Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce [intervista]
14 Giugno 2022

Prof. Francesco Pizzagalli – Amministratore Delegato di Fumagalli Salumi

Prof. Francesco Pizzagalli
Tavernerio, Como

Riassumere la filosofia di vita del professor Francesco Pizzagalli in poche battute è impossibile, così come è complesso sintetizzare una piacevolissima intervista con un filosofo imprenditore che ha talmente tanti concetti e visioni da esprimere che diventa persino spiacevole interrompere il suo flusso di coscienza per porre qualche domanda.

Se dovessimo individuare un messaggio chiave in grado di rappresentare il suo modo di essere imprenditore, forse potremmo azzardare: “Primo, non sprecare”. Un messaggio composito e di assoluta modernità, fondamentale anche per il ruolo che Pizzagalli ricopre come presidente dell’Ivsi, l’Istituto di valorizzazione dei salumi italiani.

“Non sprecare”: il primo messsaggio chiave

Non sprecare innanzitutto in senso materiale, puntare sull’economia circolare, valorizzare il lavoro (il proprio, così come quello degli altri), non perdere mai di vista la visione della sostenibilità economica, sociale, ambientale, investire tempo in un dialogo col consumatore per spiegare il senso della propria attività, ma non sprecare significa anche non perdersi a cercare il superfluo, ma dare valore a un prodotto che esprime un legame con la creatività, la qualità, il territorio.

E così, chi sostiene che la figura dell’industriale illuminato, attento alla formazione anche culturale dei dipendenti sia scomparso con Adriano Olivetti, probabilmente non conosce il professor Francesco Pizzagalli.

Il titolo di professore non è casuale né tantomeno onorifico, dal momento che per lungo tempo ha insegnato Filosofia in un Liceo, dedicandosi in parallelo all’azienda di famiglia, oggi un gruppo societario strutturato in tre realtà: Fumagalli Società agricola, Fumagalli Spa e Stagionatura Fumagalli. Insieme, fatturano circa 58 milioni di euro e impiegano circa 150 dipendenti diretti. Poco meno del 20% della forza lavoro è esternalizzato attraverso cooperative, che operano nelle sedi di Tavernerio (Como), dove ha sede il macello, e Langhirano (Parma), dove ha sede il prosciuttificio.

“Questa scelta – spiega il professor Pizzagalli – ci garantisce la continuità del rapporto lavorativo. Operano come se fossero dipendenti, con un contratto in linea con quello di categoria per livelli e retribuzione”. E questo è uno degli aspetti che certifica l’attenzione dell’azienda verso la forza lavoro, perché “senza i dipendenti e i lavoratori, non andremmo da nessuna parte”.

E l’attenzione è tale che la Fumagalli cura una propria rivista interna, “dove si parla di tutto, anche di cultura” e coinvolge i lavoratori “per chiedere loro di esprimersi nei percorsi di investimento aziendale, per condividere missione e progetti”.

Le 3 chiavi per l’internazionalizzazione

E così, se “la cosa peggiore è guardare al futuro con gli stessi occhiali del passato”, i pilastri sui quali poggia il gruppo Fumagalli sono ben saldi e indeformabili: “Il benessere animale, l’attenzione ai lavoratori e l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione”. Queste, in sintesi, le fondamenta dell’azienda, che si sono rivelate la chiave per l’internazionalizzazione, tanto che “oggi il fatturato della Fumagalli Spa per il 70% è ottenuto all’estero”.

Ci è stato più facile vendere all’estero che in Italia, e abbiamo conquistato spazi rilevanti di mercato in Europa e nel Sud Est Asiatico. E questo grazie al disegno di costruire fin dalla fine degli anni Novanta un sistema di filiera, che dal 2008 si è fortemente concentrato a rispettare il benessere animale, ben oltre gli standard di legge”, racconta Pizzagalli.

Un sistema di filiera che rispetta il benessere animale oltre gli standard di legge

Il progetto sull’animal welfare è proseguito così bene che “abbiamo ricevuto premi, riconoscimenti, abbiamo intessuto forti rapporti commerciali nel Nord Europa e, più in generale, all’estero. Il nostro modello è stato lodato persino dall’associazione britannica Onlus Compassion, che si occupa di benessere animale nel mondo anglosassone, e un anno e mezzo fa persino la Commissione Europea ha voluto girare un video per indicare agli allevatori e alla filiera la strada da percorrere”, rivela con orgoglio Pizzagalli.

Il benessere animale si è accompagnato a un’attenzione marcata verso la sostenibilità, puntando sul dialogo, la certificazione, la trasparenza, per diventare una filiera da prendere da esempio.

Le linee guida dell’azienda si interessano di perseguire la sostenibilità lungo i vari passaggi della filiera, “dalla genetica dell’animale, che è direttamente nostra, alle scrofaie, dal magronaggio agli ingrassi, dalla macellazione nella sede di Tavernerio fino al prosciuttificio, senza dimenticare le linee di confezionamento”.

Il primo bilancio di sostenibilità compilato dall’azienda risale al 2013, premessa per accelerare sulla valorizzazione del capitale umano, con una formazione intensificata dei dipendenti ben oltre gli aspetti di legge, al punto da contribuire – anche grazie alla rivista bimestrale interna – alla crescita culturale dell’intero sistema azienda”.

Il terzo pilastro oltre al benessere animale e al capitale umano è rappresentato da innovazione e digitalizzazione. “Così abbiamo operato non solo in direzione dell’ampliamento della capacità produttiva, ma ci siamo mossi anche su innovazione e digitalizzazione, così da mettere tutto il sistema in rete, per facilitare le operazioni di controllo del processo produttivo, in totale trasparenza”.

Trasparenza che significa anche avere “ogni due settimane visite ispettive”. Una casa di vetro, insomma, a tutela della propria immagine e per fare del proprio modello di filiera un punto di forza. “Durante la pandemia – specifica Pizzagalli – quando era chiaramente più difficile fare controlli dal vivo, abbiamo deciso autonomamente di installare delle telecamere a cui possono accedere tutti i nostri clienti, così da controllare cosa accade in tempo reale”.

Niente limiti alla fantasia per incontrare il consumatore

Un’altra parola d’ordine dell’azienda è “diversificare”. Niente limiti alla fantasia, nel rispetto della tradizione e per incontrare le esigenze dei consumatori. Ed ecco che, accanto alla filiera del suino tradizionale, “cinque o sei anni fa abbiamo costruito una linea biologica”.

E per declinare concretamente la sostenibilità ambientale, “dapprima abbiamo lavorato sulle fonti di energia, installando un cogeneratore per produrre energia rinnovabile, poi ci siamo concentrati sul packaging, tanto che sono ormai quattro anni che le nostre confezioni per il 75% sono fatte di carta”. Una crescita sul fronte dell’innovazione che si è rafforzata grazie alla collaborazione con Istituti zooprofilattici, centri di ricerca e Università dal Politecnico di Milano a Veterinaria a Milano.

Allo stesso tempo, “in questi ultimi anni abbiamo lavorato sulla governance e favorito il ricambio generazionale”.

Le sfide all’orizzonte sono molte e di portata epocale. “In Confindustria faccio parte del gruppo di studio sullo sviluppo della responsabilità sociale. E credo che inevitabilmente la direzione sia definita: dobbiamo infatti pensare a un sistema produttivo che abbia una sua legittimazione sociale; dobbiamo puntare al benessere e superare le disuguaglianze, rafforzando una cultura aziendale improntata alla collaborazione e, assolutamente essenziale, dobbiamo avere una capacità di visione del futuro”. Corollario inscindibile, rafforzare il rapporto con il territorio e creare valore attraverso l’impegno. “Non è la finanza che fa il bene dell’azienda, ma è il lavoro”, insiste Pizzagalli.

In tale contesto e in una contingenza attuale che vede la filiera appesantita da più alti costi di gestione (in particolare dopo la crisi in Ucraina), l’obiettivo non è produrre di più, ma produrre meglio. “Aver anticipato i tempi con una forte attenzione al benessere animale – dice – è stato il passe-partout per l’estero, dove il tema è particolarmente sentito dalla catena di distribuzione e dai consumatori, molto più che in Italia, dove l’attenzione al biologico, all’animal welfare e alla sostenibilità sono aspetti più recenti”.

La qualità non dovrà limitarsi al prodotto, ma estendersi anche agli aspetti nutrizionali, per rispondere alle esigenze dei consumatori anche in tema di riduzione dei grassi o rispetto ai conservanti. “Non dobbiamo snaturare il prodotto, ma legarlo sempre di più al territorio, adattando la tradizione e il gusto ai tempi attuali e, allo stesso tempo, imparando a raccontare l’azienda e spiegare il senso di quello che si fa”.

Lo sguardo alla sostenibilità porta il professor Pizzagalli a parlare di spreco: “Nel 2019 una ricerca del Politecnico di Milano certificò che quasi il 60% di quello che veniva sprecato, era gettato via dalle famiglie. Comperiamo di più, è un fatto culturale della società, ma dobbiamo fare in modo di applicare un modello di consumo più attento e in questo anche l’innovazione e la digitalizzazione possono aiutare a responsabilizzarci maggiormente”.

Il mercato dovrà riconoscere ad ogni componente della filiera il giusto valore

Il futuro del comparto, secondo Pizzagalli passa inevitabilmente dalla filiera, “dove il mercato dovrà riconoscere a ciascuna componente la giusta parte del proprio valore, favorendo la redditività e gli investimenti e indicando la via di un modello socialmente responsabile”.

E anche i consorzi di tutela, in quest’ottica, dovranno intervenire per definire strategie di mercato attente ai volumi, alla qualità, all’export, all’equilibrio per valorizzare una produzione che è alla base del Made in Italy di qualità.

Da Socrate a Keynes, passando per i filosofi ottocenteschi, l’importante è avere ben chiaro un messaggio, che il professor Pizzagalli ripete più volte:

“Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce, dobbiamo rimettere al centro il lavoro e il valore della persona e comprendere la direzione della nostra attività, all’interno della società e della filiera”.

Prof. Francesco Pizzagalli

La filiera integrata è la strada giusta [intervista]
7 Giugno 2022

Roberta Chiola
Borgo San Dalmazzo, Cuneo – ITALIA

Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola

“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.

Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.

Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano

Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti, un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte, due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.

I maiali allevati in soccida, con porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.

Partiamo dalla cronaca. Avete avuto difficoltà con i trasporti?

“Le risponderei ‘Ni’, perché indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e, così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori veloci”.

Qual è la situazione per i mangimi?

“È andata meno peggio di quello che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.

Come definirebbe la fase che sta attraversando la suinicoltura?

“Una premessa doverosa, perché i punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del messaggio.

La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi

Il nostro gruppo industriale ha scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di approvvigionamento”.

A proposito di integrazione di filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.

“Sì e con quell’operazione ci siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di reperibilità di materie prime.

Sono convinta che più la filiera è completa, più è forte”.

Cosa prevedete per le filiere suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere efficaci per restituire competitività?

Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia

“Le dico una cosa che può sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.

Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.

Assenza di squadra tra i vari anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.

A casa mia non funziona così. Io ho in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di collaborazione con i miei clienti.

Per me il macello è un partner e con cui confrontarmi per risolvere problematiche.

Ma a volte si sentono frasi aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.

Lei è una donna. Ritiene che il settore della suinicoltura sia maschilista?

“Io mi sono sempre trovata benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.

Nel novembre 2020 avete acquistato un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?

“Il nostro prosciuttificio ha una potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad ingrandirlo.

Le difficoltà del Prosciutto di Parma sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9 mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche si immaginano.

Mi spiace riconoscerlo, ma da quando bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.

Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export

Trovo triste che l’unico modo che in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia stato quello di sigillare meno prosciutti”.

Soluzione sbagliata?

“Secondo me è una sconfitta commerciale. L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.

Ritengo che si possa fare tanto di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare 20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.

Oggi il prezzo della coscia fresca per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase di stagionatura?

“A questi prezzi posso rispondere ‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però, ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche, compensa”.

Come mai il prezzo della coscia è così alto?

“Penso che sia, molto semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse, però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente, sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50 euro al chilo, ma ci siamo vicini.

Ricordo anche che nel 2016-2017, quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più alto”.

Il Mipaaf ha pubblicato nei giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche progetto?

“Ci stiamo provando, ma confesso che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico fino al prosciuttificio”.

Come contenere la peste suina africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?

“Sulla Psa ci sono persone molto in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non mi tolgo dalla testa è questa”.

Quale?

“Perché si è lasciato che il cinghiale proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.

La genetica suina è al centro del dibattito. Qual è la sua posizione?

“Abbiamo fatto un grande caos. Quando gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi, ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero dovuto avere più voce in capitolo”.

Quanto pesa la questione ambientale?

“A livello personale, fra auto elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più della zootecnia”.

Il Mondo chiede proteine animali di qualità [Intervista]
14 Aprile 2022

Stefano Spagni
Masone, Reggio Emilia – ITALIA

Stefano Spagni – Direttore Commerciale di Progeo Mangimi

“Mi scusi, ero in riunione per risolvere alcuni problemi di entrata ed uscita merci.” Inizia così, con due tentativi a vuoto, l’intervista a Stefano Spagni, direttore commerciale di Progeo Mangimi. Ma non c’è bisogno di scusarsi, perché la concitazione in questa fase non la vive solamente Progeo Mangimi, è una situazione abbastanza diffusa nel settore agroalimentare e non solo.

“Abbiamo dovuto rivedere per la terza volta le tariffe degli autotrasportatori, per una situazione di rincari che non è solamente correlata al carburante, ma a tutto ciò che serve per viaggiare dagli additivi, i cui costi sono quintuplicati, alle spese per i pneumatici ecc, siamo in un frangente davvero complesso”, spiega Spagni.

Progeo conta oltre 300 soci conferenti e 3.500 soci prestatori ed è una realtà che fattura circa 296 milioni di euro l’anno. I dipendenti sono 258 e le attività di business comprendono tanto l’attività molitoria quanto quella mangimistica e dei conferimenti. La fase, come è noto, è delicata per il settore. Anche per chi, come Progeo Mangimi, gestisce una banca dati con le previsioni di semina e le effettive operazioni in campo, così da avere un quadro sempre aggiornato delle produzioni, dei fabbisogni, dell’andamento meteo-climatico e delle possibili rese in campo, consegne e ritiri.

Come state affrontando questa ondata di rincari?

“Da un lato abbiamo adeguato le tariffe, per rispondere agli aumenti subiti da operatori, padroncini, gruppi privati per i trasporti, accollandoci aumenti dei costi che per noi non riguardano solo l’energia, ma anche il carburante, il materiale per l’insacco, i bancali, le stesse provvigioni degli agenti legate al prezzo di vendita e quant’ altro.

Quanto pesano per voi i rialzi delle materie prime?

Abbiamo avuto un aumento dei costi delle materie prime del 45-55%

“Complessivamente abbiamo avuto un aumento del 45%-55% e inevitabilmente, abbiamo dovuto ritoccare i nostri listini, consapevoli che per gli allevatori l’aumento dei costi di produzione non è stato supportato dall’ aumento della carne o del latte. Forse in questo contesto riescono a sostenere i costi i produttori di latte destinato alla produzione di Parmigiano Reggiano. Per tutti gli altri lo scenario è molto complicato”.

Avete riorganizzato il sistema dei pagamenti a monte e a valle (cioè verso i vostri fornitori e verso gli allevatori), attraverso dilazioni o altre soluzioni?

“Per ora non c’è stata la necessità di farlo e non c’è nemmeno stata la richiesta di farlo. Abbiamo aumentato l’attenzione per la parte del credito, incrementando il controllo su posizioni un po’ in sofferenza. Direi che per ora la situazione è lineare, come lo era 7-8 mesi fa. Anche noi come mangimificio siamo rimasti allineati ai pagamenti come prima”.

Chi sono i vostri fornitori? Importate anche dalle zone “calde”?

Oltre il 50% del nostro fabbisogno arriva dall’estero

“L’elenco dei nomi sarebbe lungo, abbiamo fornitori esteri e nazionali. Indicativamente il nostro import da zone ‘calde’ proviene per il 15% dall’Ucraina, per il 10% dalla Russia, per un 20% dall’Ungheria e per il 3% dalla Serbia. Oltre il 50% del nostro fabbisogno totale arriva dall’estero e qualche problema inevitabilmente, lo abbiamo avuto. Avevamo contratti con fornitori importatori che originano merce dall’ Ungheria che hanno ritardato in maniera esponenziale le consegne. Dalla Russia attendevamo prodotti che non sono mai partiti, le navi in arrivo a Ravenna erano in navigazione nel Mar Nero prima che scoppiasse la guerra. Difficilmente le semine in Ucraina saranno portate a termine, credo che in questa fase sarà un bacino di approvvigionamento che si andrà ad azzerare e si ridurrà inevitabilmente insieme a quello Russo.

Il mondo zootecnico sta chiedendo formulati differenti e meno costosi o glieli fornite voi?

Cambiare le formule dei mangimi è controproducente

“Il mercato lo sta chiedendo, ma non tutti sono d’accordo. Cito il caso di Progeo: noi facciamo 5,5 milioni di quintali di mangimi, di cui 2,5 milioni sono destinati nell’area di produzione del Parmigiano Reggiano. Cambiare le formule dei mangimi è controproducente. Stiamo ricevendo qualche richiesta da parte di produttori di latte alimentare di rivedere le formule della razione alimentare per inserire materie prime differenti, magari utilizzando qualche sottoprodotto così da spendere meno”.

La possibilità approvata dalla Commissione UE di eliminare il set-aside e le proposte di incrementare le colture proteiche possono essere una soluzione efficace o solo un provvedimento tampone?

“Bisogna fare una premessa: i terreni tenuti a set-aside sono stati la decisione più fuori dal tempo che potessimo avere. Non ho l’idea se incrementare le semine per 9,1 milioni di ettari in UE, ammesso che vengano seminati tutti i terreni incolti, possa risolvere le esigenze di cereali e proteici. Sicuramente è un provvedimento che ci può aiutare, purché vi sia un percorso per ridurre l’import e incentivare la produzione agricola partendo dall’agronomia”.

Quanto resteranno i prezzi così elevati per cereali e semi oleosi?

“Non saprei. Se la guerra dovesse finire, probabilmente potremmo assistere a una riapertura dell’export da parte di alcuni Paesi che oggi hanno adottato politiche protezionistiche, con una ripresa dei commerci, potremmo assistere a un calmieramento dei prezzi, ad un calo speculativo e di conseguenza ad una riduzione dei costi sia dei cereali che dell’energia. Di certo non rivedremo i prezzi dell’agosto dell’anno scorso, continueremo a posizionarci su valori più elevati”.

Come operate sul fronte ricerca e sviluppo?

“La nostra posizione è diversa dai nostri concorrenti. Se consideriamo la filiera del Parmigiano Reggiano, il 90% delle nostre produzioni sono legate a disciplinari / capitolati.

Dal 1984, inoltre, Progeo ha formulato e prodotto mangime biologico quando ancora non esisteva il regolamento comunitario e, per seguire dei parametri oggettivi e costanti, aveva preso a modello un regolamento francese. Oggi possiamo pensare di essere leader in Italia nella produzione di mangime bio.

Le sfide future saranno legate anche per l’ufficio Ricerca e Sviluppo ad una attenzione all’ ambiente, al green, ed alla riduzione / assenza di utilizzo di antibiotico, tema sicuramente importante per la salute del consumatore”.  

Come immaginate le nuove frontiere della mangimistica?

“Penso che tutti i mangimifici debbano guardare al futuro, puntando a ridurre l’impatto ambientale, perché è strategico come alimentiamo gli animali e come alleviamo. Questo non significa ritornare a modelli di allevamento non intensivi, perché dobbiamo tenere presente che la popolazione mondiale cresce e chiede proteine animali di qualità. Bisogna però sapere che serve un nuovo approccio culturale per la filiera”.

Sarà necessario riorientare gli scambi mondiali per calmierare i prezzi di cereali e semi oleosi?

“Nel 2021 le materie prime avevano subito un aumento consistente, in quanto la Cina stava acquistando in maniera importante da tutte le parti del mondo sia cereali che proteici. Un accumulo dettato prevalentemente dalla ripresa della suinicoltura, dopo la peste suina africana, che aveva ridotto sensibilmente la mandria di maiali. Non so indicare se dietro l’import massiccio di Pechino vi fossero altre ragioni, come qualcuno ha paventato.

Vi sono questioni da affrontare di natura politica

Comunque, più che rivedere forzatamente le rotte internazionali, sarebbe opportuno che Europa e Nord America rivedessero le politiche agronomiche. Vi sono anche questioni da affrontare di natura politica. Ad esempio: come incrementare l’autosufficienza dell’Unione Europea in termini di mais e soia? Come risolvere il nodo degli OGM, coltivati negli Stati Uniti e non permessi in Italia? A che punto siamo con le Tea, le Tecnologie di evoluzione assistita? Se la Cina continuerà ad acquistare e la Russia bloccherà le esportazioni verso gli Stati che considera ‘non amici’, come dovremo comportarci?”.

Contenere le spese in una importante realtà Siciliana [intervista]
22 Febbraio 2022

Giovanni Campo – Produttore Latte

Giovanni Campo
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 370, di cui 170 in lattazione
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

“Qui da noi stanno chiudendo un mare di aziende. Con un gruppo di allevatori stiamo cercando di ragionare per trovare una formula adeguata di indicizzazione del prezzo del latte, perché o si riesce a dare il giusto valore alla materia prima oppure, in una fase in cui materie prime, mangimi ed energia sono schizzati alle stelle, non sappiamo come fare. Molti giovani che si erano avvicinati al nostro mondo si sono scoraggiati e hanno abbandonato. Siamo molto preoccupati della situazione”.

Mantiene la calma mentre parla, Giovanni Campo, allevatore di Ragusa con 370 capi di razza Frisona (dei quali 170 in lattazione, con una produzione media di 37 chili di latte per capo al giorno) e 172 ettari coltivati tra proprietà e affitto, ma la situazione che descrive è lo specchio di un settore che si sta sfilacciando sotto il peso di costi di produzione che stanno mandando fuori giri le aziende agricole e, dato il costo dell’energia, stanno colpendo anche chi si occupa di trasformazione.

Giovanni Campo lavora nell’azienda di famiglia insieme al fratello Aldo, al figlio Samuele e due dipendenti e sta cercando, naturalmente, di contenere le spese. “Stiamo riducendo la rimonta, stiamo fecondando molto con il seme di tori da carne, qualche piccolo ritocco alla razione alimentare, che fortunatamente utilizzando molto foraggio è già performante in equilibrio con i costi”.

Quale potrebbe essere un prezzo più rispondente ai rincari che avete dovuto fronteggiare?

“Calcolatrice alla mano, non dico che dovremmo arrivare a prendere 50 centesimi al litro di base, ma quasi. Solo nel mese di gennaio il rincaro degli alimenti proteici ha pesato per almeno 2-3 centesimi al litro e non oso quantificare l’energia. Siamo in difficoltà e siamo preoccupati, perché anche se alcuni mangimifici ci stanno concedendo qualche dilazione di pagamento, non sappiamo quanto durerà l’ondata dei rincari, oltre all’incertezza della pandemia”.

Quanto ha pesato la pandemia?

“In un primo momento poco, ora pesa moltissimo. Non si può lavorare così e penso che l’industria stia soffrendo anche più di noi in questa fase, perché deve fare i conti con molte assenze in termini di manodopera e, oltretutto, ha a che fare con la distribuzione che, non potendo più di tanto ritoccare i prezzi al consumo per non rischiare la paralisi delle vendite, non rivede i contratti di fornitura con cooperative e industria”.

Avete energie rinnovabili?

“Abbiamo un piccolo impianto fotovoltaico in un’azienda vicina alla nostra sede principale, ma non dove abbiamo la base operativa. Stiamo valutando di installare sui tetti delle stalle un impianto fotovoltaico di circa 100 kw”.

Che investimenti avete pianificato in futuro?

“Abbiamo in programma l’ampliamento della stalla con l’installazione di due robot di mungitura e abbiamo previsto di costruire una stalla per le manze, che attualmente sono distaccate da dove siamo noi. Ma i prezzi per la realizzazione sono triplicati e abbiamo per ora sospeso gli interventi”.

Come coltivate i vostri terreni?

“Per la maggior parte sono coltivati a prato, dove riusciamo al massimo a fare uno sfalcio, poi seminiamo mais e frumento da foraggio d’inverno. I due sfalci ci vengono solamente nella parte irrigua. La mancanza d’acqua in alcuni periodi dell’anno e i cambiamenti climatici, che stanno concentrando le precipitazioni nei mesi autunnali, ci condizionano molto ed è un attimo compromettere una stagione e vedere che i costi vanno in tilt”.

Fate agricoltura di precisione?

“Non ancora, ma abbiamo acquistato un carro-botte con interratore, acquistato con la misura Agricoltura 4.0 e che ci consentirà di ditribuire i reflui zootecnici in base al fabbisogno del terreno”.

A chi conferite il latte?

“Consegniamo la materia prima alla cooperativa Progetto Natura, che in parte imbottiglia e trasforma e in parte conferisce a Lactalis, Zappalà e a qualche altro caseificio della zona”.

Abbiamo scommesso sulla biodiversità in stalla [intervista]
15 Febbraio 2022

Angelo Lissandrello - Produttore Latte
Angelo Lissandrello – Produttore Latte

Angelo Lissandrello
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 60, di cui 45 in lattazione
Destinazione del Latte: Ragusano DOP

Nella stalla di Angelo Lissandrello a Ragusa la parola d’ordine è “biodiversità”. Sono tre, infatti, le razze bovine che vengono allevate (Frisona, Bruna e Pezzata Rossa) con una consuetudine che affonda le proprie radici negli anni Novanta.

Un altro punto fermo è legato alla genetica. “Cerchiamo di migliorare la produzione di caseina BB, visto che il nostro latte è destinato alla produzione di Ragusano Dop, le percentuali di grasso e proteina e, fra i parametri ricercati in fase di selezione, non manca la robustezza degli arti e una morfologia dell’animale adatta al pascolo, con una buona rusticità – spiega Lissandrello -. Gli animali che non rientrano più negli obiettivi dell’azienda li incrociamo con tori da carne”.

La stalla ha dimensioni contenute, 60 capi in totale, dei quali 45 in lattazione, numeri sideralmente lontano dalle grandi aziende della Pianura Padana. Angelo Lissandrello, 47 anni, gestisce la stalla e i 50 ettari (20 di proprietà + 30 in affitto) coltivati a foraggio, con una parte lasciata incolta, insieme al fratello Emanuele, che di anni ne ha 42. Non hanno mansioni specifiche, perché “essendo solo in due, dobbiamo essere in grado di fare tutto, quando uno di noi non è presente”.

Come state affrontando i rincari di energia, materie prime e mangimi?

“Tra giugno e ora l’energia elettrica è cresciuta almeno del 40% e i mangimi sono aumentati di circa 6-8 centesimi al chilogrammo. A livello operativo stiamo operando la selezione dei capi e stiamo selezionando i capi, eliminando quelli meno performanti. Stiamo sostituendo il mangime con dei sottoprodotti. Abbiamo integrato la razione alimentare con la barbabietola e abbassato il contenuto di mais fioccato, per ridurre i costi. Abbiamo anche alleggerito la quantità di mangime somministrato”.

E non avete avuto ripercussioni sui volumi?

“No, stiamo producendo la stessa quantità di latte, perché diamo qualche chilo in più di foraggio, avendolo a disposizione”.

Qual è la produzione media per capo?

Preferiamo aumentare benessere e lattazioni rispetto alla resa

“Per scelta, avendo scommesso sulla biodiversità in stalla e facendo molto pascolo, le bovine non vengono spinte al massimo nella produzione, che si aggira di media sui 23-24 chili. Ma preferiamo avere più benessere animale e aumentare il numero di lattazioni che riformare anzitempo gli animali. In stalla raggiungiamo tranquillamente il numero di quattro lattazioni medie e abbiamo bovine di 13-14 anni”.

Che investimenti avete in programma?

“Pensavamo di realizzare un impianto fotovoltaico, ma dobbiamo calcolare attentamente i costi. La taglia che abbiamo individuato in questa prima fase si aggira sui 20 kW, eventualmente potenziabili in una fase successiva”.

Il latte è venduto alla cooperativa Progetto Natura per la produzione di Ragusano Dop, uno dei formaggi simbolo della regione. “Al di fuori però della Sicilia – afferma Lissandrello – purtroppo il Ragusano Dop non è un formaggio molto conosciuto, seppure abbia un fortissimo legame col territorio anche dal punto di vista del periodo di produzione, perché il latte viene lavorato prevalentemente nel periodo delle piogge, fra novembre e aprile, quando gli animali sono al pascolo”.

Lissandrello fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio del Ragusano Dop e ha in mente alcune strategie per rafforzare il mercato che, seppure si tratti una nicchia (nel 2020, secondo i dati Clal.it, la produzione è stata di 210 tonnellate, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente), merita di varcare i territori della Sicilia e del Grande Sud.

“La nostra missione è far conoscere il formaggio prima in Italia e poi all’estero, insistendo a promuovere il prodotto grazie alle ricette locali, magari sfruttando i molti programmi televisivi dedicati alla cucina”.

Vado avanti in campagna, nella mia terra [Intervista]
16 Dicembre 2021

Giovanni Murru – Pastore

Giovanni Murru
Assolo (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 pecore di razza sarda, di cui 400 in mungitura
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP e altri formaggi

“Mi sono diplomato all’Istituto tecnico aeronautico, stavo prendendo le licenze di volo per diventare pilota di linea. Ho studiato in Italia e in Inghilterra e la mia intenzione era di andare in Australia per terminare i corsi. Stavo studiando per l’esame teorico e ho ripreso a lavorare in azienda, come ho sempre fatto ogni estate. Poi una concatenazione di fattori, fra cui la prima crisi di Alitalia, che ha reso evidente che il mercato era saturo, mi ha spinto a compiere altre scelte. I miei genitori non volevano che diventassi pastore e allevatore, perché è una vita molto sacrificata, ma lavorando con loro ho capito quanto avevano creato insieme, gli sforzi che avevano compiuto e i risultati raggiunti. Così ho deciso di fermarmi e andare avanti in campagna, nella mia terra”.

È una storia da film, un cambio di rotta che, date le circostanze, è una virata a 360 gradi quella di Giovanni Murru, 31 anni, allevatore di Assolo (Oristano), che ha saputo traslare la passione per il volo anche nell’azienda agricola di famiglia, 140 ettari in regime biologico e un gregge di 500 pecore di razza sarda allevate, delle quali 400 in mungitura, per una produzione di 80.000 litri, conferiti alla cooperativa CAO per la produzione di Pecorino Romano e altri formaggi. Insieme a Giovanni lavorano il fratello Davide e il papà Alberto, da poco in pensione.

I numeri sono quelli di un’azienda di dimensioni ragguardevoli, ma torniamo al volo, antico amore che ha trovato applicazione anche in azienda. “Da circa un anno utilizziamo un drone per monitorare il terreno e il gregge – racconta Giovanni Murru -. Grazie al consiglio di un amico, l’esperienza col drone è iniziata quasi per gioco: avevo infatti l’esigenza di controllare un gruppo di pecore che partorisce più tardi rispetto alle altre e che si colloca abitualmente al centro del gruppo aziendale”.

Con una superficie aziendale tutta accorpata e un’estensione di 140 ettari, controllare ogni giorno e, magari, anche più volte al giorno quel gruppo di pecore all’interno del pascolo arborato non era certo semplice.

Utilizziamo un drone per monitorare il terreno e per guidare il gregge

“Così abbiamo adottato le nuove tecnologie e il drone si è rivelato utilissimo per due funzioni – prosegue -. Da un lato per osservare lo stato dei terreni, le pecore e l’azienda in generale e dall’altro per guidare il gregge negli spostamenti, perché abbiamo scoperto che le pecore si lasciano guidare dal drone, come se avessero un pastore. Su una superficie grande come la nostra è stata un’innovazione di grande aiuto, ma è anche vero che noi abbiamo la fortuna di avere i terreni accorpati, che ha superfici frazionate ha sicuramente qualche difficoltà in più”.

Qual è stata la spesa per l’investimento?

“Noi abbiamo acquistato un mini drone, che costava poco più di 500 euro. Grazie alla definizione dell’immagine riusciamo a vedere se una pecora ha partorito, se ha l’agnello di fianco, controllare le infestanti nei campi, la temperatura degli animali e dei terreni. Se penso che l’evoluzione tecnologica aprirà la porta a nuove altre opportunità, che faciliteranno la gestione dell’azienda, favoriranno il benessere animale e la sicurezza, è un passo avanti inaspettato. È un investimento che consiglio a tutti i colleghi allevatori e agli agricoltori”.

Uno dei problemi dell’agricoltura è che spesso le connessioni internet sono scarse. Ha avuto problemi?

“Fortunatamente no e siamo in una zona dove il 4G è ampiamente diffuso, ma mi rendo conto che dove non c’è rete la possibilità di utilizzo si riduce. Mio padre era scettico ad adottare il drone, ma ne ha colto immediatamente le opportunità, tanto che recentemente, in tono naturalmente sarcastico, ha detto che possiamo fare a meno del trattore, ma non del drone”.

Quali altri investimenti in innovazione avete introdotto?

Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada

“Abbiamo adottato il sistema Sementusa Tech, per razionalizzare le riproduzioni in allevamento. Siamo alla terza campagna e i risultati sono positivi, perché attraverso una App riusciamo a monitorare lo stato di gravidanza delle pecore all’interno del gregge, con l’aiuto del veterinario, che si occupa delle ecografie e di controllare lo stato di salute e di benessere delle bovine. È stata una scelta che ci permette di gestire i gruppi di pecore in maniera più razionale e omogenea. Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada, incrementando il numero dei capi e migliorando la genetica.

Fra gli investimenti realizzati, abbiamo diversificato il reddito con la produzione di energia rinnovabile grazie all’impianto fotovoltaico, un investimento di una decina d’anni fa, che ci ha permesso di togliere l’amianto dalle strutture.

Ci siamo spostati, inoltre, dalla produzione di ballette a rotopresse di fieno e ci siamo dotati di una rotaia per l’alimentazione. In futuro ci concentreremo sull’ammodernamento del parco macchine in chiave di agricoltura di precisione, per razionalizzare i costi ed essere più sostenibili. La nostra crescita avviene giorno per giorno”.

Siete da oltre 20 anni un’azienda a indirizzo biologico. Quali sono i vantaggi?

“Possiamo contare su qualche agevolazione all’interno del Programma di sviluppo rurale e riusciamo a vendere una parte del foraggio bio ad altre aziende che ne hanno bisogno, avendo noi una estensione che ci permette di avere più quantità di foraggio rispetto all’utilizzo aziendale. Per il resto non ci sono purtroppo molti altri vantaggi, perché il prezzo del latte ovino bio non sempre ha una remunerazione maggiore rispetto a quello convenzionale. Parliamo a volte di un 10% in più, ma non è sempre automatico. Stiamo valutando se nei prossimi anni tornare al convenzionale. Non sarà un cambiamento immediato, comunque. Ad oggi la nostra cooperativa non è strutturata per la produzione biologica e non pare essere un tema all’ordine del giorno”.

Come risponde ai rincari delle materie prime? Ha cambiato la razione alimentare?

“Con il fotovoltaico riusciamo a far fronte ai rincari della bolletta energetica, ma sul versante delle materie prime agricole abbiamo maggiori difficoltà, perché non possiamo cambiare la razione alimentare, soprattutto in questa fase in cui siamo nel bel mezzo dei parti e, se dovessimo diminuire l’apporto proteico andremmo a vanificare il lavoro dell’estate. In Sardegna dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico, l’estate appena trascorsa e l’inizio dell’autunno sono stati siccitosi e siamo senza erba. Non possiamo per questi motivi seminare e stiamo dando molto foraggio, che fortunatamente abbiamo, ma non è così per tutte le aziende. In particolare, alcuni allevatori hanno dovuto fronteggiare un’epidemia di blue tongue, che è ancora in corso e che sta causando gravi problemi”.

Fra voi allevatori parlate mai di come migliorare le produzioni e renderle più sostenibili sul piano ambientale?

“Sì, è un argomento che affrontiamo e sul quale stiamo pensando all’interno della nostra cooperativa di avviare un percorso di formazione a vantaggio di tutti gli allevatori, per confrontarsi sulle tecniche di allevamento e cercare di migliorare insieme, per il bene anche della cooperativa, della quale sono consigliere con grandissima soddisfazione, soprattutto per l’opportunità di crescita formativa che mi ha consentito”.

Come spiega prezzi alti nel Pecorino Romano Dop, nonostante una produzione complessiva maggiore?

“I consumi stanno trainando i prezzi, l’export ha ripreso e fra Gennaio e Settembre di quest’anno è cresciuto per il Pecorino Romano Dop di oltre il 20%, secondo i dati di Clal. La pandemia ha sostenuto il consumo in generale delle Dop. Il grattugiato è cresciuto a livelli esponenziali, anche se non sappiamo quanto durerà questa fase. Ma proprio ora che siamo in una fase complessivamente positiva dobbiamo programmare la produzione, così da governare il più possibile eventuali recessioni di mercato”.

La vostra cooperativa, CAO, storicamente diversifica le produzioni lattiero casearie. È un vantaggio?

Diversificare con altri formaggi della tradizione permette una maggiore stabilità

“Penso di sì. Fra l’altro la scelta di CAO di non produrre esclusivamente Pecorino Romano Dop parte da molto lontano, non è una scelta recente. Questo però ci ha permesso di avere una maggiore stabilità quando il mercato è altalenante. Diversificare con altri formaggi della tradizione paga maggiormente quando il prezzo del Pecorino Romano è più basso, mentre è talvolta penalizzante quando il mercato del Romano tira, ma a conti fatti ci permette di gestire le oscillazioni di mercato con maggiore equilibrio. Sarebbe una strategia da adottare più diffusamente all’interno della filiera, così da avere un approccio più consapevole di mercato, magari puntando a valorizzare stagionature più lunghe, evitare la sovrapproduzione e gestire sul territorio i servizi. Ad esempio, credo sia giunto il momento di vietare la possibilità di porzionare e confezionare il Pecorino Romano Dop al di fuori del proprio areale di produzione, come già avviene per il Parmigiano Reggiano. Anche sulle razze di pecore ammesse per la produzione di latte destinato alla Dop, personalmente applicherei maggiori restrizioni, consentendo solamente alle razze autoctone della Sardegna, del Lazio e del Grossetano di far parte del circuito del Pecorino Romano. Altrimenti rischieremmo di subire la concorrenza di altri formaggi ottenuto con latte di pecora, magari spagnoli, francesi o turchi. Dobbiamo identificarci e caratterizzarci ancora di più”.

L’export complessivo del Pecorino Romano Dop è cresciuto del 20,7% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Come pensa di rafforzare ancora l’export?

“Dobbiamo promuovere il nostro formaggio all’estero, anche attraverso fiere ed eventi e difendendo la Dop. Come sistema lattiero caseario sardo dobbiamo viaggiare compatti, pianificare le produzioni e le campagne di internazionalizzazione”.

Marketing a tutto campo per il settore suinicolo [intervista]
4 Novembre 2021

Giovanni Favalli
Calvisano, Brescia – ITALIA

Giovanni Favalli – Suinicoltore

La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai, ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.

Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti stellati con il suino?

“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.

Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione

Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.

Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e scendono.

“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.

Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale conseguenza?

“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.

Dica.

“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società senza avere diritto di voto.

Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le decisioni”.

Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?

“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.

Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?

“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.

Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari degli ultimi mesi?

“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.

Come ha affrontato il benessere animale?

“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce senza dare problemi”.

Il futuro della suinicoltura quale sarà?

“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti. Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente, senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.

Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.

Come si vince la battaglia contro la carne?

Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili

“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al mese.  Allora la carne non entrava in tutte le famiglie.

Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture controllate sotto ogni profilo.

Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.

In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.

Ricerca ed Etica per il grano duro italiano [Intervista]
13 Ottobre 2021

Leonardo Moscaritolo
Melfi (PZ), Basilicata – ITALIA

Leonardo Moscaritolo – Imprenditore Agricolo e Presidente del GIE Cerealicolo di Cia-Agricoltori

“L’impennata dei prezzi del grano duro registrata negli ultimi due mesi? È un insieme di fattori, che vanno dai cambiamenti climatici alla minore produzione, fino a qualche speculazione di troppo, che ha fatto aumentare le quotazioni”.

La pensa così Leonardo Moscaritolo, presidente nazionale del Gruppo di Interesse Economico (GIE) cerealicolo di Cia-Agricoltori Italiani, da alcuni anni componente del settore cereali del Copa-Cogeca e del gruppo di dialogo civile della Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea.

Moscaritolo conduce circa 100 ettari a Melfi (Potenza), coltivati prevalentemente a grano e orzo per la produzione di birra.

Quali sono i fattori principali del deficit produttivo di grano duro, elemento essenziale per la produzione di pasta?

“In Italia la produzione attesa era di circa 4 milioni di tonnellate, invece il raccolto sembra essere inferiore di circa 200.000 tonnellate. Inoltre, a livello mondiale c’è molta attesa per le produzioni canadesi, ma la siccità potrebbe portare un significativo calo delle rese. La prospettiva di minori rese sta portando gli stoccatori ad accaparrarsi la materia prima, gli agricoltori a non vendere in questa fase di rialzo dei listini e la spirale si avvita sempre di più”.

Diminuisce l’autosufficienza dell’Italia nel frumento duro (perso il 18% in tre anni, secondo le elaborazioni di Teseo). Come mai? Come difendere il Made in Italy?

“Il problema è che è venuta a mancare la fiducia del cerealicoltore storico. Negli ultimi anni, i prezzi bassi, spesso sotto i costi di produzione, non hanno certo invogliato a seminare. Tra le alternative, c’è stata una buona richiesta di orzo distico, grazie al movimento dei birrifici artigianali, e questo ha fatto sì che qualche agricoltore ha cercato di diversificare le produzioni, orientandosi verso l’orzo da malteria”.

Il frumento duro coltivato in Italia garantisce un valore aggiunto superiore?

“Tendenzialmente sì, anche se le pressioni dei commercianti verso prodotti ad elevato tenore proteico stanno mettendo in difficoltà la cerealicoltura del Sud. Con Agrinsieme, Union Food, Italmopa, Assosementi, l’Università della Tuscia abbiamo avviato un percorso molto interessante per innalzare la qualità e dare risposte concrete all’industria molitoria e della pasta, siamo fiduciosi. Potrebbero aiutare il rilancio anche i finanziamenti concessi alle filiere da parte del Ministero delle Politiche agricole, purché si ritrovi quella puntualità nei pagamenti da parte del sistema pubblico che per gli imprenditori agricoli è essenziale”.

Può fregiarsi del Made in Italy anche la pasta fatta in Italia con grano duro di importazione?

“Si è sempre fatta la pasta con le miscele di grano duro di diversa provenienza, dal Canada agli Stati Uniti, all’Australia. Credo che il tema non sia il mito di un’autosufficienza irraggiungibile per l’Italia, ma della trasparenza in etichetta. Se parliamo di pasta 100% italiana, allora serve il grano coltivato in Italia e giustamente retribuito agli agricoltori. L’etichettatura obbligatoria va nella giusta direzione”.

Il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, nelle scorse settimane ha lanciato l’allarme sugli eccessivi passaggi commerciali delle materie prime, con l’effetto di una speculazione che fa male alle imprese. Condivide?

La filiera dovrebbe avere un approccio più etico

“Sì. Più passaggi si fanno, meno è la trasparenza e più forti sono le speculazioni. Sicuramente serve un processo di modernizzazione dell’intera filiera. Ricordo che a presto, per l’indicazione dei prezzi, partirà la Commissione Unica Nazionale (CUN) con la partecipazione di tutti i protagonisti della filiera e di Borsa Merci Telematica, uno strumento che potrebbe essere molto utile in termini di trasparenza.  Impossibile non analizzare come, ad oggi, il margine di guadagno resti sempre troppo sbilanciato verso gli anelli finali della filiera. Se all’agricoltore rimane non più del 13% del valore del prodotto, è inevitabile che vi siano squilibri, che le superfici coltivate diminuiscano, che quando i prezzi sono alti i produttori cerchino di non vendere per innescare ulteriore tensione. Se, al contrario, la filiera avesse un approccio più etico, con un’equa distribuzione della redditività potremmo ragionare su prospettive diverse”.

Sarebbe utile calcolare i costi di produzione medi e fissarli come paletto sotto al quale non scendere?

“Indicare dei costi medi di produzione, da parte di ente terzo come Ismea, le Università o, perché no, TESEO potrebbe aiutare sicuramente per una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi”.

La resa del grano duro coltivato in Italia è di 3,33 tonnellate all’ettaro contro una media UE di 3,54 tonnellate e punte di 5,38 tonnellate per la Germania e di 5,05 tons/ha per la Francia. Come rendere competitivo il grano italiano?

Ricerca e innovazione al vertice dell’agenda della CIA

“Il dato che lei cita, 3,33 tonnellate per ettaro, è un dato nazionale medio: al Nord si produce di più, al Sud la resa è inferiore. Detto questo, è innegabile che il divario rispetto alle produzioni medie di Francia e Germania sia troppo ampio. Ritengo che si debba operare su due livelli. Un primo aspetto contributivo, cercando di uniformare i valori della Pac fra le diverse Regioni, e dall’altro facendo ricerca e innovazione, che per noi della Cia è al vertice della nostra agenda politica e sindacale. Stiamo puntando molto inoltre sull’agricoltura di precisione, che non va utilizzata solo sulle colture ad alto reddito, ma anche per una coltivazione più responsabile ed etica dei cereali, nel rispetto dell’ambiente, del suolo, delle risorse idriche e di una sostenibilità anche di natura economica”.

Le varietà di grano antico possono rappresentare una soluzione per la redditività e la competitività oppure dovranno rappresentare una nicchia?

“Sono una nicchia seppur con dinamiche di mercato interessanti. La produttività dei grani antichi è molto limitata e non si riesce a competere facilmente su larga scala. Sono soluzioni in grado di dare soddisfazioni economiche quando l’agricoltore trasforma e commercializza direttamente la farina o la pasta magari con l’ausilio di laboratori locali”.

L’import dell’UE-27 nei primi sette mesi del 2021 è diminuito del 5,6%. È l’effetto del Covid? O quali sono le motivazioni?

“Ha influito sicuramente l’effetto del Covid, con la crescita dei costi dei noli e dei trasporti, ma anche la nostra azione sindacale a sostegno del grano italiano ha indubbiamente portato risultati positivi e l’industria si è rivolta alla produzione italiana”.

Sorprendentemente, nel primo semestre del 2021 l’Italia ha registrato un boom dell’export extra-Ue di grano duro, avvicinandosi a 81.000 tonnellate vendute (la Francia ha visto un export vicino a 87.000 tonnellate). Come spiega questa nuova tendenza italiana?

Promuovere ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto

“Non lo so. È sicuramente una sorpresa che un paese deficitario di grano duro esporti, ma è allo stesso tempo un segnale che dobbiamo cogliere. Ovvio però che un paese come l’Italia deve esportare e promuovere prodotti ad alto valore aggiunto come la pasta e non il grano come materia prima.  Oggi ci sono grandi margini nell’export, il Made in Italy è un brand vincente e potentissimo, vanno intensificati tutti gli strumenti di potenziamento dell’export”.

I cambiamenti climatici impongono inevitabilmente degli adattamenti e c’è chi ha proposto di posticipare le semine dei cereali autunno-vernini a febbraio. Cosa ne pensa?

“Bisogna valutare caso per caso.  Per l’orzo noi produttori già lo stiamo facendo avendo a disposizione più varietà di seme primaverile ottenendo buoni risultati. Sul grano duro anche volendo applicare la buona pratica agricola della “falsa semina” non possiamo posticipare troppo l’epoca di semina perché molto spesso i terreni di natura argillosi non essendo permeabili provocano ristagni di acqua rendendo impraticabili i terreni”.

Etica e capitale umano: le priorità di CLAI [Intervista]
5 Ottobre 2021

Pietro D’Angeli
Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
Sasso Morelli di Imola (BO) e Faenza (RA) – ITALIA

Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)

L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.

Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).

Abbiamo rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.

Direttore, qual è la forza della vostra cooperativa?

Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda

“Sono senz’altro le persone. CLAI fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte, non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.

Come è cambiato il settore dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?

“Nell’ultimo anno e mezzo il mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi scorsi sono destinate a rimanere”.

Quali sono i principali canali di vendita di Clai?

“Al momento il maggior canale di sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36 per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda? E i prossimi?

Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva

“Stiamo investendo molto su diversi fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.

Qual è il valore della filiera italiana?

Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali

“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.

Il futuro del latte ovino passa per la ricerca [Intervista]
22 Settembre 2021

Diego Mattu
Curcuris (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 750 pecore, di cui 600 in lattazione
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Diego Mattu – Pastore

Diego Mattu è un giovane pastore di 43 anni (appena fuori dalla definizione di “giovane agricoltore”, secondo la Pac), di Curcuris (Oristano). Alleva circa 750 pecore, delle quali 600 in lattazione. In azienda non manca qualche suino, allevato per “uso personale”, cioè per la produzione di salumi e per il porceddu, immancabile tradizione sulle tavole sarde negli appuntamenti di festa.

La materia prima è conferita alla Cao Formaggi, cooperativa di Fenosu (Oristano), che è la cooperativa ovina più grande d’Italia, grazie alla lavorazione di 30 milioni di litri all’anno, prevalentemente per la produzione di Pecorino Romano Dop, anche nelle sue più innovative varietà: lunga stagionatura, tradizionale, basso contenuto di sale, per rispondere ad un mercato sempre più variegato ed esigente. Il 40% del latte viene trasformato in altri prodotti caseari, con una vocazione alla diversificazione che garantisce qualità e redditività.

Qual è il vantaggio di conferire il latte ad una grande cooperativa?

La cooperativa favorisce la crescita degli Allevatori

“In termini economici il vantaggio è dato da un prezzo mediamente più alto rispetto all’industria privata. Per fare un esempio molto concreto: negli ultimi 10 anni il ritorno sul prezzo è stato all’incirca di 10 centesimi al litro in più rispetto al prezzo medio dell’industria. Inoltre, la vita in cooperativa, quando è partecipata, consente una maggiore crescita degli allevatori, grazie al confronto su aspetti comuni”.

Quali sono i canali di vendita privilegiati?

“Essenzialmente la grande distribuzione organizzata, che ci garantisce la collocazione di volumi significativi. Una parte della produzione è esportata, con gli Stati Uniti primo Paese di destinazione”.

È soddisfatto del prezzo del latte?

“Quest’anno sì. Abbiamo ottenuto un acconto di 70 centesimi al litro e il conguaglio sarà il prossimo anno. Stiamo attraversando una fase positiva, anche se una parte dell’aumento dei prezzi se la mangiano il costo del gasolio e delle materie prime, che sono aumentate”.

Ne ha risentito come azienda agricola?

“In parte sì, specialmente all’inizio dell’estate. Ma fortunatamente il contraccolpo è stato relativo, perché riesco a fare molte provviste, pianificando le produzioni interne e gli acquisti. Prima compravo anche da fuori, sul continente, ma da diversi anni il mercato è ormai confinato sull’isola”.

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

Difficile trovare manodopera specializzata

“Gli aspetti più pesanti sono legati alla gestione delle pecore. Devi sempre stare con loro. Dalla mattina alla sera gli animali sono al pascolo, nei momenti più caldi dell’estate le pecore escono di notte e di giorno stanno a riposo all’ombra. In azienda posso contare sull’aiuto di un dipendente e la collaborazione di mio cognato, ma il settore ha necessità di manodopera specializzata, che è difficile da trovare”.

In molte zone dell’Italia, specie se collinari, si sta diffondendo il problema degli ungulati e degli animali selvatici. Nella vostra zona avete avuto problemi con lupi, cinghiali o altri animali selvatici?

“Fortunatamente no”.

Usa droni per monitorare il gregge?

“No”.

Come gestisce il benessere animale?

“L’elemento chiave da osservare per capire lo stato di salute degli animali è se mangiano. Ho una corsia di alimentazione per le pecore, che stanno comunque più al pascolo che in stalla. Il benessere animale lo osserviamo dalla produttività dei capi: quando la pecora sta bene, senza alcuna forzatura nell’alimentazione, tutto procede correttamente”.

Quanto conta la formazione? Come imprenditore di cosa avresti bisogno?

Servirebbero sperimentazione e ricerca

“Servirebbero servizi legati alla sperimentazione agronomica e zootecnica, che tempi addietro venivano svolti dalla Regione o dagli enti pubblici, ma che ora sono un po’ carenti sul fronte della ricerca, probabilmente per mancanza di fondi. Allo stesso tempo manca una ricerca organica e concentrata sulla trasformazione, lasciata oggi alla volontà dei singoli caseifici, ma che ritengo dovrebbe essere sostenuta e guidata dall’ente pubblico”.

Quali investimenti ha fatto di recente o ha in programma?

“Negli ultimi 3-4 anni ho comprato dei terreni e, prima ancora, un trattore e le attrezzature per la lavorazione dei terreni. Ho migliorato le stalle e installato una mungitrice nuova, che ho intenzione di sostituire con una più tecnologica, così da monitorare meglio le produzioni e selezionare meglio i capi”.

A livello di selezione genetica cosa privilegia?

“Rispetto alle vacche la ricerca genetica è indietro anni luce. Secondo me, ma non è solo il mio parere, la selezione vera e propria sulla pecora sarda è ferma da moltissimi anni. Le produzioni medie per capo sono aumentate, è vero, ma ciò è dovuto al modo di alimentare e gestire gli animali, che è migliorato, mentre la selezione in sé è ferma. In Sardegna la maggiore parte delle pecore non sono iscritte a Libro genealogico. Io stesso faccio selezione autonomamente.

Dal mio punto di vista cerco di avere animali produttivi, che si ammalino il meno possibile, con meno problemi di fertilità”.

Ha parlato di acquisto dei terreni. È difficile trovarne?

“I prezzi dei terreni sono in aumento e la difficoltà per un giovane è prevalentemente data dall’accesso al credito, anche se la soluzione è migliorata rispetto al passato. Ma per un imprenditore che intende iniziare da zero, è davvero complicata”.

Come vede il settore fra dieci anni?

“In questi ultimi anni sto diventando un po’ pessimista. Il settore ritengo che nel suo complesso andrà avanti bene, ma allo stesso tempo ci sarà una selezione delle aziende. Solo quelle ben strutturate e organizzate per sopperire alla carenza di manodopera esterna qualificata riuscirà ad avere un futuro. Quanto al prezzo del latte ovino, vedo una maggiore stabilità rispetto alle forti oscillazioni del passato, a patto che vi sia una collaborazione più stretta fra allevatori, trasformatori e distribuzione, partendo naturalmente da una coesione di fondo dei pastori.

Aggiungo che la strada maestra per il futuro non sarà ridurre le produzioni, ma trovare nuovi mercati, favorire produzioni di nicchia, valorizzare il Pecorino Romano con diverse soluzioni produttive, senza uscire dalla Dop, ma valorizzando le diversità e le opportunità. Allo stesso tempo, bisognerà individuare nuovi mercati di sbocco, grazie a politiche di marketing lungimiranti, e in questo il Consorzio potrà essere di grande aiuto”.