Il consumatore percepisce la migliore qualità
1 Febbraio 2017

Giovanni Bianconi
Sommacampagna, Verona – ITALIA

L’allevatore Giovanni Bianconi

Azienda Agricola Bianconi Giuseppe & Figli.
Capi allevati: 100.
Ettari coltivati 30.
Destinazione del latte: Centro Latte Verona.

Nonostante una passione per l’arte che si trascina dai tempi del Liceo artistico (all’epoca Istituto d’arte) e poi degli studi in Architettura, Giovanni Bianconi di tempo libero non ne ha. La mostra su Picasso a Palazzo Forti, a Verona, non l’ha ancora vista. Gli consigliamo di prendersi lo spazio. Che in effetti è limitatissimo.

“Siamo io e mio figlio Marco, che ha 36 anni e una passione sfrenata per l’allevamento, a condurre l’azienda. Non abbiamo dipendenti e l’impegno richiesto è molto”, dice Bianconi.

L’azienda è a Sommacampagna (Verona) con 100 capi fra mungitura e rimonta; a fare da corollario ci sono 30 ettari coltivati a seminativo e prati foraggeri. La produzione del latte nel 2016 è stata sui 120 quintali per capo/anno. La materia prima è conferita al Centro Latte Verona, di cui Giovanni Bianconi è presidente. La cooperativa veronese a sua volta è socia della Latteria Sociale Mantova.

Il Centro Latte Verona è una realtà con circa 160 aziende associate, in crescita rispetto al 2016, il 65-70% situate in Lessinia. La produzione annua è intorno ai 62 milioni di litri/anno. Lo scorso anno si sono inventato il marchio “Latte Verona”, che sta andando bene e promuove il prodotto locale identitario sul territorio.

Presidente Bianconi, come sta andando il progetto?

“Bene. È in continua crescita. Con Latte Verona parliamo di un marchio locale, distribuito però in tutte le più importanti catene di distribuzione. Siamo presenti da Migros, Rossetto, Conad, Despar, Esselunga, Famila, Auchan, Pam”.

Che prezzi avete?

“Sul latte fresco siamo a 1,40 euro al litro, mentre a 1,10 e 1,15 euro al litro per il latte a lunga conservazione scremato e intero. Parliamo di latte di montagna della Lessinia, di ottima qualità, riconosciuta e ricercata dai consumatori. Stiamo avendo molte soddisfazioni e non abbiamo intenzione di abbassare i prezzi. Poi abbiamo fra i prodotti anche il latte UHT a lunga conversazione, intero e parzialmente scremato, e yogurt, intero e magro, bianco e al gusto di albicocca, banana, caffè, fragola e cereali”.

Avete intenzione di aumentare i volumi?

“L’intenzione è quella, in effetti. Siamo partiti da zero, ma ci stanno conoscendo sul territorio. Puntiamo anche ad ampliare la gamma delle produzioni e proporre burro, ricotta, mozzarella”.

La lavorazione e il packaging sono affidati alla Centrale del Latte di Vicenza. Siete contenti?

“Sì. Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. Vicenza è una centrale all’avanguardia, ha macchinari che valorizzano il nostro latte e siamo soddisfatti”.

L’innovazione è importante, par di capire.

“Moltissimo. Se con una macchina all’avanguardia la pastorizzazione del latte dura meno, si preserva maggiormente la qualità e il consumatore lo percepisce. Ed è stato grazie a questo meccanismo, in cui ogni anello della filiera si adopera per migliorare la qualità, che il consumatore sta ricercando il Latte Verona”.

Quali sono stati gli aspetti più complessi del progetto?

“Ci siamo ritrovati catapultati in un mondo nuovo, a noi totalmente sconosciuto, che è quello della grande distribuzione organizzata. L’impatto con questi signori, che hanno il potere assoluto sugli acquisti, è stato duro. Questo ci ha fatto capire perché l’agricoltura è in queste condizioni: decidono quello che vogliono e le conseguenze le pagano i produttori”.

Siete presenti anche nei negozi o solo nella Do?

“Il marchio Latte Verona è presente anche nei bar, panetterie, pasticcerie, è un lavoro di distribuzione capillare”.

Distribuite direttamente voi?

“No. L’accordo che abbiamo sottoscritto con la Centrale del Latte di Vicenza è molto semplice: noi conferiamo il latte e la Centrale del Latte di Vicenza impacchetta e distribuisce”.

I contratti con la Gdo?

“Contatti e contratti li abbiamo invece gestiti personalmente”.

Parlando di mercato, qual è la situazione?

“Siamo soci alla Sociale di Mantova e faremo il bilancio 2016 con loro. I contratti che abbiamo sottoscritto sono comunque abbastanza buoni”.

Come giudica l’inserimento del Grana Padano nei parametri legati all’indicizzazione del prezzo?

“Lo ritengo positivo. La previsione di quel parametro è fondamentale per valorizzare il prodotto secondo l’indirizzo del territorio. Inoltre, l’inserimento dei valori del Grana Padano Dop ci porta ad alzare la media delle quotazioni”.

Ipotizza che possano innescarsi tendenze speculative ribassiste per determinare una riduzione del prezzo nel contratto che subentrerà per il periodo successivo al 30 aprile?

“Fare previsioni è sempre azzardato. Interpretata così mi verrebbe da rispondere che potrebbe anche essere così: le produzioni sono in crescita e devono essere collocate sul mercato, ma è altrettanto vero che i prezzi sono buoni e la tendenza del mercato dovrebbe mantenersi stabilmente positiva o, addirittura, segnare un incremento. Non mi risulta, poi, che siano state sforate da parte dei caseifici le quote di produzione, perché il prezzo positivo degli ultimi mesi del 2016 ha portato a vendere il latte o per il consumo alimentare o per altri prodotti freschi. E c’è un altro fattore che mi fa ipotizzare che anche dopo il 30 aprile il prezzo non subirà flessioni significative”.

Quale?

“Gli industriali stanno pagando il latte al litro 40-41 centesimi alla stalla e alcuni grandi realtà hanno cominciato ad assicurare questi prezzi già da ottobre. Avendo pagato simili cifre la materia prima, non penso abbiano molto interesse a buttare giù il prezzo del Grana Padano. Immagino che per loro non sia conveniente”.

In un frangente in cui è dal 2000 che i redditi in agricoltura non sono più come prima, cosa ha spinto suo figlio a fare l’allevatore?

“Una passione sfrenata e di questo sono contento. È dai tempi di mio nonno che avevamo la coltivazione di alberi da frutto e le vacche, che d’estate portavamo in alpeggio. Mio figlio Marco si interessa di genetica, della crescita degli animali, del miglioramento della produzione e della qualità. Ma sono consapevole che è un lavoro duro. Senza dipendenti lavoriamo 365 giorni all’anno”.

Nelle fotografie, CLAL incontra Produttori del Centro Latte Verona Soc.Coop e dirigenti di Centrale del Latte di Vicenza s.p.a. in Lessinia – Malga Spazzacamina, Agosto 2016.

Irrigazione e benessere animale saranno i punti cruciali
30 Novembre 2016

Giuseppe Magoni
Maclodio, Brescia – ITALIA

L'allevatore Giuseppe Magoni
L’allevatore Giuseppe Magoni

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto.
Capi allevati: 650 | 330 in mungitura.
Ettari coltivati 340.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(caseificio Bresciangrana).

“Dove ci stanno 100 vacche bisogna metterne 90, non 110. Il benessere animale è molto di più di una normativa da osservare, è una regola per permettere agli animali di produrre di più e meglio, con meno problemi sanitari e, dunque, con minori costi aziendali”.

È la declinazione della sostenibilità secondo Giuseppe Magoni, allevatore di Maclodio (Brescia), con 340 ettari coltivati e una duplice vocazione zootecnica. “Allevo 650 capi da latte, dei quali 330 sono vacche in mungitura, e 850 scrofe, per una produzione annuale di circa 12.000 suini tra svezzamento e ingrasso”.

Il latte, circa 39.000 quintali all’anno, sono destinati al caseificio Bresciangrana per la produzione di Grana Padano.

Alleva bovine da latte e suini. Qual è il settore che le dà maggiore soddisfazione?

“Non ho mai fatto distinzione tra vacche e suini. Per 30 anni mi sono sentito dire che ero fortunato ad avere i suini. Negli ultimi anni mi sono chiesto se era davvero così. Sinceramente credo che l’impegno in stalla, le problematiche e le soddisfazioni siano uguali”.

Lei ha problemi di direttiva nitrati o 340 ettari sono sufficienti per il carico zootecnico?

“Ho tre aziende e ho terreni a sufficienza. Certo si fatica a rimanere entro i limiti e io opero la separazione fra solido e liquido, in modo da non superare la deroga concessa alla Lombardia di 250 chilogrammi per ettaro/anno”.

In Italia meno di 1.000 aziende hanno beneficiato del programma di riduzione volontaria della produzione, premiato con 14 centesimi al litro. Lei per caso è fra queste imprese?

“No e non conosco nessun allevatore che ha aderito. Forse in Germania il ritorno di 14 centesimi al litro per non produrre è più conveniente, in provincia di Brescia gli allevatori, se potessero, metterebbero le vacche anche sotto il letto”.

Condivide?

“No. La mia regola è: mettere 90 capi dove ce ne starebbero 100. Non capisco perché, invece, i miei colleghi sono masochisti. Il mio motto è: lavorare, non tribolare”.

Con un carico zootecnico come quello delle sue tre aziende, ha mai pensato alle energie rinnovabili?

“Sì, certo. Avrò fatto 10 preventivi per un impianto di biogas, ma poi ho rinunciato”.

Perché?

“Un investimento in quella direzione non mi sembrava logico. Punto a migliorarmi come allevatore, rendendo sempre più efficiente l’attività aziendale. Non voglio avventurarmi in altre attività”.

In quanti lavorate in azienda?

“In 22, sette familiari e 15 dipendenti. Io ho 55 anni, mio figlio 33 e fa il jolly. Si occupa di tutto, dalla fecondazione delle scrofe la domenica al segmento della meccanizzazione, dell’attività in campagna. Ognuno di noi in famiglia ha una propria mansione specifica, supportato dagli operai”.

La Baviera nei giorni scorsi ha annunciato che avvierà una campagna di marketing aggressivo per conquistare il mercato italiano. Qual è il suo commento?

“Loro fanno il loro gioco e fanno bene. Se non reagiremo credo che, Made in Italy o meno, soccomberemo alla Baviera, ammesso che sia più forte e riesca a conquistare i consumatori. Dobbiamo comunque riflettere”.

Ritiene che il latte biologico sia un’opportunità?

“Credo di sì, anche se vi sono due ostacoli principali: la conversione e i foraggi. Intorno a me chi ha provato ad avventurarsi nel comparto biologico è fallito, per cui, anche se so che c’è molta richiesta, quando sento parlare di bio mi si drizzano i pochi capelli in testa. Secondo me è più facile la strada del no-ogm, che è apprezzata comunque dal consumatore. Si rischia di meno ed è più semplice”.

Parlando di ogm e semplificando al massimo, lei è favorevole o contrario?

“Ascolto gli scienziati e mi oriento secondo la logica. Sono però favorevole al loro utilizzo, perché viviamo contraddizioni che complicano la vita di noi allevatori. Non possiamo coltivare prodotti geneticamente modificati, però li dobbiamo acquistare se non vogliamo ritrovarci pieni di aflatossine. Forse se potessimo coltivarli eviteremmo le importazioni, calerebbero i consumi di medicinali e migliorerebbe la qualità della vita degli animali”.

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di coltivare e allevare?

“Forse l’innovazione nell’irrigazione sarà uno dei punti cruciali, insieme al benessere animale. L’obiettivo è quello di semplificare tutti i passaggi dell’allevamento e dell’agricoltura in campo”.

Quali sono i suoi hobby?

“Il calcio. In passato ho anche fatto l’allenatore nelle squadre giovanili. Poi mi piace leggere, preferibilmente libri di letteratura e filosofia greca, una passione che mi ha trasmesso mio figlio”.

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto
Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto

Sostenibilità e passione in stalla
8 Novembre 2016

Isalberto Badalotti
Borgo Virgilio, Mantova – ITALIA

L'allevatore Isalberto Badalotti
L’allevatore Isalberto Badalotti

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Capi allevati: 600.
Ettari coltivati: 185.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Latteria Sociale Mantova).

Sostenibilità in azienda: che cosa fate?

“La sostenibilità in azienda è un percorso complesso, ottenuto attraverso più elementi: il miglioramento della produttività e delle rese, l’abbattimento dei costi variabili, il rispetto dei suoli e la riduzione dell’impatto della chimica”.

Così Isalberto Badalotti, allevatore e veterinario di Borgo Virgilio (Mantova), uomo simbolo dell’Associazione mantovana allevatori, della quale è stato direttore per 34 anni, sintetizza il concetto di sostenibilità. Un obiettivo che, al di là del clamore che le tendenze neo-ambientaliste sollevano, le aziende agricole e zootecniche più all’avanguardia perseguono in silenzio, ma con ostinazione.

Lo sa bene Isalberto Badalotti, che insieme al fratello Ivano e al nipote Luciano conduce un’azienda di 185 ettari e con 600 capi, per una produzione totale di latte di circa 30mila quintali all’anno, conferiti alla Latteria Sociale Mantova per la produzione di Grana Padano.

Nell’azienda alle porte di Mantova è in costruzione una nuova struttura, finalizzata ad ospitare tutti gli animali giovani e a migliorare l’impatto della meccanizzazione, in modo da incrementare le produzioni e a gestire la stalla con lo stesso numero di addetti. “Puntiamo in questo modo a ridurre i costi aggiuntivi e a diminuire i costi fissi”.

Quali altri investimenti avete fatto, recentemente?

“Abbiamo costruito un separatore solido-liquido, per migliorare la qualità del prodotto destinato allo spandimento nei campi, in modo da utilizzare solamente la parte solida. I risultati di questa nuova formula di concimazione sono molto soddisfacenti”.

Qual è il risparmio?

“Non trasportando più la parte liquida abbiamo ridotto sensibilmente gli spostamenti, ma allo stesso tempo siamo riusciti a tagliare del 30% l’acquisto di urea e pensiamo di avere ancora margini di contenimento del concime chimico”.

Quali sono le nuove tecnologie che possono fare la differenza?

“Nell’ambito della mungitura sono i robot. Si stanno diffondendo anche nelle nostre zone. Noi per ora non pensiamo di adottarlo, in quanto impegnati con un investimento significativo, ma affronteremo la questione. Il robot di mungitura semplifica il lavoro e permette anche alle donne di poter seguire la mungitura, in quanto non richiede sforzi fisici. Anche i giovani, per le tecnologie coinvolte, sono avvantaggiati. Poi vi sono le innovazioni legate alla gestione dei campi”.

Quali ritiene siano prioritarie?

“Oggi c’è molta attenzione all’ottimizzazione delle risorse idriche e alle caratteristiche del suolo. Sta crescendo l’interesse verso quelle macchine combinate che riescono a ridurre le operazioni in campagna, eliminando magari l’aratura e preparando il terreno per la semina con meno passaggi. Così si preservano le caratteristiche del suolo e si ha un risparmio energetico. Sono macchine costose, per lo più in mano ai contoterzisti, che sono sempre più coinvolti nella crescita delle aziende agricole”.

Come vede il futuro dei formaggi?

“Oggi il settore guarda al futuro con maggiore ottimismo, grazie alla ripresa dei prezzi del latte, del burro, dei formaggi Dop, con il Parmigiano-Reggiano che sta rialzando la testa più velocemente del Grana Padano. Anche la campagna contro l’olio di palma ha favorito la ripresa delle quotazioni delle panne. È innegabile che i primi 6-7 mesi del 2016 sono stati molto pesanti e non so se riusciremo a compensare le perdite che le stalle hanno subito fra gennaio e luglio, per non parlare dei mesi precedenti. Bisogna anche dire che, con il prezzo del latte così basso, qualcuno ha pensato di produrre formaggio bianco, convinto di guadagnare qualcosa. Ma l’unico risultato è stato quello di intasare il mercato, influenzando negativamente anche i Dop”.

Sta aumentando l’interesse per il latte biologico. Cosa ne pensa?

“È un settore che senza dubbio sta crescendo. Per molto tempo è stato visto con scetticismo, eppure più di una stalla ha scelto di percorrere questa strada. Trovo che sia una scelta intelligente, alla luce anche della domanda in aumento. Va valutata tale opportunità caso per caso. Da veterinario mi lascia perplesso la parte relativa alle cure omeopatiche e la loro efficacia, ma prima di esprimere giudizi definitivi vorrei approfondire compiutamente anche questi aspetti”.

Che consiglio desidera dare ai giovani allevatori?

“Chi vuole allevare animali deve avere una forte passione. Se manca, è inutile cimentarsi nell’attività. Non è facile, richiede impegno costante. Una stalla non è un’azienda normale, che il venerdì chiude e riapre il lunedì. Non è possibile, poi, meccanizzare tutto: gli animali sono esseri viventi e non hanno comportamenti sempre uguali. Però l’allevatore è uno dei lavori più belli e con la passione si supera tutto. Si è visto comunque sul campo: chi aveva passione è riuscito a migliorare e ad ampliare le proprie aziende, gli altri no”.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano

 

I giovani rappresentano il nostro futuro
20 Ottobre 2016

Marco Baresi
Lonato del Garda, Brescia – ITALIA

L'allevatore Marco Baresi
L’allevatore Marco Baresi

Baresi Innocente e figlio Marco S.S. Società Agricola
Capi allevati: 700 bovine da latte.
Ettari coltivati 80.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Gardalatte).

Marco Baresi alleva circa 700 bovine da latte a Lonato del Garda (Brescia) e produce circa 32.000 quintali di latte all’anno, conferiti a Gardalatte per la produzione di Grana Padano. Coltiva 80 ettari e ha un impianto di biogas da 250 kilowatt, alimentato a reflui zootecnici (90%) e biomasse (10 per cento).

Baresi è anche vicepresidente della cooperativa Agricam di Montichiari, realtà con 2.500 soci e 2.000 clienti. Il core business sono i prodotti petroliferi e affini, la vendita e il noleggio di trattori e servizi per le automobili.

In Francia stanno parlando di marchi regionali per incentivare il consumo di latte francese. Cosa ne pensa? Potrebbe essere replicata anche da noi? Potrebbe altrimenti essere applicata la strategia del marchio in contesti specifici, come ad esempio la montagna?

“Tutto quello che ha logica imprenditoriale ci può stare. Legare un prodotto al territorio va benissimo, ma credo che si debba attivare, allo stesso tempo, una rete di promozione capillare. Le faccio un esempio, da vicepresidente della cooperativa Agricam: abbiamo organizzato una gita per i soci, ma solo metà di loro erano effettivamente nostri soci; gli altri erano amici, parenti, persone che si sono aggregate volentieri alla nostra iniziativa. Ecco, perché non sfruttare lo stesso bacino di conoscenze, competenze e vicinanza per i prodotti del territorio?”.

Secondo lei è possibile promuovere un marchio Lago di Garda?

“Sì, certo. Abbiamo un’immagine forte e un buon numero di turisti, anche dall’estero. Un marchio unico e coordinato potrebbe aiutare, non solo con riferimento al lattiero caseario. Pensi al vino e ai consorzi di promozione e tutela”.

Da Bresciano come vive l’ipotesi che con la Riforma Madia sugli enti pubblici il Comune di Brescia si debba liberare delle quote della Centrale del Latte di Brescia? Il vostro mondo ne sta parlando?

“Ne siamo a conoscenza e qualcosa si è mosso. Recentemente ci sono stati acquisizioni e ingressi in società, come ad esempio la cooperativa Latte Indenne, il Gruppo Granarolo, anche Coldiretti si è mossa. Il problema del mondo agricolo è che è difficile da aggregare e che non ha molte risorse, almeno con riferimento ai singoli produttori, talvolta anche se aggregati. E poi la stessa politica europea sullo Sviluppo rurale non agevola il percorso di acquisizione o aggregazione”.

Il latte biologico è un’opportunità?

“Certo. È una delle opportunità classiche per il nostro mondo. Oggi più del 30% delle nostre aziende hanno una doppia Partita Iva e si affacciano al biologico, che non è una missione facile, bisogna dirlo. Non si tratta solo di accendere o spegnere un interruttore, perché convertirsi al biologico, prima ancora che una scelta di business, è di natura culturale. Se l’imprenditore non ci crede, inutile che lo faccia”.

Vi sono aree o situazioni più vocate?

“Premesso che la molla deve essere culturale e maturata convintamente, credo che in parte vi siano zone non più vocate, ma che si potrebbero prestare di più per la loro natura. Penso alla zona dei prati stabili tra Marmirolo e Goito oppure in Valcamonica, nella zona della media e più ancora dell’alta valle. Credo che sia più facile produrre latte biologico in quelle aree, invece che nella Bassa Bresciana, magari in aziende con 500 vacche in mungitura”.

Secondo lei la strategia dei 14 centesimi al litro di latte per non produrre è vincente?

“Per le aziende della Pianura Padana credo proprio di no. Forse qualcuno può rientrare nei parametri del decreto ministeriale e riesce a trarne beneficio, ma in linea di massima non ritengo che sia una scelta conveniente per l’area padana. Abbiamo stalle di una dimensione media significativa, con una vocazione a produrre, non penso che eliminando una parte degli animali per tre mesi sia sufficiente per una svolta strutturale che, complessivamente, è molto lontana dalla strategia del nostro settore”

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di fare agricoltura?

“Gli aspetti innovativi sono molti: biologico, minima lavorazione, agricoltura e zootecnia di precisione. Ma la differenza la faranno la mentalità e la professionalità. I giovani di oggi sono diversi rispetto a qualche anno fa e rappresentano il nostro futuro. Sono cresciuti notevolmente, hanno curiosità e preparazione, sono dinamici e attenti. Sono loro che innoveranno, tanto in azienda quanto nei rapporti con le banche. L’impresa del futuro passa attraverso di loro e alla nuova cultura imprenditoriale”.

Come mai la cooperazione è meno diffusa nel Bresciano e nel Cremonese rispetto al terzo vertice del cosiddetto “Triangolo del latte”, cioè Mantova?

“Bella domanda. Cremona ha un territorio totalmente diverso da Brescia, i terreni sono padronali, se così possiamo definirne la dimensione. A Brescia ci sono grandi realtà, è vero, ma siamo anche più personalisti, ci muoviamo singolarmente. Mantova ha una cultura diversa. Ma credo che anche Brescia e Cremona abbiano cominciato a lavorare con più sinergie, consapevoli che siamo un mercato comune, ormai. E poi Brescia, se anche non ha una cooperazione forte come Mantova nell’agroalimentare, vanta numeri importanti in altri settori extra-agricoli”.

Il futuro è raccontare la filiera del latte
2 Agosto 2016

Piergiovanni Ferrarese
Sorgà, Verona – ITALIA

L'allevatore Piergiovanni Ferrarese
L’allevatore Piergiovanni Ferrarese

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Capi allevati: 300 | 130 in mungitura.
Ettari coltivati: 125.
Destinazione del latte: Latte Alimentare (Scaligera Latte).

“La missione del futuro è parlare del prodotto, raccontare la filiera del latte, promuoverla, sostenere l’accesso al credito e le start up, far conoscere ai consumatori che cosa sta dietro un litro di latte, dalla mangimistica all’alimentazione, dalla produzione alla commercializzazione. Invece gli stessi allevatori sono rimasti fermi a farsi la guerra, mentre montava un ambientalismo estremista, che accusava i produttori di inquinamento. A Bruxelles dobbiamo essere uniti, perché non abbiamo più margini per pagare le guerriglie dei Vietcong del no”.

Ha le idee chiare Piergiovanni Ferrarese, 24 anni, una laurea in Giurisprudenza (“con una tesi sull’aggregazione in agricoltura, ci tengo molto che si sappia”, spinge) e un’azienda di famiglia di 125 ettari in proprietà a Sorgà, nel Veronese, con 300 capi, dei quali 150 in mungitura. Il latte viene venduto alla Scaligera Latte, guidata dallo zio Carlo.

Tra i rappresentanti dell’Anga Veneto di Confagricoltura, recentemente Ferrarese ha conquistato la rappresentanza italiana all’interno del Gruppo latte del Ceja, il Consiglio europeo dei giovani agricoltori.

Quali sono le esigenze dei giovani?

“Da noi una delle principali esigenze, forse la prima per importanza, è l’accesso al credito. Troppe volte le banche rendono impossibile l’accesso al credito e troppo speso si lasciano abbindolare dalle mode del momento, non finanziando magari progetti o start up che non rispecchiano le tendenze in atto. A livello nazionale, poi, scontiamo ritardi che penalizzano ulteriormente il sistema agricolo. Sotto la presidenza dell’amico Matteo Bartolini, il Ceja aveva ottenuto dalla Banca degli investimenti europei (Bei) un canale privilegiato per ottenere finanziamenti agevolati in agricoltura. In alcuni paesi l’operazione ha avuto seguito, in Italia non mi risulta”.

La Pac dà sufficienti risposte? Come si potrebbe migliorare?

“La Pac cerca di dare risposte, ma soffre innanzitutto un problema di burocrazia elefantiaca. Invece, dovrebbe trasformarsi rapidamente in uno strumento di rafforzamento di idee concrete, sostenute da business plan ponderati. Dobbiamo metterci in testa che le risorse disponibili saranno sempre meno, mentre gli sforzi richiesti agli agricoltori saranno più pesanti. Noi giovani agricoltori abbiamo una sola missione: migliorare la qualità delle produzioni, ma per farlo è necessario investire. Allo stesso modo, ritengo siano determinanti gli scambi imprenditoriali, per sostenere la circolazione delle idee e delle esperienze”.

Come giudica il Pacchetto Latte anticrisi approvato nelle scorse settimane a Bruxelles?

“Un ottimo punto di partenza, anche se suddivisi tra gli Stati Membri sono briciole. L’Italia è al 17° posto per risorse disponibili, in rapporto alla quantità di latte prodotta. Per essere finalizzati a sostegno della zootecnia è necessario che tali fondi siano impiegati per finanziare progetti veri e concertati con gli agricoltori. Ma se gli allevatori per ottenere gli aiuti dovranno spendere tempo e denaro per compilare carte, allora si cambi strategia e si finanzino l’approccio al mercato e misure per l’export”.

Molto spesso si parla di export come via prioritaria per la ripresa. Quali sono, dal suo osservatorio, le maggiori difficoltà che il sistema lattiero caseario italiano incontra nella fase di export?

“I punti deboli sono molti. Il primo riguarda l’approccio al mercato. Ci sono paesi che hanno studiato la domanda, altri hanno cercato di imporre l’offerta. Se non si conoscono i mercati internazionali è molto complicato avere successo, non si può più andare allo sbaraglio. I produttori dovrebbero essere più etici, più trasparenti, seguire nella filiera lattiero casearia quanto avvenuto nel mondo del vino, aprendo le cantine ai consumatori. E allora: apriamo le stalle ai visitatori, facendo leva sulla forza del territorio. Un altro elemento riguarda le certificazioni: il bollino non è la salvezza di tutto. Ci siamo affidati sempre e solo alle Dop: credo siano la strada maestra, ma non l’unica. Iniziamo a confrontarci con gli altri paesi e troviamo strategie comuni”.

Qual è la sua opinione sulla Brexit?

“È un campanello d’allarme per disegnare un’Europa agricola totalmente diversa da quella che abbiamo. E l’Italia deve contribuire alla costruzione di una Ue più moderna e al passo con le sfide del mercato e le esigenze dei popoli. Bisogna rimanere uniti, perché il futuro è insieme. Chi parla di ritorno alla lira è fuori dal mondo. Si cammina insieme. E per arrivare a politiche più coese e condivise in agricoltura, forse l’Italia dovrebbe riflettere sul fatto che siamo l’unico paese con 21 Psr”.

Pensa sia più corretta la centralizzazione?

“Se in Italia centralizzare vuol dire fare come Agea, allora no, grazie. La regionalizzazione va bene se le Regioni funzionano. La mia azienda si trova in Veneto e in Lombardia e in entrambe le realtà l’amministrazione risponde ai cittadini. In altre parti del Paese non è così e i Programmi di sviluppo rurale stentano a decollare. Questo è un serio problema per il sistema agricolo nazionale”.

Che fare, dunque?

“La soluzione è forse ragionare per macroregioni, tenendo ben presente che alcune politiche di controllo e di sicurezza debbano essere regolamentate a livello comunitario. Abbiamo bisogno di regole comuni per competere e svilupparci allo stesso livello”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Alla farmaceutica: molto spesso abbiamo a che fare con prodotti vietati in Italia, ma ammessi in altri Stati dell’Ue, come in materia di zootecnia da ingrasso o di tempi di sospensione dei farmaci nella produzione del latte, che in Italia sono di cinque giorni e in altri paesi sono di zero. E poi, dobbiamo armonizzare la burocrazia ed eliminare tutte quelle norme anacronistiche”.

Mi faccia un esempio.

“Pensi alle imposizioni legate alla Bse, che sono divieti e costi in più per l’allevatore”.

Cosa pensa del latte biologico?

“Dire sì o no al biologico è folle. Il biologico è un’ottima alternativa; è una possibilità, visto che il mercato lo richiede. Come giovani agricoltori crediamo che il produttore debba osservare innanzitutto un modus operandi etico, ma allo stesso tempo l’Unione europea deve garantire controlli e regole uguali per tutti gli stati Membri. Demandare regolamenti e certificazioni a livello nazionale non ha senso”.

Parliamo di innovazione: cosa pensa dei robot di mungitura?

“Li sto studiando da diversi anni, con molto interesse. Credo che nei prossimi anni non potremo farne a meno; ma si tratta di una tecnologia che non sostituirà mai il ruolo dell’uomo, al massimo, sarà un alleato dell’allevatore”.

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.

Mostrate ai consumatori cosa facciamo nelle stalle
25 Maggio 2016

Silvano Cobelli
Cavriana, Mantova – ITALIA

L’allevatore Silvano Cobelli

Azienda Agricola Società Agricola Cobelli
Capi allevati: 210 | 100 in mungitura.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(Zanetti S.p.A.).

Silvano Cobelli, 48 anni, allevatore di Cavriana con 210 capi allevati, di cui 100 in mungitura; 60 ettari coltivati a medica, mais, prato stabile e vigneto (che è l’altro business dell’azienda), conferisce il latte a Zanetti per la produzione di Grana Padano.

Ha avuto problemi con la consegna di latte?

“Nessuno, ho rinnovato il contratto dal 1° aprile, con un prezzo in linea col mercato”.

Conosce allevatori che sono rimasti a piedi con la consegna del latte?

“No, nella mia zona nessuno. In Liguria so che è stato risolto il problema, ma è una follia arrivare a gettare il latte nei fossi”.

Quali suggerimenti ha per risolvere questa crisi così pesante?

“La crisi deriva dalla cattiva gestione del dopo quote. Tutti hanno aumentato la produzione di latte, l’embargo russo ha fatto venire meno uno sbocco di mercato importante. Era inevitabile: in Europa si producono circa 22 milioni di quintali di latte in più e i prezzi sono crollati”.

Condivide il piano produttivo del Grana Padano?

“Sì, se si decide una linea va seguita. Il piano produttivo non può essere valido per tre mesi sì e due no e viceversa. Una volta adottato si rispetta e si farà annualmente, magari, un controllo di funzionalità. In caso contrario andremmo ad appesantire un mercato già abbastanza gravato da fattori esterni”.

Nella vostra azienda qual è la prima voce di spesa?

“L’irrigazione: paghiamo 600 euro/ettaro all’anno. Per irrigare abbiamo turni settimanali e si innaffia una volta ogni 8 giorni, ma paghiamo comunque la medesima cifra, qualunque coltura sia in campo”.

Che cosa suggerisce?

“Potremmo introdurre contatori dell’acqua sugli idranti e pagare in base ai consumi e non in base alle superfici”.

Producete anche vini DOP dei Colli Morenici. Andando oltre il prezzo, vi dà più soddisfazione il vino o il latte?

“Sono due mondi diversi. Nel vino metti di più della tua iniziativa, puoi scegliere l’etichetta, la destinazione di mercato, hai contatti diretti con i privati, i ristoratori, le enoteche. Ma anche il latte ci dà molta soddisfazione, perché possiamo contare su una buonissima genetica, ottime medie di produzione, una qualità che ci viene riconosciuta. Questo ci porta a lavorare con passione e a continuare a investire”.

Quali investimenti state facendo?

“Abbiamo cambiato il sistema di podometri alle vacche, in un futuro potremmo avere la sala robotizzata o il robot di mungitura. Abbiamo i collari che misurano la ruminazione degli animali, per avere sempre di più le bovine sotto controllo e migliorarci ulteriormente”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo energetico?

“Abbiamo installato un fotovoltaico per autoconsumo già cinque anni fa. Ci riduce la bolletta della luce anche della metà in estate, forse anche di più”.

Che suggerimenti desidera inviare al Consorzio di tutela del Grana Padano?

“Far conoscere di più ai consumatori cosa facciamo nelle stalle, perché spesso passa il concetto che sfruttiamo gli animali, quando non è così. Inoltre, dovremmo spiegare ai consumatori come si fa il Grana Padano. Me ne accorgo quando vendo il vino in cantina: non appena si accorgono che ho anche la stalla, sono tutti incuriositi e affascinati dal nostro lavoro. È bellissimo, raccontiamolo di più”.

Società Agricola Cobelli
L’Azienda Agricola Società Agricola Cobelli

Società Agricola Cobelli

Società Agricola Cobelli

Il nuovo Presidente del Parmigiano Reggiano DOP dovrà fare squadra con il Consiglio
10 Maggio 2016

Matteo Salati
Olmo di Gattatico, Reggio Emilia – ITALIA

L'allevatore Matteo Salati
L’allevatore Matteo Salati

Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.
Capi allevati: 1.000 | 400 in lattazione.
Ettari coltivati 280.
Destinazione del latte: Parmigiano Reggiano DOP (Caseificio del Milanello Terre di Canossa).

Con 280 ettari coltivati interamente a mais e foraggere (medica, frumento da foraggio, prato stabile, loietto e panico) e una stalla con 1.000 capi (di cui 400 in mungitura), l’azienda in cui Matteo Salati di Olmo di Gattatico (Reggio Emilia) lavora è occupata da 8 lavoratori fissi e 2 part time. Un piccolo esercito.

“Io e mia moglie Ilaria ci occupiamo della gestione dell’allevamento, mio fratello Lorenzo campagna, mio papà Vincenzo dell’amministrazione e del caseificio Milanello di Campegine di cui è presidente e dove destiniamo il latte per la produzione di Parmigiano Reggiano”, spiega Matteo Salati.

Le dimensioni innescano inevitabilmente economie di scala e, allo stesso tempo, l’attenzione alla sostenibilità è elevata.

“Per ridurre il consumo energetico abbiamo cambiato l’impianto di ventilazione. Questo ha portato un beneficio di 5 kwh consumati in meno nei mesi estivi. Inoltre, abbiamo montato le piastre per raffreddare il latte, grazie alle quali risparmiamo i due terzi dell’energia, che prima era necessaria. Il tutto con una spesa sopportabilissima. Il calore recuperato serve per scaldare l’acqua destinata agli animali”.

E sul consumo idrico?

“Abbiamo livellato una quota importante dei nostri terreni, tanto che oggi sia i prati stabili che le superfici che irrighiamo a scorrimento richiedono meno acqua”.

Il Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano nei giorni scorsi ha annunciato l’operazione di valorizzazione del prodotto di montagna. Pensa sia positiva?

“Per me è giusto che si valorizzi la montagna, perché l’agricoltura tutela il territorio e l’occupazione, con un indotto importante. In zona collinare e montana viene fatto circa un quarto del totale del Parmigiano-Reggiano. La mia è un’opinione disinteressata sul piano aziendale, essendo collocato nella Bassa reggiana. Tuttavia, ritengo che sia giusto, a patto che il prodotto sia davvero di montagna e non frutto di una lavorazione in montagna, ma con latte di pianura”.

E come si può garantire la tracciabilità del latte di montagna?

“Guardare innanzitutto dove è ubicata la stalla. E affidare la vigilanza sulla qualità agli organi preposti, potenziando con la condivisione del Consorzio dove è più necessaria”.

L’assemblea del Parmigiano-Reggiano ha votato la prosecuzione del piano produttivo per altri tre anni. È soddisfatto?

“Credo che l’impianto del piano produttivo sia migliorativo rispetto a quello del triennio precedente. La finalità è giusta: mantenere in equilibrio la produzione di forme, in modo da evitare impennate e depressioni di prezzo che hanno punito i nostri bilanci. Serve ora la ratifica da parte di tutti i produttori. Hanno votato almeno i due terzi dei caseifici, adesso almeno i due terzi dei produttori devono approvare”.

Dopo le dimissioni di Alai, chi vorrebbe come presidente?

“Non mi sbilancerò sul nome. Sicuramente al Consorzio serve una persona che abbia le idee ben chiare non su moltissime iniziative, ma sulle più importanti, che devono essere portate a termine. Il presidente dovrà fare squadra col consiglio e puntare su temi cardine: controlli sulla qualità, anche sugli impianti del grattugiato e sugli impianti di trasformazione, la pubblicità deve essere mirata e non generalista e i piani produttivi tenuti monitorati”.

L'Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.
L’Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.

Azienda Agricola Fondo Albarossa Soc. Agr.

L'allevatore Matteo Salati

Allevamento: essere uniti fa la differenza
19 Aprile 2016

Fabiano Luppi
Gonzaga, Mantova – ITALIA

L’allevatore Fabiano Luppi

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.
Capi allevati: 130 | 60 in lattazione.
Ettari coltivati 60.
Destinazione del latte: Parmigiano Reggiano DOP (Latteria Agricola Venera Vecchia).

Fabiano Luppi, 36 anni, è un allevatore di 130 bovine da latte e di 1.400 suini all’ingrasso tra Gonzaga (area milk) e Pegognaga (maiali). La destinazione del prodotto la dice lunga sulla sua filosofia, fortemente ispirata alla cooperazione.

Il latte viene conferito alla latteria Venera Vecchia di Bondeno di Gonzaga, per la produzione di Parmigiano-Reggiano; i suini sono commercializzati tramite Opas, la organizzazione di produttori che ha ampliato i propri orizzonti, affittando il macello Italcarni e stringendo alleanze interessanti con altri player per valorizzare il prodotto.

Gli ettari coltivati dalla famiglia Luppi sono 60, con le coltivazioni classiche per la zootecnia del distretto del Parmigiano-Reggiano: erba medica, mais, erbaio di graminacee e frumento.

Crede molto alla cooperazione. Qual è il valore aggiunto?

“Essere sul mercato uniti come allevatori permette di fare una discreta massa critica e a non soccombere di fronte alle decisioni degli industriali. I vantaggi della cooperazione riguardano anche altri aspetti, come ad esempio mantenere spese più basse. Essere uniti fa la differenza, e vale anche per le stalle di grandi dimensioni, non solo per i più piccoli”.

Un’alleanza tra cooperazione e industria, secondo lei è fattibile?

“Sì, a patto che ci siano obiettivi comuni. Oggi ci confrontiamo con il mondo e dobbiamo allargare gli orizzonti, ma credo che si possa collaborare esclusivamente se c’è unità di intenti”.

Il Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano nei giorni scorsi ha annunciato l’operazione di valorizzazione del prodotto di montagna. Pensa sia una scelta positiva?

“Certamente, perché oggi è indispensabile avere una propria connotazione sul mercato. Non opero in montagna, ma nel Basso Mantovano e, sullo stesso principio del prodotto di montagna, che deve essere controllato e certificato, sono convinto che anche Mantova debba perseguire la strada della caratterizzazione produttiva, lanciando un modello di Parmigiano-Reggiano di pianura o identificato con il distretto di Mantova. La maggior parte delle persone non sa che anche nella parte di Lombardia che sta sulla riva destra del Po si produce Parmigiano-Reggiano. Dobbiamo comunicarlo e valorizzare il più possibile il prodotto. La promozione ormai è parte integrante dell’attività”.

Parlando di alleanze, ritiene auspicabile un’intesa tra Grana Padano e Parmigiano-Reggiano per la commercializzazione, magari anche all’estero?

“Iniziare una formula efficace di collaborazione sui mercati non è male. Se pensiamo che gli industriali già lo fanno, non vedo perché non si possa fare anche nella cooperazione o tra consorzi di tutela. La mia latteria, la Venera Vecchia di Bondeno, conferisce le forme al Virgilio, che commercializza sia il Grana Padano che il Parmigiano-Reggiano. La strada è quella, si può anche accorpare più realtà”.

Cosa pensa del fenomeno dei formaggi “bianchi”?

“Se il disciplinare non vieta le produzioni, si può fare. E credo che il Parmigiano-Reggiano non debba avere paura della concorrenza dei formaggi bianchi, perché è altro: più valore, più storia, qualità migliore. Ma bisogna essere bravi a farlo sapere, perché se pensiamo che basti il blasone per vendere a un prezzo soddisfacente, siamo finiti”.

Qual è l’identikit del futuro presidente del Consorzio di tutela del Parmigiano-Reggiano?

“Dovrà essere un presidente di unione. Con questo non voglio assolutamente dire che Alai non lo fosse. Le nostre sfide sono continuare a produrre di qualità e su questo versante non si deve cedere. Le ultime norme del consorzio sul grasso e sulla localizzazione delle vacche tutelano di più la qualità del prodotto, dobbiamo farcelo pagare per quello che vale”.

Qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“L’alimentazione delle bovine, che incide per circa 25 euro al quintale. Non possiamo, per i vincoli imposti dal disciplinare, comprimere i costi. Inoltre, bisogna anche fare una scelta di campo: per ottenere la qualità serve la qualità degli alimenti. Se mi limitassi a inseguire ogni mese i costi della razione alimentare la dovrei cambiare costantemente, fallendo l’obiettivo della continuità. La flessibilità non deve essere anarchia”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo idrico o energetico?

“Siamo abbastanza attenti ai costi e cerchiamo di contenerli con diverse azioni. Siamo soci della cooperativa San Lorenzo di Pegognaga e ci affidiamo al servizio di separazione dei reflui: la parte liquida viene usata come fertirrigazione dei terreni, con conseguente risparmio della spesa per i concimi chimici. La parte di scarto viene valorizzata nei digestori per la produzione di biogas.

La lotta alla piralide del mais viene fatta in maniera biologica, attraverso il drone. I risultati sono i medesimi del trattamento chimico, ma è più sostenibile e in due anni che seguo tale metodo non ho rilevato controindicazioni.

Sul versante della sostenibilità idrica ho aderito al progetto del consorzio di bonifica Terre dei Gonzaga, grazie al quale riusciamo a sapere qual è il momento migliore per irrigare”.

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.
Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.

Azienda Agricola Soc. Agr. Luppi S.S.

Formaggio Asiago: scelte partecipate e produttori responsabilizzati
5 Aprile 2016

Andrea Trentin
Thiene, Vicenza – ITALIA

L'allevatore Andrea Trentin
L’allevatore Andrea Trentin

Azienda Agricola Trentin Carlo
Capi allevati: 150 | 80 in lattazione.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP, Asiago DOP, Latte Alimentare (Latterie Vicentine).

Andrea Trentin, 35 anni, è un allevatore di Thiene (Vicenza). Alleva 150 capi, dei quali 80 in lattazione e coltiva 50 ettari, due terzi dei quali a prato stabile e un terzo a cereali, in rotazione fra mais, orzo ed erba medica.
Il latte è conferito alla cooperativa Latterie Vicentine, di cui Trentin è vicepresidente, ed è certificato per una triplice destinazione: Grana Padano, Asiago e latte alimentare di alta qualità.

Partiamo dalla cronaca: il Consorzio di tutela dell’Asiago nei giorni scorsi ha bloccato un falso su Amazon. Qual è il suo commento?

“È evidente che internet è uno strumento che tanto è utile come volano di vendita quanto è rischioso. Va monitorato e usato con estrema serietà, perché purtroppo le potenzialità sono uguali sia per chi produce che per chi froda. Ma penso che internet rimanga un’opportunità da sfruttare per vendere”.

Restiamo ancora sul Consorzio dell’Asiago: come commenta la crescita in questi anni?

“La crescita è figlia di un piano di regolamentazione dell’offerta di cui si è dotato il Consorzio, finalizzato non alla riduzione della produzione, ma alla valorizzazione del formaggio Asiago, spiegando che è un prodotto unico, non surrogabile o duplicabile altrove”.

Anche l’export è cresciuto.

“Sì, le performance sono positive. Ci sono amplissimi spazi di crescita, perché ad oggi ci sono ancora piccoli caseifici non organizzati, che potrebbero mettersi in rete e aumentare le esportazioni. E poi, accanto al piano produttivo in questi anni il Consorzio dell’Asiago ha puntato a responsabilizzare i produttori, che vivono in maniera più attiva le scelte consortili, molto più partecipate”.

Quali sono i Paesi nel mirino dell’export?

“Da un lato potremmo dire che i Paesi nel mirino sono tutti, perché siamo poco conosciuti all’estero e le potenzialità sono ovunque. La sensazione è che ci sarà più spazio in quantità in Paesi che consumano già formaggi. Potrebbe essere meno impattante crescere in Paesi vicini a noi, dove il consumo pro capite è più alto. Ma anche nei Paesi dove siamo già apprezzati è bene insistere, perché più ti allontani più diventa oneroso per un prodotto che non è strutturato per l’export”.

Guardando alla sua azienda agricola, qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Il costo alimentare, che incide per 18 centesimi al litro su un prezzo totale di vendita di 36 centesimi. Quindi incide per un 50%, almeno nel mio caso. Nella nostra azienda stiamo molto attenti ai costi dell’alimentazione e agli acquisti delle materie prime necessarie per le bovine. In questa fase, ad esempio, abbiamo strutturato la superficie coltivata per produrre più fieno del nostro fabbisogno, mentre la quantità necessaria di cereali la acquistiamo. Siamo in una zona in cui dobbiamo avere terreni sufficienti per smaltire i reflui zootecnici”.

Quali potrebbero essere i costi comprimibili?

“Uno dei costi che potrebbero essere ridotti è l’energia. Il fotovoltaico è una strada da percorrere, ma oggi è troppo oneroso per l’azienda, almeno in questa fase di mercato. Di certo noi ci siamo orientati, mano a mano che è necessario, ad acquistare macchine e attrezzature a basso assorbimento di potenza. È una caratteristica che osserviamo, prima di comprare qualcosa di utile per l’azienda. È stato così, ad esempio, per i ventilatori delle stalle: abbiamo abbattuto del 70% il consumo, che in termini assoluti incide nei periodi estivi per il 25% dei costi energetici.

Prossimamente installeremo dei pannelli solari termici per riscaldare l’acqua di abbeverata e il latte per i vitelli. Abbiamo già installato pannelli destinati al recupero del calore.

I costi aziendali si riducono anche scegliendo accuratamente le colture. Per il mais, ad esempio, scegliamo colture a ciclo brevissimo, per ridurre il fabbisogno idrico e il rischio aflatossine”.

Oltre a lei quanti lavorano in azienda?

“Due persone fisse per la mungitura, la preparazione degli alimenti e le cuccette; il papà è pensionato, ma dà un aiuto nelle fasi di mungitura. Io invece mi occupo di fecondazioni artificiali, piani di accoppiamento, gestione aziendale anche sui versanti economico e burocratico. Fra l’altro sono vicepresidente della Latterie Vicentine e sono nel consiglio direttivo del Consorzio di Tutela dell’Asiago”.

Azienda Agricola Trentin Carlo

Azienda Agricola Trentin Carlo

Il futuro delle cooperative è unirsi
21 Marzo 2016

Barbara Greggio
Goito, Mantova – ITALIA

L'allevatrice Barbara Greggio
L’allevatrice Barbara Greggio

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Capi allevati: 165 | 74 in lattazione.
Ettari coltivati 40.
Destinazione del latte: Grana Padano
(Latteria Sociale Mantova).

“Il futuro delle cooperative è unirsi, collaborare il più possibile e magari creare sinergie fra consorzi e arrivare ad avere un paniere di formaggi ampio e di qualità, per esportare senza farsi la guerra, ma raggiungendo l’obiettivo di incrementare la vendita al di fuori dell’Italia”.

Concetto chiaro e semplice, che Barbara Greggio, allevatrice di Marmirolo (180 capi e una produzione di latte di 7.600 quintali nel 2015, conferiti alla Latteria Sociale Mantova) ribadisce dopo averlo già espresso come relatrice al convegno di CLAL.it e dell’Associazione mantovana allevatori al Bovimac di Gonzaga.

“Noi della Latteria Sociale Mantova siamo comunque fortunati, perché è una realtà che esporta in tutto il mondo e ha una grande operatività”, precisa Barbara Greggio.

Al Bovimac aveva detto che il consorzio del Grana Padano dovrebbe comunicare di più i valori del formaggio. Conferma?

“Sì. Chiarisco che non è affatto una critica al Consorzio. Anzi, ho parlato con il direttore, Stefano Berni, e mi sono resa conto che stanno lavorando molto e bene. Però non sempre il consumatore riceve una corretta informazione e dovremmo interrogarci, come allevatori e come filiera, su quali azioni possiamo mettere in campo affinché passi il concetto che il Grana Padano è un formaggio buono, sano, completo come il Parmigiano-Reggiano, che forse ha un’immagine più di qualità”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Uno degli aspetti sui quali mi concentrerei è quello del lisozima. Penso che la strada sia quella di eliminarlo dal processo produttivo, perché, pur essendo una proteina assolutamente naturale, deriva dall’uovo e l’uovo è un allergene”.

Qual è la prima voce di costo dell’azienda?

“Fino all’anno scorso era l’alimentazione, perché avevamo meno terra in conduzione ed era tutta coltivata a prato stabile. Il resto delle materie prime per l’alimentazione animale le acquistavamo. Oggi, invece, coltiviamo circa 40 ettari tra proprietà e affitto. Stiamo pensando di coltivare, accanto al prato stabile, una parte a mais, a orzo da fieno o altri cereali come orzo o i miscugli che stanno prendendo piede adesso. Però appunto da alcune settimane, da quando abbiamo siglato il contratto, è l’affitto la prima voce di costo dell’azienda e non sapremmo in realtà come diminuirla”.

La sua azienda adotta metodi per ridurre il consumo idrico o energetico?

“Essendo in affitto come azienda non abbiamo intenzione di adottare i pannelli fotovoltaici, ma qualche attenzione sul recupero dell’acqua calda, ottenuta dal sistema di raffreddamento del latte, lo abbiamo adottato. L’acqua calda viene impiegata d’inverno per i vitelli e alcune volte serve per il lavaggio delle macchine”.

Di che cosa si occupa in azienda?

“Io mi occupo della mungitura e seguo l’amministrazione, il papà si occupa dell’alimentazione, cura le manze, fa le fecondazioni artificiali e segue insieme a mia madre i campi; la mamma, oltre a seguire i campi, fa un po’ il jolly e interviene dove c’è bisogno”.

Che cosa fa nel tempo libero?

“Ho ripreso a studiare Biologia all’Università di Modena e sto preparando la tesi per scoprire se i pollini dei terreni superficiali corrispondono alla vegetazione del prato stabile”.

Azienda Agricola Greggio Giuseppe
Azienda Agricola Greggio Giuseppe