Il futuro sarà nel segno del Grana Padano [Intervista]
1 Agosto 2017

Stefano Pasquali
Torre De’ Picenardi, Cremona – ITALIA

L’allevatore Stefano Pasquali

Azienda Agricola Pasquali Stefano E Gamba Cinzia.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati: 220.
Destinazione del latte: Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari (Latteria Soresina).

“Il costo attuale della razione alimentare delle vacche in lattazione è di 5,05 euro per capo al giorno. Tenuto conto che la produzione è di 33 chilogrammi per capo al giorno, l’uscita per l’alimentazione delle bovine in mungitura è di 0,152 euro al chilo”.

Quello che per Stefano Pasquali – 40 anni, allevatore di Torre de’ Picenardi (Cremona), che conduce insieme al fratello Luigi un’azienda da 220 ettari (coltivati a mais, erba medica e su 70 ha a mais di secondo raccolto) e con una mandria di 650 capi (300 in mungitura), gestita con l’aiuto di cinque dipendenti a tempo pieno e uno a part time – è una normale attenzione alla gestione oculata della stalla, per conoscere nella realtà quanto spende per alimentare le vacche, non lo è forse per tutti.

“Negli ultimi anni ho inserito in razione il frumento insilato – precisa – con buoni benefici in termini di ingestione, soprattutto nel periodo estivo; inoltre, sono migliorati i parametri qualitativi del latte, in particolare il grasso”.

Il latte (36.723 quintali, al 3,81% di grasso e al 3,46% di proteine) è conferito alla Latteria Soresina, per la produzione di Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari. Quello che è importante, però, è conoscere quanto costa l’alimentazione delle bovine, variabile che incide non poco sui bilanci aziendali.

Stefano Pasquali non utilizza la formula più o meno standard presente in quasi tutti i programmi di razionamento forniti dagli alimentaristi, “perché determinano in automatico i costi della razione, ma spesso portano a calcoli approssimativi, in quanto non tengono adeguatamente conto dei reali livelli di ingestione degli animali”.

Ecco che l’allevatore cremonese si è creato un proprio foglio Excel, dove inserisce tutti i costi di produzione. Una pratica adottata da anni, tanto che nel 2009 in un’intervista dichiarava: “La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci”. E allora i numeri dell’azienda Pasquali erano diversi: 480 capi in stalla e 130 ettari coltivati.

Da allora, il corpus aziendale di Torre de’ Picenardi si è ammodernato, con una sala di mungitura 12+12 in parallelo, con mungitura posteriore e un impianto per la produzione di biogas da 625 kw, alimentato con liquame bovino, pollina di un allevamento avicolo vicino e insilato di mais. “In peso parliamo di 30 tonnellate di liquami, 2,5 tonnellate di pollina e 25-26 tonnellate di insilato di mais – riassume Pasquali -.

Il digestato viene utilizzato tutto in campagna e consente di confinare l’urea chimica intorno al 30-40% dell’azoto totale impiegato nei campi.
Gli ultimi investimenti sono andati in direzione di un ampliamento aziendale, ma con attenzione al benessere animale. Nel 2014, infatti, sono stati installati nuovi impianti di ventilazione in stalla e posizionate nuove cuccette con materassini in lattice, grazie a una nuova struttura.

Per ora nessun investimento in agricoltura di precisione. “Ci vuole una dimensione aziendale adeguata per poterli giustificare e serve anche un parco macchine adeguato – afferma -. Non li escludo a priori, comunque, vedremo in futuro”. In standby anche l’irrigazione a goccia: “L’avevamo presa in considerazione, ma i costi erano ancora troppo sbilanciati rispetto ai sistemi a pioggia”.

Ed è questione di costi anche la conversione al biologico. “Non siamo interessati a passare al bio – ammette – ma sappiamo che per alcuni può essere un’opportunità. Bisogna, naturalmente, valutare se i maggiori costi produttivi sono compensati dalle entrate”.

Il futuro, secondo Stefano Pasquali, sarà per gli allevatori del distretto incentrato sempre più nel segno del Grana Padano. “È il prodotto che ad oggi garantisce la remunerazione migliore rispetto alla media degli altri prodotti lattiero caseari – osserva -. Inoltre, è un mercato contingentato e ha margini di miglioramento a livello di internazionalizzazione”.

La filiera, dunque, è chiamata a leggere i conti, confrontare entrate e uscite e, magari, valutare alleanze per conquistare spazi all’estero. “La Latteria Soresina ha una grande storia di aggregazioni e fusioni – conclude -. Se ci sono le condizioni per creare intese per l’export, fra cooperative o insieme all’industria di trasformazione, non vedo perché no. La dimensione è importante e presentarsi in due al posto di cinque più piccoli, è economicamente più vantaggioso”.

Stefano Pasquali presso la sua azienda agricola

Il biologico è come rinascere [intervista]
5 Luglio 2017

Guido Coda Zabetta
Castellengo di Cossato, Biella – ITALIA

L’allevatore Guido Coda Zabetta

Azienda Agricola Coda Zabetta Guido.
Capi allevati: 200.
Ettari coltivati: 60.
Destinazione del latte: mozzarelle, burrate e formaggi freschi (caseificio Pugliese).

“Il biologico è come rinascere un’altra volta: tutto quello che hai imparato lo devi dimenticare. È una scelta particolare ed è come un abito su misura. Questo significa che prima di iniziare a produrre devi avere già un contratto in tasca. Non si deve commettere l’errore in cui cadono spesso gli allevatori, che pensano solo a produrre e mai a vendere”.
Parola di Guido Coda Zabetta, allevatore 48enne di Castellengo di Cossato (Biella), dove conduce un’azienda agricola di 60 ettari e alleva 200 bovine di razza Bruna (70%) e Frisona (30%). Ad aiutarlo le sorelle Emiliana e Franca e da un anno anche il nipote Francesco Demontagu.

Coda Zabetta, quando ha deciso di passare al biologico?

“Un anno fa, perché con la crisi di mercato che c’era non saremmo sopravvissuti. La leva è stata l’aspetto economico, senza dubbio. Si è aperto un mondo nuovo e oggi vendiamo il latte a 16 centesimi al litro in più rispetto al convenzionale, oltre al premio qualità”.

Che cosa è cambiato?

“Tutto. È un modo completamente diverso di fare agricoltura. È una sorta di ritorno alle origini, perché è evidente che non abbiamo inventato nulla: abbiamo ripreso a fare agricoltura come i nostri nonni con l’aiuto della tecnologia e della meccanizzazione. Ma il biologico risponde anche alle esigenze dei consumatori, che pretendono una maggiore sostenibilità delle produzioni e una grande attenzione all’impatto ambientale dell’allevamento. Negli anni scorsi abbiamo fatto anche investimenti sulle rinnovabili, installando un impianto fotovoltaico da 150kw per autoconsumo”.

Che percorso ha dovuto seguire per la conversione?

“Il percorso di conversione è durato un anno complessivamente, nella sua formula semplificata, ma è la parte più dura, perché devi comprare prodotti bio, mentre vendi il latte ancora come convenzionale. Sono sei mesi durissimi, ma servono per entrare nella nuova fase, che è una filosofia di vita completamente diversa. E capisci che il rischio è che l’agricoltura diventi schiava della chimica”.

Che cosa ha dovuto cambiare?

“Se guardiamo agli aspetti colturali, i 60 ettari che conduco, oltre a 30 ettari in asservimento per gli smaltimenti, sono ora soggetti a una rotazione differente, perché una coltura non può tornare prima di due cicli non consecutivi, inframmezzati cioè da una coltura da rinnovo. Comunque nei campi ci sono: mais, sorgo, erba medica, prato e frumento da foraggio. In precedenza non coltivavo il sorgo, ora sì”.

Alleva 200 capi: come mai il 70% di Bruna?

“È un retaggio dell’alpeggio, praticato fino al 1988 e poi abbandonato. Ma la composizione della mandria non è mutata”.

Che differenze produttive ci sono?

“In base ai dati dell’Apa nel 2016 abbiamo prodotto 117 quintali di latte per capo di Frisona e 104 per capo di razza Bruna, che però evidenzia titoli più alti e la maggiore qualità è certificata dalle percentuali di proteina: 74% per la Frisona e 78-79% per la Bruna. Con il biologico diminuiscono i titoli di grasso e proteine.

A chi conferisce il latte?

“Al caseificio Pugliese, per la produzione di mozzarelle, burrate e formaggi freschi”.

Qual è il guadagno?

“Intorno a un euro per capo al giorno, se teniamo conto del prezzo di conferimento del latte, come già detto di 16 centesimi in più al litro, oltre al premio qualità, in più del latte convenzionale. Considerata una produzione media per capo scesa del 10% e oggi intorno ai 30 litri, parliamo di 4,50 euro in più. Abbiamo costi di produzione superiori per 2,50 euro, ma i vantaggi che abbiamo riscontrato passando al biologico hanno riguardato anche la totale scomparsa di problemi ai piedi delle bovine e pur non utilizzando il post-dipping in fase di mungitura, le cellule somatiche sono stabili”.

È cambiata la durata del contratto, vero?

“Sì. Oggi il contratto è annuale e con un prezzo fisso. Prima, invece, avevamo contratti più brevi e con un valore legato a indici non controllabili, con il risultato di non sapere mai cosa si andava a realizzare”.

È soddisfatto del biologico?

“Sì, credo che sia una delle soluzioni per il Made in Italy. Produciamo beni di lusso, almeno come immagine, dobbiamo proseguire su questa linea, con prodotti riconoscibili che possono essere i formaggi DOP o il biologico. Deve vincere l’alta qualità, altrimenti non riusciremo a competere con gli altri paesi”.

Quali sono stati gli investimenti necessari?

“Oltre all’acquisto di prodotti durante il periodo di conversione le attrezzature per operazioni in campo, per sopperire all’uso della chimica come la sarchiatura. In futuro mi piacerebbe investire sui sistemi per l’agricoltura di precisione, dalla mappatura alla guida satellitare. Il futuro è lì, a prescindere dal fatto che l’azienda sia o meno biologica, ma la sostenibilità è importante”.

Quanto è importante, secondo lei, la tecnologia?

“Sarà il futuro. È importantissima, democratica, sarebbe il più grande investimento realizzabile per gli allevatori, con un ritorno molto più rapido che non altri tipi di investimenti, come ad esempio raddoppiare la stalla. Gestiremo le aziende, la stalla, le risorse idriche, le macchine attraverso il cloud, anche dal telefonino. Con l’irrigazione siamo fermi a Cavour, dobbiamo innovare”.

Se dovesse consigliare a un collega allevatore di passare al bio, cosa direbbe?

“Nell’allevamento biologico il più grande problema è legato alla disponibilità di terreno. C’è il vincolo delle 2 uba/ettaro, in Lombardia, nelle province dove si produce più latte tra Mantova, Brescia, Cremona e Lodi, spesso questo rapporto non è rispettato. Serve quindi terreno, altrimenti il biologico non è economicamente sostenibile. Sarebbe impensabile affittarlo a prezzi elevati. E poi consiglierei di abituarsi a programmare e organizzare l’azienda attraverso piani annuali o pluriennali, cosa che un agricoltore convenzionale non sempre fa”.

 

L’Azienda Agricola Coda Zabetta Guido
L’allevatore Guido Coda Zabetta presso la sua Azienda Agricola.

 

Innoviamo per ridurre i costi e risparmiare risorse
30 Maggio 2017

Manuel Lugli
Porto Mantovano, Mantova – ITALIA

L’allevatore Manuel Lugli

Società Agricola Fondo Spinosa.
Capi allevati: 550 vacche in mungitura, 800 vitelloni da carne.
Ettari coltivati 420.
Destinazione del latte: Grana Padano (Latteria Sociale Mantova).

“La zootecnia è stata ferma per millenni, ma negli ultimi 15 anni ha cambiato il proprio modo di essere, grazie alle tecnologie. Come azienda agricola noi abbiamo scelto di crescere attraverso un percorso di innovazione costante che ci ha portato a investire alcuni milioni di euro.”

A dirlo è Manuel Lugli, ultima generazione di una famiglia agricola che ha saputo portare la società agricola Fondo Spinosa di Porto Mantovano (Mantova) a un alto livello di automazione, grazie a una politica orientata verso la multifunzionalità aziendale.

Produzione di latte, di carne bovina, energie da fonti rinnovabili incrociano le proprie dinamiche con la precision farming: agricoltura di precisione applicata insieme alla zootecnia di precisione. Tanto che, complice anche la vicinanza al capoluogo virgiliano e al fatto di essere una realtà significativa anche dal punto di vista artistico (la corte nasce da un progetto di Giulio Romano), è stata una delle realtà visitabili durante la prima edizione del Food & Science Festival di Mantova.

I numeri: 420 ettari coltivati 550 vacche in lattazione, che diventeranno 700 tra pochi mesi, quasi altrettante in rimonta e 800 vitelloni da carne. Il latte prodotto (55.000 quintali consegnati nel 2016) è conferito alla Latteria Sociale Mantova, per la produzione di Grana Padano.

Una realtà importante, con sei titolari e 10 dipendenti. “Abbiamo rilevato l’azienda nel 1991 e siamo partiti con circa 80 vacche in lattazione. La prima stalla costruita per la mandria da latte è del 2003. Progressivamente, abbiamo costruito un impianto di biogas da 250 kW, compatibile con la gestione dei reflui zootecnici aziendali; successivamente, abbiamo investito per un impianto fotovoltaico da 508 kW e così abbiamo fatto a mano a mano che l’azienda cresceva, realizzando anche un essiccatoio per i cereali e il foraggio”.

Dal punto di vista energetico siete autosufficienti?
“Non ancora, Riusciamo a utilizzare dal 30 al 40% dell’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico, mentre l’energia da biogas deve essere messa in rete”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda?
“Abbiamo terminato la realizzazione di una stalla da vacche in latte con cinque robot di mungitura e a breve realizzeremo una stalla destinata alla rimonta, che sarà al servizio della struttura che abbiamo appena ultimato”.

Avete investito molto sulle rinnovabili. Siete contenti?
“Sì, non abbiamo ceduto al vortice speculativo e, anziché puntare a un impianto di biogas da 1 megawatt, ci siamo limitati a 250 kW, che, come dicevo prima, consente di impiegare al meglio i reflui zootecnici prodotti in azienda senza usare silomais. Una considerazione analoga può essere fatta per l’impianto fotovoltaico”.

Quali sono i punti di forza dell’allevamento nell’ottica della sostenibilità?
“L’allevamento è stato calibrato sulla misura dell’azienda: il carico di animali è rapportato alla quantità di terreno disponibile, per produrre quanto ci serve per l’alimentazione degli animali. Abbiamo capito che l’automazione e l’innovazione in azienda sono la strada per ridurre i costi, risparmiare il suolo, l’energia, l’acqua. Siamo infatti partiti con un progetto avanzato sull’agricoltura di precisione”.

Siete contenti dei robot di mungitura?
“Sì. Il risparmio sulla manodopera non è il beneficio principale. Anzi, in verità ho assunto altri dipendenti, più specializzati, come ad esempio un veterinario aziendale. I vantaggi sono molteplici”.

Ad esempio?
“Tra i vantaggi immediatamente percepibili l’incremento produttivo del 15% di latte. E poi il miglioramento del benessere animale, anche sul piano comportamentale. L’animale decide autonomamente quando mangiare, dormire e farsi mungere, con benefici sulla fertilità e una minore incidenza di patologie. Il lavoro in azienda è diventato anche più ordinato e più sostenibile per la riduzione di acqua ed energia elettrica rispetto alla mungitura tradizionale”.

Attraverso quali canali secondo lei si venderanno i prodotti lattiero caseari in futuro?
“Credo che la gdo abbia assunto una forza tale che sia difficile scalzarla nelle abitudini dei consumatori. Crescerà sicuramente l’e-commerce, anche se non ho gli strumenti per quantificare lo sviluppo”.

Che cosa pensa della crescita del biologico?
“Per alcuni è un’opportunità. Personalmente credo che il biologico debba riguardare prodotti ben definiti. Se il riferimento è al Grana Padano o al Parmigiano-Reggiano ci credo poco, perché hanno già una percezione molto marcata di genuinità e il biologico, a mio parere, non riesce a dare in tale contesto una valorizzazione maggiore, tale da giustificare la strada del bio. Al contrario, se prendiamo il settore dell’ortofrutta, penso che le possibilità siano maggiori, di certo negli ultimi anni il bio è in costante aumento”.

La Società Agricola Fondo Spinosa

Sopravvivenza delle stalle: il benessere animale sarà determinante
3 Aprile 2017

Floriano De Franceschi
Castelgomberto, Vicenza – ITALIA

L’allevatore Floriano De Franceschi

Azienda Agricola De Franceschi Floriano.
Capi allevati: 110 | 50 in mungitura.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Asiago DOP d’Allevo
(caseificio cooperativo Villa).

“Vada su Youtube e digiti De Koeientuin, poi guardi il video: vedrà come saranno le stalle del futuro, con ampi spazi liberi, piante e verde in stalla, nessun tipo di cattura, niente cuccette, possibilità di movimento per gli animali. Piaccia o no, andremo in quella direzione e sarà una delle risposte per produrre latte di migliore qualità, aumentare il benessere animale e rispondere ai continui attacchi degli animalisti, che rivolgono accuse a noi allevatori molto spesso ingiuste”.

L’invito a collegarsi a Youtube è di Floriano De Franceschi, 53 anni, presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Vicenza e di quella regionale del Veneto. Nella sua azienda a Castelgomberto, paese del quale è stato anche assessore, alleva 110 bovine di razza Frisona italiana, delle quali 50 in lattazione.

Nel 2016 ha prodotto 5.300 quintali, con una media annuale di 105 quintali per vacca (grasso 3,64%, proteine 3,26 per cento). La mungitura avviene tramite robot, che il presidente dell’Arav ha introdotto in stalla 10 anni fa.

Il latte prodotto è conferito al caseificio cooperativo Villa per la produzione di Asiago d’allevo, ottenuto con latte di bovine alimentate a secco. I soci del caseificio sono 15.

Appassionato di tecnologia (“è il mio hobby”, dichiara), De Franceschi accanto al benessere animale raccomanda come soluzioni la cooperazione, concetto astratto che ha molte declinazioni concrete e va ben oltre il conferimento del latte, ma coinvolge anche l’idea del cosiddetto sharing, la condivisione.

“Tra proprietà e affitto conduco 50 ettari a prato; ai miei foraggi aggiungo il miscelone che acquisto. Ho rinunciato interamente al mais”.

Perché?
“È poco remunerativo e c’è il rischio delle aflatossine. Se non facciamo i conti in stalla rischiamo di lavorare a vuoto. È inutile che l’allevatore paghi affitti anche da 400 euro per ettaro, se non riesce ad andare in pareggio”.

Quale soluzione propone?
“Bisogna che gli allevatori si mettano insieme, magari individuando un capannone per stivare la miscelata comune. Dovremmo come allevatori occuparci della stalla, ma condividere le informazioni e i sistemi di alimentazione, ridurre attraverso modalità di cooperazione i costi di gestione. L’informazione è uno strumento fondamentale per la gestione delle aziende”.

Esiste TESEO by Clal. Perché non usarlo?
“Lo usiamo ed è molto utile. Bisogna estendere il modello informativo alle fecondazioni, le zoppie, gli aborti. Serve trasparenza e condivisione dei dati. Come Associazione italiana allevatori possiamo contare sul sistema Si@lleva, che raccoglie dati su scala nazionale, relativi a un milione di capi, tanti quanti sono quelli controllati negli Stati Uniti. Dobbiamo fare in modo che i risultati elaborati tornino agli allevatori, magari anche attraverso TESEO”.

Quali sono le informazioni più utili?
“La genomica sta facendo notevoli passi avanti, ma non farei una classifica. Per avere un quadro d’insieme efficiente è imprescindibile poter avere informazioni legate alle fecondazioni, ai costi di alimentazione, all’efficienza energetica, alla fertilità. In Veneto sui controlli funzionali facciamo il Bhb, che rivela l’acidità ruminale e individua eventuali disguidi metabolici. I dati sono la chiave per valutare l’efficienza dell’azienda. Bisogna elencarli tutti, per eliminare i comportamenti superflui e dispendiosi, anche gli stipendi del titolare e dei familiari, elementi molto spesso non contemplati nei conteggi. Condividere i dati fa parte di questo processo”.

Se parliamo di sostenibilità nella produzione di latte, a cosa pensa?
“Penso innanzitutto a quella economica e, come dicevo, fare i conti e confrontarli fra gli allevatori è un passo importante. Poi penso al benessere animale, una richiesta che proviene compatta dai consumatori e che non possiamo assolutamente ignorare. Sarà una variabile determinante per la sopravvivenza, non deve essere sottovalutata”.

Come Arav come vi state organizzando?
“Abbiamo in programma corsi di formazione, per insegnare le buone pratiche di allevamento in chiave di animal welfare”.

Il prezzo dell’Asiago non è dei migliori, che suggerimenti può dare al Consorzio, che ha avviato un programma di promozione importante?
“Ci vorrebbe una rete di promozione e vendita più ramificata, che oggi manca. L’offerta di vendita dovrebbe essere centralizzata, per promuoverlo meglio ed esportare, senza dimenticare una rete regionale. Come Asiago dobbiamo fare i conti con una concorrenza marcata dei cosiddetti similari. Nel nostro caseificio produciamo 150 forme al giorno e abbiamo un’alimentazione a secco come nel Parmigiano-Reggiano, non facciamo uso di lisozima, eppure non riusciamo a essere incisivi, schiacciati anche da un numero elevato di prodotti similari, che deformano il prezzo al ribasso. Stiamo producendo forse troppe forme”.

Cosa fare, dunque?
“Esportare di più. È l’unica soluzione”.

L’etichettatura secondo lei può modificare qualcosa?
“Per l’Asiago no, perché le Dop dovrebbero già utilizzare il latte prodotto nel comprensorio. In generale invece sono convinto che servirà”.

Alimenti sani da aziende sane [Intervista a Paolo Fabiani]
24 Febbraio 2017

Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli

La sostenibilità è il futuro. Ma anche la diversificazione produttiva, la linea “vegetale” che i nuovi consumatori stanno mostrando di apprezzare, secondo la filosofia di prodotti in grado di nutrire e “promettere” benessere. Sono alcuni degli elementi che emergono dal dialogo con Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli, che Teseo ha intervistato.

Avete avuto danni dal terremoto come cooperativa o come associati?

“Sì, abbiamo avuto dei lievi danni nel nostro stabilimento di Amandola, situato proprio nel Parco dei Sibillini, dove produciamo mozzarella per tutto il gruppo, e da dove arriva il latte di allevatori marchigiani e abruzzesi. Alcune stalle sono state lesionate, ma il danno maggiore è nella distruzione di interi paesi. Questo ha cancellato, e non si sa per quanto tempo, l’economia di una vasta zona fatta di piccole attività, esercizi commerciali che rappresentavano punti di riferimento anche per noi”.

Quali sono gli aspetti cruciali che secondo lei sono emersi dal Dairy Forum 2016 di CLAL?

“Credo che il tema affrontato dal team di Angelo Rossi per questo Dairy Forum sia stato di estrema attualità; affrontare l’argomento del mercato assieme ad altri due temi, quali l’innovazione e la sostenibilità.
La relazione del professor Marco Frey su Agenda 2030 delle Nazioni Unite e gli obiettivi dello Sviluppo sostenibile ha offerto importanti suggerimenti sul tema della sostenibilità, che non è soltanto economico-ambientale, ma anche sociale. Ricordo che nella sua relazione venne citata una frase di Ban Ki-Moon:

I mercati possono prosperare solo in società che sono sane, e le società hanno bisogno di mercati sani per prosperare.

Su questa frase e sul concetto di sostenibilità credo che dovremo molto riflettere”.

La sua base sociale è composta da 15 cooperative e rappresenta circa 1.000 allevatori: quanti dei soci di Cooperlat hanno aderito al sostegno ministeriale di 14 centesimi?

“L’intervento messo in atto dalla Ue per diminuire l’offerta di latte in tutta Europa ha avuto poco seguito tra i nostri soci. D’altro canto la forte adesione a tale sostegno da parte dei produttori tedeschi, olandesi e francesi, per il primo periodo aveva già esaurito tutte le risorse messe a disposizione”.

Cooperlat Trevalli è famosa per la panna. Qual è la quota export (totale e per la panna)?

“Il 77,7% della nostra produzione totale è destinata al mercato domestico, il 22,3% all’estero. Per quanto riguarda la panna, invece, l’export sale al 29,6 per cento. Per i prodotti vegetali, invece, il 63,1% dei nostri volumi viene venduto fuori dai confini nazionali e solo il 36,9% in Italia”.

Quali sono i principali Paesi di destinazione?

“Per la panna i principali Paesi sono: Svizzera, Francia, Belgio, Grecia, Turchia, Libano, Filippine, Ungheria, Albania. Per i prodotti vegetali, invece, i più importanti mercati di destinazione sono rappresentati da Grecia, Turchia, Arabia Saudita, Algeria, Egitto, Libano, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Slovenia, Albania, Francia e Montenegro”.

Avete nuovi Paesi o aree nel mirino?

“Certamente: Stati Uniti, tutta l’area del Sud Est Asiatico, l’area dei Balcani e l’Est Europa”.

La demonizzazione dell’olio di palma è uno dei fattori che sembra aver influito positivamente sui prezzi delle panne. È così anche per Cooperlat?

“Non credo vi sia un nesso così diretto tra olio di palma e prezzo delle panne, anche perché entrambi i prodotti hanno raggiunto livelli di mercato molto alti. La demonizzazione dell’olio di palma e le continue notizie pro e contro rappresentano un fenomeno quasi tutto italiano e, nonostante il gran clamore, le quotazioni sono comunque alte. Per quanto riguarda il prezzo delle panne, personalmente ritengo che le forti e imprevedibili oscillazioni di mercato non siano positive né per i produttori né per gli utilizzatori. Al contrario, credo invece che il mercato necessiti di una maggiore stabilità”.

Siete produttori della Dop Casciotta di Urbino. Quali sono i numeri?

“La Casciotta di Urbino DOP è una delle eccellenze del territorio marchigiano, che fanno parte del portafoglio prodotti di Cooperlat. Le vendite del 2016 supereranno le 100 tonnellate di prodotto, concentrate soprattutto nel Centro Italia”.

Dal vostro sito si evince che avete anche prodotti a base di soia, caratterizzati dallo slogan “senza” (senza lattosio, senza glutine, senza grassi idrogenati). In chiave di prodotti e di mercato, sarà sempre più il cosiddetto “senza” l’aspetto cardine?

“Il consumatore del nuovo millennio è sempre più evoluto, alla ricerca di prodotti che siano buoni, ma che al contempo non danneggino la propria salute. Addirittura, che aiutino a prevenire malattie di vario tipo. Si è alla ricerca dei cosiddetti cibi senza o cibi della rinuncia, cioè senza grassi o zuccheri, senza sale, senza glutine, senza lattosio, senza conservanti. Questo non vuol dire però rinunciare al gusto. In sostanza, i prodotti vincenti di oggi e dell’immediato futuro sono quelli che promettono il benessere, ma senza rinunciare al gusto”.

Quale spazio ha la linea soia e qual è il futuro?

La soia è un mercato in continua crescita, perchè si inserisce in questo trend salutistico. Fino a pochi anni fa i prodotti a base soia si trovavano solo sugli scaffali delle insegne specializzate, ora affollanno gli scaffali di tutte le più importanti insegne della grande distribuzione. Cooperlat ha lanciato nell’ultimo anno una linea completa di prodotti a base soia, dalla bevanda alla crema vegetale da montare, al dessert. Una linea di prodotti che sta dando grandi soddisfazioni e su cui l’azienda intende investire negli anni a venire, sia in termini di comunicazione che di allargamento della gamma”.

Cosa significa sostenibilità per Cooperlat e come cercate di applicarla al vostro interno e nel rapporto con i soci?

“Come già abbiamo detto, per fortuna, oggi i consumatori sono sempre più attenti ed esigenti, non solo rispetto alla qualità delle materie prime che compongono i prodotti che acquistano, ma anche all’affermazione del principio etico del lavoro e del territorio, inteso come garanzia di rispetto dell’ambiente e di condizioni decenti di lavoro per tutti. I consumatori pretendono una qualità totale dei prodotti, alimenti sani e buoni, realizzati da aziende anch’esse sane, che tutelano l’ambiente, valorizzano il lavoro, rispettano i diritti delle persone e, soprattutto, innovano. Se non ci sono tutti questi elementi, nasce nel consumatore il ragionevole dubbio che possano mancare anche gli altri.
Il modello di cooperativa adottato dalla Cooperlat-TreValli applica nelle scelte operative azioni che contribuiscono a mantenere in vita piccoli e medi produttori locali, i quali altrimenti sarebbero usciti dal mercato, con conseguente incremento del fenomeno di abbandono dei terreni agricoli e negative ripercussioni sul territorio, come la perdita di biodiversità, il mancato mantenimento delle tradizioni e, non ultimo, le perdite occupazionali”.

Quali sono i vantaggi?

“I vantaggi riguardano la tutela del territorio derivante dalla difesa dei piccoli produttori locali. Se ne ottiene un beneficio in termini di riduzione del dissesto idrogeologico, di mantenimento della biodiversità, di contenimento dei processi di urbanizzazione. Poi ci sono gli aspetti relativi alla tutela dell’occupazione agricola. Questo comporta un vantaggio per la sostenibilità sociale del processo, con un conseguente aiuto al mantenimento della cultura e delle tradizioni locali. Bisogna ricordare, inoltre, che il rapporto con le aziende cooperative ed agricole tende ad essere di lungo periodo, filosofia gestionale che rafforza ulteriormente questo aspetto.
Allo stesso tempo i benefici si riversano in una minore pressione ambientale, derivante da un modello di fattoria più virtuoso che integra produzione agricola ed allevamento, permettendo la realizzazione di un ciclo operativo quasi chiuso. Ne consegue una migliore utilizzazione delle risorse e degli stessi output dei due processi e una riduzione delle immissioni in aria, in acqua o nei terreni”.

Paolo Fabiani

Il consumatore percepisce la migliore qualità
1 Febbraio 2017

Giovanni Bianconi
Sommacampagna, Verona – ITALIA

L’allevatore Giovanni Bianconi

Azienda Agricola Bianconi Giuseppe & Figli.
Capi allevati: 100.
Ettari coltivati 30.
Destinazione del latte: Centro Latte Verona.

Nonostante una passione per l’arte che si trascina dai tempi del Liceo artistico (all’epoca Istituto d’arte) e poi degli studi in Architettura, Giovanni Bianconi di tempo libero non ne ha. La mostra su Picasso a Palazzo Forti, a Verona, non l’ha ancora vista. Gli consigliamo di prendersi lo spazio. Che in effetti è limitatissimo.

“Siamo io e mio figlio Marco, che ha 36 anni e una passione sfrenata per l’allevamento, a condurre l’azienda. Non abbiamo dipendenti e l’impegno richiesto è molto”, dice Bianconi.

L’azienda è a Sommacampagna (Verona) con 100 capi fra mungitura e rimonta; a fare da corollario ci sono 30 ettari coltivati a seminativo e prati foraggeri. La produzione del latte nel 2016 è stata sui 120 quintali per capo/anno. La materia prima è conferita al Centro Latte Verona, di cui Giovanni Bianconi è presidente. La cooperativa veronese a sua volta è socia della Latteria Sociale Mantova.

Il Centro Latte Verona è una realtà con circa 160 aziende associate, in crescita rispetto al 2016, il 65-70% situate in Lessinia. La produzione annua è intorno ai 62 milioni di litri/anno. Lo scorso anno si sono inventato il marchio “Latte Verona”, che sta andando bene e promuove il prodotto locale identitario sul territorio.

Presidente Bianconi, come sta andando il progetto?

“Bene. È in continua crescita. Con Latte Verona parliamo di un marchio locale, distribuito però in tutte le più importanti catene di distribuzione. Siamo presenti da Migros, Rossetto, Conad, Despar, Esselunga, Famila, Auchan, Pam”.

Che prezzi avete?

“Sul latte fresco siamo a 1,40 euro al litro, mentre a 1,10 e 1,15 euro al litro per il latte a lunga conservazione scremato e intero. Parliamo di latte di montagna della Lessinia, di ottima qualità, riconosciuta e ricercata dai consumatori. Stiamo avendo molte soddisfazioni e non abbiamo intenzione di abbassare i prezzi. Poi abbiamo fra i prodotti anche il latte UHT a lunga conversazione, intero e parzialmente scremato, e yogurt, intero e magro, bianco e al gusto di albicocca, banana, caffè, fragola e cereali”.

Avete intenzione di aumentare i volumi?

“L’intenzione è quella, in effetti. Siamo partiti da zero, ma ci stanno conoscendo sul territorio. Puntiamo anche ad ampliare la gamma delle produzioni e proporre burro, ricotta, mozzarella”.

La lavorazione e il packaging sono affidati alla Centrale del Latte di Vicenza. Siete contenti?

“Sì. Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. Vicenza è una centrale all’avanguardia, ha macchinari che valorizzano il nostro latte e siamo soddisfatti”.

L’innovazione è importante, par di capire.

“Moltissimo. Se con una macchina all’avanguardia la pastorizzazione del latte dura meno, si preserva maggiormente la qualità e il consumatore lo percepisce. Ed è stato grazie a questo meccanismo, in cui ogni anello della filiera si adopera per migliorare la qualità, che il consumatore sta ricercando il Latte Verona”.

Quali sono stati gli aspetti più complessi del progetto?

“Ci siamo ritrovati catapultati in un mondo nuovo, a noi totalmente sconosciuto, che è quello della grande distribuzione organizzata. L’impatto con questi signori, che hanno il potere assoluto sugli acquisti, è stato duro. Questo ci ha fatto capire perché l’agricoltura è in queste condizioni: decidono quello che vogliono e le conseguenze le pagano i produttori”.

Siete presenti anche nei negozi o solo nella Do?

“Il marchio Latte Verona è presente anche nei bar, panetterie, pasticcerie, è un lavoro di distribuzione capillare”.

Distribuite direttamente voi?

“No. L’accordo che abbiamo sottoscritto con la Centrale del Latte di Vicenza è molto semplice: noi conferiamo il latte e la Centrale del Latte di Vicenza impacchetta e distribuisce”.

I contratti con la Gdo?

“Contatti e contratti li abbiamo invece gestiti personalmente”.

Parlando di mercato, qual è la situazione?

“Siamo soci alla Sociale di Mantova e faremo il bilancio 2016 con loro. I contratti che abbiamo sottoscritto sono comunque abbastanza buoni”.

Come giudica l’inserimento del Grana Padano nei parametri legati all’indicizzazione del prezzo?

“Lo ritengo positivo. La previsione di quel parametro è fondamentale per valorizzare il prodotto secondo l’indirizzo del territorio. Inoltre, l’inserimento dei valori del Grana Padano Dop ci porta ad alzare la media delle quotazioni”.

Ipotizza che possano innescarsi tendenze speculative ribassiste per determinare una riduzione del prezzo nel contratto che subentrerà per il periodo successivo al 30 aprile?

“Fare previsioni è sempre azzardato. Interpretata così mi verrebbe da rispondere che potrebbe anche essere così: le produzioni sono in crescita e devono essere collocate sul mercato, ma è altrettanto vero che i prezzi sono buoni e la tendenza del mercato dovrebbe mantenersi stabilmente positiva o, addirittura, segnare un incremento. Non mi risulta, poi, che siano state sforate da parte dei caseifici le quote di produzione, perché il prezzo positivo degli ultimi mesi del 2016 ha portato a vendere il latte o per il consumo alimentare o per altri prodotti freschi. E c’è un altro fattore che mi fa ipotizzare che anche dopo il 30 aprile il prezzo non subirà flessioni significative”.

Quale?

“Gli industriali stanno pagando il latte al litro 40-41 centesimi alla stalla e alcuni grandi realtà hanno cominciato ad assicurare questi prezzi già da ottobre. Avendo pagato simili cifre la materia prima, non penso abbiano molto interesse a buttare giù il prezzo del Grana Padano. Immagino che per loro non sia conveniente”.

In un frangente in cui è dal 2000 che i redditi in agricoltura non sono più come prima, cosa ha spinto suo figlio a fare l’allevatore?

“Una passione sfrenata e di questo sono contento. È dai tempi di mio nonno che avevamo la coltivazione di alberi da frutto e le vacche, che d’estate portavamo in alpeggio. Mio figlio Marco si interessa di genetica, della crescita degli animali, del miglioramento della produzione e della qualità. Ma sono consapevole che è un lavoro duro. Senza dipendenti lavoriamo 365 giorni all’anno”.

Nelle fotografie, CLAL incontra Produttori del Centro Latte Verona Soc.Coop e dirigenti di Centrale del Latte di Vicenza s.p.a. in Lessinia – Malga Spazzacamina, Agosto 2016.

Irrigazione e benessere animale saranno i punti cruciali
30 Novembre 2016

Giuseppe Magoni
Maclodio, Brescia – ITALIA

L'allevatore Giuseppe Magoni
L’allevatore Giuseppe Magoni

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto.
Capi allevati: 650 | 330 in mungitura.
Ettari coltivati 340.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(caseificio Bresciangrana).

“Dove ci stanno 100 vacche bisogna metterne 90, non 110. Il benessere animale è molto di più di una normativa da osservare, è una regola per permettere agli animali di produrre di più e meglio, con meno problemi sanitari e, dunque, con minori costi aziendali”.

È la declinazione della sostenibilità secondo Giuseppe Magoni, allevatore di Maclodio (Brescia), con 340 ettari coltivati e una duplice vocazione zootecnica. “Allevo 650 capi da latte, dei quali 330 sono vacche in mungitura, e 850 scrofe, per una produzione annuale di circa 12.000 suini tra svezzamento e ingrasso”.

Il latte, circa 39.000 quintali all’anno, sono destinati al caseificio Bresciangrana per la produzione di Grana Padano.

Alleva bovine da latte e suini. Qual è il settore che le dà maggiore soddisfazione?

“Non ho mai fatto distinzione tra vacche e suini. Per 30 anni mi sono sentito dire che ero fortunato ad avere i suini. Negli ultimi anni mi sono chiesto se era davvero così. Sinceramente credo che l’impegno in stalla, le problematiche e le soddisfazioni siano uguali”.

Lei ha problemi di direttiva nitrati o 340 ettari sono sufficienti per il carico zootecnico?

“Ho tre aziende e ho terreni a sufficienza. Certo si fatica a rimanere entro i limiti e io opero la separazione fra solido e liquido, in modo da non superare la deroga concessa alla Lombardia di 250 chilogrammi per ettaro/anno”.

In Italia meno di 1.000 aziende hanno beneficiato del programma di riduzione volontaria della produzione, premiato con 14 centesimi al litro. Lei per caso è fra queste imprese?

“No e non conosco nessun allevatore che ha aderito. Forse in Germania il ritorno di 14 centesimi al litro per non produrre è più conveniente, in provincia di Brescia gli allevatori, se potessero, metterebbero le vacche anche sotto il letto”.

Condivide?

“No. La mia regola è: mettere 90 capi dove ce ne starebbero 100. Non capisco perché, invece, i miei colleghi sono masochisti. Il mio motto è: lavorare, non tribolare”.

Con un carico zootecnico come quello delle sue tre aziende, ha mai pensato alle energie rinnovabili?

“Sì, certo. Avrò fatto 10 preventivi per un impianto di biogas, ma poi ho rinunciato”.

Perché?

“Un investimento in quella direzione non mi sembrava logico. Punto a migliorarmi come allevatore, rendendo sempre più efficiente l’attività aziendale. Non voglio avventurarmi in altre attività”.

In quanti lavorate in azienda?

“In 22, sette familiari e 15 dipendenti. Io ho 55 anni, mio figlio 33 e fa il jolly. Si occupa di tutto, dalla fecondazione delle scrofe la domenica al segmento della meccanizzazione, dell’attività in campagna. Ognuno di noi in famiglia ha una propria mansione specifica, supportato dagli operai”.

La Baviera nei giorni scorsi ha annunciato che avvierà una campagna di marketing aggressivo per conquistare il mercato italiano. Qual è il suo commento?

“Loro fanno il loro gioco e fanno bene. Se non reagiremo credo che, Made in Italy o meno, soccomberemo alla Baviera, ammesso che sia più forte e riesca a conquistare i consumatori. Dobbiamo comunque riflettere”.

Ritiene che il latte biologico sia un’opportunità?

“Credo di sì, anche se vi sono due ostacoli principali: la conversione e i foraggi. Intorno a me chi ha provato ad avventurarsi nel comparto biologico è fallito, per cui, anche se so che c’è molta richiesta, quando sento parlare di bio mi si drizzano i pochi capelli in testa. Secondo me è più facile la strada del no-ogm, che è apprezzata comunque dal consumatore. Si rischia di meno ed è più semplice”.

Parlando di ogm e semplificando al massimo, lei è favorevole o contrario?

“Ascolto gli scienziati e mi oriento secondo la logica. Sono però favorevole al loro utilizzo, perché viviamo contraddizioni che complicano la vita di noi allevatori. Non possiamo coltivare prodotti geneticamente modificati, però li dobbiamo acquistare se non vogliamo ritrovarci pieni di aflatossine. Forse se potessimo coltivarli eviteremmo le importazioni, calerebbero i consumi di medicinali e migliorerebbe la qualità della vita degli animali”.

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di coltivare e allevare?

“Forse l’innovazione nell’irrigazione sarà uno dei punti cruciali, insieme al benessere animale. L’obiettivo è quello di semplificare tutti i passaggi dell’allevamento e dell’agricoltura in campo”.

Quali sono i suoi hobby?

“Il calcio. In passato ho anche fatto l’allenatore nelle squadre giovanili. Poi mi piace leggere, preferibilmente libri di letteratura e filosofia greca, una passione che mi ha trasmesso mio figlio”.

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto
Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto

Sostenibilità e passione in stalla
8 Novembre 2016

Isalberto Badalotti
Borgo Virgilio, Mantova – ITALIA

L'allevatore Isalberto Badalotti
L’allevatore Isalberto Badalotti

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Capi allevati: 600.
Ettari coltivati: 185.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Latteria Sociale Mantova).

Sostenibilità in azienda: che cosa fate?

“La sostenibilità in azienda è un percorso complesso, ottenuto attraverso più elementi: il miglioramento della produttività e delle rese, l’abbattimento dei costi variabili, il rispetto dei suoli e la riduzione dell’impatto della chimica”.

Così Isalberto Badalotti, allevatore e veterinario di Borgo Virgilio (Mantova), uomo simbolo dell’Associazione mantovana allevatori, della quale è stato direttore per 34 anni, sintetizza il concetto di sostenibilità. Un obiettivo che, al di là del clamore che le tendenze neo-ambientaliste sollevano, le aziende agricole e zootecniche più all’avanguardia perseguono in silenzio, ma con ostinazione.

Lo sa bene Isalberto Badalotti, che insieme al fratello Ivano e al nipote Luciano conduce un’azienda di 185 ettari e con 600 capi, per una produzione totale di latte di circa 30mila quintali all’anno, conferiti alla Latteria Sociale Mantova per la produzione di Grana Padano.

Nell’azienda alle porte di Mantova è in costruzione una nuova struttura, finalizzata ad ospitare tutti gli animali giovani e a migliorare l’impatto della meccanizzazione, in modo da incrementare le produzioni e a gestire la stalla con lo stesso numero di addetti. “Puntiamo in questo modo a ridurre i costi aggiuntivi e a diminuire i costi fissi”.

Quali altri investimenti avete fatto, recentemente?

“Abbiamo costruito un separatore solido-liquido, per migliorare la qualità del prodotto destinato allo spandimento nei campi, in modo da utilizzare solamente la parte solida. I risultati di questa nuova formula di concimazione sono molto soddisfacenti”.

Qual è il risparmio?

“Non trasportando più la parte liquida abbiamo ridotto sensibilmente gli spostamenti, ma allo stesso tempo siamo riusciti a tagliare del 30% l’acquisto di urea e pensiamo di avere ancora margini di contenimento del concime chimico”.

Quali sono le nuove tecnologie che possono fare la differenza?

“Nell’ambito della mungitura sono i robot. Si stanno diffondendo anche nelle nostre zone. Noi per ora non pensiamo di adottarlo, in quanto impegnati con un investimento significativo, ma affronteremo la questione. Il robot di mungitura semplifica il lavoro e permette anche alle donne di poter seguire la mungitura, in quanto non richiede sforzi fisici. Anche i giovani, per le tecnologie coinvolte, sono avvantaggiati. Poi vi sono le innovazioni legate alla gestione dei campi”.

Quali ritiene siano prioritarie?

“Oggi c’è molta attenzione all’ottimizzazione delle risorse idriche e alle caratteristiche del suolo. Sta crescendo l’interesse verso quelle macchine combinate che riescono a ridurre le operazioni in campagna, eliminando magari l’aratura e preparando il terreno per la semina con meno passaggi. Così si preservano le caratteristiche del suolo e si ha un risparmio energetico. Sono macchine costose, per lo più in mano ai contoterzisti, che sono sempre più coinvolti nella crescita delle aziende agricole”.

Come vede il futuro dei formaggi?

“Oggi il settore guarda al futuro con maggiore ottimismo, grazie alla ripresa dei prezzi del latte, del burro, dei formaggi Dop, con il Parmigiano-Reggiano che sta rialzando la testa più velocemente del Grana Padano. Anche la campagna contro l’olio di palma ha favorito la ripresa delle quotazioni delle panne. È innegabile che i primi 6-7 mesi del 2016 sono stati molto pesanti e non so se riusciremo a compensare le perdite che le stalle hanno subito fra gennaio e luglio, per non parlare dei mesi precedenti. Bisogna anche dire che, con il prezzo del latte così basso, qualcuno ha pensato di produrre formaggio bianco, convinto di guadagnare qualcosa. Ma l’unico risultato è stato quello di intasare il mercato, influenzando negativamente anche i Dop”.

Sta aumentando l’interesse per il latte biologico. Cosa ne pensa?

“È un settore che senza dubbio sta crescendo. Per molto tempo è stato visto con scetticismo, eppure più di una stalla ha scelto di percorrere questa strada. Trovo che sia una scelta intelligente, alla luce anche della domanda in aumento. Va valutata tale opportunità caso per caso. Da veterinario mi lascia perplesso la parte relativa alle cure omeopatiche e la loro efficacia, ma prima di esprimere giudizi definitivi vorrei approfondire compiutamente anche questi aspetti”.

Che consiglio desidera dare ai giovani allevatori?

“Chi vuole allevare animali deve avere una forte passione. Se manca, è inutile cimentarsi nell’attività. Non è facile, richiede impegno costante. Una stalla non è un’azienda normale, che il venerdì chiude e riapre il lunedì. Non è possibile, poi, meccanizzare tutto: gli animali sono esseri viventi e non hanno comportamenti sempre uguali. Però l’allevatore è uno dei lavori più belli e con la passione si supera tutto. Si è visto comunque sul campo: chi aveva passione è riuscito a migliorare e ad ampliare le proprie aziende, gli altri no”.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.
Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano.

Azienda Agricola Badalotti Isalberto, Ivano e Luciano

 

I giovani rappresentano il nostro futuro
20 Ottobre 2016

Marco Baresi
Lonato del Garda, Brescia – ITALIA

L'allevatore Marco Baresi
L’allevatore Marco Baresi

Baresi Innocente e figlio Marco S.S. Società Agricola
Capi allevati: 700 bovine da latte.
Ettari coltivati 80.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP (Gardalatte).

Marco Baresi alleva circa 700 bovine da latte a Lonato del Garda (Brescia) e produce circa 32.000 quintali di latte all’anno, conferiti a Gardalatte per la produzione di Grana Padano. Coltiva 80 ettari e ha un impianto di biogas da 250 kilowatt, alimentato a reflui zootecnici (90%) e biomasse (10 per cento).

Baresi è anche vicepresidente della cooperativa Agricam di Montichiari, realtà con 2.500 soci e 2.000 clienti. Il core business sono i prodotti petroliferi e affini, la vendita e il noleggio di trattori e servizi per le automobili.

In Francia stanno parlando di marchi regionali per incentivare il consumo di latte francese. Cosa ne pensa? Potrebbe essere replicata anche da noi? Potrebbe altrimenti essere applicata la strategia del marchio in contesti specifici, come ad esempio la montagna?

“Tutto quello che ha logica imprenditoriale ci può stare. Legare un prodotto al territorio va benissimo, ma credo che si debba attivare, allo stesso tempo, una rete di promozione capillare. Le faccio un esempio, da vicepresidente della cooperativa Agricam: abbiamo organizzato una gita per i soci, ma solo metà di loro erano effettivamente nostri soci; gli altri erano amici, parenti, persone che si sono aggregate volentieri alla nostra iniziativa. Ecco, perché non sfruttare lo stesso bacino di conoscenze, competenze e vicinanza per i prodotti del territorio?”.

Secondo lei è possibile promuovere un marchio Lago di Garda?

“Sì, certo. Abbiamo un’immagine forte e un buon numero di turisti, anche dall’estero. Un marchio unico e coordinato potrebbe aiutare, non solo con riferimento al lattiero caseario. Pensi al vino e ai consorzi di promozione e tutela”.

Da Bresciano come vive l’ipotesi che con la Riforma Madia sugli enti pubblici il Comune di Brescia si debba liberare delle quote della Centrale del Latte di Brescia? Il vostro mondo ne sta parlando?

“Ne siamo a conoscenza e qualcosa si è mosso. Recentemente ci sono stati acquisizioni e ingressi in società, come ad esempio la cooperativa Latte Indenne, il Gruppo Granarolo, anche Coldiretti si è mossa. Il problema del mondo agricolo è che è difficile da aggregare e che non ha molte risorse, almeno con riferimento ai singoli produttori, talvolta anche se aggregati. E poi la stessa politica europea sullo Sviluppo rurale non agevola il percorso di acquisizione o aggregazione”.

Il latte biologico è un’opportunità?

“Certo. È una delle opportunità classiche per il nostro mondo. Oggi più del 30% delle nostre aziende hanno una doppia Partita Iva e si affacciano al biologico, che non è una missione facile, bisogna dirlo. Non si tratta solo di accendere o spegnere un interruttore, perché convertirsi al biologico, prima ancora che una scelta di business, è di natura culturale. Se l’imprenditore non ci crede, inutile che lo faccia”.

Vi sono aree o situazioni più vocate?

“Premesso che la molla deve essere culturale e maturata convintamente, credo che in parte vi siano zone non più vocate, ma che si potrebbero prestare di più per la loro natura. Penso alla zona dei prati stabili tra Marmirolo e Goito oppure in Valcamonica, nella zona della media e più ancora dell’alta valle. Credo che sia più facile produrre latte biologico in quelle aree, invece che nella Bassa Bresciana, magari in aziende con 500 vacche in mungitura”.

Secondo lei la strategia dei 14 centesimi al litro di latte per non produrre è vincente?

“Per le aziende della Pianura Padana credo proprio di no. Forse qualcuno può rientrare nei parametri del decreto ministeriale e riesce a trarne beneficio, ma in linea di massima non ritengo che sia una scelta conveniente per l’area padana. Abbiamo stalle di una dimensione media significativa, con una vocazione a produrre, non penso che eliminando una parte degli animali per tre mesi sia sufficiente per una svolta strutturale che, complessivamente, è molto lontana dalla strategia del nostro settore”

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di fare agricoltura?

“Gli aspetti innovativi sono molti: biologico, minima lavorazione, agricoltura e zootecnia di precisione. Ma la differenza la faranno la mentalità e la professionalità. I giovani di oggi sono diversi rispetto a qualche anno fa e rappresentano il nostro futuro. Sono cresciuti notevolmente, hanno curiosità e preparazione, sono dinamici e attenti. Sono loro che innoveranno, tanto in azienda quanto nei rapporti con le banche. L’impresa del futuro passa attraverso di loro e alla nuova cultura imprenditoriale”.

Come mai la cooperazione è meno diffusa nel Bresciano e nel Cremonese rispetto al terzo vertice del cosiddetto “Triangolo del latte”, cioè Mantova?

“Bella domanda. Cremona ha un territorio totalmente diverso da Brescia, i terreni sono padronali, se così possiamo definirne la dimensione. A Brescia ci sono grandi realtà, è vero, ma siamo anche più personalisti, ci muoviamo singolarmente. Mantova ha una cultura diversa. Ma credo che anche Brescia e Cremona abbiano cominciato a lavorare con più sinergie, consapevoli che siamo un mercato comune, ormai. E poi Brescia, se anche non ha una cooperazione forte come Mantova nell’agroalimentare, vanta numeri importanti in altri settori extra-agricoli”.

Il futuro è raccontare la filiera del latte
2 Agosto 2016

Piergiovanni Ferrarese
Sorgà, Verona – ITALIA

L'allevatore Piergiovanni Ferrarese
L’allevatore Piergiovanni Ferrarese

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Capi allevati: 300 | 130 in mungitura.
Ettari coltivati: 125.
Destinazione del latte: Latte Alimentare (Scaligera Latte).

“La missione del futuro è parlare del prodotto, raccontare la filiera del latte, promuoverla, sostenere l’accesso al credito e le start up, far conoscere ai consumatori che cosa sta dietro un litro di latte, dalla mangimistica all’alimentazione, dalla produzione alla commercializzazione. Invece gli stessi allevatori sono rimasti fermi a farsi la guerra, mentre montava un ambientalismo estremista, che accusava i produttori di inquinamento. A Bruxelles dobbiamo essere uniti, perché non abbiamo più margini per pagare le guerriglie dei Vietcong del no”.

Ha le idee chiare Piergiovanni Ferrarese, 24 anni, una laurea in Giurisprudenza (“con una tesi sull’aggregazione in agricoltura, ci tengo molto che si sappia”, spinge) e un’azienda di famiglia di 125 ettari in proprietà a Sorgà, nel Veronese, con 300 capi, dei quali 150 in mungitura. Il latte viene venduto alla Scaligera Latte, guidata dallo zio Carlo.

Tra i rappresentanti dell’Anga Veneto di Confagricoltura, recentemente Ferrarese ha conquistato la rappresentanza italiana all’interno del Gruppo latte del Ceja, il Consiglio europeo dei giovani agricoltori.

Quali sono le esigenze dei giovani?

“Da noi una delle principali esigenze, forse la prima per importanza, è l’accesso al credito. Troppe volte le banche rendono impossibile l’accesso al credito e troppo speso si lasciano abbindolare dalle mode del momento, non finanziando magari progetti o start up che non rispecchiano le tendenze in atto. A livello nazionale, poi, scontiamo ritardi che penalizzano ulteriormente il sistema agricolo. Sotto la presidenza dell’amico Matteo Bartolini, il Ceja aveva ottenuto dalla Banca degli investimenti europei (Bei) un canale privilegiato per ottenere finanziamenti agevolati in agricoltura. In alcuni paesi l’operazione ha avuto seguito, in Italia non mi risulta”.

La Pac dà sufficienti risposte? Come si potrebbe migliorare?

“La Pac cerca di dare risposte, ma soffre innanzitutto un problema di burocrazia elefantiaca. Invece, dovrebbe trasformarsi rapidamente in uno strumento di rafforzamento di idee concrete, sostenute da business plan ponderati. Dobbiamo metterci in testa che le risorse disponibili saranno sempre meno, mentre gli sforzi richiesti agli agricoltori saranno più pesanti. Noi giovani agricoltori abbiamo una sola missione: migliorare la qualità delle produzioni, ma per farlo è necessario investire. Allo stesso modo, ritengo siano determinanti gli scambi imprenditoriali, per sostenere la circolazione delle idee e delle esperienze”.

Come giudica il Pacchetto Latte anticrisi approvato nelle scorse settimane a Bruxelles?

“Un ottimo punto di partenza, anche se suddivisi tra gli Stati Membri sono briciole. L’Italia è al 17° posto per risorse disponibili, in rapporto alla quantità di latte prodotta. Per essere finalizzati a sostegno della zootecnia è necessario che tali fondi siano impiegati per finanziare progetti veri e concertati con gli agricoltori. Ma se gli allevatori per ottenere gli aiuti dovranno spendere tempo e denaro per compilare carte, allora si cambi strategia e si finanzino l’approccio al mercato e misure per l’export”.

Molto spesso si parla di export come via prioritaria per la ripresa. Quali sono, dal suo osservatorio, le maggiori difficoltà che il sistema lattiero caseario italiano incontra nella fase di export?

“I punti deboli sono molti. Il primo riguarda l’approccio al mercato. Ci sono paesi che hanno studiato la domanda, altri hanno cercato di imporre l’offerta. Se non si conoscono i mercati internazionali è molto complicato avere successo, non si può più andare allo sbaraglio. I produttori dovrebbero essere più etici, più trasparenti, seguire nella filiera lattiero casearia quanto avvenuto nel mondo del vino, aprendo le cantine ai consumatori. E allora: apriamo le stalle ai visitatori, facendo leva sulla forza del territorio. Un altro elemento riguarda le certificazioni: il bollino non è la salvezza di tutto. Ci siamo affidati sempre e solo alle Dop: credo siano la strada maestra, ma non l’unica. Iniziamo a confrontarci con gli altri paesi e troviamo strategie comuni”.

Qual è la sua opinione sulla Brexit?

“È un campanello d’allarme per disegnare un’Europa agricola totalmente diversa da quella che abbiamo. E l’Italia deve contribuire alla costruzione di una Ue più moderna e al passo con le sfide del mercato e le esigenze dei popoli. Bisogna rimanere uniti, perché il futuro è insieme. Chi parla di ritorno alla lira è fuori dal mondo. Si cammina insieme. E per arrivare a politiche più coese e condivise in agricoltura, forse l’Italia dovrebbe riflettere sul fatto che siamo l’unico paese con 21 Psr”.

Pensa sia più corretta la centralizzazione?

“Se in Italia centralizzare vuol dire fare come Agea, allora no, grazie. La regionalizzazione va bene se le Regioni funzionano. La mia azienda si trova in Veneto e in Lombardia e in entrambe le realtà l’amministrazione risponde ai cittadini. In altre parti del Paese non è così e i Programmi di sviluppo rurale stentano a decollare. Questo è un serio problema per il sistema agricolo nazionale”.

Che fare, dunque?

“La soluzione è forse ragionare per macroregioni, tenendo ben presente che alcune politiche di controllo e di sicurezza debbano essere regolamentate a livello comunitario. Abbiamo bisogno di regole comuni per competere e svilupparci allo stesso livello”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Alla farmaceutica: molto spesso abbiamo a che fare con prodotti vietati in Italia, ma ammessi in altri Stati dell’Ue, come in materia di zootecnia da ingrasso o di tempi di sospensione dei farmaci nella produzione del latte, che in Italia sono di cinque giorni e in altri paesi sono di zero. E poi, dobbiamo armonizzare la burocrazia ed eliminare tutte quelle norme anacronistiche”.

Mi faccia un esempio.

“Pensi alle imposizioni legate alla Bse, che sono divieti e costi in più per l’allevatore”.

Cosa pensa del latte biologico?

“Dire sì o no al biologico è folle. Il biologico è un’ottima alternativa; è una possibilità, visto che il mercato lo richiede. Come giovani agricoltori crediamo che il produttore debba osservare innanzitutto un modus operandi etico, ma allo stesso tempo l’Unione europea deve garantire controlli e regole uguali per tutti gli stati Membri. Demandare regolamenti e certificazioni a livello nazionale non ha senso”.

Parliamo di innovazione: cosa pensa dei robot di mungitura?

“Li sto studiando da diversi anni, con molto interesse. Credo che nei prossimi anni non potremo farne a meno; ma si tratta di una tecnologia che non sostituirà mai il ruolo dell’uomo, al massimo, sarà un alleato dell’allevatore”.

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.