È ormai generalmente acquisito il fatto che l’ambiente sia una risorsa fondamentale. Gli agricoltori, che hanno nel suolo e nelle acque la loro base produttiva, debbono certo operare in modo più efficiente, ma debbono poter contare anche su prezzi del latte adeguati.
In tale prospettiva, il ruolo dell’agricoltore si inserisce sempre più nel contesto di bene pubblico per le ricadute che la sua attività ha verso la società, e dunque diventa importante il ruolo di orientamento ed indirizzo della PAC.
Diventa però altrettanto importante che il mercato, e con esso il consumatore, sia disponibile a riconoscere un prezzo adeguato per gli impegni degli agricoltori a produrre nell’ottica della tutela ambientale.
In un recente convegno in Irlanda sulla qualità delle acque, è risultato evidente come lo spostamento dalla produzione di carne a quella da latte, perché più profittevole, ha portato solo negli ultimi tre anni ad un incremento del 30% nei fertilizzanti azotati. Però, una gran parte di questo azoto è disperso, con differenze che vanno da uno a tre fra chi opera con meno efficienza. La stessa differenza esiste anche nell’uso dei concimi fosforici. Le aziende da latte irlandesi usano il 20% del suolo agricolo, ma il 50% dei fertilizzanti totali.
È evidente che la pressione sui prezzi spinge gli agricoltori a massimizzare la produzione, mettendo però a rischio l’efficienza e dunque anche l’impatto ambientale. In Irlanda, nel 1980 la spesa alimentare rappresentava il 28% del reddito rispetto al 14% odierno.
Dobbiamo lavorare in modo più intelligente e fare meglio – ma tutti abbiamo bisogno di più denaro e più sostegno per farlo.
Jack Nolan – Irish Department of Agriculture, Food and the Marine
Come sottolineato all’Environmental Protection Agency (EPA) National Water Event 2019 da Jack Nolan del Department of Agriculture, Food and the Marine irlandese, occorre una inversione di tendenza. I consumatori, che sono sempre più sensibili alle tematiche ambientali, debbono essere disponibili a cambiare la loro attitudine ed a riconoscere il valore dei prodotti di qualità elevata. Questo vale anche per la PAC: se a clima, biodiversità ed acqua verrà destinato il 30% delle risorse, il consistente resto rimarrà concentrato nei pagamenti diretti, che non hanno certo stimolato il cambiamento.
Dunque, nell’ottica della sostenibilità occorre produrre meglio aumentando l’efficienza produttiva e riducendo le disparità fra gli agricoltori. Occorre però che anche i consumi siano orientati verso la domanda di prodotti di qualità.
CLAL.it – Prezzo del latte alla stalla in UE-28 ed in Irlanda
La perdita di biodiversità è un problema ambientale acuto, anche se meno evidente di altri fenomeni, quali i cambiamenti climatici. Secondo IPBES(Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) la salute degli ecosistemi in cui viviamo si sta deteriorando come non mai, con riflessi nefasti sui pilastri economici, sociali, alimentari, ambientali in tutto il mondo. In un secolo abbiamo perso almeno il 20% di biodiversità e si calcola che un milione di specie viventi sia a rischio estinzione, principalmente a causa delle attività umane.
Il tema della biodiversità è associato a quello della complessità degli ecosistemi ed alla loro naturale interconnessione. Viene contrastato dalle attività umane che tendono a semplificare ed uniformare i processi produttivi così come i consumi, determinando evidenti squilibri a livello planetario. Di conseguenza, diventa imperativo orientarsi verso la sostenibilità nei diversi ambiti socio-economici agendo in modo integrato multi settoriale fra agricoltura ed altre attività produttive, sistemi marini e gestione delle acque di superficie, urbanizzazione, energia, tecnologia. Fondamentale è poi l’evoluzione dei sistemi economici e finanziari mondiali, superando l’attuale paradigma della crescita economica separata dal contesto sociale ed ambientale.
Millennials e Gen Z risultano essere i consumatori più sensibili verso la biodiversità
I consumatori possono essere i catalizzatori del cambiamento, soprattutto quelli più giovani, Millennials e Gen Z, che risultano essere i più sensibili verso il tema della biodiversità.
UEBT nel suo biodiversity barometer afferma che ormai il 76% delle imprese alimentari include per i propri approvvigionamenti dei criteri di biodiversità. La tracciabilità diventa dunque il fattore chiave per impostare le tecniche produttive in modo coordinato ed utilizzare le tecnologie appropriate, cioè per operare in modo sistematico nella logica della diversità e della complessità. Un esempio è l’agricoltura di precisione, per contenere nei limiti indispensabili l’uso di pesticidi o di concimi.
A livello economico, i consumatori e la società in generale, debbono rendersi conto che considerare solo la riduzione dei prezzi degli alimenti comporta comunque un costo elevato in termini di risorse ambientali e dunque il prodotto “buono” deve avere anche una giusta ed equa ripartizione del suo valore. Se, come afferma la FAO, coltiviamo e ci alimentiamo solo con 150 piante fra le oltre 50 mila edibili, con grano riso e mais che rappresentano il 60% di tutta l’energia alimentare della dieta, risulta evidente il contrasto con la biodiversità.
Se, grazie a tecnica e tecnologia la produttività è stato il fattore vincente nella produzione alimentare degli scorsi decenni, tecniche e tecnologie innovative debbono ora essere ancor più oggetto di investimento per agire verso il paradigma della diversità, che rappresenta la base costitutiva dei nostri sistemi viventi.
La peste suina africana in Cina ha colpito duro. Rabobank stima che le perdite nel 2019 saranno circa un terzo della produzione suinicola, cioè 150-200 milioni di maiali: un numero equivalente alla produzione europea e più grande di tutta quella USA.
L’epidemia
In alcune aree della Cina, l’epidemia ha colpito oltre la metà degli allevamenti e, fatto molto grave, si è estesa al Vietnam dove si stimano perdite di circa il 10% della produzione ed alla Cambogia, con la temibile prospettiva di una ulteriore espansione ai Paesi vicini. Anche se l’epidemia venisse circoscritta subito, fatto improbabile, bisognerebbe contare dai 3 ai 5 anni per riportare al produzione ai livelli normali, con ripercussioni su tutto il mercato mondiale, come evidenzia il repentino, generale aumento nelle quotazioni suinicole.
Fonti proteiche alternative
Nel frattempo occorrerà comunque trovare in fretta sui mercati internazionali altre fonti proteiche come quelle apportate da carni avicole, bovine, ovine, pesce, ma anche dalla soia, per colmare il deficit alimentare della carne suina stimata in 10 milioni di tonnellate. Fra le carni, il ciclo produttivo più veloce è quello avicolo e non è un caso se i consumi di carne avicola nel 2019 in Cina sono già cresciuti del 9%, con un aumento del 32% nelle importazioni, soprattutto dal Brasile.
La soia
Un discorso a parte,e più complesso, merita il quadro per la soia, che entra in modo significativo nei mangimi animali. Le scorte mondiali sono elevate e ci sono ottime previsioni per la produzione di quest’anno. La Cina ha in atto i dazi sulle importazioni dagli USA a seguito della guerra commerciale, per cui ha aumentato gli approvvigionamenti di soia dal Brasile, ma con le decimazioni dovute alla peste suina africana, la domanda di soia per i mangimi è in calo e resterà tale per l’annata 2019-20. I produttori USA hanno comunque trovato subito un facile sbocco sul mercato UE.
Intanto, a metà aprile l’International Grains Council ha riportato quotazioni della soia in ribasso del 21% rispetto ad un anno fa, il che lascia prevedere un aumento nella produzione di proteine animali, epidemie permettendo.
Il mondo piccolo, non è più quello circoscritto all’ansa del grande fiume descritto da Guareschi. È sempre più il mondo intero, al di là di muri e barriere, e queste vicende lo dimostrano.
La produzione mondiale di Mais per la stagione 2019-20, che inizierà il 1° Settembre 2019, è stimata al livello record di 1133,78 Mio Tons, in crescita dell’1,3% rispetto alla stagione attuale 2018-19. Con una diminuzione degli stock iniziali ed un aumento dell’utilizzo, gli stock finali sono stimati a 314,71 Mio Tons (-3,4%).
Le previsioni di produzione di Mais nei principali Paesi stimano maggiori raccolti negli Stati Uniti, in Brasile e nell’UE-28, rispettivamente primo, terzo e quarto Paese Produttore. La produzione di Mais in Cina invece è prevista in frenata (1,3%).
Export mondiale
Nella stagione 2018-19, l’export mondiale di Mais è in forte aumento: +14,5%, secondo le stime al 31 Agosto 2019, in considerazione di crescite significative per Brasile, Argentina ed Ucraina. Per la nuova stagione si prevede una stabilità (+0,8%). Le esportazioni statunitensi sono attese in diminuzione per effetto della concorrenza di Brasile ed Argentina.
Import mondiale
Le maggiori esportazioni sono orientate principalmente in Messico, Corea del Sud, Vietnam ed Iran. L’Unione Europea, principale importatore di Mais, nella nuova stagione 2019-20 dovrebbe ridurre gli acquisti (-14,9%).
Import dell’Italia
I dati del primo bimestre del 2019 relativi all’import dell’Italia di Mais registrano un aumento complessivo del +4,6% ed evidenziano acquisti in forte crescita da Croazia, Slovenia e Ungheria, che più che compensano una diminuzione dei volumi importati da Ucraina e Romania.
Calcolare la produzione delle vacche da latte non semplicemente in litri ma come sostanza solida (milk solids – MS), significa considerare anche la quantità di proteine e grasso. Si tratta di un riferimento generalizzato in Nuova Zelanda e presente anche in paesi quali Irlanda e Regno Unito, che permette di valutare bene il valore produttivo dell’animale. Una vacca che produce 5.000 litri di latte col 3,8% di grasso ed il 3.4% di proteine,avrà il 7.2% di milk solids. La quantità totale di grasso prodotta sarà pari a 196 kg (5.000 x 1,03 x 0.038) mentre le proteine prodotte saranno pari a 175 kg. Quindi questa vacca in una lattazione produrrà 371 kg di milk solids. Si può ritenere che le vacche molto performanti arrivano a produrre anche mille kg di solidi, con un rapporto di 1,5 kg di milk solids per kg di peso vivo dell’animale.
Questi risultati dipendono dal miglioramento generale nella gestione della mandria, ma in particolare bisogna considerare quattro fattori:
scelta del riproduttore,
selezione della mandria,
produzione foraggera,
somministrazione della razione.
Per incrementare il contenuto in solidi del latte, è importante scegliere un riproduttore che migliori grasso e caseina, ma occorre guardare anche al mantenimento della quantità di latte prodotto.
La migliore genetica deve essere utilizzata non solo per le migliori giovenche, ma per tutta la mandria. Si può infatti considerare che circa il 60% delle vacche giovani siano geneticamente superiori al resto della mandria e dunque un miglioramento produttivo generale non può che considerare tutti gli animali.
Il miglioramento nel contenuto delle sostanze solide del latte non può poi prescindere dalla qualità del foraggio. Dunque sfalciare precocemente e con intervalli regolari per accrescere il valore nutritivo e l’ingestione del foraggio.
Riguardo la somministrazione della razione, diventa essenziale premiscelare gli ingredienti in modo meticoloso. Usando insilato, questo deve essere di qualità elevata, trinciato a circa 10 mm e la cui sostanza secca non dovrebbe essere inferiore al 35%.
Indici riferiti alla produttività ed al contenuto di grasso e proteine nel latte sono diffusi in tutti i Paesi del Mondo.
Le diverse “esperienze” e destinazioni del latte in tali Paesi portano a definire indici differenti: ad esempio in Italia si pone particolare attenzione all’indice di caseificazione.
Tuttavia, sarebbe utile uniformare tali indici tra i Paesi al fine di renderli comparabili.
Nino Andena, allevatore in Bertonico, Lodi – ITALIA
TESEO.clal.it – Lombardia: le razioni più diffuse per la bovina da latte. Scopri i costi su TESEO!
La produzione mondiale di Soia per la stagione 2018-19 è stimata al livello record di 360,6 Mio Tons. Si registra un leggero aumento rispetto alle stime precedenti, riflettendo il miglioramento climatico in Brasile, principale esportatore mondiale, in particolare nello stato Rio Grande do Sul. La produzione di Soia in Brasile per la stagione 2018-19 è attesa a 117 Mio Tons. Il livello produttivo è comunque inferiore (-4,1%) rispetto alla stagione precedente.
Export USA di Soia
verso Cina-35%
Gen-Feb 2019
L’export del Brasile è previsto a 79,5 Mio Tons (+4,4% dalla stagione precedente) e compensa solo parzialmente le minori esportazioni previste per gli Stati Uniti (-11,9%). I dati del primo bimestre 2019 relativi all’export statunitense evidenziano una diminuzione rispetto a Gennaio-Febbraio 2018, con la Cina (principale acquirente) che ha ridotto i propri acquisti del 35%.
Per l’Unione Europea, secondo importatore mondiale di Soia dopo la Cina, ci si attende, per la stagione in corso, un aumento dell’import di 8,3% rispetto alla stagione 2017-18. Nei mesi di Gennaio e Febbraio 2019 si registra una crescita di 1,4% con notevole riduzione dell’import da Brasile e Canada, più che bilanciata dalle importazioni provenienti dagli Stati Uniti (+147,7% rispetto a Gen-Feb 2018). Spagna e Italia sono i Paesi UE che hanno principalmente aumentato l’import dagli USA, rispettivamente: +63,9% e +73,7%.
TESEO.clal.it – La Cina è il principale importatore di Soia, segue la UE-28
TESEO.clal.it – Nei primi due mesi del 2019 l’import UE di Soia è cresciuto del +1,4% e proviene quasi interamente dagli Stati Uniti
La produzione mondiale di Mais per la stagione 2018-19 è stimata 1107,4 Mio Tons, in aumento rispetto alle previsioni precedenti e superiore del 2,9% rispetto alla stagione passata. In Brasile si prevede un miglioramento della resa dei terreni coltivati nel secondo raccolto, mentre in Argentina ci si attende un aumento delle aree coltivate.
Per gli Stati Uniti, principale produttore mondiale di Mais, si prevede una produzione di Mais pari a 366,3 Mio Tons (-1,3% rispetto alla stagione precedente) ed un minor utilizzo nella produzione di etanolo.
TESEO.clal.it – Produzione di Etanolo negli Stati Uniti
Nel 2018 gli Stati Uniti hanno incrementato l’export verso tutti i principali Paesi acquirenti: Messico, Giappone, Corea del Sud, Colombia e Taiwan. Le previsioni per l’intera annata agraria (Settembre 2018 – Agosto 2019), segnalano un indebolimento dell’export statunitense, riflettendo la concorrenza di Brasile, Argentina e Ucraina.
L’UE-28 è il principale importatore di Mais e dipende sempre di più dalle importazioni provenienti da paesi extra UE. Nel 2018 l’UE ha importato 21,7 Mio Tons di Mais, a fronte di un export pari a 2,2 Mio Tons. La bilancia commerciale segna quindi -19,5 Mio Tons nel 2018, mentre nel 2017 segnava -14,6 Mio Tons.
Le importazioni europee di Mais sono cresciute del +32,4% nel 2018 rispetto al 2017. Il 52% del Mais proviene dall’Ucraina, che ha aumentato l’export verso la UE del +32,8%, con un volume pari a 11,4 Mio Tons. Il Brasile, con una quota del 22%, rappresenta il secondo fornitore (4,8 Mio Tons, +12,5%). Le importazioni europee da Stati Uniti e Canada, al terzo e quarto posto, sono raddoppiate rispetto al 2017.
TESEO.clal.it – Principali esportatori di Mais TESEO.clal.it – Importazioni europee di Mais
Mala tempora currunt per la suinicoltura italiana. Fra Ottobre e Marzo i listini dei suini grassi da macello, punto di riferimento per i distretti produttivi dei prosciutti Dop, hanno perso il 27%, comportando una perdita per maiale di circa 65 €.
Claudio Veronesi, allevatore di suini di Sustinente (MN)
TESEO by Clal.it ne ha parlato con Claudio Veronesi, allevatore di Sustinente (Mantova). Conduce un’azienda a ciclo chiuso gestita tramite otto siti produttivi, con 1.200 scrofe e 32.000 maiali allevati ogni anno, tutti rigorosamente antibiotic free, conferiti al macello Mec Carni.
Veronesi, da cosa è dipesa la crisi dei prezzi dei maiali?
“La crisi è di natura
mondiale. La sovrapproduzione di alcuni Paesi europei influisce sulle
quotazioni. Se la materia prima si riversa in Italia, inevitabilmente diminuiscono
i listini anche del prodotto italiano, benché sia strutturalmente e
intrinsecamente diverso il suino pesante allevato per le produzioni Dop come i
prosciutti di Parma e San Daniele”.
Quali soluzioni possono invertire tali effetti?
L’etichettatura è una delle soluzioni più attuabili
“L’etichettatura è una
delle soluzioni attuabili, perché ad oggi è marginale. Completare ed estendere
la tracciabilità permettere al consumatore di acquistare più informato e,
soprattutto, di caratterizzare meglio le produzioni Made in Italy”.
Gli allevatori da sempre sono contrari all’attuale versione
del “decreto salumi”. Cosa si dovrebbe fare, a suo avviso?
“Andrebbe rivisto. Oggi si parla di prevalenza di carne suina italiana nei salumi lavorati in Italia, ma per prevalenza si intende anche il 50,5% o il 51%. Invece con una tracciabilità più completa e con l’obbligo di impiegare solo carne italiana, andremmo a ristabilire un maggiore equilibrio, finiremmo di dipendere dal sistema internazionale e daremmo maggiore soddisfazione agli allevatori di casa nostra”.
Serve una rappresentanza con diritto di voto all’interno
dei consorzi dei prosciutti di Parma e San Daniele?
“Assolutamente sì e si sta lavorando al ministero delle Politiche Agricole per ottenere un risultato che potrebbe cambiare pesantemente le politiche di indirizzo dei principali consorzi di tutela. Come allevatori vogliamo essere rappresentati da un terzo dei consiglieri nominati all’interno dei consorzi. Questa posizione degli allevatori non piace, ovviamente, ai macellatori. Poco importa, su questa strada siamo decisi ad andare avanti”.
Come si declina il benessere animale?
Allevare animali felici significa produrre di più e meglio
“Non solo assicurando
maggiori spazi agli animali. Anche aspetti come la pulizia, i giochi sono
altrettanto indispensabili. Molto spesso gli allevatori sono sotto attacco sul
fronte del benessere. Eppure non esiste allevatore che non cerchi di allevare
animali felici, perché significa avere animali sani, ridurre i farmaci,
produrre di più e meglio. Molto spesso una frangia dell’opinione pubblica è
contro a prescindere o pubblicizza qualche caso isolato per montare campagne
contro l’allevamento”.
Quali sono, secondo lei, le principali azioni che vanno in
direzione della sostenibilità?
“Vi sono molti aspetti sui
quali è indispensabile lavorare. Penso ad esempio al riutilizzo dell’acqua in
allevamento, per ridurre l’impronta idrica. Il riciclo dell’acqua è un elemento
basilare. Anche l’abbattimento degli odori è un esempio di miglioramento da
intraprendere, così come, in un’ottica di sostenibilità sia ambientale che
economica è necessario prevedere soluzioni per l’interramento dei reflui
zootecnici. In questo caso, ad esempio, si potrebbe ridurre l’apporto di
sostanze chimiche nel terreno e migliorarne la fertilità”.
Quali investimenti ha in programma?
L’UE ha previsto spazi liberi per le scrofe dal 2025
“In questo momento stiamo finendo una struttura destinata alla rimonta, dove ospiteremo le scrofe dai 30 ai 120 chilogrammi, un mese prima cioè della fase di ingravidamento. Stiamo costruendo degli spazi aperti, dove le scrofe saranno libere di muoversi. L’Unione Europea ha previsto l’abolizione delle gabbie per le scrofe, e dunque spazi liberi, dal 2025. Noi vogliamo portarci avanti. Proprio in quest’ottica, stiamo già costruendo un capannone dedicato alle sale parto, che sarà in funzione entro la fine dell’anno”.
Quali sono i suoi hobby?
“Uscire con gli amici durante la settimana. E poi viaggiare, preferibilmente al mare”.
Fino al XIX secolo questo prodotto era generalmente percepito come una bevanda apportata dai barbari invasori, cioè da quegli stranieri che avevano introdotto le vacche nei territori costieri conquistati durante la cosiddetta guerra dell’oppio. Lo consumavano, peraltro fermentato, solo alcuni gruppi etnici come ad esempio le popolazioni mongole, mentre il 95% della popolazione ne era intollerante. Durante l’epoca di Mao, si contavano in Cina appena 120 mila vacche e l’uso del latte era limitato solo alle persone più deboli, bimbi ed anziani od ai quadri superiori.
Negli anni 80 il latte in polvere apparse nei negozi cinesi come simbolo che proiettava il Paese verso il futuro
Tutto cambiò nel post maoismo: negli anni ’80 cominciò ad apparire nei negozi il latte in polvere il cui consumo venne percepito come una sorta di riscatto dalle umiliazioni del passato ed il simbolo dell’alimento che proiettava il Paese verso il futuro. In più, la progressiva urbanizzazione portava a sostituire una dieta tradizionalmente basata su prodotti vegetali con i prodotti animali in cui la carne, il latte, ma anche gli zuccheri, erano espressione di maggiore prominenza rispetto alla vita rurale. A questo ha contribuito poi lo stravolgimento nelle distribuzione alimentare e dunque la diffusione dei supermercati e la catena del freddo. Oggi la Cina ha circa 13 milioni di vacche, è il terzo Paese produttore al mondo ed il consumo pro capite è arrivato a 30 litri all’anno.
Il potere centrale, abbracciando l’economia di mercato, ha sposato la promessa capitalista di aumentare e diffondere il livello di benessere materiale. Il fatto di avere accesso in ogni parte del Paese al consumo dei prodotti animali, in primo luogo il latte, è uno dei segni tangibili del successo di questa scelta di modello economico centralizzato e capitalista.
Triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta dei cinesi, tra gli obiettivi del tredicesimo piano quinquennale
Non sorprende dunque se nel tredicesimo piano quinquennale del partito al potere è indicato l’obiettivo di triplicare il consumo di latte e derivati nella dieta della popolazione cinese, che è pari ad 1,4 miliardi di abitanti, attraverso la conversione dei piccoli allevamenti in grandi fattorie industriali per fare della Cina il “paese del latte”, con uno stravolgimento non solo economico, ma anche sociale ed ambientale.
Per rispondere alla necessità delle imponenti infrastrutture e risorse ambientali, il Paese ha realizzato anche grandi acquisizioni di terreni ed unità produttive all’estero, oltre che accresciuto le importazioni di latte ma anche di materie prime per la nutrizione animale. La Cina già importa, ad esempio, quasi il 60% della soia commercializzata a livello mondiale.
Tutto questo sviluppo produttivo comporta però delle inevitabili ricadute: se i consumi lattieri si incrementeranno come previsto, le emissioni animali di gas in atmosfera aumenteranno del 35% e la Cina avrà bisogno di espandere del 32% le terre coltivabili. Se poi tutto questo latte dovesse essere importato, occorrerebbe la superficie di due Paesi come l’Irlanda.
Dunque questa via cinese del latte avrà delle ricadute a livello globale. Già questo è apparso nella fluttuazione dei prezzi mondiali di latte e derivati, ma diventerà ancor più evidente per l’impatto sull’ambiente. La Cina, con tutte le sue strade, diventa sempre più vicina e, in un certo senso, anche inquietante.
TESEO.clal.it – La Cina importa il 58% della soia commercializzata a livello mondiale.
Azienda Agricola: Società Agricola Nordera Capi allevati: 1.100 | 550 in lattazione Ettari coltivati: 150 Destinazione del latte: Parmalat
“Gli allevatori e la zootecnia sono costantemente posti all’indice, sotto attacco da una seria spropositata di fake news che non fa bene alla società, all’economia, ai consumi, alla qualità di vita. Non ci basta la burocrazia, oggi dobbiamo mettere in conto una quota del nostro tempo già scarso per cercare di smentire notizie totalmente false, create per danneggiarci”.
L’allevatrice Arianna Nordera
C’è preoccupazione nelle parole di Arianna Nordera da
San Martino Buon Albergo (Verona), allevatrice con una super-stalla di 1.100
capi di Frisona, dei quali 550 in lattazione. La
produzione di latte si aggira sui 6,2 milioni di chilogrammi di latte all’anno,
conferiti a Parmalat.
Un’azienda che potrebbe essere presa a modello in questo decennio in cui la Fao celebra l’agricoltura familiare: ci lavorano, infatti, sette cugini. Luca gestisce la stalla, Arianna l’amministrazione e la contabilità, Matteo il biogas e l’allevamento di trote, Ivano segue l’allevamento di maiali, mentre Mariano, Alessandro e Andrea gestiscono semine, raccolti e terreni. In più, ci sono sei dipendenti.
Un’azienda multifunzionale, in cui anche il fabbisogno energetico è coperto (in parte) da un impianto biogas da 100kwatt, che funziona esclusivamente con le deiezioni animali.
L’alimentazione del
bestiame è assicurata quasi integralmente dalle produzioni aziendali: mais,
frumento, sorgo e prato stabile ottenuti con la lavorazione di 150 ettari di
superficie tra proprietà e affitto.
Per la cronaca dobbiamo
menzionare come attività aziendale anche i due allevamenti di trota iridea con
annesso incubatoio, nel quale si fanno schiudere le uova già embrionate, e un
allevamento per lo svezzamento dei suini con 3.300 capi a ciclo per sei cicli
annuali. Con Arianna Nordera ci concentriamo però sull’indirizzo lattiero dell’azienda.
I dati raccontano di consumi di latte in calo. Che cosa
suggerirebbe per incrementare i consumi?
“Bisogna cominciare a contrastare le fake news. È desolante dover subire attacchi scomposti e ingiustificati, ai quali molta gente purtroppo crede. In troppi hanno pregiudizi sbagliati contro il latte. Questo oscura l’attività di molti allevatori onesti e si mettono in crisi filiere che lavorano”.
Avete
un’azienda multifunzionale e di grandi dimensioni. Che attenzione riservate
alla sostenibilità?
“Abbiamo la massima cura verso animali per
incrementare il benessere e ridurre l’impatto dei medicinali. Nel 2018 abbiamo
speso meno di 50 euro a capo per le spese mediche, una cifra che comprende il
vaccino e la cura per l’asciutta. Due volte l’anno facciamo la mascalcia
generale a tutti i capi, che ha effetti positivi contro le zoppie e, di
conseguenza, anche sulla produttività e l’animal welfare. Inoltre, da due anni
abbiamo introdotto un nuovo metodo di pulizia della mammella, con straccetti in
microfibra, che vengono lavati due volti al giorno. In questo modo abbiamo
calato sensibilmente le cellule somatiche, la carica batterica e le patologie
alla mammella.
Ogni mercoledì si fanno le diagnosi di gravidanza
sulle vacche fecondate per migliorare il pregnancy rate. Abbiamo una gestione informatizzata della mandria, con appunto
fecondazioni sincronizzate, piani di accoppiamento studiati per il
miglioramento genetico della mandria.
Le stalle sono state
realizzate completamente aperte, anche in inverno. E in estate, quando
aumentano le temperature, abbiamo installato un impianto di raffrescamento sia
nelle stalle che nella sala d’attesa prima della mungitura. Questo ci ha
permesso di migliorare la quantità e la qualità del latte e il benessere dei
capi.
La sostenibilità è un continuo investimento, ma assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine
La sostenibilità è un continuo investimento, ma che assicura ritorni positivi in chiave economica, di benessere e di immagine. Un allevamento sano si può raccontare”.
Infatti voi
cercate di raccontarlo.
Desideriamo che i giovani siano consapevoli di come viene prodotto ciò che mangiano
“Sì. Ospitiamo spesso gli alunni delle scuole, perché conoscano la zootecnia, imparino a rispettare gli animali e vedano come si produce il latte. I giovani sono i consumatori di domani, desideriamo siano consapevoli di quello che mangiano e come viene prodotto”.
Quali
investimenti avete in programma?
“Stiamo ipotizzando a un ampliamento della stalla.
Prima una nuova struttura e poi un incremento del numero delle bovine. Ci
stiamo pensando”.
Avete la giostra rotante da 40 posti per la mungitura. Come vi trovate?
“L’abbiamo installata nel 2007, siamo stati fra i
primi in Italia. Ci troviamo molto bene”.
Come utilizzate il digestato ottenuto dalla fermentazione
anaerobica per la produzione di biogas?
“Lo usiamo nei terreni e
come conseguenza abbiamo un 20% di produzione in più sui foraggi. Allo stesso
tempo abbiamo ridotto l’acquisto di concimi chimici. Un duplice vantaggio”.
Come mai voi che siete in una zona di produzione di
formaggi Dop conferite a Parmalat per la produzione di latte alimentare?
“Sono 40 anni che
consegniamo il latte allo stabilimento di Zevio. Abbiamo avuto qualche
perplessità dopo il crac di Parmalat e l’acquisizione da parte di Lactalis, ma
sinceramente il nostro rapporto non è mai cambiato, sempre nel massimo rispetto
e secondo i patti stabiliti. Ci troviamo bene e la fiducia è ben riposta”.
Che aspettative ha per il 2019?
“La speranza è che salga di prezzo. Siamo sui 40 centesimi e rispetto agli anni scorsi si respira, ma sono aumentati i costi di produzione. Servirebbe un riconoscimento più alto sul latte”.