Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.
Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid lo scorso anno ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.
Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre, a causa della minore offerta di carne, i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.
La proposta USDA per proteggere i Suinicoltori da pratiche sleali
Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anti-competitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.
L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.
Capi allevati: 750 pecore, di cui 600 in lattazione Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP
Diego Mattu – Pastore
Diego Mattu è un giovane pastore
di 43 anni (appena fuori dalla definizione di “giovane agricoltore”, secondo la
Pac), di Curcuris (Oristano). Alleva circa 750 pecore, delle quali 600 in
lattazione. In azienda non manca qualche suino, allevato per “uso personale”,
cioè per la produzione di salumi e per il porceddu, immancabile tradizione sulle
tavole sarde negli appuntamenti di festa.
La materia prima è conferita alla
Cao Formaggi, cooperativa di Fenosu (Oristano), che è la cooperativa ovina più
grande d’Italia, grazie alla lavorazione di 30 milioni di litri all’anno,
prevalentemente per la produzione di Pecorino Romano Dop, anche nelle sue più
innovative varietà: lunga stagionatura, tradizionale, basso contenuto di sale,
per rispondere ad un mercato sempre più variegato ed esigente. Il 40% del latte
viene trasformato in altri prodotti caseari, con una vocazione alla
diversificazione che garantisce qualità e redditività.
Qual è il vantaggio di
conferire il latte ad una grande cooperativa?
La cooperativa favorisce la crescita degli Allevatori
“In termini economici il
vantaggio è dato da un prezzo mediamente più alto rispetto all’industria
privata. Per fare un esempio molto concreto: negli ultimi 10 anni il ritorno
sul prezzo è stato all’incirca di 10 centesimi al litro in più rispetto al
prezzo medio dell’industria. Inoltre, la vita in cooperativa, quando è
partecipata, consente una maggiore crescita degli allevatori, grazie al confronto
su aspetti comuni”.
Quali sono i canali di vendita
privilegiati?
“Essenzialmente la grande
distribuzione organizzata, che ci garantisce la collocazione di volumi
significativi. Una parte della produzione è esportata, con gli Stati Uniti
primo Paese di destinazione”.
È soddisfatto del prezzo del
latte?
“Quest’anno sì. Abbiamo ottenuto un acconto di 70 centesimi al litro e il conguaglio sarà il prossimo anno. Stiamo attraversando una fase positiva, anche se una parte dell’aumento dei prezzi se la mangiano il costo del gasolio e delle materie prime, che sono aumentate”.
Ne ha risentito come azienda
agricola?
“In parte sì, specialmente all’inizio
dell’estate. Ma fortunatamente il contraccolpo è stato relativo, perché riesco a
fare molte provviste, pianificando le produzioni interne e gli acquisti. Prima compravo
anche da fuori, sul continente, ma da diversi anni il mercato è ormai confinato
sull’isola”.
Qual è la parte più dura del
suo lavoro?
Difficile trovare manodopera specializzata
“Gli aspetti più pesanti sono legati
alla gestione delle pecore. Devi sempre stare con loro. Dalla mattina alla sera
gli animali sono al pascolo, nei momenti più caldi dell’estate le pecore escono
di notte e di giorno stanno a riposo all’ombra. In azienda posso contare sull’aiuto
di un dipendente e la collaborazione di mio cognato, ma il settore ha necessità
di manodopera specializzata, che è difficile da trovare”.
In molte zone dell’Italia,
specie se collinari, si sta diffondendo il problema degli ungulati e degli
animali selvatici. Nella vostra zona avete avuto problemi con lupi, cinghiali o
altri animali selvatici?
“Fortunatamente no”.
Usa droni per monitorare il
gregge?
“No”.
Come gestisce il benessere
animale?
“L’elemento chiave da osservare
per capire lo stato di salute degli animali è se mangiano. Ho una corsia di
alimentazione per le pecore, che stanno comunque più al pascolo che in stalla. Il
benessere animale lo osserviamo dalla produttività dei capi: quando la pecora
sta bene, senza alcuna forzatura nell’alimentazione, tutto procede
correttamente”.
Quanto conta la formazione? Come
imprenditore di cosa avresti bisogno?
Servirebbero sperimentazione e ricerca
“Servirebbero servizi legati alla
sperimentazione agronomica e zootecnica, che tempi addietro venivano svolti
dalla Regione o dagli enti pubblici, ma che ora sono un po’ carenti sul fronte
della ricerca, probabilmente per mancanza di fondi. Allo stesso tempo manca una
ricerca organica e concentrata sulla trasformazione, lasciata oggi alla volontà
dei singoli caseifici, ma che ritengo dovrebbe essere sostenuta e guidata dall’ente
pubblico”.
Quali investimenti ha fatto di
recente o ha in programma?
“Negli ultimi 3-4 anni ho
comprato dei terreni e, prima ancora, un trattore e le attrezzature per la
lavorazione dei terreni. Ho migliorato le stalle e installato una mungitrice
nuova, che ho intenzione di sostituire con una più tecnologica, così da monitorare
meglio le produzioni e selezionare meglio i capi”.
A livello di selezione genetica
cosa privilegia?
“Rispetto alle vacche la ricerca
genetica è indietro anni luce. Secondo me, ma non è solo il mio parere, la
selezione vera e propria sulla pecora sarda è ferma da moltissimi anni. Le
produzioni medie per capo sono aumentate, è vero, ma ciò è dovuto al modo di
alimentare e gestire gli animali, che è migliorato, mentre la selezione in sé è
ferma. In Sardegna la maggiore parte delle pecore non sono iscritte a Libro
genealogico. Io stesso faccio selezione autonomamente.
Dal mio punto di vista cerco di avere
animali produttivi, che si ammalino il meno possibile, con meno problemi di
fertilità”.
Ha parlato di acquisto dei
terreni. È difficile trovarne?
“I prezzi dei terreni sono in
aumento e la difficoltà per un giovane è prevalentemente data dall’accesso al
credito, anche se la soluzione è migliorata rispetto al passato. Ma per un
imprenditore che intende iniziare da zero, è davvero complicata”.
Come vede il settore fra dieci
anni?
“In questi ultimi anni sto diventando un po’ pessimista. Il settore ritengo che nel suo complesso andrà avanti bene, ma allo stesso tempo ci sarà una selezione delle aziende. Solo quelle ben strutturate e organizzate per sopperire alla carenza di manodopera esterna qualificata riuscirà ad avere un futuro. Quanto al prezzo del latte ovino, vedo una maggiore stabilità rispetto alle forti oscillazioni del passato, a patto che vi sia una collaborazione più stretta fra allevatori, trasformatori e distribuzione, partendo naturalmente da una coesione di fondo dei pastori.
Aggiungo che la strada maestra per il futuro non sarà ridurre le produzioni, ma trovare nuovi mercati, favorire produzioni di nicchia, valorizzare il Pecorino Romano con diverse soluzioni produttive, senza uscire dalla Dop, ma valorizzando le diversità e le opportunità. Allo stesso tempo, bisognerà individuare nuovi mercati di sbocco, grazie a politiche di marketing lungimiranti, e in questo il Consorzio potrà essere di grande aiuto”.
In costruzione nella regione settentrionale dell’Inner Mongolia con un investimento di circa 620 milioni di dollari, un complesso suddiviso in otto settori che interesserà una superficie complessiva di 867 ettari per ospitare centomila vacche e produrre oltre mezzo milione di tonnellate di latte all’anno. Questa l’opera ciclopica avviata da Mengniu Dairy per costruire la più grande stalla del mondo, che incrementerà le attuali 5,7 milioni di tonnellate di latte che pongono questa regione settentrionale al primo posto nella produzione lattiera cinese.
Gli allevamenti zootecnici di enormi dimensioni sono già una realtà: basti pensare che le 25 maggiori aziende animali contano 1,7 milioni di vacche che producono il 29% del latte cinese pari, nel 2019, a 32 milioni di tonnellate. Colpisce anche la resa elevata di tali allevamenti, con Modern Farm che nel 2020 in una stalla dove si mungono 12.767 vacche, ha avuto una produzione media di 13.654 kg di latte per capo.
La tendenza a realizzare mega allevamenti sembra essere una realtà inarrestabile in Cina. Le ragioni risiedono nella maggiore possibilità di stabilizzare le quotazioni e negoziare i prezzi di foraggi e mangimi contrastando la volatilità delle quotazioni; di avere a disposizione le professionalità appropriate per i diversi ambiti della conduzione aziendale; di poter esercitare in modo uniforme la formazione e la gestione del personale per raggiungere gli obiettivi produttivi prefissati.
Sarà tre volte maggiore del più grande complesso di vacche da latte USA
Il complesso che Mengniu Dairy sta realizzando in Inner Mongolia surclasserà quello attualmente più grande appartenente a Modern Farm situato nella provincia orientale di Anhui, vicina a Nanchino, con 20 mila vacche da latte munte in otto sistemi a giostra collegati ad un unica cisterna. Sarà tre volte maggiore del più grande complesso di vacche da latte USA, che conta 30 mila capi e cinquanta volte più grande della maggiore stalla inglese, che ha duemila vacche.
Secondo quanto riferisce Dairy industry, le risorse per realizzare questa grande opera sono in parte anche russe e la maggioranza degli alimenti animali verrebbe importata dalla Russia, mentre una parte del latte prodotto sarebbe esportata verso questo Paese che deve colmare il deficit di latte conseguente al blocco delle importazioni da UE, ma anche da USA, Australia dagli altri Paesi che hanno imposto sanzioni alla Russia.
Nel contempo, in Francia lo scorso dicembre ha chiuso i battenti la cosiddetta “stalle delle mille vacche”. Quella che per i fondatori in Normandia era un’avventura imprenditoriale visionaria, è apparso ai più come un modello di agricoltura inconciliabile, poi naufragato di fronte alle tante opposizioni.
Saranno le mega stalle che si stanno diffondendo in Cina ma anche negli USA, il modello vincente per la sete mondiale di latte? Quale rispondenza ai criteri di sostenibilità? Ai posteri l’ardua sentenza…
Capi allevati: 450 pecore in totale Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP
Roberta e Paolo Manconi – Pastori
“Ero arrivato a un punto in cui i contributi della Pac venivano risucchiati per continuare l’attività aziendale, con una fatica immensa, perché le ore di lavoro erano incessanti, dalla mattina alle cinque, cinque e mezza, fino alla sera alle otto e mezza, con il prezzo del latte che non copriva a volte nemmeno i costi e nessuna prospettiva se non quella di lavorare senza sosta. Ho detto basta e ho preso una decisione rivoluzionaria: passare da due mungiture a una sola giornaliera. Sono così riuscito a riequilibrare le ore di lavoro su ritmi più umani e il calo di produzione di latte non è stato così drammatico. Insomma, anche se qualcuno mi ha preso per pazzo e qualcuno ancora non è convinto del mio passo, voglio ripeterlo ancora una volta: la mia scelta aziendale è stato un cambio di vita in meglio. Avrei voluto avere il coraggio di farlo prima”.
A sentire le parole di Paolo Manconi, allevatore 57enne di Ozieri (Sassari), una vita nei campi (“faccio il pastore da quando ho 12 anni”, dice), viene voglia di applicare la sua teoria di rottura anche in altri campi, “Su connottu”, ripete, che in sardo significa più o meno “si è sempre fatto così”, quasi che la tradizione fosse granitica e inscalfibile come i Nuraghi che rendono unica la civiltà sarda, dove sacrificio e forza di volontà sono a volte più forti della natura stessa.
Al primo posto ho messo la qualità della vita
Ma l’entusiasmo di Manconi è davvero contagioso e non puoi davvero non porti la domanda se lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, come fanno molti allevatori, sia la soluzione giusta. “Al primo posto ho messo il miglioramento della qualità della vita e sono felice di averlo fatto”, ripete.
Partiamo come sempre dai numeri, per raccontare una storia
di coraggio, che oggi si declina anche con l’ingresso in azienda della figlia
Roberta, laureata in Agraria, che affianca il papà Paolo e lo zio Matteo.
L’azienda – 134 ettari, dei quali 40 a seminativi, 53 di tare e il resto a
pascolo – conta circa 450 pecore tra adulte e quote di rimonta, per una produzione
di latte che nel 2021 dovrebbe attestarsi intorno agli 80.000 litri. Il latte è
conferito al consorzio Agriexport di Chilivani (Sassari), di cui Manconi è
vicepresidente. Una realtà che trasforma circa 12 milioni di litri di latte in
un’ampia offerta di Pecorino Romano (classico, a latte crudo, a basso contenuto
di sale) e ha una stretta collaborazione con la cooperativa di Pattada.
I prezzi del latte a 50 centesimi al litro, in picchiata e
decisamente non remunerativi, sono stati la molla che lo hanno portato a
cambiare prospettiva e a guardare alla gestione aziendale con occhi nuovi. “Mi
ritrovavo in sala di mungitura alle otto e mezzo di sera per un prezzo del
latte che non garantiva un futuro. ero adirato e avvilito – spiega Manconi -.
Oggi i prezzi sono molto diversi e sembra passata una vita, ma non è così”.
E così, l’ex ragazzino che ha sempre preferito leggere e
informarsi su tutto quello che capitava, dalle riviste agricole a quelle a
carattere scientifico, circa cinque anni fa ha preso una decisione che ha rotto
drasticamente quanto era la linea della tradizione. Da due mungiture al giorno
a una sola. “Una scelta che ho mutuato grazie alla passione per la scienza e
per il futuro, se non avessi letto con assiduità non avrei avuto la visione per
cambiare”.
Come è cambiata la vita e quanto lavora oggi?
“Oggi siamo in due ad operare in azienda: io e mia figlia
Roberta, con mio fratello Matteo in pensione, che comunque ci dà una mano.
Iniziamo più o meno alle 5:30 e alle 9 del mattino abbiamo terminato la fase di
mungitura e gestione della mandria”.
Come organizzate il resto della giornata?
È un mondo che si apre
“L’azienda è grande e c’è sempre da fare, ma una volta
alleggerita la parte zootecnica e di cura degli animali, è molto più semplice.
Nel pomeriggio siamo tendenzialmente liberi e riusciamo ad aggiornarci, a
leggere, a dedicarci anche alla famiglia e all’approfondimento di argomenti e
materie che, se lavori tutto il giorno e basta, non riesci a fare. È un mondo
che si apre”.
Passando da due a una mungitura, qual è stato il calo
produttivo e che riflessi ha avuto sugli animali?
“Gli animali nel giro di qualche tempo si sono adattati e
nell’arco di tre anni è avvenuta una sorta di selezione naturale. Rispetto alle
due mungiture al giorno la quantità di latte ottenuta è inizialmente inferiore,
forse del 10-15%, ma se devo fare un conto economico il guadagno è ampiamente
ripagato dallo stile di vita. Come detto, nell’arco dei tre anni i capi
selezionati sono solo i migliori e il calo produttivo non si avverte più”.
Che cosa le hanno detto i colleghi allevatori?
Alla fine della giornata deve ritornare il reddito
“Alcuni mi hanno criticato, perché andavo contro la
tradizione. Altri mi hanno chiamato. Qualcuno ha avuto il coraggio di seguire
la mia scelta, altri invece sono arrivati a un passo e non hanno portato a
termine quella che è una rivoluzione aziendale a tutti gli effetti. Comprendo
che possa spaventare, ma vi assicuro che non tornerei più indietro, perché gli
agricoltori sono imprenditori e alla fine della giornata deve ritornare il
reddito, non solo le ore di lavoro”.
Che sala di mungitura ha?
“Ho una mungitrice a 48 posti, realizzata 26 anni fa. Abbiamo in programma di cambiarla, anche perché quelle nuove sono più sostenibili sul piano economico e ambientale. Consumano meno e utilizzano meno acqua per la pulizia. E anche gli animali beneficeranno di un migliore benessere animale”.
Come sta andando la stagione per il Pecorino Romano?
“Bene, il prezzo tiene. Dovremo mantenere le produzioni in equilibrio, puntare all’export e diversificare il prodotto per rispondere alle esigenze dei consumatori”.
La
Nuova Zelanda non può certo essere definita un Paese sovrappopolato e
senza ampi spazi naturali; l’allevamento è la vera industria ed il latte il suo oro bianco dell’export. Eppure il settore è sempre più accusato di inquinare i corsi d’acqua a causa dei reflui animali.
Nuova Zelanda+3,2%emissioni di azoto nel 2019 (rispetto al 2018)
A dire il vero già nel 2017 l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) poneva delle riserve sulla
compatibilità ambientale del modello zootecnico neozelandese. Questo è
confermato anche dai dati delle emissioni in atmosfera
comunicati dall’Istituto neozelandese di rilevazioni statistiche: nel
2019 hanno raggiunto il livello più alto dall’inizio del monitoraggio
nel 2007, in crescita del 3,2% rispetto al 2018.
Con la forte crescita della produzione lattiera che si è manifestata negli ultimi 40 anni, la quantità di azoto rilasciata nei terreni è aumentata del 629%,
passando da 62 mila tonnellate nel 1990 alle 452 mila attuali.
L’inquinamento delle acque dipende ovviamente anche dalla natura dei
suoli, ma il problema è serio dato che l’azoto nelle acque favorisce la crescita della vegetazione e delle alghe, riduce l’ossigeno e mette a rischio estinzione circa i tre quarti delle specie di pesci, la percentuale più alta di perdita di biodiversità a livello internazionale, senza menzionare poi i problemi di potabilità.
Dal 2013 al 2017 il 95% dei fiumi lungo i terreni agricoli aveva
livelli di torbidità delle acque e di residui azotati superiori al
livello soglia raccomandato.
Di conseguenza, si è aperto un acceso dibattito fra quanti, concentrati nelle aree urbane, chiedono norme più stringenti sugli inquinanti e la filiera produttiva agricola. Mentre associazioni ambientaliste quali Greenpeace, Choose Clean Water, Forest & Bird, Environmental Defense Society, affermano che le evidenze sono sufficienti per adottare norme più stringenti sugli inquinanti, DairyNZ afferma la necessità di basare ogni decisione su dati scientificamente provati, rilevando oltre ai parametri chimici delle acque anche quelli biologici e la presenza della fauna acquatica, mentre i rappresentanti agricoli lanciano l’allarme sull’adozione di punto in bianco di parametri più stringenti che avrebbero effetti devastanti sulle aree a più elevata intensità produttiva.
Privilegiare il rispetto dell’ambiente o l’attività produttiva?
Il problema da risolvere consiste nel compiere scelte
oculate fra il rispetto della tutela ambientale e l’attività produttiva,
fra la città e la campagna.
Il dialogo fra chi intende privilegiare l’una o l’altra necessità è arduo, non solo nella verde e lontana Nuova Zelanda. Un esempio fra tutti: in Francia il Comté, che pure ha uno dei disciplinari DOP più stringenti sul legame col territorio di produzione, è accusato dagli ambientalisti della stessa regione di inquinare le acque.
CLAL.it – Con la forte crescita della produzione lattiera in Nuova Zelanda, la quantità di azoto rilasciata nei terreni ha raggiunto alti livelli
Dei tre fattori di produzione dell’economia classica, terra – lavoro – capitale, l’unico che non emigra né delocalizza è la terra. Questo è un elemento di sicurezza che da sempre ha comportato la corsa all’accaparramento della terra, descritto oggi come land grabbing. Si tratta del fenomeno economico e geopolitico di acquisizione agricola su scala globale, particolarmente acuto in Africa ma che interessa tutti i Paesi che dispongono di questo bene prezioso.
Occorre dimostrare che l’acquisto di terreno comporta benefici per la Nuova Zelanda
Un caso significativo è quello della Nuova Zelanda dove, fra il 2010 ed il 2021, circa 180 mila ettari di terreni agricoli, 460 mila ettari di boschi (39% del totale), 70 mila ettari di terreni per aziende di bovine da latte (16%), 100 mila per allevare pecore ed altri animali da carne (22%) ed anche 8 mila ettari di terre a vigneti, pari al 2% di tutte quelle passate di mano, sono stati venduti a soggetti stranieri. Per queste operazioni, occorre presentare una domanda dimostrando che l’acquisto di terreno comporta dei benefici per la Nuova Zelanda in termini di posti di lavoro, impianti di trasformazione, maggiore export o nuove tecnologie.
Si stima che il valore di queste vendite sia stato di $ 1 miliardo per i terreni di aziende da latte, $ 224 milioni per le altre coltivazioni, $ 370 milioni per i terreni boschivi, $ 325 milioni per le vigne.
Gli operatori USA hanno acquistato il 45% del totale, privilegiando le aziende da latte ed i vigneti, seguiti dai cinesi col 18% e dai tedeschi col 10%. Acquisti di terreni sono stati fatti anche da inglesi ed olandesi. Il terreno passato in mani straniere è pari al 3% della superficie totale del Paese, una percentuale ancora bassa rispetto al 13,8% dell’Australia dove la fanno da padroni i cinesi. Il governo neozelandese è comunque favorevole all’arrivo di questi capitali stranieri per espandere ad esempio il settore boschivo e vitivinicolo e per la trasformazione in loco delle materie prime agricole in modo da aumentare il valore dei prodotti esportati.
In Nuova Zelanda non esistono sussidi agricoli, dunque gli apporti di nuovi capitali e tecnologie sono visti favorevolmente. È un Paese scarsamente popolato con grandi risorse naturali ed il governo è in grado di esercitare un peso nella trattativa con gli stranieri.
La news “Mercato Agricolo” propone una selezione di informazioni recenti sulle commodities agricole impiegate nella filiera zootecnica.
Gravi eventi climatici stanno colpendo diverse parti del Mondo. California,Canada e Brasile stanno vivendo una siccità estrema. L’ondata di caldo ha interessato anche i Paesi Scandinavi. Al contrario, abbondanti precipitazioni hanno duramente colpito l’Europa Occidentale, in particolare la Germania. Nelle ultime ore si stanno verificando alluvioni anche in Cina. Gli effetti di questi fenomeni climatici non sono ancora stati stimati, ma potrebbero interessare le produzioni agricole nel Mondo.
MAIS
Per la nuova stagione, che inizierà il 1° Settembre, si prevede un aumento della produzione per i principali Paesi, rispetto alla stagione precedente, dopo le difficoltà registrate nella stagione 2020-21, tra cui l’attuale siccità in Brasile.
È attesa stabilità nelle importazioni di Mais della Cina, nonostante la politica di riduzione dell’impiego di Mais nell’alimentazione zootecnica, finalizzata a supportare l’uso di materie prime alternative.
Aggiornamento Trade – Le importazioni europee di Mais nei primi 5 mesi del 2021 sono inferiori all’anno scorso, riflettendo un forte calo dall’Ucraina. L’import dell’Italia di Aprile ha registrato una diminuzione.
SOIA
Si stanno riducendo i volumi degli scambi, soprattutto a causa del calo delle importazioni della Cina. Le scorte cinesi, già ad alti livelli, continuano a crescere perché le importazioni dei mesi scorsi hanno superato la capacità di trasformazione.
È previsto un aumento della disponibilità di Soia negli Stati Uniti, ma l’export potrebbe risentire della competizione con l’offerta dal Sud America, dove è attesa una maggior produzione nel quarto trimestre 2021.
Aggiornamento Trade – Le importazioni di Semi di Soia dell’UE-27 nel mese di Maggio 2021 sono diminuite fortemente, in particolare da Brasile e Canada. In controtendenza l’Italia, che ha registrato volumi significativi dal Brasile, ma Canada e Stati Uniti non compaiono in Maggio tra i principali fornitori.
FRUMENTO
Rese elevate in UE-27 hanno comportato un incremento dell’offerta. Dopo basse temperature e casi di siccità in Aprile e Maggio, il raccolto di Frumento ha potuto beneficiare di un clima più favorevole.
I Paesi Nordafricani puntano, tramite l’autoproduzione, a rendersi meno dipendenti dagli altri Paesi. Ciò potrebbe influire sull’export dell’UE, principale fornitore, che su questo mercato compete con Russia, Ucraina e Canada.
L’Australia è un nuovo concorrente sui mercati asiatici per Canada e Stati Uniti. Produzioni ed esportazioni dei due Paesi nordamericani sono attese in diminuzione, anche a seguito di cambiamenti nella destinazione delle superfici agricole ad altri raccolti. La minor disponibilità potrebbe sostenere i prezzi elevati all’export.
Aggiornamento Trade – L’export complessivo di Frumento dell’UE-27 nei primi 5 mesi del 2021 è inferiore all’anno scorso, tuttavia in Maggio 2021 recupera l’export di Frumento Duro verso la Tunisia. Nel primo quadrimestre del 2021 l’Italia ha esportato 66.555 tonnellate di Frumento Duro verso Tunisia ed Algeria.
SEMI DI GIRASOLE
La produzione di Semi di Girasole in Russia è stimata a livelli record per la nuova stagione, con un aumento delle aree coltivate e delle rese dei terreni.
In Italia, il costo della proteina ottenuta dalla Farina di Girasole integrale è, da Aprile 2021, superiore a quello della proteina ottenuta dalla Farina di Soia.
Aggiornamento Trade – Dopo alcuni mesi in diminuzione, nel mese di Maggio 2021 recuperano le importazioni europee di Semi di Girasole, con aumenti rilevanti da Argentina e Russia.
Istantanea dei Prezzi
Questa infografica visualizza alcune variabili chiave per analizzare a colpo d’occhio la situazione del mercato italiano ed internazionale.
I colori sono indicativi della variazione: rosso per una diminuzione, verde per un aumento, blu per valori stabili, grigio con sfondo arancio per valori non quotati.
La Cina che si conferma una destinazione privilegiata, il Sud Est Asiatico che si mantiene un interessante richiamo per la vicina Australia, la ripresa dei commerci dopo le fasi più critiche del Covid, ma anche rotte “tradizionali”, come quella del Frumento Duro canadese, che subiscono qualche modifica. Ecco come evolve l’export dei cereali per Stati Uniti, Canada e Australia.
USA
È boom dell’export dei cereali per gli Stati Uniti, che tra Gennaio e Maggio 2021, aumentano del 50% le vendite al di fuori dei propri confini nazionali. Dei quasi 56 milioni di tonnellate di cereali esportate nei primi cinque mesi di quest’anno, quasi 39 milioni sono rappresentati dal Mais, che segna un +77,8% in volume e un +149,7% in valore su base tendenziale. Particolarmente marcata la crescita dei prezzi del Mais, che raggiungono i 280 $/Ton nel mese di Maggio 2021.
La Cina è il primo Paese di destinazione, non soltanto per il Mais: nei primi cinque mesi dell’anno ha ritirato dagli Stati Uniti quasi 15,3 milioni di tonnellate di cereali, praticamente quintuplicato gli acquisti (+498,4%). L’Unione Europea non figura fra i principali paesi di destinazione dei cereali Made in Usa. Ripartiranno le rotte europee nei prossimi mesi?
TESEO.clal.it – Stati Uniti: Esportazioni mensili di Cereali
CANADA
Nonostante la frenata nel mese di Maggio, nei primi cinque mesi del 2021 il Canada aumenta l’export dei Cereali del 22,6% in quantità e del 39,5% in valore su base tendenziale.
È boom per l’export di Mais (+153,4% tra Gennaio e Maggio rispetto allo stesso periodo del 2020), con l’Unione Europea che costituisce il 71% del market share. Spagna e Irlanda sono primi porti di destinazione.
Benché i prezzi medi all’export del Frumento Duro siano più bassi rispetto a quelli degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, sembra che le vendite verso l’Italia abbiano un minore slancio rispetto al passato. Fra Gennaio e Maggio 2021, in particolare, le importazioni italiane di Frumento Duro canadese sono cresciute del 6,3% su base tendenziale.
Nel mese di Maggio 2021, invece, le esportazioni di Frumento Duro verso l’Italia hanno subito un sensibile frenata (-41,1% rispetto Maggio 2020), riflettendosi in un rallentamento dell’8% dell’export globale di Frumento Duro canadese. Algeria, Marocco e Tunisia sono altri importanti approdi del Frumento Duro canadese.
TESEO.clal.it – Prezzi medi di esportazione del Grano Duro
AUSTRALIA
Segue altre rotte, ma si mantiene in ottima salute, l’export di cereali dall’Australia, che tra Gennaio e Maggio 2021 vede un +156,1% in quantità rispetto allo stesso periodo del 2020. Frumento Tenero (12,1 milioni di tonnellate) e Orzo (4,4 milioni di tonnellate) sono i Cereali più esportati.
I principali paesi di destinazione sono: Arabia Saudita, Indonesia, Vietnam, Thailandia, Cina, Filippine.
L’Australiaha ripreso a esportare anche Frumento Duro: 266.428 tonnellate nei primi cinque mesi del 2021, delle quali 238.029 tons inviate in Italia.
TESEO.clal.it – Australia: export di Cereali (Gennaio-Maggio)
Com’è evoluta la qualità del Latte bovino in Italia, e quali sono le prospettive future?
Quali sono le novità nelle recenti direttive agricole comunitarie?
Come va il mercato di Latte e Formaggi, e quali sono le aspettative?
Entra nel Team di CLAL Ester Venturelli. Analizzerà le performance delle Aziende Agricole italiane ed europee.
Con l’obiettivo di rispondere a queste domande, TESEO ha organizzato, nella giornata di ieri, un incontro online con Produttori Latte italiani.
Durante l’incontro, sono intervenuti Giorgio Zanardi del Reparto Produzione Primaria di IZSLER, Ester Venturelli del Team di CLAL, che ha presentato una panoramica delle politiche UE in campo agricolo, Mirco De Vincenzi ed Alberto Lancellotti del Team di CLAL, che hanno esposto l’andamento del mercato lattiero-caseario.
Gli argomenti trattati hanno acceso un dibattito tra i partecipanti.
Ecco le presentazioni sulla qualità del Latte e sulle recenti direttive UE:
Capi allevati: 500 ovini di razza Sarda Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP
Francesco Pizzadili – Pastore
“Per un pastore, come qualsiasi altro allevatore la prima regola è il benessere animale, spesso a discapito della propria salute; ma questa è la soluzione non solo per avere animali più sani e produttivi, ma anche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, che sono già in atto”.
Lo sa bene Francesco Pizzadili, che alleva nell’agro di Mores, un’area pianeggiante dentro il comprensorio irriguo in provincia di Sassari, circa 500 capi ovini di razza Sarda (400 dei quali in lattazione) e un po’ di bovini, gestiti direttamente dal padre Giovanni, che li cura come hobby per la produzione di “perette” caciocavallo.
Le stagioni più calde Francesco Pizzadili le
trascorre sull’altipiano, a Pattada, 850 metri circa di altitudine, ed è uno di
quei pastori di cui, in parte, si sta purtroppo perdendo la tradizione.
I dati dell’azienda, che si possono riassumere sul piano produttivo in circa 100.000 litri di latte conferiti alla Latteria Sociale La Concordia di Pattada del presidente Salvatore Palitta, non raccontano fino in fondo la passione che ci sta dietro un lavoro impegnativo, che impone sacrifici, ma che regala altrettante soddisfazioni.
I dati positivi sui consumi di Pecorino Romano DOP, espressione di un’isola che ha saputo valorizzare le proprie tradizioni del territorio, sono la conferma che si può diversificare e “osare” per rispondere alle esigenze dei consumatori e, allo stesso tempo, dare soddisfazione anche ai produttori.
I prezzi medi sono infatti in crescita, trascinati
dalla virtuosità del sistema cooperativo.
Dove state innovando nella vostra cooperativa, nella
quale lei è consigliere?
“Come la maggior parte dei caseifici in Sardegna la nostra produzione è concentrata per l’80% sul Pecorino Romano. Abbiamo avviato la diversificazione della stessa DOP con tre diverse tipologie: Extra con ridotto contenuto di sale, Riserva con varie fasi di lunga stagionatura e il Pecorino Romano DOP di montagna. Relativamente a quest’ultima tipologia, il progetto è nato più di tre anni fa, sulla scorta di quanto aveva fatto con successo, ad esempio, il Parmigiano Reggiano, altro formaggio a denominazione di origine che ha trovato modalità interessanti per valorizzare il latte. I risultati, dopo una fase di sperimentazione nella quale siamo partiti gradualmente, oggi stanno dando soddisfazione”.
Quanto, in termini di bilancio?
“Parliamo di circa cinque centesimi al litro di latte in più
rispetto al resto della produzione. Questo ci permette di programmare un aumento delle forme di Pecorino Romano di montagna, per circa il 40% rispetto allo scorso anno. Stiamo comunque parlando di una nicchia rispetto ai 13-15
milioni di litri di latte trasformati annualmente”.
Avete altre produzioni di nicchia?
Puntiamo ad ampliare il mercato grazie alla diversificazione
“Sì, abbiamo cercato di diversificare, non soltanto ampliando la gamma di formaggi realizzati, ma all’interno stesso della DOP Pecorino Romano. Accanto alla versione sapida classica sono nate quindi varianti come il Pecorino Romano a ridotto contenuto di sale, lunga stagionatura, e in occasione di Caseifici Aperti di due anni fa abbiamo presentato con grande successo un 48 mesi, quello di montagna, e stiamo per introdurre anche la lavorazione del Pecorino Romano a latte crudo, antica ricetta del pastore. Questo perché grazie alla diversificazione puntiamo ad ampliare il mercato”.
Quali sono i principali canali di vendita?
“Il 60% delle vendite avviene in Italia e
il restante 40% all’estero. Otto forme su dieci
esportate vanno negli Stati Uniti, mentre il 20% prende la strada del Nord
Europa”.
Cosa cercano all’estero?
“In Usa i consumatori cercano il
classico Pecorino Romano Dop, ma allo stesso tempo
sono incuriositi dalle novità. In quest’ottica stiamo
cercando di costruire un mercato multiforme. Diversamente, ci siamo resi conto che il consumatore del Nord Europa è più maturo e, quindi, maggiormente propenso a scoprire nuove proposte”.
Rispetto all’anno scorso, quanto state producendo?
“Più o meno è la stessa produzione in
quantità, anche se abbiamo al nostro interno
allevatori soci in più”.
Dove si colloca il prezzo del latte destinato a Pecorino Romano DOP e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?
“Abbiamo oscillazioni stagionali. Abbiamo chiuso il bilancio 2020 con 1,10 € al litro e 1,15 € per il latte di montagna. Nel 2019 avevamo chiuso a 94 centesimi. Stiamo attraversando una fase positiva, ci sembra di poter affermare. Il 2021 si prospetta un’annata con un bilancio soddisfacente, almeno dalle indicazioni che abbiamo avuto in questo primo semestre. Oggi non è difficile vendere, grazie a una domanda sostenuta. C’è richiesta e i commercianti stanno portando via il prodotto fresco, per il Pecorino Romano non prima dei 5 mesi come da disciplinare. Anche all’estero i consumi si stanno riprendendo e le progressive aperture dell’Horeca e Food service di certo aiutano. Negli Usa stiamo assistendo a una fase in cui c’è richiesta e cercano il prodotto. Dovremo stare attenti a mantenere un equilibrio produttivo e non farci prendere la mano con il prezzo”.
In Italia dove collocate il prodotto?
“Con la pandemia abbiamo ampliato il giro dei clienti. Meno Horeca,
dove comunque abbiamo visto che il prodotto Dop ha minori spazi, e
maggiori vendita nei negozi, nella grande distribuzione e anche nei discount,
magari con tipologie di prodotto differenti”.
Avete risentito dei rincari delle materie prime?
“Come pastori sì. I rincari iniziano a pesare, è umiliante, ogni volta che il prezzo del latte è ottimale il rincaro delle materie prime si fa subito sentire, ci viene il dubbio che siano operazioni fatte ad arte. Non dimentichiamo, poi, che siamo su un’isola, per cui anche il costo dei trasporti incide”.
Quanto è diffuso il pascolo?
“Lo pratichiamo quasi tutti. Nella nostra
cooperativa, formata da circa 320 soci, non abbiamo allevamenti
intensivi e il pascolo è la regola.
Qual è la parte più dura del suo lavoro?
“Il pastore, più che un lavoro, è uno stile di vita,
eterno custode del territorio, come si dice H24, 7 giorni su 7; non esistono
feste, non si stacca mai, molte volte trascurando il tempo da dedicare alla
propria famiglia. Anche quando sei a casa o in
giro e ti vedi con amici pastori o non, alla fine si finisce sempre a
parlare di lavoro”.
La natura stessa detta le regole, le stagioni arrivano e non
aspettano nessuno”.
Lei quanti anni ha?
“Quarantadue, sono sposato e ho due figli maschi di 13 anni e 11 anni”.
Le piacerebbe che seguissero le sue orme dal punto di vista lavorativo?
“Sinceramente sì, perché se investi
nell’azienda desideri la continuità, ma mi interessa che studino e
che scelgano nella vita il lavoro che
desiderano. E pazienza se sarà un’altra attività”.
Quanto è importante studiare?
“Molto. Io e mio fratello, che lavoriamo insieme, abbiamo un diploma di terza media, e confrontandoci con tutte le professionalità che gravitano intorno all’azienda e alla cooperativa, dal veterinario all’agronomo, e altre figure professionali, ci rendiamo conto che una base culturale più ricca aiuta tanto. È innegabile che chi studia ha una base più solida ed è questo che desidero per i miei figli, che possano studiare per essere liberi di scegliere il loro futuro”.
Come vede il settore fra dieci anni?
I tempi della politica non coincidono con le esigenze delle aziende
“Non benissimo, in verità. Molti sono stanchi di fare questo
lavoro, ma non c’è il ricambio generazionale. Inoltre, molti giovani non
vogliono fare questo lavoro, perché molto sacrificato e, permettetemi di
aggiungere, assistiamo anche a un pessimo funzionamento della politica sugli investimenti in agricoltura, dove scarseggia completamente la dinamicità delle operazioni. In poche parole, i tempi non coincidono mai con le esigenze delle aziende primarie e di trasformazione, e questo spaventa tantissimo. Lo stiamo vedendo già ora e lo confermano i numeri: meno aziende e una minore produzione di latte”.