Allarme PSA: decidere presto perché siamo accerchiati
29 Giugno 2023

Dr. Vet. Giancarlo Belluzzi

Il virus della Peste Suina Africana è una minaccia sempre più incombente nel nostro Paese. Lo dimostra l’ingresso del virus in Lombardia, che ha dovuto prendere atto della positività di un cinghiale ed ha dovuto allargare la zona infetta. Mentre gli allevatori ed i trasformatori sono molto preoccupati, non si percepisce la stessa angoscia tra coloro hanno in mano la gestione del problema e le misure di eradicazione della presenza abnorme dei cinghiali. D’altronde la geografia stessa ci dice che un’infezione presente a nord, centro e sud è di fatto un’infezione “migrante”; se ne deduce che il virus è presente in una “filiera infettiva” che va dal Piemonte allo stretto di Messina. La situazione, quindi, è allarmante, nonostante qualcuno, giorni addietro, si sia spinto a dire di no.

La situazione PSA in Europa rimane minacciosa

Peraltro la storia recente di questa malattia altamente invasiva ci ha presentato uno scenario ben preciso: Cina, Russia e la vicina Polonia (soprattutto), confermano esattamente questa teoria evolutiva dell’infezione. Quest’ultimo Paese ha sempre parlato di una diffusione a macchia d’olio, a partire da un primo ritrovamento, tant’è che proprio nei giorni scorsi è stato dichiarato l’ennesimo caso polacco, l’ultimo di una lunga catena di ritrovamenti nei cinghiali di quel paese, iniziata il 17 febbraio del 2014, a distanza di ben 9 anni dal primo allarme. Per di più la pericolosità del virus è accentuata dall’inesistenza di un vaccino in grado di fermarlo. Allo stato attuale sono 24 i genotipi virali che sono stati descritti ma al momento solo 2 ci interessano particolarmente, il tipo I ed il tipo II, entrambi presenti nel nostro Paese. In Europa (geografica) la situazione PSA rimane, quindi, altamente minacciosa; il quadro epidemiologico non lascia presagire un’inversione di tendenza, vista l’inquietante impennata di notifiche degli ultimi 6 mesi dell’anno, mesi di freddo che hanno facilitato il movimento dei selvatici in cerca di cibo. Anche la vicina Russia segnala in continuazione numerosi focolai (e la miriade di allevamenti familiari come saranno?) tant’è che ha deciso di riprendere in mano il Piano di lotta alla PSA, ordinando nuove ispezioni improvvise sia in allevamento che in macello per garantire il rispetto delle norme veterinarie esistenti; nonostante ciò, proprio due giorni fa sono stati denunciati dall’Organizzazione Mondiale Sanità Animale altri focolai, qualcuno a ridosso dei confini occidentali coi nostri territori.  Persino in Siberia, finora considerata un territorio libero da PSA, ultimamente sono stati segnalati nuovi allevamenti infetti.

È necessaria una politica seria e decisa

Detto ciò, che fare in Italia? Va detto subito che la situazione è tutt’altro che tranquilla. Lo dico perché la valutazione basata sul criterio della segnalazione “passiva” è un criterio “fragile”, in quanto legato solo ai ritrovamenti di carcasse infette; ritrovamenti che dipendono dalla qualità del personale utilizzato (selezione, preparazione, mezzi a disposizione, incentivi, etc.), dal numero di addetti e dalle dimensioni del territorio setacciato. È un dato di fatto, senza voler valutare il lavoro del Commissario, che utilizza i mezzi che ha. Detto ciò però va richiesta a gran voce l’adozione di una politica immediata, seria e decisa sulla questione cinghiali e loro depopolamento. Sono a milioni gli animali che vivono sulla dorsale appenninica. Da foto girate tra addetti ai lavori si vedono branchi di biungulati perfino all’interno delle stalle di bovini, più aperte ed a disposizione dei selvatici in cerca di mangime nelle mangiatoie dei ruminanti. Insomma, il cerchio si chiude sempre di più, soprattutto al nord, la maggior area del paese, con 5 milioni di maiali allevati. Va fatto capire che ormai siamo accerchiati da altri focolai, in Polonia, in Bosnia-Erzegovina ed in Croazia, che a dimensione di autotrasporti sono a un tiro di schioppo dal nostro Paese, solcato quotidianamente da automezzi che scendono dal nord-Europa.

Concludo riaffermando che la situazione è quindi molto allarmante e richiama ad un intervento risoluto, in tempi brevi con la convinzione che il “non ritorno” è ormai vicino, prima di dover piangere sul blocco totale del nostro export. I modelli di lotta ci sono: in aggiunta alla biosicurezza individuale degli allevamenti, ai mezzi di ricerca messi in atto, basterebbe copiare dal Belgio: recinzioni robuste, battute centripete sistematiche, coinvolgimento di tiratori addestrati e coinvolgimento dell’esercito. Se non ci salva il depopolamento saremo disperati.

Bovini da Carne: la qualità è l’unica strada [Intervista a Massimiliano Ruggenenti]
23 Giugno 2023

Massimiliano Ruggenenti

Massiliano Ruggenenti – Allevatore di bovini da carne

Castel Goffredo, Mantova – Italia

La questione non è tanto legata ai prezzi, che da diverse settimane si collocano su valori più elevati rispetto al passato, anche se i costi di produzione sono aumentati nel 2022 per effetto di un complicato scenario internazionale. Il tema, semmai, è che “ci troviamo di fronte a uno scenario di mercato abbastanza incerto per via dei ristalli che non riusciamo più a governare, con prezzi incontrollati e che si aggirano sui 4 euro al chilogrammo, mentre il prezzo di vendita delle carni bovine, per quanto formalmente invariato, è nei fatti leggermente al ribasso, trascinato giù da minori consumi”.

A dirlo è Massimiliano Ruggenenti, allevatore di bovini da carne di Castel Goffredo (Mantova) con un migliaio di capi allevati, tutti di razza Limousine (800 maschi e 200 femmine), macellati all’età di 24-25 mesi e venduti ai supermercati Martinelli.

La conseguenza è che “il reddito per gli allevatori si è assottigliato molto, a causa di oscillazioni di prezzi che non controlliamo. Il guaio è che sempre più allevamenti, in particolare quelli di piccole dimensioni, sono al limite della sopravvivenza e il costo del denaro, in seguito all’inflazione e alle politiche monetarie, rende più difficoltoso investire rispetto al passato”.

A livello mondiale gli indicatori, tuttavia, almeno per il 2023, sembrano essere positivi: domanda in crescita e offerta in contrazione. L’Italia ha margini per ridurre la forte dipendenza dall’estero?

“Sulla carta, con un tasso di autoapprovvigionamento intorno al 42%, il mercato italiano avrebbe tutti gli spazi per muoversi in salute, invece siamo alle prese come allevatori con difficoltà di ristallo, con la quasi totale dipendenza negli acquisti dei broutard dalla Francia, dall’Irlanda e dall’Europa. Le razze da carne italiane non hanno una consistenza tale da essere sufficientemente rappresentative, per quanto siano una difesa della biodiversità. Ma in un simile contesto di dipendenza dall’estero, non si capisce perché non ci sia margine di crescita per la competitività e la redditività degli allevatori da carne”.

Quali soluzioni possibili?

In una dimensione di difficoltà diffusa, insistere su prodotti d’eccellenza

“Ritengo che l’unica strada che il nostro Paese possa perseguire sia quella della qualità ed è lì che dobbiamo insistere, nonostante una fase che vede una marginalità ridotta non solo per gli allevamenti, ma anche per i macelli. In una dimensione di difficoltà diffusa, è difficile disegnare progetti per un’equa redistribuzione del reddito, se non insistere su prodotti d’eccellenza”.

La linea vacca-vitello potrebbe avere spazio?

“Sì, sicuramente. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare il fatto che quando si va a commercializzare una scottona italiana, non c’è una corresponsione adeguata del valore”.

Per quale motivo, secondo lei?

Utile una collaborazione con la grande distribuzione per una corretta valorizzazione

“Difficile dare una risposta certa. Forse per la genetica o forse per una minore omogeneità di prodotto, che si traduce di fatto in una minore standardizzazione della carne, però la carne italiana ottenuta dalla linea vacca-vitello non è così remunerata come le razze francesi. Peccato, perché abbiamo spinto la filiera Italia-Italia e viene pagata meno. Potrebbe forse essere utile una collaborazione con la grande distribuzione per una corretta valorizzazione, altrimenti è inutile insistere. Bisognerebbe comunicare anche il fatto che la presenza di un allevamento significa presidio del territorio, salvaguardia del paesaggio, mentre spesso parte dell’opinione pubblica vede nell’allevamento solo una fonte di inquinamento. Anche una strategia di vendita a km0, nei piccoli negozi, nelle macellerie, negli spacci aziendali potrebbe trascinare le vendite nel retail, così come nella gdo”.

Il consumatore sta privilegiando in questa fase la scottona al posto del bovino maschio. Ritiene che ci sarà uno scostamento degli allevamenti verso le femmine?

“Bella domanda, ma non ho una risposta esaustiva. Nel mio allevamento la redditività maggiore viene sempre dal vitellone, che ha un maggiore incremento ponderale, mentre la femmina cresce meno e forse i minori consumi di carne spingono la filiera a richiedere mezzene più piccole. Ma sono convinto che proporre un maschio più piccolo per la macellazione metterebbe ancora più in crisi il già precario equilibrio dei ristalli, creando un avvicendamento di animali più veloce”.

Secondo lei andrebbe rivisto il sistema dei contributi?

“Sì, perché hanno innescato di fatto delle crisi di mercato e degli squilibri di prezzo verso altri anelli della filiera. Di fatto non viene riconosciuto il corretto valore della carne, ma si applicano prezzi più bassi, con la convinzione che l’allevatore ha già un ristoro adeguato attraverso i premi alla macellazione. Ma, in verità, di quel premio a noi resta pochissimo, per non dire nulla, a tutto vantaggio dei macellatori o dei trasformatori. Siamo giunti ad uno scenario paradossale: ci sono i premi per gli allevatori, ma siamo ridotti che non abbiamo abbastanza fondi per programmare gli investimenti in azienda. E la carne non viene pagata per quello che effettivamente vale”.

L’assessore lombardo all’Agricoltura si è detto disponibile a convocare un tavolo di filiera per rilanciare la carne bovina. Quali potrebbero essere i primi passi per costruire un accordo?

“Dovremmo coinvolgere l’intera filiera, dalla mangimistica alla distribuzione. E magari coinvolgere il ministero, per una cabina di regia nazionale”.

Perché associarsi al Consorzio lombardo produttori di carne bovina?

“Per condividere insieme un percorso di qualità e tutela di ciò che produciamo e cercare insieme di portare ai tavoli politici e istituzionali un confronto costruttivo che possa finalmente dare il giusto riconoscimento ai nostri allevatori”.

Prospettive per l’Orzo Europeo, tra la siccità e la Cina
22 Giugno 2023

Di: Elisa Donegatti ed Ester Venturelli

L’Unione Europea è il secondo esportatore mondiale di Orzo. Nel 2021 ha esportato la quantità record di 8,6 milioni di tonnellate, diminuita per più di un terzo nel 2022 come effetto della minor domanda Cinese. Il primo quadrimestre del 2023, invece, ha registrato un recupero grazie alla ripresa della domanda Cinese, stimolata dal ridimensionamento dei prezzi.

Per i prossimi mesi, la situazione potrebbe cambiare, e sarà determinante l’effettivo ammontare della produzione del 2023. Per il momento, le stime della Commissione Europea indicano una resa di 4,76 ton/ha, inferiore del 3% alla media degli ultimi cinque anni. Secondo COCERAL, associazione europea che si occupa di trade agricolo, le produzioni complessive dovrebbero essere inferiori di circa 3 milioni di tonnellate rispetto a quelle del 2022. Il dato negativo è determinato soprattutto dalle rese dell’Orzo primaverile, dato che alcuni tra i principali Paesi produttori, come Spagna e Germania, sono stati caratterizzati da carenza di piogge.

In particolare, la Germania nord-orientale e i Paesi Baltici stanno attraversando un periodo di siccità che ha danneggiato le colture primaverili e sta rendendo il suolo poco fertile per le colture estive. La siccità che ha colpito la Spagna, invece, sembra essere terminato a inizio Giugno: tardi per ottenere un buon raccolto primaverile, ma potrebbe avere un impatto positivo sulle produzioni estive. 

COCERAL presenta stime positive, invece, per la produzione Italiana, le cui aree principali si trovano in Veneto e Lombardia ed hanno beneficiato della ripresa delle piogge negli ultimi mesi.

Una tassa sulle emissioni agricole in Danimarca
21 Giugno 2023

La Danimarca si è posta l’ambizioso obiettivo climatico di ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 70% rispetto ai livelli del 1990, valore ben superiore al limite vincolante minimo del 55% indicato dall’Unione Europea. Secondo il nuovo governo danese (di larga coalizione) insediatosi lo scorso dicembre, per raggiungere tale obiettivo diventa fondamentale introdurre una tassa sulle emissioni agricole ed il Consiglio danese per il clima, organo consultivo ufficiale del governo, propone di applicare una Carbon tax di 750 corone (101 Euro) per tonnellata di latte e di carne bovina. Una tassa sulle emissioni dei bovini incentiverebbe gli allevatori a passare alle coltivazioni agricole, erbacee od arboree, ma anche ad aumentare la produzione di carne suina, attività queste che emettono meno gas serra del bestiame bovino. La tassa di 750 corone per tonnellata sarebbe simile al livello applicato agli altri settori ritenuti essere ad alto impatto di emissioni in atmosfera, misura approvata dal Parlamento nel giugno dello scorso anno, e potrebbe ridurre i gas serra di 3,7 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, inducendo un taglio del 45% di emissioni rispetto al livello del 1990.

È necessario studiare soluzioni tecniche alternative

Secondo i dati di Statistics Denmark, il settore agricolo rappresenta il 28% delle emissioni di gas climalteranti e se non verranno introdotte nuove politiche, la situazione peggiorerebbe e nel 2030 potrebbe arrivare ad essere responsabile di circa il 40% delle emissioni di metano. Ovviamente le associazioni agricole hanno stigmatizzato questa prospettiva, avvertendo che una simile tassa sull’agricoltura porterebbe a un’ondata di chiusure e fallimenti. Secondo il Danish Agriculture & Food Council, una tassa del genere farebbe perdere posti di lavoro ed impedirebbe alla Danimarca di sviluppare soluzioni che possono davvero fare la differenza per il clima. Il comparto zootecnico bovino dovrebbe studiare soluzioni tecniche alternative alla semplice tassazione, come gli additivi nell’alimentazione che potrebbero ridurre del 25-30% la quantità di metano rilasciata dalle vacche.

La Danimarca sarebbe così il secondo Paese al mondo a introdurre una tassa di questo tipo, dopo che la Nuova Zelanda ha annunciato di voler imporre a partire dal 2025 un “prezzo” sui gas serra agricoli, metano ed ossido d’azoto in primo luogo.

Comunque, anche le imprese si muovono in tal senso: Danone a gennaio ha dichiarato che intende arrivare entro il 2030 a tagliare del 30% le emissioni di metano generate dalla produzione di latte ed Arla Foods, la cooperativa danese-svedese, ha lanciato il progetto sostenibilità per indurre gli allevatori a ridurre l’impronta di carbonio pagandoli con delle credenziali verdi basate su indicatori quali uso di fertilizzanti, biodiversità, energie rinnovabili, mangimi green.

CLAL.Teseo.it – Danimarca: Produttività apparente per vacca

Fonte: euronews

 

Sostenibilità e tecnologia
12 Giugno 2023

Per rispondere alle esigenze di sostenibilità, il settore lattiero-caseario deve rispondere a tre sfide: ridurre l’impronta di carbonio, assicurare la disponibilità costante di acqua; disporre di una forza lavoro qualificata.

I critici delle produzioni animali non prendono in considerazione tanto la durabilità, ossia il valore di trasmettere alle generazioni future un’azienda che rappresenta anche un patrimonio sociale per il territorio in cui opera, ma tendono a misurare la sostenibilità in termini del rating generico ESG che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di imprese od organizzazioni che operano sul mercato. Da questo punto di vista le aziende più efficienti sono quelle con le maggiori rese, disponibili ad innovare attraverso l’adozione delle migliori tecnologie. E proprio la tecnologia fa parte del modo in cui i produttori possono rispondere in modo efficace alle richieste di un miglior rating di sostenibilità.

L’uso della robotica è sempre più diffuso

Innanzitutto, è possibile razionalizzare l’uso dell’acqua per le necessità dell’allevamento attraverso tecniche efficaci di riciclo, purificazione e potabilizzazione. La produzione di metano dal letame attraverso i digestori permette di evitare la dispersione in atmosfera di un gas ad effetto serra e di rendere l’azienda agricola indipendente dal punto di vista energetico, insieme a pannelli solari e, quando possibile, turbine eoliche. Resta poi il problema del lavoro, soprattutto di reperire personale qualificato in grado di utilizzare mezzi tecnologici sempre più diffusi e sofisticati. Chi segue gli animali deve poter avere la comprensione del loro benessere; l’uso della robotica continua ad aumentare, dalla mungitura, alla pulizia delle stalle, all’automatizzazione dell’alimentazione, all’uso dei sensori per identificare la qualità del latte e gli indicatori di salute delle vacche in tempo reale. Negli allevamenti USA stanno venendo avanti anche le vaccinazioni robotiche.

Il successo di queste tecnologie, oltre che migliorare la produttività, consiste nel mettere a disposizione degli operatori agricoli la possibilità di un processo decisionale migliore e più rapido.  

La mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte

Si calcola che nel mondo ci siano circa 300 milioni di vacche da latte. Se tutte avessero la produttività di quelle allevate nei Paesi dove si usano tecnologie avanzate, la mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte. Gli attivisti ambientali potrebbero forse esserne soddisfatti, ma quali sarebbero le conseguenze, come ad esempio la mancanza di concime organico per i suoli e le coltivazioni? Per non parlare poi del valore sociale che l’allevamento ricopre per tante popolazioni rurali nelle varie aree geografiche del mondo. Indubbiamente, le migliori aziende agricole sono quelle che stanno adottando più rapidamente le nuove tecnologie e che probabilmente continueranno a mantenere un vantaggio rispetto alle loro controparti meno performanti.

Occorrono però anche tecnologie appropriate per migliorare  produttività e  condizioni di allevamento in grado di garantire l’equilibrio con gli aspetti sociali ed economici delle comunità locali.
In altre parole, la tecnologia per l’uomo e non viceversa.

CLAL.Teseo.it – Italia: Kg di Latte per Capo nelle principali Regioni produttive

Fonte: Dairy Herd

Volumi record per l’export Russo di Cereali e Semi Oleosi
1 Giugno 2023

Di: Elisa Donegatti e Ester Venturelli

CLAL.Teseo.it – Esportazioni di Frumento

La Russia è storicamente tra i principali produttori ed esportatori di Grano Tenero, Mais, Orzo e Girasole (Semi e derivati). Dall’inizio della guerra in Ucraina le informazioni relative alle esportazioni del Paese si sono ridotte, ma la sua importanza sui mercati internazionali è ancora rilevante, soprattutto se si pensa ai mercati asiatici.

Secondo i dati USDA, la stagione 2022/23 ha visto produzioni Russe da record per Frumento, Orzo e Girasole, grazie a maggiori aree coltivate e condizioni climatiche ottimali. A questo si aggiungono gli stock elevati, accumulati per effetto delle restrizioni all’export rafforzate nel 2021. La combinazione di queste due dinamiche ha portato ad un’elevata disponibilità di Cereali e Semi Oleosi in Russia

Di conseguenza, nel 2022 le restrizioni autoimposte dalla Russia sono state alleggerite e le esportazioni sono aumentate, soprattutto verso Medio Oriente e Africa, i cui Paesi non hanno imposto sanzioni alla Russia. 

Le esportazioni di Cereali e Semi Oleosi dalla Russia avrebbero quindi raggiunto volumi record, facilitate anche dai prezzi competitivi e dalle difficoltà che caratterizzano l’Ucraina, principale concorrente. In particolare, le quantità di Frumento esportate dalla Russia per la stagione 2022/23 è stimato a 45 milioni di tonnellate, in crescita del 34,8% rispetto alla stagione precedente. Questo sarebbe decisamente superiore alle quantità esportate dall’UE, le cui stime indicano 35 Milioni di tonnellate.

Tra i partner commerciali della Russia la Turchia sta giocando un ruolo chiave, sia come intermediario nelle contrattazioni per la Black Sea Initiative sia come acquirente. Infatti, tra Gennaio e Aprile 2023 le importazioni di Cereali del Paese dalla Russia sono aumentate del 78,4% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Particolare attenzione va data anche alla Cina, con cui i rapporti si stanno rafforzando su diversi settori, tra i quali quello agro-alimentare.

Per la stagione 2023/24  USDA stima produzioni Russe in leggero ridimensionamento per il Frumento e l’Orzo, mentre dovrebbero aumentare sia la produzione che l’export di Mais e di Farina e Olio di Girasole.

CLAL.Teseo.it – Esportazioni di Farina di Girasole

Nuova Zelanda: riconsiderare l’uso dei concentrati nella produzione di latte
25 Maggio 2023

Diversamente dai Paesi industrializzati, la Nuova Zelanda si trova in una posizione insolita in quanto circa la metà di tutte le emissioni di gas serra proviene dall’agricoltura e quasi un quarto è dovuto alle emissioni del settore lattiero-caseario, sottoforma di protossido d’azoto e metano.

Le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate

L’allevamento in Nuova Zelanda era tradizionalmente di tipo estensivo, basato sul pascolo, ma il grande sviluppo produttivo che ha fatto del Paese il maggiore esportatore lattiero-caseario del mondo, ha comportato l’uso sempre più massiccio di concentrati e di concimi per aumentare le rese agricole. Questo è dimostrato dal fatto che le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate arrivando a 6,4 milioni di capi. Si è fatto dunque ricorso ad una massiccia importazione di cereali e proteaginose, che nel 2022 ha raggiunto le 3,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 2,1 milioni di tonnellate. Il 75% di questi alimenti è andato al settore bovino ed il 12% a quello avicolo, mentre il consumo umano ha rappresentato il 9% del totale.

L’ intensificazione produttiva con l’ampio ricorso ai mangimi porta ad un sistema tecnicamente più efficiente, dato che permette di aumentare le rese aziendali e di conseguenza i redditi. E’ stato però dimostrato che questo comporta un significativo aumento dei costi, che incide sui margini di profitto. Il vero punto da considerare, dunque, più che la quantità è la redditività dell’azienda, che è determinata congiuntamente dal prezzo del latte (e dai suoi contenuti) e dai costi dei fattori produttivi, come i mangimi. Essendo questi ultimi per lo più fattori esterni all’azienda, gli allevatori non possono controllarne direttamente le variazioni di prezzo e neanche trasferirle sul prezzo del latte.

Gli allevatori sono stimolati ad adottare pratiche con meno emissioni

In Nuova Zelanda si fa largo uso di palmisto (pannello di palma), che comporta emissioni elevate (0,51 kg di CO₂ equivalente per kg di sostanza secca) rispetto ad altri ingredienti dei mangimi. Ne è il più grande importatore al mondo per una quantità di oltre 2 milioni di tonnellate, oltre la metà da Indonesia e Malesia. È opinione diffusa che questa grande richiesta abbia contribuito alla deforestazione nei Paesi fornitori, aumentando le emissioni ed i rischi legati al cambiamento climatico. Date le rigide norme ambientali introdotte in Nuova Zelanda, gli allevatori vengono ora stimolati ad adottare pratiche che possano far ridurre le emissioni attraverso la massimizzazione della resa dei pascoli e l’utilizzo di mangimi a minore intensità di carbonio, come quelli prodotti in loco od i sottoprodotti della produzione di alimenti e bevande.

Occorre attuare una inversione di tendenza che però richiede cambiamenti significativi sia nelle pratiche di gestione che nelle infrastrutture. I prezzi elevati dei fertilizzanti, le normative più stringenti e l’introduzione di una tassa sulle emissioni stimolano la transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Però è anche tempo di riconsiderare il ruolo dei mangimi, ripensando alla fisiologia del ruminante ed al modo più appropriato di alimentarlo, sia sotto l’aspetto fisiologico che per quello ambientale.

Clal.it – Numero di vacche da latte e produzioni in Nuova Zelanda

Fonte: edairy news

Cereali: la Cina diversifica i propri fornitori
24 Maggio 2023

Di: Elisa Donegatti e Ester Venturelli

CLAL.Teseo.it – Importazioni di Cereali verso la Cina

Le importazioni verso la Cina di Cereali sono diminuite nel primo quadrimestre del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022. La diminuzione riguarda Mais, Sorgo e Riso. Soprattutto per il Mais, la Cina ha adottato una politica di diversificazione dell’origine del prodotto: ha ridotto le quantità acquistate dagli USA e dall’Ucraina che sono state in buona parte compensate da incrementi da Brasile, Russia, Myanmar e Bulgaria. La ricerca di fonti di Mais alternative è stata incentivata dalle convenienze di prezzo. 

Le importazioni Cinesi di Frumento Tenero e Duro, invece, registrano un aumento complessivo del 60% tra Gennaio e Aprile del 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022. Il Grano Tenero è fornito principalmente dall’Australia (mentre la quota UE diminuisce) e il Grano Duro dal Canada.

Le importazioni di Semi Oleosi registrano un rallentamento ad Aprile 2023 rispetto Aprile 2022, ma il dato cumulato del primo quadrimestre indica invece un incremento delle quantità del 14%. L’aumento più significativo è associato alla Colza, acquistata quasi totalmente dal Canada, che vede quantità quadruplicate per via degli elevati margini associati alla produzione dell’olio.

CLAL.Teseo.it – Importazioni mensili di Colza verso la Cina

Valorizzare il raccolto di Erba Medica
19 Maggio 2023

L’Erba Medica è una delle foraggere più importanti ed è fondamentale operare in modo appropriato per massimizzarne la qualità e la quantità, soprattutto in questo periodo in cui i costi dell’alimentazione zootecnica sono elevati. Questa necessità, presente un po’ in tutte le regioni ad intensiva produzione lattiero-casearia, è particolarmente sentita negli Stati Uniti dove l’Erba Medica è una foraggera di riferimento che rappresenta anche un notevole interesse per l’esportazione.

L’unità di divulgazione lattiero-casearia della Pennsylvania State University ha fornito agli allevatori una serie di indicazioni da tenere in considerazione per valorizzarla al meglio.

Innanzitutto la gestione dei tagli: se la coltura è a rotazione breve (tre anni o meno), diventa auspicabile intensificare il numero dei tagli per massimizzare la qualità del foraggio, mentre in caso contrario si deve prendere in considerazione un intervallo di sfalcio più lungo. Come regola, è bene anticipare il primo taglio ad inizio fioritura, mentre i tagli successivi andranno effettuati quando la coltura si trova nella fase di sviluppo del germoglio o della prima fioritura, con un intervallo di circa un mese. Per la nuova coltura dopo la semina occorre considerare che le piantine hanno bisogno di un elevato livello di riserve energetiche per superare l’inverno; dunque Il primo raccolto può essere effettuato prima della comparsa dei fiori, ma aspettare che l’Erba Medica fiorisca garantisce maggiori riserve di energia nelle radici. Poi occorre fare attenzione all’intervallo di sfalcio che non deve essere troppo breve: se fosse costantemente inferiore ai trenta giorni potrebbe comportare minori riserve energetiche immagazzinate nelle radici a fittone della pianta, determinando una scarsa ricrescita che si traduce in una bassa resa ed anche in una rapida perdita di copertura vegetale.

Bisogna poi monitorare lo stress idrico della coltura. L’Erba Medica generalmente mantiene la produzione durante brevi periodi di siccità grazie al suo apparato radicale profondo ed esteso mentre nei periodi prolungati di siccità la crescita vegetale si riduce e la fioritura avviene su piante corte e stentate. Non si deve però esitare a sfalciare per sfruttare l’effetto delle piogge di fine estate che permetteranno di effettuare un ulteriore raccolto, mantenendo la copertura vegetale del terreno.

Infine, se l’Erba Medica viene seminata in primavera con una coltura consociata, come ad esempio l’avena, il primo taglio dovrà essere effettuato in base alla maturità della coltura consociata. Se l’Erba Medica viene seminata invece in autunno, il raccolto dovrà basarsi sullo sviluppo e sul vigore della pianta. Quindi il taglio verrà effettuato alla germogliatura o ad inizio fioritura se le piante risultano vigorose e le radici sono ben sviluppate, mentre con uno scarso sviluppo vegetativo sarà meglio aspettare fino a metà fioritura prima di sfalciare.

Lombardia: Costo delle Razioni alimentari per la bovina da latte

Fonte: Dairy Herd Management

Produzioni record di Cereali e Semi Oleosi previste per la stagione 2023-24
16 Maggio 2023

Di: Elisa Donegatti

Bilancio di Mercato del Mais 2023-24

Cereali e semi oleosi rafforzeranno gli stock (ad eccezione del Frumento) e i prezzi diminuiranno, restando comunque su valori più elevati rispetto alla fase pre-Covid. Così le previsioni USDA-Wasde per l’annata 2023-24,  che sono riportate nella Homepage di Teseo.clal.it comprensive di import, export, consumi e stock, suddivisi per Paese. Vediamo qualche dettaglio, con l’avvertenza che si tratta appunto di previsioni e che l’incognita del meteo potrebbe modificare, anche sensibilmente, i dati.

Mais

Il Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti prevede per l’annata 2023/24 un sensibile aumento delle produzioni di Mais su scala mondiale (+6% tendenziale), con gli Usa proiettati a toccare un incremento dei volumi dell’11,2% (a 387.75 milioni di tonnellate), trascinati in parte da un aumento delle superfici coltivate (+4%).

Gli Stati Uniti, pur incrementando l’export (+18,3%) e diminuendo l’import (-37,5%), dovrebbero rafforzare in maniera massiccia i magazzini interni (+56,8%), complici anche quantità di partenza contenute.

Una maggiore disponibilità di stock potrebbe trascinare l’attività zootecnica, anche grazie a minori costi di gestione.

Dall’altra parte del mondo, la Cina dovrebbe incrementare le produzioni (+1%), i consumi (+1,7%, il che significa un probabile rafforzamento della produzione animale) e le importazioni (+27,8%, con il Brasile partner commerciale preferito agli Usa), trend che permetterebbe di mantenere elevati gli stock finali, per oltre 204 milioni di tonnellate (-0,5% sui volumi precedenti), che equivalgono al 65,3% di tutti gli stock mondiali.

Semi di Soia

Anche per i Semi di Soia sono previste produzioni record a livello mondiale (+10,8%), con un notevole rafforzamento degli stock globali, nell’ordine addirittura del 21,2% rispetto all’annata 2022-23 e con il Brasile primo esportatore davanti agli Stati Uniti, in rallentamento. L’andamento meteo-climatico sarà una delle variabili chiave per una conferma dei trend produttivi e delle conseguenti oscillazioni dei prezzi.

Frumento

Nella proiezione di produzioni in forte aumento, fa eccezione il Frumento, sostanzialmente stabile (+0,2%). La Russia dovrebbe confermarsi primo esportatore mondiale con un trading ipotizzato di oltre 45 milioni di tonnellate (+2,2% tendenziale), seguita dall’Unione europea, le cui vendite dovrebbero segnare una crescita del 10,1% per arrivare a 38 milioni di tonnellate. Gli stock, anche per effetto di consumi stimati in crescita dello 0,4%, dovrebbero assottigliarsi (-0,7%), con la Cina proiettata a detenere il 52,8% delle scorte mondiali.

Seppure con magazzini globali più leggeri, il prezzo del Frumento dovrebbe essere influenzato dalle tendenze ribassiste degli altri cereali e dei semi oleosi, tratteggiando così una parabola discendente, in parte utile all’approvvigionamento dei paesi più esposti all’insicurezza alimentare.