L’importanza della gestazione per la salute del vitello
17 Luglio 2020

È noto che la salute del vitello e la sua carriera produttiva sono influenzate dal modo in cui è stata condotta la gestazione ed in particolare riguardo l’alimentazione della madre, il suo stato sanitario e gli stress. Su questi aspetti, l’Università della Florida ha condotto degli studi, i cui risultati sono stati presentati al Canadian Dairy Seminar 2020 in Alberta.

Un vitello che nasce sottopeso per carenze alimentari della vacca durante la gestazione, potrà avere compromessa la crescita, la capacità produttiva e la resistenza alle malattie. Non si tratta però solo di quantità della razione, ma anche della sua composizione ed additivazione.

È stato osservato che la colina è uno dei fattori nutrizionali che possono avere un’importanza diretta su salute e performance del vitello ed è stato dimostrato come la sua aggiunta nella razione della vacca per 3 settimane prima del parto fino a dopo il parto, comporta una minore mortalità dei vitelli a 24 giorni, minore incidenza di stati febbrili, maggior incremento di peso fino a 300 giorni. Riguardo le malattie, le infezioni alla vacca durante la parte finale della gestazione possono determinare una risposta immunitaria che si ripercuote sul vitello, condizionandone la salute.

Lo stress da caldo influisce negativamente sulla salute del vitello

Particolarmente importante è però un altro fattore osservato dai ricercatori statunitensi attraverso le osservazioni in utero della vacca a fine gestazione, cioè lo stress da caldo. Questo stato altera la capacità della vacca di scambiare principi nutritivi ed ossigeno al feto, riducendo la durata della gestazione. I vitelli alla nascita sono meno pesanti e questo stato persiste durante svezzamento e pubertà. L’animale potrà recuperare peso nel secondo anno di vita, ma si tratterà più di deposito adiposo che non di tessuto funzionale.

Quindi, vacche più grasse e con maggior insulina che metabolizzano più rapidamente il glucosio e di conseguenza minore capacità di trasformare i principi nutritivi in latte. Inoltre lo stress da caldo comporta minore possibilità di assorbire le immunoglobuline dal colostro e dunque ridotto stato immunitario del vitello.

In conclusione, bisogna prestare attenzione alle condizioni intrauterine negli ultimi tre mesi di gestazione. Questo non solo per la salute della vacca, ma per tutta la carriera produttiva del nuovo animale.

TESEO.it - Patrimonio Bovini da latte in Italia
TESEO.it – Patrimonio Bovini da latte in Italia

Fonte: Dairy Herd

Colostro bovino per sportivi e riabilitazione: i benefici nella dieta umana
7 Luglio 2020

Il centinaio di componenti bioattivi del colostro bovino rappresentano un potenziale notevole per modulare le diete in diversi ambiti, quali l’alimentazione sportiva, quella per l’età infantile e quella avanzata, ma anche per la riabilitazione conseguente a stati infettivi e di debilitazione.

Secondo la Sovereign Laboratories, azienda che produce colostro a fini commerciali, il prodotto può essere usato con profitto, ad esempio, per arricchire il latte artificiale dei necessari fattori immunitari e di crescita, oppure per contribuire a ricostruire la massa muscolare o per contrastare gli stati allergici.

Il suo uso potenziale si può estendere anche alle bevande ed alle barrette, prodotti sempre più diffusi in una alimentazione mirata, dato l’apporto specifico di fattori immunitari. La moderna tecnologia permette di mantenere inalterate le proprietà del colostro fresco, preservandone il contenuto in immunoglobuline ed evitando la degradazione durante il processo digestivo.

Il prodotto è disponibile sul mercato sotto forma di pillole od in polvere, ma il problema resta la sua limitata disponibilità, data la scarsa disponibilità di prodotto fresco ed i conseguenti problemi di raccolta e conservazione.

Anche il colostro dimostra quanto preziosi siano i benefici del latte e quante siano le possibilità di trarre profitto da questo oro bianco.

Fonte: Nutrition Insight

Vacche: tra chiacchiere ed emozioni
16 Giugno 2020

Ogni allevatore sa che gli animali richiedono attenzione e che, se trattati bene, producono meglio. Però, si può arrivare a dire che anche le vacche esprimono emozioni?

Da uno studio australiano sulla comunicazione vocale delle vacche e le loro emozioni pubblicato sulla rivista Scientific Reports, sembra proprio di sì. I ricercatori hanno registrato per sei mesi i muggiti di 18 vacche in diversi contesti emotivi positivi, come prima dei pasti o durante l’estro, e negativi, come nella mancanza di cibo o nell’isolamento dalla mandria.

I muggiti sono stati valutati per picco, durata, intensità, ruvidità del suono, identificando oltre venti diverse vocalità. La prima osservazione riguarda l’individualità della voce: come per le persone, ogni animale dimostra di avere una propria vocalità, indipendentemente dal diverso contesto emotivo, la mantiene durante tutto il ciclo vitale e sa farsi riconoscere dai vitelli.

È stato poi dimostrato che i muggiti servono per mantenere l’animale in contatto con la mandria e possono esprimere soddisfazione, rabbia o dolore. Le vacche sanno “parlarsi” e, essendo animali addomesticati, sono socievoli e capaci di esprimere le loro emozioni, sia positive che negative. A livello pratico l’analisi dei muggiti o, per meglio dire, delle vocalizzazioni, potrebbe essere un mezzo semplice, diretto e non invasivo per valutare il grado di benessere animale, l’adattamento alle diverse pratiche aziendali ed anche il grado di interazione fra gli animali e le persone.

Tutto questo non è sorprendente e lo sapevano bene gli allevatori quando in passato usavano dare un nome ad ogni vacca. Bisognerebbe sempre ricordare che in ogni condizione di vita, sia allo stato naturale che nell’allevamento intensivo, si tratta di animali che interagiscono attraverso la loro emotività e cui occorre dunque prestare la dovuta attenzione.

TESEO.clal.it - UE-28: Numero medio di Capi da latte bovino per azienda
TESEO.clal.it – UE-28: Numero medio di Capi da latte bovino per azienda

Fonte: edairynews

Il valore della medica per la produzione di latte
4 Giugno 2020

È diffusa l’opinione che quando si hanno dei fieni scadenti basti spingere un po’ col mangime per mantenere la produzione di latte. Uno studio dell’università del Wisconsin dimostra come un simile comportamento sia però molto avventato per portare al risultato sperato.

Il fieno di medica di bassa qualità riduce la produzione di latte

Infatti, alimentando vacche da latte con razioni contenenti il 20%, 37%, 54%, e 71% di mangime e fieno di medica raccolta a quattro stadi crescenti di maturazione, da pre fioritura fino a fioritura molto avanzata è risultato che, nonostante l’aumento della percentuale di concentrato nella razione, l’uso di fieno di medica di bassa qualità comporta una riduzione nella produzione di latte dal 13% fino al 28%.

Questa influenza diventa poi evidente calcolando il prezzo dei fieni di diversa qualità rispetto al latte prodotto ed alla sua composizione. Nelle situazioni di bassi prezzi di mercato, dato che il costo dell’alimentazione rappresenta oltre la metà dei costi di produzione del latte, istintivamente si tende a risparmiare su tutti i componenti della razione, fieno compreso, senza considerare però che il primo elemento per assicurare i margini produttivi è la valorizzazione della qualità dei foraggi.

Questo tanto più quando si opera in situazioni di mercato critiche. Non bisogna mai dimenticare che la base alimentare dei bovini, in quanto ruminanti, sono i foraggi e che dalla loro qualità dipende la resa produttiva e che i mangimi sono un complemento della razione. Lo studio americano dimostra poi che, sebbene il prezzo di un fieno di buona qualità sia superiore a quello di uno scadente, il ricavato dalla maggiore resa in latte può comportare un compenso anche fino a tre volte la maggiore spesa.

È proprio in tali contesti che diventa dunque indispensabile misurare e monitorare con precisione la qualità del fieno impiegato, per cui non bisogna mai dimenticare quanto importante sia tutto il complesso delle operazioni di fienagione, dall’epoca di sfalcio della medica, fino alla sua raccolta e condizionamento.

Italia: Export di Erba Medica
Italia: Export di Erba Medica
TESEO.it - Costo delle razioni e dell'alimento simulato
TESEO.it – Costo delle razioni e dell’alimento simulato

Fonte: Hay and Forage

Export di animali e miglioramento genetico
6 Marzo 2020

Il commercio mondiale di animali vivi ha numeri consistenti. Secondo i dati FAO, nel 2017 raggiungeva valore complessivo di 21 miliardi di dollari, in crescita del 141% rispetto al 2000 e riguardava circa 45 milioni di maiali, 16 milioni di pecore, 11 milioni di bovini, 5 milioni di capre, quasi 2 milioni di pollame e poco più di 300 mila cavalli.

I maggiori esportatori di animali vivi sono Francia, Canada ed Australia. La grande maggioranza di questo commercio è dato dagli animali per l’ingrasso e la macellazione fra Paesi confinanti. Significativi in tal senso sono gli scambi tra USA, Canada e Messico, favoriti dal 1974 con l’accordo di libero scambio NAFTA.

Export USA di bovini e suini è nettamente inferiore rispetto all’Import

Gli USA, ad esempio, esportano suini in diversi Paesi, che vanno dal Messico al Brasile, alla Corea del sud, alla Cina, ma in misura pari ad appena l’1% dei maiali che importano, provenienti quasi tutti dal Canada per allevamento e macellazione. Al contrario, gli USA esportano verso il Canada quasi tutti i cavalli per essere macellati in Quebec e la carne poi esportata in Europa e Giappone, dato che la cultura anglosassone non accetta questa pratica.

Export USA
Bovini da Latte
2019+30%rispetto al 2018

Riguardo i bovini, nel 2019 gli USA hanno esportato circa 307 mila animali vivi, di cui 19844 bovine da latte. Sempre nel 2019, l’import di bovini da latte è stato di ben 2,4 milioni di capi, provenienti dal Canada, con un aumento del 30% rispetto al 2018.

Nel 2018, l’11% dei bovini esportati era rappresentato da vacche e appena l’1% da tori per migliorare il patrimonio genetico e la produttività di Paesi quali Cina, Pakistan, Vietnam o Paesi africani.

L’export di animali vivi per miglioramento genetico è tecnicamente molto più semplice del commercio di seme od embrioni e dunque è diretto verso i Paesi tecnicamente meno evoluti, ma è più complesso e costoso come logistica, dato che viene spesso effettuato con piccole spedizioni per via aerea.

Il commercio di animali per via marittima avviene spesso in condizioni critiche

A livello internazionale il commercio di animali vivi avviene per via marittima, nel migliore dei casi attraverso imprese specializzate, ma spesso su navi cargo convenzionali, in condizioni spesso critiche per gli animali. Lo scorso novembre in un incidente nel mar Nero che trasportava 14 mila pecore dalla Romania all’Arabia Saudita, perirono quasi tutti gli animali.

Questo comporta la necessità di adottare normative comuni a livello internazionale per assicurare le dovute garanzie per i modi ed i tempi di trasporto, ad una attività così importante per l’allevamento e la produzione alimentare mondiale.

CLAL.it - Italia, Export di Bovini
CLAL.it – Italia, Export di Bovini

Fonte: Agweb

Fermentazioni ruminali, produzione di latte ed emissioni di gas effetto serra (GHG)
9 Gennaio 2019

La manipolazione delle fermentazioni ruminali attraverso l’uso di additivi per diminuire le emissioni di metano aumentando l’energia a disposizione degli animali per le loro produzioni, è oggetto di molte ricerche. Negli ultimi anni però le strategie di possibile mitigazione delle emissioni di metano hanno suscitato un grande interesse soprattutto per la necessità di contenere le emissioni di gas effetto serra (Greenhouse Gas-GHG). Si stima infatti che ai bovini sia imputabile l’80% del totale di metano emesso in atmosfera.

L’uso del monensin, un antibiotico ionoforo, è da tempo diffuso negli allevamento d’oltre oceano per modificare le fermentazioni ruminali e migliorare l’efficienza alimentare dell’animale con un incremento della produzione di latte e la riduzione del rischio di acidosi. Di contro, questo antibiotico aumenta lo stress da caldo negli animali ed inoltre, non meno importante, il suo uso non è permesso in molti paesi, UE compresa. Dunque l’interesse dei ricercatori si è indirizzato anche verso altri additivi, come gli oli essenziali prodotti dalle piante ed estratti tramite distillazione con vapore o solventi.

Un recente studio condotto da ricercatori brasiliani e statunitensi ha messo a confronto l’additivazione con antibiotico nella razione rispetto a quella con oli essenziali derivati da anacardio e ricino. L’uso degli oli essenziali permetterebbe di avere un tenore in grasso nel latte maggiore, senza compromettere l’ingestione e la produzione negli animali allevati in condizioni di stress termico.

Il rumine è un fermentatore di enorme potenzialità. Aumentarne l’efficienza permette di accrescere la produzione dell’animale ma anche di ridurre le perdite in gas che si disperdono nell’atmosfera.

Fonte: ScienceDirect

Il parere dell’Allevatore

L’allevatore Alberto Cortesi

Ritengo che quanto esposto nell’articolo sia corretto, con l’unica precisazione che i risultati per ora sono in gran parte a livello sperimentale in quanto non ancora utilizzati normalmente nelle stalle. Devo aggiungere che la diminuzione di emissioni di gas serra negli allevamenti è ricercata, sia in Europa che in nord America, anche attraverso la selezione genetica delle vacche. Ma gli studi sono all’inizio e ci vorrà tempo.

Alberto Cortesi, allevatore in Roncoferraro loc. Garolda, Mantova – ITALIA

Ripartizione delle emissioni GHG (Green House Gas) da agricoltura

Le conseguenze per gli allevatori dell’accordo A2milk-Fonterra
2 Luglio 2018

La decisione di Fonterra di ottenere prodotti derivati dal latte contenente beta caseina A2 pagando un premio ai produttori, pone un serio interrogativo ai conferenti della coop neozelandese. Infatti, si erano sempre sentiti dire che il latte A2 fosse solo uno specchietto di marketing ed ora si trovano a dover decidere se convertire o meno la propria mandria.

Diventa difficile decidere di iniziare a convertire la mandria, perché questo richiede tempo e scelte oculate.

Le maggiori imprese di inseminazione ed anche il LIC neozelandese (Livestock Improvement Corporation) propongono seme di tori miglioratori per il carattere A2 di frisona, jersey o della kiwicross, l’incrocio 70% frisona e 30% jersey, che meglio si adatta alle condizioni di pascolo della Nuova Zelanda. Però, a parte i pochi allevatori convinti, che da tempo hanno selezionato le vacche per avere latte solo con beta caseina A2, adesso diventa difficile decidere di iniziare a convertire la mandria, perché questo richiede tempo e scelte oculate.

Circa il 44% delle vacche di razza frisona, 53% di kiwicross e 66% di jerset hanno un latte con beta caseina A2 e dunque il lavoro di conversione è grande. Pur iniziando ad usare tori A2A2, occorreranno diverse generazioni di vacche per avere tutta la mandria in purezza. Bisogna dunque adottare un programma di selezione molto preciso, che deve scartare le vacche A1 e tenere il maggior numero di vitelle A2. Oppure si può ricorrere all’acquisto di animali A2A2, ma ad un prezzo maggiore, tutte decisioni che dipendono dalle singole situazioni.

La prospettiva è quella di produrre un latte che sarà venduto ad un prezzo migliore

La prospettiva comunque è quella di produrre un latte che sarà venduto ad un prezzo migliore. Fonterra non ha ancora precisato l’entità del premio che pagherà agli allevatori con una mandria in purezza A2, ma la Synlait già da qualche tempo stimola la conversione delle stalle riconoscendo agli allevatori oltre al premio, anche le spese per l’analisi del DNA sugli animali ed un incentivo per le operazioni di conversione della mandria.

Le opportunità sono a portata di mano, ma se l’allevatore resta fermo e non innova, di certo non potrà sfruttarle. In ballo c’è la capacità dell’allevatore a compiere scelte strategiche, ma anche la responsabilità delle aziende ad indicare il percorso da fare.

Fonte: edairynews

TESEO | Scopri di più sugli scambi di Bovini da Latte della Nuova Zelanda!

La messa in asciutta delle vacche agendo sulla razione
24 Maggio 2018

Il danno economico delle mastiti cliniche e le conseguenze sul benessere animale sono un problema generale per gli allevamenti da latte, per cui diventa importante prevenirle, anche per far fronte alle crescenti necessità di ridurre i rischi di antibiotico-resistenza. Diventa pertanto essenziale la procedura di messa in asciutta delle vacche.

Innanzitutto occorre indurre l’animale a ridurre gradualmente la produzione di latte in prossimità dell’asciutta per avere una buona chiusura terminale del capezzolo, che comunque deve essere sempre mantenuto pulito ed asciutto. Questo può essere ottenuto riducendo la frequenza delle mungitura, ma il miglior intervento resta sempre quello di modificare la razione, riducendo l’energia dell’alimento o la massa ingerita.

Con questa pratica le vacche primipare hanno ridotto di 3,5 volte l’insorgenza di mastiti nella lattazione successiva

E’ stato osservato che con questa pratica le vacche primipare hanno ridotto di 3,5 volte l’insorgenza di mastiti nella lattazione successiva. Ridurre la quantità di sostanza secca della metà, cioè portarla ad 8 kg invece dei 16 abituali, è risultato più efficace che diminuire la frequenza di mungitura, anche se gli animali hanno manifestato segni di sconforto per la mancata sazietà.

Di conseguenza, piuttosto che ridurre la quantità ingerita, risulta consigliabile usare un’alimentazione con una razione a basso contenuto energetico, ad esempio con foraggi grossolani, per mitigare la fame dell’animale. Quindi prevedere una formulazione con meno densità nutritiva a parità di volume ingerito. La stessa procedura nel ridurre la densità energetica della razione e la frequenza delle mungiture può poi essere usata anche per le vacche di scarto, applicandola una settimana prima di separare la vacca dalla mandria.

Comunque, la procedura di messa in asciutta deve essere adeguata in funzione della tipologia dell’allevamento, del gruppo di animali e della loro produttività.

Fonte: OMAFRA

Lombardia: razioni bovine da latte

La terra è bassa ed è difficile assaporarla, ma è bellissima [intervista]
24 Aprile 2018

Alessio Zomer
Ala, Trento – ITALIA

L’allevatore Alessio Zomer

Capi allevati: 55.
Ettari coltivati: 18.
Destinazione del latte: Caseificio sociale di
Sabbionara o lavorazione in alpeggio.

“L’agricoltura è un’arte, l’arte di saper aspettare. L‘allevamento e l’agricoltura vera e propria non ti fanno vedere subito il risultato. Si vedrà domani o dopodomani, non subito”. Filosofia zen applicata all’agricoltura senza andare in Oriente, approccio alla vita, al lavoro e alle stagioni che il mondo agricolo ha sempre avuto. Alessio Zomer, 27 anni, trentino di Ala, i ritmi della terra e della stalla li ha imparati in fretta.
Fare l’allevatore, per lui, è stata una vocazione. Da prima ha frequentato l’Istituto agrario di San Michele all’Adige, uno dei migliori d’Italia, “che mi ha insegnato non solo a lavorare nei campi e in stalla, ma soprattutto a fare i conti e scelte imprenditoriali lungimiranti”. All’età di 16 anni ha iniziato a lavorare come dipendente in una azienda zootecnica innovativa, in un secondo momento ha scelto di dedicarsi all’azienda viticola di famiglia, che mamma Bruna e papà Diego, agricoltori part-time, avevano creato.
A 22 anni dopo varie meditazioni la scelta di ampliare l’attività viticola integrandola con la parte zootecnica.
Oggi infatti l’azienda, con 2,5 ettari coltivati a vigneto e 18 ettari a prato, è dotata di una stalla nuova, con 55 bovini. La razza maggiormente presente in azienda è la Bruna, ma vi sono alcuni capi di Pezzata Rossa e Frisona. La produzione è di circa 3.000 quintali di latte annui conferiti al Caseificio sociale di Sabbionara, ma nel periodo estivo una parte viene lavorata in alpeggio e venduta sotto forma di formaggio nello spaccio della malga situata nel comune di Brentonico.

C’è più guadagno vendendo al Caseificio o allo spaccio aziendale?

“Al Caseificio, dove riescono a guadagnare sui 50 centesimi al litro, ma con i fondi del programma di sviluppo rurale, grazie ai quali ho costruito la stalla, ho il vincolo di trasformare in malga una parte del latte prodotto. Comunque è un attività utile per il turismo montano, la salvaguardia dell’ambiente e non in ultimo un valore aggiunto al mio Caseificio che con il latte proveniente degli alpeggi del Monte Baldo produce il formaggio “Casat del Baldo” fiore all’occhiello dei suoi negozi”.

Che cosa significa per te sostenibilità e cosa fai per rendere la tua azienda sostenibile?

Sostenibilità per me significa produrre, investire nel territorio, farsi carico dell’attività agricola e zootecnica nelle zone svantaggiate in modo da salvaguardare-migliorare il territorio per un domani”.

Credi nel biologico?

“No, almeno nei luoghi dove viviamo noi. Secondo me è inconcepibile fare biologico in aziende con terreni molto frammentati dove non vi è presenza generale di questa filosofia. Non sarebbe veritiero. Inoltre, sono convinto che tra biologico e integrato la strada da perseguire sia la lotta integrata per avere risultati persistenti, sicuri senza avere un impatto forte sull’ambiente”.

Agricoltura e turismo. Credi vi siano margini di sviluppo ulteriore?

“Lo sviluppo ci può essere ma a una condizione: che il turista capisca gli sforzi degli agricoltori di montagna. Il mondo è diventato digitale, ma si è persa la cultura del rispetto. Basti pensare all’approccio della società nei confronti dei lupi e degli orsi: un esemplare magari è folcloristico, un branco crea problemi notevoli agli agricoltori e pericoli per gli uomini. Con un po’ più di buon senso credo che agricoltura e turismo possano correre sullo stesso binario, parrallelo e di pari passo purché un attività non interferisca sul lavoro dell’altra”.

Quali investimenti hai in programma di fare in azienda?

“Vorrei investire nel miglioramento genetico e morfologico della razza Bruna, per avere una mandria sempre più omogenea e con potenzialità crescenti. Inoltre vorrei ampliare la superficie a vigneto e recintare tutto il perimetro aziendale per salvaguardare il patrimonio aziendale dai danni recati da ugulati e cinghiali”.

Ci sono investimenti che, se potessi tornare indietro, non faresti più?

“Non rifarei più la stalla come mi è stata imposta dalla burocrazia, perché è costata troppo rispetto agli animali che può ospitare. Ho dovuto utilizzare legno lamellare e sassi a vista in molte parti dell’edificio. Ma è una stalla e non un albergo adibito a stalla!”.

Che hobby hai?

“Per ora quello di lavorare, però mi piace e sto bene. Vivo in simbiosi con i miei animali anche perché è un attività che mi sono scelto. Ho la fortuna di avere una fidanzata alla quale dedico tutto il tempo che mi rimane e per poterla vedere di più la invito volentieri a venire a lavorare con me! Fortunatamente anche lei, provenendo da una famiglia di agricoltori, ha la passione per questo lavoro e quindi capisce e rispetta i miei ritmi”.

Perché, secondo te, i giovani in agricoltura sono così pochi?

“Non lo so. Forse perché è un lavoro molto impegnativo, che non concede tregua. O forse perché come diciamo noi, la terra è bassa ed è difficile assaporarla. Ma è bellissima.
Inoltre ho dovuto provare a mie spese cosa significa il peso della burocrazia per avviare una nuova attività e posso capire se molti giovani, anche se partono ben motivati, si demoralizzano”.

L’ Azienda Agricola di Alessio Zomer

Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte [intervista]
27 Marzo 2018

Alessandra Cobalchini
Dueville, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Alessandra Cobalchini

Azienda Agricola Ca’ dei Volti.
Capi allevati: 270 | 140 in lattazione.
Destinazione del latte: cooperativa Lattebusche.

Il benessere animale come scelta etica e come opportunità commerciale. Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte. Una scelta netta quella operata dalla giovane Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville, in provincia di Vicenza. Nell’azienda agricola Ca’ dei Volti – che conduce al fianco della mamma Nadia (“io sono coadiuvante, ma stiamo costituendo la società”, dice) incaricata di seguire la parte amministrativa – alleva 270 frisone, delle quali 140 in lattazione, con una produzione di oltre 18.200 quintali di latte, conferiti alla cooperativa Lattebusche. In azienda lavorano due dipendenti, uno incaricato della mungitura e l’altro che segue il carro, le pulizie e le cuccette.

Quali interventi hai fatto di recente per migliorare la tua azienda?

“Abbiamo in progetto di costruire un’ala nuova dell’azienda per ampliare il box infermeria, l’area di steaming-up, parto e per avere specifici box per animali freschi o sotto controllo. Rifacciamo la parte delle vacche asciutte. Modificheremo i passaggi per avere abbeveratoi più ampi e abbiamo in progetto di scaldare l’acqua per la zona della sala d’attesa. Faremo anche paddock esterni per gli animali. Allarghiamo la struttura esistente adottando le misure svizzere delle cuccette, che sono più ampie rispetto a quelle previste dall’Unione europea. Fino ad ora abbiamo in preventivo di spendere circa 120mila euro”.

Come mai questa scelta?

“Per il benessere animale. Per scelta etica, innanzitutto. E poi per un’esigenza commerciale. Acquirenti svizzeri sono interessati ai formaggi di Agriform, che si occupa di produzione e commercializzazione. Sono molto esigenti sul fronte del benessere animale e questo risponde anche alla nostra sensibilità aziendale. Ci adeguiamo volentieri ai loro standard. Peraltro, abbiamo già avuto i sopralluoghi del Crpa di Reggio Emilia, del nostro podologo aziendale, che è certificatore riconosciuto per il benessere animale, dell’Associazione regionale degli allevatori del Veneto e dell’Azienda sanitaria locali. Tutti hanno parametri un po’ diversi, ma siamo in regola”.

La definizione di benessere animale è una sola, i parametri sono diversi. In cosa consiste questa differenza?

“Gli svizzeri hanno parametri adeguati alle loro idee e alle loro esigenze, hanno misure diverse dai nostre anche perché le dimensioni delle loro vacche sono un po’ diverse da quelle italiane. Si rifanno esclusivamente agli aspetti numerici. Dimensioni, luce, paddock, tutto è abbinato a valori numerici. Il Crpa ha una componente soggettiva: guarda gli animali, controlla le loro reazioni, ha un impatto visivo soggettivo. Fra i due approcci vi sono notevoli differenze. Ad esempio, nella nostra stalla abbiamo vacche gravide che vanno per il nono parto. Per noi questo è indice di longevità e benessere e lo reputiamo un aspetto positivo, gli svizzeri invece non tengono conto di queste cose”.

Che cosa significa fare una scelta etica in stalla?

“Esattamente quello che abbiamo fatto noi. Avere animali solidi, sani, longevi, che producono di più e che stanno bene, perché più controllati. Nella nostra stalla puntiamo ad evitare gli antibiotici, facciamo una asciutta selettiva, usiamo il minimo indispensabile di ormoni per la fertilità. Ci è capitato di vendere 10 animali da vita e la quantità di latte non è diminuita. Inoltre, stiamo cercando di lavorare con alimenti che non richiedano interventi eccessivi, fitofarmaci, concimi o diserbi”.

Questa decisione ha imposto anche un cambiamento nelle scelte colturali in campo?

“Sì. Non seminiamo più mais, lo acquistiamo. Da due anni la nostra parte arativa è coltivata a sorgo, che richiede meno acqua e molti meno trattamenti. Noi prepariamo gli erbai e ci curiamo degli sfalci, ma tutta la parte dell’attività della campagna, dalla semina allo spandimento dei reflui, è affidata a un contoterzista. I dipendenti e i mezzi necessari ci costerebbero molto di più”.

Qual è la vostra filosofia aziendale?

“Lavoriamo come una squadra: alimentarista, podologo, veterinario, dipendenti, siamo tutti in armonia. Anche per questo motivo abbiamo deciso di affidarci a un’unica azienda mangimistica, che fornisce dal latte in polvere per i vitelli all’alimentazione per i bovini. Così evitiamo lo scaricabarile, fenomeno classico quando si hanno più fornitori: il problema è sempre degli altri”.

Hai 30 anni, sei giovane. Come mai hai scelto di fare l’allevatrice?

“L’azienda è partita col nonno materno, ma anche il papà proviene da una famiglia di allevatori. Ho avuto massima libertà. I miei genitori mi hanno detto di studiare quello che mi interessava di più e mi sono laureata in Lettere moderne a Venezia. La mia passione, però, era l’allevamento”.

Quanto è importante la formazione?

“È fondamentale e, soprattutto i giovani, dovrebbero concentrarsi sulla conoscenza del computer e di almeno una lingua straniera. Ritengo che sia sbagliato sacrificare la formazione per il lavoro. Per questo noi abbiamo deciso di avere due dipendenti: per avere la libertà di visitare le aziende, per fare corsi di formazione, per confrontarsi e perché ognuno di noi possa avere adeguati turni di riposo e ferie( si lavora meglio se ci si può svagare e riposare). Oggi possiamo contare su internet, ma non dobbiamo dimenticare che si deve anche studiare e non limitarsi a consultare e basta”.

Che impianto di mungitura hai in azienda?

“Ho un impianto recuperato dai gruppi di trasporto latte della stalla a stabulazione fissa, inseriti in una spina pesce. Mungiamo con 7 gruppi di mungitura, ma è una 7+7 che ci permette di avere un unico mungitore. Sono contraria al robot”.

Perché?

“Col numero di capi che ho dovrei inserire tre robot, ma sarei da sola a gestirli e questo mi vincolerebbe in azienda. Inoltre, sono convinta che il robot non abbia ancora raggiunto un livello di perfezionamento tale da sostituirsi all’occhio dell’uomo. Credo che il robot se non sfruttato nelle sue piene potenzialità, insomma, faccia perdere il contatto con gli animali. Con la mungitura tradizionale vedi subito l’animale zoppo o che non sta bene, non devi aspettare che te lo segnali una macchina”.

Cosa fai nel tempo libero?

“Sono appassionata di equitazione, ho un cavallo. Mi piace leggere. E dormire, visto che mi alzo alle 4:30”.

Azienda Agricola Ca’ dei Volti