“La discesa delle quotazioni dei maiali? È il mercato che fa il prezzo e in questa fase leggo una ricerca di equilibrio da parte degli Operatori ed è naturale che ci sia un po’ di assestamento”. Il commento dell’Allevatore bresciano Sergio Visini alla settimana di mercato si spinge a intravedere alcune possibili linee per il 2024 del settore suinicolo.
Sergio Visini – Suinicoltore
“Sarà un’annata in cui puntare alla ricomposizione delle filiere e, tutto sommato, il prossimo anno lo vedo positivamente – dichiara -. L’offerta di maiali per il circuito DOP rimarrà contenuta, anche per le necessità di adeguamento degli allevamenti su livelli di benessere animale e sostenibilità ambientale più elevati.” Quello che potrebbe (e dovrebbe) cambiare nel 2024, secondo Visini, sarà l’approccio della Filiera. “Il Consumatore cerca prodotti sicuri e Allevamenti certificati, per cui i Macelli non dovranno più pensare esclusivamente al bollettino settimanale, ma dovranno dialogare con l’Allevatore per costruire insieme il futuro e individuare nuove opportunità per la catena di approvvigionamento – specifica l’Allevatore, titolare di un allevamento all’avanguardia a Pegognaga (Mantova) -. Si svilupperanno maggiormente filiere di alta qualità, con disciplinari aggiuntivi a quelli del Prosciutto di Parma e San Daniele, due grandi DOP che dovranno trovare nuovi spazi di mercato anche all’estero, puntando sui circuiti di alta gamma”.
Il futuro della suinicoltura passerà, inevitabilmente, dai Salumi. Inutile competere con i Produttori esteri sulla carne fresca, terreno che vede l’Italia fuori mercato.
“Complessivamente resto fiducioso, mi attendo un riposizionamento del settore – commenta Visini -. Il mercato finale, rispetto a quanto ci si aspettava nei mesi scorsi, seppure con qualche difficoltà, è ricettivo e l’export potrebbe dare una mano, grazie a un nuovo ruolo dei Consorzi di Tutela, se verranno individuati per la vendita i canali del lusso, se così si può dire, che sono la corretta destinazione del Made in Italy dei salumi. Non possiamo far competere le DOP sui prezzi”.
Quanto ai prezzi, difficile leggere il futuro, anche se Visini ipotizza che “per la riorganizzazione del settore e un’offerta ridimensionata, il prezzo del suino sia destinato a rimanere sostenuto e, comunque, non credo che torneremo al prezzo di 1,45 €/kg di media del decennio 2010-2019”.
TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi €/kg
Giuseppe Villani – Presidente del Consorzio del Prosciutto di San Daniele
Giuseppe Villani è il presidente del Consorzio del Prosciutto di San Daniele Dop, una delle eccellenze della salumeria italiana, con numeri contenuti e una tradizione che è riuscita a sposarsi con una qualità elevata e costante. TESEO lo ha intervistato.
Presidente Villani, quali sono le prospettive per il Prosciutto di San Daniele?
“Le prospettive sono abbastanza stabili, non ci sono fughe in avanti né appesantimenti eccessivi. Ma anche il San Daniele risente dell’eccessivo costo delle cosce e del mercato, che ha un po’ rallentato a causa dell’andamento dei prezzi”.
Siamo appena entrati nella stagione turistica per eccellenza, l’estate.
Il turismo è anche un traino per l’export
“Se avremo un’estate sufficientemente asciutta, potremo contare su una delle voci più solide della nostra economia. Il turismo, non dimentichiamolo, è anche un traino per l’export e siamo bravissimi ad accogliere i turisti esteri con offerte diversificate, a partire dalla ristorazione di alto livello. Gli stranieri sono particolarmente attratti dai nostri prodotti a Denominazione di Origine Protetta”.
Però?
“Però i costi di produzione non sono mai stati così alti. A memoria, forse qualche anno fa raggiungemmo il prezzo di 5,50 euro al chilogrammo per la coscia, ma fu una puntata e basta. Questa volta il trend si sta mantenendo molto elevato da mesi. Penso che tutti si aspettino un rallentamento del mercato: il prezzo del prosciutto stagionato è fermo e per ora non si spuntano prezzi più alti, necessari per remunerare il costo della coscia e della stagionatura.”
Che cosa ci si deve attendere?
“Potremmo forse nei prossimi mesi sperare in un rimbalzo del prezzo, ma oggi i produttori sono in sofferenza. E questa situazione sta creando molta preoccupazione per la remuneratività. In questa fase solo l’allevamento sta spuntando prezzi in grado di garantire margini di guadagno, perché la situazione sanitaria a livello europeo sta contenendo le produzioni. E quando aumenterà nuovamente la disponibilità di capi, avremo allora una riduzione dei prezzi. Ritengo che con il calo dei costi di produzione si possa anche pensare a una strategia di filiera e fare in modo che il prezzo del suino possa equilibrarsi. Forse lo vedremo nel 2024”.
Qual è il punto di forza del San Daniele?
La costanza produttiva è una garanzia
“Penso che i punti di forza siano essenzialmente due e cioè che siamo di fronte a un prodotto che ha raggiunto una buona stabilità e soprattutto una buona costanza qualitativa. Chi acquista e chi consuma sono persone diverse, ma sanno di essere alle prese con un prodotto mediamente di alto livello, che non presenta variabilità organolettiche e qualitative, che sono percepite al contrario come un fattore di instabilità. La costanza produttiva è una garanzia”.
In che modo intercettate i consumatori più giovani?
“I giovani non hanno una grande predisposizione verso il San Daniele, perciò la nostra attività di marketing è rivolta alla convivialità. Da due anni facciamo manifestazioni itineranti nei bar, una formula che abbiamo ribattezzato “Aria di Festa”, con abbinamenti del San Daniele con grissini, Prosecco o vini del territorio. una scelta vincente sia per il gestore, perché propone qualcosa di nuovo, sia per il consumatore, perché il costo è calmierato. In questo modo intercettiamo i consumatori più giovani”.
Come sta andando l’export del Prosciutto di San Daniele? Avete paesi o zone target e campagne mirate per il 2023-24? Qual è il canale di vendita che privilegiate, all’estero?
All’estero ci muoviamo spesso affiancati
“In questa fase l’export dei prodotti di qualità, in particolare i prosciutti di Parma e San Daniele, sta un po’ soffrendo. All’estero ci muoviamo spesso affiancati, perché non abbiamo una forza d’urto importante. Anche se siamo meno conosciuti del Prosciutto di Parma, abbiamo una discreta presenza, tenuto conto che le aziende del Prosciutto di San Daniele hanno spinto meno all’estero rispetto al Parma e anche come Consorzio abbiamo una forza finanziaria minore. Siamo anche un prodotto di élite e non possiamo illuderci di avere i numeri di un prodotto di massa. Nonostante ciò abbiamo una buona presenza negli Stati Uniti, in Australia, in Europa, ma ora non c’è un incremento di vendite a causa degli alti costi. E all’estero il consumatore è particolarmente attento all’elemento prezzo”.
Quali sono i numeri del Consorzio?
“Produciamo intorno ai 2,6-2,7 milioni di pezzi e ora siamo abbastanza stabili, dopo aver vissuto una fase in cui alcune aziende aderenti al Consorzio hanno cambiato proprietà. Oggi è terminata la fase dei cambiamenti e non ce ne aspettiamo altri”.
Qual è l’obiettivo che avete come Consorzio?
“È quello di incrementare i numeri, ma solo quando troveremo le condizioni economiche che ce lo permettono, perché i costi sono altissimi. Vogliamo però crescere mantenendo elevato il livello qualitativo, consapevoli che abbiamo caratteristiche diverse rispetto ad esempio al suino spagnolo”.
La Spagna, in effetti, ha saputo innescare una crescita particolarmente rapida, accompagnata da un trend massiccio di export.
Puntare a crescere sulla sostenibilità in maniera armonica
“Sì, è vero. Gli spagnoli hanno forza d’urto perché fanno grandi numeri, ma noi non dobbiamo competere con gli spagnoli sul loro terreno. Hanno impostato una produzione di massa, sono vocati all’export, hanno saputo conquistare la Cina con i tagli freschi, ma non dimentichiamo che la Spagna ha un’orografia completamente diversa rispetto all’Italia, hanno grandi spazi, ma la qualità italiana è inarrivabile, glielo garantisco. E noi dobbiamo reclamizzare la nostra qualità, puntando a crescere sul fronte della sostenibilità in maniera armonica: solo così possiamo migliorare l’offerta qualitativa del prodotto nel suo complesso, spingendoci oltre il prosciutto. Un accordo di filiera deve partire dalla sostenibilità e su questo punto dobbiamo essere come trasformatori disponibili a fare la nostra parte, così come anche gli allevatori devono impegnarsi per fare un salto in avanti”.
Un Tavolo di filiera potrebbe essere di aiuto?
“Credo di sì e credo anche che vi siano presupposti per rilanciare politiche condivise su scenari ben definiti. Uno di questi è il Sistema di qualità nazionale sul benessere animale. Non appena ci saranno i regolamenti attuativi, noi del San Daniele inizieremo un percorso improntato alla sostenibilità, innescando così una nuova domanda e un seguito all’interno della filiera”.
Che aiuto può dare una piattaforma come TESEO?
“TESEO è un aiuto per tutti gli operatori, perché ricevono molte informazioni sulle quali è poi possibile impostare calcoli e confronti. È fondamentale conoscere i costi di gestione, i prezzi delle materie prime, il peso delle diverse componenti e i trend di mercato in campo internazionale. Grazie a TESEO e al grande lavoro effettuato in questi ultimi anni dagli istituti di controllo, gli allevatori e i diversi anelli della filiera cominciano ad avere dati statistici nel campo della produzione dei suini e dei prosciutti a denominazione di origine, fin dal momento in cui il suino nasce e viene tatuato. Con TESEO abbiamo una maggiore democrazia di conoscenza”.
Claudio Palladi salta con facilità dal futuro della carne bovina a quella suina, dalle prospettive per le relazioni sindacali della federazione costituita in Confindustria da Assocarni, Assalzoo e Italmopa alle opportunità che le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina possono innescare per il settore del food.
Uno slalom lucidissimo fra argomenti, che regala notizie e spunti di riflessione in grande quantità.
Per aggirarsi fra i diversi argomenti affrontati è utile ricordare i ruoli che Palladi ricopre: Vicepresidente e amministratore delegato del Salumificio Rigamonti, vicepresidente di Assocarni con delega al commercio estero, vicepresidente di Assica con delega all’area economica, presidente di Principe di San Daniele e King’s. Un mix che mette in evidenza la disponibilità di Palladi a mettersi al servizio della rappresentanza di due settori strategici del food.
Partiamo dalla carne bovina. L’Italia esibisce una quota di autoapprovvigionamento di appena il 42%, secondo le elaborazioni di Teseo. È un po’ poco, ad essere sinceri. Come risolvere il problema?
“Il tema è una questione di scelta nazionale e un tasso di autoapprovvigionamento del 42% è insufficiente ed espone tutti i soggetti coinvolti, compresi i consumatori, alle dinamiche del mercato internazionale. Come risolvere il problema? Serve pianificare una crescita progressiva, nella carne bovina così come in quella suina, dove il tasso di autoapprovvigionamento è di poco superiore al 57% ed è altrettanto insufficiente. Mi concentro ora sulla carne bovina: dobbiamo pianificare linee di sviluppo e di crescita, coinvolgendo il Sud Italia, perché non possiamo pensare di continuare ad allevare solo in Lombardia, Veneto e Piemonte. Dobbiamo darci degli obiettivi di crescita e puntare ad arrivare almeno al 70%, coinvolgendo la filiera e puntando su aiuti governativi, che sono fondamentali per dare sviluppo a un percorso positivo. Faccio parte di un gruppo che è disponibile a investire, ma ci vuole un contesto generale favorevole, non si può procedere in maniera disarticolata”.
Rigamonti in passato ha cercato di siglare accordi di filiera per sostenere la carne italiana. Oggi ci sono margini per un nuovo patto con gli allevatori? Di cosa avreste bisogno?
Serve una pianificazione lungimirante
“Siamo passati da lavorare 0 tonnellate di carne bovina italiana a 600 tonnellate, che rappresentano circa il 5% delle nostre produzioni. E questo sostanzialmente grazie a un accordo sottoscritto con Coldiretti, che si è dimostrata disponibile e professionalmente sul pezzo per organizzare la produzione, ma come le dicevo prima serve un contesto politico adeguato. Serve cioè un sistema impostato in modo da favorire la produzione e ritengo che il Mezzogiorno possa essere un bacino più che idoneo per allevare carne di buon livello, dando così un futuro sul fronte occupazionale e preservando il Paese da concentrazioni produttive che potrebbero in futuro risultare ambientalmente complesse da sostenere. Ma è ovvio che non possiamo muoverci senza una pianificazione seria e lungimirante. Ritengo quindi che ci sia spazio per lavorare carne italiana e riconoscere margini migliori agli allevatori, ma bisogna che la filiera trovi un meccanismo positivo per passare dal 42% al 70% di autoapprovvigionamento. Noi come Rigamonti c’eravamo nel 2017, ma ci siamo anche oggi, perché aumentare la percentuale di carne italiana nella bresaola è un dovere che tutte le aziende si devono porre”.
Il mondo avrà sempre più bisogno di proteine animali. C’è spazio secondo lei per nuovi prodotti in Italia?
“Sicuramente. Oggi assistiamo a una crescita di interesse per i prodotti proteici e meglio ancora se provenienti da una filiera sostenibile. Ci sono margini di crescita per bresaola, hamburger e snack, che possono essere consumati in ogni momento della giornata. Bisogna per questo fare in modo di incentivare la ricerca da parte dei privati e accompagnare il tutto con una visione da parte del pubblico. Dobbiamo dare soddisfazione a chi alleva bovini da carne e fare in modo che la produzione sia sempre più sostenibile ed efficiente, perché il solo fatto di essere Made in Italy non giustifica qualsiasi costo a prescindere. Ipotizzare, quindi, adeguati investimenti per portare in Italia una produzione di snack a base di carne bovina è un tema molto interessante. Anche perché passare da un consumo di snack non particolarmente sani a snack sani e proteici sarebbe un salto di qualità notevole per il settore, con risvolti positivi anche per la salute pubblica. Faccio un esempio personale: come Rigamonti abbiamo messo in commercio un salamino alla bresaola dove la parte grassa è composta dall’olio di oliva, con valori nutrizionali interessanti e in grado di intercettare i consumi delle nuove generazioni”.
Come procede con la costruzione del nuovo stabilimento a Montagna in Valtellina?
“Abbiamo avuto qualche rallentamento, ma ultimamente il commissario per i lavori delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina ha dichiarato che non ci sono conflitti tra il nostro futuro stabilimento ed il potenziamento della tangenziale che verrà ampliata in occasione dell’evento del 2024. Per spiegarle, però, la genesi del progetto: l’ipotesi della costruzione di un nuovo stabilimento è nata nel 2018, in modo da unire due stabilimenti nei quali siamo tuttora e che sono in affitto. Nello stesso periodo abbiamo pensato di investire in uno stabilimento per la lavorazione dei salami negli Stati Uniti. Bene, negli Usa abbiamo inaugurato la scorsa primavera, a Montagna siamo ancora fermi, servirebbe a livello nazionale un meccanismo che identifichi qualche strumento di facilitazione burocratica per quei progetti ritenuti interessanti sul piano degli investimenti, occupazionale eccetera”.
Due anni fa Rigamonti si prefiggeva l’obiettivo di raddoppiare il fatturato nell’arco di due anni. Il 2022 è stato un anno molto particolare a livello internazionale. Siete in linea con gli obiettivi?
“Fondamentalmente lo abbiamo fatto, anche se il discorso era più complesso e il messaggio era che vogliamo essere sempre più un attore importante della salumeria italiana. Comunque, dicevamo che dai 130 milioni di fatturato dovevamo raddoppiare, abbiamo chiuso il 2022 a 300 milioni. Abbiamo intenzione di affiancare alla bresaola altri marchi per costituire un polo della salumeria. Col marchio Principe abbiamo brandizzato la fabbrica che produce salumeria all’italiana negli Usa ed importa ed affetta prodotti Italiani ed è intenzione di Jbs investire per farlo diventare un marchio sempre più globale. Abbiamo obiettivi di espansione anche in altri paesi del mondo, dall’Australia al Sud America al Regno Unito. Vogliamo crescere e raddoppiare ancora e, nell’ottica di Jbs, puntiamo ad essere leader in tutto il settore delle proteine, dal bovino, al pollo e al suino, ma anche con il marchio Vivera in Olanda nel segmento delle proteine vegetali. Il nostro obiettivo è essere una delle principali piattaforme perché in futuro il consumo di proteine aumenterà”.
Cosa ne pensa delle proteine sintetiche?
“Siamo inseriti nel mondo di Filiera Italia e non riteniamo che nel nostro Paese ci sia spazio o interesse per le proteine sintetiche e come Rigamonti ci siamo impegnati a non investire. In Italia abbiamo una biodiversità e una ricchezza in tutti i territori, che deve essere difesa e valorizzata.
Bisogna distinguere tra ricerca, commercio e lobby
Come gruppo Jbs abbiamo invece investito nella start up spagnola Biotech, che fa ricerca sulle proteine da laboratorio e, personalmente, credo che una ricerca seria nel settore debba essere portata avanti. Distinguerei però in maniera seria quello che è ricerca, che non si può fermare, da quello che è commercio o lobby, che decidono di farci mangiare un cibo deciso da pochi. Non dobbiamo essere sotto attacco di attori che ci costringono a mangiare ciò che vogliono loro. Dobbiamo evitare che si sviluppino monopoli nei settori della genetica o delle sementi”.
Lei è presidente di Principe e King’s Prosciutti, marchi storici della salumeria di qualità. Come sta andando il settore dei prosciutti San Daniele Dop? Quali sono i punti di forza della suinicoltura italiana?
“Quello del Prosciutto di San Daniele è uno dei consorzi che sta lavorando meglio, a mio parere, visto che mostra andamenti costanti con una leggera crescita tutti gli anni. Ci sono spazi di miglioramento soprattutto come export e nel segmento del pre-affettato. Credo che la struttura possa essere di esempio anche agli altri consorzi, visto che stanno tutti compiendo un ottimo lavoro. Fra gli obiettivi, si sta ragionando sulla sostenibilità ambientale della filiera. Sul piano del mercato, siamo tutti curiosi di vedere quale sarà la reazione del mercato con cosce messe a stagionare a 6 euro al chilogrammo. Sarà un banco di prova”.
Che cosa la filiera della carne bovina può prendere ad esempio dal segmento della carne suina o viceversa?
“Dal punto di vista pratico la filiera dei suini ha avuto l’obbligo di lavorare insieme, seppure non sempre i meccanismi dell’interprofessione funzionino perfettamente, mentre nella filiera dei bovini no. Dobbiamo imparare dagli errori della filiera suina. Uno dei temi da affrontare riguarda il mercato: dobbiamo smettere di guardare settimana per settimana e ragionare su un tempo più lungo. Serve rassicurazione alla filiera, per pianificare strategie di medio e lungo periodo con fiducia”.
Nel 2026 sono in programma le Olimpiadi invernali “Milano-Cortina”. È un’occasione per il food?
Far arrivare i nostri prodotti in Asia
“Sono presidente del Distretto agroalimentare di qualità della Valtellina, che comprende fra i propri prodotti bresaola, formaggi, vino, pizzoccheri e mele e stiamo negoziando la sponsorizzazione con la fondazione Mi-Co dell’Olimpiade Milano-Cortina. Sarà una bellissima vetrina, perché chi viene per le Olimpiadi quasi sicuramente si fermerà per visitare l’Italia. Dovremo fare in modo non solo di offrire i nostri prodotti e di mostrare le bellezze dell’Italia, ma fare in modo, visto che molti visitatori saranno asiatici, che i nostri prodotti poi possano andare in Asia, stringendo accordi e partnership. Dobbiamo fare sistema e la Regione Lombardia sta già operado per creare occasioni di contatto”.
Lei è vicepresidente di Assocarni con delega al Commercio estero. Quali progetti ha sul fronte dell’internazionalizzazione?
“Cominciamo ora a guardare i numeri, che è fondamentale prima di fare proclami. Però non possiamo non sapere che ci sono tagli che in Italia non si consumano e che all’estero possono trovare canali di sbocco interessanti. Dobbiamo fare in modo che ci sia una crescita organica delle produzioni interne e avere capacità di investimenti, perché in Italia c’è spazio per crescere e, di conseguenza, ci sono potenzialità interessanti anche per l’estero”.
Può spiegare quali saranno i vantaggi della nuova realtà costituita in Confindustria e che abbraccia Assalzoo, Italmopa e Assocarni?
“La struttura nasce per rispondere ad esigenze connesse al rinnovo del contratto di lavoro e al fatto che la rappresentanza di Federalimentare ha mostrato nell’ultimo rinnovo di non essere più rappresentativa dell’intero settore agroalimentare. Unionfood sta prendendo sempre più piede e rappresenta una serie di imprese dove il costo del lavoro non è così importante come lo è nelle filiere delle carni. Con l’ultimo contratto di lavoro abbiamo assistito a una fuga in avanti di Unionfood, che aveva sottoscritto un accordo che ancora non era stato ratificato da tutte le associazioni, che hanno avuto reazioni contrarie. Assica ha accettato di ratificare il contratto di Unionfood, precisando che avrebbe puntato, dalla volta successiva, a sottoscrivere un accordo di filiera con altre modalità. Il tema è molto semplice: in filiere molto automatizzate ci sono problemi diversi rispetto ad altre con esigenze diverse.
Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto nazionale, che scade nel 2023. Il quadro è, in estrema sintesi, il seguente: Federalimentare ha manifestato la sua incapacità di gestire tutto il settore, Unionfood ha interesse a portare avanti un discorso con realtà omologhe, mentre le filiere di prima trasformazione hanno la necessità di muoversi diversamente ed è prevalentemente per questo motivo che Assalzoo, Italmopa e Assocarni si sono aggregate col beneplacito di Confindustria, dichiarando la nuova associazione aperta anche ad altre realtà con caratteristiche simili.
Assica guarda con interesse a questa iniziativa, per il momento non ha deciso di aderire e si esprimerà la nuova presidenza di Pietro D’Angeli”.
Lei è anche vicepresidente di Assica. Come giudica questa fase di mercato?
L’incognita vera sono i consumi
“L’incognita vera è quella relativa ai consumi e sia la distribuzione che l’industria guardano con preoccupazione il calo quantitativo. A noi interessa lavorare chili di prodotto, non solo incassare euro. Oggi ci troviamo in una situazione particolarmente critica, i consumi cominciano a calare in maniera vistosa, un cavallo di battaglia della nuova squadra di Assica è ragionare ritoccando l’Iva, abbassandola al 4% come è applicata oggi nel comparto dei formaggi o dell’ortofrutta. Potrebbe essere un primo punto di partenza per non perdere altre quote di consumo. Bisognerà anche trovare altri sistemi per avvicinare i consumatori a prodotti che si permettono meno frequentemente perché costano cari”.
Uno degli elementi di frizione all’interno della filiera riguarda il bollettino settimanale.
“Sì. Il tema non può essere semplificato, vale la pena che le parti trovino una quadra. Siamo ottimi produttori e ottimi trasformatori, ma è bene sottolineare che non esiste un’industria di trasformazione senza una filiera nazionale efficiente e coesa alle spalle, per cui un’intesa deve essere per forza trovata. Deve essere definito un nuovo modello di sistema, coinvolgendo tutti gli attori, dagli allevatori alla Gdo”.
Che cosa non funziona, oggi?
“È facile: il sistema così come è concepito oggi porta ad avere degli squilibri che si ripetono con ciclicità. Chi si trova a godere di un mercato positivo non si preoccupa che sia una ruota. La situazione attuale è oggettivamente difficile. Il bollettino non ha una pianificazione di lungo periodo, mentre forse andrebbe tenuto con una banda di oscillazione limitata e inserito all’interno di un piano di pianificazione triennale o quadriennale.
Siamo preoccupati perché con i prezzi così alti delle quotazioni delle carni suine non si stanno facendo investimenti nell’industria e, paradossalmente, non li stanno facendo nemmeno gli allevamenti con il prezzo del suino che si mantiene elevato. Ma senza la serenità del mercato e senza gli investimenti avremo una filiera sempre più povera, nonostante si realizzino prodotti eccellenti.
Serve quindi un meccanismo che consenta di avere oscillazioni, ma senza esasperare le situazioni. I prezzi alle stelle non fanno bene, rischiano di deprimere i consumi. Nell’ultimo anno la bresaola, superando certi prezzi, ha subito un calo delle vendite a doppia cifra. Lo stesso si sta verificando con il Prosciutto di Parma, la Germania sta diminuendo le importazioni, rischiamo ripercussioni negative”.
I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.
Presidente Alessandro Utini, come
definirebbe l’attuale situazione di mercato?
“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.
Il prezzo della coscia è particolarmente
elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo
sia per le imprese che per il consumatore?
“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta
fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia
prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un
adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo
importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un
contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una
flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in
gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo
periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali
abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento
strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia
che regola domanda e offerta”.
Molti settori stanno vivendo una fase di
incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di
Parma?
Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale
“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.
La produzione di Prosciutto di Parma è in
flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul
mercato della minore produzione?
“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.
L’export è una delle strade obbligate.
Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di
incrementare le performance?
Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export
“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.
Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist?
Che risultato vi stanno dando queste figure?
“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.
Quando si parla di Prosciutto di Parma,
quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È
necessaria una segmentazione del prodotto?
“Prendere in considerazione le
caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più
complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro
interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia,
Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con
mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari
e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende
che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno
un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il
Parma”.
Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?
“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.
La suinicoltura italiana dovrebbe forse
immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli
altri tagli. Che suggerimenti ha?
“Pur ritenendo indispensabile un’azione
volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta
iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che,
per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione
del Prosciutto di Parma”.
Dall’interprofessione al ruolo dei Consorzi, passando per la vocazione all’export della salumeria italiana alla sostenibilità ambientale. Il presidente di Assica, l’Associazione degli industriali delle carni suine, Ruggero Lenti, parla a tutto tondo in questa intervista rilasciata a Teseo.
Presidente Lenti, la
situazione della filiera suinicola è oggettivamente complicata. Come se ne
esce?
“Oggi è più che mai necessario trovare
un punto di equilibrio del sistema. Come se ne esce? Sicuramente superando le
logiche del passato per le quali la crescita di un segmento poteva essere
ottenuta solo a scapito della prosperità di altri anelli della filiera. È
arrivato il momento che la filiera non sia solo una parola ma condivisione
vera. Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere
della filiera stessa”.
Altre volte, in passato, sono
stati organizzati tavoli di filiera. È necessario convocare un nuovo tavolo?
Quali dovrebbero essere gli attori e quali le finalità?
Un progetto di filiera che tenga conto del consumatore
“Più che organizzare un tavolo di filiera come quelli che sono stati fatti fino ad oggi, vedo più efficace lavorare ad un progetto pilota che metta allo stesso tavolo tutti i componenti della filiera in cui si tenga conto di quello che il consumatore, oltre alle Istituzioni nazionali ed europee, richiede con sempre maggiore chiarezza: non più solo prodotti buoni per il palato, ma anche per l’ambiente e per la società, attenti al benessere animale, con un impatto ambientale minore e migliori sotto il profilo etico e di sostenibilità. Si tratta di un cambio culturale necessario, che può assicurare alle imprese di essere ancora attive sul mercato nel prossimo futuro. È fondamentale inoltre che la filiera sia completa, a partire dai mangimisti e fino alla grande distribuzione, con la necessaria presa si responsabilità da parte di ognuno dei componenti”.
Che ruolo immagina per i
Consorzi di tutela delle grandi Dop della salumeria italiana, a partire dai
prosciutti di Parma e San Daniele?
“Le produzioni Dop e Igp rappresentano
un’importante chiave per lo sviluppo del settore in Italia e all’estero. I
Consorzi che ne raggruppano i produttori sono un riferimento fondamentale per
la crescita delle produzioni che rappresentano e per la tutela sul mercato
delle stesse. L’esperienza italiana è sempre stata all’avanguardia in questo ambito,
specie nel settore dei salumi. É ora di costruire un nuovo slancio per i
Consorzi, favorendo l’ammodernamento della loro disciplina e delle funzioni
loro riconosciute dalla normativa comunitaria, ampliandone l’ambito di azione e
contribuendo a un loro ruolo più centrale nella tutela legale e commerciale
delle produzioni”.
Come sostenere l’export del
settore?
“Con circa 20 milioni di euro
persi ogni mese da gennaio 2022 per mancato export verso Oriente a causa della
PSA sul territorio continentale, è importante contribuire alla ripartenza
dell’export di carni suine e salumi. Per esportare, le aziende della salumeria
devono spesso investire in strutture e stabilimenti dedicati per soddisfare i
requisiti di abilitazione dei Paesi Terzi, spesso più stringenti delle norme Ue.
Bisogna chiedere alle Istituzioni di sostenere tali investimenti che sono
fondamentali per imprimere slancio all’export di salumi nazionali”.
Come pensa si possa
valorizzare i tagli di carne fresca del suino italiano?
“Da una recente indagine del
Censis il 96,5% degli italiani consuma diverse tipologie di carni che considera
alimenti parte della dieta mediterranea (Rapporto Censis, Assica-Unaitalia). La
carne suina rappresenta, insieme ad altre tipologie di carni, uno dei pilastri
identitari del posizionamento delle insegne sia nella parte cosiddetta tal
quale (il fresco) sia per la parte lavorata/ricettata.
La filiera deve raccontarsi di più
Ma se sulle carni bovine e
avicole c’è stata un’evoluzione di comunicazione e di branding in questi anni –
situazione che ha reso possibile delle narrazioni più articolate – sulla carne suina
si è fatto molto meno. Dalle interviste di una ricerca presentata nell’ambito
del progetto “Eat Pink” emerge che la grande distribuzione chiede ai produttori
e agli allevatori di promuoversi di più e fare sistema. La filiera deve
raccontarsi di più e affrontare meglio la sostenibilità e l’innovazione. Se le
vendite di carne di suino, specialmente il taglio fresco, che è ancora la quota
maggioritaria, sono piuttosto statiche, dall’altro i nuovi stili e abitudini di
consumo che si stanno consolidando, come il barbecue, sono i nuovi driver.
Opportunità arrivano poi dalla crescita del mercato del ready-to-cook e
ready-to- eat, opzioni sospinte dalla crescita dei costi energetici”.
Il modello spagnolo può essere
per qualche aspetto imitato anche in Italia?
“Non credo. La produzione di
carne suina in Spagna è molto elevata e destinata in larga parte all’export tal
quale, situazione non replicabile in Italia. Per quanto riguarda i salumi, non
dimentichiamoci che noi esportiamo di più e con una maggiore varietà. Un buon
lavoro fatto in Spagna riguarda invece l’interprofessione: la hanno costituita
da anni e lavora molto bene in ambito promozionale, facendo pagare poco a tutti
i numerosi produttori, dagli allevatori alle aziende”.
La peste suina costituisce una
spada di Damocle. Le Regioni stanno sostenendo gli investimenti per la
protezione degli allevamenti. Pensa che in chiave di filiera possa essere
previsto uno specifico aiuto da tutti i player per arginare il fenomeno?
“È necessario un cambio di passo
nelle attività per l’eradicazione della malattia, che ci sta penalizzando
fortemente in ambito export. Il Commissario straordinario sta facendo un ottimo
lavoro, ma deve essere messo in condizioni di lavorare di più e meglio
attraverso un’adeguata dotazione finanziaria, che fino a ora è mancata. Non
possiamo permetterci di distruggere anni di lavoro per portare i nostri
prodotti nelle tavole di tutto il mondo”.
Più attenzione alla sostenibilità, anche sociale
Pensa che nei prossimi anni
cambierà la suinicoltura in Italia? In quale direzione?
“Credo che assisteremo a una
svolta in tempi brevi verso una maggiore attenzione ai contenuti dei prodotti
da parte dei consumatori. Soprattutto in tema di sostenibilità ambientale, ma
anche sociale. La revisione della legislazione unionale sul benessere animale è
iniziata e sarà certamente un punto di svolta”.
Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini
“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.
Il percorso di crescita in Italia
e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini:
Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale,
parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati
al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a
livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che
occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.
Siete leader in Italia nel
segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura
di prosciutti Dop?
“Per il momento non è nei nostri
piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a
Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione.
Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre,
sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione
delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo
investito in Spagna oltre 150 milioni”.
Qual è la vostra quota di
export?
“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e
il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero
e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo
in tutto il mondo”.
Il made in Italy è un valore
aggiunto?
“Sicuramente. È un maiale diverso
rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per
la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata
invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha
grandi potenzialità per l’export”.
Avete avuto ripercussioni con
la peste suina africana?
“Sì. Nelle due strutture di macellazione
in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un
rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato
nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta
infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari
giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso
l’85% dell’export extra Ue”.
In quale direzione investirete
in futuro?
Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle
“Nei prossimi anni pensiamo a
sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando
allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa
ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.
Dall’inizio dell’anno a oggi,
che fase stanno attraversando i macelli?
“Diciamo che siamo alle prese con
una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è
manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito
tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui
listini.
Anche l’aumento dei costi di produzione
sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.
Come cercate di riassorbire i
maggiori costi di produzione?
“Abbiamo cercato di portare
avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di
limitare al minimo tutti gli sprechi”.
L’aumento dei costi produttivi
ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?
“No, assolutamente”.
Che investimenti avete fatto
nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?
“Negli ultimi due anni abbiamo
portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione
dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha
portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre,
quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe,
dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro
concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.
Come mai la scelta di chiudere
la filiera?
“Quando lavori occupando solo un
segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di
mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come
abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di
fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che
in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se
invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il
rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire
le anomalie di mercato”.
I consumatori sono sempre più
attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto
ambientale?
Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale
“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.
Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.
Il minore potere di acquisto delle
famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale
direzione?
“Da alcuni mesi la situazione
delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli
aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare
che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un
attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei
prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a
una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.
Talvolta gli allevatori chiedono
ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività.
Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?
Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni
“La cosa migliore da fare sarebbe
convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non
basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di
condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive.
Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire
redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria
per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non
può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una
valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione
dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e
sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.
Come vede il futuro della
suinicoltura?
“Sono ottimista, ma solamente se tutti
i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire
un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle
prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono
in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo
essere lungimiranti e coesi”.
Sulla genetica si sono levate un
po’ di polemiche?
“Il prodotto finale parte dalla
genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna
ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare
la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare
lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più
ampia sul mercato”.
Riassumere la filosofia di vita del professor Francesco Pizzagalli in poche battute è impossibile, così come è complesso sintetizzare una piacevolissima intervista con un filosofo imprenditore che ha talmente tanti concetti e visioni da esprimere che diventa persino spiacevole interrompere il suo flusso di coscienza per porre qualche domanda.
Se dovessimo individuare un messaggio chiave in grado di rappresentare il suo modo di essere imprenditore, forse potremmo azzardare: “Primo, non sprecare”. Un messaggio composito e di assoluta modernità, fondamentale anche per il ruolo che Pizzagalli ricopre come presidente dell’Ivsi, l’Istituto di valorizzazione dei salumi italiani.
“Non sprecare”: il primo messsaggio chiave
Non sprecare innanzitutto in senso materiale, puntare sull’economia circolare, valorizzare il lavoro (il proprio, così come quello degli altri), non perdere mai di vista la visione della sostenibilità economica, sociale, ambientale, investire tempo in un dialogo col consumatore per spiegare il senso della propria attività, ma non sprecare significa anche non perdersi a cercare il superfluo, ma dare valore a un prodotto che esprime un legame con la creatività, la qualità, il territorio.
E così, chi sostiene che la
figura dell’industriale illuminato, attento alla formazione anche culturale dei
dipendenti sia scomparso con Adriano Olivetti, probabilmente non conosce il
professor Francesco Pizzagalli.
Il titolo di professore non è
casuale né tantomeno onorifico, dal momento che per lungo tempo ha insegnato
Filosofia in un Liceo, dedicandosi in parallelo all’azienda di famiglia, oggi
un gruppo societario strutturato in tre realtà: Fumagalli Società agricola, Fumagalli
Spa e Stagionatura Fumagalli. Insieme, fatturano circa 58 milioni di euro e impiegano
circa 150 dipendenti diretti. Poco meno del 20% della forza lavoro è esternalizzato
attraverso cooperative, che operano nelle sedi di Tavernerio (Como), dove ha sede
il macello, e Langhirano (Parma), dove ha sede il prosciuttificio.
“Questa scelta – spiega il professor Pizzagalli – ci garantisce la continuità del rapporto lavorativo. Operano come se fossero dipendenti, con un contratto in linea con quello di categoria per livelli e retribuzione”. E questo è uno degli aspetti che certifica l’attenzione dell’azienda verso la forza lavoro, perché “senza i dipendenti e i lavoratori, non andremmo da nessuna parte”.
E l’attenzione è tale che la Fumagalli cura una propria rivista interna, “dove si parla di tutto, anche di cultura” e coinvolge i lavoratori “per chiedere loro di esprimersi nei percorsi di investimento aziendale, per condividere missione e progetti”.
Le 3 chiavi per l’internazionalizzazione
E così, se “la cosa peggiore è guardare al futuro con gli stessi occhiali del passato”, i pilastri sui quali poggia il gruppo Fumagalli sono ben saldi e indeformabili: “Il benessere animale, l’attenzione ai lavoratori e l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione”. Queste, in sintesi, le fondamenta dell’azienda, che si sono rivelate la chiave per l’internazionalizzazione, tanto che “oggi il fatturato della Fumagalli Spa per il 70% è ottenuto all’estero”.
“Ci è stato più facile vendere all’estero che in Italia, e abbiamo conquistato spazi rilevanti di mercato in Europa e nel Sud Est Asiatico. E questo grazie al disegno di costruire fin dalla fine degli anni Novanta un sistema di filiera, che dal 2008 si è fortemente concentrato a rispettare il benessere animale, ben oltre gli standard di legge”, racconta Pizzagalli.
Un sistema di filiera che rispetta il benessere animale oltre gli standard di legge
Il progetto sull’animal welfare è proseguito così bene che “abbiamo ricevuto premi, riconoscimenti, abbiamo intessuto forti rapporti commerciali nel Nord Europa e, più in generale, all’estero. Il nostro modello è stato lodato persino dall’associazione britannica Onlus Compassion, che si occupa di benessere animale nel mondo anglosassone, e un anno e mezzo fa persino la Commissione Europea ha voluto girare un video per indicare agli allevatori e alla filiera la strada da percorrere”, rivela con orgoglio Pizzagalli.
Il benessere animale si è accompagnato a un’attenzione marcata verso la sostenibilità, puntando sul dialogo, la certificazione, la trasparenza, per diventare una filiera da prendere da esempio.
Le linee guida dell’azienda si
interessano di perseguire la sostenibilità lungo i vari passaggi della filiera,
“dalla genetica dell’animale, che è direttamente nostra, alle scrofaie, dal
magronaggio agli ingrassi, dalla macellazione nella sede di Tavernerio fino al
prosciuttificio, senza dimenticare le linee di confezionamento”.
Il primo bilancio di
sostenibilità compilato dall’azienda risale al 2013, premessa per accelerare
sulla valorizzazione del capitale umano, con una formazione intensificata dei
dipendenti ben oltre gli aspetti di legge, al punto da contribuire – anche grazie
alla rivista bimestrale interna – alla crescita culturale dell’intero sistema
azienda”.
Il terzo pilastro oltre al benessere animale e al capitale umano è rappresentato da innovazione e digitalizzazione. “Così abbiamo operato non solo in direzione dell’ampliamento della capacità produttiva, ma ci siamo mossi anche su innovazione e digitalizzazione, così da mettere tutto il sistema in rete, per facilitare le operazioni di controllo del processo produttivo, in totale trasparenza”.
Trasparenza che significa anche
avere “ogni due settimane visite ispettive”. Una casa di vetro, insomma, a
tutela della propria immagine e per fare del proprio modello di filiera un
punto di forza. “Durante la pandemia – specifica Pizzagalli – quando era
chiaramente più difficile fare controlli dal vivo, abbiamo deciso autonomamente
di installare delle telecamere a cui possono accedere tutti i nostri clienti,
così da controllare cosa accade in tempo reale”.
Niente limiti alla fantasia per incontrare il consumatore
Un’altra parola d’ordine dell’azienda è “diversificare”. Niente limiti alla fantasia, nel rispetto della tradizione e per incontrare le esigenze dei consumatori. Ed ecco che, accanto alla filiera del suino tradizionale, “cinque o sei anni fa abbiamo costruito una linea biologica”.
E per declinare concretamente la sostenibilità ambientale, “dapprima abbiamo lavorato sulle fonti di energia, installando un cogeneratore per produrre energia rinnovabile, poi ci siamo concentrati sul packaging, tanto che sono ormai quattro anni che le nostre confezioni per il 75% sono fatte di carta”. Una crescita sul fronte dell’innovazione che si è rafforzata grazie alla collaborazione con Istituti zooprofilattici, centri di ricerca e Università dal Politecnico di Milano a Veterinaria a Milano.
Allo stesso tempo, “in questi ultimi anni abbiamo lavorato sulla governance e favorito il ricambio generazionale”.
Le sfide all’orizzonte sono molte
e di portata epocale. “In Confindustria faccio parte del gruppo di studio sullo
sviluppo della responsabilità sociale. E credo che inevitabilmente la direzione
sia definita: dobbiamo infatti pensare a un sistema produttivo che abbia una
sua legittimazione sociale; dobbiamo puntare al benessere e superare le
disuguaglianze, rafforzando una cultura aziendale improntata alla
collaborazione e, assolutamente essenziale, dobbiamo avere una capacità di
visione del futuro”. Corollario inscindibile, rafforzare il rapporto con il
territorio e creare valore attraverso l’impegno. “Non è la finanza che fa il
bene dell’azienda, ma è il lavoro”, insiste Pizzagalli.
In tale contesto e in una contingenza attuale che vede la filiera appesantita da più alti costi di gestione (in particolare dopo la crisi in Ucraina), l’obiettivo non è produrre di più, ma produrre meglio. “Aver anticipato i tempi con una forte attenzione al benessere animale – dice – è stato il passe-partout per l’estero, dove il tema è particolarmente sentito dalla catena di distribuzione e dai consumatori, molto più che in Italia, dove l’attenzione al biologico, all’animal welfare e alla sostenibilità sono aspetti più recenti”.
La qualità non dovrà limitarsi al prodotto, ma estendersi anche agli aspetti nutrizionali, per rispondere alle esigenze dei consumatori anche in tema di riduzione dei grassi o rispetto ai conservanti. “Non dobbiamo snaturare il prodotto, ma legarlo sempre di più al territorio, adattando la tradizione e il gusto ai tempi attuali e, allo stesso tempo, imparando a raccontare l’azienda e spiegare il senso di quello che si fa”.
Lo sguardo alla sostenibilità porta
il professor Pizzagalli a parlare di spreco: “Nel 2019 una ricerca del Politecnico
di Milano certificò che quasi il 60% di quello che veniva sprecato, era gettato
via dalle famiglie. Comperiamo di più, è un fatto culturale della società, ma
dobbiamo fare in modo di applicare un modello di consumo più attento e in
questo anche l’innovazione e la digitalizzazione possono aiutare a responsabilizzarci
maggiormente”.
Il mercato dovrà riconoscere ad ogni componente della filiera il giusto valore
Il futuro del comparto, secondo Pizzagalli passa inevitabilmente dalla filiera, “dove il mercato dovrà riconoscere a ciascuna componente la giusta parte del proprio valore, favorendo la redditività e gli investimenti e indicando la via di un modello socialmente responsabile”.
E anche i consorzi di tutela, in quest’ottica, dovranno intervenire per definire strategie di mercato attente ai volumi, alla qualità, all’export, all’equilibrio per valorizzare una produzione che è alla base del Made in Italy di qualità.
Da Socrate a Keynes, passando per i filosofi ottocenteschi, l’importante è avere ben chiaro un messaggio, che il professor Pizzagalli ripete più volte:
“Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce, dobbiamo rimettere al centro il lavoro e il valore della persona e comprendere la direzione della nostra attività, all’interno della società e della filiera”.
Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola
“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.
Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.
Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano
Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti,
un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere
un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa
parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte,
due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.
I maiali allevati in soccida, con
porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in
Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.
Partiamo dalla cronaca. Avete avuto
difficoltà con i trasporti?
“Le risponderei ‘Ni’, perché
indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia
con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha
comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo
pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e,
così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori
veloci”.
Qual è la situazione per i
mangimi?
“È andata meno peggio di quello
che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover
scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con
quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che
in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.
Come definirebbe la fase che
sta attraversando la suinicoltura?
“Una premessa doverosa, perché i
punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta
avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie
valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo
che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del
messaggio.
La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi
Il nostro gruppo industriale ha
scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica
possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori
bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della
filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile
avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di
approvvigionamento”.
A proposito di integrazione di
filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.
“Sì e con quell’operazione ci
siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche
da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello
attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo
difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di
reperibilità di materie prime.
Sono convinta che più la filiera
è completa, più è forte”.
Cosa prevedete per le filiere
suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere
efficaci per restituire competitività?
Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia
“Le dico una cosa che può
sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli
spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui
uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia
e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo
stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo
avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.
Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.
Assenza di squadra tra i vari
anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto
problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.
A casa mia non funziona così. Io ho
in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di
collaborazione con i miei clienti.
Per me il macello è un partner e
con cui confrontarmi per risolvere problematiche.
Ma a volte si sentono frasi
aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.
Lei è una donna. Ritiene che
il settore della suinicoltura sia maschilista?
“Io mi sono sempre trovata
benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e
non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di
assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.
Nel novembre 2020 avete acquistato
un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del
Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?
“Il nostro prosciuttificio ha una
potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque
un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad
ingrandirlo.
Le difficoltà del Prosciutto di Parma
sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le
decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono
sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9
mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche
si immaginano.
Mi spiace riconoscerlo, ma da quando
bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e
chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto
con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.
Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export
Trovo triste che l’unico modo che
in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia
stato quello di sigillare meno prosciutti”.
Soluzione sbagliata?
“Secondo me è una sconfitta commerciale.
L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione
di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate
innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno
risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di
più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.
Ritengo che si possa fare tanto
di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare
20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.
Oggi il prezzo della coscia fresca
per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe
secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase
di stagionatura?
“A questi prezzi posso rispondere
‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza
tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però,
ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la
filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche,
compensa”.
Come mai il prezzo della
coscia è così alto?
“Penso che sia, molto
semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone
aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha
marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse,
però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente,
sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per
la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50
euro al chilo, ma ci siamo vicini.
Ricordo anche che nel 2016-2017,
quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con
numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più
alto”.
Il Mipaaf ha pubblicato nei
giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche
progetto?
“Ci stiamo provando, ma confesso
che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero
semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico
fino al prosciuttificio”.
Come contenere la peste suina
africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?
“Sulla Psa ci sono persone molto
in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani
legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo
che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità
a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non
mi tolgo dalla testa è questa”.
Quale?
“Perché si è lasciato che il cinghiale
proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di
cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre
alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto
parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori
coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.
La genetica suina è al centro
del dibattito. Qual è la sua posizione?
“Abbiamo fatto un grande caos. Quando
gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di
categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a
creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema
ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi,
ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero
dovuto avere più voce in capitolo”.
Quanto pesa la questione ambientale?
“A livello personale, fra auto
elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno
possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza
allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul
settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più
della zootecnia”.
La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una
mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai,
ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi
gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.
Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo
della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti
stellati con il suino?
“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.
Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione
Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.
Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la
pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e
scendono.
“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto
inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e
un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in
alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la
domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.
Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale
conseguenza?
“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.
Dica.
“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I
disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per
l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli
allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono
adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società
senza avere diritto di voto.
Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando
era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in
gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le
decisioni”.
Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?
“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni
Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e
penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al
prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel
loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.
Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?
“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo
visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in
Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.
Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari
degli ultimi mesi?
“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.
Come ha affrontato il benessere animale?
“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non
pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È
però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono
essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in
condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce
senza dare problemi”.
Il futuro della suinicoltura quale sarà?
“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà
ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti.
Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente,
senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in
regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.
Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.
Come si vince la battaglia contro la carne?
Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili
“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho
ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi
variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale
costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al
mese. Allora la carne non entrava in
tutte le famiglie.
Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La
carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento
dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione
sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno
consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture
controllate sotto ogni profilo.
Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma
troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti
scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.
In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.
Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.
Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).
Abbiamo
rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.
Direttore, qual è la forza della
vostra cooperativa?
Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda
“Sono senz’altro le persone. CLAI
fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena
realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e
negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e
cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno
insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo
coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte,
non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.
Come è cambiato il settore
dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?
“Nell’ultimo anno e mezzo il
mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte
in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza
si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono
diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati
in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la
fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta
domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla
vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato
anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei
picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti
di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi
scorsi sono destinate a rimanere”.
Quali sono i principali canali
di vendita di Clai?
“Al momento il maggior canale di
sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36
per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri
canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.
Quali sono stati gli ultimi
investimenti in azienda? E i prossimi?
Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva
“Stiamo investendo molto su diversi
fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento
degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e
sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di
costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di
produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a
disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo
bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel
prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda
ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.
Qual è il valore della filiera
italiana?
Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali
“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.