Nonostante L’Export di Mais dell’UE-28 nel cumulato Gennaio – Luglio 2020 rimanga superiore allo stesso periodo del 2019, da Maggio si registra un trend negativo. Continua a diminuire l’Import di Mais: -51,93% in Luglio 2020 rispetto a Luglio 2019.
L’Italia ha importato nella prima metà del 2020 3,03 milioni di tonnellate: una riduzione del -2,76% rispetto ai primi 6 mesi del 2019.
Soia
Si rafforza l’Import europeo di Soia nel mese di Luglio: +9.54% Lugliorispetto a Luglio 2019, per un totale di 9.89 milioni di tonnellate nei primi 7 mesi dell’anno in corso.
Picco in Giugno per l’Import Italiano di Soia: 246.154 tonnellate acquistate, che corrispondono ad un aumento del +40,17% rispetto a Giugno 2019. Nel 2020 le importazioni dagli Stati Uniti sono diminuite notevolmente, a favore di altri Paesi fornitori (Brasile e Canada).
Riso
L’Import UE-28 di Riso sta vivendo un periodo di forte crescita, dopo un inizio 2020 moderato. Nel periodo Gennaio – Luglio sono state acquistati, infatti, 1,69 milioni di tonnellate, +17,48% rispetto ai primi 7 mesi del 2019. Trend che si rafforza in Luglio +42,67%.
L’Italia vede crescere il proprio Export di Riso nei primi 6 mesi del 2020, raggiungendo le421.836 Tonnellate. Il trend è confermato anche per il mese di Giugno, con esportazioni in aumento del +14,22%.
“La suinicoltura italiana ha
bisogno di investimenti, programmazione produttiva, specializzazione e di una
rivoluzione culturale che abbracci tanto la produzione quanto il marketing.
Senza questi elementi, inutile sperare nella competitività e nel futuro del
settore”.
Ha le idee molto chiare e non ci gira troppo intorno Sergio Visini, allevatore bresciano che gestisce due porcilaie tra Grezzana (Verona) e Pegognaga (Mantova), in collaborazione con Bompieri. Circa 800 scrofe sono di fatto il serbatoio per il sito 2 nel Mantovano, dove è stato costruito un allevamento completamente nuovo con svezzamento e ingrasso. In totale sono poco più di 19.000 suini all’anno.
Quali sono i tratti distintivi
dell’impianto?
“Lo svezzamento è su paglia,
mentre l’ingrasso è con pavimento pieno e palchetto parzialmente fessurato. Utilizziamo
solo la ventilazione naturale in tutti i padiglioni monofalda su cui abbiamo
installato due impianti di fotovoltaico da 1 megawatt (uno in autoconsumo).
Abbiamo anche un impianto di biogas per valorizzare i reflui, riutilizzare il
calore e ridurre così l’impatto ambientale. Inoltre, impieghiamo dei
microrganismi per abbattere gli odori”.
Che tipo di animale allevate?
“Dal 2017 abbiamo scelto di
aderire alla filiera antibiotic free e portiamo gli animali a 175 chili”.
A chi vendete?
“A Opas per il circuito del
Prosciutto di San Daniele, marchio Principe, con la quale Opas ha avviato una
collaborazione per valorizzare anche il resto della carcassa per carne fresca o
insaccati, dal momento che è antibiotic free”.
Vi siete orientati su una
produzione molto richiesta e specifica. Qual è la remunerazione in più per
l’allevatore?
“Viene riconosciuto un premio in
più per capo. Il risultato, di fatto, è legato alle cosce, ma, come dicevo,
stiamo sperimentando per estendere i benefit anche al resto dell’animale.
Abbiamo adottato una logica produttiva di tipo industriale, da intendersi in
chiave di organizzazione, efficienza, tracciabilità, servizio tecnico, ma anche
genetica e strutture. Nulla è lasciato all’approssimazione, data la peculiarità
di questo mercato”.
Appunto. Quello suinicolo è un
mercato che sta scontando una marcata volatilità. Perché, secondo lei?
La volatilità è legata all’assenza di programmazione
“La volatilità è legata alla totale
assenza di programmazione. Senza una pianificazione produttiva condivisa e una
progettualità dall’allevamento al prodotto finito non si può pretendere di
governare il mercato”.
“Il dato dell’autosufficienza, in
verità, mi interessa relativamente. Non facciamo carne di macelleria e non abbiamo
mai pensato di farla. Invece, credo che sia giunto il momento di ragionare per
produrre carne di alta qualità. È mai possibile che nei grandi ristoranti
italiani propongano carne suina spagnola e non italiana? E non credo sia colpa
della ristorazione, se noi non ci siamo mai posti l’obiettivo di proporla”.
Fra gennaio e maggio 2020, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal, abbiamo esportato meno di 150mila tonnellate di carne e preparati. La Francia 313.500 tonnellate, la Polonia 329.000, per non parlare di Olanda (651.000 tonnellate), Danimarca (605.000), Spagna (1.100.000 tonnellate) o Germania, leader a livello europeo con un export di oltre 1.400.000 tonnellate. Quanto pesa, secondo lei, questo gap e come ridare competitività alle imprese?
Investire sull’export ed eliminare le inefficienze all’interno della filiera
“Pesa moltissimo. Ma non abbiamo
mai investito sull’export e mai, come dicevo prima, puntato sulla carne fresca
di alta qualità. Ha iniziato da qualche tempo Opas con il marchio Eat Pink.
Credo che ci siano spazi, perché il prodotto italiano ha qualità superiori, sia
in termini organolettici che qualitativi. Avendo però un suino pesante, va
trattato di conseguenza, magari con una frollatura idonea. Dovremmo, quindi,
investire sulle celle di frollatura. Allo stesso tempo, dovremmo investire per
eliminare le inefficienze all’interno della filiera.
La Spagna può essere vista
come un modello?
“Parto da un dato. Trenta anni fa
la Spagna aveva circa lo stesso numero di maiali dell’Italia. Oggi noi siamo
sugli stessi volumi, mentre la Spagna alleva più di 30 milioni di capi. Hanno
saputo valorizzare la propria filiera, attraverso leve di marketing vincenti
già 20 anni fa, quando puntavano moltissimo sull’export. Anche loro avranno
avuto i problemi ambientali, la difficoltà nei rapporti con i cittadini, una
classe politica con cui confrontarsi, eppure hanno saputo sfruttare un concetto
di cultura alimentare che è molto simile alla nostra, ma che noi italiani non
abbiamo saputo o voluto valorizzare. Dovremmo imparare dal mondo del vino, che
ha saputo costruirsi una identità territoriale molto forte”.
Come mai l’Italia è rimasta
ingessata?
“Non abbiamo costruito un
progetto. E i macellatori hanno fatto da tappo a qualsiasi progettualità. Di
più, non hanno saputo valorizzare anche i nostri gioielli, come i prosciutti di
Parma e San Daniele. Ma le colpe, probabilmente, sono di tutti. Non siamo stati
in grado nemmeno di far funzionare la Cun”.
Quali sono, secondo lei, i
limiti della Cun?
“È limitativo pensare a un
confronto fra due componenti della filiera senza tutti gli altri. Si
confrontano allevatori e macellatori. E gli altri attori?”.
Chi vorrebbe inserire?
“I prezzi della materia prima,
secondo me, devono essere in funzione del prodotto finito. Se vogliamo dire che
la Cun deve definire un prezzo minimo garantito per chi fa un prodotto base,
può eventualmente anche andare bene. Ma se ci orientiamo, come è il modello
Made in Italy, su filiere, prodotti dop e di alta gamma, allora bisogna ripensare
il sistema di formazione del prezzo. Chi
mi fa investire nelle aziende, nel benessere animale, se non c’è remunerazione?”.
I prosciutti Dop sono ancora strategici per la filiera italiana? Come
ne rilancerebbe i consumi e i prezzi?
“Sì, sono ancora strategici, ma
non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo essere protagonisti su un mercato di
alta gamma, dobbiamo garantire credibilità e immagine, qualità del prodotto e,
soprattutto, in maniera costante. Se non distinguo un prosciutto Dop da uno
generico, perché dovrei comprarlo?”.
Dove migliorare?
Serve una standardizzazione di prodotto verso l’alto
“Serve standardizzazione di
prodotto verso l’alto, partendo da materia prima di alta qualità. Non possiamo
pensare che ogni allevamento abbia variazioni qualitative anche marcate. Un
altro punto chiave è il packaging: siamo rimasti indietro e non ci
differenziamo. Questo perché ci manca la cultura del prodotto di alta gamma. Guardiamo
la Spagna, ancora una volta, e il prosciutto Pata Negra: è un brand a tutti gli
effetti, raro e costoso, ma curato anche nei dettagli del packaging, perché
l’immagine di un prodotto di alta gamma non è banale”.
Se continua così, il cambiamento climatico aggraverà la degradazione dei sistemi naturali con impatti molto rilevanti sulle filiere di produzione alimentare. Le emissioni di gas serra -GHG- in atmosfera contribuiscono al riscaldamento globale e dunque diventa imperativo contenerle, come ha stabilito già nel 2016 la conferenza ONU sul clima di Parigi. Si calcola che la produzione alimentare sia responsabile del 26% delle emissioni di gas serra e di queste l’allevamento ne rappresenta il 31%, le coltivazioni il 27%, l’uso dei suoli il 24%, la trasformazione e distribuzione il 18%. Bisogna poi considerare lo spreco alimentare, pari a circa il 30% della produzione totale, il fatto che due miliardi di persone sono sovrappeso mentre un miliardo soffre la fame.
Rimodulare i sistemi alimentari per renderli resilienti
Questi squilibri impongono dunque di rimodulare i sistemi alimentari per renderli resilienti, e la crisi del Covid-19 ne fa un forte richiamo. Si tratta di affrontare la complessità delle correlazioni fra clima, deforestazione, biodiversità. Le foreste abbattono di un terzo le emissioni di carbonio, però la deforestazione prosegue a ritmi vertiginosi, e non solo in Amazzonia dove comunque negli ultimi 12 mesi è aumentata del 40%. Proteggere ed espandere le foreste potrebbe contribuire ad un quarto della mitigazione necessaria per raggiungere l’obiettivo della conferenza di Parigi, contenendo in 1,5 gradi l’aumento medio delle temperature globali al 2030.
Si tratta di “rigenerare la natura”, accrescendo la biodiversità dei territori, recuperando la fertilità dei terreni e preservando le fonti idriche ed il loro accesso. Questo comporta una compartecipazione lungo tutta la filiera dalla terra alla tavola ed una condivisione degli obiettivi, attraverso azioni sociali e collaborazioni politiche anche fra i vari Paesi. In pratica, occorre agire per riequilibrare il bilancio del carbonio tra emissioni e sequestrazione, orientare i contributi agricoli per sostenere produzioni favorevoli per l’ambiente e la salute e per la transizione verso l’agricoltura rigenerativa; assicurare contributi per il riciclo delle plastiche, l’introduzione di nuove tecnologie di riciclo, compresa la raccolta, nel principio di un’economia circolare della plastica.
Le imprese agroalimentari sono chiamate a dare uno specifico contributo a tali azioni, rimodellando circuiti di fornitura, processi di trasformazione ed anche modalità di presentazione e confezionamento dei prodotti. Grandi imprese internazionali come Unilever hanno annunciato specifici impegni come l’equilibrio nel bilanciamento del carbonio al 2030, l’uso di materie prime ottenute certificate sostenibili e di materiali di confezionamento riciclabili o biodegradabili.
Anche le piccole e medie imprese coinvolte nelle produzioni territoriali, possono giocare un grande ruolo nel riorientare le produzioni, promuovendo il valore ambientale e sociale dei prodotti alimentari. Anzi, debbono farlo.
TESEO.clal.it – Emissioni GHG2 da agricoltura nel 2011
Il futuro della zootecnia passa indubbiamente anche dalla formazione, dall’innovazione e dalle nuove tecnologie, dalla sostenibilità ambientale e dalla multifunzione. L’occasione del biogas e del biometano è sicuramente da cogliere sia in ottica green che per dare stabilità a lungo termine a una redditività che non sempre la vendita di latte e carne riescono a garantire, per effetto di una volatilità talvolta repentina.
Sono le indicazioni, in sintesi, di
Giuseppe Volta, direttore generale di Rota Guido, realtà che “veste” le
stalle all’avanguardia nel campo delle prestazioni e del benessere animale. Partiamo
proprio dall’animal welfare nell’intervista a Volta.
Direttore, molto spesso si accusa il mondo agricolo di non rispettare
il benessere animale. È così oppure siamo di fronte a una fake news?
La cura dei propri animali è nell’interesse di ogni allevatore
“Si tratta di affermazioni assolutamente non corrispondenti alla realtà, in quanto è sicuramente nell’interesse di ogni allevatore avere la massima cura dei propri animali. È ben noto, infatti, ad ogni operatore del settore zootecnico come le performance produttive e riproduttive degli animali allevati siano strettamente correlate e proporzionali al loro livello di benessere. Pertanto, al di là degli aspetti etici, il benessere animale risulta essere la condizione essenziale per garantire il successo economico di ogni allevamento”.
Quali sono le azioni per aumentare il benessere animale?
“Per poter garantire un buon
livello di benessere agli animali allevati è necessario ridurre al minimo il
loro livello di stress. Parliamo principalmente di stress sociali e stress
termici, che vengono ormai tranquillamente azzerati grazie ad una corretta
progettazione che prevede spazi, tecnologie e servizi corretti che consentono
agli animali di vivere liberi dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalle
malattie e di esprimere i loro ideali comportamenti naturali”.
Quali sono le principali richieste dell’allevatore quando deve
costruire una nuova stalla? In tutto questo la sostenibilità ambientale che
spazio riveste?
“Come società Rota Guido, ci occupiamo da più di cinquant’anni di progettare e realizzare centri zootecnici razionali ed integrati non solo in Italia, ma in gran parte del mondo. Da sempre la filosofia che ci guida e che è assolutamente condivisa dagli allevatori e investitori è quella di garantire la massima efficienza produttiva nel rispetto della facilità e sicurezza gestionale per gli addetti di stalla. Risulta inoltre evidente come lo svolgimento dell’attività zootecnica debba avvenire in assoluta armonia con il territorio circostante.
Questo per operare nel più ampio rispetto delle sempre maggiori e restrittive normative vigenti in materia di corretta utilizzazione agronomica e, soprattutto, per garantire un ambiente pulito e sicuro alle generazioni future. Pertanto, nella progettazione e realizzazione dei centri zootecnici, oltre alla funzionalità ed efficienza dei vari settori e ricoveri destinati agli animali, diamo sempre maggiore importanza a tutte quelle strutture e tecnologie che sono mirate a valorizzare i reflui zootecnici, eventualmente trattandone il carico organico con specifici impianti per farlo rientrare nei limiti imposti dalla legge”.
In questa fase di riassestamento dopo il Covid-19, che azioni
suggerirebbe agli allevatori per sostenere il prezzo del latte?
Esistono opportunità di integrare il reddito, come la produzione di biogas
“Il comparto agricolo sta attraversando
un momento di leggera difficoltà, legata soprattutto al prezzo di vendita di
latte e di carne. Esistono però interessanti opportunità di integrazione al
reddito”.
Quali?
“Mi riferisco ad esempio alla corretta utilizzazione delle deiezioni zootecniche, che possono essere economicamente valorizzate come matrici per l’alimentazione di impianti a digestione anaerobica, con produzione di biogas e cogenerazione e vendita di energia elettrica e termica e/o produzione di biometano. Gli incentivi attualmente in vigore sono una garanzia di valore economico assoluta e durata certa nel tempo, pari a vent’anni, e rappresentano una vera assicurazione sulla vita per il centro zootecnico, anche e soprattutto in tempi in cui i prezzi di vendita di latte e carne possono subire eventuali flessioni.
Un aspetto molto interessante è anche quello legato alla facilità di accesso al credito, favorito appunto da un prezzo certo per un periodo minimo garantito. Gli imprenditori più avveduti sono quelli che studiano le loro strategie di sviluppo e le implementano nei momenti di mercato meno felici. Per loro, ovviamente, l’integrazione dello sviluppo dell’allevamento unitamente ad un impianto di produzione di biogas rappresenta una facilitazione sia a livello autorizzativo che finanziario, essendo il solo rendimento dell’impianto sufficiente a coprire il totale ammortamento dell’investimento sia di biogas che di ricovero zootecnico. Inoltre, per convertire una fase di difficoltà in un’opportunità imprenditoriale, abbiamo ritenuto di metterci a disposizione degli allevatori, per guidarli nell’acquisto agevolato di soluzioni e tecnologie 4.0, generando le condizioni commerciali ideali per l’ottenimento del credito d’imposta come previsto dal Decreto Legge 124/2019”.
Spesso chi realizza una stalla nuova o impianti di energie rinnovabili
beneficia di fondi all’interno delle misure del Programma di sviluppo rurale.
Quali suggerimenti ritenete utili dare alle Regioni, affinché si possa
migliorare l’innovazione e la competitività delle imprese agricole?
“Gli aiuti a livello comunitario e/o regionale sono sicuramente un importante incentivo per stimolare lo sviluppo di realtà agricole e soprattutto zootecniche. Ritengo che le istituzioni nelle loro valutazioni debbano in qualche modo avere un occhio di riguardo e premiare tutti gli interventi mirati allo sviluppo ed introduzione di tecnologie innovative, questo sia nelle nuove realtà che nelle ristrutturazioni di quelle esistenti.
Informazioni puntuali e corrette aiutano a migliorare i risultati economici dell’allevatore
Vanno incentivate tutte le tecnologie che permettono di elevare il livello funzionale dell’allevamento, fornendogli così la possibilità di avere dei riscontri analitici, al fine di renderlo più competitivo. La disponibilità di informazioni puntuali e corrette facilita la gestione, riduce gli errori, previene le malattie e l’uso di farmaci, aiuta in buona sostanza a migliorare i risultati economici dell’allevatore e allo stesso tempo si rendono disponibili a tecnologie mirate alla valorizzazione e corretta utilizzazione dei reflui zootecnici nel rispetto del territorio e dell’ambiente. In sostanza, tutte le tecniche che fanno riferimento alle PLF – Precision Livestock Farming (Zootecnia di precisione) e le BAT – Best Available Technologies (Migliori Tecnologie Disponibili), dovrebbero essere incentivate e utilizzate correttamente al fine di consolidare quell’ideale connubio fra zootecnia e ambiente”.
Abbiamo sotto gli occhi esempi di agricoltura verticale, una stalla
galleggiante a Rotterdam, sono partite ricerche di laboratorio per portare
l’agricoltura su Marte. Come si immagina la stalla del futuro?
“In attesa che queste sperimentazioni diventino più concrete, in quanto ancora relativamente poco percorribili, ritengo che la stalla del futuro prossimo debba essere una realtà fortemente radicata sul territorio, con il quale deve essere perfettamente integrata e sinergica. Gli animali vivranno senza stress e saranno felici, produrranno come logica conseguenza latte e carne di ottima qualità, gli operatori saranno appassionati ed entusiasti del loro lavoro, la stalla non verrà percepita come fonte di odori sgradevoli e tantomeno come elemento inquinante, ma sarà lo strumento per produrre energia pulita e concimare il terreno in modo naturale. Come anticipato, dovrà essere tutto improntato sul concetto della sostenibilità perché, proprio per avere garanzie di futuro, si dovrà assicurare la necessaria sostenibilità economica, ma nel più ampio rispetto della sostenibilità sociale e di quella ambientale”.
Per la crescita del settore zootecnico è necessario sostenere la
formazione. Come azienda leader del settore avete progetti o percorsi dedicati
agli allevatori in tal senso?
“Siamo assolutamente convinti che lo sviluppo ed il futuro dell’attività zootecnica non possa prescindere da un’adeguata formazione delle varie funzioni, da quelle strettamente operative a quelle manageriali. È la filosofia dell’azienda Rota Guido, quello di fornire sempre un servizio generale ai nostri clienti, dalla consulenza, alla progettazione preliminare, a quella finanziaria, fino al training formativo. E questo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Mentre, per tutti quei Paesi ad economia avanzata come l’Italia e per tutte le figure di avanzato livello professionale, insieme a un gruppo di aziende di rilievo del settore, abbiamo creato un riferimento formativo di notevole importanza”.
Di cosa si tratta?
“Il riferimento è il Polo di Formazione per lo Sviluppo Agrozootecnico con sede a Maccarese Fiumicino, attraverso il quale, con un calendario prestabilito e disponibile online sul sito del Polo, viene presentata un’offerta formativa in collaborazione con i massimi esperti mondiali del settore, a cui è possibile iscriversi direttamente dal sito. La struttura organizza corsi di formazione avanzata e, laddove non sia possibile la presenza fisica in aula, sono previste soluzioni in formato webinar”.
L’export di sorgo USA, dopo una riduzione del -30.2% nel 2019, torna a premiare gli agricoltori, che stanno accogliendo con soddisfazione l’aumento della domanda da parte della Cina. Durante la settimana di ferragosto, USDA ha riportato una vendita di 32 milioni di Bushel di Sorgo al mercato cinese (812.800 Ton), sottolineando che si tratta di un record, superando il precedente picco di 23 milioni di Bushel del 2014.
Tim Lust, CEO di National Sorghum Producers (NSP), afferma che questa vendita rappresenta il 9% dell’intero raccolto di sorgo Statunitense, aggiungendo inoltre che i produttori hanno registrato 90 giorni di consistenti vendite verso la Cina.
L’export di Sorgo Statunitense per il periodo Gennaio-Giugno 2020 ha registrato un incremento del +147,5%, attestandosi ad un totale di 3,25 milioni di tonnellate. La Cina si conferma come principale destinazione e, grazie ad un aumento del +538%, assorbe il 78% delle esportazioni totali di Sorgo Statunitensi.
Una domanda sorge spontanea, ovvero cosa sta determinando
questi acquisti storici, e per quanto tempo la Cina continuerà ad acquistare
queste quantità?
Secondo Lust i motivi di questa forte crescita delle esportazioni sono molteplici. Innanzitutto, la prima fase dell’accordo commerciale tra i due Paesi ha portato ad un maggior interesse verso i prodotti agricoli Statunitensi da parte della Cina, a cui va unito il bisogno crescente di sorgo da parte degli allevatori locali. Occorre inoltre considerare che l’Australia, uno dei maggiori concorrenti degli Stati Uniti in questo mercato, ha avuto un raccolto inferiore all’anno precedente, e sta esportando verso la Cina circa 1 milione di Ton in meno.
Anche osservando i prezzi si notano differenze di
competitività. Lust evidenzia che la tariffa sul sorgo USA è minima, il che
significa che con prezzi delle materie prime più elevati in Cina il sorgo
statunitense risulta più conveniente per l’impiego zootecnico.
Il CEO di NSP afferma inoltre che segnali positivi indicano che la Cina potrebbe continuare ad acquistare questo cereale. “Ci si aspettava che l’impatto della peste suina africana (ASF) avrebbe mantenuto bassa la domanda cinese di alimenti zootecnici per diverso tempo, ma ciò non sembra stia accadendo” dice Lust.
TESEO.clal.it – Export Sorgo USA, Top Importers
Anche Arland Suderman di StoneX Group si trova d’accordo con Tim Lust, sostenendo che sebbene parte del sorgo importato dalla Cina venga diretto nella produzione di una particolare bevanda alcolica, la maggior parte di esso viene acquistato dall’industria mangimistica. Suderman avverte poi anche che, nonostante i segnali siano positivi, la Cina non è sempre una destinazione affidabile per le esportazioni, specie dal punto di vista politico.
I produttori di sorgo capiscono fin troppo bene la cautela di Suderman; basta infatti ricordare che il governo cinese durante il 2018 ha imposto una tariffa di importazione del 179% sul raccolto americano, accusando gli agricoltori statunitensi di fare dumping. Comunque, nonostante il rischio che la Cina possa smettere di acquistare le materie prime americane, per il momento gli agricoltori celebrano questo rinnovato interesse che sta portando un aumento significativo dei prezzi.
Il costo indicativo dell’alimentazione bovina in Italia evidenzia un leggero aumento nel mese di Luglio. In UE aumentano produzione ed export di Mais nella stagione in corso, mentre diminuisce l’import. In crescita invece l’import di Soia Europeo per il periodo Gennaio-Maggio.
Michele Badolato del Team di CLAL.it e TESEO illustra l’andamento di mercato di Mais e Soia nel seguente video.
Prezzi e alimento simulato
Le quotazioni di Luglio evidenziano che il costo indicativo dell’alimentazione bovina è in leggero rialzo: +0,38% rispetto a Giugno, invertendo il trend dei 2 mesi precedenti.
Il Prezzo del Mais Nazionale, che è driver per la componente energetica della razione, segue un trend in graduale aumento e la media delle quotazioni di Milano in Luglio è 183 €/Ton. Il prezzo della Farina di Soia, driver per la componente proteica della razione, mostra una tendenza negativa, e la media delle quotazioni di Milano in Luglio è 332 €/Ton.
Import – Export UE
La produzione di Mais in UE Settembre 2019 – Agosto 2020 si dovrebbe chiudere con un aumento del 3,6% secondo le stime USDA. Il trend in crescita dovrebbe confermarsi anche nella prossima stagione (+2,5%).
Mais:
Export UE+62% Gennaio – Maggio 2020
Nell’Unione Europea l’aumento produttivo di Mais nella stagione in corso, unito ad un minor utilizzo in campo zootecnico, si è riflesso in una riduzione dell’import (Gennaio-Maggio -32,5%) e un aumento delle esportazioni.
Le esportazioni UE infatti nel periodo Gennaio-Maggio sono aumentate del +62,2% per un totale di2,68 Mio Ton. Le principali destinazioni sono state: Egitto, Turchia ed Iran.
Situazione differente per la Soia, dove a fronte di un calo dell’export europeo per il periodo Gennaio – Maggio, l’import torna ad essere positivo, registrando nel mese di Maggio una variazione del +35%.
L’Italia,importatrice netta di Mais e Soia, nei primi quattro mesi del 2020 ha registrato una diminuzione delle importazioni di questi due prodotti agricoli, rispettivamente -5,4% per il Mais, e -0,7% per la Soia.
Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.
Il riscaldamento globale, con le criticità del clima che determinano fenomeni sempre più estremi, siccità ed inondazioni, nelle regioni più vulnerabili e fra le fasce di popolazione più povere, produce anche situazioni di malnutrizione.
Questa constatazione è stata resa evidente da uno studio condotto in Brasile sulla correlazione fra esposizione alla siccità e ricoveri ospedalieri non solo a causa della mancanza di acqua e cibo, ma anche per gli effetti negativi del calore sulla fisiologia dell’organismo umano come capacità digestiva ed equilibrio dei liquidi e degli elettroliti corporei.
Esaminando i dati tra il 2000 ed il 2015 dei ricoveri da malnutrizione avvenuti nei periodi più caldi dell’anno, è stato osservato che il 15,6% dei casi poteva essere associato all’esposizione a temperature ambientali eccessive. Le persone più vulnerabili sono state i bambini, i giovani e gli anziani. I ricoveri da malnutrizione sono aumentati del 2.5% per ogni 1°C di aumento della temperatura giornaliera durante la stagione calda. Nel periodo osservato, la media delle temperature è aumentata di 1,1 °C e la percentuale di ricoveri da malnutrizione attribuibili a caldo eccessivo, è passata dal 14,1% nel 2000 al 17,5% nel 2015.
Questo ci dice che le strategie per affrontare gli effetti del cambiamento climatico debbono riguardare non solo i sistemi alimentari, acqua e cibo, ma anche la prevenzione della esposizione ai sempre più frequenti picchi di calore, in particolare per quanto riguarda bimbi, giovani ed anziani.
Se non si affronta con urgenza il tema del degrado ambientale, unitamente al degrado umano, saranno guai non solo per la salute ma per la convivenza civile.
È noto che la salute del vitello e la sua carriera produttiva sono influenzatedal modo in cui è stata condotta la gestazione ed in particolare riguardo l’alimentazione della madre, il suo stato sanitario e gli stress. Su questi aspetti, l’Università della Florida ha condotto degli studi, i cui risultati sono stati presentati al Canadian Dairy Seminar2020 in Alberta.
Un vitello che nasce sottopeso per carenze alimentari della vacca durante la gestazione, potrà avere compromessa la crescita, la capacità produttiva e la resistenza alle malattie. Non si tratta però solo di quantità della razione, ma anche della sua composizione ed additivazione.
È stato osservato che la colina è uno dei fattori nutrizionali che possono avere un’importanza diretta su salute e performance del vitello ed è stato dimostrato come la sua aggiunta nella razione della vacca per 3 settimane prima del parto fino a dopo il parto, comporta una minore mortalità dei vitelli a 24 giorni, minore incidenza di stati febbrili, maggior incremento di peso fino a 300 giorni. Riguardo le malattie, le infezioni alla vacca durante la parte finale della gestazione possono determinare una risposta immunitaria che si ripercuote sul vitello, condizionandone la salute.
Lo stress da caldo influisce negativamente sulla salute del vitello
Particolarmente importante è però un altro fattore osservato dai ricercatori statunitensi attraverso le osservazioni in utero della vacca a fine gestazione, cioè lo stress da caldo. Questo stato altera la capacità della vacca di scambiare principi nutritivi ed ossigeno al feto, riducendo la durata della gestazione. I vitelli alla nascita sono meno pesanti e questo stato persiste durante svezzamento e pubertà. L’animale potrà recuperare peso nel secondo anno di vita, ma si tratterà più di deposito adiposo che non di tessuto funzionale.
Quindi, vacche più grasse e con maggior insulina che metabolizzano più rapidamente il glucosio e di conseguenza minore capacità di trasformare i principi nutritivi in latte. Inoltre lo stress da caldo comporta minore possibilità di assorbire le immunoglobuline dal colostro e dunque ridotto stato immunitario del vitello.
In conclusione, bisogna prestare attenzione alle condizioni intrauterine negli ultimi tre mesi di gestazione. Questo non solo per la salute della vacca, ma per tutta la carriera produttiva del nuovo animale.
Il centinaio di componenti bioattivi del colostro bovino rappresentano un potenziale notevole per modulare le diete in diversi ambiti, quali l’alimentazione sportiva, quella per l’età infantile e quella avanzata, ma anche per la riabilitazione conseguente a stati infettivi e di debilitazione.
Secondo la Sovereign Laboratories, azienda che produce colostro a fini commerciali, il prodotto può essere usato con profitto, ad esempio, per arricchire il latte artificiale dei necessari fattori immunitari e di crescita, oppure per contribuire a ricostruire la massa muscolare o per contrastare gli stati allergici.
Il suo uso potenziale si può estendere anche alle bevande ed alle barrette, prodotti sempre più diffusi in una alimentazione mirata, dato l’apporto specifico di fattori immunitari. La moderna tecnologia permette di mantenere inalterate le proprietà del colostro fresco, preservandone il contenuto in immunoglobuline ed evitando la degradazione durante il processo digestivo.
Il prodotto è disponibile sul mercato sotto forma di pillole od in polvere, ma il problema resta la sua limitata disponibilità, data la scarsa disponibilità di prodotto fresco ed i conseguenti problemi di raccolta e conservazione.
Anche il colostro dimostra quanto preziosi siano i benefici del latte e quante siano le possibilità di trarre profitto da questo oro bianco.
“La stalla del futuro sarà all’insegna del benessere animale, della qualità delle produzioni, grazie alla genetica, all’analisi dei dati, alla corretta alimentazione, ad innovazioni che nemmeno si possono oggi immaginare”.
Lo dice Maurizio Ruggeri, amministratore delegato di TDM, realtà nata nel 1992, e che oggi esporta tecnologia in tutto il mondo e ha 130 dipendenti.
Il suo motto è: “The limit is the
sky”, il limite è il cielo, perché – ricorda – “negli ultimi 15 anni in
allevamento si sono compiuti passi in avanti che nemmeno avremmo immaginato”.
Avete avuto difficoltà in queste settimane di lockdown?
“A parte la prima fase di choc, durante la quale abbiamo fermato quasi completamente l’attività garantendo ai clienti solamente l’intervento in caso di rotture, siamo successivamente riusciti a ripartire prima con le manutenzioni programmate e successivamente con installazioni di impianti nuovi. Il tutto non senza difficoltà, prima di tutte quella di salvaguardare la salute dei nostri dipendenti e dei clienti e poi altre difficoltà logistiche come ad esempio l’approvvigionamento delle merci causa chiusura dei fornitori e la difficoltà ad organizzare il ricevimento o la spedizione di merci con aumenti di costi a volte pari al triplo del normale. L’estero, invece, che per noi vale circa il 25% del fatturato, è ancora fermo anche se si intravedono ora le prime possibilità di una riapertura a breve. L’aspetto positivo è che abbiamo utilizzato questo periodo di fermo attività per fare formazione in remoto a tutti i tecnici installatori e manutentori”.
Sul vostro sito invitate a consumare latte italiano. Quanto è importante
sostenere il Made in Italy?
Bisogna incentivare i prodotti italiani, ma ricordare che viviamo in un mondo interconnesso
“Ci sembra doveroso incentivare
i consumi di prodotti italiani, anche perché la mia storia nasce in un’azienda
agricola e da sempre conosco il valore dei prodotti Made in Italy, la passione,
la fatica e la competenza che servono per ottenerli. È molto importante dare una
mano ai nostri allevatori, ma allo stesso tempo, dobbiamo tenere presente che
viviamo in un mondo interconnesso. Noi stessi facciamo export ed è impossibile
mettere delle barriere e chiudere i confini, non sarebbe lungimirante. Resta il
fatto che ritengo fondamentale dare al consumatore la possibilità di scegliere
cosa acquistare in maniera consapevole evidenziando chiaramente in etichetta la
provenienza del prodotto che sta comprando e raccontandogli quanto lavoro e
quanta passione sono serviti per produrlo”.
Il prezzo del latte spot sta riprendendo quota. Come è possibile sostenere
e rilanciare il prezzo del latte in questa fase?
“Abbassare le produzioni potrebbe
sembrare la risposta più ovvia, ma è molto difficile per un allevatore che sta
cercando di ridurre i costi attraverso un’economia di scala decidere di tornare
indietro nella quantità di latte prodotto, e in ogni caso, il mercato italiano
dipende molto da cosa avviene in Francia, Germania, Olanda piuttosto che in Nuova
Zelanda o in Australia. Tenga conto che la situazione del mercato del latte
pre-covid era buona e le proiezioni davano un aumento dell’1,3% annuo dei
consumi mondiali di prodotti lattiero caseari da qui al 2030, questo avrebbe dato
stabilità ai mercati. Io sono tendenzialmente ottimista e penso che, salvo un
repentino ritorno del covid-19, i mercati, supportati da giuste campagne di
promozione informazione, potrebbero ritornare in un periodo non troppo lungo a come
erano prima”.
Quale altra soluzione potrebbe rispondere alle esigenze del mercato?
“Premetto che non è il mio campo e non mi occupo di mercati ma penso che potrebbero aiutare accordi di filiera che coinvolgano i produttori, l’industria di trasformazione e la grande distribuzione, con i quali definire ed indicare meccanismi per calcolare i giusti margini per tutti. Qualche centesimo può fare la differenza per l’allevatore e a volte per lui può significare la differenza tra produrre reddito e perdere, a fronte di un vero accordo di filiera che coinvolga sia l‘industria di trasformazione che la grande distribuzione si potrebbero definire dei criteri per una sorta di minima remunerazione per il produttore in base ai costi di produzione e ricavare i giusti spazi per tutti senza che il consumatore ne debba soffrire particolarmente. Certo che si dovrebbe riuscire a mettere sullo stesso piano tutti gli attori della filiera. Purtroppo devo dire che durante la fase di confinamento abbiamo visto anche dinamiche inspiegabili e penalizzanti per i produttori, con stalle che hanno venduto il latte a 23 centesimi al litro pur di non buttarlo. Bisogna che ognuno compia un passo avanti per uscire dalla crisi e da questo modello di mercato”.
Un Tavolo di filiera può aiutare a trovare una sintesi?
“Penso di si, il tavolo del latte è sempre stato gestito da Regione Lombardia e credo che serva una sorta di garante a livello istituzionale, in modo da facilitare il confronto fra i vari interlocutori. Sarebbe utile, in questa fase, inaugurare un nuovo metodo di dialogo, per coinvolgere tutti i protagonisti con nuove prospettive e idee innovative, perché da questa crisi senza precedenti possa scaturire qualcosa di buono per il futuro”.
Quanto è utile abbassare i costi di produzione?
“Torno volentieri sul nostro campo di azione; l’abbassamento dei costi di produzione è un punto centrale per la sopravvivenza degli allevamenti è una strada che perseguiamo da oltre 20 anni proponendo l’introduzione di tecnologie e di innovazione, oltre 20 anni fa abbiamo iniziato ad introdurre l’utilizzo dei pedometri per la rilevazione dei calori e molti ci prendevano per pazzi, oggi la maggior parte delle aziende si è dotata di questi strumenti che contribuiscono ad abbassare il costo litro latte. Negli anni gli allevatori sono cresciuti molto, ma ci sono ancora margini di crescita ed ogni giorno in azienda c’è qualcosa di nuovo da imparare e o da applicare. La preparazione degli operatori, la conoscenza delle tecnologie ed il loro corretto utilizzo possono aiutare l’allevatore a migliorare la produttività dell’allevamento abbassando di conseguenza i relativi costi di produzione”.
Guardando alle nuove tecnologie, chi dovrebbero seguire come esempio di
innovazione gli allevatori italiani?
“Su scala mondiale gli Usa sono da sempre il paese visto come riferimento, per contro la nostra azienda ha imparato molto da Israele, gli israeliani con una produzione per capo più alta al mondo, hanno un diverso approccio, più basato “sull’essenziale”, poi ci sono alcuni paesi nordici che pongono più attenzione al benessere animale e alla sostenibilità. Ma mi lasci dire però che gli allevatori italiani sono molto bravi e nulla hanno da invidiare rispetto ai colleghi di tutto il mondo. È necessario che i produttori scelgano validi collaboratori, professionisti, fornitori creando delle squadre di lavoro nelle quali ognuno possa portate la propria professionalità e le proprie esperienze. Le faccio un esempio: se sono il fornitore di tecnologia di un’impresa, mi sento responsabile di consigliare il prodotto giusto e dare un addestramento adeguato perché solamente in questo modo il cliente potrà ripagare l’investimento in breve tempo e poter fare ulteriori investimenti. Lo stesso vale per il veterinario che segue la mandria, perché il suo operato ricade sulla gestione e sul benessere degli animali”.
C’è spazio per aumentare la produttività per vacca? Dove si arriverà?
“Difficile dire dove si arriverà. Se me lo avesse chiesto solamente cinque anni fa avrei detto un valore che abbiamo già superato. Molti sono i fattori che influenzano l’aumento di produttività a partire dalla genetica, al benessere, all’alimentazione, all’utilizzo di tecnologie e ad una migliore preparazione degli operatori e sono convinto che questo trend sia destinato a crescere ancora in maniera importante”.
Come sarà la stalla del futuro?
La stalla del futuro sarà impostata verso il benessere animale
“Sarà impostata con una grande attenzione al benessere animale. Avremo sempre più sensori e strumenti che daranno informazioni precise sugli animali, meno manodopera e più automazione. L’obiettivo è far sì che l’animale sia in salute, sia alimentato bene, abbia una vita più lunga, avremo pertanto animali più produttivi che vivranno meglio, oggi l’allevatore ha compreso che il benessere animale è anche una questione economica.
Anche la sostenibilità avrà la sua importanza il che non vuol dire produrre meno o mettere le vacche al pascolo. Una stalla più performante inquina di meno di una meno efficiente”.
Oggi di quali dati ha bisogno l’allevatore dalla sala di mungitura? E
poi: i dati hanno un valore economico?
“La sala di mungitura è un punto nevralgico nel quale vengono raccolti molte informazioni ma non solo, credo che l’allevatore si debba concentrare principalmente sui dati che riguardano la produzione, la salute, il benessere e la fertilità. Questi se bene interpretati possono dare informazioni utili. Qualche esempio: oltre alla quantità del latte, al grasso e alle proteine e alla conducibilità elettrica dello stesso, possiamo sapere ad esempio se l’animale ha sviluppato una chetosi o se c’è un problema di acidosi, se ha problematiche metaboliche, alimentari, oppure quanto ha ruminato, se è in calore, se respira correttamente o quanto l’animale rimane coricato. In pratica, andiamo ben oltre i dati legati al latte e alla mungitura, perché per mezzo di nuovi sensori e di algoritmi si sta allargando sempre più il ventaglio delle informazioni”.
In altri campi i dati hanno un valore economico, nel nostro sistema non esiste niente di tutto ciò, ma non è detto che si arrivi un giorno al fatto che l’allevatore possa in qualche modo valorizzare le informazioni relative ai propri animali”.
Quali innovazioni o strategie introdurrete in futuro?
Nuovi sensori che utilizzano l’IA per poter predire cosa potrà accadere ad un animale
“Stiamo studiando nuovi sensori, software, su pc ed in cloud, che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per poter predire cosa potrà accadere ad un animale sulla base dell’analisi dei dati di oggi, sistemi che rendano i dati fruibili in maniera molto semplice e immediata da qualsiasi dispositivo fisso o mobile.
La robotizzazione inoltre avrà una parte importante sia essa relativa alla mungitura che all’alimentazione, stiamo anche lavorando ad un progetto completamente innovativo che è l’automazione dell’impianto di mungitura tradizionale e che potrà essere applicato ad impianti di mungitura esistenti rivoluzionando quella robotica attualmente disponibile nel nostro campo”.
L’apertura del consorzio del Grana Padano nei confronti del robot di
mungitura porterà a un aumento delle vendite?
“Crediamo di sì. Siamo alle prese con un aumento di interesse e di vendite, le richieste sono aumentate negli ultimi anni trascinate anche dal prezzo del latte favorevole che dalla difficoltà sempre più crescente di reperire manodopera qualificata”.
Dove non è applicabile l’automazione?
“Non esiste una verità assoluta,
ogni progetto va valutato nel proprio contesto di dimensione, di disponibilità
di manodopera sia essa famigliare e non, di previsioni di sviluppo dell’allevamento
del fatto che si facciamo 2 o 3 mungiture, dalla capacità di far fronte all’investimento
e tanti altri fattori.
Da tenere presente anche l’attitudine
dell’allevatore ad utilizzare la macchina. Il robot di mungitura ti fa cambiare
la routine di lavoro nella stalla, i robot di oggi sono molto affidabili e funzionano
bene, ma devono essere inserite nel contesto giusto il cambio di vita investe
tanto gli animali quanto gli allevatori”.