Una rivoluzione culturale della suinicoltura, dalla produzione al marketing [Intervista]
14 Settembre 2020

Sergio Visini
Grezzana, Verona – ITALIA

Sergio Visini – Suinicoltore

“La suinicoltura italiana ha bisogno di investimenti, programmazione produttiva, specializzazione e di una rivoluzione culturale che abbracci tanto la produzione quanto il marketing. Senza questi elementi, inutile sperare nella competitività e nel futuro del settore”.

Ha le idee molto chiare e non ci gira troppo intorno Sergio Visini, allevatore bresciano che gestisce due porcilaie tra Grezzana (Verona) e Pegognaga (Mantova), in collaborazione con Bompieri. Circa 800 scrofe sono di fatto il serbatoio per il sito 2 nel Mantovano, dove è stato costruito un allevamento completamente nuovo con svezzamento e ingrasso. In totale sono poco più di 19.000 suini all’anno.

Quali sono i tratti distintivi dell’impianto?

“Lo svezzamento è su paglia, mentre l’ingrasso è con pavimento pieno e palchetto parzialmente fessurato. Utilizziamo solo la ventilazione naturale in tutti i padiglioni monofalda su cui abbiamo installato due impianti di fotovoltaico da 1 megawatt (uno in autoconsumo). Abbiamo anche un impianto di biogas per valorizzare i reflui, riutilizzare il calore e ridurre così l’impatto ambientale. Inoltre, impieghiamo dei microrganismi per abbattere gli odori”.

Che tipo di animale allevate?

“Dal 2017 abbiamo scelto di aderire alla filiera antibiotic free e portiamo gli animali a 175 chili”.

A chi vendete?

“A Opas per il circuito del Prosciutto di San Daniele, marchio Principe, con la quale Opas ha avviato una collaborazione per valorizzare anche il resto della carcassa per carne fresca o insaccati, dal momento che è antibiotic free”.

Vi siete orientati su una produzione molto richiesta e specifica. Qual è la remunerazione in più per l’allevatore?

“Viene riconosciuto un premio in più per capo. Il risultato, di fatto, è legato alle cosce, ma, come dicevo, stiamo sperimentando per estendere i benefit anche al resto dell’animale. Abbiamo adottato una logica produttiva di tipo industriale, da intendersi in chiave di organizzazione, efficienza, tracciabilità, servizio tecnico, ma anche genetica e strutture. Nulla è lasciato all’approssimazione, data la peculiarità di questo mercato”.

Appunto. Quello suinicolo è un mercato che sta scontando una marcata volatilità. Perché, secondo lei?

La volatilità è legata all’assenza di programmazione

“La volatilità è legata alla totale assenza di programmazione. Senza una pianificazione produttiva condivisa e una progettualità dall’allevamento al prodotto finito non si può pretendere di governare il mercato”.

L’Italia ha un tasso di autoapprovvigionamento che non arriva al 65%, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal. Ritiene sia un elemento penalizzante per la programmazione suinicola?

“Il dato dell’autosufficienza, in verità, mi interessa relativamente. Non facciamo carne di macelleria e non abbiamo mai pensato di farla. Invece, credo che sia giunto il momento di ragionare per produrre carne di alta qualità. È mai possibile che nei grandi ristoranti italiani propongano carne suina spagnola e non italiana? E non credo sia colpa della ristorazione, se noi non ci siamo mai posti l’obiettivo di proporla”.

Fra gennaio e maggio 2020, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal, abbiamo esportato meno di 150mila tonnellate di carne e preparati. La Francia 313.500 tonnellate, la Polonia 329.000, per non parlare di Olanda (651.000 tonnellate), Danimarca (605.000), Spagna (1.100.000 tonnellate) o Germania, leader a livello europeo con un export di oltre 1.400.000 tonnellate. Quanto pesa, secondo lei, questo gap e come ridare competitività alle imprese?

Investire sull’export ed eliminare le inefficienze all’interno della filiera

“Pesa moltissimo. Ma non abbiamo mai investito sull’export e mai, come dicevo prima, puntato sulla carne fresca di alta qualità. Ha iniziato da qualche tempo Opas con il marchio Eat Pink. Credo che ci siano spazi, perché il prodotto italiano ha qualità superiori, sia in termini organolettici che qualitativi. Avendo però un suino pesante, va trattato di conseguenza, magari con una frollatura idonea. Dovremmo, quindi, investire sulle celle di frollatura. Allo stesso tempo, dovremmo investire per eliminare le inefficienze all’interno della filiera.

La Spagna può essere vista come un modello?

“Parto da un dato. Trenta anni fa la Spagna aveva circa lo stesso numero di maiali dell’Italia. Oggi noi siamo sugli stessi volumi, mentre la Spagna alleva più di 30 milioni di capi. Hanno saputo valorizzare la propria filiera, attraverso leve di marketing vincenti già 20 anni fa, quando puntavano moltissimo sull’export. Anche loro avranno avuto i problemi ambientali, la difficoltà nei rapporti con i cittadini, una classe politica con cui confrontarsi, eppure hanno saputo sfruttare un concetto di cultura alimentare che è molto simile alla nostra, ma che noi italiani non abbiamo saputo o voluto valorizzare. Dovremmo imparare dal mondo del vino, che ha saputo costruirsi una identità territoriale molto forte”.

Come mai l’Italia è rimasta ingessata?

“Non abbiamo costruito un progetto. E i macellatori hanno fatto da tappo a qualsiasi progettualità. Di più, non hanno saputo valorizzare anche i nostri gioielli, come i prosciutti di Parma e San Daniele. Ma le colpe, probabilmente, sono di tutti. Non siamo stati in grado nemmeno di far funzionare la Cun”.

Quali sono, secondo lei, i limiti della Cun?

“È limitativo pensare a un confronto fra due componenti della filiera senza tutti gli altri. Si confrontano allevatori e macellatori. E gli altri attori?”.

Chi vorrebbe inserire?

“I prezzi della materia prima, secondo me, devono essere in funzione del prodotto finito. Se vogliamo dire che la Cun deve definire un prezzo minimo garantito per chi fa un prodotto base, può eventualmente anche andare bene. Ma se ci orientiamo, come è il modello Made in Italy, su filiere, prodotti dop e di alta gamma, allora bisogna ripensare il sistema di formazione del prezzo.  Chi mi fa investire nelle aziende, nel benessere animale, se non c’è remunerazione?”.

I prosciutti Dop sono ancora strategici per la filiera italiana? Come ne rilancerebbe i consumi e i prezzi?

“Sì, sono ancora strategici, ma non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo essere protagonisti su un mercato di alta gamma, dobbiamo garantire credibilità e immagine, qualità del prodotto e, soprattutto, in maniera costante. Se non distinguo un prosciutto Dop da uno generico, perché dovrei comprarlo?”.

Dove migliorare?

Serve una standardizzazione di prodotto verso l’alto

“Serve standardizzazione di prodotto verso l’alto, partendo da materia prima di alta qualità. Non possiamo pensare che ogni allevamento abbia variazioni qualitative anche marcate. Un altro punto chiave è il packaging: siamo rimasti indietro e non ci differenziamo. Questo perché ci manca la cultura del prodotto di alta gamma. Guardiamo la Spagna, ancora una volta, e il prosciutto Pata Negra: è un brand a tutti gli effetti, raro e costoso, ma curato anche nei dettagli del packaging, perché l’immagine di un prodotto di alta gamma non è banale”.

Suini: Il futuro è la filiera [Intervista]
8 Giugno 2020

Rudy Milani
Zero Branco, Treviso – ITALIA

“Negli ultimi 10-15 anni la suinicoltura è cambiata radicalmente. Siamo passati da una ciclicità del mercato su base triennale, dove l’andamento dei prezzi era sinusoidale, a una situazione di incertezza perenne. Da tempo siamo alle prese con una volatilità esasperata, che non consente di programmare le produzioni. Fra il 2008 e il 2017 abbiamo attraversato una crisi lunghissima, dove molti allevatori ci hanno lasciato le penne”.

Rudy Milani - Presidente dei Suinicoltori di Confagricoltura Veneto
Rudy Milani – Suinicoltore di Zero Branco, Treviso

Breve storia triste di un settore che oggi è più che mai in sofferenza, preda di un crollo di mercato che da 1,808 euro al chilogrammo di metà dicembre sono finiti a 1,031 di inizio giugno. La sintesi, efficace, è di Rudy Milani, allevatore di Zero Branco (Treviso), presidente dei suinicoltori di Confagricoltura Veneto.

Fra i primi allevatori ad aderire alla organizzazione di produttori OPAS, della quale è anche componente del consiglio di amministrazione, oggi Milani produce circa 12.000 maiali all’anno a ciclo chiuso, interamente conferiti all’OP.

“Sono entrato nel 2008, quando si sentiva la necessità di una svolta, di mettersi insieme per fare massa critica nella vendita degli animali e per contenere le spese di gestione delle aziende, attraverso acquisti collettivi. Su farmaci ci siamo riusciti, con i cereali si è rivelato molto complesso”.

Con il macello di Carpi siete diventati il primo macello italiano per capi macellati. Come avete reagito con il Coronavirus?

“Abbiamo rallentato le macellazioni, distanziando i lavoratori lungo la catena produttiva. Abbiamo ridotto chiaramente i volumi”.

L’iter partito con la denuncia di alcuni allevatori sull’uso della genetica danese ha portato alla modifica dei disciplinari del Prosciutto di San Daniele e, con un percorso più lento, del Prosciutto di Parma. Eppure il settore soffre notevolmente. Perché?

Manca una visione strategica della filiera

“Perché manca una visione strategica della filiera. Manca il dialogo, le indicazioni sono parziali, i Consorzi non decidono una politica di programmazione e, in uno scenario povero di soluzioni, regna di fatto l’anarchia. Così gli allevatori producono, ma poi si ritrovano richieste che magari non corrispondono al suino che hanno allevato, pur rispettando tutte le regole. Questo significa che è assente del tutto una strategia”.

Più di una voce solleva il tema di una qualità che negli anni è diminuita. È così?

“Non sta a me dirlo. Quello che come allevatori chiediamo è di avere indicazioni chiare, certe e che non cambiano senza motivazione e senza dare il tempo alla filiera di discuterle e condividerle. Non possiamo meravigliarci se il Pata Negra spagnolo viene venduto a 180 euro al chilogrammo: garantisce qualità e uniformità, seppure nelle sue sfumature. Da noi ultimamente le produzioni sono state troppo variabili nei risultati, con la conseguenza che il consumatore sceglie altro”.

Il futuro secondo lei è sempre dei prosciutti DOP?

“Non abbiamo alternative, ad oggi. Ma dobbiamo essere molto chiari: il futuro è la filiera. Fino adesso era la filiera dei prosciutti DOP, se continueremo a non trovare una direzione univoca e chiara, finirà in un modo soltanto”.

Come?

“Finirà che la suinicoltura sarà guidata dalla grande distribuzione organizzata. Risponderemo tutti alla GDO, perdendo l’identità e la libertà imprenditoriale, perché sarà la GDO a dirci cosa vuole e a pagarlo di conseguenza quanto vuole”.

Secondo lei quanto ci vuole per recuperare in prestigio?

“Solo per adeguare la genetica negli allevamenti serve almeno un anno, poi un altro anno per la stagionatura dei prosciutti. Tutto questo, naturalmente, se parti da allevamenti buoni. Ma ci sono margini per migliorare più del 50% della produzione. Allo stesso tempo, bisognerà ragionare su numeri”.

Di quanto?

“Almeno un milione di cosce in tempi rapidi, se non di più. Il mercato era in affanno già quando la produzione era a 8,3 milioni di pezzi. Significa che anche quella soglia era troppo elevata per un mercato che oggi, con le conseguenze del lockdown e con la difficoltà delle esportazioni, deve procedere speditamente verso una riduzione dei volumi. Ma attenzione a smarchiare prosciutti ottenuti da maiali allevati nel rispetto del disciplinare, perché altrimenti subiremmo come allevatori una doppia penalizzazione, di costi e di remunerazione”.

Cosa cambierà dopo il coronavirus?

“Assolutamente niente. Perché lo scossone Covid-19 non dura tanto quanto una guerra mondiale, che cambia radicalmente le abitudini e riporta tutti coi piedi per terra. Non cambierà il modo di vivere e di pensare, purtroppo, i vegani non capiranno quanto l’agricoltura è importante”.

In questa fase c’è stata speculazione?

“Sì. La carne al banco andava alla grande. I prosciutti no, ma il crollo dei prezzi non è spiegabile. In simili frangenti bisogna sostenere i prezzi, altrimenti gli allevamenti chiuderanno e si appesantirà tutta la filiera”.

Ridurre le importazioni potrebbe essere una strada percorribile?

“Sarebbe una soluzione, ma solo temporaneamente, perché non dimentichiamo che l’Italia ha la necessità di esportare. Basterebbe però privilegiare i consumi italiani”.

La suinicoltura italiana è troppo legata alle DOP [intervista]
13 Gennaio 2020

Cristiano Brazzale
Zanè,Vicenza – ITALIA

Quello che manca alla suinicoltura italiana Cristiano Brazzale, presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza – titolare di un allevamento che produce 24mila suini ogni anno e ha un impianto di biogas per la valorizzazione dei reflui a Campodoro, dove ha sede uno degli stabilimenti del formaggio – lo sa bene e, forse per la tradizione di famiglia, ha una visione fuori dagli schemi.

Cristiano Brazzale - presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza
Cristiano Brazzale – presidente della sezione Suini di Confagricoltura Vicenza

La suinicoltura italiana è troppo legata alle DOP. Abbiamo purtroppo un concetto arcaico del suino e valorizziamo le cosce e basta. E il resto? Questo modello di filiera sconta inesorabilmente un problema, perché con i capi che alleviamo non possiamo comparare la braciola ottenuta da un maiale di 160 chilogrammi con uno di 100-120 chili”.

Eppure il sistema delle DOP e dei prosciutti a denominazione d’origine per molti anni ha funzionato.

“Sì, in passato ha funzionato, ma con altri numeri e altre tendenze di consumo. Bisognerebbe arrivare a una programmazione seria, con quantità controllate. Sono convinto che una DOP abbia senso solo se esprime una quantità in linea col mercato. Se, al contrario, una DOP cresce misuratamente fino a diventare di fatto industriale, i vincoli del disciplinare si trasformano in un peso non più sopportabile. Questo è, a ben vedere, quanto è accaduto, e la DOP si è trasformata in una zavorra per la suinicoltura italiana. Si è cercato di creare il Gran suino padano, si è cercato di vestire il nostro maiale di qualità che sono più legate ad aspetti non sostanziali. Che cosa vuol dire che è un suino controllato? È sufficiente per garantire la qualità di tutto l’animale?”.

La DOP è diventata un peso per la suinicoltura italiana, anziché un’opportunità

Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei?

“Secondo me si sta prendendo una strada contraria a quella che effettivamente bisognerebbe prendere. Non conosco le motivazioni, ma parlo in termini generali: per rendere competitiva la DOP bisogna lavorare molto seriamente sulla qualità, ma soprattutto adattarsi al mercato. È necessario innanzitutto lavorare per rispondere alle richieste del consumatore e con numeri in grado di assicurare l’equilibrio. Non possiamo pretendere di avere un prodotto che per ottenerlo costa molto, ma contemporaneamente si produce in quantità tali che il mercato non ne riconosce il valore aggiunto in termini di prezzi. Così rischiamo di perdere completamente la competitività e continuiamo a fare in modo che la DOP sia solo un peso per la suinicoltura e non un’opportunità”.

Si aspettava prezzi così elevati dei suini?

“Conoscendo ciò che sta succedendo in Cina, perché abbiamo là uno stabilimento lattiero caseario, e conoscendo bene la realtà brasiliana, dal momento che sono responsabile delle relazioni internazionali del Gruppo produttori di carne a carbonio neutro, avevo da mesi tutte le informazioni necessarie per pensare che il mercato suinicolo sarebbe esploso con i prezzi”.

In Cina è per effetto della peste suina. In Brasile, invece, cosa sta succedendo?

“Il Brasile da anni sta intessendo rapporti commerciali con la Cina, per aprire un canale di fornitura. Lo so bene, perché conosco i vertici del ministero dell’Agricoltura in Brasile. È un lavoro paziente, ma costante nel tempo. Oggi i cinesi stanno comprando qualsiasi tipo di carne, tanto che i prezzi delle carni sia bovina che suina sono esplosi. I brasiliani stanno esportando tutto il possibile in Cina. E penso che la situazione, almeno per i suini, rimarrà tale, dal momento che la gravità della diffusione della peste suina in Cina è eccezionale”.

Secondo i dati di Pechino, il deficit di carne suina è a livelli spaventosi

Ha qualche indicazione a riguardo?

“In base agli ultimi dati comunicati da Pechino, che però come sa sono da prendere con le pinze, sembra che ci sia una mancanza di carne suina pari a 24 milioni di tonnellate. Solo per rendercene conto, il trade mondiale di carne suina è di 8 milioni. Fosse vera anche la metà del fabbisogno, siamo su livelli spaventosi, superiori a tutto il commercio mondiale. Ma questo deficit i cinesi lo stanno compensando anche con altre carni, in quanto sono fortemente carnivori. Da qui la crescita diffusa dei prezzi”.

Quanto durerà questa fase?

“Difficile esprimersi con certezza. In base ai dati diffusi dalla Cina, però, lo scorso ottobre è stato il primo mese da agosto 2018, da quando cioè è stata dichiarata l’emergenza della peste suina, che ha visto un incremento dei capi allevati dello 0,6 per cento. Ma non dimentichiamo che era stato perso il 40% degli animali. A detta del ministro dell’Agricoltura cinese, per la fine del 2020 dovrebbero ritornare allo stesso parco suini, mentre altre fonti indicano un periodo di almeno 2-3 anni, peste permettendo, per ristabilire i valori precedenti. D’inverno le basse temperature rallentano la diffusione della malattia, ma fino a quando in Cina non cambieranno le strutture di allevamento, con un sensibile miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, soprattutto nei piccoli allevamenti, non vedo possibilità di svolta. Il governo cinese sta spingendo perché vengano costruiti allevamenti medio-grandi, ma ci vuole tempo, secondo me almeno due o tre anni. Confesso però che sono timoroso sulle prospettive di mercato a medio termine”.

Nel mondo si sta assistendo ad una corsa a produrre

Perché?

“Perché nel mondo stiamo assistendo a una corsa a produrre. In Brasile stanno spingendo su maiale e pollo, così come hanno accelerato nella produzione dei suini in Usa, ma anche in Spagna, Danimarca, Olanda hanno incrementato i volumi, seppure con ritmi inferiori, perché frenati da normative ambientali più stringenti. Temo però che fra due o tre anni, quando anche la Cina dovrebbe essere ritornata su livelli produttivi pre-crisi, ci ritroveremo con un surplus di materia prima, con il rischio di un crollo dei prezzi e l’ingresso in una fase depressiva”.

Oggi come allevatori vi godete una fase positiva di mercato.

“Sì. Oggi recuperiamo le perdite registrate tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, mentre i macellatori sono in difficoltà in questo frangente”.

Come si potrebbe armonizzare il mercato?

“Francamente non saprei. Devo dire che mi sono ben chiare le difficoltà dei macellatori, anche perché nel settore lattiero caseario sono dall’altro lato della filiera, facendo l’industriale, per cui comprendo quello che stanno attraversando”.

Quali soluzioni potrebbero essere adottate?

“Escluderei nella maniera più assoluta ogni provvedimento politico o di mercato per calmierare il prezzo o per obbligare l’allevatore a vendere a meno. Non esiste. Non siamo un’economia assistita. Anche perché va detto che quando il prezzo era molto basso, ai macellatori non interessava, ma non voglio avviare polemiche o lanciare guanti di sfida. Viviamo in filiera e forse un aiuto dovrebbe arrivare dalla politica, con misure specifiche a sostegno dei macellatori. Ma allo stesso tempo non possiamo costringere la grande distribuzione organizzata a pagare di più, se il consumatore poi non riconosce l’aumento e non lo vuole corrispondere. Non vedo vie di uscita, perché è la legge della domanda e dell’offerta che deve essere applicata. Sono solidale coi macellatori, ma se faccio il bilancio degli ultimi cinque anni, ci vuole un anno con i prezzi ai livelli attuali per recuperare le perdite residue”.

Invertiamo la rotta: armonizziamo gli obiettivi della filiera! [intervista]
9 Gennaio 2020

Serafino Valtulini
Orzivecchi, Brescia – ITALIA

Serafino Valtulini - Consigliere Confagricoltura Brescia
Serafino Valtulini – Consigliere Confagricoltura Brescia

Per Serafino Valtulini, consigliere in Confagricoltura Brescia, produttore a Orzivecchi di circa 10mila maiali all’anno (conferiti al macello Mec Carni), il sistema italiano deve darsi una scossa. Altrimenti è destinato a soffrire pesantemente, non appena il vento del mercato smetterà di soffiare nelle vele degli allevatori.

Partiamo proprio dai prezzi. Da cosa dipende questa fase così euforica?

“Per la gran parte è dovuta alla fame della Cina: 400 milioni di maiali cinesi sono diventati la metà per effetto della peste suina e, dunque, la popolazione ha bisogno di carne. Di fatto, è come se la Cina si fosse trasformata in una voragine che ingoia carne di maiale, con l’Europa che è diventata il principale fornitore”.

Una grande opportunità per l’Italia…

L’Italia non esporta in Cina per un pensiero improntato al localismo

“Potrebbe esserlo. Eppure, da sette mesi dovremmo avere concluso tutti i trattati per esportare, e invece siamo ancora fermi. Perché?”.

Lo dica lei.

“Purtroppo manca la capacità di visione da parte dei 6-7 macelli che potrebbero cambiare la rotta. C’è un pensiero eccessivo improntato al localismo, che è completamente in controtendenza alla globalizzazione. Di conseguenza, non riusciamo ad affermarci con un prodotto d’élite come il Prosciutto di Parma, mentre il prosciutto iberico sta spopolando nel mondo. Tutto questo la dice lunga sulla nostra capacità commerciale”.

La parte commerciale non spetta agli allevatori, però.

“Benissimo. Oggi ci troviamo un’organizzazione di rappresentanza dei macelli e dei trasformatori, Assica, che invece di essere propositiva sul fronte della commercializzazione si lamenta solo dei costi della materia prima, senza dimenticare che non molti mesi fa il prezzo era 1,1 euro al chilogrammo, ben al di sotto dei costi di produzione”.

Armonizzare il mercato dovrebbe significare armonizzare gli obiettivi

Come si potrebbe armonizzare il mercato?

“Che cosa vuole dire armonizzare il mercato, creare un bilanciamento perfetto fra domanda e offerta con scarse oscillazioni di prezzo dei maiali e delle carni e senza grandi prospettive per tutta la filiera? Noi non abbiamo capito che stiamo giocando alla destrutturazione di tutto e la colpa è anche degli allevatori. Lo ha riconosciuto non molto tempo fa il prefetto di Brescia, in occasione di un incontro che abbiamo avuto. Ci ha detto che siamo troppo presi dall’impresa. Invece di continuare a produrre e a lavorare e basta, dovremmo chiederci chi siamo, da dove partiamo e dove vogliamo arrivare. Bisogna invertire la rotta e cominciare a delineare insieme gli obiettivi per tutta la filiera, questo dovrebbe significare armonizzare il mercato. Cominciando ad armonizzare gli obiettivi”.

Che cosa stride, in questa fase, secondo lei?

“Penso di nuovo agli allevatori, ai quali appartengo. In Italia abbiamo due macelli cooperativi, che vedono coinvolti direttamente i produttori, ma che operano come nemici e non come alleati. E così non sono in grado di fare due progetti industriali collaterali, finalizzati a valorizzare le nostre produzioni di qualità”.

Alla suinicoltura italiana manca la dignità di una categoria

Che cosa manca alla suinicoltura italiana?

“Manca la dignità di una categoria, perché siamo presi di mira dagli ambientalisti, dagli animalisti, vegetariani, vegani e da tutti quelli che si alzano la mattina e vogliono sparare contro un sistema che dà loro il cibo. Per contro, noi non siamo capaci di imporre la nostra cultura, che affonda le radici in millenni di storia”.

Come si potrebbe comunicare?

“Ci vorrebbero dei bravi giornalisti, per far conoscere e amplificare quello che è il passaggio dalla civiltà contadina all’agricoltura moderna. Cito sempre i malghesi transumanti, cioè come eravamo, per arrivare alla civiltà digitale dove siamo adesso, dove purtroppo non c’è più contatto fra i cittadini e la produzione primaria. Questo è il passaggio storico e culturale che ci ha penalizzato”.

È colpa solo dei giornalisti?

“No, è anche di noi allevatori, troppo concentrati nella nostra attività in azienda. Quando si dice che produrre bene non è sufficiente, è verissimo. Ma è cambiata la società. Se 60 anni fa la maggior parte delle persone lavorava in campagna e fino a 20 anni fa si tramandava cosa si faceva, adesso quelle generazioni hanno lasciato un vuoto, non hanno mai comunicato l’agricoltura e il risultato è che oggi a scuola il modello alimentare divulgato è quello della piramide capovolta, dove la carne si consuma una volta al mese. La cultura, inesorabilmente, è andata nella direzione che contrappone all’allevamento. Da Jeremy Rifkin e Greta Thunberg siamo colpevolizzati e ritenuti fuori dal contesto sociale. E così lasciamo che a parlare di benessere animale sia gente che pensa che allevare i maiali all’aperto a -10 gradi o a +40 sia meglio che nelle porcilaie”.

CLAL.it - Import della Cina di Carni Suine
CLAL.it – Import della Cina di Carni Suine

C’è un mercato nuovo che chiama [intervista]
17 Dicembre 2019

Thomas Ronconi
Marmirolo, Mantova – ITALIA

“I prezzi dei suini così elevati? Sinceramente non me l’aspettavo, così come penso che non se lo aspettasse nessuno sei mesi fa. Ma per quello che sta accadendo in Cina con la peste suina, listini così alti sono giustificati e trovano una spiegazione”.

Thomas Ronconi - Presidente Associazione Nazionale Allevatori Suini
Thomas Ronconi – Presidente Associazione Nazionale Allevatori Suini

Thomas Ronconi, allevatore di Marmirolo (Mantova) e presidente dell’Associazione nazionale allevatori suini (Anas), non nasconde la sorpresa del boom attuale dei prezzi, partiti dallo scorso luglio con una rincorsa che ha tutti i connotati di un boom storico.

Da cosa dipendono i prezzi così alti? È solo l’effetto della peste suina in Cina?

“Sì, solo quello”.

Quanto andrà avanti, secondo lei, questa situazione di mercato?

“Difficile rispondere, ma tutti gli indicatori fanno pensare che andremo avanti con prezzi sostenuti almeno per un anno, per tutto il 2020”.

L’Italia ha iniziato a esportare in Cina?

“No, se non in minima parte. Confidiamo nel 2020”.

C’è un mercato nuovo che chiama, quello cinese, e ci troviamo impreparati

Da cosa sono dipesi questi ritardi?

“È un ritardo tutto italiano. Le nostre strutture si sono accreditate lo scorso autunno, cioè inverosimilmente tardi rispetto agli altri Paesi europei”.

L’economia italiana lamenta un grave ritardo anche nelle infrastrutture e nella logistica. È così?

“È una domanda che noi suinicoltori non ci eravamo mai posti, perché siamo importatori per il 45% di carne di maiale e quindi per il nostro circuito la necessità di dover esportare non c’è mai stata. Adesso però che c’è un mercato nuovo che chiama come quello cinese, ci troviamo impreparati”.

Come si potrebbe armonizzare il mercato in questa fase di prezzi elevati?

“Secondo me non è possibile fare un ragionamento di filiera, come peraltro non è mai stato fatto in passato. Oggi come oggi manca la merce, facciamo fatica noi allevatori a rispondere alla domanda, spinta dalla Cina, sia ben chiaro. Questo spiega perché i prezzi sono elevati: manca la merce. Ma bisogna anche dire le cose come stanno”.

E cioè?

“Che il prezzo medio di quest’anno è stato finora di 1,45 €/kg, che è di poco al di sopra del costo di sopravvivenza, che si aggira intorno a 1,40 euro al chilogrammo”.

Come si può valorizzare il prosciutto DOP?

“È un’altra domanda complicata, perché molto spesso si dimentica che la qualità c’è, anche se va comunque migliorata, ma bisognerebbe sovvertire un processo dinamico che invece si è consolidato negli anni e che è emerso anche agli Stati generali della suinicoltura, organizzati a fine novembre da Assica. E cioè che i prosciutti DOP sono venduti e purtroppo hanno mercato solo quando sono in promozione”.

Prosciutto DOP: dovremmo puntare sull’export. Anche in Asia

L’export può essere una soluzione anche per risollevare il mercato dei crudi a denominazione?

“Sì. Anzi, è proprio sull’export che dovremmo puntare. Invece è fermo”.

In quale parte del mondo converrebbe concentrarsi?

“Bisognerebbe percorrere strade nuove, senza trascurare i canali commerciali già aperti. Mi spiego meglio: si continui pure a vendere in Francia, Germania e Regno Unito, dove la presenza è consolidata negli anni, ma allo stesso tempo si cerchino nuovi mercati, soprattutto in Asia, dove le potenzialità sono notevoli”.

Che cosa manca alla suinicoltura italiana?

“Non vedo lacune particolari. Ma se guardiamo al segmento allevatoriale, sarebbe forse necessaria maggiore armonia. I prezzi dei cereali esageratamente bassi rischiano di portare a una conversione delle aziende, con l’effetto di una carenza della materia prima. La stessa cosa vale per i suinetti: se facciamo morire le scrofaie piccole, poi avremo meno disponibilità di lattoni”.

Prosciutto di Parma: ragioniamo insieme su programmazione e segmentazione dell’offerta [intervista]
2 Dicembre 2019

Antenore Cervi
Campegine, Reggio Emilia – ITALIA

Antenore Cervi è un suinicoltore di Campegine, da 25 anni presidente della organizzazione di prodotto Asser, che commercializza oltre 50 mila suini all’anno, e il presidente della Cia di Reggio Emilia. È da sempre un produttore scrupoloso e un profondo conoscitore del mercato suinicolo. Abbiamo scambiato qualche battuta con lui.

Antenore Cervi – Presidente Asser e CIA Reggio Emilia

Presidente Cervi, come sta andando il mercato?

“Dopo un inizio dell’anno disastroso, abbiamo avuto un recupero dei listini (prezzi dei suini da macello | prezzi della coscia fresca per crudo), dovuti principalmente alla peste suina africana nei paesi asiatici e non solo in Cina. Questo scenario ha comportato due cose. La prima è che la pressione del mercato delle produzioni nord europee si è orientata su quel mercato, alleggerendo il mercato italiano; il secondo elemento è che, per effetto delle tensioni commerciali su scala globale, avremo modifiche sui costi di produzione come la soia”.

Per la suinicoltura italiana l’emergenza è alle spalle?

“Purtroppo no. Il fatto innanzitutto che i prezzi siano saliti per le disgrazie altrui, come la peste suina africana, ci dà una boccata d’ossigeno, ma non è risolutiva. Non siamo riusciti a valorizzare il nostro suino, le DOP della nostra salumeria e, anzi, il Prosciutto di Parma è ancora fortemente in crisi”.

Una programmazione inefficace non valorizza il suino italiano

Per quali motivi?

“Un fattore è legato indubbiamente a una programmazione non efficace. In secondo luogo, il Consorzio di tutela non ha messo in piedi strategie di segmentazione del prodotto, che non significa mantenere nel circuito cosce di non eccessiva qualità, ma dare trasparenza al consumatore, rispondendo alle esigenze dei mercati e dei consumatori, con prodotti identificabili e che devono distinguersi”.

Che direzione prendere parlando di programmazione?

“Bisognerebbe innanzitutto vedere dove ha funzionato. Nel Parmigiano Reggiano, dove la programmazione sta portando risultati positivi, la regolamentazione dell’offerta parte dalla produzione primaria, con quote in capo agli allevatori”.

La soluzione è dunque assegnare quote di produzione agli allevatori?

“Non necessariamente. Bisogna, però, che la filiera cominci a ragionare in termini congiunti, non ciascuno diviso e concentrato sui propri interessi”.

Segmentare l’offerta per incontrare il mercato e regolare i flussi produttivi

C’è un limite numerico per la produzione di prosciutti di Parma DOP?

“Anche in questo caso, non c’è un numero magico. Più che un numero, come dicevo prima, bisognerebbe introdurre una segmentazione dell’offerta, in modo da incontrare le richieste del mercato e, di conseguenza, regolare i flussi produttivi. Nel vino, ad esempio, si è fatta la scelta in alcuni frangenti di differenziare i livelli qualitativi, fra produzioni di base e altre top. È una procedura che potrebbe essere applicata anche fra i prosciutti, magari dirottando una parte della produzione sui cotti”.

È in corso un dibattito sul disciplinare del prosciutto di Parma. Come andrebbe modificato, secondo lei?

“Una premessa è doverosa. Il disciplinare è un’entità viva, che può essere modificata. Il Parmigiano Reggiano in questi anni ha avuto diverse modifiche, mentre i consorzi dei prosciutti di Parma e San Daniele non ne hanno mai fatta una. Eppure, motivi per introdurre cambiamenti ci sono stati. Sono evoluzioni naturali, che devono essere adattate. Detto questo, ritengo che i piani produttivi e i disciplinari di produzione non possano essere modificati se non da una rappresentanza reale della filiera, dove ogni attore è adeguatamente rappresentato. Discorso diverso invece per le strategie di valorizzazione del prosciutto, perché in questo caso gli investimenti sono a carico di chi produce e stagiona i prosciutti e non dell’allevatore”.

L’attuale disciplinare dovrebbe essere modificato in 3 punti

Parlando in termini concreti, dove modificherebbe l’attuale disciplinare?

“Mi concentrerei su tre elementi. Il peso: nel 1992 era stato introdotto un valore con l’obbiettivo per fissare il peso minimo e non quello massimo. Andrebbe tolto il limite dei 176 kg di media partita, stabilendo per prima cosa che un suino che ha vissuto una vita da DOP, rispettando il disciplinare per la fase in allevamento, è idoneo; secondo: le carcasse devono rientrare nella classificazione suino pesante (H); terzo: controllare, per l’ammissione al circuito dei prosciutti tutelati, la copertura di grasso e il peso della coscia; se è idonea, allora possono essere utilizzati. I 176 kg non sono indicativi della qualità e dell’idoneità della materia prima. Anche l’alimentazione andrebbe rivista. Bisognerebbe ragionare per recepire alcuni prodotti innovativi che non sviliscono la qualità e, allo stesso tempo, andrebbe tolto il vincolo sull’alimentazione dei capi fino a 40 kg, perché sono ininfluenti sulla produzione complessiva. Il terzo punto riguarda il benessere animale, che deve entrare nel disciplinare.

Alcuni anni fa venne studiata l’ipotesi di valorizzare la carne dei suini, oltre alle cosce, con il progetto – poi bocciato dall’Unione europea – del Gran suino padano. Che alternative ci possono essere?

“Ci sono già studi presentati da Regione Lombardia ed Emilia-Romagna su SQN che è attivabile e che prevede elementi distintivi come l’italianità, il rispetto di un disciplinare e il fatto che si possa valorizzare la carne suina in tutti gli utilizzi. Mi viene ad esempio il caso, ancora una volta, del Parmigiano Reggiano, la cui presenza in alcuni sughi viene pubblicizzata da Barilla. Quanta carne suina potremmo valorizzare in un modo simile?”.

Il Made in Italy? Conta più all’estero che qui [intervista]
25 Novembre 2019

Aldo Levoni
Castellucchio, Mantova – ITALIA

Aldo Levoni all’interno del gruppo Levoni occupa la carica di presidente del macello Mec Carni e di A.D. del salumificio Levoni. Il gruppo Levoni, un colosso della filiera dei salumi e delle carni di maiale, ha un fatturato che supera i 300 milioni di euro ed esporta in oltre 50 paesi del mondo. Teseo lo ha intervistato.

Aldo Levoni – A.D. Salumificio Levoni

Dove arriverà il prezzo dei suini grassi da macello?

Il valore massimo, a mio parere, è già stato raggiunto. Potrebbe esserci una fase di stabilità, con piccole fluttuazioni. Mi attendo ora una diminuzione dei listini; se lenta o rapida dipende dalle disponibilità dei suini”.

Un prezzo eccessivamente alto dei suini quali conseguenze può avere?

“Sugli allevatori senza dubbio positive. Sul macello lo scenario cambia radicalmente, perché il settore della macellazione deve trasferire il prezzo elevato del costo del suino al comparto dei salumi ed è meno facile riuscirci. Una parte dell’aumento dei costi, purtroppo, l’industria di macellazione non riesce fisiologicamente a trasferirla a valle e, pertanto, entra in sofferenza”.

Anche il salumificio deve trasferire l’incremento del prezzo sui propri clienti.

“Sì, ed è spesso complicato. Per il mondo del dettaglio è più facile, mentre nella grande distribuzione organizzata ci sono fortissime resistenze a riconoscere i maggiori costi di produzione, per cui in questo frangente il trasferimento è quasi impossibile. Di fatto, quando si arriva alla grande distribuzione si approda a un tappo e a soffrirne sono gli anelli precedenti: macelli e salumifici”.

Il Made in Italy è ricercato all’estero ma in Italia è dato per scontato

Il made in Italy rappresenta un valore aggiunto?

“Senza dubbio sì. Ma, paradossalmente, questo valore aggiunto di immagine pesa di più all’estero ed è invece riconosciuto meno in Italia. Oggi l’export sta attraversando una fase positiva e, nel mondo, il prodotto italiano, ottenuto con materie prime di origine italiana è sicuramente ben visto. È ricercato e questo fa sì che si riesca a trasferire in maniera soddisfacente il valore, con annesso adeguato ritorno economico. Al contrario in Italia il consumatore dà forse per scontata l’italianità del prodotto e sembra quasi meno interessato; così facendo, però, l’attenzione cade più sui prodotti da prezzo”.

Come se lo spiega?

“Il potere d’acquisto del consumatore è diminuito e ritengo che una componente significativa della ricerca di prezzi più convenienti sia quella. Un’altra ipotesi è molto probabilmente legata a un approccio che ha la grande distribuzione organizzata. Se lei guarda, in tutte le catene distributive il tema più utilizzato nella comunicazione è quello dei prezzi bassi. Ma in questo modo si abitua il consumatore a ricercare esclusivamente il prezzo basso. La conseguenza, quando parliamo di made in Italy, è che la dinamica di acquisto è determinata dal fatto che in Italia si dà per scontata la qualità a prezzi bassi. Mentre all’estero il fatto di essere italiano è la migliore pubblicità per un prodotto, perché è sinonimo di gusto, di ricercatezza, di qualità”.

Quali effetti avranno i dazi per il vostro gruppo?

“Gli Stati Uniti rappresentano per noi un mercato molto importante, pari a circa il 5% del fatturato e con proiezioni di crescita. Dazi supplementari sarebbero un serio ostacolo”.

Siamo pronti ad affrontare il mercato Cinese, interessante per piedi, pancetta, spalla e coppa

Finalmente dovrebbe aprirsi per la carne suina il canale verso la Cina.

“È questione di qualche settimana e poi si inizia. Noi siamo pronti e quello cinese è un mercato interessante in particolare per prodotti che qui in Italia non hanno valore, come i piedi, ma anche pancetta, spalla, coppa”.

La peste suina in Cina che cosa significa per voi?

“Un problema, perché crea ulteriore tensione sui prezzi”.

Il mercato premia i prosciutti DOP rispetto ai generici. Eppure, i prosciutti DOP non spiccano il volo per mancanza di programmazione. Cosa si dovrebbe fare secondo lei?

“Il problema che scontiamo oggi deriva da un 2017 caratterizzato da prezzi altissimi. La GDO, che indubitabilmente commercializza i volumi più significativi dei prosciutti DOP, non ha più accettato il prezzo alto di acquisto e, parallelamente, ha smesso di fare promozioni e di spingere il prodotto. Questo ha creato un cortocircuito a monte, con i magazzini che si sono riempiti e il prezzo che ha di conseguenza iniziato la discesa. Poi la situazione si è ulteriormente aggravata per un attacco al sistema legato al benessere animale e alla genetica, che ha provocato il crollo delle quotazioni. In questi momenti così altalenanti di mercato il Consorzio di tutela dovrebbe calmierare gli eccessi di rialzo o di ribasso attraverso strategie di marketing e comunicazione. Cose che, a mio parere, non sono state fatte con la giusta efficacia”.

Degustazioni e momenti di contatto: la nostra strategia promozionale all’estero

Lei poco fa ha parlato di promozioni sui prosciutti DOP. Perché servono? non basterebbe la notorietà delle DOP?

Le promozioni sono necessarie, perché il consumatore compra quando c’è il prezzo basso. E questo purtroppo vale anche per le DOP e non c’è altro sistema nella GDO in Italia. All’estero, al contrario, la promozione serve, ma per un altro scopo: per far conoscere il prodotto con degustazioni, momenti di contatto e facilitare la prova della DOP. Sono prodotti di alta qualità, costano di più di prosciutti esteri o nazionali e hanno un valore aggiunto alto. Però, il consumatore non lo riconosce. Bisogna lavorare con il Consorzio anche su questo”.

Una OP per allevamento e macello migliora la conoscenza [intervista]
25 Novembre 2019

Lorenzo Fontanesi
ITALIA

Lorenzo Fontanesi, produttore di 50mila maiali all’anno allevati su più siti a cavallo delle province di Mantova, Reggio Emilia e Modena, è una figura di spicco del settore suinicolo. Presidente di OPAS, organizzazione di produttori che conferisce circa un milione di suini al macello cooperativo di Carpi di cui è proprietaria, Fontanesi è riuscito ad aggregare i suinicoltori intorno al progetto ambizioso di gestire un macello, portandolo su numeri da primi della classe in Italia. Partiamo proprio da qui.

Lorenzo Fontanesi – Presidente OPAS

Presidente Fontanesi, quali sono i vantaggi di poter gestire, come OP, un macello?

“Il vantaggio più importante è la maggiore conoscenza della filiera, perché solo gestendo un macello riesci a capire più approfonditamente le dinamiche di mercato e le esigenze della catena produttiva. In questo modo trasmetti direttamente a chi produce le necessità di chi sta a valle del macello, dall’industria di trasformazione ai prosciuttifici”.

È stata un’evoluzione inaspettata?

“Sì. Siamo relativamente giovani nella gestione del macello di Carpi, dal 2014. Ma è stata una scelta naturale, che ha permesso di salvare l’ex macello Italcarni e ci ha fatto crescere, diversificando le produzioni e garantendo in prima persona come allevatori della genuinità dei processi di allevamento, attraverso filiere diversificate e mirate a rispondere alle richieste dei consumatori”.

Eat Pink Opas

Dove si stanno orientando i consumatori?

“La qualità è ormai un prerequisito. Oggi l’attenzione è legata al benessere animale, all’uso consapevole del farmaco, ai prodotti pronti all’uso, che noi vendiamo con il marchio Eat Pink. Rispondiamo in maniera più fluida alle necessità  del consumatore, dell’industria e della grande distribuzione organizzata, grazie a un dialogo più aperto e collaborativo, perché chi si confronta con noi sa che siamo anche allevatori”.

Quali sono invece le difficoltà principali nella gestione del macello?

“Sicuramente, visto che siamo diventati in pochissimo tempo il primo macello in Italia per numeri di capi macellati, il punto più critico riguarda la gestione finanziaria, con risorse impiegate molto ampie e una velocità di processo rapida e costante”.

L’esposizione finanziaria e la gestione operativa sono le principali difficoltà del macello

Che cosa significa, concretamente?

“Significa che come macello paghiamo subito i maiali, mentre i tempi per incassare dalla vendita dei vari tagli sono più lunghi, con conseguente esposizione finanziaria. Ancora più impegnativa è la gestione operativa del macello, che ha volumi e ritmi impressionanti: ogni settimana è un bilancio a sé e la settimana successiva non è mai uguale alla precedente. Tutto questo impone tempi di reazione velocissimi, garantendo sempre il ritiro e la macellazione dei suini”.

Cosa prevede per il mercato da qui a fine anno?

“La pesantezza del mercato del prosciutto dovrebbe continuare anche nel primo semestre 2020”

“Fare le previsioni è sempre un azzardo. Diciamo, però, che si consolida una situazione non particolarmente fluida per effetto del mercato dei prosciutti. Temo però che la pesantezza del mercato del prosciutto si trascinerà per buona parte del primo semestre 2020”.

Quali sono le cause di quella che definisce pesantezza del mercato del prosciutto?

“Spiace dirlo, ma credo che la situazione in cui oggi si trova il mercato sia figlia di una programmazione superficiale da parte del Consorzio di Tutela del Prosciutto di Parma. I dati ufficiali relativi al bilancio 2018 del Consorzio evidenziano una produzione di 9,1 milioni di prosciutti, a fronte di quote produttive di 9,5 milioni di cosce e di un mercato che, però, ne assorbe 8,5 milioni”.

Quindi?

“Purtroppo si sono sbagliati i conti, forse illusi da un biennio 2016-2017 molto positivo, ma che ha portato a forzare le produzioni nel 2018, con conseguente stoccaggio eccessivo di pezzi nei magazzini e crollo dei listini. Ma così si è dovuto ricorrere a una svendita di una Dop prestigiosa. Non ultime, le vicende sul benessere animale e delle genetiche, gestite in maniera scandalistica, con effetti destabilizzanti sulle vendite. Uno scenario che ha condizionato i prezzi di tutto il maiale, dal momento che oggi le cosce rappresentano il 50% del valore dell’intero animale”.

Questa situazione ha avuto conseguenze anche sulla qualità del prosciutto?

“Quello che vediamo è sempre frutto di un percorso. La situazione attuale nasce e si sviluppa nell’ultimo decennio, che ha portato inevitabilmente a una spaccatura della filiera, con ciascun soggetto coinvolto che si limitava a guardare il proprio orticello.

Nel periodo ante 2016 l’allevatore ha sofferto molto, rispondendo così alla crisi cercando di produrre suini più performanti in termini di resa, impattando così negativamente sulle reali necessità della salumeria Dop, che necessita invece di animali più grassi. Così facendo ci siamo andati a confondere con il suino estero, creando molta più variabilità nelle caratteristiche organolettiche del prosciutto, andando a compromettere i livelli raggiunti di un’ottima standardizzazione qualitativa delle produzioni. Abbiamo così avuto un abbassamento non tanto della qualità, ma della uniformità dei risultati. Effetto anche di una crociata dei consumatori contro i grassi, che ha portato ad avere non più un solo mercato, ma molti mercati, dalla GDO all’estero, alle nicchie, con esigenze qualitative diverse. L’allevatore, inevitabilmente, si è adeguato. Parallelamente, è emersa l’esigenza di segmentare le produzioni per dare maggiore chiarezza. Una richiesta che è stata avanzata anche al Consorzio del Prosciutto di Parma e che richiede che il consumatore sia adeguatamente informato”.

Il Consorzio del Prosciutto di Parma è disponibile a diversificare l’offerta, pur rimanendo nell’ambito della DOP

Il Consorzio ha recepito?

“Sì. Sembra finalmente disponibile a recepire in senso generico la possibilità di diversificare l’offerta, pur rimanendo nell’ambito della Dop. Una risposta che evita il rischio di disaffezionare il consumatore al prodotto prosciutto di Parma”.

Avete progetti come OP per migliorare il benessere animale?

“Al nostro interno abbiamo un servizio tecnico che collabora con i veterinari e che accompagna gli allevatori nello sviluppare diverse filiere, fra le quali anche quella sul benessere animale. Il fatto di essere una OP e di gestire un macello ci porta a individuare le best practice in allevamento e condividerle con gli altri allevatori, per portare benefici collettivi”.

Il macello cooperativo di OPAS

Crisi suinicoltura, la ricetta di Claudio Veronesi [intervista]
8 Aprile 2019

Claudio Veronesi
Sustinente, Mantova – ITALIA

Mala tempora currunt per la suinicoltura italiana. Fra Ottobre e Marzo i listini dei suini grassi da macello, punto di riferimento per i distretti produttivi dei prosciutti Dop, hanno perso il 27%, comportando una perdita per maiale di circa 65 €.

Claudio Veronesi, allevatore di suini di Sustinente (MN)

TESEO by Clal.it ne ha parlato con Claudio Veronesi, allevatore di Sustinente (Mantova). Conduce un’azienda a ciclo chiuso gestita tramite otto siti produttivi, con 1.200 scrofe e 32.000 maiali allevati ogni anno, tutti rigorosamente antibiotic free, conferiti al macello Mec Carni.

Veronesi, da cosa è dipesa la crisi dei prezzi dei maiali?

“La crisi è di natura mondiale. La sovrapproduzione di alcuni Paesi europei influisce sulle quotazioni. Se la materia prima si riversa in Italia, inevitabilmente diminuiscono i listini anche del prodotto italiano, benché sia strutturalmente e intrinsecamente diverso il suino pesante allevato per le produzioni Dop come i prosciutti di Parma e San Daniele”.

Quali soluzioni possono invertire tali effetti?

L’etichettatura è una delle soluzioni più attuabili

“L’etichettatura è una delle soluzioni attuabili, perché ad oggi è marginale. Completare ed estendere la tracciabilità permettere al consumatore di acquistare più informato e, soprattutto, di caratterizzare meglio le produzioni Made in Italy”.

Gli allevatori da sempre sono contrari all’attuale versione del “decreto salumi”. Cosa si dovrebbe fare, a suo avviso?

“Andrebbe rivisto. Oggi si parla di prevalenza di carne suina italiana nei salumi lavorati in Italia, ma per prevalenza si intende anche il 50,5% o il 51%. Invece con una tracciabilità più completa e con l’obbligo di impiegare solo carne italiana, andremmo a ristabilire un maggiore equilibrio, finiremmo di dipendere dal sistema internazionale e daremmo maggiore soddisfazione agli allevatori di casa nostra”.

Serve una rappresentanza con diritto di voto all’interno dei consorzi dei prosciutti di Parma e San Daniele?

“Assolutamente sì e si sta lavorando al ministero delle Politiche Agricole per ottenere un risultato che potrebbe cambiare pesantemente le politiche di indirizzo dei principali consorzi di tutela. Come allevatori vogliamo essere rappresentati da un terzo dei consiglieri nominati all’interno dei consorzi. Questa posizione degli allevatori non piace, ovviamente, ai macellatori. Poco importa, su questa strada siamo decisi ad andare avanti”.

Come si declina il benessere animale?

Allevare animali felici significa produrre di più e meglio

“Non solo assicurando maggiori spazi agli animali. Anche aspetti come la pulizia, i giochi sono altrettanto indispensabili. Molto spesso gli allevatori sono sotto attacco sul fronte del benessere. Eppure non esiste allevatore che non cerchi di allevare animali felici, perché significa avere animali sani, ridurre i farmaci, produrre di più e meglio. Molto spesso una frangia dell’opinione pubblica è contro a prescindere o pubblicizza qualche caso isolato per montare campagne contro l’allevamento”.

Quali sono, secondo lei, le principali azioni che vanno in direzione della sostenibilità?

“Vi sono molti aspetti sui quali è indispensabile lavorare. Penso ad esempio al riutilizzo dell’acqua in allevamento, per ridurre l’impronta idrica. Il riciclo dell’acqua è un elemento basilare. Anche l’abbattimento degli odori è un esempio di miglioramento da intraprendere, così come, in un’ottica di sostenibilità sia ambientale che economica è necessario prevedere soluzioni per l’interramento dei reflui zootecnici. In questo caso, ad esempio, si potrebbe ridurre l’apporto di sostanze chimiche nel terreno e migliorarne la fertilità”.

Quali investimenti ha in programma?

L’UE ha previsto spazi liberi per le scrofe dal 2025

“In questo momento stiamo finendo una struttura destinata alla rimonta, dove ospiteremo le scrofe dai 30 ai 120 chilogrammi, un mese prima cioè della fase di ingravidamento. Stiamo costruendo degli spazi aperti, dove le scrofe saranno libere di muoversi. L’Unione Europea ha previsto l’abolizione delle gabbie per le scrofe, e dunque spazi liberi, dal 2025. Noi vogliamo portarci avanti. Proprio in quest’ottica, stiamo già costruendo un capannone dedicato alle sale parto, che sarà in funzione entro la fine dell’anno”.

Quali sono i suoi hobby?

“Uscire con gli amici durante la settimana. E poi viaggiare, preferibilmente al mare”.

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TESEO amplia l’informazione per il mondo agricolo con la nuova area dedicata ai SUINI.