Metano e allevamenti: la riduzione è possibile
12 Agosto 2025

Il problema è presto detto: dato che il metano è un gas ad effetto serra con un potenziale di 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica, bisogna ridurne le emissione in atmosfera. Essendo poi generalmente acquisito che l’allevamento animale (i ruminanti) rappresenta la maggior parte delle emissioni agricole, che a loro volta sono il 41% di quelle totali derivanti dalle attività antropiche, appare evidente la necessità di agire in questo settore produttivo anche perché, essendo ottenuto nel rumine come sottoprodotto della fermentazione anaerobica, il metano rappresenta una perdita di energia che impatta negativamente le produzioni.

Il rumine, dove si svolge il processo di metanogenesi, è il punto focale per le varie azioni e strategie tese a ridurre le emissioni. Questo non è un obiettivo nuovo, dato che già dagli anni ’50 i ricercatori hanno lavorato per individuare delle azioni atte a mitigare le perdite di questo gas composto da carbonio e idrogeno. Bisogna però trovare delle soluzioni semplici, poco costose, senza rischi per l’ambiente e la salute, che inoltre favoriscano la produttività.

Sostanzialmente si può agire a tre livelli: razione, additivi alimentari, probiotici.

Alimentazione mirata riduce fino al 60% emissioni

Il primo, che è anche il più diretto e meno costoso, consiste nel modificare la razione alimentare agendo sul rapporto foraggi-mangimi e sulla qualità del foraggio per indirizzare le fermentazioni ruminali verso il propionato in modo da avere meno idrogeno disponibile per la metanogenesi. Secondo un recente studio statunitense, modulando la razione alimentare si possono abbattere del 60% le emissioni di metano.

Un secondo possibile intervento è rappresentato dalle sostanze additive che vanno dagli ionofori, introdotti negli USA già dal 1975, agli inibitori la metanogenesi, agli oli essenziali, alghe, ed altri metaboliti vegetali.

Additivi e batteri per limitare la metanogenesi

Si potrebbe poi far leva sull’azione dei batteri, da quelli propionici agli acetogeni, a quelli ossidanti il metano. Fra tutti questi possibili agenti, quello per cui esiste una evidenza scientifica della sua efficacia come potente inibitore è il p3-nitrossipropanolo, che rappresenta il principio attivo del Bovaer, additivo approvato anche in USA, Giappone, Corea ed in attesa di autorizzazione anche in Cina.

Riguardo le alghe, l’uso di Asparagopsis nella razione, grazie alla presenza di bromoformio, può ridurre drasticamente le emissioni di metano. Va bene per gli allevamenti da carne, ma nel latte potrebbe esserci il problema dei residui. Per tale ragione, recentemente un’azienda australiana ha annunciato l’investimento di 4,6 milioni di dollari per sviluppare un additivo senza questo composto, formato da prebiotici in modo da inibire la produzione di metano e promuovere l’azione di batteri che usino l’idrogeno producendo nutrienti per l’animale.

Quindi, la soluzione del problema non è facile ma è possibile e deve essere perseguita, perché la riduzione delle emissioni enteriche dei ruminanti potrebbe aumentare le performance assicurando la sostenibilità a lungo termine dell’attività agricola.

Fonti: Science Direct, Dairy Reporter

Proteine, deforestazione e latte: quale legame?
7 Agosto 2025

Le proteine sono nutrienti essenziali e insostituibili

Il mondo ha sempre più bisogno di proteine. Queste sostanze sono essenziali per la crescita e per le produzioni dell’organismo. Sono componenti indispensabili della razione alimentare perché, a differenza dei carboidrati che possono essere convertiti in lipidi (deposito di grasso) ed i lipidi in carboidrati, non c’è grasso o zucchero che possa essere convertito in proteina. Pertanto, non potendo essere sostituite da nessun altro elemento, debbono essere fornite tal quali.

Aumentando le performance dell’animale, sia esso da carne o da latte (compreso l’umano sportivo), debbono aumentare anche le proteine ingerite. A parte l’azoto non proteico (l’urea) che i microorganismi del rumine possono trasformare in proteine, le fonti per questi preziosissimi elementi sono i prodotti delle coltivazioni ed i loro derivati.

Veniamo alla deforestazione: si calcola che ogni anno il mondo perda circa 5 milioni di ettari di foresta, per lo più ai tropici, il 75% dei quali per coltivare ed allevare il bestiame. Oltre a commodity quali olio di palma, caffè o cacao, anche la soia, fonte proteica vegetale per eccellenza, è sempre più correlata alla necessità di trovare nuove aree coltivabili, come dimostra il fatto che a livello mondiale la sua produzione è passata da circa 25 milioni di tonnellate all’anno negli anni ‘60, alle attuali 350 milioni di tonnellate. Si tratta di un tema serio, perché alla deforestazione od al degrado di aree forestali è spesso collegato anche il mancato rispetto dei diritti umani per le popolazioni locali.

L’uso crescente di soia nei mangimi incide sulla sostenibilità

Certo, a differenza della carne, la produzione di latte non rientra nella normativa EUDR, il regolamento UE European Deforestation-free products Regulation, che mira a ridurre l’impatto dei consumi sulla deforestazione. Bisogna tuttavia considerare l’impennata negli anni dell’uso di soia anche nei mangimi per le vacche da latte, il che rappresenta un fattore considerevole in rapporto alla sostenibilità.

Quindi, alla luce della crescente sensibilità dei consumatori, sarebbe legittimo chiedersi se ed in che misura anche la produzione di latte potrebbe essere percepita in modo critico in quanto associata all’espansione di nuove aree coltivate a scapito delle foreste. A questo vanno aggiunte le considerazioni sulla nostra dipendenza dalle importazioni di soia e sulla necessità di valorizzare le fonti agricole locali.

Fonti: Our World in Data, Dairy Reporter

TESEO.clal.it – Superficie coltivata a semi oleosi nei principali Paesi – Stagione 2025-26

Malattie esotiche e cambiamenti climatici: il secolo dei virus
30 Luglio 2025

I recenti focolai di Dermatite nodulare contagiosa (Lumpy skin disease) nei bovini rendono sempre più  evidente la correlazione fra virus esotici e cambiamenti climatici.
Malattia presente in molti Paesi africani, nel 2012 si è diffusa dal Medio Oriente all’Europa sud-orientale, interessando alcuni Stati membri UE (Grecia e Bulgaria) e parecchi altri Paesi dei Balcani, per poi risalire fino alle nostre latitudini.

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Riguardo ad un’altra malattia esotica, la Lingua blu (Blue tongue virus-BTV) che nel 2024 ha causato non pochi danni per la produzione di latte in Germania ed altri Paesi dell’Europa settentrionale, già nel 2007 uno studio inglese dimostrava l’evidenza che i cambiamenti climatici in atto determinavano in nuove regioni  la comparsa di virus trasmessi da insetti. Questo in conseguenza di meccanismi quali aumento delle temperature che alterano i tassi di sopravvivenza dei virus ed ampliano la diffusione di vettori come zanzare, moscerini e zecche; eventi meteorologici estremi che aumentano lo stress nel bestiame, indebolendo le risposte immunitarie; cambiamenti nell’uso del suolo (deforestazione, urbanizzazione) che aumentano il contatto tra i serbatoi di fauna selvatica ed il bestiame.

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I cambiamenti climatici complicano anche le strategie di controllo sanitario, in quanto occorrono nuovi modelli predittivi integrando i dati climatici con i modelli epidemiologici ed anche perché la variazione delle stagioni influisce sui periodi ottimali per le vaccinazioni. Ciò rende indispensabile attuare un coordinamento a livello globale, dato che le malattie non si fermano alle frontiere e pertanto richiedono sistemi internazionali di sorveglianza e risposta.

È dunque essenziale un approccio su più fronti: agricoltura resiliente al clima; sorveglianza integrata delle malattie utilizzando tecniche sofisticate quali telerilevamento ed intelligenza artificiale per prevedere le epidemie; interventi sulle popolazioni dei vettori; investimenti in vaccini e strumenti diagnostici su misura per i ceppi virali in evoluzione.

Infine, occorre considerare l’influenza della vita moderna sulla comparsa dei virus, quali l’aumento dei movimenti di cose, animali, piante, insetti ed anche persone, la riduzione di programmi di controllo degli artropodi; l’alterazione delle pratiche agricole. A questo è poi doveroso aggiungere i conflitti con tutte le loro conseguenze.

Il termine virus (veleno) fu coniato nel 1898 per indicare una nuova forma di agente infettivo. Dopo tante scoperte sui batteri, iniziando con Pasteur, che hanno permesso di affrontare con successo le malattie del secolo scorso, ora la sfida è su questi “veleni”, che non appartengono né al regno animale, né a quello vegetale. Quindi, tutto lascia prevedere che il nostro potrà essere a tutti gli effetti il secolo dei virus.

Fonte: NIH

TESEO.clal.it – Focolai di Dermatite nodulare contagiosa

Cambiamento climatico e sfide nella filiera da latte australiana
4 Luglio 2025

Gli effetti del cambiamento climatico, ma non solo, stanno seriamente colpendo la produzione di latte in Australia. Lo scorso maggio nel Nuovo Galles del Sud, la cui capitale è Sydney, si sono registrate vaste inondazioni mentre negli Stati meridionali di Victoria ed in Tasmania persiste la peggior siccità degli ultimi decenni.

-2.000 aziende da latte in otto anni

Gli effetti sulla produttività delle aziende sono pesanti e le marginalità sono messe a dura prova anche per il crescente aumento dei costi operativi ed il modesto aumento nel prezzo del latte pagato alla stalla, che da molti non è ritenuto soddisfacente.
Questo comporta la problematica della sostenibilità economica, cui si aggiunge la tenuta sociale del sistema, con un impatto anche sull’equilibrio nervoso degli allevatori preoccupati per il futuro delle loro famiglie. Un dato significativo: nel 2015 si contavano 6 mila aziende da latte, mentre nel 2023 erano scese a poco più di 4 mila. Di converso i consumatori vedono salire i prezzi dei latticini, mentre le aziende aumentano gli investimenti su fronti proteiche alternative al latte ottenute da fermentazione microbica (fermentazione di precisione/coltivazione cellulare), con tutti gli interrogativi che questa tecnica comporta.

Serve un piano pubblico per incentivare tecnologie più efficienti

L’associazione nazionale Australian Dairy Farmers richiede un piano pubblico per incentivare investimenti in tecnologie atte a migliorare l’efficienza aziendale, finanziamenti per la sicurezza idrica, programmi di riqualificazione per gli agricoltori, sostegno alla pianificazione delle successioni aziendali.

Tuttavia, dato che il settore lotta contro cambiamenti climatici, tensioni finanziarie e stress mentale, dovrebbe essere previsto anche un approccio più coordinato che indirizzi e sostenga gli agricoltori con la guida di figure professionali esperte in tali ambiti. Questo per adattarsi alle nuove condizioni ambientali, sociali ed economiche adottando tecniche appropriate alle nuove condizioni quali l’agroecologia ed anche nella prospettiva di diversificare le produzioni.
Il tutto, nel contesto del superamento delle iniquità nella logica delle relazioni di relazioni di filiera.

Fonte: The Conversation

TESEO.clal.it – Australia: Condizioni climatiche in corso

Acqua di abbeverata: fattore chiave nella gestione degli allevamenti
12 Giugno 2025

L’acqua, anche se non sembra, è l’elemento fondamentale per garantire la salute ed assicurare il potenziale produttivo dell’allevamento. Costituisce circa l’87% del latte e dal 60% al 70% del corpo animale. L’acqua è necessaria per mantenere i fluidi corporei ed il corretto equilibrio salino, per digerire, assorbire e metabolizzare i nutrienti, per eliminare i materiali di scarto ed il calore in eccesso dal corpo.

Una scarsità d’acqua riduce produzione e benessere del bestiame

Una scarsità d’acqua riduce la frequenza respiratoria e la contrattilità del rumine; induce prostrazione ed irrequietezza; causa una minore produzione di latte ed un calo di peso corporeo. La bovina perde acqua attraverso le urine, le feci, l’evaporazione, la sudorazione e, soprattutto, il latte. In linea generale si calcola che una vacca abbia bisogno di 3-4 litri d’acqua per ogni litro di latte prodotto, oppure di circa 18 litri per ogni 100 kg di peso corporeo. Quando gli animali soffrono di stress da caldo, il consumo di acqua aumenta notevolmente raggiungendo punte ben superiori ai 200 litri. L’abbeverata è generalmente associata ai pasti od alla mungitura e la velocità di assunzione varia da 4 a 15 litri al minuto.

Comunque, il fabbisogno idrico dell’animale è influenzato dalla temperatura ambientale, dal peso e dalla fase di produzione. Dato che l’acqua di abbeverata rappresenta all’incirca l’80% dei bisogni ed il resto proviene dagli alimenti, è indispensabile che sia potabile di buona qualità.

Acqua di qualità assicura funzioni vitali corrette e previene rischi sanitari

È importante far controllare periodicamente l’acqua per verificare la presenza di nitrati, solfati, batteri, alghe. I nitrati sono molto preoccupanti e la loro presenza nell’acqua, di falda o superficiale, può derivare da fertilizzanti, materiale fecale, residui delle colture, rifiuti industriali. L’avvelenamento da nitrati deriva dalla riduzione batterica nel rumine del nitrato a nitrito, che poi viene assorbito nel sangue e diminuisce la capacità di trasporto dell’ossigeno. Occorre stabilire la quantità di nitrati presenti anche negli alimenti oltre che nell’acqua per verificare che il loro apporto totale non superi i limiti raccomandati scongiurando rischi di avvelenamento che si manifestano con respirazione difficile e rapida, tremori muscolari, diarrea, fino a collasso e morte. I solfati in alte concentrazioni, soprattutto di sodio, producono un effetto lassativo nel bestiame. Batteri coliformi ed altri microrganismi possono contaminare i pozzi ma soprattutto gli abbeveratoi, esponendo il bestiame ad organismi patogeni e, quindi, aumentando il potenziale di malattia.

Anche le alghe blu-verdi che crescono in acque stagnanti possono essere tossiche per il bestiame. In questo caso i segni di avvelenamento sono diarrea, mancanza di coordinazione, respirazione affannosa, convulsioni. Le temperature calde e la luce del sole possono provocare una rapida crescita delle alghe anche nelle cisterne, che pertanto andranno mantenute sempre perfettamente pulite, così come gli abbeveratoi.

Una corretta gestione delle risorse idriche è indispensabile per le performance dell’allevamento, soprattutto nei sempre più frequenti periodi caldi e siccitosi.

Fonte: eDairyNews

Agricoltori e Gen Z: una nuova narrazione della campagna
6 Giugno 2025

Posti davanti alla domanda “chi sono i migliori rappresentanti dei territori rurali?”, i giovani ventenni inglesi della cosiddetta Generazione Zeta rispondono in modo inequivocabile: gli agricoltori!

Agricoltori: i nuovi difensori della campagna

Da un sondaggio effettuato per Future Countryside, organismo fondato nel 2023 per promuovere le comunità ed i paesaggi rurali, è emerso che quasi un terzo (32%) dei giovani ritiene che gli agricoltori siano i veri paladini dei territori di campagna, molto più degli ambientalisti (12%) e dei politici (4%).

Alla domanda in cosa gli agricoltori dovrebbero impegnarsi maggiormente, i giovani hanno indicato ai primi posti l’attenzione al benessere animale (42%), la tutela ambientale (40%) e la produzione alimentare (37%), mentre aspetti quali la rinaturalizzazione (14%), l’uso di concimi e pesticidi (13%), il soddisfacimento dei consumatori (9%) risultano meno importanti.

I Giovani scoprono l’agricoltura via social

Essendo la prima generazione cresciuta interamente con Internet e dispositivi mobili, non stupisce poi che la Generazione Z tragga dall’uso dei social media la percezione della campagna. Oltre la metà (54%) degli intervistati ha affermato che piattaforme come TikTok ed Instagram hanno sollevato il loro interesse per visitare aree rurali. Le motivazioni più comuni sono il benessere mentale (36%), il contatto con la natura (34%), la possibilità di svago ed esercizio fisico (30%). Nonostante il crescente desiderio, i giovani incontrano però notevoli difficoltà quando si tratta di visitare le aree rurali. Tra queste, le più importanti sono la distanza (73%), i limiti di tempo (70%), i costi di trasporto (68%), ma anche la difficolta ad avere una connessione internet (42%).

Sebbene la Gen-Z consideri la campagna un luogo accogliente (84%) ed un patrimonio culturale e produttivo che vale la pena tutelare (83%), solo il 24% sceglierebbe di vivere in un borgo rurale, mentre il 53% preferisce la città.

Quindi le nuove generazioni hanno un legame sempre più indiretto con l’attività agricola e ne prendono conoscenza attraverso i social media. Ritengono comunque che gli agricoltori siano i rappresentanti più affidabili dei territori rurali; un aspetto, questo, da considerare con molta attenzione.

Fonte: Future Countryside

Il tema del Benessere Animale è sempre più rilevante
26 Maggio 2025

Il tema del Benessere Animale è sempre più rilevante. Gli animali non sono finalmente più considerati degli oggetti da sfruttare (concetto dell’animale macchina introdotto dal filosofo Cartesio) e le questioni etiche sul loro trattamento coinvolgono tanto gli Allevatori quanto la Società intera.

La Convenzione europea sulla protezione degli animali negli allevamenti risale al 1978 e da allora le normative sono divenute sempre più stringenti. Basti pensare alla strategia Farm to Fork od alle regole per il trasporto degli animali ed a quelle sulla sanità animale.

Dal momento che è sempre più raro che i Consumatori sappiano da dove provengono i prodotti animali che utilizzano, le uniche informazioni disponibili sono quelle riportate in etichetta.

ll Sistema Qualità Nazionale Benessere Animale (SQNBA), introducendo standard certificati, sembra rispondere alle crescenti sensibilità attuando un passo determinante per migliorare e comunicare il benessere animale nel nostro Paese.

Fondamentale diventa dunque il coinvolgimento fattivo e la collaborazione di tutta la Filiera, così da attuare l’SQNBA in modo virtuoso e fissare obiettivi futuri di miglioramento della normativa, anche  in funzione  della grande variabilità produttiva, socio-economica ed ambientale del nostro Paese.

USA: il 90% di Mais, Soia, Cotone è OGM
24 Aprile 2025

Nel 1973, i biochimici americani Stanley Cohen e Herbert Boyer trasferirono con successo un gene tra organismi di specie diverse, dando origine agli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) che possiedono una nuova combinazione di materiale genetico ottenuta artificialmente.

Nel 1982 venne realizzata la prima pianta OGM, un pomodoro, mentre nel 1985 vennero autorizzate le prime coltivazioni sperimentali in pieno campo. I semi OGM vennero commercializzati nel 1996, e si diffusero rapidamente negli anni successivi. 
Secondo i dati USDA, la percentuale di ettari coltivati con Soia modificata geneticamente passò dal 17% nel 1997 al 68% nel 2001, arrivando al 94% nel 2014. Quest’anno è stato rilevato il valore maggiore, col 96% del totale coltivato.
Stessa dinamica anche per i semi di Cotone, coltura molto importante per l’agricoltura statunitense, mentre per il Mais solo nel nuovo millennio è avvenuta la diffusione generale delle coltivazioni OGM, arrivando al 90% attuale. Questo probabilmente è dovuto al successo degli ibridi che nel secolo scorso hanno rappresentato la maggiore innovazione per il miglioramento genetico.

Le colture geneticamente modificate sono classificate come tolleranti agli erbicidi (HTHerbicide Tolerant), resistenti agli insetti (Bt Bacillus thuringiensis) o come varietà che combinano i tratti HT e Bt.
Sebbene siano stati sviluppati altri tratti di organismi geneticamente modificati, come la resistenza a virus e funghi, la resistenza alla siccità, un maggiore contenuto di proteine, olio o vitamine, quelli HT e Bt sono i più utilizzati nella produzione agricola statunitense.
Le sementi HT sono poi ampiamente diffuse anche per la produzione di erba medica, colza e barbabietola da zucchero. Le colture resistenti agli insetti, che contengono geni del batterio del suolo Bt e producono proteine con effetto insetticida, sono disponibili per il Mais dal 1996.
La superficie nazionale coltivata a Mais Bt è cresciuta da circa l’8% nel 1997 al 19% nel 2000, per poi salire all’86% nel 2024. Questo aumento è imputabile all’introduzione sul mercato di nuove varietà resistenti alla diabrotica, perché prima del 2003 le varietà di mais Bt erano resistenti solo alla piralide.

Fonte: USDA

TESEO.clal.it – Bologna: prezzi della Farina di Soia NON OGM e OGM

USA-India: i negoziati per un accordo commerciale
17 Aprile 2025

In questo periodo di turbolenze sui dazi d’importazione, India e Stati Uniti stanno procedendo con il progetto di concludere un accordo commerciale che potrebbe arrivare ad un valore di 500 miliardi di dollari nel 2030. Questo richiederà nei prossimi mesi intensi negoziati sulla riduzione delle tariffe e di altre barriere commerciali ed entrambe le parti dovranno concordare il livello di liberalizzazione degli scambi per renderlo reciprocamente vantaggioso.

Il mercato indiano di alimenti e bevande ha un tasso di crescita annuo intorno al 10% e si prevede che nel 2028 possa raggiungere un valore di 550 miliardi di dollari, rendendolo particolarmente attraente. L’India applica dei dazi sui prodotti agricoli che ammontano in media al 39% con punte del 45% sugli oli vegetali e del 50% su mele e mais. Gli Stati Uniti ritengono che questo rappresenti una barriera commerciale da superata per riequilibrare i flussi commerciali. Infatti nel 2024, le esportazioni statunitensi di prodotti agricoli ed affini in India ammontavano a quasi 2 miliardi di dollari, mentre le esportazioni agricole indiane verso gli Stati Uniti valevano circa 5,5 miliardi di dollari.

Dato il reddito pro-capite relativamente basso, l’India sarebbe orientata a mantenere dei dazi per un’ampia gamma di prodotti agricoli ed anche per alcuni beni industriali, senza puntare alla parità tariffaria prodotto per prodotto ma riducendo il livello tariffario complessivo (medio) ad un valore molto più basso per gli Stati Uniti. Questo facilitando le importazioni di prodotti quali mandorle, mirtilli rossi, farina d’avena, pistacchi, noci.

Bisogna poi tener conto delle questioni normative. Ad esempio, gli USA sono desiderosi di esportare Soia e Mais; l’India ha bisogno di Mais per incrementare la produzione di Etanolo, ma i suoi regolamenti vietano l’Etanolo prodotto con cereali importati ed inoltre, a differenza degli USA, non ammette colture geneticamente modificate. Altri temi sul tavolo riguardano le regole generali sulle importazioni o le normative sanitarie e fitosanitarie indiane sulle importazioni di prodotti alimentari. Per i  lattiero-caseari, oltre a tariffe fino al 60% su alcuni prodotti, l’India richiede che questi provengano da animali non alimentati con farine di sangue o sottoprodotti simili.

Anche se il negoziato si presenta dunque tutt’altro che semplice, il dinamismo indiano per realizzare accordi commerciali di libero scambio con i Paesi ad economia avanzata segna la volontà di uscire da una mentalità protezionistica e di prepararsi a trattare con il mondo da una posizione autorevole.

Fonte: Reuters

TESEO.clal.it – Stati Uniti: importazioni mensili di Riso
CLAL.it – Stati Uniti: import di prodotti lattiero-caseari dall’India

Cambiamento climatico: il doppio impegno degli Allevatori
15 Aprile 2025

Al di là della narrativa rappresentata dai ghiacci che si sciolgono o dai violenti fenomeni meteorologici, il cambiamento climatico è un fatto sempre più evidente anche nella vita quotidiana dell’Allevatore. Metano, ossido di azoto ed anidride carbonica, sono prodotti nelle varie fasi del ciclo lattiero e contribuiscono tutti al riscaldamento globale. A preoccupare è soprattutto l’anidride carbonica, gas che ha un effetto relativamente debole sul riscaldamento ma che permane per centinaia di migliaia di anni. È però difficile accettare che l’attività produttiva di un’azienda da latte, così connessa con le risorse naturali che la circondano, sia anche problematica per l’ambiente.

Innovazione e politiche agricole: serve un’azione collettiva

La scienza afferma che, sebbene una attività meno intensiva sia in genere migliore per il benessere animale ed anche per gli ecosistemi locali, la sua impronta di carbonio per litro di latte è quasi sempre maggiore rispetto all’allevamento intensivo. Questo perché le emissioni di metano ed ossido d’azoto per vacca sono indipendenti da quanto latte produce. Pertanto, se una vacca produce più latte, le emissioni per litro diminuiscono. Anche riducendo la mortalità dei vitelli e l’incidenza delle malattie si riducono le emissioni di metano ed altri gas per litro di latte prodotto. In generale poi un allevamento intensivo sarà tanto più sostenibile quanto sarà associato a pratiche agricole conservative.

Le scelte aziendali verso l’innovazione, così come l’introduzione di nuove tecnologie per contenere le emissioni nell’allevamento, debbono essere parte di una azione collettiva di tutta la società e dunque non possono prescindere dalla pianificazione strategica delle politiche agricole a livello ampio, nazionale e sovranazionale.

Il ruolo centrale dell’Allevatore

Dunque, al di là degli stereotipi trasmessi dai mass media, il problema è reale ed ognuno deve sentirsi responsabile per un’evoluzione sostenibile delle pratiche produttive. La variazione nella quantità di gas effetto serra (GHG) in parte è un fatto naturale, ma viene senz’altro accelerata dalle attività umane. In questo, gli agricoltori hanno una doppia responsabilità: contenere le emissioni e salvaguardare l’ambiente.

Le vacche sono il bene più prezioso dell’allevatore. Se stanno bene, starà bene anche lui.

Fonte: BBC