Vado avanti in campagna, nella mia terra [Intervista]
16 Dicembre 2021

Giovanni Murru – Pastore

Giovanni Murru
Assolo (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 pecore di razza sarda, di cui 400 in mungitura
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP e altri formaggi

“Mi sono diplomato all’Istituto tecnico aeronautico, stavo prendendo le licenze di volo per diventare pilota di linea. Ho studiato in Italia e in Inghilterra e la mia intenzione era di andare in Australia per terminare i corsi. Stavo studiando per l’esame teorico e ho ripreso a lavorare in azienda, come ho sempre fatto ogni estate. Poi una concatenazione di fattori, fra cui la prima crisi di Alitalia, che ha reso evidente che il mercato era saturo, mi ha spinto a compiere altre scelte. I miei genitori non volevano che diventassi pastore e allevatore, perché è una vita molto sacrificata, ma lavorando con loro ho capito quanto avevano creato insieme, gli sforzi che avevano compiuto e i risultati raggiunti. Così ho deciso di fermarmi e andare avanti in campagna, nella mia terra”.

È una storia da film, un cambio di rotta che, date le circostanze, è una virata a 360 gradi quella di Giovanni Murru, 31 anni, allevatore di Assolo (Oristano), che ha saputo traslare la passione per il volo anche nell’azienda agricola di famiglia, 140 ettari in regime biologico e un gregge di 500 pecore di razza sarda allevate, delle quali 400 in mungitura, per una produzione di 80.000 litri, conferiti alla cooperativa CAO per la produzione di Pecorino Romano e altri formaggi. Insieme a Giovanni lavorano il fratello Davide e il papà Alberto, da poco in pensione.

I numeri sono quelli di un’azienda di dimensioni ragguardevoli, ma torniamo al volo, antico amore che ha trovato applicazione anche in azienda. “Da circa un anno utilizziamo un drone per monitorare il terreno e il gregge – racconta Giovanni Murru -. Grazie al consiglio di un amico, l’esperienza col drone è iniziata quasi per gioco: avevo infatti l’esigenza di controllare un gruppo di pecore che partorisce più tardi rispetto alle altre e che si colloca abitualmente al centro del gruppo aziendale”.

Con una superficie aziendale tutta accorpata e un’estensione di 140 ettari, controllare ogni giorno e, magari, anche più volte al giorno quel gruppo di pecore all’interno del pascolo arborato non era certo semplice.

Utilizziamo un drone per monitorare il terreno e per guidare il gregge

“Così abbiamo adottato le nuove tecnologie e il drone si è rivelato utilissimo per due funzioni – prosegue -. Da un lato per osservare lo stato dei terreni, le pecore e l’azienda in generale e dall’altro per guidare il gregge negli spostamenti, perché abbiamo scoperto che le pecore si lasciano guidare dal drone, come se avessero un pastore. Su una superficie grande come la nostra è stata un’innovazione di grande aiuto, ma è anche vero che noi abbiamo la fortuna di avere i terreni accorpati, che ha superfici frazionate ha sicuramente qualche difficoltà in più”.

Qual è stata la spesa per l’investimento?

“Noi abbiamo acquistato un mini drone, che costava poco più di 500 euro. Grazie alla definizione dell’immagine riusciamo a vedere se una pecora ha partorito, se ha l’agnello di fianco, controllare le infestanti nei campi, la temperatura degli animali e dei terreni. Se penso che l’evoluzione tecnologica aprirà la porta a nuove altre opportunità, che faciliteranno la gestione dell’azienda, favoriranno il benessere animale e la sicurezza, è un passo avanti inaspettato. È un investimento che consiglio a tutti i colleghi allevatori e agli agricoltori”.

Uno dei problemi dell’agricoltura è che spesso le connessioni internet sono scarse. Ha avuto problemi?

“Fortunatamente no e siamo in una zona dove il 4G è ampiamente diffuso, ma mi rendo conto che dove non c’è rete la possibilità di utilizzo si riduce. Mio padre era scettico ad adottare il drone, ma ne ha colto immediatamente le opportunità, tanto che recentemente, in tono naturalmente sarcastico, ha detto che possiamo fare a meno del trattore, ma non del drone”.

Quali altri investimenti in innovazione avete introdotto?

Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada

“Abbiamo adottato il sistema Sementusa Tech, per razionalizzare le riproduzioni in allevamento. Siamo alla terza campagna e i risultati sono positivi, perché attraverso una App riusciamo a monitorare lo stato di gravidanza delle pecore all’interno del gregge, con l’aiuto del veterinario, che si occupa delle ecografie e di controllare lo stato di salute e di benessere delle bovine. È stata una scelta che ci permette di gestire i gruppi di pecore in maniera più razionale e omogenea. Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada, incrementando il numero dei capi e migliorando la genetica.

Fra gli investimenti realizzati, abbiamo diversificato il reddito con la produzione di energia rinnovabile grazie all’impianto fotovoltaico, un investimento di una decina d’anni fa, che ci ha permesso di togliere l’amianto dalle strutture.

Ci siamo spostati, inoltre, dalla produzione di ballette a rotopresse di fieno e ci siamo dotati di una rotaia per l’alimentazione. In futuro ci concentreremo sull’ammodernamento del parco macchine in chiave di agricoltura di precisione, per razionalizzare i costi ed essere più sostenibili. La nostra crescita avviene giorno per giorno”.

Siete da oltre 20 anni un’azienda a indirizzo biologico. Quali sono i vantaggi?

“Possiamo contare su qualche agevolazione all’interno del Programma di sviluppo rurale e riusciamo a vendere una parte del foraggio bio ad altre aziende che ne hanno bisogno, avendo noi una estensione che ci permette di avere più quantità di foraggio rispetto all’utilizzo aziendale. Per il resto non ci sono purtroppo molti altri vantaggi, perché il prezzo del latte ovino bio non sempre ha una remunerazione maggiore rispetto a quello convenzionale. Parliamo a volte di un 10% in più, ma non è sempre automatico. Stiamo valutando se nei prossimi anni tornare al convenzionale. Non sarà un cambiamento immediato, comunque. Ad oggi la nostra cooperativa non è strutturata per la produzione biologica e non pare essere un tema all’ordine del giorno”.

Come risponde ai rincari delle materie prime? Ha cambiato la razione alimentare?

“Con il fotovoltaico riusciamo a far fronte ai rincari della bolletta energetica, ma sul versante delle materie prime agricole abbiamo maggiori difficoltà, perché non possiamo cambiare la razione alimentare, soprattutto in questa fase in cui siamo nel bel mezzo dei parti e, se dovessimo diminuire l’apporto proteico andremmo a vanificare il lavoro dell’estate. In Sardegna dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico, l’estate appena trascorsa e l’inizio dell’autunno sono stati siccitosi e siamo senza erba. Non possiamo per questi motivi seminare e stiamo dando molto foraggio, che fortunatamente abbiamo, ma non è così per tutte le aziende. In particolare, alcuni allevatori hanno dovuto fronteggiare un’epidemia di blue tongue, che è ancora in corso e che sta causando gravi problemi”.

Fra voi allevatori parlate mai di come migliorare le produzioni e renderle più sostenibili sul piano ambientale?

“Sì, è un argomento che affrontiamo e sul quale stiamo pensando all’interno della nostra cooperativa di avviare un percorso di formazione a vantaggio di tutti gli allevatori, per confrontarsi sulle tecniche di allevamento e cercare di migliorare insieme, per il bene anche della cooperativa, della quale sono consigliere con grandissima soddisfazione, soprattutto per l’opportunità di crescita formativa che mi ha consentito”.

Come spiega prezzi alti nel Pecorino Romano Dop, nonostante una produzione complessiva maggiore?

“I consumi stanno trainando i prezzi, l’export ha ripreso e fra Gennaio e Settembre di quest’anno è cresciuto per il Pecorino Romano Dop di oltre il 20%, secondo i dati di Clal. La pandemia ha sostenuto il consumo in generale delle Dop. Il grattugiato è cresciuto a livelli esponenziali, anche se non sappiamo quanto durerà questa fase. Ma proprio ora che siamo in una fase complessivamente positiva dobbiamo programmare la produzione, così da governare il più possibile eventuali recessioni di mercato”.

La vostra cooperativa, CAO, storicamente diversifica le produzioni lattiero casearie. È un vantaggio?

Diversificare con altri formaggi della tradizione permette una maggiore stabilità

“Penso di sì. Fra l’altro la scelta di CAO di non produrre esclusivamente Pecorino Romano Dop parte da molto lontano, non è una scelta recente. Questo però ci ha permesso di avere una maggiore stabilità quando il mercato è altalenante. Diversificare con altri formaggi della tradizione paga maggiormente quando il prezzo del Pecorino Romano è più basso, mentre è talvolta penalizzante quando il mercato del Romano tira, ma a conti fatti ci permette di gestire le oscillazioni di mercato con maggiore equilibrio. Sarebbe una strategia da adottare più diffusamente all’interno della filiera, così da avere un approccio più consapevole di mercato, magari puntando a valorizzare stagionature più lunghe, evitare la sovrapproduzione e gestire sul territorio i servizi. Ad esempio, credo sia giunto il momento di vietare la possibilità di porzionare e confezionare il Pecorino Romano Dop al di fuori del proprio areale di produzione, come già avviene per il Parmigiano Reggiano. Anche sulle razze di pecore ammesse per la produzione di latte destinato alla Dop, personalmente applicherei maggiori restrizioni, consentendo solamente alle razze autoctone della Sardegna, del Lazio e del Grossetano di far parte del circuito del Pecorino Romano. Altrimenti rischieremmo di subire la concorrenza di altri formaggi ottenuto con latte di pecora, magari spagnoli, francesi o turchi. Dobbiamo identificarci e caratterizzarci ancora di più”.

L’export complessivo del Pecorino Romano Dop è cresciuto del 20,7% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Come pensa di rafforzare ancora l’export?

“Dobbiamo promuovere il nostro formaggio all’estero, anche attraverso fiere ed eventi e difendendo la Dop. Come sistema lattiero caseario sardo dobbiamo viaggiare compatti, pianificare le produzioni e le campagne di internazionalizzazione”.

Marketing a tutto campo per il settore suinicolo [intervista]
4 Novembre 2021

Giovanni Favalli
Calvisano, Brescia – ITALIA

Giovanni Favalli – Suinicoltore

La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai, ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.

Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti stellati con il suino?

“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.

Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione

Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.

Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e scendono.

“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.

Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale conseguenza?

“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.

Dica.

“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società senza avere diritto di voto.

Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le decisioni”.

Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?

“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.

Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?

“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.

Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari degli ultimi mesi?

“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.

Come ha affrontato il benessere animale?

“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce senza dare problemi”.

Il futuro della suinicoltura quale sarà?

“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti. Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente, senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.

Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.

Come si vince la battaglia contro la carne?

Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili

“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al mese.  Allora la carne non entrava in tutte le famiglie.

Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture controllate sotto ogni profilo.

Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.

In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.

Ricerca ed Etica per il grano duro italiano [Intervista]
13 Ottobre 2021

Leonardo Moscaritolo
Melfi (PZ), Basilicata – ITALIA

Leonardo Moscaritolo – Imprenditore Agricolo e Presidente del GIE Cerealicolo di Cia-Agricoltori

“L’impennata dei prezzi del grano duro registrata negli ultimi due mesi? È un insieme di fattori, che vanno dai cambiamenti climatici alla minore produzione, fino a qualche speculazione di troppo, che ha fatto aumentare le quotazioni”.

La pensa così Leonardo Moscaritolo, presidente nazionale del Gruppo di Interesse Economico (GIE) cerealicolo di Cia-Agricoltori Italiani, da alcuni anni componente del settore cereali del Copa-Cogeca e del gruppo di dialogo civile della Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea.

Moscaritolo conduce circa 100 ettari a Melfi (Potenza), coltivati prevalentemente a grano e orzo per la produzione di birra.

Quali sono i fattori principali del deficit produttivo di grano duro, elemento essenziale per la produzione di pasta?

“In Italia la produzione attesa era di circa 4 milioni di tonnellate, invece il raccolto sembra essere inferiore di circa 200.000 tonnellate. Inoltre, a livello mondiale c’è molta attesa per le produzioni canadesi, ma la siccità potrebbe portare un significativo calo delle rese. La prospettiva di minori rese sta portando gli stoccatori ad accaparrarsi la materia prima, gli agricoltori a non vendere in questa fase di rialzo dei listini e la spirale si avvita sempre di più”.

Diminuisce l’autosufficienza dell’Italia nel frumento duro (perso il 18% in tre anni, secondo le elaborazioni di Teseo). Come mai? Come difendere il Made in Italy?

“Il problema è che è venuta a mancare la fiducia del cerealicoltore storico. Negli ultimi anni, i prezzi bassi, spesso sotto i costi di produzione, non hanno certo invogliato a seminare. Tra le alternative, c’è stata una buona richiesta di orzo distico, grazie al movimento dei birrifici artigianali, e questo ha fatto sì che qualche agricoltore ha cercato di diversificare le produzioni, orientandosi verso l’orzo da malteria”.

Il frumento duro coltivato in Italia garantisce un valore aggiunto superiore?

“Tendenzialmente sì, anche se le pressioni dei commercianti verso prodotti ad elevato tenore proteico stanno mettendo in difficoltà la cerealicoltura del Sud. Con Agrinsieme, Union Food, Italmopa, Assosementi, l’Università della Tuscia abbiamo avviato un percorso molto interessante per innalzare la qualità e dare risposte concrete all’industria molitoria e della pasta, siamo fiduciosi. Potrebbero aiutare il rilancio anche i finanziamenti concessi alle filiere da parte del Ministero delle Politiche agricole, purché si ritrovi quella puntualità nei pagamenti da parte del sistema pubblico che per gli imprenditori agricoli è essenziale”.

Può fregiarsi del Made in Italy anche la pasta fatta in Italia con grano duro di importazione?

“Si è sempre fatta la pasta con le miscele di grano duro di diversa provenienza, dal Canada agli Stati Uniti, all’Australia. Credo che il tema non sia il mito di un’autosufficienza irraggiungibile per l’Italia, ma della trasparenza in etichetta. Se parliamo di pasta 100% italiana, allora serve il grano coltivato in Italia e giustamente retribuito agli agricoltori. L’etichettatura obbligatoria va nella giusta direzione”.

Il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, nelle scorse settimane ha lanciato l’allarme sugli eccessivi passaggi commerciali delle materie prime, con l’effetto di una speculazione che fa male alle imprese. Condivide?

La filiera dovrebbe avere un approccio più etico

“Sì. Più passaggi si fanno, meno è la trasparenza e più forti sono le speculazioni. Sicuramente serve un processo di modernizzazione dell’intera filiera. Ricordo che a presto, per l’indicazione dei prezzi, partirà la Commissione Unica Nazionale (CUN) con la partecipazione di tutti i protagonisti della filiera e di Borsa Merci Telematica, uno strumento che potrebbe essere molto utile in termini di trasparenza.  Impossibile non analizzare come, ad oggi, il margine di guadagno resti sempre troppo sbilanciato verso gli anelli finali della filiera. Se all’agricoltore rimane non più del 13% del valore del prodotto, è inevitabile che vi siano squilibri, che le superfici coltivate diminuiscano, che quando i prezzi sono alti i produttori cerchino di non vendere per innescare ulteriore tensione. Se, al contrario, la filiera avesse un approccio più etico, con un’equa distribuzione della redditività potremmo ragionare su prospettive diverse”.

Sarebbe utile calcolare i costi di produzione medi e fissarli come paletto sotto al quale non scendere?

“Indicare dei costi medi di produzione, da parte di ente terzo come Ismea, le Università o, perché no, TESEO potrebbe aiutare sicuramente per una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi”.

La resa del grano duro coltivato in Italia è di 3,33 tonnellate all’ettaro contro una media UE di 3,54 tonnellate e punte di 5,38 tonnellate per la Germania e di 5,05 tons/ha per la Francia. Come rendere competitivo il grano italiano?

Ricerca e innovazione al vertice dell’agenda della CIA

“Il dato che lei cita, 3,33 tonnellate per ettaro, è un dato nazionale medio: al Nord si produce di più, al Sud la resa è inferiore. Detto questo, è innegabile che il divario rispetto alle produzioni medie di Francia e Germania sia troppo ampio. Ritengo che si debba operare su due livelli. Un primo aspetto contributivo, cercando di uniformare i valori della Pac fra le diverse Regioni, e dall’altro facendo ricerca e innovazione, che per noi della Cia è al vertice della nostra agenda politica e sindacale. Stiamo puntando molto inoltre sull’agricoltura di precisione, che non va utilizzata solo sulle colture ad alto reddito, ma anche per una coltivazione più responsabile ed etica dei cereali, nel rispetto dell’ambiente, del suolo, delle risorse idriche e di una sostenibilità anche di natura economica”.

Le varietà di grano antico possono rappresentare una soluzione per la redditività e la competitività oppure dovranno rappresentare una nicchia?

“Sono una nicchia seppur con dinamiche di mercato interessanti. La produttività dei grani antichi è molto limitata e non si riesce a competere facilmente su larga scala. Sono soluzioni in grado di dare soddisfazioni economiche quando l’agricoltore trasforma e commercializza direttamente la farina o la pasta magari con l’ausilio di laboratori locali”.

L’import dell’UE-27 nei primi sette mesi del 2021 è diminuito del 5,6%. È l’effetto del Covid? O quali sono le motivazioni?

“Ha influito sicuramente l’effetto del Covid, con la crescita dei costi dei noli e dei trasporti, ma anche la nostra azione sindacale a sostegno del grano italiano ha indubbiamente portato risultati positivi e l’industria si è rivolta alla produzione italiana”.

Sorprendentemente, nel primo semestre del 2021 l’Italia ha registrato un boom dell’export extra-Ue di grano duro, avvicinandosi a 81.000 tonnellate vendute (la Francia ha visto un export vicino a 87.000 tonnellate). Come spiega questa nuova tendenza italiana?

Promuovere ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto

“Non lo so. È sicuramente una sorpresa che un paese deficitario di grano duro esporti, ma è allo stesso tempo un segnale che dobbiamo cogliere. Ovvio però che un paese come l’Italia deve esportare e promuovere prodotti ad alto valore aggiunto come la pasta e non il grano come materia prima.  Oggi ci sono grandi margini nell’export, il Made in Italy è un brand vincente e potentissimo, vanno intensificati tutti gli strumenti di potenziamento dell’export”.

I cambiamenti climatici impongono inevitabilmente degli adattamenti e c’è chi ha proposto di posticipare le semine dei cereali autunno-vernini a febbraio. Cosa ne pensa?

“Bisogna valutare caso per caso.  Per l’orzo noi produttori già lo stiamo facendo avendo a disposizione più varietà di seme primaverile ottenendo buoni risultati. Sul grano duro anche volendo applicare la buona pratica agricola della “falsa semina” non possiamo posticipare troppo l’epoca di semina perché molto spesso i terreni di natura argillosi non essendo permeabili provocano ristagni di acqua rendendo impraticabili i terreni”.

Etica e capitale umano: le priorità di CLAI [Intervista]
5 Ottobre 2021

Pietro D’Angeli
Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
Sasso Morelli di Imola (BO) e Faenza (RA) – ITALIA

Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)

L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.

Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).

Abbiamo rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.

Direttore, qual è la forza della vostra cooperativa?

Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda

“Sono senz’altro le persone. CLAI fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte, non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.

Come è cambiato il settore dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?

“Nell’ultimo anno e mezzo il mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi scorsi sono destinate a rimanere”.

Quali sono i principali canali di vendita di Clai?

“Al momento il maggior canale di sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36 per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda? E i prossimi?

Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva

“Stiamo investendo molto su diversi fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.

Qual è il valore della filiera italiana?

Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali

“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.

Il futuro del latte ovino passa per la ricerca [Intervista]
22 Settembre 2021

Diego Mattu
Curcuris (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 750 pecore, di cui 600 in lattazione
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Diego Mattu – Pastore

Diego Mattu è un giovane pastore di 43 anni (appena fuori dalla definizione di “giovane agricoltore”, secondo la Pac), di Curcuris (Oristano). Alleva circa 750 pecore, delle quali 600 in lattazione. In azienda non manca qualche suino, allevato per “uso personale”, cioè per la produzione di salumi e per il porceddu, immancabile tradizione sulle tavole sarde negli appuntamenti di festa.

La materia prima è conferita alla Cao Formaggi, cooperativa di Fenosu (Oristano), che è la cooperativa ovina più grande d’Italia, grazie alla lavorazione di 30 milioni di litri all’anno, prevalentemente per la produzione di Pecorino Romano Dop, anche nelle sue più innovative varietà: lunga stagionatura, tradizionale, basso contenuto di sale, per rispondere ad un mercato sempre più variegato ed esigente. Il 40% del latte viene trasformato in altri prodotti caseari, con una vocazione alla diversificazione che garantisce qualità e redditività.

Qual è il vantaggio di conferire il latte ad una grande cooperativa?

La cooperativa favorisce la crescita degli Allevatori

“In termini economici il vantaggio è dato da un prezzo mediamente più alto rispetto all’industria privata. Per fare un esempio molto concreto: negli ultimi 10 anni il ritorno sul prezzo è stato all’incirca di 10 centesimi al litro in più rispetto al prezzo medio dell’industria. Inoltre, la vita in cooperativa, quando è partecipata, consente una maggiore crescita degli allevatori, grazie al confronto su aspetti comuni”.

Quali sono i canali di vendita privilegiati?

“Essenzialmente la grande distribuzione organizzata, che ci garantisce la collocazione di volumi significativi. Una parte della produzione è esportata, con gli Stati Uniti primo Paese di destinazione”.

È soddisfatto del prezzo del latte?

“Quest’anno sì. Abbiamo ottenuto un acconto di 70 centesimi al litro e il conguaglio sarà il prossimo anno. Stiamo attraversando una fase positiva, anche se una parte dell’aumento dei prezzi se la mangiano il costo del gasolio e delle materie prime, che sono aumentate”.

Ne ha risentito come azienda agricola?

“In parte sì, specialmente all’inizio dell’estate. Ma fortunatamente il contraccolpo è stato relativo, perché riesco a fare molte provviste, pianificando le produzioni interne e gli acquisti. Prima compravo anche da fuori, sul continente, ma da diversi anni il mercato è ormai confinato sull’isola”.

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

Difficile trovare manodopera specializzata

“Gli aspetti più pesanti sono legati alla gestione delle pecore. Devi sempre stare con loro. Dalla mattina alla sera gli animali sono al pascolo, nei momenti più caldi dell’estate le pecore escono di notte e di giorno stanno a riposo all’ombra. In azienda posso contare sull’aiuto di un dipendente e la collaborazione di mio cognato, ma il settore ha necessità di manodopera specializzata, che è difficile da trovare”.

In molte zone dell’Italia, specie se collinari, si sta diffondendo il problema degli ungulati e degli animali selvatici. Nella vostra zona avete avuto problemi con lupi, cinghiali o altri animali selvatici?

“Fortunatamente no”.

Usa droni per monitorare il gregge?

“No”.

Come gestisce il benessere animale?

“L’elemento chiave da osservare per capire lo stato di salute degli animali è se mangiano. Ho una corsia di alimentazione per le pecore, che stanno comunque più al pascolo che in stalla. Il benessere animale lo osserviamo dalla produttività dei capi: quando la pecora sta bene, senza alcuna forzatura nell’alimentazione, tutto procede correttamente”.

Quanto conta la formazione? Come imprenditore di cosa avresti bisogno?

Servirebbero sperimentazione e ricerca

“Servirebbero servizi legati alla sperimentazione agronomica e zootecnica, che tempi addietro venivano svolti dalla Regione o dagli enti pubblici, ma che ora sono un po’ carenti sul fronte della ricerca, probabilmente per mancanza di fondi. Allo stesso tempo manca una ricerca organica e concentrata sulla trasformazione, lasciata oggi alla volontà dei singoli caseifici, ma che ritengo dovrebbe essere sostenuta e guidata dall’ente pubblico”.

Quali investimenti ha fatto di recente o ha in programma?

“Negli ultimi 3-4 anni ho comprato dei terreni e, prima ancora, un trattore e le attrezzature per la lavorazione dei terreni. Ho migliorato le stalle e installato una mungitrice nuova, che ho intenzione di sostituire con una più tecnologica, così da monitorare meglio le produzioni e selezionare meglio i capi”.

A livello di selezione genetica cosa privilegia?

“Rispetto alle vacche la ricerca genetica è indietro anni luce. Secondo me, ma non è solo il mio parere, la selezione vera e propria sulla pecora sarda è ferma da moltissimi anni. Le produzioni medie per capo sono aumentate, è vero, ma ciò è dovuto al modo di alimentare e gestire gli animali, che è migliorato, mentre la selezione in sé è ferma. In Sardegna la maggiore parte delle pecore non sono iscritte a Libro genealogico. Io stesso faccio selezione autonomamente.

Dal mio punto di vista cerco di avere animali produttivi, che si ammalino il meno possibile, con meno problemi di fertilità”.

Ha parlato di acquisto dei terreni. È difficile trovarne?

“I prezzi dei terreni sono in aumento e la difficoltà per un giovane è prevalentemente data dall’accesso al credito, anche se la soluzione è migliorata rispetto al passato. Ma per un imprenditore che intende iniziare da zero, è davvero complicata”.

Come vede il settore fra dieci anni?

“In questi ultimi anni sto diventando un po’ pessimista. Il settore ritengo che nel suo complesso andrà avanti bene, ma allo stesso tempo ci sarà una selezione delle aziende. Solo quelle ben strutturate e organizzate per sopperire alla carenza di manodopera esterna qualificata riuscirà ad avere un futuro. Quanto al prezzo del latte ovino, vedo una maggiore stabilità rispetto alle forti oscillazioni del passato, a patto che vi sia una collaborazione più stretta fra allevatori, trasformatori e distribuzione, partendo naturalmente da una coesione di fondo dei pastori.

Aggiungo che la strada maestra per il futuro non sarà ridurre le produzioni, ma trovare nuovi mercati, favorire produzioni di nicchia, valorizzare il Pecorino Romano con diverse soluzioni produttive, senza uscire dalla Dop, ma valorizzando le diversità e le opportunità. Allo stesso tempo, bisognerà individuare nuovi mercati di sbocco, grazie a politiche di marketing lungimiranti, e in questo il Consorzio potrà essere di grande aiuto”.

Ho scelto di cambiare la nostra vita in meglio [Intervista]
6 Settembre 2021

Paolo Manconi
Ozieri (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 450 pecore in totale
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Roberta e Paolo Manconi – Pastori

“Ero arrivato a un punto in cui i contributi della Pac venivano risucchiati per continuare l’attività aziendale, con una fatica immensa, perché le ore di lavoro erano incessanti, dalla mattina alle cinque, cinque e mezza, fino alla sera alle otto e mezza, con il prezzo del latte che non copriva a volte nemmeno i costi e nessuna prospettiva se non quella di lavorare senza sosta. Ho detto basta e ho preso una decisione rivoluzionaria: passare da due mungiture a una sola giornaliera. Sono così riuscito a riequilibrare le ore di lavoro su ritmi più umani e il calo di produzione di latte non è stato così drammatico. Insomma, anche se qualcuno mi ha preso per pazzo e qualcuno ancora non è convinto del mio passo, voglio ripeterlo ancora una volta: la mia scelta aziendale è stato un cambio di vita in meglio. Avrei voluto avere il coraggio di farlo prima”.

A sentire le parole di Paolo Manconi, allevatore 57enne di Ozieri (Sassari), una vita nei campi (“faccio il pastore da quando ho 12 anni”, dice), viene voglia di applicare la sua teoria di rottura anche in altri campi, “Su connottu”, ripete, che in sardo significa più o meno “si è sempre fatto così”, quasi che la tradizione fosse granitica e inscalfibile come i Nuraghi che rendono unica la civiltà sarda, dove sacrificio e forza di volontà sono a volte più forti della natura stessa.

Al primo posto ho messo la qualità della vita

Ma l’entusiasmo di Manconi è davvero contagioso e non puoi davvero non porti la domanda se lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, come fanno molti allevatori, sia la soluzione giusta. “Al primo posto ho messo il miglioramento della qualità della vita e sono felice di averlo fatto”, ripete.

Partiamo come sempre dai numeri, per raccontare una storia di coraggio, che oggi si declina anche con l’ingresso in azienda della figlia Roberta, laureata in Agraria, che affianca il papà Paolo e lo zio Matteo. L’azienda – 134 ettari, dei quali 40 a seminativi, 53 di tare e il resto a pascolo – conta circa 450 pecore tra adulte e quote di rimonta, per una produzione di latte che nel 2021 dovrebbe attestarsi intorno agli 80.000 litri. Il latte è conferito al consorzio Agriexport di Chilivani (Sassari), di cui Manconi è vicepresidente. Una realtà che trasforma circa 12 milioni di litri di latte in un’ampia offerta di Pecorino Romano (classico, a latte crudo, a basso contenuto di sale) e ha una stretta collaborazione con la cooperativa di Pattada.

I prezzi del latte a 50 centesimi al litro, in picchiata e decisamente non remunerativi, sono stati la molla che lo hanno portato a cambiare prospettiva e a guardare alla gestione aziendale con occhi nuovi. “Mi ritrovavo in sala di mungitura alle otto e mezzo di sera per un prezzo del latte che non garantiva un futuro. ero adirato e avvilito – spiega Manconi -. Oggi i prezzi sono molto diversi e sembra passata una vita, ma non è così”.

E così, l’ex ragazzino che ha sempre preferito leggere e informarsi su tutto quello che capitava, dalle riviste agricole a quelle a carattere scientifico, circa cinque anni fa ha preso una decisione che ha rotto drasticamente quanto era la linea della tradizione. Da due mungiture al giorno a una sola. “Una scelta che ho mutuato grazie alla passione per la scienza e per il futuro, se non avessi letto con assiduità non avrei avuto la visione per cambiare”.

Come è cambiata la vita e quanto lavora oggi?

“Oggi siamo in due ad operare in azienda: io e mia figlia Roberta, con mio fratello Matteo in pensione, che comunque ci dà una mano. Iniziamo più o meno alle 5:30 e alle 9 del mattino abbiamo terminato la fase di mungitura e gestione della mandria”.

Come organizzate il resto della giornata?

È un mondo che si apre

“L’azienda è grande e c’è sempre da fare, ma una volta alleggerita la parte zootecnica e di cura degli animali, è molto più semplice. Nel pomeriggio siamo tendenzialmente liberi e riusciamo ad aggiornarci, a leggere, a dedicarci anche alla famiglia e all’approfondimento di argomenti e materie che, se lavori tutto il giorno e basta, non riesci a fare. È un mondo che si apre”.

Passando da due a una mungitura, qual è stato il calo produttivo e che riflessi ha avuto sugli animali?

“Gli animali nel giro di qualche tempo si sono adattati e nell’arco di tre anni è avvenuta una sorta di selezione naturale. Rispetto alle due mungiture al giorno la quantità di latte ottenuta è inizialmente inferiore, forse del 10-15%, ma se devo fare un conto economico il guadagno è ampiamente ripagato dallo stile di vita. Come detto, nell’arco dei tre anni i capi selezionati sono solo i migliori e il calo produttivo non si avverte più”.

Che cosa le hanno detto i colleghi allevatori?

Alla fine della giornata deve ritornare il reddito

“Alcuni mi hanno criticato, perché andavo contro la tradizione. Altri mi hanno chiamato. Qualcuno ha avuto il coraggio di seguire la mia scelta, altri invece sono arrivati a un passo e non hanno portato a termine quella che è una rivoluzione aziendale a tutti gli effetti. Comprendo che possa spaventare, ma vi assicuro che non tornerei più indietro, perché gli agricoltori sono imprenditori e alla fine della giornata deve ritornare il reddito, non solo le ore di lavoro”.

Che sala di mungitura ha?

“Ho una mungitrice a 48 posti, realizzata 26 anni fa. Abbiamo in programma di cambiarla, anche perché quelle nuove sono più sostenibili sul piano economico e ambientale. Consumano meno e utilizzano meno acqua per la pulizia. E anche gli animali beneficeranno di un migliore benessere animale”.

Come sta andando la stagione per il Pecorino Romano?

“Bene, il prezzo tiene. Dovremo mantenere le produzioni in equilibrio, puntare all’export e diversificare il prodotto per rispondere alle esigenze dei consumatori”.

Si può osare per soddisfare allevatori e consumatori [Intervista]
8 Luglio 2021

Francesco Pizzadili
Agro di Mores (SS), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 ovini di razza Sarda
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP

Francesco Pizzadili – Pastore

“Per un pastore, come qualsiasi altro allevatore la prima regola è il benessere animale, spesso a discapito della propria salute; ma questa è la soluzione non solo per avere animali più sani e produttivi, ma anche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, che sono già in atto”.

Lo sa bene Francesco Pizzadili, che alleva nell’agro di Mores, un’area pianeggiante dentro il comprensorio irriguo in provincia di Sassari, circa 500 capi ovini di razza Sarda (400 dei quali in lattazione) e un po’ di bovini, gestiti direttamente dal padre Giovanni, che li cura come hobby per la produzione di “perette” caciocavallo.

Le stagioni più calde Francesco Pizzadili le trascorre sull’altipiano, a Pattada, 850 metri circa di altitudine, ed è uno di quei pastori di cui, in parte, si sta purtroppo perdendo la tradizione.

I dati dell’azienda, che si possono riassumere sul piano produttivo in circa 100.000 litri di latte conferiti alla Latteria Sociale La Concordia di Pattada del presidente Salvatore Palitta, non raccontano fino in fondo la passione che ci sta dietro un lavoro impegnativo, che impone sacrifici, ma che regala altrettante soddisfazioni.

I dati positivi sui consumi di Pecorino Romano DOP, espressione di un’isola che ha saputo valorizzare le proprie tradizioni del territorio, sono la conferma che si può diversificare e “osare” per rispondere alle esigenze dei consumatori e, allo stesso tempo, dare soddisfazione anche ai produttori.

I prezzi medi sono infatti in crescita, trascinati dalla virtuosità del sistema cooperativo.

Dove state innovando nella vostra cooperativa, nella quale lei è consigliere?

“Come la maggior parte dei caseifici in Sardegna la nostra produzione è concentrata per l’80% sul Pecorino Romano.
Abbiamo avviato la diversificazione della stessa DOP con tre diverse tipologie: Extra con ridotto contenuto di sale, Riserva con varie fasi di lunga stagionatura e il Pecorino Romano DOP di montagna. Relativamente a quest’ultima tipologia, il progetto è nato più di tre anni fa, sulla scorta di quanto aveva fatto con successo, ad esempio, il Parmigiano Reggiano, altro formaggio a denominazione di origine che ha trovato modalità interessanti per valorizzare il latte. I risultati, dopo una fase di sperimentazione nella quale siamo partiti gradualmente, oggi stanno dando soddisfazione”.

Quanto, in termini di bilancio?

“Parliamo di circa cinque centesimi al litro di latte in più rispetto al resto della produzione. Questo ci permette di programmare un aumento delle forme di Pecorino Romano di montagna, per circa il 40% rispetto allo scorso anno. Stiamo comunque parlando di una nicchia rispetto ai 13-15 milioni di litri di latte trasformati annualmente”.

Avete altre produzioni di nicchia?

Puntiamo ad ampliare il mercato grazie alla diversificazione

“Sì, abbiamo cercato di diversificare, non soltanto ampliando la gamma di formaggi realizzati, ma all’interno stesso della DOP Pecorino Romano. Accanto alla versione sapida classica sono nate quindi varianti come il Pecorino Romano a ridotto contenuto di sale, lunga stagionatura, e in occasione di Caseifici Aperti di due anni fa abbiamo presentato con grande successo un 48 mesi, quello di montagna, e stiamo per introdurre anche la lavorazione del Pecorino Romano a latte crudo, antica ricetta del pastore. Questo perché grazie alla diversificazione puntiamo ad ampliare il mercato”.

Quali sono i principali canali di vendita?

“Il 60% delle vendite avviene in Italia e il restante 40% all’estero. Otto forme su dieci esportate vanno negli Stati Uniti, mentre il 20% prende la strada del Nord Europa”.

Cosa cercano all’estero?

“In Usa i consumatori cercano il classico Pecorino Romano Dop, ma allo stesso tempo sono incuriositi dalle novità. In quest’ottica stiamo cercando di costruire un mercato multiforme. Diversamente, ci siamo resi conto che il consumatore del Nord Europa è più maturo e, quindi, maggiormente propenso a scoprire nuove proposte”.

Rispetto all’anno scorso, quanto state producendo?

“Più o meno è la stessa produzione in quantità, anche se abbiamo al nostro interno allevatori soci in più”.

Dove si colloca il prezzo del latte destinato a Pecorino Romano DOP e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?

Dovremo prestare attenzione all’equilibrio produttivo

“Abbiamo oscillazioni stagionali. Abbiamo chiuso il bilancio 2020 con 1,10 € al litro e 1,15 € per il latte di montagna. Nel 2019 avevamo chiuso a 94 centesimi. Stiamo attraversando una fase positiva, ci sembra di poter affermare. Il 2021 si prospetta un’annata con un bilancio soddisfacente, almeno dalle indicazioni che abbiamo avuto in questo primo semestre. Oggi non è difficile vendere, grazie a una domanda sostenuta. C’è richiesta e i commercianti stanno portando via il prodotto fresco, per il Pecorino Romano non prima dei 5 mesi come da disciplinare. Anche all’estero i consumi si stanno riprendendo e le progressive aperture dell’Horeca e Food service di certo aiutano. Negli Usa stiamo assistendo a una fase in cui c’è richiesta e cercano il prodotto. Dovremo stare attenti a mantenere un equilibrio produttivo e non farci prendere la mano con il prezzo”.

In Italia dove collocate il prodotto?

“Con la pandemia abbiamo ampliato il giro dei clienti. Meno Horeca, dove comunque abbiamo visto che il prodotto Dop ha minori spazi, e maggiori vendita nei negozi, nella grande distribuzione e anche nei discount, magari con tipologie di prodotto differenti”.

Avete risentito dei rincari delle materie prime?

“Come pastori sì. I rincari iniziano a pesare, è umiliante, ogni volta che  il prezzo del latte è ottimale il rincaro delle materie prime si fa subito sentire, ci viene il dubbio che siano operazioni fatte ad arte. Non dimentichiamo, poi, che siamo su un’isola, per cui anche il costo dei trasporti incide”.

Quanto è diffuso il pascolo?

“Lo pratichiamo quasi tutti. Nella nostra cooperativa, formata da circa 320 soci, non abbiamo allevamenti intensivi e il pascolo è la regola. 

Qual è la parte più dura del suo lavoro?

“Il pastore, più che un lavoro, è uno stile di vita, eterno custode del territorio, come si dice H24, 7 giorni su 7; non esistono feste, non si stacca mai, molte volte trascurando il tempo da dedicare alla propria famiglia. Anche quando sei a casa o in giro e ti vedi con amici pastori o non, alla fine si finisce sempre a parlare di lavoro”.

La natura stessa detta le regole, le stagioni arrivano e non aspettano nessuno”. 

Lei quanti anni ha?

“Quarantadue, sono sposato e ho due figli maschi di 13 anni e 11 anni”.

Le piacerebbe che seguissero le sue orme dal punto di vista lavorativo?

“Sinceramente sì, perché se investi nell’azienda desideri la continuità, ma mi interessa che studino e che scelgano nella vita il lavoro che desiderano. E pazienza se sarà un’altra attività”.

Quanto è importante studiare?

“Molto. Io e mio fratello, che lavoriamo insieme, abbiamo un diploma di terza media, e confrontandoci con tutte le professionalità che gravitano intorno all’azienda e alla cooperativa, dal veterinario all’agronomo, e altre figure professionali, ci rendiamo conto che una base culturale più ricca aiuta tanto. È innegabile che chi studia ha una base più solida ed è questo che desidero per i miei figli, che possano studiare per essere liberi di scegliere il loro futuro”.

Come vede il settore fra dieci anni?

I tempi della politica non coincidono con le esigenze delle aziende

“Non benissimo, in verità. Molti sono stanchi di fare questo lavoro, ma non c’è il ricambio generazionale. Inoltre, molti giovani non vogliono fare questo lavoro, perché molto sacrificato e, permettetemi di aggiungere, assistiamo anche a un pessimo funzionamento della politica sugli investimenti in agricoltura, dove scarseggia completamente la dinamicità delle operazioni. In poche parole, i tempi non coincidono mai con le esigenze delle aziende primarie e di trasformazione, e questo spaventa tantissimo. Lo stiamo vedendo già ora e lo confermano i numeri: meno aziende e una minore produzione di latte”.

Rischiamo che il Made in Italy divenga un bene di lusso [Intervista]
25 Maggio 2021

Gianmichele Passarini
Bovolone (VI), Veneto – ITALIA

Gianmichele Passarini
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto

“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.

Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.

Presidente Passarini, come interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?

“Credo si tratti di una concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la coperta è corta”.

La fiammata della soia ha ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico, oggi vicinissimi. Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni, proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?

Situazione che rallenta la scelta del biologico

“Assolutamente è una situazione che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può produrre in perdita”.

Che impatto hanno sulla zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?

“Si aprono due elementi di criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica, perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo difficoltà”.

Le importazioni cinesi di carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina africana?

“Anche se indirettamente, è vero, abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.

C’è anche un tema legato al benessere animale. Come muoversi?

La soluzione non è mettersi sulla difensiva

Il tema esiste e la soluzione non è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate. Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida, senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.

Cosa suggerisce di fare?

“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.

Quali?

“Siamo tutti d’accordo che il benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.

Lo dica lei.

“Il rischio è aprire alle importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei. Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.

L’Italia sta perdendo terreno sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna di mais?

“Non possiamo pensare di arrivare all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna, quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una accelerazione sulle New Breeding Technology.

Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera

Serve un forte impulso alla ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti, dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.

Successivamente, la strada da percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i dati sugli stock”.

Ha parlato di agricoltura di precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda la crescita.

“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso. Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie: il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste occasioni con idee e progetti organici”.

Programmazione ed Export: analizzare la suinicoltura italiana in maniera più ampia [Intervista]
6 Aprile 2021

Ferdinando Zampolli
Rodigo, Mantova – ITALIA

Ferdinando Zampolli - Suinicoltore
Ferdinando Zampolli – Suinicoltore

“Abbiamo perso il treno con la pianificazione produttiva delle DOP negli anni 1999-2000. Era in quel momento che avremmo dovuto fare il punto zero e poi pianificare, magari individuando quote di produzione da assegnare agli allevatori, accompagnando il sistema a una progettazione con almeno due anni di anticipo. In questo modo avremmo gestito meglio i flussi di cosce da destinare ai grandi prosciutti DOP e collocarli sul mercato in base alle dinamiche dei consumi. Tutte le DOP dovrebbero avere una produzione contingentata, perché rispondono a un disciplinare, comportano costi più elevati, devono assicurare alta qualità e devono poter contare su un mercato in grado di remunerare in maniera adeguata tutti gli attori della filiera”.

Il ragionamento di Ferdinando Zampolli, allevatore di Rodigo con circa 10mila maiali allevati ogni anno (venduti a Opas) e 200 ettari coltivati, parte da molto indietro. È in quel periodo che, secondo l’allevatore che è anche componente della Commissione Unica Nazionale (CUN) per i suini grassi, non viene agganciata una rivoluzione di sistema che avrebbe potuto evitare almeno alcune delle crisi successive che hanno compromesso la vitalità del settore, ridisegnandone il perimetro e facendo perdere qualche treno in fase di rilancio complessivo.

I consorzi di Parma e San Daniele, ufficialmente, approvano una programmazione produttiva con cadenza triennale, l’ultimo approvato per il consorzio di Parma è del 2020 e prevede una produzione di 9,5 milioni di pezzi/anno, a fronte di un consuntivo venduto pari a 8,5 milioni di pezzi/anno. “Non credo servano parole per commentare questo genere di politica produttiva: i numeri parlano da soli”, aggiunge Zampolli.

Secondo lei quali sono i motivi?

“I motivi sono sostanzialmente due. Il primo: gli allevatori non fanno parte del consorzio del prosciutto (sia Parma che San Daniele). Il consorzio è interamente nelle mani dei prosciuttai, e questo genere di programmazione produttiva può dettarla solo il consorzio. Secondo: all’epoca erano ben visibili gli effetti provocati dalle quote latte, e ci si guardava bene dal ricadere in un simile potenziale problema.

Questo è un problema che emerge tra gli allevatori ogni volta che il prezzo di mercato va sotto i costi di produzione, tuttavia, nonostante siano anni che i prosciuttifici navigano in cattive acque, ancora fanno orecchie da mercante sul contingentamento delle produzioni per paura di lasciare quote di mercato ai loro competitor. Ad aggiungere danno alla beffa, hanno recentemente avuto occasione di mettere mano in modo organico e strategico al disciplinare di produzione, ma hanno clamorosamente mancato l’obiettivo, caricando il sistema di costi di controllo assurdi a carico di tutta la filiera (senza, tra l’altro, garantire una maggiore qualità), risultato di un disciplinare estremamente farraginoso che Confagricoltura assieme a CIA, CoopAgri, Unapros e altre sigle sindacali ha aspramente criticato ed osteggiato, critiche che il ministero non ha preso in considerazione ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi si vanta di essere paladino degli agricoltori ma che in realtà ha chiaramente dimostrato di non esserlo, in questa come in altre occasioni”.

Uno degli obiettivi di cui si parla da qualche tempo è anche la ricerca di nuovi mercati. Non crede che l’internazionalizzazione sia una strada valida?

“Guardi, l’abbiamo vista tutti, la sfilata fatta dal presidente cinese con tutta la delegazione al seguito, qui a Roma qualche tempo fa con tutto il nostro governo in pompa magna, a firmare accordi di libero scambio tra la l’Italia e la Cina. Vuole che le dica cosa riusciamo ad esportare in Cina dopo la firma di questi fantomatici accordi tanto decantati?”.

Dica.

Esportare tagli nobili accrescerebbe il prezzo della materia prima

“L’unica carne, se così possiamo chiamarla, che riusciamo con fatica ad esportare sono le frattaglie, gli zampetti e le teste. Tutti prodotti poco nobili che hanno un effetto risibile sul mercato interno. Quindi, se nel periodo pre-covid il prezzo dei maiali era salito in modo importante è stato perché paesi come la Germania e la Spagna esportavano mezzene intere verso la Cina e quindi non rovesciavano nel nostro mercato le loro produzioni, questo ci ha dato qualche mese di respiro. Noi avremmo tutto l’interesse ad esportare tagli nobili, ci permetterebbe infatti di accrescere il prezzo della materia prima qui in Italia, di svuotare le cantine, oggi intasate da prosciutti stagionati, destinando la coscia fresca al mercato cinese, di dare slancio all’intero settore e a tutto l’indotto. Invece siamo al palo, a vedere l’ennesimo treno passare senza poterlo prendere, e tutto questo per colpa di lobby miopi che non saprebbero disegnare un cerchio con un bicchiere e di una burocrazia che, per ragioni di educazione, non definisco”.

Il mercato ha registrato nelle scorse settimane una ripresa, proprio quando storicamente i listini rimanevano stabili o addirittura, diminuivano. Se lo aspettava?

“Sì. E le cause vanno ricondotte in parte all’etichettatura delle carni suine trasformate e in parte alla diminuzione della produzione nazionale e delle importazioni italiane in flessione a causa delle esportazioni verso la Cina da parte dei paesi UE, che storicamente scaricano nel nostro mercato una parte importante delle loro produzioni”.

In tema di etichetta e indicazioni, i salumi sono di nuovo insieme alla carne rossa nel mirino di una comunicazione forse eccessivamente allarmistica, almeno alle latitudini italiane. Cosa ne pensa? 

“Uso questo ‘proverbio’ perché rende bene l’idea: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, infatti, questi continui attacchi, perpetrati da persone con le quali è impossibile sedersi a ragionare, sono basati su convinzioni ideologiche e non su dati scientifici. Portano a giustificazione delle loro affermazioni, tesi scientifiche create ad arte piene di lacune, di errori che però fanno colpo sull’opinione pubblica, e dall’altra parte abbiamo un consumatore che preferisce ascoltare chi alza di più la voce o chi è più presente nei social, piuttosto che cercare di capire le ragioni per cui da millenni l’uomo alleva gli animali e se ne ciba e soprattutto i passi in avanti che la zootecnia ha compiuto nel rispetto del benessere animale e della salubrità alimentare”.

Come sta funzionando la CUN, oggi? Quali sono i punti critici da migliorare?

Un flusso produttivo che non permettete una strategia di vendita

“Non molto bene! Purtroppo la parte allevatoriale all’interno della CUN poco può fare contro i macelli. Abbiamo un prodotto che è fortemente deperibile, un insieme di regole capestro (come il peso massimo di vendita del suino vivo per poter entrare nel circuito DOP), un flusso produttivo alle spalle che non può essere interrotto a piacimento, e questo non ci permette nessuna strategia di vendita. Quando la merce è pronta deve essere avviata alla trasformazione punto e basta. In quest’ottica è necessario che la politica assista il settore garantendo sempre un prezzo e non un ‘non quotato’. Oggi in particolar modo la corda con i macelli è molto tesa, c’è richiesta e quindi il prezzo del suino vivo dovrebbe salire, dall’altra parte i macelli non riescono a trasferire sulle carni i rincari del vivo. A questo aggiungiamo che abbiamo di fronte una estate dove mancheranno suini in modo importante e i macelli sono spaventati, perché saranno costretti a pagare cara la materia prima ma non sanno se riusciranno a ribaltare gli aumenti sulle carni. Stanno di fatto vivendo quello che nel decennio 2008-2017 hanno vissuto gli allevatori a parti invertite: erano aumentati a dismisura le produzioni di suini in Italia e il prezzo era crollato, oggi i numeri sono ridotti e non ci sono maiali per tutti i macelli presenti, quindi, è il loro momento buio”.

Cosa potrebbe accadere se la Cina rallentasse le importazioni dall’Europa? 

“Lo scenario lo abbiamo già visto: con la comparsa della peste suina in Germania le esportazioni tedesche verso la Cina si sono bloccate e il mercato europeo è andato in crisi, raggiungendo quotazioni ben al di sotto del costo di produzione”.

Nella sua azienda ha investimenti in programma? Quale spazio trovano sostenibilità ambientale e benessere animale?

“Per ora siamo fermi e non abbiamo programma investimenti. Quanto alla sostenibilità ambientale, il percorso, senza remunerazione adeguata alle imprese, diventa naturalmente ben più complesso. Ma come azienda siamo attenti. Sul versante del benessere animale bisogna essere chiari: sono necessari investimenti, ma allo stesso tempo il consumatore deve essere disponibile a pagare un valore aggiunto sui prodotti che mirano ad un benessere animale superiore ai requisiti minimi di legge. Bisognerebbe avere coraggio e parlare molto chiaramente ai consumatori”.

I prezzi di cereali e semi oleosi sono cresciuti molto. Come si protegge dall’impennata della razione alimentare? 

I prezzi sono schizzati in alto e la razione alimentare in allevamento è aumentata di oltre il 20 per cento. Personalmente cerco di fare acquisti annuali su mais, farina di soia e orzo, per volumi indicativi di circa 20mila quintali. I maggiori costi erodono però la redditività in allevamento”.

Ci sono alternative ai prosciutti Dop, secondo lei?

Analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia

“Spero molto nell’etichettatura e nelle tre I (nato, allevato e macellato in Italia), fermo restando che la produzione DOP è quella che fin ora ha sostenuto il mercato, pur nelle difficoltà. Assistiamo a esperienze diverse, anche legati alla salumeria tradizionale, ma non a Denominazione di Origine Protetta. A volte sono esperimenti che funzionano, ma alla lunga non so quale può essere il ritorno. Certo dobbiamo riflettere, perché se alcuni prosciuttifici sono in difficoltà, probabilmente dovremmo analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia”.

Valorizzare le commodity coltivate nel rispetto della sostenibilità [Intervista a Valeria Villani]
29 Marzo 2021

Valeria Villani - Imprenditrice Agricola
Valeria Villani – Imprenditrice Agricola

Valeria Villani
Gualtieri (RE), Emilia-Romagna – ITALIA

Istituire protocolli incentrati sulla sostenibilità ambientale per la produzione cerealicola, e accompagnare gli agricoltori alla crescita professionale attraverso la formazione. Nessun timore, poi, nei confronti di tecnologie produttive rispettose dell’ambiente (purché non OGM e che non minaccino la biodiversità), incentivazione delle filiere idonee alla valorizzazione dei prodotti e sostegno legislativo da parte dell’Italia e dell’Europa per tutelare sistemi etici sul piano del lavoro, della sicurezza alimentare e dell’ambiente. Sono questi i cardini sui quali poggiare il futuro della cerealicoltura, secondo Valeria Villani, imprenditrice agricola che a Gualtieri (Reggio Emilia) coltiva 450 ettari di terreno, con una marcata propensione a ridurre l’impatto ambientale e i costi di produzione grazie a tecniche consolidate ormai da 20 anni. L’abbiamo intervistata per approfondire i temi.

Valeria Villani, da cosa è dipesa, a suo parere, l’impennata dei prezzi di cereali e semi oleosi?

“La crescita è dovuta prevalentemente a due fattori: l’approvvigionamento della Cina sui mercati internazionali e le limitazioni in Argentina e Russia dell’export di cereali e semi oleosi. Credo che queste strategie commerciali siano nate dal timore degli effetti devastanti che il Covid sta portando all’economia internazionale, effetti che saranno ancora più pesanti quando l’emergenza terminerà e finiranno gli aiuti statali. Inoltre, penso che alcuni Paesi abbiano intrapreso questa politica per garantire almeno alle fasce più povere, che saranno quelle più colpite, il sostentamento alimentare”.

Come è possibile arginare la volatilità?

Riconoscere il valore delle commodity sostenibili

“La volatilità può essere contrastata solo riconoscendo il valore aggiunto delle commodity coltivate con protocolli che rispettano la sostenibilità ambientale, i diritti dei lavoratori e non permettendo ai prodotti che escono da questi principi di essere commercializzati sugli stessi mercati. Questo porterebbe i soggetti a valle della filiera a stringere accordi produttivi con i soggetti a monte, e ad avere una redditività distribuita lungo la filiera: la conseguenza sarebbe il contenimento della volatilità dei prezzi. Inoltre, bisognerebbe tornare ai principi ispiratori della Pac, laddove l’autosufficienza sulle commodity risulti necessaria, fatto messo in evidenza durante la crisi dovuta alla pandemia”.

Nella sua azienda pratica minima lavorazione, semina su sodo o altre soluzioni di agricoltura di precisione?

“Nella nostra azienda pratichiamo semina su sodo da almeno 20 anni, concimazione a rateo variabile e l’utilizzo della guida satellitare per l’uso dei prodotti fitosanitari. Utilizziamo da tre anni il sistema in Cloud di Climate Fieldview, abbiamo cinque sistemi satellitari di cui due Rtk”.

Ha fatto investimenti di recente? E quali interventi ha in programma per il futuro?

“Nell’ultimo anno abbiamo acquistato un sistema satellitare, una trincia con sistema satellitare e Nir. Nel futuro vorremmo dotarci della macchina per seminare il mais a rateo variabile”.

Uno degli aspetti da non sottovalutare è legato ai cambiamenti climatici. Come fronteggiarli?

“Credo che l’unico modo per fronteggiarli, oltre all’impegno nella sostenibilità ambientale per rallentarli, sia la ricerca agronomica per individuare piante in grado di sopportare la grande variabilità climatica”.

Come si potrebbe rilanciare un piano proteico e cerealicolo in Italia?

Valorizzare le commodity italiane in un piano di rilancio

“Bisognerebbe innanzitutto valorizzare le commodity italiane, in quanto non OGM, coltivate con protocolli sostenibili dal punto di vista ambientale e nel rispetto dei lavoratori. Sarebbe necessario quindi creare filiere dove questi aspetti siano valorizzati. Per fare questo servirebbe però il sostegno legislativo nel vietare la circolazione di prodotti in Italia e in Europa che non rispettino tali principi”.

Teseo by Clal cosa potrebbe sviluppare per aiutare gli agricoltori nel percorso di formazione?

“Gli agricoltori hanno bisogno di informazioni capillari e dal vasto orizzonte, come proiezioni su ciò che accade sui mercati internazionali, per decidere su quali settori investire. Servirebbe anche una formazione orientata a capire quali tecnologie implementare nella propria azienda e come ricavarne il massimo profitto”.

Come immagina l’agricoltura fra 20 anni?

“La risposta non è facile, dal punto di vista della previsione e del contenuto. Purtroppo se le politiche agricole rimarranno le stesse, con un aumento di oneri e di protocolli produttivi per gli agricoltori, senza estendere tali regole alla commercializzazione, temo che i prodotti che stanno alla base dell’alimentazione umana siano destinati a sparire dall’Italia”.