Osservare il settore da vicino significa anche questo: un maialino in braccio e lo sguardo rivolto alla filiera.
Durante la visita all’allevamento di Ivan Valutilini a Flero (Brescia) abbiamo raccolto spunti preziosi su alcune delle sfide più urgenti del comparto:
investimenti in biosicurezza,
regole DOP che minacciano di penalizzare anche gli allevatori virtuosi,
difficoltà ad accedere ai fondi del PSR per il benessere animale, nonostante l’impegno aziendale
squilibri di mercato aggravati dalle restrizioni sanitarie dovute alla PSA
Ivan Valtulini ha sottolineato la necessità di un confronto strutturato tra tutti gli attori della filiera, inclusi i veterinari aziendali e dell’ATS, per affrontare con competenza e concretezza le sfide del settore.
Le riflessioni nate da questa visita rafforzano la convinzione che solo un dialogo aperto e trasversale possa portare a soluzioni condivise.
Ivan Valtulini – Suinicoltore e Presidente della Sezione Suini di Confagricoltura Brescia
Le quotazioni dei suini da macello hanno registrato un rimbalzo positivo. Eppure, sarebbe potuta andare meglio, con un guizzo più energico. Parola di Ivan Valtulini, allevatore di Flero (Brescia) con 700 scrofe, 5.500 suinetti e 9.000 grassi. Da qualche settimana in allevamento è affiancato dal figlio Simone.
“Siamo in ritardo sugli aumenti, ma confidiamo che nelle prossime settimane, forse già dalla prossima, ci sarà un rimbalzo positivo dei listini – commenta Valtulini -. Ci aspettavamo, in tutta sincerità, già ora un mercato un po’ più brillante, dal momento che mancano maiali e la macellazionesta riducendo i volumi con l’obiettivo di dare una scossa rialzista ai tagli della carne”.
Questione di tempo e forse neanche molto. “Se dovessero aumentare alla CUN della carne fresca le quotazioni di lombi e costine avremmo un incremento più sostenuto anche dei suini grassi da macello già dalla prossima seduta di borsa”, preconizza Valtulini.
L’allevatore bresciano, Presidente della Sezione Suini di Confagricoltura Brescia, interviene anche per esprimere solidarietà agli allevatori colpiti dalla Peste Suina Africana o danneggiati dalle zone di restrizione, in particolare in provincia di Pavia. “Molti hanno chiuso, non è facile subire un danno di tale portata e continuare a guardare con fiducia al futuro”.
È l’occasione per Valtulini di sollecitare la creazione di un tavolo di confronto permanente fra istituzioni, rappresentanti degli allevatori, dei consumatori e dei veterinari pubblici e privati, per discutere in anticipo delle misure legislative e di biosicurezza necessarie, coinvolgendo i principali stakeholder prima di legiferare. “Così si potrebbero ridurre i margini di errore dipesi da scelte frettolose o senza la competenza di tecnici e operatori della filiera”, sostiene Valtulini.
Giuliano Marchesin – Direttore della AOP Italia Zootecnica
Le quotazioni del quarto posteriore di scottona e vitellone maschio (entrambi di razza Charolaise) salgono ancora e per la scottona raggiungono la cifra record di 9,38 euro al chilogrammo. Valori mai visti in precedenza. A spiegare il trend rialzista del mercato pensa Giuliano Marchesin, direttore della AOP Italia Zootecnica.
“I listini in crescita dipendono essenzialmente dalla criticità legata all’approvvigionamento dei ristalli – commenta Marchesin -. In Franciastanno aumentando gli ingrassi e, contemporaneamente, sono stati aperti nuovi mercati verso il Nord Africa. La conseguenza è che sono aumentati i costi dei ristalli per gli allevatori italiani. Il mercato interno sta, dunque, cercando di adeguare il prezzo di vendita ai costi di produzione, che sono saliti vertiginosamente. Le quotazioni sono in linea, anche se resta poi da vedere se il prezzo rilevato dalla Borsa merci di Modena viene effettivamente applicato da chi acquista i bovini da macello”.
Sullo sfondo, le tensioni legate alle difficoltà di approvvigionamento dipese in parte dalla scoperta della Lsd (Dermatite nodulare bovina) in Sardegna e a Porto Mantovano (focolaio estinto) nelle limitazioni agli spostamenti degli animali da vita, che rischiano di indebolire ulteriormente il tasso di autosufficienza della carne italiana. Quali soluzioni possibili?
“È necessario innanzitutto che il sistema veterinario nazionale metta nelle condizioni tutte le regioni di operare in maniera puntuale ed efficiente, perché la questione della salute animale è prioritaria”, chiosa il direttore della Aop Italia Zootecnica.
Allo stesso tempo, Marchesin sollecita il Governo italiano a “individuare tra i fondi del Pnrr non ancora spesi una cifra di almeno 500 milioni di euro per permettere agli allevatori di acquistare almeno 200mila vacche nutrici e rilanciare la zootecnia, partendo dalla dorsale appenninica per arrivare alla catena delle Alpi, alle isole Sicilia e Sardegna e al Mezzogiorno, così da ottenere un duplice risultato: rafforzare il patrimonio bovino italiano e sostenere gli allevamenti nelle aree svantaggiate e poter contare su un presidio efficiente del territorio”.
Nel primo quadrimestre del 2025, la Spagna ha registrato un marcato aumento delle importazioni di suini vivi: +75% per i suinetti sotto i 50 kg (oltre 2,1 milioni di capi) e +26% per i suini oltre i 50 kg (circa 340.000 capi), provenienti principalmente da Paesi Bassi, Belgio e Germania. I dati sopra riportati sembrano indicare che la Spagna stia sempre di più affidando ad altri Paesi europei le fasi iniziali dell’allevamento, come lo svezzamento, e concentrare in Spagna le fasi finali, quali l’ingrasso e la macellazione. A orientare questa scelta potrebbero contribuire anche la pressione sanitaria (in particolare PRRS) e l’eccesso di capacità produttiva degli impianti di macellazione e sezionamento. Tra gennaio e aprile 2025, le importazioni dall’Olanda, infatti, hanno superato 1,48 milioni di suinetti (+58% rispetto al 2024).
A livello interno, la produzione complessiva di suini nel 2024 resta stabile (34,6 milioni di capi), ma la struttura si modifica: calano lattonzoli (-7,6%) e scrofe (-5,6%), mentre aumentano significativamente i capi tra 20 e 50 kg (+21,2%) e da ingrasso (+1,7%).
Sul fronte export, i mercati asiatici assumono un ruolo sempre più centrale. Nei primi quattro mesi del 2025 la Corea del Sud ha aumentato le importazioni di carne suina fresca e refrigerata dalla Spagna del 44,2%, mentre Regno Unito e Taiwan segnano incrementi a doppia cifra. Da aprile, inoltre, un nuovo accordo ha autorizzato l’export di stomaci di suino verso la Cina, rafforzando la valorizzazione commerciale delle frattaglie, segmento sempre più rilevante per la sostenibilità economica della filiera.
Negli ultimi anni la Spagna ha saputo realizzare una filiera suinicola efficiente, remunerativa e sempre più export-oriented. Ora il modello produttivo sta cambiando pelle, demandando appunto all’estero la fase iniziale della produzione di maiali. Potrebbe essere considerato anche in Italia? Oppure per le nostre caratteristiche dovrebbe essere privilegiata la soluzione del “nato, allevato e macellato in Italia”?
L’Italia è il principale produttore europeo di Riso: autosufficiente sia per il Risone che per il Riso Lavorato, ha prodotto circa 1,4 milioni di tonnellate nel 2023, quando le rese elevate hanno compensato la riduzione delle superfici coltivate.
Le stime per il 2024 indicano livelli produttivi simili, nonostante una lieve flessione delle superfici, mentre per il 2025 si prevede un’ulteriore leggera contrazione delle semine.
L’Italia è riconosciuta a livello internazionale per la qualità delle sue varietà pregiate, come il Carnaroli, simbolo della risicoltura italiana e pilastro della cucina di alta gamma. Questa identità varietale rappresenta un patrimonio distintivo che differenzia il prodotto nazionale dalle importazioni, soprattutto nei segmenti premium del mercato.
Nonostante ciò, l’Italia importa volumi significativi per coprire varietà non coltivate localmente, garantire continuità di fornitura e ridurre i costi di trasformazione interna. Nel 2024 le importazioni hanno raggiunto circa 310.700 tonnellate (+4,7% sul 2023), con un’ulteriore crescita nel primo trimestre 2025 (+9,3%), trainata dal risone grezzo (+67%), principalmente proveniente da altri Paesi europei, grazie all’assenza di dazi, costi logistici contenuti e compatibilità varietale.
Le dinamiche di importazione influenzano direttamente il mercato interno. Il Riso semilavorato o lavorato arriva soprattutto dall’Asia, con forniture mirate per fascia di prezzo e qualità: Basmati da India e Pakistan (con prezzi medi nel 2024 rispettivamente del 1.31 €/kg e 1.19 €/kg), Jasmine da Thailandia (0,95 €/kg), Myanmar e Cambogia per segmenti più economici (0,72–0,89 €/kg). Anche il semigreggio proviene soprattutto da India e Pakistan, approfittando di regimi tariffari più favorevoli e la lavorazione interna per aggiungere valore. Le rotture di Riso arrivano sia dall’Asia (Pakistan, Myanmar, Cambogia), per grandi volumi low-cost destinati a usi industriali (farine, snack, mangimi), sia dall’UE (Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Austria), per lotti più selezionati con standard qualitativi superiori.
Questa strategia di approvvigionamento dall’estero esercita una pressione diretta sui prezzi interni. I prodotti importati più economici stanno spingendo al ribasso anche i prezzi di varietà italiane di fascia media come Ribe o Roma. A fronte di questa realtà, i produttori italiani si trovano a fronteggiare costi più elevati (manodopera, energia, standard qualitativi) e, di conseguenza, margini di manovra ridotti.
La leva per difendere il valore del Riso nazionale rimane nella qualità riconosciuta, nella tracciabilità e nella valorizzazione delle varietà identitarie come il Carnaroli. Ma il ruolo crescente dell’import, combinato alla contrazione delle superfici e alle incertezze climatiche, continuerà a influenzare — direttamente e indirettamente — gli equilibri del mercato interno e la formazione dei prezzi.
TESEO.clal.it – Italia: Import di Riso
Il commento del Produttore
Giovanni Daghetta – Risicoltore e vicepresidente COPA‑COGECA
Il mercato del Riso in Italia e in Europa ha goduto negli ultimi tre anni di prezzi molto interessanti per gli agricoltori, sostanzialmente per tre motivi: una produzione europea in calo, soprattutto per problemi climatici legati alla mancanza di acqua; un mercato internazionale sostenuto dalla chiusura delle esportazioni indiane; un aumento dei consumi in tutta Europa.
Negli ultimi mesi, però, il mercato mondiale è sceso di circa il 40%, principalmente a causa della riapertura dell’export indiano. Le alte quotazioni raggiunte dalle varietà italiane tipiche da risotto (Arborio, Carnaroli) hanno un po’ scoraggiato i consumatori. Inoltre, la facilità di importare in Europa riso in piccole confezioni da Paesi EBA come Cambogia e Myanmar, insieme a un dazio fermo da 24 anni e ormai troppo basso, e il forte aumento delle semine di riso in tutta Europa, stanno creando le condizioni per un’annata difficile per il collocamento del riso europeo.
È all’insegna di un cauto ottimismo la previsione che Alberto Cavagnini, allevatore di Milzano (Brescia), fa dell’andamento del comparto suinicolo per i prossimi mesi. “Siamo di fronte a prospettive positive – ammette – perché in questa fase ci sono pochi suini a disposizione, anche per una contingenza climatica che da circa tre settimane sta rallentando la crescita degli animali, e in questa fase non si riesce a colmare la domanda”.
Uno scenario che non coinvolge solamente l’Italia, ma tutta Europa, “con la conseguenza che non si prevedono bruschi cali di prezzo, ma anzi una sostanziale stabilità e una probabile spinta rialzista”.
Ad impensierire potrebbe essere l’andamento delle materie prime. “Se da un lato il prezzo della soia è vantaggioso per l’indebolimento strategico del dollaro – osserva Cavagnini, imprenditore pluri-premiato negli ultimi anni per gli aspetti di innovazione e benessere animale introdotti in azienda -, dall’altro stiamo vivendo con un po’ di apprensione la fiammata di apprezzamento dei cereali a paglia, legato a raccolti al di sotto delle attese. Per chi acquista quotidianamente sui mercati internazionali le tensioni sui listini possono essere impattanti e credo che per poter contare su un’inversione delle mercuriali bisognerà attendere i prossimi carichi lungo le rotte del Mar Nero, fra un paio di mesi”.
L’Allevatore in questa fase, riconosce Cavagnini, “si trova in una posizione di leggero vantaggio, tenuto conto che, nel contesto più ampio della catena di approvvigionamento, il mercato della carne non sembra essere così performante”.
Nei primi 5 mesi del 2025, la Cina ha importato oltre 473.000 t di frattaglie suine, pari al 51.% del totale delle importazioni di carni suine. A livello globale, nel 2024, il 79% del commercio internazionale di frattaglie (HS 020649) ha avuto come destinazione l’Asia Sud‑Est, con la Cina in prima linea come mercato di destinazione.
Perché la Cina importa così tante frattaglie?
Cultura gastronomica autentica Nella cultura cinese nulla del maiale è spreco. Orecchie, zampe, intestini, nasi sono ingredienti preziosi, non “scarti”, e sono integrati in hot‑pot, snack, piatti regionali.
Pressione industriale elevata Per soddisfare la domanda quotidiana di snack, take-away e prodotti per la ristorazione, la filiera domestica cinese (dall’allevamento alla macellazione e lavorazione) fatica a garantire i volumi richiesti e a rispettare gli standard sanitari, di tracciabilità e sicurezza alimentare sempre più attesi da consumatori e distribuzione moderna.
Opportunità per l’export occidentale In molti paesi europei e americani (come Spagna, Paesi Bassi, USA e Brasile), le frattaglie suine sono considerate prodotti a basso valore commerciale sul mercato interno. Tuttavia, trovano un’importante valorizzazione all’estero, in particolare in Cina, dove vengono vendute a prezzi competitivi, attorno ai 2,11 USD/kg. Nel 2024, le importazioni cinesi di frattaglie (codice HS 020649) hanno superato le 1,14 milioni di tonnellate (+4,4% rispetto al 2023), rendendo gli scarti suini il segmento più dinamico dell’intero import di carni suine.
Diversificazione geografica della domanda Anche se la Cina resta il mercato principale per le frattaglie, stanno emergendo nicchie interessanti in altre aree del mondo, come Asia (Filippine, Corea del Sud, Vietnam, Giappone), America Latina (Messico) e Nord America (USA). In parallelo, anche l’offerta globale si sta adattando: paesi produttori come Brasile e Argentina stanno ampliando i loro protocolli di esportazione per fornire tagli su misura non solo alla Cina, ma anche a questi mercati emergenti.
L’International Grains Council (IGC) ha stimato la produzione 2025 di Frumento Duro in Italia a 4,2 milioni di tonnellate: una crescita addirittura del 20%, favorita dall’espansione delle superfici coltivate (+10%) in Puglia, Sicilia e Basilicata, da una semina abbondante grazie ai prezzi del 2024 e da condizioni agronomiche ideali (autunno secco, primavera regolare e campi ben preparati). Ritardi localizzati nelle semine si sono verificati al Nord per eccesso di pioggia e al Sud per siccità iniziale.
Meno rosea la stima sulla produzione mondiale: 35,2 milioni di tonnellate (-1,5%), con un’offerta in calo soprattutto in Turchia (-18%), a causa delle gelate primaverili, e in Canada (-1,2%), che resta il primo esportatore mondiale. Nel Nord Africa, il quadro è eterogeneo: Algeria e Tunisia favorite dalle piogge, Marocco penalizzato dalla siccità. In Unione Europea, la produzione è attesa in crescita a 7,9 milioni di tonnellate (+9,5%), sostenuto da condizioni climatiche favorevoli e dall’aumento delle superfici seminate (+7%).
La domanda globale è prevista in aumento a 35,5 milioni di tonnellate (+1,2%), di cui 33,4 milioni destinate all’uso alimentare (+0,9%), il livello più alto dal 2018/19. Le scorte mondiali dovrebbero scendere a 6 milioni di tonnellate (-5,4%), favorendo tensioni sul mercato. Gli scambi assumono un ruolo ancor più strategico nel contesto attuale. Paesi strutturalmente deficitari come il Marocco potrebbero intensificare il ricorso al mercato estero. Al contrario, l’Italia, forte di un raccolto abbondante, potrebbe ridurre le importazioni significativamente.
In termini di prezzi, attualmente le quotazioni della Borsa Merci di Foggia si attestano tra 303 e 313 €/ton, lievemente superiori alla media di Maggio ma limitate dall’ampia disponibilità interna e dalla pressione delle importazioni. Il rafforzamento dell’euro sul dollaro migliora la competitività del durum nordamericano. Il Frumento Duro Canadese, riferimento internazionale, si colloca attualmente tra 315 e 350 USD/ton (pari a 295 – 328 €/ton al cambio attuale). Tali valori, espressi franco azienda, pur non includendo oneri di trasporto, logistica, dogana (CIF) né eventuali premi di qualità, rappresentano una utile base di confronto. Il differenziale rispetto al mercato italiano risulta contenuto; tuttavia, in presenza di ulteriori ribassi sui mercati esteri, non si esclude un ritorno più attivo delle importazioni.
Favorevole dunque la situazione dell’Italia in un contesto globale segnato da un’offerta in calo, domanda sostenuta, scorte in erosione e flussi commerciali sotto pressione. Dinamiche da monitorare con attenzione nei prossimi mesi.
TESEO.clal.it – Italia: Import di Frumento Duro
Il commento del Produttore
Angelo Miano – Produttore di Frumento Duro di Foggia – Presidente CIA Foggia
In merito alla produzione di quest’anno, si devono registrare performance leggermente superiori a quelle dello scorso anno per la provincia di Foggia, che passa da una media di 25 qli/ha dello scorso anno ai 27 qli/ha dell’attuale campagna granaria, oltretutto ancora da ultimare nelle zone collinari/montane. Anche le produzioni delle altre zone vocate a grano duro sono lievitate, sebbene a mio avviso non potranno superare i 4 milioni di ton, mentre si registra un prezzo ancora contenuto e non remunerativo per i coltivatori.
Speriamo nella partenza del Granaio Italia, che ci fornirebbe le reali produzioni italiane, oggi non certe. Si registra comunque una richiesta di grano italiano da parte di pastifici che producono il vero “made in Italy”, anche se non vorrebbero pagare in più l’ottima qualità prodotta quest’anno, specialmente nel nostro areale dove abbiamo registrato pesi specifici abbondantemente superiori agli 80 kg/hl e proteine sino al 19%.
Ora attendiamo che il MASAAF convochi il tavolo di concertazione, già chiesto da tutte le organizzazioni agricole da tempo, altrimenti è a rischio la coltivazione di cereali: senza filiera reale che premi tutti gli attori, il comparto potrà subire una forte battuta d’arresto.
Cronaca degli ultimi giorni e visione in prospettiva si intrecciano nell’analisi di Aldo Levoni, Amministratore Delegato di Levoni Spa. “Il prezzo dei suini in CUN ha ripreso a salire e ritengo, personalmente, che andremo incontro a un periodo di tensioni, in quanto industria e anelli della trasformazione non riusciranno a trasferire gli aumenti a valle per le resistenze della distribuzione. Ci sarà, temo, un po’ di bagarre nei prossimi mesi”.
Le proiezioni indicano fra Luglio e Settembre una minore disponibilità di suini, col rischio di innescare ulteriori aumenti dei listini. “Verificheremo di settimana in settimana, naturalmente, ma i timori sono di affrontare un secondo semestre all’insegna della tensione, dopo i primi quattro-cinque mesi del 2025 che sono stati complessivamente positivi per tutti gli anelli della filiera”.
La svolta, per Levoni, si è verificata sul piano dei consumi dopo i primi di Maggio. “I dati che abbiamo per l’Italia sia sulle carni che sui salumi dopo il periodo pasquale e dei vari ponti sono un po’ preoccupanti – ammette l’ad di Levoni Spa -, perché rispetto all’anno scorso c’è stato un calo di consumi generalizzato. Questo significa che l’industria lavora su volumi inferiori, mentre la GDO acquista meno merci”.
Una flessione dei consumi che non è dipesa da fattori climatici (il 2025 è stato meno traumatico rispetto all’anno precedente), ma che potrebbe essere legata alle incertezze sul piano geopolitico, che rendono più prudente il consumatore, o alla scelta di Consumatori e Famiglie di rallentare gli acquisti dopo il periodo dei ponti per tornare su livelli di spesa crescenti nel corso dell’estate.
Anche l’export vive una fase di incertezza, con la spada di Damocle dei dazi americani. “Personalmente come gruppo negli Stati Uniti abbiamo incrementato le vendite, pur avendo effettuato un primo timido incremento dei listini – specifica Levoni – ma resta l’incognita di conoscere quale sarà il dazio a regime e dal 9 luglio dovremmo avere indicazioni più precise. Il quadro si potrebbe complicare a causa della svalutazione del dollaro dall’inizio dell’anno”. Un’attesa che coinvolge tutta la salumeria Made in Italy e, in ultima analisi, il consumatore americano.
Il Brasile si conferma uno dei principali protagonisti nel mercato globale della Carne Suina, grazie a una disponibilità interna in continua crescita e a un tasso di autosufficienza passato dal 127,6% nel 2019 al 153,2% nel 2025. Questo significa che il Paese non solo soddisfa ampiamente la domanda interna, ma produce molto più di quanto consuma, consolidando la sua posizione tra i maggiori esportatori mondiali.
Nei primi cinque mesi del 2025, le esportazioni brasiliane di Carne Suina sono aumentate del 17% rispetto allo stesso periodo del 2024, un risultato trainato da molteplici fattori economici e di mercato. In primis, la valuta debole rende la carne brasiliana più conveniente sui mercati internazionali, migliorando la competitività del prodotto. Parallelamente, i prezzi delle materie prime per l’alimentazione degli animali, come mais e soia, sono stabili o in diminuzione, riducendo i costi di produzione e aumentando i margini di guadagno per gli Allevatori.
Sul fronte della domanda, mercati strategici in Asia, come Filippine, Cina, Hong Kong e Giappone, insieme a Paesi come Cile e Singapore, hanno incrementato significativamente le importazioni di carne suina brasiliana. In particolare, le Filippine hanno aumentato le loro importazioni del 95,2% nei primi cinque mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, a fronte di un calo della loro autosufficienza dal 87,9% nel 2009 al 61,6% nel 2025, causato dai focolai di Peste Suina Africana (PSA) che hanno ridotto drasticamente la produzione interna.
La forte domanda estera sostiene inoltre i prezzi domestici brasiliani, incentivando ulteriormente i produttori a incrementare la produzione destinata all’export. Infine, il Brasile ha investito in modo significativo nelle infrastrutture sanitarie, nella tracciabilità e negli standard di qualità, con l’obiettivo di migliorare l’affidabilità delle esportazioni e facilitare l’accesso ai mercati esteri. Tuttavia, la piena conformità a talune normative, come l’EUDR, resta una sfida aperta, soprattutto per quanto riguarda l’impatto ambientale della produzione di mais e soia nelle aree soggette a deforestazione.
TESEO.clal.it – Brasile: esportazioni di Carni Suine