Riorientare le produzioni alimentari per ‘rigenerare la natura’
9 Settembre 2020

Se continua così, il cambiamento climatico aggraverà la degradazione dei sistemi naturali con impatti molto rilevanti sulle filiere di produzione alimentare. Le emissioni di gas serra -GHG- in atmosfera contribuiscono al riscaldamento globale e dunque diventa imperativo contenerle, come ha stabilito già nel 2016 la conferenza ONU sul clima di Parigi. Si calcola che la produzione alimentare sia responsabile del 26% delle emissioni di gas serra e di queste l’allevamento ne rappresenta il 31%, le coltivazioni il 27%, l’uso dei suoli il 24%, la trasformazione e distribuzione il 18%. Bisogna poi considerare lo spreco alimentare, pari a circa il 30% della produzione totale, il fatto che due miliardi di persone sono sovrappeso mentre un miliardo soffre la fame. 

Rimodulare i sistemi alimentari per renderli resilienti

Questi squilibri impongono dunque di rimodulare i sistemi alimentari per renderli resilienti, e la crisi del Covid-19 ne fa un forte richiamo. Si tratta di affrontare la complessità delle correlazioni fra clima, deforestazione, biodiversità. Le foreste abbattono di un terzo le emissioni di carbonio, però la deforestazione prosegue a ritmi vertiginosi, e non solo in Amazzonia dove comunque negli ultimi 12 mesi è aumentata del 40%. Proteggere ed espandere le foreste potrebbe contribuire ad un quarto della mitigazione necessaria per raggiungere l’obiettivo della conferenza di Parigi, contenendo in 1,5 gradi l’aumento medio delle temperature globali al 2030. 

Si tratta di “rigenerare la natura”, accrescendo la biodiversità dei territori, recuperando la fertilità dei terreni e preservando le fonti idriche ed il loro accesso. Questo comporta una compartecipazione lungo tutta la filiera dalla terra alla tavola ed una condivisione degli obiettivi, attraverso azioni sociali e collaborazioni politiche anche fra i vari Paesi. In pratica, occorre agire per riequilibrare il bilancio del carbonio tra emissioni e sequestrazione, orientare i contributi agricoli per sostenere produzioni favorevoli per l’ambiente e la salute e per la transizione verso l’agricoltura rigenerativa; assicurare contributi per il riciclo delle plastiche, l’introduzione di nuove tecnologie di riciclo, compresa la raccolta, nel principio di un’economia circolare della plastica.

Le imprese agroalimentari sono chiamate a dare uno specifico contributo a tali azioni, rimodellando circuiti di fornitura, processi di trasformazione ed anche modalità di presentazione e confezionamento dei prodotti. Grandi imprese internazionali come Unilever hanno annunciato specifici impegni come l’equilibrio nel bilanciamento del carbonio al 2030, l’uso di materie prime ottenute certificate sostenibili e di materiali di confezionamento riciclabili o biodegradabili.

Anche le piccole e medie imprese coinvolte nelle produzioni territoriali, possono giocare un grande ruolo nel riorientare le produzioni, promuovendo il valore ambientale e sociale dei prodotti alimentari. Anzi, debbono farlo.

TESEO.clal.it – Emissioni GHG2 da agricoltura nel 2011

Fonti: Unilever, Food Navigator

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Pubblicato da

Leo Bertozzi

Agronomo, esperto nella gestione delle produzioni agroalimentari di qualità e nella cultura lattiero-casearia.