Il sostegno di Danone ai giovani allevatori francesi
6 Aprile 2023

Dal 2010 in Francia hanno chiuso oltre 100 mila stalle e l’85% dei francesi si dichiara preoccupato per questa rarefazione di imprese agricole. Occorre dunque impegnarsi per invertire una tendenza che comporta la desertificazione di interi territori rurali, in modo da rendere attrattivo e profittevole il mestiere di agricoltore. Per questo diventa indispensabile sviluppare delle filiere che uniscano i produttori agricoli e le imprese di trasformazione, coinvolgendo anche i consumatori, per costruire rapporti contrattuali solidi basati sulla fiducia e sulla trasparenza delle relazioni. Danone condivide questa finalità, ritenendola la chiave per fornire agli agricoltori una prospettiva durevole e permettere di ricevere una giusta remunerazione per il loro impegno. All’accompagnamento per ottimizzare i costi di produzione, l’azienda francese ha aggiunto l’impegno per rivalutare le entrate dei fornitori latte in misura del 15% entro il 2025 rispetto ai valori base del 2020.

L’obiettivo di Danone è che tutti gli agricoltori partner adottino l’agricoltura rigenerativa

Dal 2016 Danone ha investito in Francia più di 40 milioni di euro nella transizione agricola e si è posta l’obiettivo di far sì che tutti i suoi agricoltori partner francesi si impegnino nella transizione verso un’agricoltura rigenerativa entro il 2025. Il 60% di loro lo sarà già entro la fine dell’anno. In termini concreti, questo ha già permesso a Danone di ridurre del 9,8% rispetto al 2016 l’impronta di carbonio negli allevamenti dei propri fornitori di latte.

Lo stesso vale per i fornitori del settore ortofrutticolo. Danone ad esempio si è impegnata ad aumentare in media del 20% la remunerazione per le pere Williams e sottoscrivendo con gli agricoltori contratti a lungo termine (fino a 15 anni). La soia utilizzata nelle bevande Alpro è al 100% francese, raccolta da una rete di 400 aziende agricole in Alsazia, con un rapporto che dura da 15 anni. Inoltre, l’adozione di pratiche agricole rigenerative permette di rispondere ai desideri delle generazioni attuali di agricoltori, che vogliono dare un senso alla loro professione ed alle aspettative dei consumatori per limitare l’impronta ambientale.

Occorre lavorare filiera per filiera, proponendo delle soluzioni mirate alle varie realtà produttive e geografiche, accompagnando gli agricoltori in un interscambio costante per rispondere alle richieste delle dinamiche di mercato. Fondamentale è l’impegno per aiutare i giovani che vogliono diventare nuovi produttori. Questa è la vera sfida per mobilitare le nuove risorse umane che sono necessarie per dare prospettive sostenibili al settore, riducendo la loro esposizione alla volatilità del mercato.

CLAL.Teseo.it – La filiera Lattiero-casearia

Fonte:Agro Media

Fertilizzanti: non solo questione di Azoto, Fosforo, Potassio
31 Marzo 2023

Quando gli alimenti vengono messi sulla tavola, portano con sé le sostanze nutritive che hanno assorbito dal terreno dove però debbono essere reintegrate. Per questo sono necessari i fertilizzanti in modo che il ciclo continui. Nel tempo, sono state sviluppate le diverse tecniche agronomiche che hanno lo scopo di assicurare il mantenimento della fertilità del terreno ed il suo ripristino.

L’uomo già tra i 6.000 ed il 2.400 a.C. ha individuato l’importanza dell’uso di fertilizzanti, come il letame, per nutrire le colture. Quando l’agricoltura divenne più intensiva e su larga scala, gli agricoltori iniziarono a sperimentare diversi tipi di fertilizzanti chimici, oggi usati a livello mondiale. Resta però il problema della loro reperibilità, dato che le fonti minerali non sono distribuite uniformemente nel mondo e, soprattutto, sono limitate.

I fertilizzanti hanno permesso di più che raddoppiare le rese dei terreni

Negli ultimi decenni, gli agricoltori sono riusciti a più che raddoppiare la produzione agricola grazie ai nutrienti vitali apportati dai fertilizzanti e questo dovrà continuare, per poter nutrire una popolazione che nel 2050 dovrebbe raggiungere i dieci miliardi.

L’azoto, il fosforo e il potassio (NPK) sono i tre macronutrienti primari dei fertilizzanti. Ognuno di essi svolge un ruolo fondamentale nella nutrizione delle piante e nella promozione della crescita delle colture con rese più elevate. L’Azoto è necessario per la formazione delle proteine, assicura che l’energia sia disponibile quando e dove è necessaria per massimizzare e regolare l’assorbimento di acqua e nutrienti: il Fosforo è vitale per la fotosintesi, permettendo alle piante di convertire l’energia solare in cibo: il Potassio è essenziale per ottenere colture di alta qualità, aiuta a regolare la pressione dell’acqua nelle cellule e rafforza i fusti delle piante per renderle più resistenti alla siccità, alle inondazioni ed agli sbalzi termici.

Se le colture sono carenti di macronutrienti NPK, diventano vulnerabili a vari stress causati da condizioni climatiche, parassiti e malattie. Pertanto, è fondamentale mantenere un equilibrio di tutti e tre i macronutrienti per la produzione di colture sane e ad alto rendimento.

Le differenze dei terreni rendono i Paesi interdipendenti

Ci sono svariati  fattori che influenzano la fertilità del suolo, ma il terreno coltivabile deve avere innanzitutto un corretto equilibrio di tutti e tre i macronutrienti per sostenere colture sane e ad alto rendimento. Di conseguenza, i terreni coltivabili di tutto il mondo variano in base alla quantità ed al tipo di fertilizzante di cui hanno bisogno. Questo rende interdipendenti i vari Paesi, che insieme concorrono ad un sistema alimentare sempre più globale. All’aumento produttivo consegue la sempre maggiore richiesta di fertilizzanti chimici e dunque la ricerca di nuovi giacimenti, che comunque non sono infiniti. Ad esempio, il Brasile è uno dei maggiori esportatori di prodotti agricoli al mondo, ma il Paese è vulnerabile in quanto dipende dall’importazione di oltre il 95% del suo potassio per sostenere la crescita delle colture.

Il bacino dell’Amazzonia contiene la seconda riserva mondiale di potassio ed avrebbe il potenziale di soddisfare le esigenze agricole brasiliane per le prossime generazioni e dunque garantire l’esportazione di quelle materie prime agricole di cui l’Europa ed il mondo hanno tanto bisogno.

Però l’interrogativo diventa inquietante: e dopo che le fonti naturali saranno esaurite?

Fonte: Visual Capitalist

Si risveglia la domanda Cinese di Carni Suine, Mais e Soia
30 Marzo 2023

Di: Marika De Vincenzi, Elisa Donegatti ed Ester Venturelli

CLAL.Teseo.it – Importazioni Cinesi di Carne Suina

La domanda Cinese di carne è attesa in aumento nel 2023, dopo la rimozione delle misure zero-covid. Già i primi due mesi dell’anno mostrano una tendenza di recupero: i consumi di Carne Suina sono in crescita (+50% a Gen-Feb 2023 secondo Gro Intelligence), mentre le importazioni registrano un aumento del 24,8% rispetto a Gennaio-Febbraio 2022 nonostante i prezzi ancora elevati. La domanda cresce sia per le Carni fresche e congelate, con maggiori acquisti da tutti i principali Paesi fornitori, sia per i Salumi, in particolare Salsicce e Salami (+134%).

Nonostante si siano verificati nuovi casi di PSA nel Nord del Paese, la maggiore domanda di Carne Suina e, più in generale, di proteine animali, è un incentivo per il settore ad espandersi. Tuttavia, questo rafforzerebbe la dipendenza Cinese dalla Soia e dal Mais esteri.

Le importazioni Cinesi di Soia hanno raggiunto un livello record tra Gennaio e Febbraio 2023, crescendo del 16% rispetto allo stesso periodo del 2022. L’aumento principale si è verificato negli acquisti dagli USA, principali fornitori con una quota del 72% e favoriti sia dalla stagionalità della produzione sia da ritardi nella raccolta e nelle spedizioni verificatisi in Brasile, dovuti al maltempo. Tra i semi oleosi aumentano anche le importazioni di Colza (+309%) da Canada e Russia, incentivate dal valore dell’olio vegetale di cui la Colza è un’ottima fonte.

Anche le importazioni di Mais registrano valori record a Febbraio, con quasi 1 milione di tonnellate in più (+59%) rispetto allo stesso mese del 2022. Anche per il Mais le maggiori quantità sono state acquistate principalmente negli USA, che coprono circa il 40% delle importazioni di Mais. La domanda Cinese di Mais statunitense è esplosa a Febbraio anche grazie alla diminuzione dei prezzi avvenuta verso fine mese. Inoltre, anche per il Mais il Brasile sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, essendosi la Cina aperta alle importazioni da questo Paese.

In questo contesto di dipendenza dai mercati internazionali, il governo Cinese si è posto come obiettivo una maggiore autosufficienza del Paese. Certamente, c’è un buon margine di miglioramento in termini di rese ed efficienza. Sembra, però, che le importazioni saranno un elemento chiave dell’economia locale ancora per diversi anni.

CLAL.Teseo.it – Importazioni mensili di Mais della Cina

Domanda Cinese debole: la Nuova Zelanda trova nuovi acquirenti
23 Marzo 2023

Di: Mirco De Vincenzi ed Ester Venturelli

Per i primi due mesi dell’anno, la domanda cinese di prodotti caseari risulta in linea con gli ultimi mesi del 2022 ma debole rispetto agli anni passati, per via dei prezzi elevati e della maggiore produzione di latte in Cina (+6,8% nel 2022, rispetto al 2021). Non si registrano quantità elevate all’import nemmeno a Gennaio, mese in cui tradizionalmente il dazio 0 incentiva le importazioni.

L’import dalla Cina è diminuito complessivamente del -30% tra Gennaio e Febbraio 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022 (v. grafico). Si registrano valori positivi per Polvere di Siero (+61,5%), fornita da USA ed UE, e Formaggi Grattugiati (+48,8%), dalla Nuova Zelanda. Le importazioni di Burro e di Panna, la cui tendenza si era mantenuta positiva nel corso del 2023, registrano una flessione, rispettivamente del -22% e del -40% (Gen-Feb 2023 vs Gen Feb 2022). Per quanto riguarda le Polveri di latte, mentre l’import di WMP rimane debole, l’import di SMP aumenta del 43% (12.000 Ton) a Febbraio 2023, rispetto allo stesso mese del 2022.

L’indebolimento della domanda Cinese si riflette anche sull’andamento in calo dell’asta GDT: il 21 Marzo ha segnato una diminuzione dell’Average Winning Price del -2,6% rispetto all’evento precedente.

Le quantità esportate dalla Nuova Zelanda registrano invece trend positivi, con un aumento complessivo del +5,8% per i primi due mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022, facilitate da una ripresa delle produzioni di latte (+1,7% Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 2022) ed un ridimensionamento dei prezzi in atto da Agosto 2022 (v. grafico sotto) che ha permesso di riprendere gli scambi con altri Paesi acquirenti oltre alla Cina.

Nei primi due mesi dell’anno aumentano le esportazioni Neozelandesi di Burro (+7,2%), soprattutto verso Australia, Messico e Corea del Sud, di Formaggi (+19,6%) verso Cina, Giappone e Corea del Sud, ed SMP (+68,4%) verso Cina, Indonesia e Vietnam. Le esportazioni di WMP, invece registrano un calo del -11,5%, dovuto principalmente ai minori acquisti da parte della Cina, mentre maggiori quantità sono state vendute in Algeria e Emirati Arabi.

Agricoltura verticale: soluzione moderna e sostenibile
22 Marzo 2023

Si stima che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. L’agricoltura verticale potrebbe contribuire ad affrontare le nuove criticità, per nutrire in modo sostenibile questa crescente popolazione urbana, riducendo la domanda di terreni agricoli ed accorciando la distanza tra la produzione ed il consumo di cibo?

La pratica di produrre alimenti in strati impilati od in superfici inclinate verticalmente, a volte integrati negli edifici, senza suolo né luce solare, è oggetto di studio e sperimentazione da diversi anni in tutto il mondo nel contesto delle iniziative di agricoltura urbana. E’ una tecnica già in uso per produrre principalmente verdure ed ortaggi, come lattuga, spinaci, cavoli, pomodori, peperoni, fragole, basilico.

Le fattorie verticali sono però avide di energia. Il bilancio economico è delicato, ma una parte dei costi energetici può essere compensata dai risparmi derivanti dalla sostanziale riduzione dei prodotti agrochimici e degli scarti, nonché dei costi di trasporto e stoccaggio.

Soluzioni innovative per una agricoltura moderna

Poiché quasi la metà delle calorie che consumiamo proviene da cereali come il riso ed il grano, che non vengono coltivati in verticale, questa tecnica produttiva non riuscirà certo a sfamare il mondo. Tuttavia, l’agricoltura verticale propone soluzioni innovative per una agricoltura moderna, contribuendo al contempo alla sostenibilità urbana. Occorre migliorarne le prestazioni e diminuirne i costi. Senza considerare la coltivazione in condizioni estreme, come ad esempio le missioni spaziali, l’approccio deve essere considerato per alcune colture che permettono di fornire cibi freschi in località dove la terra è scarsa e costosa, come le metropoli. La cosiddetta agricoltura urbana, compresa l’agricoltura verticale, ha il potenziale per contribuire ad una produzione alimentare redditizia, alla gestione sostenibile delle risorse naturali, all’azione sul clima e ad uno sviluppo territoriale equilibrato. Ovviamente considerando sempre la sua particolare fragilità insita nel fatto di dover realizzare ambienti artificiali di coltivazione.

Negli Stati Uniti l’agricoltura verticale è inclusa nella politica agricola federale dal 2018. Nella UE, nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare della Commissione Europea, in cui cibo, acqua e nutrienti rappresentano una delle catene del valore sostanziali e della strategia “farm to fork” del 2020 che é al centro del Green Deal europeo, l’agricoltura verticale potrebbe dare un proprio contributo riducendo l’uso di prodotti agrochimici e di acqua, contrastando il degrado del suolo, la deforestazione e l’eutrofizzazione delle acque.

A fronte delle nuove tecniche occorre avere un quadro normativo appropriato per definirne gli ambiti e, soprattutto, la titolarità essendo l’accesso al cibo un patrimonio ed un diritto universale.

Fonte: European Parliament

Suini: il mercato italiano 2022 in sintesi
21 Marzo 2023

Di: Marika De Vincenzi ed Ester Venturelli

Il mercato suinicolo Italiano è stato fortemente segnato dalla diffusione di PSA nel nostro territorio, di cui il primo caso è stato identificato a Gennaio 2022. Ad effetto immediato, alcuni Paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato le importazioni di carne suina dall’Italia. L’export totale è diminuito in volume del -8,2% nel 2022 rispetto al 2021. La maggior riduzione ha riguardato l’export di “Altre Carni congelate (cod. HS 020329)” di cui la Cina è stata il principale acquirente fino al 2021.

Oltre alla domanda in rallentamento, il 2022 ha visto un’ulteriore crescita dei costi sia dell’alimentazione sia energetici che, insieme alla PRRS (Sindrome Riproduttiva e Respiratoria Suina), ha portato ad una riduzione del patrimonio suinicolo italiano. Di conseguenza le macellazioni di suini sono diminuite di 596 mila capi (-5.4% rispetto al 2021). Le macellazioni di suini destinati a DOP-IGP, in particolare, sono diminuite di 409 mila capi.

Nonostante la minor domanda estera, il calo dell’offerta domestica di suini ha portato ad una carenza di carni suine, sfociata in un aumento dei prezzi locali. L’aumento dei listini ha raggiunto anche il consumatore, che ha già iniziato a modificare le sue abitudini d’acquisto spostandosi dai prosciutti DOP verso prodotti meno costosi, quali prosciutti non DOP, Prosciutto Cotto, Mortadella e Salumi.

Efficienza nelle vacche da latte USA
9 Marzo 2023

Secondo uno studio della National Milk Producers Federation ed altre associazioni USA, rispetto al 2007, le vacche da latte nordamericane producono il 6% in più di latte, consumano il 4% in meno di mangime e utilizzano il 13% in meno di terra. Inoltre, rispetto a 14 anni fa,  producono l’8% in meno di emissioni e consumano il 6% in meno di acqua. Questa riduzione nelle emissioni di gas serra equivarrebbe all’eliminazione di quattro milioni di auto dalla circolazione ed il risparmio idrico sarebbe sufficiente a soddisfare per due anni i bisogni di una città come New York.

Il Nord America, con appena il 4% delle vacche allevate nel mondo, produce il 15% del latte globale e la produzione di latte è aumentata di 3,5 volte tra il 1960 e il 2020, a differenza di 1,5 volte nelle altre aree mondiali di produzione lattiera. Oggi gli allevatori statunitensi producono più latte che nel 1944, seppur con 16 milioni di vacche in meno.

L’efficienza è data da genetica, tecnologia e gestione

Questi miglioramenti sono il risultato della genetica, della tecnologia, delle pratiche di gestione aziendale e di altre innovazioni che vanno a beneficio degli animali e degli allevatori, ma anche dell’ambiente e della società. Un allevamento di 750 vacche produce sostanza organica sufficiente per concimare  oltre 900 ettari di terreno, la tecnologia permette di convertire il metano in energia elettrica, il consumo di latte è buono per la salute.  Occorre però sfatare dei miti  che stanno prendendo piede, come ad esempio la supposizione che le vacche starebbero meglio al pascolo che nelle stalle. Eppure dalle valutazioni di stress ormonale risulta che le vacche si trovano meglio nelle stalle, dove è possibile intervenire per mitigare gli stress climatici, piuttosto che essere esposte all’esterno. Un altro mito riguarda il fatto che i succedanei di origine vegetale sarebbero più environmentally friendly del latte. Per sfatarlo basta solo notare che la quantità  di CO2 per grammo di proteine prodotte è minore nel latte che in tali bevande alternative.  

i dati sono sempre più alla base delle decisioni aziendali

Oggi gli allevatori hanno una visione più approfondita ed ampia delle loro attività, che consente di prendere decisioni migliori. Come mai prima, che si tratti della salute dell’animale, dell’alimentazione, della quantità di latte o della produttività complessiva della mandria, i dati sono sempre più alla base delle decisioni aziendali.

I miglioramenti apportati da una selezione genetica più appropriata, hanno contribuito in modo determinante all’aumento della produttività complessiva. La longevità della vacca, la trasformazione dell’alimento, la produzione di latte e la resistenza alle malattie, sono tutti parametri che sono migliorati grazie a questa selezione.

Internet e social media hanno poi aumentato considerevolmente la condivisione delle informazioni anche tra gli allevatori, fornendo un incrocio di idee ed esperienze che permette la condivisione delle esperienze e la diffusione delle migliori pratiche.

CLAL.it – Produzioni di latte per vacca negli USA

Fonte: AEM, NMPF, DFA

Efficienza: chiave di volta tra produzione e sostenibilità
2 Marzo 2023

Sempre più consumatori chiedono alimenti meno impattanti per l’ambiente, ma non è certo che siano disponibili a pagarli di più. Il primo modo per rispondere a tale richiesta è produrre in modo più efficiente e la via più diretta per ridurre le emissioni nocive per l’ambiente é aumentare le rese. Se la produzione di latte per capo aumenta, occorrono meno vacche per ottenere la stessa quantità, riducendo così automaticamente le emissioni ed i bisogni in alimenti, terreno, acqua e con essi l’impronta di carbonio con cui viene misurato l’impatto ambientale delle attività. I dati dimostrano come sia questa la strada intrapresa dai Paesi con la produzione lattiera più avanzata.

Ciò detto, occorre però affrontare la questione della sostenibilità ambientale in modo più ampio, guardando alla modalità di gestione dell’allevamento per incidere in modo appropriato sulle fonti delle emissioni, innanzitutto alimentazione e salute animale. Le emissioni degli animali da latte derivano per circa il 60% dal metano prodotto dalle fermentazioni ruminali e dagli alimenti della razione, mentre il restante 40% è imputabile alle emissioni dalle deiezioni (ossidi di azoto), dai fertilizzanti chimici e dai bisogni energetici.

Il 47% delle emissioni agricole è dovuta alle fermentazioni animali

Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), nel nostro Paese l’agricoltura contribuisce per il 7% alle emissioni totali di GHG ed il 47% di queste sono dovute alle fermentazioni animali. Di questa percentuale, il 36.9% proviene da bovine da latte, il 31.8% da bovini da carne, il 4.5% dai bufali e l’8.5% dagli ovini.

Quindi occorre focalizzarsi in primo luogo sull’efficienza alimentare, per massimizzare l’assimilazione dei principi nutritivi della razione. Se le proteine apportate con gli alimenti venissero meglio utilizzate dall’animale, le perdite di azoto sotto forma di gas metano diminuirebbero e si potrebbe ottenere più latte riducendo gli apporti, con minori costi. Si è visto ad esempio che aumentando l’attività della flora batterica in modo da stabilizzare il pH ruminale è possibile aumentare la produzione di latte per vacca di 1 kg al giorno con un calo nelle emissioni azotate del 5,4%. Rapportato ad un milione di vacche, questo vorrebbe dire 310 mila tonnellate di latte in più, oppure 31 mila vacche in meno. La ricerca sta mettendo a disposizione degli allevatori dei prodotti per ridurre le emissioni di metano nelle vacche da latte, su cui si è recentemente pronunciata in modo positivo l’agenzia europea per la sicurezza alimentare EFSA.

Poi bisogna considerare le patologie che sono correlate sia alla resa che alle emissioni, paratubercolosi, mastiti, rinotracheite infettiva bovina (IBR).

Secondo la FAO l’allevamento da latte deve ridurre le emissioni di gas climalteranti (GHG) ed impegnarsi per un futuro a neutralità carbonica. Questo rappresenta una sfida, ma deve essere anche un impegno perché gli allevatori hanno a disposizione varie opportunità per produrre in modo più sostenibile così da rispondere alle necessità ambientali ed alle richieste dei consumatori.

TESEO.clal.it – Resa di Latte per Vacca nelle principali regioni italiane

Fonte: Farmer’s weekly e FAO

Nuova Zelanda, obiettivo: metano -10%
23 Febbraio 2023

La Nuova Zelanda conta solo 5 milioni di abitanti, ma è un grande Paese agricolo che esporta quasi il 90% del cibo che produce, in primo luogo latte e derivati. Nonostante le emissioni di gas ad effetto serra, principali responsabili del cambiamento climatico in atto, rappresentino solo lo 0,17% a livello mondiale ponendo la Nuova Zelanda al 22mo posto fra i Paesi industrializzati, le emissioni pro-capite sono le seste al mondo.

In Nuova Zelanda ci sono circa 40 milioni di ruminanti

Dunque il settore agricolo deve impegnarsi concretamente per migliorare l’efficienza produttiva, soprattutto nell’allevamento che ha avuto progressi impressionanti. Se si torna indietro di qualche centinaio di anni, in Nuova Zelanda non c’erano ruminanti, mentre oggi se ne contano circa 40 milioni e, dunque, la mitigazione delle emissioni in atmosfera di gas ad effetto serra diventa cruciale sia per questioni ambientali, sia per rispondere alle richieste delle grandi aziende importatrici che stanno affrontando le normative sul clima.

Nel 2020 le emissioni in atmosfera sono state il 21% in più rispetto a quelle del 1990, anno in cui sono iniziati gli obblighi internazionali di rendicontazione delle emissioni di gas serra. Il 73,1% delle emissioni agricole era costituito da metano enterico prodotto dai ruminanti mentre la restante parte era protossido di azoto, metano ed anidride carbonica derivanti da deiezioni, gestione del letame e concimi. Il metano viene emesso da diverse fonti, tra cui zone umide, discariche, incendi boschivi, agricoltura ed estrazione di combustibili fossili, ma in Nuova Zelanda circa il 95% del totale è emesso dal bestiame. Si calcola che un animale da latte produca in media circa 98 kg di metano all’anno, uno da carne 61 kg ed una pecora circa 13 kg all’anno. Riguardo al protossido di azoto, che nel 2020 rappresentava l’11% delle emissioni totali di gas serra, la fonte principale é rappresentata dall’urina e dallo sterco del bestiame.

Le emissioni di metano devono essere ridotte del 10% entro il 2030

Sono stati dunque fissati obiettivi a lungo termine per ridurre le emissioni, tenuto conto del fatto che non tutti i gas hanno la stessa rilevanza: le emissioni nette di anidride carbonica e protossido di azoto, gas a lunga vita, devono essere ridotte a zero entro il 2050, mentre quelle di metano devono essere ridotte del 10% rispetto ai livelli del 2017 entro il 2030 e del 24-47% entro il 2050. Anche se, grazie alla genetica ed al miglioramento nell’alimentazione animale e nella gestione dei reflui, gli allevatori hanno prodotto in modo più efficiente rispetto al 1990, resta ancora molto da fare nella riduzione delle emissioni assolute. Questo comporterà dei costi ed alcuni sostengono che altri Paesi esportatori si potrebbero avvantaggiare sui mercati internazionali. Bisogna però considerare che molti dei Paesi concorrenti della Nuova Zelanda, UE o Nord America in primo luogo, producono emissioni simili per unità di prodotto ed hanno gli stessi obiettivi di mitigazione da raggiungere. Se espandono la loro produzione agricola, le emissioni devono ridursi in qualche altro settore della loro economia.

Di conseguenza la sfida comune nei Paesi con un allevamento animale ad alta efficienza sarà quella di mantenere la produzione riducendo le emissioni di gas serra.

Fonte: edairy News

Prosciutto di Parma: Consolidare le vendite per un futuro in crescita [Intervista al Pres. Utini]
13 Febbraio 2023

Alessandro Utini – Presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma

Alessandro Utini
Parma

I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.

Presidente Alessandro Utini, come definirebbe l’attuale situazione di mercato?

“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.

Il prezzo della coscia è particolarmente elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo sia per le imprese che per il consumatore?

“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia che regola domanda e offerta”.

Molti settori stanno vivendo una fase di incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di Parma?

Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale

“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.

La produzione di Prosciutto di Parma è in flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul mercato della minore produzione?

“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.

L’export è una delle strade obbligate. Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di incrementare le performance?

Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export

“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.

Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist? Che risultato vi stanno dando queste figure?

“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.

Quando si parla di Prosciutto di Parma, quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È necessaria una segmentazione del prodotto?

“Prendere in considerazione le caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia, Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il Parma”.

Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?

“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.

La suinicoltura italiana dovrebbe forse immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli altri tagli. Che suggerimenti ha?

“Pur ritenendo indispensabile un’azione volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che, per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione del Prosciutto di Parma”.