Investire in Biosicurezza per garantire produttività, sostenibilità e resilienza
18 Marzo 2026

Con l’espansione e l’intensificazione dei sistemi di allevamento, la diffusione dei patogeni causati dai cambiamenti climatici, i maggiori rischi di incidenza delle malattie infettive, la resistenza agli antimicrobici ed anche per norme sempre più severe in materia di allevamento, aumentano le necessità di investire in biosicurezza. Per prevenire, controllare e monitorare le malattie infettive, diventa sempre più importante investire nell’insieme integrato di pratiche, tecnologie e procedure di gestione per la tutela della salute animale.

Infatti, le conseguenze delle epidemie sono sempre più acute a livello economico, ambientale, di salute pubblica, arrivando anche a limitare l’accesso ai mercati per i prodotti di origine animale. Si stima che il mercato dei prodotti per l’adozione di soluzioni igieniche, diagnostiche e tecnologie di sorveglianza digitale, passerà da circa 3,0 miliardi di dollari nel 2026 ad oltre 6 miliardi di dollari entro il 2036, di cui il 36% rappresentato da disinfettanti e sanificanti, a riprova del ruolo fondamentale dell’igiene nella prevenzione delle malattie.

Le ragioni e le prospettive di crescita variano notevolmente nei diversi contesti mondiali: negli Stati Uniti derivano soprattutto dalla pressione dell’opinione pubblica per ridurre l’uso di antibiotici, mentre nei mercati europei come Francia, Germania, Regno Unito, risultano dai dati sull’analisi dei rischi, dai protocolli operativi e dagli adeguamenti normativi. L’India è il contesto dove il tasso di crescita annuo per gli investimenti in biosicurezza sarà maggiore in seguito agli sforzi volti ad aumentare la produttività lattiera ed a controllare le malattie endemiche, seguita dalla Cina in conseguenza dei mega allevamenti che impongono un controllo rigoroso sui movimenti degli animali e sugli input. Anche gli investimenti brasiliani saranno significativi, data la necessità di ottemperare gli standard internazionali di salute animale per espandere le esportazioni. 

Di conseguenza, le aziende che operano nel settore della sanità animale stanno sviluppando collaborazioni per fornire pacchetti combinati di vaccini, diagnostica, disinfettanti e strumenti di gestione dei dati con analisi predittiva nella modellizzazione delle malattie in modo da realizzare una piattaforma strategica per la salute a lungo termine del bestiame e la redditività delle aziende. Con il continuo sviluppo e la modernizzazione dei sistemi lattiero-caseari, la biosicurezza sarà fondamentale per garantire la produttività, la sostenibilità e la resilienza.

Fonte: eDairyNews

TESEO.clal.it – Monitoraggio delle patologie animali sulla Home Page di TESEO

Nuova Zelanda: indici di selezione e pagamento del latte
8 Gennaio 2026

Lattosio entra nel valore riproduttivo oltre a Grasso e Proteine

In Nuova Zelanda sono stati aggiornati gli indici di selezione genetica del bestiame includendo oltre a grasso e proteine anche il lattosio nel valore riproduttivo (Breeding Worth index). Ciò garantisce che le decisioni relative alla selezione rimangano in linea con l’evoluzione del mercato, aiutando gli allevatori ad ottimizzare la redditività degli allevamenti attraverso sistemi di pagamento del latte pertinenti.

Di fatto nel paese oceanico il riferimento per il prezzo è il pagamento fatto da Fonterra, che raccoglie la maggior parte della produzione neozelandese. Importante tener presente che le entrate per gli allevatori derivano dai pagamenti per il latte conferito e dal rendimento di capitale a quanti sono anche detentori di quote di Fonterra. Ciò garantisce che anche i produttori possano trarre vantaggio dai profitti del settore lattiero-caseario ma, ovviamente, li espone anche ai rischi conseguenti.

I pagamenti sono calcolati attraverso una piattaforma informatica in modo da garantire trasparenza ed affidabilità ai conteggi mentre DairyNZ, l’organizzazione nazionale che rappresenta il comparto lattiero-caseario neozelandese, aggiorna annualmente i valori economici con un indice che classifica le vacche ed i tori in base al potenziale di redditività, garantendo che le decisioni relative alla selezione riflettano la situazione economica attuale. Il prezzo del latte in Nuova Zelanda è infatti molto sensibile ai mercati lattiero-caseari internazionali: una forte domanda in Medio Oriente e Nord America può far salire i prezzi, mentre un calo degli acquisti nell’Asia settentrionale può farli scendere. Prodotti come il burro, il grasso di latte anidro (AMF) ed il latte scremato in polvere (SMP), sono fattori chiave che influenzano i livelli dei prezzi del latte alla stalla.

L’aggiornamento relativo all’inclusione del lattosio nell’indice di selezione verrà applicato a partire dalla stagione 2026-2027 nel contesto di una revisione del modello nazionale per gli obiettivi di allevamento che tiene conto anche della dinamica dei costi di produzione.

Pur se nella maggior parte delle aziende non comporterà cambiamenti significativi data la limitata variabilità del lattosio nel latte, questa revisione dimostra la volontà di abbinare il modello di selezione del bestiame alle specifiche condizioni dei sistemi di allevamento neozelandese, basato sui pascoli, rendendoli dinamici per le esigenze future.

Fonte: Farmers Weekly

CLAL.it – Produzione di Latte in Nuova Zelanda nell’annata agraria in corso

L’acqua, il cuore invisibile dell’allevamento da latte
24 Ottobre 2025

Disponibilità, qualità e gestione dell’acqua influenzano la salute degli animali

Spesso sottovalutata, l’acqua è il nutriente più importante per le bovine da latte eppure spesso passa inosservato. La sua disponibilità, qualità e gestione influenzano direttamente la salute degli animali, la produzione e la sostenibilità dell’allevamento.

Le bovine da latte consumano enormi quantità di acqua. Una vacca in piena lattazione può berne tra 100 e 150 litri al giorno, a seconda della temperatura, dell’alimentazione e della produzione. Questo perché il latte è composto per circa 87% da acqua, la cui struttura chimica specifica  (due atomi di idrogeno legati ad un atomo di ossigeno) le conferisce  proprietà fisiologiche uniche che la rendono fondamentale per la digestione, la termoregolazione ed il trasporto dei nutrienti.

Una carenza idrica, anche temporanea, può causare stress metabolico, calo della produzione e problemi riproduttivi.

A causa della sua abbondanza e del suo costo molto contenuto, non è stata studiata nella stessa misura di altri componenti alimentari indispensabili.  Non basta però che l’acqua sia disponibile: deve essere pulita, fresca e facilmente accessibile. Le bovine sono sensibili alla qualità dell’acqua e riescono a rilevare elementi a livelli di parti per milione. Contaminazioni da nitrati, batteri o metalli pesanti possono compromettere la salute del bestiame e la qualità delle produzioni. Qualità dell’acqua è tuttavia un termine generico, che comprende il sapore, le sostanze minerali ed organiche, la salinità, i solidi, la presenza di batteri e di potenziali contaminanti.

L’acqua fresca e pulita sta diventando una risorsa limitata in alcuni paesi, mentre in altri il suo uso ha portato all’inquinamento delle fonti idriche, per cui deve essere purificata.  

Le nuove sfide etiche ed ecologiche

Una gestione efficiente dell’acqua non è solo una questione produttiva, ma anche etica ed ecologica. In un contesto di cambiamenti climatici e scarsità idrica, l’allevamento da latte deve affrontare nuove sfide: ridurre gli sprechi attraverso sistemi di riciclo e monitoraggio intelligente, integrare l’acqua nella strategia di benessere animale, collaborare con gli enti preposti per una gestione condivisa delle risorse idriche. In questo tempo dove l’imperativo è la sostenibilità i produttori dovrebbero considerare il potenziale della raccolta e della filtrazione dell’acqua piovana

L’acqua è molto più di un elemento tecnico nell’allevamento da latte: è il filo invisibile che collega la salute animale, la qualità del latte, la sostenibilità ambientale e la redditività dell’azienda. Con pressioni geografiche e ambientali in continua evoluzione, la gestione dell’acqua nelle attività lattiero-casearie sarà sempre più fondamentale per il successo del settore.

Fonte: Ontario Agriculture College

TESEO.clal.it – Mappa interattiva di Acqua e Sostenibilità

Coltivare resilienza con l’agricoltura rigenerativa
1 Ottobre 2025

L’agricoltura convenzionale basata sul trinomio “lavorazione profonda del terreno, concimazione, diserbo”, dimostra ormai i suoi limiti per la degradazione dei suoli ma anche per la crescente sensibilità dei consumatori verso produzioni sostenibili e rispettose dei cicli naturali di coltivazione.

Si sta dunque riscoprendo il valore delle tecniche agronomiche tradizionali per mantenere la fertilità e la biodiversità nei suoli attraverso la riduzione delle lavorazioni, la copertura vegetale, il principio delle rotazioni. Questa è la finalità dell’agricoltura cosiddetta conservativa o rigenerativa, una tecnica associata ad un impatto ambientale ridotto o potenzialmente positivo.

Il passaggio alle pratiche rigenerative richiede tempo ed investimenti

Tuttavia, il passaggio alle pratiche rigenerative richiede tempo ed investimenti; dunque comporta anche dei rischi da parte degli agricoltori, che sarebbero ridotti se ci fosse un chiaro riconoscimento del mercato per i prodotti così ottenuti, alla stregua di quanto avvenuto per il biologico.

L’Istituto Europeo per l’Innovazione e la Tecnologia (EIT – European Institute of Innovation and Technology) organismo indipendente dell’Unione europea per identificare, co-finanziare e coordinare attività di specifiche per la conoscenza e l’innovazione, ha analizzato come i consumatori europei percepiscono l’agricoltura rigenerativa e come possano essere stimolati a preferirla. Innanzitutto è stato rilevato che, pur esistendo una grande attenzione alle produzioni nazionali, la conoscenza delle varie pratiche agricole è molto sommaria ed esiste una generale preoccupazione per l’uso di prodotti chimici e per la qualità dei prodotti.

L’agricoltura rigenerativa è poco conosciuta dai Consumatori

I consumatori in principio manifestano favore per le pratiche meno impattanti e ritengono fondamentali gli attributi relativi a gusto e genuinità/salubrità; inoltre questi aspetti qualitativi vengono associati ai benefici per l’ambiente ed al benessere animale. Però tutto questo non è un elemento motivante per preferire i prodotti ottenuti da agricoltura rigenerativa che è poco conosciuta. Quanti già preferiscono i prodotti biologici sono più sensibili e disponibili a riconoscere un giusto prezzo ritenendo che anche quelli ottenuti da agricoltura rigenerativa abbiano dei profili sensoriali migliori perché senza prodotti chimici, pesticidi, fertilizzanti artificiali ed anche più nutrienti perché ottenuti da suoli più sani e da animali allevati in migliori condizioni.

Avvicinare i Consumatori agli Agricoltori con comunicazione trasparente e credibile

Le imprese che immettono sul mercato i prodotti da agricoltura rigenerativa più richiesti, innanzitutto cereali, ma anche frutta, uova, carne, latticini, dovrebbero sviluppare una comunicazione appropriata ed una etichettatura che aiuti i consumatori nelle scelte d’acquisto. Occorre sempre più avvicinare i consumatori agli agricoltori adottando pratiche comunicative trasparenti e credibili. A differenza del biologico e delle produzioni certificate in genere, l’agricoltura rigenerativa o conservativa che dir si voglia, rappresenta la necessità di produrre in modo sostenibile e resiliente. Indirizzare le produzioni in questo senso è una scelta strategica. Molto deve essere fatto soprattutto a livello pubblico, sia per indirizzare i produttori sia per sensibilizzare i consumatori. Dallo studio risulta infatti che questi non comprendono la necessità di trasformare le attuali pratiche agricole, semplicemente perché non le conoscono.

Pertanto, produttori e consumatori debbono essere informati ed educati sui benefici dell’agricoltura rigenerativa e su come questa possa offrire soluzioni alle sfide dei nostri sistemi alimentari.

Fonte: EIT Food

TESEO.clal.it – L’autosufficienza dei prodotti agricoli in Italia

L’impatto delle temperature estreme sul sistema alimentare mondiale
19 Settembre 2025

Le temperature spingono al rialzo il costo del cibo

Tra gli effetti dell’aumento delle temperature che colpisce tutto il mondo, la crescita dei prezzi dei generi alimentari è la seconda conseguenza del cambiamento climatico più frequentemente citata, dopo il caldo estremo stesso.

Recenti analisi econometriche confermano che le temperature anormalmente elevate impattano sulla produzione agricola determinando carenze di approvvigionamento ed inflazione nei prezzi dei generi alimentari. Questo determina una concatenazione di ricadute sociali che vanno dall’aumento delle disuguaglianze economiche e dell’onere sui sistemi sanitari, alla destabilizzazione dei sistemi monetari e politici.

La prima origine di questi eventi è la riduzione dei raccolti dovuta a calo delle rese, stress da calore sul lavoro agricolo o danni alle infrastrutture causati dalle inondazioni. Però sulla dinamica dei prezzi intervengono anche contesti socioeconomici più complessi associati a variazioni della domanda, interruzioni dei trasporti, speculazioni.

Effetti concreti a livello globale

In Asia, le temperature mensili senza precedenti che nel 2024 hanno colpito quasi tutta la Corea del sud ed il Giappone, nonché in gran parte della Cina e dell’India, hanno portato ad un aumento sostanziale del prezzo del cavolo coreano (70% in più nel settembre 2024 rispetto al settembre 2023), del riso giapponese (48% in più nel settembre 2024 rispetto al settembre 2023) e dei prezzi complessivi degli ortaggi in Cina (aumento del 30% tra giugno ed agosto).

Impatti significativi sono stati osservati anche nelle economie occidentali avanzate.
Con la California che rappresenta oltre il 40% della produzione ortofrutticola degli Stati Uniti, la siccità senza precedenti del  2022 ha contribuito ad un aumento dell’80% dei prezzi su base annua. Altro esempio è l’olio d’oliva: la Spagna che copre oltre il 40% della produzione mondiale, la siccità che ha colpito l’Europa meridionale nel 2022/23 ha determinato un aumento dei prezzi del 50% in tutta l’UE.

I recenti eventi climatici estremi hanno poi fatto aumentare anche i prezzi di importanti commodity come cacao e caffè. Ghana e Costa d’Avorio producono quasi il 60% del cacao mondiale; le temperature mensili senza precedenti registrate in entrambi i paesi nel febbraio 2024, che si sono aggiunte alla prolungata siccità dell’anno precedente, hanno portato in aprile 2024 ad un aumento dei prezzi di mercato globali del cacao di circa il 300% rispetto all’anno precedente. Effetti simili sono stati osservati per il caffè a seguito delle ondate di calore e della siccità in Vietnam e Brasile lo scorso anno. Tali effetti sui mercati internazionali comportano sfide per i fornitori così come per i consumatori che vivono nei Paesi lontani da quelli direttamente colpiti dagli eventi meteorologici estremi.

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Sicurezza alimentare e salute pubblica

Bisogna poi considerare che l’aumento dei prezzi ha implicazioni che vanno oltre la dimensione inflazionistica perché possono colpire direttamente la sicurezza alimentare, in particolare per le famiglie a basso reddito che si vedono costrette a spendere una percentuale ancora più elevata in cibo, aumentando le disparità.
Ad esempio, negli Stati Uniti il quintile di reddito più basso spende circa il 33% in alimenti rispetto all’8% del quintile di reddito più alto. Il fatto che gli aumenti di prezzo maggiori si verifichino nei paesi più caldi e tipicamente più poveri amplificherà ulteriormente queste ricadute.

Veniamo agli effetti sulla salute pubblica: quando l’aumento dei prezzi spinge i consumatori ad optare per prodotti più economici, spesso meno nutrienti, ciò può avere conseguenze a catena sulla qualità dell’alimentazione. Poiché le malattie legate all’alimentazione sono responsabili di più decessi rispetto a qualsiasi altro rischio, gli aumenti dei prezzi indotti dal clima potrebbero acuire una serie di conseguenze sulla salute, dalla malnutrizione e dalle comorbidità associate (in particolare tra i bambini, che hanno esigenze nutrizionali più elevate) ad una serie di patologie croniche.

Affrontare la crisi con azioni globali

Poi, gli effetti dell’aumento delle temperature sui prezzi dei generi alimentari fanno aumentare anche l’inflazione complessiva, con ricadute più pesanti per le economie deboli, determinando instabilità. La storia, dalle rivoluzioni francese e russa alla recente Primavera araba del 2011, ci insegna come l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari possa anche essere precursore di sconvolgimenti politici e sociali.

Tali esempi evidenziano gli impatti dei cambiamenti climatici non mitigati sul sistema alimentare e di conseguenza evidenziano l’urgenza di attuare provvedimenti che riducano le emissioni di gas serra e limitino il riscaldamento globale in linea con gli obiettivi concordati a livello mondiale.

Questa rimane la leva fondamentale per ridurre il rischio. Tuttavia, dato che le attuali traiettorie indicano che un ulteriore riscaldamento è inevitabile, occorre investire in azioni di ricerca e concordare scelte politiche a livello mondiale per facilitare l’adattamento e costruire una resilienza verso una problematica che riguarda tutto e tutti.

Fonte: IOP Publishing – Climate extremes, food price spikes, and their wider societal risks

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EUDR tra deforestazione, diritti e competitività
4 Settembre 2025

Con EUDR (European Union Deforestation Regulation) si intende il regolamento UE adottato nel giugno 2023 per contrastare la deforestazione ed il degrado ambientale e sociale come conseguenza del consumo di prodotti commodity quali soia, olio di palma, carne bovina, caffè, cacao, legname, pellame, gomma e loro derivati.

Due diligence obbligatoria per prodotti a rischio deforestazione

Le aziende che li utilizzano sono tenute ad effettuare una due diligence per tracciare i prodotti fino al terreno in cui sono stati ottenuti, verificare che siano conformi alle leggi locali, compreso il rispetto dei diritti umani per le popolazioni locali. I Paesi produttori vengono classificati con un benchmarking in base al rischio di deforestazione per orientare il livello di due diligence richiesto.

Il regolamento avrebbe dovuto essere applicato ai grandi operatori a partire dalla fine del 2024, ma l’indebolimento dell’agenda climatica sul Green Deal europeo ha interessato anche l’impianto della normativa EUDR posticipandone gli obblighi, che si applicheranno dal 30 dicembre 2025 per gli operatori di grandi dimensioni e dal 30 giugno 2026 per le piccole imprese. La non conformità con le norme EUDR comporta una sanzione pari almeno al 4% del fatturato intra UE, la difficoltà ad accedere a finanziamenti pubblici, un danno d’immagine.

Il regolamento EUDR è una norma ambiziosa, approvata dagli organi UE: Parlamento, Consiglio, Commissione. Deforestazione, degrado ambientale e sociale sono dei problemi globali che riguardano Stati, imprese, consumatori. Esistono già strumenti tecnici per monitorare l’uso del suolo, come le rilevazioni satellitari, e i danni sono evidenti, non solo nelle foreste tropicali: basti pensare all’impatto dei conflitti. 
Di conseguenza, occorre agire a livello multilaterale. Questo anche per non creare distorsioni di competitività fra imprese / aree economiche, impegnandosi affinché commercio, produzione, consumo avvengano in modo consapevole e responsabile.

Fonte: Food Navigator

TESEO.clal.it – Semi di Soia: trend delle aree coltivate nel mondo

Produrre per il domani
22 Agosto 2025

Rispetto al 1940 la quantità di calorie alimentari a disposizione per ogni persona è raddoppiata. Dunque, il miglioramento delle tecniche produttive – meccanizzazione, concimazione, trattamenti, genetica – ha permesso di ottenere una quantità di cibo più che sufficiente per sfamare la popolazione mondiale.
Il problema è che gli alimenti a disposizione della popolazione sono ripartiti malamente, comportando da un lato situazioni di sovrabbondanza e l’insorgere di patologie quali l’obesità, dall’altro il persistere di penurie e carestie.

In ogni caso la sicurezza alimentare è migliore rispetto al passato: escludendo le situazioni di conflitto, la percentuale di popolazione sottoalimentata si è ridotta ed oggi si stima sia pari ad un 10% del totale degli abitanti del pianeta rispetto al 30% nel dopoguerra; le aspettative di vita sono aumentate ed è diminuita la mortalità infantile. Riguardo le quantità alimentari, prendendo a riferimento i cereali si nota come rispetto agli anni ’60 la produzione sia aumentata a parità di superfice coltivata e stia crescendo ad un ritmo maggiore dell’aumento demografico.

Sostenibilità e biodiversità guidano il futuro dell’agroalimentare

Dopo il boom produttivo degli ultimi decenni del secolo scorso determinato anche dalle politiche pubbliche incentivanti, con risvolto di effetti negativi quali eccessi di cibo ed impatti ambientali, l’attenzione si è gradualmente spostata verso sostenibilità e biodiversità. Di conseguenza, aspetti quali la riduzione delle emissioni carboniose, la lotta agli sprechi, l’efficientamento energetico, rientrano a pieno titolo nei fattori produttivi.

Si può dunque affermare che il sistema si stia evolvendo verso la giusta direzione. Il problema però sono i tempi e la convinzione che non debba essere solo una transizione produttiva ma una conversione ecologica.

Prossimi 25 anni cruciali per nutrire dieci miliardi persone

Tutta la filiera dalla terra alla tavola – produttori agricoli, trasformatori, distributori, consumatori – dovrà dunque operare in una visione futura piuttosto che ancorarsi al presente od al recente passato. Il sistema mondiale dovrà produrre abbastanza per nutrire una popolazione che a metà secolo si attesterà sui 10 miliardi di abitanti rispetto agli 8 miliardi attuali, per poi diminuire. Quindi i prossimi 25 anni saranno i più cruciali nella storia dell’agroalimentare e non si potrà fallire.

Occorrerà affrontare e vincere nuove sfide che si chiamano cambiamento climatico, scarsità idrica, energia, riduzione di suolo agricolo, perdita di biodiversità, che dipendono solo in parte da comportamenti umani e che richiedono uno sforzo globale.

Poi ci sono le altre sfide dei conflitti, imputabili invece esclusivamente ai comportamenti umani: possono mettere in crisi tutto e tutti, ma possono essere risolte. Basterebbe volerlo.

Fonte: Food and Agriculture Organization of the United Nations

TESEO.clal.it – La produzione mondiale di Grano aumenta ogni anno

Metano e allevamenti: la riduzione è possibile
12 Agosto 2025

Il problema è presto detto: dato che il metano è un gas ad effetto serra con un potenziale di 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica, bisogna ridurne le emissione in atmosfera. Essendo poi generalmente acquisito che l’allevamento animale (i ruminanti) rappresenta la maggior parte delle emissioni agricole, che a loro volta sono il 41% di quelle totali derivanti dalle attività antropiche, appare evidente la necessità di agire in questo settore produttivo anche perché, essendo ottenuto nel rumine come sottoprodotto della fermentazione anaerobica, il metano rappresenta una perdita di energia che impatta negativamente le produzioni.

Il rumine, dove si svolge il processo di metanogenesi, è il punto focale per le varie azioni e strategie tese a ridurre le emissioni. Questo non è un obiettivo nuovo, dato che già dagli anni ’50 i ricercatori hanno lavorato per individuare delle azioni atte a mitigare le perdite di questo gas composto da carbonio e idrogeno. Bisogna però trovare delle soluzioni semplici, poco costose, senza rischi per l’ambiente e la salute, che inoltre favoriscano la produttività.

Sostanzialmente si può agire a tre livelli: razione, additivi alimentari, probiotici.

Alimentazione mirata riduce fino al 60% emissioni

Il primo, che è anche il più diretto e meno costoso, consiste nel modificare la razione alimentare agendo sul rapporto foraggi-mangimi e sulla qualità del foraggio per indirizzare le fermentazioni ruminali verso il propionato in modo da avere meno idrogeno disponibile per la metanogenesi. Secondo un recente studio statunitense, modulando la razione alimentare si possono abbattere del 60% le emissioni di metano.

Un secondo possibile intervento è rappresentato dalle sostanze additive che vanno dagli ionofori, introdotti negli USA già dal 1975, agli inibitori la metanogenesi, agli oli essenziali, alghe, ed altri metaboliti vegetali.

Additivi e batteri per limitare la metanogenesi

Si potrebbe poi far leva sull’azione dei batteri, da quelli propionici agli acetogeni, a quelli ossidanti il metano. Fra tutti questi possibili agenti, quello per cui esiste una evidenza scientifica della sua efficacia come potente inibitore è il p3-nitrossipropanolo, che rappresenta il principio attivo del Bovaer, additivo approvato anche in USA, Giappone, Corea ed in attesa di autorizzazione anche in Cina.

Riguardo le alghe, l’uso di Asparagopsis nella razione, grazie alla presenza di bromoformio, può ridurre drasticamente le emissioni di metano. Va bene per gli allevamenti da carne, ma nel latte potrebbe esserci il problema dei residui. Per tale ragione, recentemente un’azienda australiana ha annunciato l’investimento di 4,6 milioni di dollari per sviluppare un additivo senza questo composto, formato da prebiotici in modo da inibire la produzione di metano e promuovere l’azione di batteri che usino l’idrogeno producendo nutrienti per l’animale.

Quindi, la soluzione del problema non è facile ma è possibile e deve essere perseguita, perché la riduzione delle emissioni enteriche dei ruminanti potrebbe aumentare le performance assicurando la sostenibilità a lungo termine dell’attività agricola.

Fonti: Science Direct, Dairy Reporter

Proteine, deforestazione e latte: quale legame?
7 Agosto 2025

Le proteine sono nutrienti essenziali e insostituibili

Il mondo ha sempre più bisogno di proteine. Queste sostanze sono essenziali per la crescita e per le produzioni dell’organismo. Sono componenti indispensabili della razione alimentare perché, a differenza dei carboidrati che possono essere convertiti in lipidi (deposito di grasso) ed i lipidi in carboidrati, non c’è grasso o zucchero che possa essere convertito in proteina. Pertanto, non potendo essere sostituite da nessun altro elemento, debbono essere fornite tal quali.

Aumentando le performance dell’animale, sia esso da carne o da latte (compreso l’umano sportivo), debbono aumentare anche le proteine ingerite. A parte l’azoto non proteico (l’urea) che i microorganismi del rumine possono trasformare in proteine, le fonti per questi preziosissimi elementi sono i prodotti delle coltivazioni ed i loro derivati.

Veniamo alla deforestazione: si calcola che ogni anno il mondo perda circa 5 milioni di ettari di foresta, per lo più ai tropici, il 75% dei quali per coltivare ed allevare il bestiame. Oltre a commodity quali olio di palma, caffè o cacao, anche la soia, fonte proteica vegetale per eccellenza, è sempre più correlata alla necessità di trovare nuove aree coltivabili, come dimostra il fatto che a livello mondiale la sua produzione è passata da circa 25 milioni di tonnellate all’anno negli anni ‘60, alle attuali 350 milioni di tonnellate. Si tratta di un tema serio, perché alla deforestazione od al degrado di aree forestali è spesso collegato anche il mancato rispetto dei diritti umani per le popolazioni locali.

L’uso crescente di soia nei mangimi incide sulla sostenibilità

Certo, a differenza della carne, la produzione di latte non rientra nella normativa EUDR, il regolamento UE European Deforestation-free products Regulation, che mira a ridurre l’impatto dei consumi sulla deforestazione. Bisogna tuttavia considerare l’impennata negli anni dell’uso di soia anche nei mangimi per le vacche da latte, il che rappresenta un fattore considerevole in rapporto alla sostenibilità.

Quindi, alla luce della crescente sensibilità dei consumatori, sarebbe legittimo chiedersi se ed in che misura anche la produzione di latte potrebbe essere percepita in modo critico in quanto associata all’espansione di nuove aree coltivate a scapito delle foreste. A questo vanno aggiunte le considerazioni sulla nostra dipendenza dalle importazioni di soia e sulla necessità di valorizzare le fonti agricole locali.

Fonti: Our World in Data, Dairy Reporter

TESEO.clal.it – Superficie coltivata a semi oleosi nei principali Paesi – Stagione 2025-26

Malattie esotiche e cambiamenti climatici: il secolo dei virus
30 Luglio 2025

I recenti focolai di Dermatite nodulare contagiosa (Lumpy skin disease) nei bovini rendono sempre più  evidente la correlazione fra virus esotici e cambiamenti climatici.
Malattia presente in molti Paesi africani, nel 2012 si è diffusa dal Medio Oriente all’Europa sud-orientale, interessando alcuni Stati membri UE (Grecia e Bulgaria) e parecchi altri Paesi dei Balcani, per poi risalire fino alle nostre latitudini.

Vedi la nuova pagina di TESEO dedicata alla Lumpy Skin >

Riguardo ad un’altra malattia esotica, la Lingua blu (Blue tongue virus-BTV) che nel 2024 ha causato non pochi danni per la produzione di latte in Germania ed altri Paesi dell’Europa settentrionale, già nel 2007 uno studio inglese dimostrava l’evidenza che i cambiamenti climatici in atto determinavano in nuove regioni  la comparsa di virus trasmessi da insetti. Questo in conseguenza di meccanismi quali aumento delle temperature che alterano i tassi di sopravvivenza dei virus ed ampliano la diffusione di vettori come zanzare, moscerini e zecche; eventi meteorologici estremi che aumentano lo stress nel bestiame, indebolendo le risposte immunitarie; cambiamenti nell’uso del suolo (deforestazione, urbanizzazione) che aumentano il contatto tra i serbatoi di fauna selvatica ed il bestiame.

Vedi la nuova pagina di TESEO dedicata alla Bluetongue >

I cambiamenti climatici complicano anche le strategie di controllo sanitario, in quanto occorrono nuovi modelli predittivi integrando i dati climatici con i modelli epidemiologici ed anche perché la variazione delle stagioni influisce sui periodi ottimali per le vaccinazioni. Ciò rende indispensabile attuare un coordinamento a livello globale, dato che le malattie non si fermano alle frontiere e pertanto richiedono sistemi internazionali di sorveglianza e risposta.

È dunque essenziale un approccio su più fronti: agricoltura resiliente al clima; sorveglianza integrata delle malattie utilizzando tecniche sofisticate quali telerilevamento ed intelligenza artificiale per prevedere le epidemie; interventi sulle popolazioni dei vettori; investimenti in vaccini e strumenti diagnostici su misura per i ceppi virali in evoluzione.

Infine, occorre considerare l’influenza della vita moderna sulla comparsa dei virus, quali l’aumento dei movimenti di cose, animali, piante, insetti ed anche persone, la riduzione di programmi di controllo degli artropodi; l’alterazione delle pratiche agricole. A questo è poi doveroso aggiungere i conflitti con tutte le loro conseguenze.

Il termine virus (veleno) fu coniato nel 1898 per indicare una nuova forma di agente infettivo. Dopo tante scoperte sui batteri, iniziando con Pasteur, che hanno permesso di affrontare con successo le malattie del secolo scorso, ora la sfida è su questi “veleni”, che non appartengono né al regno animale, né a quello vegetale. Quindi, tutto lascia prevedere che il nostro potrà essere a tutti gli effetti il secolo dei virus.

Fonte: NIH

TESEO.clal.it – Focolai di Dermatite nodulare contagiosa