la mungitura tradizionale vedi subito l’animale zoppo o che non sta bene, non devi aspettare che te lo segnali una macchina”.

Cosa fai nel tempo libero?

“Sono appassionata di equitazione, ho un cavallo. Mi piace leggere. E dormire, visto che mi alzo alle 4:30”.

Azienda Agricola Ca’ dei Volti

Il benchmarking per l’analisi competitiva dell’azienda
2 marzo 2018

Per migliorare l’efficacia della gestione aziendale, diventa necessario prestare grande attenzione alla metodica registrazione dei dati ed alla loro comparazione con gli indici di competitività, applicando la tecnica manageriale del benchmarking.

Si tratta del processo sistematico e continuo per la comparazione delle performance aziendali, allo scopo non solo di raggiungerne la media, ma di superarla. In Canada è stato dimostrato come i produttori che usano questa tecnica di comparazione delle performance hanno delle produzioni più alte e dunque un aumento delle redditività.

Canada: +11% nel peso dei vitelli allo svezzamento per chi utilizza il benchmarking

Ad esempio, i produttori che usano il benchmarking hanno avuto vitelli allo svezzamento con un peso dell’11% più elevato rispetto a quanti non lo usano. In termini monetari, per una mandria di 100 vacche, questo si traduce in un maggior guadagno di 13.200 dollari canadesi all’anno (circa 8432 €).  

Resta il fatto che uno dei maggiori problemi per gli allevatori è reperire, comprendere ed utilizzare i dati che determinano le spese e le entrate della loro azienda. Occorre dedicare del tempo a queste analisi che, se non vengono fatte direttamente, dovrebbero essere comunque eseguite con le indicazioni fornite dall’allevatore, secondo le sue necessità.

Reperire e registrare in modo meticoloso i dati diventa essenziale per capire il reale stato di salute finanziario dell’attività imprenditoriale e dunque per effettuare le migliori scelte manageriali. Per questo occorre identificare le informazioni che servono e catalogarle in funzione dei propri obiettivi.

TESEO – S/STEMA STALLA: Confronta le performance della tua Stalla!

Fonte: BCRC

La scelta cinese delle megastalle per produrre latte
25 gennaio 2018

oltre15 Milionidi vacche in Cina

La Cina, che nel 2002 produceva circa 13 milioni di tonnellate, è ora il terzo paese lattiero al mondo dopo India e USA, con una produzione che ha superato le 36 milioni di tonnellate. Lo scandalo nel 2008 del latte con melamina, sostanza azotata aggiunta al latte per aumentarne il tasso proteico, contaminazione attribuita per lo più ai piccoli allevatori, portò alla scelta delle grandi stalle, triplicando il numero di vacche che ormai superano i 15 milioni, ma concentrate in grandi stalle.

Il latte non è un alimento tradizionale cinese. Il suo consumo era praticamente insignificante, ma negli anni ’90 con la imponente urbanizzazione, divenne sempre più presente nell’alimentazione, accelerando lo squilibrio con le campagne. Infatti i consumi di latte nelle città sono tre volte superiori a quelli nelle campagne.

12,1 Kgconsumo pro-capite di latte in Cina

La media di 12,1 kg pro capite è un valore ben inferiore rispetto alla media mondiale di 111,3 kg, ma dimostra l’enorme impulso produttivo che il paese ha avuto a seguito dell’obiettivo indicato dal presidente Wen Jiabao di fornire ad ogni bimbo una quantità sufficiente di latte tutti i giorni. Così la Cina è diventata una delle potenze lattiere mondiali, adottando il modello basato sul sistema tecnologico USA dei grandi numeri, una scelta radicalmente opposta a quella dell’India dove il “piccolo è bello” e la struttura lattiera si basa sui micro allevamenti dei villaggi.

Lo scandalo melamina del 2008, con oltre 300 mila bimbi colpiti da patologie renali ed anche da decessi, fu dirompente, con enormi cadute nel valore azionario di aziende lattiero-casearie cinesi ma, soprattutto, con la generale sfiducia dei consumatori verso il latte nazionale e la corsa alle importazioni soprattutto di latte in polvere per l’infanzia ma anche UHT. Il Paese scelse allora di realizzare grandi stalle per avere controlli e garanzie igienico-sanitarie grazie alle metodologie produttive più avanzate.

il 25 %delle stalle in Cinaha più di 1000 vacche

Di conseguenza, il 53% delle stalle ha più di 200 vacche rispetto a solo il 20% nel 2008; il 25% delle stalle ha oltre mille vacche e le maggiori arrivano a 40 mila capi. Vennero poi introdotte normative sempre più stringenti sulla produzione e composizione del latte, anche per riacquisire la fiducia dei consumatori e contrastare il latte d’importazione, che rappresenta il 13% del totale. Le importazioni di latte e crema nel 2016 sono aumentate del 38%, con al primo posto tra i fornitori la Germania, seguita da Nuova Zelanda e Francia.

Con questi stravolgimenti, ma soprattutto a seguito della scelta di un modello produttivo dove “grande è bello”, i piccoli allevatori hanno spazi sempre più risicati e diventano del tutto marginali.

Cina – Import di Bovini: principali fornitori

Fonte: NZFarmer, EDairyNews

Composizione del grasso e qualità del latte
2 gennaio 2018

Il grasso del latte é composto da centinaia di acidi grassi, distinti secondo il numero di atomi di carbonio (catena corta,media, lunga) ed il grado di saturazione (saturi/insaturi). La composizione in acidi grassi del latte è influenzata dal tipo di razione delle vacche e l’integrazione con semi oleosi ne induce variazioni più o meno favorevoli. I semi della palma da olio, il cosiddetto palmisto o palm kernels in in inglese, rappresentano un prodotto presente sul mercato in notevole quantità dati gli usi alimentari dell’olio di palma, ma la quantità nella razione deve essere calcolata attentamente per non modificare la naturale composizione in acidi grassi del latte.

Per questo Fonterra in Nuova Zelanda ha introdotto una penalità qualora all’analisi risulti un uso eccessivo di pannello di palmisti (Palm Kernel Expeller). Il test analitico rientra nel nuovo indice di valutazione del grasso del latte che la coop neozelandese ha introdotto dallo scorso marzo dopo aver consultato oltre 700 allevatori. Il latte può così risultare classificato in quattro classi, A, B, C, D ed i valori analitici sono trasmessi giornalmente agli allevatori. Il latte classificato C o D per tre giorni consecutivi subirà una analisi di verifica. Qualora il valore fosse confermato, il latte così classificato subirebbe delle penalizzazioni di prezzo.

La ragione di tale intervento è che alcuni prodotti derivati dal latte di vacche alimentate con quantità eccessive di palmisti, hanno una peggiore qualità e risultano meno graditi ai consumatori proprio a causa del modifiche nella composizione in acidi grassi. Gli allevatori potranno comunque avere un periodo per aggiustare la razione alimentare in modo da evitare il rischio dipenalizzazioni.

Dunque, i contratti di fornitura latte, oltre che per la percentuale di grasso, dovranno considerare anche a sua composizione e l’allevatore dovrà modulare l’alimentazione secondo tali parametri.

Questa è la riprova, se ce ne fosse bisogno, che l’alimentazione animale determina la qualità del latte.

Fonte: NZFarmer

Lombardia – Qualità del latte: la materia grassa

Produrre latte in modo alternativo
23 ottobre 2017

Nell’allevamento delle vacche da latte si va sempre più diffondendo un modello industriale basato su grandi numeri dove, sostanzialmente, suddividere i costi e moltiplicare i margini. Mega stalle con migliaia di capi esistono negli USA come in Cina e stanno prendendo piede anche in Europa.

Dunque sempre più tecnologia ed investimenti, capitali finanziari, ma anche ricadute sull’ambiente per le emissioni e per una alimentazione dove i foraggi (per non dire il pascolo nei paesi vocati) passano in secondo piano. Nella UE questo modello ha ricevuto una spinta con la liberalizzazione della produzione dopo le quote latte ed ha comportato una drastica riduzione nel numero degli allevamenti.

circa 9500 stalle attualmente presenti nel Regno Unito

Nel Regno Unito, ad esempio, questi sono diminuiti di due terzi negli ultimi dieci anni ed attualmente ci sono solo circa 9.500 stalle con una media di 148 capi per stalla, ma aumentano quelle con oltre mille capi. Questo ha comportato uno stravolgimento nella tradizionale tecnica di allevamento al pascolo, che viene ora praticato solo in un terzo delle aziende.

L’allevamento al pascolo viene ora praticato solo in un terzo delle aziende nel Regno Unito

Se gli allevatori sono pressati per seguire il modello industrializzato basato sui grandi numeri per far fronte ad un mercato sempre più competitivo, essi debbono però considerare anche la crescente pressione di un’opinione pubblica preoccupata per l’aumento di terre arabili per la produzione di alimenti animali, l’uso di pesticidi, erbicidi, fertilizzanti chimici, tutti fattori che contribuiscono ad aumentare le emissioni di gas effetto serra.  

Sempre più, però, non solo i piccoli punti vendita specializzati, ma anche i grandi supermercati, come Asda, catena posseduta dal gigante USA Walmart, si stanno interessando a produzioni rispettose dell’ambiente e della tradizione, offrendo nuove opportunità di mercato.

Non deve dunque sorprendere se, a fronte del modello dominante, stanno sorgendo allevamenti che riprendono, in chiave moderna e con un appropriato apporto tecnico e scientifico, i metodi tradizionali di produzione, per essere competitivi sul mercato con un modello alternativo a quello dei grandi numeri.

Dunque, anche un contesto globalizzato e tecnologicamente avanzato, può offrire possibilità di di mercato per chi si indirizza verso prodotti appropriati, garantiti e riconoscibili.

UE-28 | Struttura delle Aziende Agricole da Latte

Fonte: DW Akademie

In malga siamo più avanti del biologico [intervista]
10 ottobre 2017

Sara Strazzabosco
Canove, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Sara Strazzabosco

Azienda Agricola Frigo Roberto.
Capi allevati: 120 | 70 in lattazione.
Destinazione del latte: Caseificio Aziendale e Caseificio Finco di Enego.

Nell’azienda Frigo Stöff di Canove, uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, la qualità fa rima con multifunzionalità e diversificazione produttiva. Il concetto di zootecnia si declina nel settore della produzione del latte e della carne suina, sublimata nell’arte norcina. Per non parlare della vendita diretta e dell’agriturismo, che d’estate girano a pieno regime, agevolati dal flusso turistico che anima il territorio e che trova approdo nella malga Larici di Sotto.

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti, perché è capitato, anche nel recente passato, di attraversare alcuni mesi in cui la fattura del mangime è più alta del prezzo del latte alla stalla”, ammette Sara Strazzabosco, 22 anni, che conduce l’azienda insieme allo zio Roberto Frigo e alla mamma Lorella. D’estate, quando non è impegnato a scuola, alle attività partecipa anche il fratello di Sara, Alessandro, che frequenta la quarta superiore.

I capi allevati sono 120, dei quali 70 in lattazione, che nel periodo estivo salgono in malga. Sono 25, invece, i suini allevati, utilizzando anche il siero della caseificazione. Per vedere come trovano sublimazione il latte e la carne suina, è altamente consigliabile una visita sul sito www.frigostoff.it.

Trasferire le bovine in malga porta benefici?

“Sì, di vario genere. Innanzitutto, c’è un risparmio in termini economici sia per l’alimentazione che per i farmaci. Gli animali sintetizzano meglio la vitamina D, rimanendo al sole e anche i piedi e le unghie si sanificano rispetto al periodo passato in stalla. Persino una nostra vacca che ha ormai sette anni e soffre di depressione post partum rinasce, quando è in malga”.

Quanto latte producete?

18-20kg di latte per capo al giorno

“Circa 15 quintali all’inizio dell’estate, che a settembre scendono intorno ai 10 quintali. Siamo sui 18-20 chilogrammi per capo al giorno, al 3,6% di grasso e 3,3% di proteine. Sono quasi tutte di razza Frisona, anche se il divario con le performance della Bruna è palese, che ha valori di grasso e proteine superiori e un’attitudine alla caseificazione più spiccata. Abbiamo solamente cinque brune, più una manza gravida. Abbiamo anche un toro aziendale bianco e nero”.

Di cosa si occupa in azienda?

“Curo gli animali, seguo l’agriturismo e la vendita diretta, mentre mio zio è il casaro e si occupa di foraggi e alimentazione. Mia madre fa la spola, quando siamo in malga. Con la vendita diretta e l’agriturismo il carico di lavoro è aumentato, ma stiamo avendo delle grandi soddisfazioni”.

Che ritorni avete dalla vendita diretta?

9-10€/kg è il prezzo per il consumatore

“Quando parliamo di Asiago, se al commerciante vendi a 7,50 euro al chilogrammo, al consumatore arrivi comodamente a 9-10 euro al kg. E se il prodotto è stagionato, il prezzo è ancora più alto. Noi fortunatamente riusciamo a vendere quasi tutta la produzione al consumatore.”.

Sta riscuotendo molto interesse da parte dei consumatori il cosiddetto “milk grass”, il latte prodotto da animali alimentati al pascolo o col fieno. Lo producete?

“No, perché nel periodo invernale facciamo unifeed con il nostro fieno, ma anche con una miscela di mais e soia. È una questione anche di carburante, se posso utilizzare questo termine che semplifica il concetto. Una frisona ha bisogno di introdurre altri elementi, oltre al fieno, per stare in piedi. Anche in malga, dove i capi mangiano invece solo erba, in fase di mungitura beneficiano di circa 3 chili di mangime, fondamentale per dare energia all’animale. E se c’è poca erba, solitamente nelle ultime settimane di alpeggio, integriamo con il fieno, tutto di nostra produzione, anche per tenerle vicino alla malga ed evitare che vaghino in maniera incontrollata. Non usiamo comunque insilati”.

Dove producete il formaggio?

“Fino all’anno scorso facevamo la caseificazione solamente in malga nel periodo estivo. Dallo scorso inverno, invece, abbiamo realizzato a Canove una bottega aziendale e un laboratorio per la lavorazione dei formaggi freschi durante l’inverno, da affiancare a quelli stagionati prodotti in malga. Siamo soci del Consorzio tutela dell’Asiago DOP e produciamo la tipologia Prodotto della Montagna.

Il marchio della montagna rappresenta un valore aggiunto?

“Sì. È difficile quantificare il valore, ma anche nella GDO i consumatori cercano il marchio legato alla malga, alla montagna, l’alimentazione a fieno o il pascolo erba. Pensano sia più buono, anche se magari è solo un discorso di immagine”.

Pensate di convertirvi al biologico? Il consumatore cerca i prodotti bio.

Nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico

“No, perché personalmente non ci credo. È meglio per i consumatori conoscere direttamente i produttori, come li realizzano e che parametri rispettano. Anche perché, ad essere sinceri, nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico. Basta solo saperlo comunicare”.

Il latte che non trasformate direttamente dove va?

“Lo conferiamo al Caseificio Finco di Enego”.

Quanto conta il benessere animale?

“Moltissimo e lo capiamo immediatamente dal comportamento dei nostri animali. Le nostre vacche stanno benissimo: le teniamo molto pulite, su cuccette a paglia. Abbiamo installato il rullo perché possano grattarsi. In malga, poi, il livello è massimo, sono di fatto in vacanza 3-4 mesi”.

Come mungete?

“A Canove abbiamo una sala mungitura da cinque posti in tandem, in malga invece è una 4+4 a spina di pesce, che è più veloce”.

Che cosa fate, invece, per la sostenibilità?

“Sul fronte dell’alimentazione animale utilizziamo solo il nostro fieno e all’alimentarista chiediamo che i cereali e le materie prime vengano da più vicino possibile; per il mais è complicato, per il problema delle aflatossine. Cerchiamo anche di premiare i clienti che ci riconsegnano i vasetti di vetro dove è contenuto il nostro yogurt: ogni cinque restituiti ne diamo uno in omaggio”.

Chi viene in montagna deve vivere la natura

Una delle politiche sostenute dall’Unione europea per le aree rurali è la diffusione della banda larga per le comunicazioni. Che risultati ha dato?

“Pochi. Non abbiamo il wi-fi in malga e sinceramente non lo vorrei. Chi viene in montagna deve vivere la natura”.

La mandria al pascolo presso l’Azienda Frigo Stöff

Massimizzare il valore dell’erba medica
13 settembre 2017

È risaputo che l’erba medica serve per fare latte, dato che le sue proteine sono indispensabili per massimizzare la produzione. Occorre dunque sapere come sfruttare al meglio il potenziale della pianta, prestando attenzione a salvaguardare l’apparato fogliare durante la raccolta del foraggio ed a sfalciare nel giusto periodo vegetativo.

È noto che, se uno sfalcio precoce prima della fioritura permette di aumentare la qualità della medica, sono le foglie che ne massimizzano il potere nutrizionale. La pianta di medica è costituita dal 45% di foglie e dal 55% di stelo, ma dopo il raccolto la percentuale di foglie può scendere al 30%, rappresentando una criticità dato che apportano il 70% del potenziale nutritivo della pianta. Diventa allora fondamentale scegliere una macchina falciatrice adeguata, che abbia una larga superficie di sfalcio per salvaguardare integre le foglie.

In questo modo gli stomi sulla superficie fogliare restano aperti permettendo il passaggio dell’aria all’interno della foglia in modo da essiccarla più rapidamente. Così facendo vengono trattenuti gli amidi e gli zuccheri della pianta e si aumenta la qualità del foraggio.

Invece le falcia-condizionatrici spesso hanno una superficie troppo ridotta che raccoglie in andana il foraggio tagliato. Così gli stomi restano chiusi e le foglie trattengono l’umidità interna, per cui occorrerà rimuoverlo maggiormente per essiccarlo, il che contribuisce a perdere foglia e dunque qualità. Inoltre, aumenta la polvere dal terreno incorporata nel foraggio. Questo fa aumentare la parte minerale del foraggio rispetto a quella naturalmente presente nella pianta e comporta una diminuzione della digestibilità.

Diventa poi importante l’altezza di taglio, che deve essere correlata alla stagione ed al tipo di suolo, sempre per contenere la quantità di terra incorporata nel foraggio. Un taglio rasoterra aumenta la quantità raccolta ma riduce la qualità del foraggio.

Quindi, si debbono considerare tutti i diversi fattori, interni alla pianta e conseguenti alle pratiche di sfalcio e raccolta, che contribuiscono alla qualità del foraggio.

Non sempre ricercare la maggior quantità può essere la scelta giusta per l’allevatore.

Fonte: Deutsche Welle

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Italia, Milano – Prezzo del Fieno di erba medica pressato