L’agricoltura ed i cambiamenti climatici
13 Novembre 2017

L’evidenza dei cambiamenti climatici ha indotto 195 nazioni a firmare nel 2015 a Parigi durante la cosiddetta Conferenza COP 21, l’Accordo ONU per limitare le emissioni di gas in atmosfera e mantenere la crescita della temperatura media globale ad un massimo di +2 gradi centigradi entro la fine del secolo. La condizione chiave era che l’accordo venisse ratificato da più di 55 paesi responsabili nel complesso di oltre la metà delle emissioni mondiali.

Questo obiettivo è stato il risultato  di 25 anni di lavori e 21 vertici sui cambiamenti climatici. Infatti la prima Conferenza delle parti (COP) della Convenzione Onu sul climate change (UNFCCC) si tenne nel 1995 e deve la sua nascita al Summit per la Terra di Rio de Janeiro, nel 1992.

14,5%del gas effetto serra è prodotto in agricoltura

Nel 1997 il Protocollo di Kyoto (COP 3) impegnava i paesi ad economia sviluppata a ridurre le emissioni e l’attenzione è stata posta soprattutto sui consumi energetici. Ora invece, giunti alla COP 23 di Bonn, si punta sempre più attenzione sull’attività agricola, che si stima sia responsabile per circa il 14,5% dei gas effetto serra (GHG) prodotti.

Dunque occorre operare per ridurre in modo concreto tale impatto, che impegna in primo luogo i paesi ad economia avanzata. Infatti si calcola che le loro emissioni per l’attività agricola, incluso l’allevamento, equivalga al consumo di 1,6 miliardi di barili di petrolio all’anno.

Oltre che di una necessità, bisogna tener presente che l’azione per contrastare i cambiamenti climatici è sempre più richiesta dai consumatori. Dunque anche l’attività agricola, ed in particolare l’allevamento, deve prendere coscienza di tale realtà ed agire in modo consapevole e coordinato per attuare rapidamente degli interventi concreti per ridurre l’impatto ambientale, cioè per la sostenibilità

Acqua&Energia : Ripartizione delle emissioni GHG (Green House Gas) da agricoltura

Fonte: FAIRRRinnovabili.it, COP-23

Stimare l’incertezza per poter decidere
30 Dicembre 2016

Quando si tratta di prevedere un avvenimento futuro, ad esempio il tempo che farà o l’andamento della produzione, esiste sempre un margine di imponderatezza. Anche quando tutto lascia supporre che accada quanto prevediamo, interviene quasi sempre un elemento di incertezza sull’accaduto o su quanto atteso. Se riusciamo però a tener conto di tale margine di incertezza, a stimarlo, siamo spesso in grado di assumere decisioni migliori e più adeguate a quanto potrebbe accadere.

Un esempio di questo sono le previsioni del tempo. I meteorologi fanno le loro previsioni esaminando le immagini dei satelliti in modo da avere elementi certi di giudizio, e raramente sbagliano: però le loro indicazioni non sono mai sicure al 100%. Per questo parlano di ‘forti probabilità’ oppure indicano attraverso percentuali la possibilità che si manifesti l’evento indicato.

La stessa stima vale anche nella valutazione della sicurezza degli alimenti, degli integratori, di un nuovo fitofarmaco, di un chemioterapico, etc. Quando la evidenza è incompleta, i tecnici precisano qual è il margine di incertezza che condiziona le loro conclusioni.

Quindi entra in gioco la ‘valutazione del rischio‘ o di quanto possa essere il margine di incertezza e le conseguenti implicazioni nel processo decisionale. I tecnici indicheranno quale sia la misura prudenziale da prendere, oppure quali siano le diverse possibilità da considerare per gestire l’incertezza ed arrivare al risultato atteso.

Per valutare una previsione meteorologica, diventa importante sapere se la possibilità è del 10%, del 50% oppure del 90%. Questo permette di prendere delle decisioni mirate ed appropriate.

Dunque, nei processi decisionali, l’aspetto cruciale è l’informazione.
Questa non sarà mai assoluta, ma deve essere chiara e trasparente al fine di permettere all’operatore di decidere nel miglior modo possibile.

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Fonte: EFSA

Effetto “el Niño”: siccità e temperature elevate
23 Dicembre 2015

Gli effetti atmosferici identificati col termine el Niño si stanno manifestando in modo evidente. Tecnicamente el Niño si manifesta quando la temperatura delle acque dell’oceano Pacifico equatoriale aumenta di oltre 0,5°C durante almeno cinque periodi successivi. Si tratta dunque di una fase atmosferica calda. Attualmente siamo in una fase di piena manifestazione di el Niño, definita come ‘forte’.

I fenomeni sono particolarmente evidenti in sud America, con siccità in Bolivia (compresa la zona del lago Titicaca), nel sud del Perù, in Venezuela, sulla costa caraibica e la parte della Colombia sulla costa pacifica.

Ne verranno influenzate numerose coltivazioni, come canna da zucchero, banana, mais, riso, ma anche la pesca e l’allevamento. In Colombia le precipitazioni sono la metà del normale ed i fiumi che forniscono acqua al 79% della popolazione presentano un livello idrico pari ad un terzo di quello normale. In Venezuela, gli effetti sugli allevamenti zootecnici sono pesanti e si stima che il 20% delle produzioni siano a rischio.

Fenomeni altrettanto pesanti si stanno manifestando anche in sud Africa, in particolare per le coltivazioni di mais, ed in India.

Dunque, purtroppo, non deve sorprendere questo clima mite e senza precipitazioni di casa nostra. Stessa situazione in nord Europa, dove però piove e di conseguenza ci sono buone condizioni per la produzione di latte.

Prelievo d’acqua per settore e per area geografica
Prelievo d’acqua per settore e per area geografica

Fonte: IICA

 

El Niño e mercati agricoli: siccità?!!
15 Maggio 2015

Più volte annunciato come una possibilità, ora le agenzie meteorologiche giapponese ed australiana affermano che si sono manifestati i segni per il succedersi di fenomeni climatici estremi noti come El Niño, tali da interessare vaste regioni, dall’America meridionale al sud-est asiatico, con pesanti riflessi sulle produzioni agricole.

Con el Niño e la Niña si descrivono fasi opposte di oscillazioni delle temperature fra oceano ed atmosfera nella zona equatoriale del Pacifico. La Niña è la fase fresca di tali oscillazioni (indicate con la sigla ENSO – El Niño-Southern Oscillation), el Niño quella calda. Queste deviazioni dalle normali temperature di superficie degli oceani possono avere un grande impatto sulle condizioni climatiche a livello mondiale. Nel 1600, dei pescatori al largo delle coste dell’America Latina, rilevarono come le acque dell’oceano Pacifico fossero stranamente calde per la stagione ed essendo a dicembre, chiamarono il fenomeno el Niño (il bimbo), dato il Natale ormai vicino.

Quest’anno, una siccità primaverile in Asia meridionale ha già influito negativamente sui raccolti di olio di palma e potrebbe comportare problemi nelle piantagioni di caffè in Colombia e di cacao in Africa occidentale. All’opposto, delle piogge eccessive potrebbero danneggiare i raccolti di canna da zucchero in Brasile.

Negli USA il fenomeno potrebbe avere invece effetti positivi comportando una stagione fresca ed umida in favore dei raccolti di mais ma con una generale diminuzione nella qualità dei prodotti; già ora si notano ricorrenti ed intense piogge nelle pianure centrali del paese.

In India la conseguenza di questo cambiamento meteorologico è la ridotta intensità dei monsoni, che potrebbe avere riflessi sul raccolto di cotone di cui il paese asiatico è il maggior produttore, mentre la ridotta produzione di olio di palma in Indonesia e Malesia sarebbe favorevole per il mercato delll’olio di soia.

Le previsioni climatiche sono influenzate da una molteplicità di fattori che le rendono complesse, ma bisognerà sempre più considerare l’insorgere dei fenomeni climatici estremi ed i conseguenti effetti su mercato e quotazioni mondiali dei prodotti agroalimentari.

Nuova Zelanda: probabilità di precipitazioni oltre la norma in primavera in caso di El Niño
Nuova Zelanda: probabilità di precipitazioni oltre la norma in primavera in caso di El Niño

Fonte: Agrimoney