I problemi relativi all’ambiente, clima e natura, sono stati considerati per troppo tempo come questioni distinte. Una recente ricerca dell’Università di Oxford ha dimostrato come spesso invece si tratti dello stesso problema, che si manifesta sullo stesso territorio.
Si stima che l’attività agricola abbia causato la perdita di 300 miliardi di tonnellate di carbonio immagazzinato nei suoli e messo a rischio di estinzione circa il 14% delle specie viventi – animali, piante, funghi, microrganismi – con un danno evidente alla ricchezza genetica del pianeta. Però, due terzi di queste perdite di carbonio e di biodiversità sono avvenute solo su di un terzo dei terreni mondiali coltivati e la gran parte di tale danno è concentrato in alcune zone del Sud America, dell’Africa subsahariana e del sud-est asiatico.
Il commercio internazionale contribuisce poi a distribuire questi impatti in tutto il mondo: circa il 18% delle perdite di carbonio e di biodiversità nei terreni agricoli è legato al commercio transfrontaliero di prodotti alimentari, col Brasile principale esportatore netto sia di carbonio che di perdita di biodiversità e la Cina principale importatore.
I ricercatori sottolineano che non tutti i cibi hanno lo stesso impatto e che una transizione verso diete sostenibili, specialmente nei paesi a più alto reddito, rappresenta la leva più efficace per arrestare l’estinzione delle specie. Rilevano che, in media, gli alimenti di origine animale sono associati ad emissioni di carbonio otto volte superiori e ad una perdita di biodiversità 14 volte maggiore per caloria rispetto agli alimenti di origine vegetale.
La sfida consiste nel reindirizzare i terreni agricoli al ripristino degli ecosistemi naturali senza compromettere la sicurezza alimentare globale. Compito arduo ma necessario, che interpella tutti a tutti i livelli.
Fonte: Nature



































































