Cambiamento climatico e sfide nella filiera da latte australiana
4 Luglio 2025

Gli effetti del cambiamento climatico, ma non solo, stanno seriamente colpendo la produzione di latte in Australia. Lo scorso maggio nel Nuovo Galles del Sud, la cui capitale è Sydney, si sono registrate vaste inondazioni mentre negli Stati meridionali di Victoria ed in Tasmania persiste la peggior siccità degli ultimi decenni.

-2.000 aziende da latte in otto anni

Gli effetti sulla produttività delle aziende sono pesanti e le marginalità sono messe a dura prova anche per il crescente aumento dei costi operativi ed il modesto aumento nel prezzo del latte pagato alla stalla, che da molti non è ritenuto soddisfacente.
Questo comporta la problematica della sostenibilità economica, cui si aggiunge la tenuta sociale del sistema, con un impatto anche sull’equilibrio nervoso degli allevatori preoccupati per il futuro delle loro famiglie. Un dato significativo: nel 2015 si contavano 6 mila aziende da latte, mentre nel 2023 erano scese a poco più di 4 mila. Di converso i consumatori vedono salire i prezzi dei latticini, mentre le aziende aumentano gli investimenti su fronti proteiche alternative al latte ottenute da fermentazione microbica (fermentazione di precisione/coltivazione cellulare), con tutti gli interrogativi che questa tecnica comporta.

Serve un piano pubblico per incentivare tecnologie più efficienti

L’associazione nazionale Australian Dairy Farmers richiede un piano pubblico per incentivare investimenti in tecnologie atte a migliorare l’efficienza aziendale, finanziamenti per la sicurezza idrica, programmi di riqualificazione per gli agricoltori, sostegno alla pianificazione delle successioni aziendali.

Tuttavia, dato che il settore lotta contro cambiamenti climatici, tensioni finanziarie e stress mentale, dovrebbe essere previsto anche un approccio più coordinato che indirizzi e sostenga gli agricoltori con la guida di figure professionali esperte in tali ambiti. Questo per adattarsi alle nuove condizioni ambientali, sociali ed economiche adottando tecniche appropriate alle nuove condizioni quali l’agroecologia ed anche nella prospettiva di diversificare le produzioni.
Il tutto, nel contesto del superamento delle iniquità nella logica delle relazioni di relazioni di filiera.

Fonte: The Conversation

TESEO.clal.it – Australia: Condizioni climatiche in corso

Acqua di abbeverata: fattore chiave nella gestione degli allevamenti
12 Giugno 2025

L’acqua, anche se non sembra, è l’elemento fondamentale per garantire la salute ed assicurare il potenziale produttivo dell’allevamento. Costituisce circa l’87% del latte e dal 60% al 70% del corpo animale. L’acqua è necessaria per mantenere i fluidi corporei ed il corretto equilibrio salino, per digerire, assorbire e metabolizzare i nutrienti, per eliminare i materiali di scarto ed il calore in eccesso dal corpo.

Una scarsità d’acqua riduce produzione e benessere del bestiame

Una scarsità d’acqua riduce la frequenza respiratoria e la contrattilità del rumine; induce prostrazione ed irrequietezza; causa una minore produzione di latte ed un calo di peso corporeo. La bovina perde acqua attraverso le urine, le feci, l’evaporazione, la sudorazione e, soprattutto, il latte. In linea generale si calcola che una vacca abbia bisogno di 3-4 litri d’acqua per ogni litro di latte prodotto, oppure di circa 18 litri per ogni 100 kg di peso corporeo. Quando gli animali soffrono di stress da caldo, il consumo di acqua aumenta notevolmente raggiungendo punte ben superiori ai 200 litri. L’abbeverata è generalmente associata ai pasti od alla mungitura e la velocità di assunzione varia da 4 a 15 litri al minuto.

Comunque, il fabbisogno idrico dell’animale è influenzato dalla temperatura ambientale, dal peso e dalla fase di produzione. Dato che l’acqua di abbeverata rappresenta all’incirca l’80% dei bisogni ed il resto proviene dagli alimenti, è indispensabile che sia potabile di buona qualità.

Acqua di qualità assicura funzioni vitali corrette e previene rischi sanitari

È importante far controllare periodicamente l’acqua per verificare la presenza di nitrati, solfati, batteri, alghe. I nitrati sono molto preoccupanti e la loro presenza nell’acqua, di falda o superficiale, può derivare da fertilizzanti, materiale fecale, residui delle colture, rifiuti industriali. L’avvelenamento da nitrati deriva dalla riduzione batterica nel rumine del nitrato a nitrito, che poi viene assorbito nel sangue e diminuisce la capacità di trasporto dell’ossigeno. Occorre stabilire la quantità di nitrati presenti anche negli alimenti oltre che nell’acqua per verificare che il loro apporto totale non superi i limiti raccomandati scongiurando rischi di avvelenamento che si manifestano con respirazione difficile e rapida, tremori muscolari, diarrea, fino a collasso e morte. I solfati in alte concentrazioni, soprattutto di sodio, producono un effetto lassativo nel bestiame. Batteri coliformi ed altri microrganismi possono contaminare i pozzi ma soprattutto gli abbeveratoi, esponendo il bestiame ad organismi patogeni e, quindi, aumentando il potenziale di malattia.

Anche le alghe blu-verdi che crescono in acque stagnanti possono essere tossiche per il bestiame. In questo caso i segni di avvelenamento sono diarrea, mancanza di coordinazione, respirazione affannosa, convulsioni. Le temperature calde e la luce del sole possono provocare una rapida crescita delle alghe anche nelle cisterne, che pertanto andranno mantenute sempre perfettamente pulite, così come gli abbeveratoi.

Una corretta gestione delle risorse idriche è indispensabile per le performance dell’allevamento, soprattutto nei sempre più frequenti periodi caldi e siccitosi.

Fonte: eDairyNews

Agricoltori e Gen Z: una nuova narrazione della campagna
6 Giugno 2025

Posti davanti alla domanda “chi sono i migliori rappresentanti dei territori rurali?”, i giovani ventenni inglesi della cosiddetta Generazione Zeta rispondono in modo inequivocabile: gli agricoltori!

Agricoltori: i nuovi difensori della campagna

Da un sondaggio effettuato per Future Countryside, organismo fondato nel 2023 per promuovere le comunità ed i paesaggi rurali, è emerso che quasi un terzo (32%) dei giovani ritiene che gli agricoltori siano i veri paladini dei territori di campagna, molto più degli ambientalisti (12%) e dei politici (4%).

Alla domanda in cosa gli agricoltori dovrebbero impegnarsi maggiormente, i giovani hanno indicato ai primi posti l’attenzione al benessere animale (42%), la tutela ambientale (40%) e la produzione alimentare (37%), mentre aspetti quali la rinaturalizzazione (14%), l’uso di concimi e pesticidi (13%), il soddisfacimento dei consumatori (9%) risultano meno importanti.

I Giovani scoprono l’agricoltura via social

Essendo la prima generazione cresciuta interamente con Internet e dispositivi mobili, non stupisce poi che la Generazione Z tragga dall’uso dei social media la percezione della campagna. Oltre la metà (54%) degli intervistati ha affermato che piattaforme come TikTok ed Instagram hanno sollevato il loro interesse per visitare aree rurali. Le motivazioni più comuni sono il benessere mentale (36%), il contatto con la natura (34%), la possibilità di svago ed esercizio fisico (30%). Nonostante il crescente desiderio, i giovani incontrano però notevoli difficoltà quando si tratta di visitare le aree rurali. Tra queste, le più importanti sono la distanza (73%), i limiti di tempo (70%), i costi di trasporto (68%), ma anche la difficolta ad avere una connessione internet (42%).

Sebbene la Gen-Z consideri la campagna un luogo accogliente (84%) ed un patrimonio culturale e produttivo che vale la pena tutelare (83%), solo il 24% sceglierebbe di vivere in un borgo rurale, mentre il 53% preferisce la città.

Quindi le nuove generazioni hanno un legame sempre più indiretto con l’attività agricola e ne prendono conoscenza attraverso i social media. Ritengono comunque che gli agricoltori siano i rappresentanti più affidabili dei territori rurali; un aspetto, questo, da considerare con molta attenzione.

Fonte: Future Countryside

Il tema del Benessere Animale è sempre più rilevante
26 Maggio 2025

Il tema del Benessere Animale è sempre più rilevante. Gli animali non sono finalmente più considerati degli oggetti da sfruttare (concetto dell’animale macchina introdotto dal filosofo Cartesio) e le questioni etiche sul loro trattamento coinvolgono tanto gli Allevatori quanto la Società intera.

La Convenzione europea sulla protezione degli animali negli allevamenti risale al 1978 e da allora le normative sono divenute sempre più stringenti. Basti pensare alla strategia Farm to Fork od alle regole per il trasporto degli animali ed a quelle sulla sanità animale.

Dal momento che è sempre più raro che i Consumatori sappiano da dove provengono i prodotti animali che utilizzano, le uniche informazioni disponibili sono quelle riportate in etichetta.

ll Sistema Qualità Nazionale Benessere Animale (SQNBA), introducendo standard certificati, sembra rispondere alle crescenti sensibilità attuando un passo determinante per migliorare e comunicare il benessere animale nel nostro Paese.

Fondamentale diventa dunque il coinvolgimento fattivo e la collaborazione di tutta la Filiera, così da attuare l’SQNBA in modo virtuoso e fissare obiettivi futuri di miglioramento della normativa, anche  in funzione  della grande variabilità produttiva, socio-economica ed ambientale del nostro Paese.

USA: il 90% di Mais, Soia, Cotone è OGM
24 Aprile 2025

Nel 1973, i biochimici americani Stanley Cohen e Herbert Boyer trasferirono con successo un gene tra organismi di specie diverse, dando origine agli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) che possiedono una nuova combinazione di materiale genetico ottenuta artificialmente.

Nel 1982 venne realizzata la prima pianta OGM, un pomodoro, mentre nel 1985 vennero autorizzate le prime coltivazioni sperimentali in pieno campo. I semi OGM vennero commercializzati nel 1996, e si diffusero rapidamente negli anni successivi. 
Secondo i dati USDA, la percentuale di ettari coltivati con Soia modificata geneticamente passò dal 17% nel 1997 al 68% nel 2001, arrivando al 94% nel 2014. Quest’anno è stato rilevato il valore maggiore, col 96% del totale coltivato.
Stessa dinamica anche per i semi di Cotone, coltura molto importante per l’agricoltura statunitense, mentre per il Mais solo nel nuovo millennio è avvenuta la diffusione generale delle coltivazioni OGM, arrivando al 90% attuale. Questo probabilmente è dovuto al successo degli ibridi che nel secolo scorso hanno rappresentato la maggiore innovazione per il miglioramento genetico.

Le colture geneticamente modificate sono classificate come tolleranti agli erbicidi (HTHerbicide Tolerant), resistenti agli insetti (Bt Bacillus thuringiensis) o come varietà che combinano i tratti HT e Bt.
Sebbene siano stati sviluppati altri tratti di organismi geneticamente modificati, come la resistenza a virus e funghi, la resistenza alla siccità, un maggiore contenuto di proteine, olio o vitamine, quelli HT e Bt sono i più utilizzati nella produzione agricola statunitense.
Le sementi HT sono poi ampiamente diffuse anche per la produzione di erba medica, colza e barbabietola da zucchero. Le colture resistenti agli insetti, che contengono geni del batterio del suolo Bt e producono proteine con effetto insetticida, sono disponibili per il Mais dal 1996.
La superficie nazionale coltivata a Mais Bt è cresciuta da circa l’8% nel 1997 al 19% nel 2000, per poi salire all’86% nel 2024. Questo aumento è imputabile all’introduzione sul mercato di nuove varietà resistenti alla diabrotica, perché prima del 2003 le varietà di mais Bt erano resistenti solo alla piralide.

Fonte: USDA

TESEO.clal.it – Bologna: prezzi della Farina di Soia NON OGM e OGM

USA-India: i negoziati per un accordo commerciale
17 Aprile 2025

In questo periodo di turbolenze sui dazi d’importazione, India e Stati Uniti stanno procedendo con il progetto di concludere un accordo commerciale che potrebbe arrivare ad un valore di 500 miliardi di dollari nel 2030. Questo richiederà nei prossimi mesi intensi negoziati sulla riduzione delle tariffe e di altre barriere commerciali ed entrambe le parti dovranno concordare il livello di liberalizzazione degli scambi per renderlo reciprocamente vantaggioso.

Il mercato indiano di alimenti e bevande ha un tasso di crescita annuo intorno al 10% e si prevede che nel 2028 possa raggiungere un valore di 550 miliardi di dollari, rendendolo particolarmente attraente. L’India applica dei dazi sui prodotti agricoli che ammontano in media al 39% con punte del 45% sugli oli vegetali e del 50% su mele e mais. Gli Stati Uniti ritengono che questo rappresenti una barriera commerciale da superata per riequilibrare i flussi commerciali. Infatti nel 2024, le esportazioni statunitensi di prodotti agricoli ed affini in India ammontavano a quasi 2 miliardi di dollari, mentre le esportazioni agricole indiane verso gli Stati Uniti valevano circa 5,5 miliardi di dollari.

Dato il reddito pro-capite relativamente basso, l’India sarebbe orientata a mantenere dei dazi per un’ampia gamma di prodotti agricoli ed anche per alcuni beni industriali, senza puntare alla parità tariffaria prodotto per prodotto ma riducendo il livello tariffario complessivo (medio) ad un valore molto più basso per gli Stati Uniti. Questo facilitando le importazioni di prodotti quali mandorle, mirtilli rossi, farina d’avena, pistacchi, noci.

Bisogna poi tener conto delle questioni normative. Ad esempio, gli USA sono desiderosi di esportare Soia e Mais; l’India ha bisogno di Mais per incrementare la produzione di Etanolo, ma i suoi regolamenti vietano l’Etanolo prodotto con cereali importati ed inoltre, a differenza degli USA, non ammette colture geneticamente modificate. Altri temi sul tavolo riguardano le regole generali sulle importazioni o le normative sanitarie e fitosanitarie indiane sulle importazioni di prodotti alimentari. Per i  lattiero-caseari, oltre a tariffe fino al 60% su alcuni prodotti, l’India richiede che questi provengano da animali non alimentati con farine di sangue o sottoprodotti simili.

Anche se il negoziato si presenta dunque tutt’altro che semplice, il dinamismo indiano per realizzare accordi commerciali di libero scambio con i Paesi ad economia avanzata segna la volontà di uscire da una mentalità protezionistica e di prepararsi a trattare con il mondo da una posizione autorevole.

Fonte: Reuters

TESEO.clal.it – Stati Uniti: importazioni mensili di Riso
CLAL.it – Stati Uniti: import di prodotti lattiero-caseari dall’India

Cambiamento climatico: il doppio impegno degli Allevatori
15 Aprile 2025

Al di là della narrativa rappresentata dai ghiacci che si sciolgono o dai violenti fenomeni meteorologici, il cambiamento climatico è un fatto sempre più evidente anche nella vita quotidiana dell’Allevatore. Metano, ossido di azoto ed anidride carbonica, sono prodotti nelle varie fasi del ciclo lattiero e contribuiscono tutti al riscaldamento globale. A preoccupare è soprattutto l’anidride carbonica, gas che ha un effetto relativamente debole sul riscaldamento ma che permane per centinaia di migliaia di anni. È però difficile accettare che l’attività produttiva di un’azienda da latte, così connessa con le risorse naturali che la circondano, sia anche problematica per l’ambiente.

Innovazione e politiche agricole: serve un’azione collettiva

La scienza afferma che, sebbene una attività meno intensiva sia in genere migliore per il benessere animale ed anche per gli ecosistemi locali, la sua impronta di carbonio per litro di latte è quasi sempre maggiore rispetto all’allevamento intensivo. Questo perché le emissioni di metano ed ossido d’azoto per vacca sono indipendenti da quanto latte produce. Pertanto, se una vacca produce più latte, le emissioni per litro diminuiscono. Anche riducendo la mortalità dei vitelli e l’incidenza delle malattie si riducono le emissioni di metano ed altri gas per litro di latte prodotto. In generale poi un allevamento intensivo sarà tanto più sostenibile quanto sarà associato a pratiche agricole conservative.

Le scelte aziendali verso l’innovazione, così come l’introduzione di nuove tecnologie per contenere le emissioni nell’allevamento, debbono essere parte di una azione collettiva di tutta la società e dunque non possono prescindere dalla pianificazione strategica delle politiche agricole a livello ampio, nazionale e sovranazionale.

Il ruolo centrale dell’Allevatore

Dunque, al di là degli stereotipi trasmessi dai mass media, il problema è reale ed ognuno deve sentirsi responsabile per un’evoluzione sostenibile delle pratiche produttive. La variazione nella quantità di gas effetto serra (GHG) in parte è un fatto naturale, ma viene senz’altro accelerata dalle attività umane. In questo, gli agricoltori hanno una doppia responsabilità: contenere le emissioni e salvaguardare l’ambiente.

Le vacche sono il bene più prezioso dell’allevatore. Se stanno bene, starà bene anche lui.

Fonte: BBC

Contrastare lo spreco alimentare lungo la Filiera
1 Aprile 2025

Unione Europea131kg spreco di cibo per abitante nel 2021

Il cosiddetto spreco alimentare è un problema che riguarda tutta la filiera: produzione primaria, trasformazione, distribuzione, ristorazione, consumi domestici. Solo nell’Unione Europea (dati 2021) si calcola che siano andate sprecate circa 60 milioni di tonnellate di cibo, pari a 131 kg per abitante. Oltre la metà di tale spreco, 70 kg, è avvenuto a livello domestico, 28 kg durante le fasi di trasformazione, 12 kg nella ristorazione, 9 kg nella distribuzione ed 11 kg nella produzione agricola. Oltre al valore, stimato in 132 miliardi di euro, lo spreco alimentare contribuisce significativamente alle emissioni di CO2, calcolate in 254 milioni di tonnellate ed all’uso di 342 milioni di metri cubi d’acqua, gli sprechi energetici e delle altre risorse naturali. Bisogna poi considerare i costi per la raccolta e lo smaltimento del cibo scartato, che comporta, sempre in un anno, un costo di oltre 9 milioni di euro. Nel contempo, sempre nella UE, 37 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza.

A livello mondiale il problema diventa enorme:  secondo il rapporto Waste Watcher 2024, ogni anno vengono sprecate oltre un miliardo di tonnellate di cibo, mentre circa 773 milioni di persone soffrono la fame.

Dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030: l’obiettivo ONU

Per contrastare questa situazione abnorme ed insostenibile le Nazioni Unite, nel contesto degli obiettivi di sviluppo sostenibile, hanno stabilito di raggiungere entro il 2030 il dimezzamento dello spreco alimentare. Con tale impegno, il Parlamento Europeo ha proposto di innalzare al 20% l’obbligo di ridurre gli scarti nella trasformazione alimentare rispetto alla media del biennio 2020-22, prendendo a riferimento una metodologia comune per determinare lo spreco di cibo. Altre misure riguardano la revisione degli standard di mercato per frutta e verdura in modo da permettere agli agricoltori di vendere direttamente prodotti ortofrutticoli con caratteristiche non conformi alle norme di commercializzazione ma ritenuti idonei al consumo dalle comunità locali. Tali prodotti potranno anche essere destinati alla trasformazione industriale.

Inoltre, sempre se le condizioni sanitarie sono garantite,  sarà possibile vendere anche quei prodotti che sono stati colpiti da disastri naturali od ottenuti in circostanze eccezionali.  Verranno poi semplificate le norme relative agli alimenti oggetto di donazioni alimentari.

La lotta contro lo spreco alimentare richiede un impegno collettivo e l’adozione di pratiche sostenibili a tutti i livelli della filiera alimentare. Solo attraverso una collaborazione efficace tra aziende, enti non-profit e cittadini possiamo ridurre significativamente questo problema e contribuire ad un futuro più sostenibile.

Fonte: EUR-Lex

Custodire la Biodiversità
19 Marzo 2025

Ci sono dei temi che sovrastano la sete di potere e di dominio. Uno di questi è il mantenimento della sicurezza alimentare, che comporta un prerequisito: la salvaguardia della biodiversità.

La Biodiversità è essenziale per la Sicurezza alimentare del futuro

Esiste un problema sulla terra che tocca tutti e verso il quale nessuno può dirsi al riparo: la diversità delle specie vegetali, e di conseguenza delle sementi impiegate nelle coltivazioni, sta scomparendo ad un ritmo accelerato, il che sta minando la resilienza dei sistemi alimentari. La ragione di questa allarmante dinamica risiede nei cambiamenti ambientali, tecnologici e sociali sempre più rapidi, tra cui gli eventi climatici estremi, i cambiamenti nelle pratiche agricole, la comparsa e la diffusione di nuovi parassiti e malattie. A tutto questo vanno aggiunti i conflitti che stanno avvenendo in molti luoghi del mondo.

Secondo il rapporto della FAO “State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture”, delle 20.000 piante commestibili e delle 6.000 che storicamente sono state utilizzate come fonte di cibo, meno di 200 vengono oggi coltivate e solo nove rappresentano i due terzi della produzione alimentare mondiale.

Per custodire il patrimonio della biodiversità, all’inizio del ‘900 con Vavilov sono sorte le banche del germoplasma. Lo scienziato russo aveva ipotizzato che la coltivazione delle piante avesse avuto origine nelle aree geografiche di maggiore concentrazione delle diversità genetiche. Di conseguenza viaggiò in tutte le parti del mondo per collezionare piante e semi onde aumentare la produzione agricola attraverso le leve della diversità e del miglioramento genetico.  Il suo lavoro permise di studiare l’interferenza dell’ambiente con l’adattamento delle specie botaniche, cioè il rapporto fra genoma e fenotipo, nel meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri.

Il Global Seed Vault nelle isole Svalbard protegge 1,3 milioni di semi da tutto il mondo

Per garantire la conservazione del patrimonio mondiale di germoplasma, fondamentale per la vita futura, nelle remote isole Svalbard norvegesi, prossime al Polo nord, è stato realizzato il Global seed vault, un deposito che raccoglie i duplicati di semi conservati nelle diverse banche del germoplasma. Vi sono depositati 1,3 milioni di semi provenienti da 123 banche dei semi di 85 Paesi. Gli obiettivi di questa banca mondiale sono diversi: tutelarsi da perdite accidentali di semi, assicurarsi che il proprio patrimonio agricolo sia preservato dalle minacce del cambiamento climatico e dei conflitti, garantire la persistenza delle 21 colture più importanti della terra, quali riso, mais, frumento, patate, mele, manioca, noce di cocco, avere la disponibilità di materiale indispensabile  per il miglioramento genetico.

É un’opera che vede la collaborazione del governo norvegese con istituzioni internazionali, centri di ricerca fondazioni private e che rappresenta la “polizza assicurativa” per l’approvvigionamento alimentare mondiale.

Ci sono beni di rilevanza planetaria che vanno ben oltre gli interessi di potere di dominio perché rappresentano il patrimonio comune dell’umanità da preservare e trasmettere alle generazioni future.

Fonte: Crop Trust

TESEO.clal.it – Mondo: Aree destinate alla coltivazione di Cereali

Carenza di manodopera nelle Aziende da Latte inglesi
1 Ottobre 2024

Il 56% delle aziende da latte inglesi ha difficoltà a reperire manodopera, tanto che il 10,6% ha dovuto ridurre il numero di animali in allevamento e l’86% afferma di non aver avuto risposta alle offerte di lavoro. Questi dati sono il risultato di un sondaggio che ha effettuato Arla, il più grande operatore lattiero-caseario del Regno Unito, su 472 dei suoi duemila fornitori di latte. Ne risulta anche che in media il personale è pagato il 27% in più rispetto al 2019. In questa situazione, se non vi saranno cambiamenti, il 16% degli intervistati afferma di considerare la possibilità di cessare l’attività determinando serie incertezze sulla sicurezza alimentare del Paese.

Mancanza di manodopera qualificata e Giovani che restino

Quello della forza lavoro è un problema presente lungo tutta la filiera. Le sfide più grandi sono l’attrazione di persone qualificate con le competenze corrette per le moderne tecnologie soprattutto nel campo dell’automazione e di attrarre un maggior numero di giovani che poi restino nel settore.

Arla ha già adottato una strategia lungo tutta la sua catena di fornitura per attrarre e trattenere personale, con un’attenzione anche ad una equilibrata rappresentanza di genere, ma ritiene necessario un sostegno pubblico per aiutare a promuovere la produzione alimentare come scelta di carriera tra una popolazione sempre più diversificata. Le richieste comprendono la riduzione delle formalità amministrative per gli agricoltori semplificando gli adempimenti burocratici, l’adeguamento dei programmi scolastici e formativi alle realtà produttive del settore agroalimentare per lo sviluppo delle competenze, l’accelerazione degli investimenti in tecnologia per sostenere l’automazione nelle aziende agricole. La necessità di interventi decisi per dare certezza e futuro alla produzione emerge anche dal sondaggio effettuato da National Farmers’ Union, il maggiore sindacato agricolo inglese, da cui risulta che il grado di fiducia degli operatori è sceso al livello più basso dal 2010.

Tutti i settori di attività agricola manifestano previsioni pessimistiche sui livelli produttivi del prossimo futuro per gli impatti del cambiamento climatico e soprattutto l’aumento dei costi che per la produzione di latte sono cresciuti del 44% negli ultimi cinque anni ed il calo delle marginalità. Il 60% degli agricoltori lamenta un calo nei profitti o delinea la possibilità di cessare l’attività. Pertanto si chiede un adeguamento degli stanziamenti pubblici al settore, che invece negli ultimi cinque anni sono rimasti sostanzialmente stabili, portandoli a 3,4 miliardi di sterline rispetto ai 2,4 attuali.

Fonte: Arla Foods

CLAL.it – Da dicembre 2015 a dicembre 2023, il numero di vacche da Latte in Regno Unito è diminuito da 1.918.076 a 1.839.277, con una riduzione di 78.799 capi, pari al 4,1% in otto anni.