Marketing a tutto campo per il settore suinicolo [intervista]
4 Novembre 2021

Giovanni Favalli
Calvisano, Brescia – ITALIA

Giovanni Favalli – Suinicoltore

La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai, ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.

Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti stellati con il suino?

“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.

Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione

Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.

Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e scendono.

“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.

Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale conseguenza?

“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.

Dica.

“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società senza avere diritto di voto.

Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le decisioni”.

Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?

“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.

Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?

“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.

Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari degli ultimi mesi?

“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.

Come ha affrontato il benessere animale?

“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce senza dare problemi”.

Il futuro della suinicoltura quale sarà?

“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti. Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente, senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.

Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.

Come si vince la battaglia contro la carne?

Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili

“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al mese.  Allora la carne non entrava in tutte le famiglie.

Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture controllate sotto ogni profilo.

Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.

In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.

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Pubblicato da

Matteo Bernardelli

Matteo Bernardelli

Giornalista. Ha scritto saggi di storia, comunicazione ed economia, i libri “A come… Agricoltura” e “L’alfabeto di Mantova”.