Gli allevatori italiani sono rappresentati in FIL?
2 Maggio 2017

di Luciano Negri, presidente del comitato italiano FIL-IDF (Federazione Internazionale di Latteria)

Fondata nel 1903, la FIL-IDF è un’organizzazione privata no-profit con sede a Bruxelles che rappresenta gli interessi di quanti sono attivi a livello internazionale nel contesto lattiero caseario.

La FIL è un’autorità internazionale riconosciuta che contribuisce attivamente allo sviluppo di standard su base scientifica per il settore lattiero-caseario. Esperti nei vari settori operano in diverse aree di lavoro con l’obiettivo di migliorare le conoscenze della filiera e gli impatti sugli aspetti economici, sanitari, ambientali, sociali. Come organizzazione di punta del settore lattiero-caseario mondiale, la FIL opera per individuare e validare normative e pratiche produttive corrette.

Dal 2016 Judith Bryans, Chief Executive di Dairy UK, è stata eletta Presidente della Federazione, sostituendo Jeremy Hill di Fonterra, che era presidente dal 2012. Alla FIL aderiscono 75 paesi che rappresentano più del 75% della produzione mondiale di latte. Vi operano circa 1200 esperti attivi in 9 aree di lavoro: salute e benessere animale, scienza e tecnologia casearia, economia, marketing e politiche economiche, ambiente, gestione delle aziende agricole, standard alimentari, igiene e sicurezza alimentare, metodi di analisi e campionamento, nutrizione e salute. Grazie al loro lavoro, la FIL è divenuta la fonte principale di competenze scientifiche e tecniche per tutti gli stakeholder della filiera lattiero-casearia a livello mondiale, e rappresenta l’interlocutore tecnico privilegiato delle organizzazioni intergovernative, FAO ed OMS.

FIL-IDF: Aree di lavoro

Il Comitato Italiano è composto da 43 soci appartenenti a 4 aree: produzione del latte, trasformazione e commercializzazione del latte e dei suoi derivati, Scienza e Ricerca e infine Tecnica. I soci appartengono per la metà al settore della trasformazione mentre il settore scientifico/accademico rappresenta circa un quarto della compagine societaria.

Il settore lattiero italiano ha una concezione parziale del ruolo della FIL-IDF. Spesso infatti, la Federazione viene identificata unicamente come un luogo in cui discutere e definire norme scientifiche. La sfida per il Comitato Italiano è quella di portare i temi cari alle nostre imprese e al mondo lattiero nazionale all’attenzione della comunità internazionale ma questo si può fare solamente se si comprende appieno il valore dell’organizzazione nel suo complesso e le straordinarie potenzialità che questa racchiude.

A livello globale ma anche nazionale, si assiste ad una crescente attenzione nei confronti della salute e di tutto quanto può portare al benessere personale, della salvaguardia dell’ambiente e del benessere animale per cui è logico pensare che è necessario investire in queste aree per rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti ed esigenti. È altrettanto chiaro che se queste necessità non vengono avvertite dalle imprese, non può nascere l’esigenza di adattare la propria proposta commerciale e quindi la propria organizzazione al nuovo contesto, per cui viene meno anche il dialogo con la ricerca in senso lato.

Tutto quindi deve partire creando la consapevolezza della “distanza” ovvero del percorso, di conoscenza e di azioni, da intraprendere per intercettare i bisogni del consumatore odierno.

  • La FIL-IDF è la più importante organizzazione mondiale del settore lattiero caseario.
  • Buona parte delle decisioni assunte a livello planetario nel nostro settore dipendono da studi e lavori effettuati in ambito FIL.
  • L’autorevolezza della FIL permette al settore di essere in continuo dialogo con le ONG più influenti a livello globale.
  • La FIL Italia non gioca il ruolo che dovrebbe a causa di una scarsa conoscenza delle potenzialità dell’organizzazione.
  • All’interno della FIL Italia la rappresentanza allevatoriale è poco presente.
  • L’Italia, nonostante  le eccellenze indiscusse, non ha ancora una posizione comune da sostenere a livello internazionale.
  • Una partecipazione italiana attiva potrebbe portare il nostro paese ad incidere sulle grandi decisioni che determinano le prospettiva del settore lattiero-caseario mondiale. 

Il consumatore percepisce la migliore qualità
1 Febbraio 2017

Giovanni Bianconi
Sommacampagna, Verona – ITALIA

L’allevatore Giovanni Bianconi

Azienda Agricola Bianconi Giuseppe & Figli.
Capi allevati: 100.
Ettari coltivati 30.
Destinazione del latte: Centro Latte Verona.

Nonostante una passione per l’arte che si trascina dai tempi del Liceo artistico (all’epoca Istituto d’arte) e poi degli studi in Architettura, Giovanni Bianconi di tempo libero non ne ha. La mostra su Picasso a Palazzo Forti, a Verona, non l’ha ancora vista. Gli consigliamo di prendersi lo spazio. Che in effetti è limitatissimo.

“Siamo io e mio figlio Marco, che ha 36 anni e una passione sfrenata per l’allevamento, a condurre l’azienda. Non abbiamo dipendenti e l’impegno richiesto è molto”, dice Bianconi.

L’azienda è a Sommacampagna (Verona) con 100 capi fra mungitura e rimonta; a fare da corollario ci sono 30 ettari coltivati a seminativo e prati foraggeri. La produzione del latte nel 2016 è stata sui 120 quintali per capo/anno. La materia prima è conferita al Centro Latte Verona, di cui Giovanni Bianconi è presidente. La cooperativa veronese a sua volta è socia della Latteria Sociale Mantova.

Il Centro Latte Verona è una realtà con circa 160 aziende associate, in crescita rispetto al 2016, il 65-70% situate in Lessinia. La produzione annua è intorno ai 62 milioni di litri/anno. Lo scorso anno si sono inventato il marchio “Latte Verona”, che sta andando bene e promuove il prodotto locale identitario sul territorio.

Presidente Bianconi, come sta andando il progetto?

“Bene. È in continua crescita. Con Latte Verona parliamo di un marchio locale, distribuito però in tutte le più importanti catene di distribuzione. Siamo presenti da Migros, Rossetto, Conad, Despar, Esselunga, Famila, Auchan, Pam”.

Che prezzi avete?

“Sul latte fresco siamo a 1,40 euro al litro, mentre a 1,10 e 1,15 euro al litro per il latte a lunga conservazione scremato e intero. Parliamo di latte di montagna della Lessinia, di ottima qualità, riconosciuta e ricercata dai consumatori. Stiamo avendo molte soddisfazioni e non abbiamo intenzione di abbassare i prezzi. Poi abbiamo fra i prodotti anche il latte UHT a lunga conversazione, intero e parzialmente scremato, e yogurt, intero e magro, bianco e al gusto di albicocca, banana, caffè, fragola e cereali”.

Avete intenzione di aumentare i volumi?

“L’intenzione è quella, in effetti. Siamo partiti da zero, ma ci stanno conoscendo sul territorio. Puntiamo anche ad ampliare la gamma delle produzioni e proporre burro, ricotta, mozzarella”.

La lavorazione e il packaging sono affidati alla Centrale del Latte di Vicenza. Siete contenti?

“Sì. Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. Vicenza è una centrale all’avanguardia, ha macchinari che valorizzano il nostro latte e siamo soddisfatti”.

L’innovazione è importante, par di capire.

“Moltissimo. Se con una macchina all’avanguardia la pastorizzazione del latte dura meno, si preserva maggiormente la qualità e il consumatore lo percepisce. Ed è stato grazie a questo meccanismo, in cui ogni anello della filiera si adopera per migliorare la qualità, che il consumatore sta ricercando il Latte Verona”.

Quali sono stati gli aspetti più complessi del progetto?

“Ci siamo ritrovati catapultati in un mondo nuovo, a noi totalmente sconosciuto, che è quello della grande distribuzione organizzata. L’impatto con questi signori, che hanno il potere assoluto sugli acquisti, è stato duro. Questo ci ha fatto capire perché l’agricoltura è in queste condizioni: decidono quello che vogliono e le conseguenze le pagano i produttori”.

Siete presenti anche nei negozi o solo nella Do?

“Il marchio Latte Verona è presente anche nei bar, panetterie, pasticcerie, è un lavoro di distribuzione capillare”.

Distribuite direttamente voi?

“No. L’accordo che abbiamo sottoscritto con la Centrale del Latte di Vicenza è molto semplice: noi conferiamo il latte e la Centrale del Latte di Vicenza impacchetta e distribuisce”.

I contratti con la Gdo?

“Contatti e contratti li abbiamo invece gestiti personalmente”.

Parlando di mercato, qual è la situazione?

“Siamo soci alla Sociale di Mantova e faremo il bilancio 2016 con loro. I contratti che abbiamo sottoscritto sono comunque abbastanza buoni”.

Come giudica l’inserimento del Grana Padano nei parametri legati all’indicizzazione del prezzo?

“Lo ritengo positivo. La previsione di quel parametro è fondamentale per valorizzare il prodotto secondo l’indirizzo del territorio. Inoltre, l’inserimento dei valori del Grana Padano Dop ci porta ad alzare la media delle quotazioni”.

Ipotizza che possano innescarsi tendenze speculative ribassiste per determinare una riduzione del prezzo nel contratto che subentrerà per il periodo successivo al 30 aprile?

“Fare previsioni è sempre azzardato. Interpretata così mi verrebbe da rispondere che potrebbe anche essere così: le produzioni sono in crescita e devono essere collocate sul mercato, ma è altrettanto vero che i prezzi sono buoni e la tendenza del mercato dovrebbe mantenersi stabilmente positiva o, addirittura, segnare un incremento. Non mi risulta, poi, che siano state sforate da parte dei caseifici le quote di produzione, perché il prezzo positivo degli ultimi mesi del 2016 ha portato a vendere il latte o per il consumo alimentare o per altri prodotti freschi. E c’è un altro fattore che mi fa ipotizzare che anche dopo il 30 aprile il prezzo non subirà flessioni significative”.

Quale?

“Gli industriali stanno pagando il latte al litro 40-41 centesimi alla stalla e alcuni grandi realtà hanno cominciato ad assicurare questi prezzi già da ottobre. Avendo pagato simili cifre la materia prima, non penso abbiano molto interesse a buttare giù il prezzo del Grana Padano. Immagino che per loro non sia conveniente”.

In un frangente in cui è dal 2000 che i redditi in agricoltura non sono più come prima, cosa ha spinto suo figlio a fare l’allevatore?

“Una passione sfrenata e di questo sono contento. È dai tempi di mio nonno che avevamo la coltivazione di alberi da frutto e le vacche, che d’estate portavamo in alpeggio. Mio figlio Marco si interessa di genetica, della crescita degli animali, del miglioramento della produzione e della qualità. Ma sono consapevole che è un lavoro duro. Senza dipendenti lavoriamo 365 giorni all’anno”.

Nelle fotografie, CLAL incontra Produttori del Centro Latte Verona Soc.Coop e dirigenti di Centrale del Latte di Vicenza s.p.a. in Lessinia – Malga Spazzacamina, Agosto 2016.

Tecnologia in stalla per ampliare i margini
19 Gennaio 2017

L’apporto tecnologico rappresenta un elemento chiave per una produzione al passo coi tempi. Il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia produttiva, con la riduzione dei costi e l’incremento dei margini, dipende sempre più dall’applicazione di tecnologie diversificate e sofisticate.

Ne è un esempio una cooperativa del Vermont, stato settentrionale USA, la quale trasmetterà ai propri conferenti informazioni riguardo alla composizione degli acidi grassi del latte prodotto, per migliorarne i contenuti e dunque qualità e prezzo. Data la correlazione fra grasso del latte e pratiche di gestione aziendale, il dato diventa utile agli allevatori per affinare il modo in cui alimentano e gestiscono gli animali, con riflessi positivi anche sul contenuto proteico, aumentando le rese. Attraverso la collaborazione dell’università del Vermont, la cooperativa statunitense ha attivato un programma per la formazione degli allevatori in modo da trasmettere le pratiche più adeguate per la gestione del loro bestiame, interpretare i dati analitici e migliorare la performance in modo da trarre il massimo margine dal latte prodotto.

Dato che a maggiori contenuti di grasso e proteine si accompagna un prezzo più alto del latte, gli allevatori sono alla continua ricerca di azioni per migliorare tali parametri, mantenendo nel contempo le vacche in buono stato di salute. Si tratta dunque di avere a disposizione una serie continua di dati che la tecnologia mette a disposizione, da elaborare ed interpretare rapportandoli ad ogni realtà aziendale.

La differenza fra ricavi e costi nella produzione di latte si va sempre più assottigliando e dunque diventa essenziale poter compiere le scelte gestionali più appropriate.

Le nuove tecnologie offrono questa possibilità: bisogna conoscerle ed interpretarle.

Progetto S/STEMA STALLA: confronta le tue performance con altri allevatori!

Fonte: Vermontbiz

Stimare l’incertezza per poter decidere
30 Dicembre 2016

Quando si tratta di prevedere un avvenimento futuro, ad esempio il tempo che farà o l’andamento della produzione, esiste sempre un margine di imponderatezza. Anche quando tutto lascia supporre che accada quanto prevediamo, interviene quasi sempre un elemento di incertezza sull’accaduto o su quanto atteso. Se riusciamo però a tener conto di tale margine di incertezza, a stimarlo, siamo spesso in grado di assumere decisioni migliori e più adeguate a quanto potrebbe accadere.

Un esempio di questo sono le previsioni del tempo. I meteorologi fanno le loro previsioni esaminando le immagini dei satelliti in modo da avere elementi certi di giudizio, e raramente sbagliano: però le loro indicazioni non sono mai sicure al 100%. Per questo parlano di ‘forti probabilità’ oppure indicano attraverso percentuali la possibilità che si manifesti l’evento indicato.

La stessa stima vale anche nella valutazione della sicurezza degli alimenti, degli integratori, di un nuovo fitofarmaco, di un chemioterapico, etc. Quando la evidenza è incompleta, i tecnici precisano qual è il margine di incertezza che condiziona le loro conclusioni.

Quindi entra in gioco la ‘valutazione del rischio‘ o di quanto possa essere il margine di incertezza e le conseguenti implicazioni nel processo decisionale. I tecnici indicheranno quale sia la misura prudenziale da prendere, oppure quali siano le diverse possibilità da considerare per gestire l’incertezza ed arrivare al risultato atteso.

Per valutare una previsione meteorologica, diventa importante sapere se la possibilità è del 10%, del 50% oppure del 90%. Questo permette di prendere delle decisioni mirate ed appropriate.

Dunque, nei processi decisionali, l’aspetto cruciale è l’informazione.
Questa non sarà mai assoluta, ma deve essere chiara e trasparente al fine di permettere all’operatore di decidere nel miglior modo possibile.

Strumenti per migliorare l’efficienza dei costi alimentari su TESEO.clal.it

Fonte: EFSA

Il fondamento etico della sostenibilità
22 Novembre 2016

Il concetto di sostenibilità come elemento che unisce economia, ambiente e società si è progressivamente fatto strada a partire dagli anni ’70, quando i critici di un modello di sviluppo agricolo basato sulla competizione maltusiana fra la crescita della produzione e quella della popolazione, iniziarono a studiarne gli effetti.

Alla fine degli anni ’80, un documento dell’ONU evidenziò le possibili tensioni fra lo sviluppo economico e la qualità ambientale, arrivando al concetto di “sviluppo sostenibile”: sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni attuali senza compromettere le possibilità di quelle future. Di conseguenza, l’impatto delle attività produttive  deve essere visto come l’effetto che l’uso delle risorse naturali ha sulla società e sulla vita delle comunità che la compongono.

Nel nuovo millennio l’interesse scientifico si è spostato sui parametri per misurare la sostenibilità, fattore necessario per verificarne l’impatto su economia, ambiente e società. Detto in altri termini, dopo la rivoluzione industriale, il progresso tecnico e la crescita produttiva, il concetto di “sviluppo” è inserito nello spazio temporale, deve essere duraturo e per questo diventare più identificabile nella attività quotidiana.

Di conseguenza le aziende si sono poste l’obiettivo di ottimizzare le interazioni con l’ambiente ed hanno cominciato ad utilizzare il metodo LCA (valutazione del ciclo di vita – life cycle assessment) come fattore della produzione. Da qui i parametri delle “impronte” di acqua e carbonio (water footprint and carbon footprint) come indice di qualità e sostenibilità spazio-temporale delle imprese.

La necessità di uno sviluppo sostenibile o duraturo, porta ad un processo continuo di innovazione attraverso un approccio collaborativo e multidisciplinare.

Fonte: Nature.com

Sostenibilità su TESEO.clal.it
Sostenibilità su TESEO.clal.it

L’innovazione nei formaggi DOP è possibile? [video]
10 Agosto 2016

Presidenti & Casari 2016: insieme per produrre DOP in modo efficiente

Innovazione e distintività, nuove tecnologie di scrematura, sinergie tra i Consorzi, sono alcuni degli argomenti trattati durante l’incontro “Presidenti & Casari: Insieme per produrre DOP in modo efficiente” tenutosi a Sermide (MN) Venerdì 10 Giugno 2016.

Alla presenza di Presidenti e Casari di alcune latterie produttrici di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, si sono tenute le seguenti relazioni:

Il video introduttivo propone i momenti salienti dell’incontro.

Consulta le presentazioni:

Dr. Riccardo Deserti, Direttore Consorzio Parmigiano Reggiano
01 - Come accrescere la distintività dei formaggi duri D.O.P.
Dr. Riccardo Deserti, Direttore Consorzio Parmigiano Reggiano
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Dr. Dario Casali, Specialista dairy DuPont Danisco
02 - La ricchezza in Grana Padano e Parmigiano Reggiano di minerali buoni per la salute
Dr. Dario Casali, Specialista dairy DuPont Danisco
pdf 1 MB | 1168 clicks
Prof. Germano Mucchetti, Università degli Studi di Parma
03 - L’innovazione nella tecnologia casearia per i formaggi D.O.P. duri italiani
Prof. Germano Mucchetti, Università degli Studi di Parma
pdf 217 KB | 963 clicks
Dr. Stefano Berni, Direttore Consorzio Grana Padano
04 - Caseificio, compatibilità fra la trasformazione del latte in D.O.P. ed altre destinazioni
Dr. Stefano Berni, Direttore Consorzio Grana Padano
pdf 810 KB | 803 clicks

Con l’obiettivo di comunicare la distinitività dei formaggi DOP italiani, CLAL propone una istantanea degli allevamenti e dei caseifici associati ad alcuni Consorzi di Tutela, organizzati per altimetria e forma societaria. La pagina web è raggiungibile cliccando sulla seguente immagine.

Formaggi DOP italiani: Aziende Agricole associate, per altimetria
Formaggi DOP italiani: Aziende Agricole associate, per altimetria

Il futuro è raccontare la filiera del latte
2 Agosto 2016

Piergiovanni Ferrarese
Sorgà, Verona – ITALIA

L'allevatore Piergiovanni Ferrarese
L’allevatore Piergiovanni Ferrarese

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Capi allevati: 300 | 130 in mungitura.
Ettari coltivati: 125.
Destinazione del latte: Latte Alimentare (Scaligera Latte).

“La missione del futuro è parlare del prodotto, raccontare la filiera del latte, promuoverla, sostenere l’accesso al credito e le start up, far conoscere ai consumatori che cosa sta dietro un litro di latte, dalla mangimistica all’alimentazione, dalla produzione alla commercializzazione. Invece gli stessi allevatori sono rimasti fermi a farsi la guerra, mentre montava un ambientalismo estremista, che accusava i produttori di inquinamento. A Bruxelles dobbiamo essere uniti, perché non abbiamo più margini per pagare le guerriglie dei Vietcong del no”.

Ha le idee chiare Piergiovanni Ferrarese, 24 anni, una laurea in Giurisprudenza (“con una tesi sull’aggregazione in agricoltura, ci tengo molto che si sappia”, spinge) e un’azienda di famiglia di 125 ettari in proprietà a Sorgà, nel Veronese, con 300 capi, dei quali 150 in mungitura. Il latte viene venduto alla Scaligera Latte, guidata dallo zio Carlo.

Tra i rappresentanti dell’Anga Veneto di Confagricoltura, recentemente Ferrarese ha conquistato la rappresentanza italiana all’interno del Gruppo latte del Ceja, il Consiglio europeo dei giovani agricoltori.

Quali sono le esigenze dei giovani?

“Da noi una delle principali esigenze, forse la prima per importanza, è l’accesso al credito. Troppe volte le banche rendono impossibile l’accesso al credito e troppo speso si lasciano abbindolare dalle mode del momento, non finanziando magari progetti o start up che non rispecchiano le tendenze in atto. A livello nazionale, poi, scontiamo ritardi che penalizzano ulteriormente il sistema agricolo. Sotto la presidenza dell’amico Matteo Bartolini, il Ceja aveva ottenuto dalla Banca degli investimenti europei (Bei) un canale privilegiato per ottenere finanziamenti agevolati in agricoltura. In alcuni paesi l’operazione ha avuto seguito, in Italia non mi risulta”.

La Pac dà sufficienti risposte? Come si potrebbe migliorare?

“La Pac cerca di dare risposte, ma soffre innanzitutto un problema di burocrazia elefantiaca. Invece, dovrebbe trasformarsi rapidamente in uno strumento di rafforzamento di idee concrete, sostenute da business plan ponderati. Dobbiamo metterci in testa che le risorse disponibili saranno sempre meno, mentre gli sforzi richiesti agli agricoltori saranno più pesanti. Noi giovani agricoltori abbiamo una sola missione: migliorare la qualità delle produzioni, ma per farlo è necessario investire. Allo stesso modo, ritengo siano determinanti gli scambi imprenditoriali, per sostenere la circolazione delle idee e delle esperienze”.

Come giudica il Pacchetto Latte anticrisi approvato nelle scorse settimane a Bruxelles?

“Un ottimo punto di partenza, anche se suddivisi tra gli Stati Membri sono briciole. L’Italia è al 17° posto per risorse disponibili, in rapporto alla quantità di latte prodotta. Per essere finalizzati a sostegno della zootecnia è necessario che tali fondi siano impiegati per finanziare progetti veri e concertati con gli agricoltori. Ma se gli allevatori per ottenere gli aiuti dovranno spendere tempo e denaro per compilare carte, allora si cambi strategia e si finanzino l’approccio al mercato e misure per l’export”.

Molto spesso si parla di export come via prioritaria per la ripresa. Quali sono, dal suo osservatorio, le maggiori difficoltà che il sistema lattiero caseario italiano incontra nella fase di export?

“I punti deboli sono molti. Il primo riguarda l’approccio al mercato. Ci sono paesi che hanno studiato la domanda, altri hanno cercato di imporre l’offerta. Se non si conoscono i mercati internazionali è molto complicato avere successo, non si può più andare allo sbaraglio. I produttori dovrebbero essere più etici, più trasparenti, seguire nella filiera lattiero casearia quanto avvenuto nel mondo del vino, aprendo le cantine ai consumatori. E allora: apriamo le stalle ai visitatori, facendo leva sulla forza del territorio. Un altro elemento riguarda le certificazioni: il bollino non è la salvezza di tutto. Ci siamo affidati sempre e solo alle Dop: credo siano la strada maestra, ma non l’unica. Iniziamo a confrontarci con gli altri paesi e troviamo strategie comuni”.

Qual è la sua opinione sulla Brexit?

“È un campanello d’allarme per disegnare un’Europa agricola totalmente diversa da quella che abbiamo. E l’Italia deve contribuire alla costruzione di una Ue più moderna e al passo con le sfide del mercato e le esigenze dei popoli. Bisogna rimanere uniti, perché il futuro è insieme. Chi parla di ritorno alla lira è fuori dal mondo. Si cammina insieme. E per arrivare a politiche più coese e condivise in agricoltura, forse l’Italia dovrebbe riflettere sul fatto che siamo l’unico paese con 21 Psr”.

Pensa sia più corretta la centralizzazione?

“Se in Italia centralizzare vuol dire fare come Agea, allora no, grazie. La regionalizzazione va bene se le Regioni funzionano. La mia azienda si trova in Veneto e in Lombardia e in entrambe le realtà l’amministrazione risponde ai cittadini. In altre parti del Paese non è così e i Programmi di sviluppo rurale stentano a decollare. Questo è un serio problema per il sistema agricolo nazionale”.

Che fare, dunque?

“La soluzione è forse ragionare per macroregioni, tenendo ben presente che alcune politiche di controllo e di sicurezza debbano essere regolamentate a livello comunitario. Abbiamo bisogno di regole comuni per competere e svilupparci allo stesso livello”.

A cosa si riferisce, in particolare?

“Alla farmaceutica: molto spesso abbiamo a che fare con prodotti vietati in Italia, ma ammessi in altri Stati dell’Ue, come in materia di zootecnia da ingrasso o di tempi di sospensione dei farmaci nella produzione del latte, che in Italia sono di cinque giorni e in altri paesi sono di zero. E poi, dobbiamo armonizzare la burocrazia ed eliminare tutte quelle norme anacronistiche”.

Mi faccia un esempio.

“Pensi alle imposizioni legate alla Bse, che sono divieti e costi in più per l’allevatore”.

Cosa pensa del latte biologico?

“Dire sì o no al biologico è folle. Il biologico è un’ottima alternativa; è una possibilità, visto che il mercato lo richiede. Come giovani agricoltori crediamo che il produttore debba osservare innanzitutto un modus operandi etico, ma allo stesso tempo l’Unione europea deve garantire controlli e regole uguali per tutti gli stati Membri. Demandare regolamenti e certificazioni a livello nazionale non ha senso”.

Parliamo di innovazione: cosa pensa dei robot di mungitura?

“Li sto studiando da diversi anni, con molto interesse. Credo che nei prossimi anni non potremo farne a meno; ma si tratta di una tecnologia che non sostituirà mai il ruolo dell’uomo, al massimo, sarà un alleato dell’allevatore”.

Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.
Azienda Agricola Ferrarese Paolo e Carlo S.s.

Il sapere della campagna, la scuola, l’innovazione [video]
8 Luglio 2016

Zena Roncada - Conoscere (a) Sermide

Parlando di Sermide (MN), la Professoressa Zena Roncada racconta il costante impegno di una piccola ma al contempo grande città italiana verso l’innovazione ed il sociale.

Riportiamo per intero il video del bellissimo discorso introduttivo all’evento “Presidenti & Casari” 2016, nel quale Zena comunica il fermento scaturito dall’unione del sapere “della campagna e della scuola”, e la vitalità culturale della città in cui CLAL è nata e tuttora opera.

Guarda i video highlights dell’incontro cliccando qui.

Di seguito un adattamento scritto dell’intervento, di piacevole lettura.

Conoscere (a) Sermide

Conoscere Sermide oggi, con i suoi 6mila abitanti e qualcosa in più, significa incontrare una realtà che viene da lontano, che ha sulle spalle molta storia e speriamo, davanti a sé, molto futuro.

Sermide esiste da 15 secoli.

Autorevoli fonti ci dicono che è stata feudo imperiale nel medio evo, e poi presidio gonzaghesco con il suo castello di cui l’ultima torre è testimonianza, ha vissuto il Risorgimento, schierandosi contro gli austriaci nel ’48, quando tutta Europa era attraversata dal fermento contro l’assolutismo e da una profonda esigenza di rinnovamento. E’ stata poi incendiata per ritorsione, il 29 luglio 1848 dello stesso anno e, per la sua ribellione, meriterà 50 anni dopo, dal regno d’Italia nato dal risorgimento, la medaglia d’oro sul gonfalone e l’appellativo di città.

Ed è stato dopo l’Unità d’Italia che Sermide ha conosciuto un vigore civile che ha lasciato un segno importante, sia sul piano sociale sia sul piano culturale.

Gli anni dal 1867 al ‘70 segnano tappe fondamentali.

Viene fondata la Società Operaia Maschile di Mutuo Soccorso avente per finalità il reciproco aiuto fra i soci in caso di malattia e il supporto economico ai bisognosi in caso di vecchiaia o di invalidità. Svolgerà la sua attività fino agli anni ’40. E questo certifica la propensione ad un volontariato attivo che è ancora oggi la marca più rilevante della nostra comunità.

Viene istituito un Comizio Agrario volto a perseguire “il miglioramento agrario del paese e diffondervi le pratiche migliori”. E questo indica la vocazione agricola della nostra zona e la volontà di progredire.

Viene fondata una Scuola serale gratuita per adulti finanziata dal Comune e viene creata una Biblioteca Popolare Circolante. E questo accredita un’attenzione precoce alla necessità di imparare, invertendo la rotta dell’analfabetismo.

Anni di fervore in cui pubblico e privato collaborano e l’amministrazione è supportata da un gruppo di professionisti (medico in testa) che si impegnano per il bene comune e anche questo tratto ricorda il nostro presente. Il risultato è nelle cose: l’apertura di quattro asili infantili e stanziamenti a favore delle Scuole Elementari.

Insomma l’amore per il sapere e per il conoscere viene da lontano, coniugato da un lato con il sapere pratico, tutto contadino, dall’altro con l’attaccamento all’idea che la scuola è un bene necessario, che a scuola occorre andare.

Due fonti del sapere, dunque: la campagna e la scuola.

Il mondo agricolo, che ha sempre usato l’orologio del cielo e della natura come bussola in ogni stagione per le attività nei campi, negli orti, nei giardini e per l’allevamento degli animali, ha fissato nella memoria collettiva un sapere incancellabile. L’ha fatto attraverso i proverbi e i riti, i gesti e le formule, spendibili al bisogno come contributo all’essere e al fare.

La scuola ha aperto tante strade, ben percorse dai sermidesi che abbiamo prestato all’insegnamento, alla ricerca, alla scienza, qui e altrove.

La speranza è che adesso i saperi prodotti dalla scuola tornino sempre più frequentemente a dialogare con il mondo del fare, perché producano INNOVAZIONE.

Innovazione è un termine complesso: suggerisce una direzione (in) verso la quale procedere e, insieme, rimarca un’azione che nel suo cuore ha il nuovo (nov), luogo e fine a cui tendere e per cui operare, attivamente.

Innovare significa, dunque, sia un orientamento del pensiero (uno stare dalla parte del nuovo) sia un processo (un andare verso il nuovo, produrlo, costruirlo), entrambi capaci di coniugarsi con la politica, con la tecnologia, con l’economia, con la cultura, sul comune filo del cambiamento.

Nuovo, a sua volta, è quanto è appena nato o ancora non c’è, tutto da inventare, da prefigurare, da sperimentare, da provare: per questo va d’accordo con l’idea di presente e con l’idea di futuro.

E’ dalla botanica, comunque, che giunge la ricarica di senso più fruttuosa.

Nel linguaggio botanico, innovazione è il ramo giovane della pianta e, più propriamente, il germoglio basale delle graminacee, ‘butto’ che nasce proprio alla radice e traduce l’essenza della pianta in un nuovo che ha l’impronta di ‘ieri’ ma trasmette a ‘domani’ la sua vitalità, in un processo di crescita: da vita a vita.

E allora piace pensare che questo sia proprio quello che ha fatto e sta facendo Angelo Rossi (mi auguro sia un modello di esportare): a diretto contatto con le fondamenta del suo sapere, nato dal fare, dalla sua sostanza viva, dalla storia sua e di suo padre, ha fatto germogliare la spinta verso strade ancora non percorse.

Ecco, penso che vivere a Sermide significhi anche questo e possa consentire, magari proprio qui, in questo luogo, l’innesto del nuovo sull’antico Comizio Agrario, verso metodi e strumenti ancora da provare, fra continuità di valori e disponibilità al cambiamento.

L’innovazione, infatti, non è la pars destruens di un processo, ma è apertura consapevole, critica e costruttiva del processo stesso: una forza innovatrice, che contiene in sé il passato “degno di svolgersi e perpetuarsi”, è ricerca che riceve e sviluppa con congruenza il nucleo vitale dell’intero organismo.

Vi auguro una buona, innovativa giornata di lavoro.

Zena Roncada

Gli agricoltori vogliono migliorare le proprie conoscenze
18 Marzo 2016

Questa la conclusione di uno studio condotto in Australia da Rabobank, che dimostra come un terzo degli agricoltori attivi nei vari campi della produzione ritenga indispensabile migliorare le proprie conoscenze.

Ovviamente, risulta sempre più necessario poter contare su consulenze e professionalità specializzate, ma proprio per questo diventa indispensabile che gli agricoltori agiscano in modo proattivo per pianificare il futuro della loro attività in un contesto di crescente complessità.

Migliorare le performance aziendali, comprendere le nuove tecnologie, i meccanismi di gestione finanziaria, la pianificazione produttiva, economica e gestionale in funzione dei mutamenti ambientali e dei mercati, la scelta degli strumenti di marketing e di comunicazione più appropriati, diventano conoscenze sempre più indispensabili per effettuare scelte responsabili.

L’agricoltore deve essere il protagonista del proprio futuro e dunque migliorare la propria formazione per poter adottare in modo responsabile le conoscenze della ricerca.

Notizie dal Mercato Agricolo
I prezzi del Mercato Agricolo, aggiornati ogni settimana sulla home page di TESEO

Fonte: The Weekly Times

Tecnologia e finanza: l’Agricoltura “industriale”
3 Marzo 2016

La separazione fra le attività dell’industria e quelle dell’agricoltura diventa tanto meno netta quanto più aumentano i mezzi tecnici e finanziari a disposizione delle imprese. Di conseguenza, l’agricoltura si interseca sempre più con gli altri settori produttivi.

Non deve sorprendere allora se diventa frequente, soprattutto nella terminologia inglese, usare definizioni che ampliano il concetto di agricoltura intesa come l’attività di coltivazione ed allevamento. Termini quali intensive agriculture, agribusiness, industrial agriculture, ma anche urban agriculture sono ormai di uso comune per descrivere le molteplici attività che vanno dalle coltivazioni agli  allevamenti  animali, così come tutte le altre forme di produzione per alimentare e sostenere la popolazione; fra queste, ad esempio, hanno assunto un ruolo rilevante le coltivazioni per i biocarburanti.

Da sempre l’agricoltura è stata determinata dalle diverse condizioni climatiche, pedologiche ed anche sociali, ma la recente introduzione delle tecnologie con i relativi investimenti finanziari, ha portato ad un modello produttivo basato su monocolture ed allevamenti su larga scala, sempre più staccati da questi fattori naturali. Un classico esempio ne è il modello produttivo delle cosiddette commodities.

Come ogni attività industriale, anche questa “nuova” agricoltura ha accresciuto notevolmente la produttività, ma ha comportato anche notevoli ricadute. È dunque apparso il termine sustainable agriculture per definire quale impatto ha l’industrial agriculture sull’ambiente, sulle comunità rurali, sulle  persone, gli animali e comunque il mondo in cui viviamo.  A questo va aggiunto l’effetto sui prezzi dei prodotti, cioè la volatilità dei mercati che, complice la liberalizzazione degli scambi nel contesto della globalizzazione, si presenta come problema nuovo, di non facile soluzione.

Dunque, anche per l’agriculture industry si prospettano nuove sfide.

Fonte: Farmers Weekly

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