Di: Ester Venturelli, Elisa Donegatti e Mirco de Vincenzi
CLAL.Teseo.it – Importazioni Cinesi di Cereali
Le importazioni di Cereali della Cina rallentano a Marzo, dopo il recupero di Febbraio, registrando una diminuzione complessiva del 6% tra Gennaio e Marzo 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022.
Il rallentamento della domanda è trainato soprattutto dal Sorgo ed il Riso, mentre il Mais è in leggera crescita (+6%) grazie anche ai flussi dal Brasile. In controtendenza il Frumento, sia Tenero che Duro, che complessivamente registra una crescita del 42% (+1,3 Mio Tons) fornito principalmente da Australia (380 US$/Ton) e Canada (420 US$/Ton). L’Import di Semi Oleosi conferma i trend dei mesi precedenti, con un aumento complessivo del 17% vedendo in crescita Soia, Girasole e Lino, ma soprattutto Colza.
Clal.it – Import lattiero-caseario Cinese
Per quanto riguarda i prodotti lattiero-caseari, la domanda Cinese a Marzo rimane piuttosto debole e conferma i trend dei due mesi precedenti. Crescono le quantità importate di Latte per l’infanzia, fornito principalmente da Francia e Paesi Bassi, e di SMP, principalmente dalla Nuova Zelanda ma anche da alcuni Paesi UE, in primis la Francia.
Tra i prodotti in aumento emerge la Polvere di Siero che registra quantità in crescita del +56% nel cumulato tra Gennaio e Marzo 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022. Il principale fornitore di Polvere di Siero sono gli USA, seguiti dall’UE. È determinante, in questo caso, la convenienza: infatti, gli USA hanno il prezzo più basso (949 US$/Ton prezzo medio tra Gennaio e Marzo 2023), mentre tra i Paesi UE il primo fornitore e il più conveniente è la Polonia (1.089US$/Ton).
CLAL.Teseo.it – Import Cinese di Carni Suine
Per le Carni Suine la Cina mantiene una domanda positiva, con maggiori acquisti di Carne Fresche, Refrigerate o Congelate da tutti i principali fornitori, anche se le quantità rimangono significativamente inferiori ai record del 2021.
Sta prendendo sempre più piede la convinzione che l’allevamento animale sia dannoso per l’ambiente mentre l’abbandono del consumo di carne e latte salverebbe il pianeta, combatterebbe il cambiamento climatico, arresterebbe la deforestazione e la distruzione della fauna selvatica, preserverebbe le risorse idriche.
Questa narrazione può diventare fuorviante perché se il riscaldamento globale è una realtà, le azioni da intraprendere sulle cause non debbono però trasformarsi in dibattiti che ci mettono l’uno contro l’altro e ci allontanano ulteriormente da soluzioni concrete, ma da informazioni oggettive.
Il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido
Se è vero che le emissioni di anidride carbonica di origine antropica stanno aumentando, non tutti i gas serra sono negativi, anzi sono necessari per trattenere parte del calore che raggiunge la terra. Ci sono sempre stati cicli di riscaldamento seguiti da cicli di raffreddamento, ma il problema ora è che il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido. Il 75% delle emissioni proviene dalla produzione di energia, dai trasporti e dall’industria, mentre tutta la produzione animale rappresenta il 5,8% delle emissioni dirette. Questo dovrebbe essere sufficiente per iniziare a capire una volta per tutte che il problema non è solo negli allevamenti. Anche se aggiungessimo la deforestazione, che può essere parzialmente correlata agli allevamenti, saremmo nell’ordine del 7%.
L’origine di tale percezione inizia nel 2006 quando, col rapporto FAO “Livestock’s Long Shadow” (La lunga ombra del bestiame), le produzioni animali sono state messe in vetta alla lista dei responsabili delle emissioni mondiali di gas serra. Nel 2013 la FAO correggeva parzialmente tali posizioni, riducendo del 20% i dati sulle emissioni attribuibili agli allevamenti animali, ma la narrazione è continuata, ampliandosi. Una molecola di metano riscalda la terra 28 volte di più di una molecola di anidride carbonica, ed è su questo che si sono basati tutti i calcoli. Ma non è corretto paragonare le emissioni animali a quelle derivanti dai combustibili fossili. Il metano che le vacche eruttano durante la ruminazione fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi. Le piante lo trasformano in cellulosa, amido e altri composti dei foraggi ed alimenti di cui l’animale si nutre. Nel giro di una dozzina d’anni, il metano viene trasformato in CO2 e reinserito nel ciclo.
Poi c’è il ciclo del carbonio antropogenico, che da un secolo viene estratto dal sottosuolo: i suoi gas non vengono riciclati, si accumulano nell’atmosfera, dove impiegano mille anni per degradarsi ed è questo che il pianeta non riesce a sopportare.
Ciò non significa che il bestiame non possa migliorare le proprie emissioni, dato che ognuno deve contribuire alla cura del pianeta; per questo motivo lo studio e l’evoluzione dei sistemi di produzione lattiero-casearia sono indispensabili.
Non è abbassare la qualità della dieta umana che salverà il pianeta
Fatto paradossale è che sempre più celebrità “Influencer” esortano ad eliminare la carne ed il latte promuovendo come alternativa le proteine sintetiche, quasi che queste possano essere prodotte senza risorse. Abbandonare il consumo di carne e latte non solo può mettere a rischio la salute, ma non fornisce nemmeno una soluzione alla sostenibilità ambientale. Non è abbassando la qualità dell’alimentazione umana che si salverà il pianeta.
E’ chiaro che produrre latte e carne richiede terra, spazio, acqua; occorre dunque utilizzare queste risorse in modo più efficiente. Scienza e tecnologia al servizio dell’agricoltura e dell’allevamento possono permettere di raggiungere questo obiettivo, al fine di produrre più cibo e meglio per nutrire una popolazione crescente.
Dopo un anno e mezzo si interrompe La Niña. Stati Uniti ed Europa registrano un complessivo miglioramento delle condizioni climatiche, ma Italia e Spagna destano ancora preoccupazione, mentre in Nord Africa e Sud America le rese dei raccolti potrebbero subire importanti riduzioni.
Condividiamo il nostro report “Andamento Climatico a livello mondiale | Aprile 2023”, con un focus sull’Italia.
CLAL.Teseo.it – Prezzi del Frumento Duro nelle principali piazze Italiane
Da diverse settimane i prezzi del Grano Duro registrano diminuzioni nelle principali piazze italiane. Dopo un rallentamento graduale tra Luglio e Gennaio, i primi mesi del 2023 stanno registrando crolli repentini dei prezzi che preoccupano i produttori. Anche all’estero il trend è ribassista. Probabilmente questo è il risultato di diversi fattori.
1- Il raccolto mondiale del 2022 è stato positivo ed ha portato sollievo alle tensioni del mercato originate dal limitato raccolto Canadese del 2021. Infatti, le produzioni del 2021 in Canada, primo produttore mondiale, erano state fortemente danneggiate dalla siccità risultando in un’offerta molto ridotta.
2- Le aspettative per le produzioni del 2023 sono positive a livello mondiale, clima favorevole permettendo. In Canada le produzioni sono attese in aumento nonostante i minori ettari destinati, grazie ad un miglioramento delle rese. Negli USA le aree coltivate a Grano duro sono stimate in crescita e, di conseguenza, anche la produzione totale. In Italia ci si aspetta un leggero incremento delle aree seminate e, quindi, delle produzioni.
3- L’Euro sta recuperando valore rispetto al Dollaro, amplificando il trend ribassista dei prezzi all’import.
4- Tutte le principali materie prime agricole hanno adottato un andamento ribassista da diversi mesi. La domanda, infatti, è rallentata in risposta agli aumenti dei prezzi e questo sta riportando i valori complessivi a livelli più vicini alla media storica, seppure ancora elevati. Inoltre, l’Ucraina immette prodotti nei mercati a prezzi molto competitivi. Queste dinamiche caratterizzano anche i cereali, tra cui Mais, Grano Tenero e Grano Duro.
CLAL.Teseo.it – Andamento delle produzioni in Canada
Le esportazioni Statunitensi di Semi Oleosi registrano un aumento del +30,6% tra Gennaio e Febbraio 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022 nonostante i prezzi medi di tutti i principali prodotti siano in aumento.
La maggiore crescita in quantità è legata alla Soia, che costituisce l’88% delle esportazioni USA di Semi Oleosi, ed è aumentata del +36,46%, che equivale a +3,7 Mio Tons (Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 22). La destinazione principale è stata la Cina, che ha assorbito il 63% del prodotto con quantità in aumento del 66,6%. Anche l’Unione Europea ha, però, una certa rilevanza acquistando il 10% della Soia USA esportata e registrando un aumento di quasi il 50%. Tra i principali Paesi UE che importano Soia dagli USA, troviamo Germania (+174%) e Italia (+35%).
Altro prodotto caratterizzato da una crescita importante delle esportazioni è la Colza. Sebbene si parli di quantità decisamente inferiori, l’export di Colza è aumentato del 64% (Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 22) raggiungendo le 38.800 Ton distribuite tra Canada e Messico.
Grazie alla domanda Cinese, anche il Canada aumenta le proprie esportazioni di Semi Oleosi (+74,1% Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 22). Il principale prodotto è la Colza, che registra una crescita dei volumi dell’83% (+659.887 tonnellate), seguita dalla Soia che aumenta del 68% (+301.482 tonnellate).
Dal 2010 in Francia hanno chiuso oltre 100 mila stalle e l’85% dei francesi si dichiara preoccupato per questa rarefazione di imprese agricole. Occorre dunque impegnarsi per invertire una tendenza che comporta la desertificazione di interi territori rurali, in modo da rendere attrattivo e profittevole il mestiere di agricoltore. Per questo diventa indispensabile sviluppare delle filiere che uniscano i produttori agricoli e le imprese di trasformazione, coinvolgendo anche i consumatori, per costruire rapporti contrattuali solidi basati sulla fiducia e sulla trasparenza delle relazioni. Danone condivide questa finalità, ritenendola la chiave per fornire agli agricoltori una prospettiva durevole e permettere di ricevere una giusta remunerazione per il loro impegno. All’accompagnamento per ottimizzare i costi di produzione, l’azienda francese ha aggiunto l’impegno per rivalutare le entrate dei fornitori latte in misura del 15% entro il 2025 rispetto ai valori base del 2020.
L’obiettivo di Danone è che tutti gli agricoltori partner adottino l’agricoltura rigenerativa
Dal 2016 Danone ha investito in Francia più di 40 milioni di euro nella transizione agricola e si è posta l’obiettivo di far sì che tutti i suoi agricoltori partner francesi si impegnino nella transizione verso un’agricoltura rigenerativa entro il 2025. Il 60% di loro lo sarà già entro la fine dell’anno. In termini concreti, questo ha già permesso a Danone di ridurre del 9,8% rispetto al 2016 l’impronta di carbonio negli allevamenti dei propri fornitori di latte.
Lo stesso vale per i fornitori del settore ortofrutticolo. Danone ad esempio si è impegnata ad aumentare in media del 20% la remunerazione per le pere Williams e sottoscrivendo con gli agricoltori contratti a lungo termine (fino a 15 anni). La soia utilizzata nelle bevande Alpro è al 100% francese, raccolta da una rete di 400 aziende agricole in Alsazia, con un rapporto che dura da 15 anni. Inoltre, l’adozione di pratiche agricole rigenerative permette di rispondere ai desideri delle generazioni attuali di agricoltori, che vogliono dare un senso alla loro professione ed alle aspettative dei consumatori per limitare l’impronta ambientale.
Occorre lavorare filiera per filiera, proponendo delle soluzioni mirate alle varie realtà produttive e geografiche, accompagnando gli agricoltori in un interscambio costante per rispondere alle richieste delle dinamiche di mercato. Fondamentale è l’impegno per aiutare i giovani che vogliono diventare nuovi produttori. Questa è la vera sfida per mobilitare le nuove risorse umane che sono necessarie per dare prospettive sostenibili al settore, riducendo la loro esposizione alla volatilità del mercato.
Quando gli alimenti vengono messi sulla tavola, portano con sé le sostanze nutritive che hanno assorbito dal terreno dove però debbono essere reintegrate. Per questo sono necessari i fertilizzanti in modo che il ciclo continui. Nel tempo, sono state sviluppate le diverse tecniche agronomiche che hanno lo scopo di assicurare il mantenimento della fertilità del terreno ed il suo ripristino.
L’uomo già tra i 6.000 ed il 2.400 a.C. ha individuato l’importanza dell’uso di fertilizzanti, come il letame, per nutrire le colture. Quando l’agricoltura divenne più intensiva e su larga scala, gli agricoltori iniziarono a sperimentare diversi tipi di fertilizzanti chimici, oggi usati a livello mondiale. Resta però il problema della loro reperibilità, dato che le fonti minerali non sono distribuite uniformemente nel mondo e, soprattutto, sono limitate.
I fertilizzanti hanno permesso di più che raddoppiare le rese dei terreni
Negli ultimi decenni, gli agricoltori sono riusciti a più che raddoppiare la produzione agricola grazie ai nutrienti vitali apportati dai fertilizzanti e questo dovrà continuare, per poter nutrire una popolazione che nel 2050 dovrebbe raggiungere i dieci miliardi.
L’azoto, il fosforo e il potassio (NPK) sono i tre macronutrienti primari dei fertilizzanti. Ognuno di essi svolge un ruolo fondamentale nella nutrizione delle piante e nella promozione della crescita delle colture con rese più elevate. L’Azoto è necessario per la formazione delle proteine, assicura che l’energia sia disponibile quando e dove è necessaria per massimizzare e regolare l’assorbimento di acqua e nutrienti: il Fosforo è vitale per la fotosintesi, permettendo alle piante di convertire l’energia solare in cibo: il Potassio è essenziale per ottenere colture di alta qualità, aiuta a regolare la pressione dell’acqua nelle cellule e rafforza i fusti delle piante per renderle più resistenti alla siccità, alle inondazioni ed agli sbalzi termici.
Se le colture sono carenti di macronutrienti NPK, diventano vulnerabili a vari stress causati da condizioni climatiche, parassiti e malattie. Pertanto, è fondamentale mantenere un equilibrio di tutti e tre i macronutrienti per la produzione di colture sane e ad alto rendimento.
Le differenze dei terreni rendono i Paesi interdipendenti
Ci sono svariati fattori che influenzano la fertilità del suolo, ma il terreno coltivabile deve avere innanzitutto un corretto equilibrio di tutti e tre i macronutrienti per sostenere colture sane e ad alto rendimento. Di conseguenza, i terreni coltivabili di tutto il mondo variano in base alla quantità ed al tipo di fertilizzante di cui hanno bisogno. Questo rende interdipendenti i vari Paesi, che insieme concorrono ad un sistema alimentare sempre più globale. All’aumento produttivo consegue la sempre maggiore richiesta di fertilizzanti chimici e dunque la ricerca di nuovi giacimenti, che comunque non sono infiniti. Ad esempio, il Brasile è uno dei maggiori esportatori di prodotti agricoli al mondo, ma il Paese è vulnerabile in quanto dipende dall’importazione di oltre il 95% del suo potassio per sostenere la crescita delle colture.
Il bacino dell’Amazzonia contiene la seconda riserva mondiale di potassio ed avrebbe il potenziale di soddisfare le esigenze agricole brasiliane per le prossime generazioni e dunque garantire l’esportazione di quelle materie prime agricole di cui l’Europa ed il mondo hanno tanto bisogno.
Però l’interrogativo diventa inquietante: e dopo che le fonti naturali saranno esaurite?
Di: Marika De Vincenzi, Elisa Donegatti ed Ester Venturelli
CLAL.Teseo.it – Importazioni Cinesi di Carne Suina
La domanda Cinese di carne è attesa in aumento nel 2023, dopo la rimozione delle misure zero-covid. Già i primi due mesi dell’anno mostrano una tendenza di recupero: i consumi di Carne Suina sono in crescita (+50% a Gen-Feb 2023 secondo Gro Intelligence), mentre le importazioni registrano un aumento del 24,8% rispetto a Gennaio-Febbraio 2022 nonostante i prezzi ancora elevati. La domanda cresce sia per le Carni fresche e congelate, con maggiori acquisti da tutti i principali Paesi fornitori, sia per i Salumi, in particolare Salsicce e Salami (+134%).
Nonostante si siano verificati nuovi casi di PSA nel Nord del Paese, la maggiore domanda di Carne Suina e, più in generale, di proteine animali, è un incentivo per il settore ad espandersi. Tuttavia, questo rafforzerebbe la dipendenza Cinese dalla Soia e dal Mais esteri.
Le importazioni Cinesi di Soia hanno raggiunto un livello record tra Gennaio e Febbraio 2023, crescendo del 16% rispetto allo stesso periodo del 2022. L’aumento principale si è verificato negli acquisti dagli USA, principali fornitori con una quota del 72% e favoriti sia dalla stagionalità della produzione sia da ritardi nella raccolta e nelle spedizioni verificatisi in Brasile, dovuti al maltempo. Tra i semi oleosi aumentano anche le importazioni di Colza (+309%) da Canada e Russia, incentivate dal valore dell’olio vegetale di cui la Colza è un’ottima fonte.
Anche le importazioni di Mais registrano valori record a Febbraio, con quasi 1 milione di tonnellate in più (+59%) rispetto allo stesso mese del 2022. Anche per il Mais le maggiori quantità sono state acquistate principalmente negli USA, che coprono circa il 40% delle importazioni di Mais. La domanda Cinese di Mais statunitense è esplosa a Febbraio anche grazie alla diminuzione dei prezzi avvenuta verso fine mese. Inoltre, anche per il Mais il Brasile sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, essendosi la Cina aperta alle importazioni da questo Paese.
In questo contesto di dipendenza dai mercati internazionali, il governo Cinese si è posto come obiettivo una maggiore autosufficienza del Paese. Certamente, c’è un buon margine di miglioramento in termini di rese ed efficienza. Sembra, però, che le importazioni saranno un elemento chiave dell’economia locale ancora per diversi anni.
CLAL.Teseo.it – Importazioni mensili di Mais della Cina
Per i primi due mesi dell’anno, la domanda cinese di prodotti caseari risulta in linea con gli ultimi mesi del 2022 ma debole rispetto agli anni passati, per via dei prezzi elevati e della maggiore produzione di latte in Cina (+6,8% nel 2022, rispetto al 2021). Non si registrano quantità elevate all’import nemmeno a Gennaio, mese in cui tradizionalmente il dazio 0 incentiva le importazioni.
L’import dalla Cina è diminuito complessivamente del -30%tra Gennaio e Febbraio 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022 (v. grafico). Si registrano valori positivi per Polvere di Siero (+61,5%), fornita da USA ed UE, e Formaggi Grattugiati (+48,8%), dalla Nuova Zelanda. Le importazioni di Burro e di Panna, la cui tendenza si era mantenuta positiva nel corso del 2023, registrano una flessione, rispettivamente del -22% e del -40% (Gen-Feb 2023 vs Gen Feb 2022). Per quanto riguarda le Polveri di latte, mentre l’import di WMP rimane debole, l’import di SMP aumenta del 43% (12.000 Ton) a Febbraio 2023, rispetto allo stesso mese del 2022.
L’indebolimento della domanda Cinese si riflette anche sull’andamento in calo dell’asta GDT: il 21 Marzo ha segnato una diminuzione dell’Average Winning Price del -2,6% rispetto all’evento precedente.
Le quantità esportate dalla Nuova Zelanda registrano invece trend positivi, con un aumento complessivo del +5,8% per i primi due mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022, facilitate da una ripresa delle produzioni di latte (+1,7% Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 2022) ed un ridimensionamento dei prezzi in atto da Agosto 2022 (v. grafico sotto) che ha permesso di riprendere gli scambi con altri Paesi acquirenti oltre alla Cina.
Nei primi due mesi dell’anno aumentano le esportazioni Neozelandesi di Burro (+7,2%), soprattutto verso Australia, Messico e Corea del Sud, di Formaggi (+19,6%) verso Cina, Giappone e Corea del Sud, ed SMP (+68,4%) verso Cina, Indonesia e Vietnam. Le esportazioni di WMP, invece registrano un calo del -11,5%, dovuto principalmente ai minori acquisti da parte della Cina, mentre maggiori quantità sono state vendute in Algeria e Emirati Arabi.
Si stima che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. L’agricoltura verticale potrebbe contribuire ad affrontare le nuove criticità, per nutrire in modo sostenibile questa crescente popolazione urbana, riducendo la domanda di terreni agricoli ed accorciando la distanza tra la produzione ed il consumo di cibo?
La pratica di produrre alimenti in strati impilati od in superfici inclinate verticalmente, a volte integrati negli edifici, senza suolo né luce solare, è oggetto di studio e sperimentazione da diversi anni in tutto il mondo nel contesto delle iniziative di agricoltura urbana. E’ una tecnica già in uso per produrre principalmente verdure ed ortaggi, come lattuga, spinaci, cavoli, pomodori, peperoni, fragole, basilico.
Le fattorie verticali sono però avide di energia. Il bilancio economico è delicato, ma una parte dei costi energetici può essere compensata dai risparmi derivanti dalla sostanziale riduzione dei prodotti agrochimici e degli scarti, nonché dei costi di trasporto e stoccaggio.
Soluzioni innovative per una agricoltura moderna
Poiché quasi la metà delle calorie che consumiamo proviene da cereali come il riso ed il grano, che non vengono coltivati in verticale, questa tecnica produttiva non riuscirà certo a sfamare il mondo. Tuttavia, l’agricoltura verticale propone soluzioni innovative per una agricoltura moderna, contribuendo al contempo alla sostenibilità urbana. Occorre migliorarne le prestazioni e diminuirne i costi. Senza considerare la coltivazione in condizioni estreme, come ad esempio le missioni spaziali, l’approccio deve essere considerato per alcune colture che permettono di fornire cibi freschi in località dove la terra è scarsa e costosa, come le metropoli. La cosiddetta agricoltura urbana, compresa l’agricoltura verticale, ha il potenziale per contribuire ad una produzione alimentare redditizia, alla gestione sostenibile delle risorse naturali, all’azione sul clima e ad uno sviluppo territoriale equilibrato. Ovviamente considerando sempre la sua particolare fragilità insita nel fatto di dover realizzare ambienti artificiali di coltivazione.
Negli Stati Uniti l’agricoltura verticale è inclusa nella politica agricola federale dal 2018. Nella UE, nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare della Commissione Europea, in cui cibo, acqua e nutrienti rappresentano una delle catene del valore sostanziali e della strategia “farm to fork” del 2020 che é al centro del Green Deal europeo, l’agricoltura verticale potrebbe dare un proprio contributo riducendo l’uso di prodotti agrochimici e di acqua, contrastando il degrado del suolo, la deforestazione e l’eutrofizzazione delle acque.
A fronte delle nuove tecniche occorre avere un quadro normativo appropriato per definirne gli ambiti e, soprattutto, la titolarità essendo l’accesso al cibo un patrimonio ed un diritto universale.