Vado avanti in campagna, nella mia terra [Intervista]
16 Dicembre 2021

Giovanni Murru – Pastore

Giovanni Murru
Assolo (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 pecore di razza sarda, di cui 400 in mungitura
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP e altri formaggi

“Mi sono diplomato all’Istituto tecnico aeronautico, stavo prendendo le licenze di volo per diventare pilota di linea. Ho studiato in Italia e in Inghilterra e la mia intenzione era di andare in Australia per terminare i corsi. Stavo studiando per l’esame teorico e ho ripreso a lavorare in azienda, come ho sempre fatto ogni estate. Poi una concatenazione di fattori, fra cui la prima crisi di Alitalia, che ha reso evidente che il mercato era saturo, mi ha spinto a compiere altre scelte. I miei genitori non volevano che diventassi pastore e allevatore, perché è una vita molto sacrificata, ma lavorando con loro ho capito quanto avevano creato insieme, gli sforzi che avevano compiuto e i risultati raggiunti. Così ho deciso di fermarmi e andare avanti in campagna, nella mia terra”.

È una storia da film, un cambio di rotta che, date le circostanze, è una virata a 360 gradi quella di Giovanni Murru, 31 anni, allevatore di Assolo (Oristano), che ha saputo traslare la passione per il volo anche nell’azienda agricola di famiglia, 140 ettari in regime biologico e un gregge di 500 pecore di razza sarda allevate, delle quali 400 in mungitura, per una produzione di 80.000 litri, conferiti alla cooperativa CAO per la produzione di Pecorino Romano e altri formaggi. Insieme a Giovanni lavorano il fratello Davide e il papà Alberto, da poco in pensione.

I numeri sono quelli di un’azienda di dimensioni ragguardevoli, ma torniamo al volo, antico amore che ha trovato applicazione anche in azienda. “Da circa un anno utilizziamo un drone per monitorare il terreno e il gregge – racconta Giovanni Murru -. Grazie al consiglio di un amico, l’esperienza col drone è iniziata quasi per gioco: avevo infatti l’esigenza di controllare un gruppo di pecore che partorisce più tardi rispetto alle altre e che si colloca abitualmente al centro del gruppo aziendale”.

Con una superficie aziendale tutta accorpata e un’estensione di 140 ettari, controllare ogni giorno e, magari, anche più volte al giorno quel gruppo di pecore all’interno del pascolo arborato non era certo semplice.

Utilizziamo un drone per monitorare il terreno e per guidare il gregge

“Così abbiamo adottato le nuove tecnologie e il drone si è rivelato utilissimo per due funzioni – prosegue -. Da un lato per osservare lo stato dei terreni, le pecore e l’azienda in generale e dall’altro per guidare il gregge negli spostamenti, perché abbiamo scoperto che le pecore si lasciano guidare dal drone, come se avessero un pastore. Su una superficie grande come la nostra è stata un’innovazione di grande aiuto, ma è anche vero che noi abbiamo la fortuna di avere i terreni accorpati, che ha superfici frazionate ha sicuramente qualche difficoltà in più”.

Qual è stata la spesa per l’investimento?

“Noi abbiamo acquistato un mini drone, che costava poco più di 500 euro. Grazie alla definizione dell’immagine riusciamo a vedere se una pecora ha partorito, se ha l’agnello di fianco, controllare le infestanti nei campi, la temperatura degli animali e dei terreni. Se penso che l’evoluzione tecnologica aprirà la porta a nuove altre opportunità, che faciliteranno la gestione dell’azienda, favoriranno il benessere animale e la sicurezza, è un passo avanti inaspettato. È un investimento che consiglio a tutti i colleghi allevatori e agli agricoltori”.

Uno dei problemi dell’agricoltura è che spesso le connessioni internet sono scarse. Ha avuto problemi?

“Fortunatamente no e siamo in una zona dove il 4G è ampiamente diffuso, ma mi rendo conto che dove non c’è rete la possibilità di utilizzo si riduce. Mio padre era scettico ad adottare il drone, ma ne ha colto immediatamente le opportunità, tanto che recentemente, in tono naturalmente sarcastico, ha detto che possiamo fare a meno del trattore, ma non del drone”.

Quali altri investimenti in innovazione avete introdotto?

Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada

“Abbiamo adottato il sistema Sementusa Tech, per razionalizzare le riproduzioni in allevamento. Siamo alla terza campagna e i risultati sono positivi, perché attraverso una App riusciamo a monitorare lo stato di gravidanza delle pecore all’interno del gregge, con l’aiuto del veterinario, che si occupa delle ecografie e di controllare lo stato di salute e di benessere delle bovine. È stata una scelta che ci permette di gestire i gruppi di pecore in maniera più razionale e omogenea. Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada, incrementando il numero dei capi e migliorando la genetica.

Fra gli investimenti realizzati, abbiamo diversificato il reddito con la produzione di energia rinnovabile grazie all’impianto fotovoltaico, un investimento di una decina d’anni fa, che ci ha permesso di togliere l’amianto dalle strutture.

Ci siamo spostati, inoltre, dalla produzione di ballette a rotopresse di fieno e ci siamo dotati di una rotaia per l’alimentazione. In futuro ci concentreremo sull’ammodernamento del parco macchine in chiave di agricoltura di precisione, per razionalizzare i costi ed essere più sostenibili. La nostra crescita avviene giorno per giorno”.

Siete da oltre 20 anni un’azienda a indirizzo biologico. Quali sono i vantaggi?

“Possiamo contare su qualche agevolazione all’interno del Programma di sviluppo rurale e riusciamo a vendere una parte del foraggio bio ad altre aziende che ne hanno bisogno, avendo noi una estensione che ci permette di avere più quantità di foraggio rispetto all’utilizzo aziendale. Per il resto non ci sono purtroppo molti altri vantaggi, perché il prezzo del latte ovino bio non sempre ha una remunerazione maggiore rispetto a quello convenzionale. Parliamo a volte di un 10% in più, ma non è sempre automatico. Stiamo valutando se nei prossimi anni tornare al convenzionale. Non sarà un cambiamento immediato, comunque. Ad oggi la nostra cooperativa non è strutturata per la produzione biologica e non pare essere un tema all’ordine del giorno”.

Come risponde ai rincari delle materie prime? Ha cambiato la razione alimentare?

“Con il fotovoltaico riusciamo a far fronte ai rincari della bolletta energetica, ma sul versante delle materie prime agricole abbiamo maggiori difficoltà, perché non possiamo cambiare la razione alimentare, soprattutto in questa fase in cui siamo nel bel mezzo dei parti e, se dovessimo diminuire l’apporto proteico andremmo a vanificare il lavoro dell’estate. In Sardegna dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico, l’estate appena trascorsa e l’inizio dell’autunno sono stati siccitosi e siamo senza erba. Non possiamo per questi motivi seminare e stiamo dando molto foraggio, che fortunatamente abbiamo, ma non è così per tutte le aziende. In particolare, alcuni allevatori hanno dovuto fronteggiare un’epidemia di blue tongue, che è ancora in corso e che sta causando gravi problemi”.

Fra voi allevatori parlate mai di come migliorare le produzioni e renderle più sostenibili sul piano ambientale?

“Sì, è un argomento che affrontiamo e sul quale stiamo pensando all’interno della nostra cooperativa di avviare un percorso di formazione a vantaggio di tutti gli allevatori, per confrontarsi sulle tecniche di allevamento e cercare di migliorare insieme, per il bene anche della cooperativa, della quale sono consigliere con grandissima soddisfazione, soprattutto per l’opportunità di crescita formativa che mi ha consentito”.

Come spiega prezzi alti nel Pecorino Romano Dop, nonostante una produzione complessiva maggiore?

“I consumi stanno trainando i prezzi, l’export ha ripreso e fra Gennaio e Settembre di quest’anno è cresciuto per il Pecorino Romano Dop di oltre il 20%, secondo i dati di Clal. La pandemia ha sostenuto il consumo in generale delle Dop. Il grattugiato è cresciuto a livelli esponenziali, anche se non sappiamo quanto durerà questa fase. Ma proprio ora che siamo in una fase complessivamente positiva dobbiamo programmare la produzione, così da governare il più possibile eventuali recessioni di mercato”.

La vostra cooperativa, CAO, storicamente diversifica le produzioni lattiero casearie. È un vantaggio?

Diversificare con altri formaggi della tradizione permette una maggiore stabilità

“Penso di sì. Fra l’altro la scelta di CAO di non produrre esclusivamente Pecorino Romano Dop parte da molto lontano, non è una scelta recente. Questo però ci ha permesso di avere una maggiore stabilità quando il mercato è altalenante. Diversificare con altri formaggi della tradizione paga maggiormente quando il prezzo del Pecorino Romano è più basso, mentre è talvolta penalizzante quando il mercato del Romano tira, ma a conti fatti ci permette di gestire le oscillazioni di mercato con maggiore equilibrio. Sarebbe una strategia da adottare più diffusamente all’interno della filiera, così da avere un approccio più consapevole di mercato, magari puntando a valorizzare stagionature più lunghe, evitare la sovrapproduzione e gestire sul territorio i servizi. Ad esempio, credo sia giunto il momento di vietare la possibilità di porzionare e confezionare il Pecorino Romano Dop al di fuori del proprio areale di produzione, come già avviene per il Parmigiano Reggiano. Anche sulle razze di pecore ammesse per la produzione di latte destinato alla Dop, personalmente applicherei maggiori restrizioni, consentendo solamente alle razze autoctone della Sardegna, del Lazio e del Grossetano di far parte del circuito del Pecorino Romano. Altrimenti rischieremmo di subire la concorrenza di altri formaggi ottenuto con latte di pecora, magari spagnoli, francesi o turchi. Dobbiamo identificarci e caratterizzarci ancora di più”.

L’export complessivo del Pecorino Romano Dop è cresciuto del 20,7% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Come pensa di rafforzare ancora l’export?

“Dobbiamo promuovere il nostro formaggio all’estero, anche attraverso fiere ed eventi e difendendo la Dop. Come sistema lattiero caseario sardo dobbiamo viaggiare compatti, pianificare le produzioni e le campagne di internazionalizzazione”.

Aziende da Latte: struttura in Europa e Italia [VIDEO + Interviste]
6 Dicembre 2021

“I dati presentati nel video sono allarmanti, soprattutto se calati nel contesto geografico. La chiusura delle aziende da latte rappresenta un forte rischio di perdita di potenziale per il territorio.” Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville – Vicenza, commenta così il breve video realizzato dal Team di CLAL sulla struttura delle Aziende da Latte in Europa ed Italia:

Alessandra Cobalchini

“Ogni azienda agricola porta con sé posti di lavoro” continua Alessandra. “Penso non solo a chi lavora direttamente in stalla, ma anche a figure dell’indotto (alimentaristi, rappresentanti, veterinari…) Alla concentrazione della produzione in grandi stalle consegue un impoverimento della varietà di queste figure. Purtroppo è un processo inevitabile.In Veneto, migliorare la competitività è particolarmente difficile, perché mancano sia la terra che l’interesse nel fare investimenti a lungo termine, considerato anche il limitato ricambio generazionale.”

Giovanni De Vizzi

“Molte aziende [italiane] soffrono la scarsa disponibilità di terreno” rilancia Giovanni De Vizzi, allevatore di Castiraga Vidardo – Lodi. “In caso di applicazione della nuova normativa nitrati, il carico di animali per ettaro spesso non adeguato porterà ad un calo di animali e, quindi, di produzione quantificabile a circa un 5-7% della attuale produzione italiana.”

Manuel Lugli

“In Lombardia è ancora in atto una concentrazione della produzione in aziende sempre più strutturate. Quando finirà questo trend?” si interroga l’allevatore mantovano Manuel Lugli. “Sarà il mercato a dirlo, un mercato lattiero caseario complesso per i molti vincoli e interessi contrapposti, ma che ha la possibilità di valorizzare prodotti trasformati soprattutto sull’export. In futuro, la dimensione e la forma delle nostre aziende dipenderà dalla nostra capacità di trasformare ed esportare le eccellenze casearie made in Italy nel mondo.”

Davide Pinton - Produttore Latte Bio
Davide Pinton

Davide Pinton, allevatore biologico di Schio – Vicenza aggiunge che “Il settore del latte è poco redditizio rispetto ai grandi sforzi che gli allevatori compiono ogni giorno, in vista anche dei continui rialzi dell’asticella richiesti dalla legge. Lo Stato recepisce questa difficoltà, ma gli aiuti coprono solo in parte le mancanze finanziarie del sistema.

Stiamo vivendo uno dei peggiori momenti del settore. Sappiamo che il sistema soffre di una pesante inerzia ad alzare i prezzi alla stalla, ma non ritengo giusto che il produttore sia l’anello debole. Vedo l’allevatore schiacciato pesantemente tra costi produttivi da una parte e prezzi bassi dall’altra. 

Sembra, però, che a molti allevatori questo non importi. Che sia giusto così perché è sempre stato così. Non è giusto così!”

“Purtroppo molti allevatori non si impegnano per risolvere le varie problematiche che affliggono la categoria, in primis, la poca integrazione con la società” conclude Alessandra. “I consumatori sono visti come pretenziosi, ma non si cerca di comunicare con loro. Le esigenze di alcune aziende non si allineano con quelle del consumatore: a volte perché mancano i soldi, altre volte perché manca la volontà. Anche gli allevatori devono essere in grado di offrire un cambiamento.”

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Cosa perdiamo quando chiude una stalla
30 Novembre 2021

La storia è sempre quella: una stalla da rinnovare, la difficoltà a reperire manodopera, un’azienda troppo piccola per ammortizzare i costi,… non resta che chiudere. È una storia che si ripete spesso nei Paesi dove un’agricoltura sempre più professionalizzata deve fare i conti col mercato. Quando però si tratta di un’azienda di 150 vacche che ha iniziato l’attività nel 1930 e che era rimasta la sola a vendere ai negozi il latte che confezionava direttamente, la storia un po’ cambia.

Non è facile produrre latte in Alaska, con lunghi e rigidi inverni, terreni poveri ed il problema di competere sul prezzo col latte proveniente da chilometri di distanza. Produrre latte era un’attività diffusa all’inizio del secolo scorso ed attirava coltivatori dall’Europa come la famiglia Havemeister arrivata nel 1920 dalla Germania, ma nel dopoguerra il lavoro divenne difficile, malgrado aiuti e sovvenzioni.

Ciò che era sostenibile fino a qualche decina d’anni fa, adesso è superato, desueto, antieconomico. Mantenere una stalla costa, ma assicura il presidio del territorio, valorizza i foraggi ed i prodotti dei terreni aziendali che vengono coltivati ed arricchiti dalla sostanza organica che la stalla produce, migliorandone la fertilità e contribuendo alla biodiversità del territorio.

La stalla non è semplicemente un’attività economica, è ben altro, in primo luogo una storia di persone e di animali.

La famiglia Havemeister chiude la sua stalla in Alaska dopo 90 anni di duro lavoro. Una novantina delle 150 vacche vanno al macello, le altra in un’altra stalla, fra le poche rimaste aperte.

Ed i consumatori troveranno nel loro negozio di fiducia latte prodotto e confezionato a centinaia di chilometri di distanza. Il tutto in virtù di un prezzo sempre più standardizzato, per cui o ti ingrandisci o chiudi. Per sempre.

Quante stalle a gestione familiare come quella in Alaska stanno chiudendo i battenti a causa dell’antieconomicità nel gestire una simile impresa, nonostante il valore insostituibile del presidio socio-ambientale che esprimono?

E dove sarebbe la tanto citata sostenibilità quando le zone meno vocate, come le nostre aree interne rurali, verranno gradualmente private dei suddetti presidi, costringendo le popolazioni locali, posto che decidano di non migrare, ad acquistare prodotti che hanno fatto chilometri e chilometri prima di raggiungere la tavola del consumatore?

Il parere di Ester

Ester Venturelli – Team di CLAL e TESEO

La chiusura di una stalla è un dato triste in quanto sinonimo di perdita di patrimonio, soprattutto culturale. Ancora di più se la stalla in questione è tra le poche stalle di un area non particolarmente vocata. 

Purtroppo, il PIL è stato l’indicatore principale dello sviluppo dei paesi dal secondo dopoguerra, il che ha portato ad avere una mentalità strettamente focalizzata su produttività e profitti, di cui ora vediamo gli effetti negativi. Tuttavia, tali obiettivi rimangono aspetti imprescindibili dell’azienda agricola, il cui scopo principale è il sostegno economico di chi ci lavora. 

L’ideale sarebbe una società che, più che la quantità, apprezza la qualità e valorizza un prodotto anche in base agli aspetti collaterali (cultura, ambiente, società). Nel caso di prodotti di cui il consumatore non riconosce questo valore aggiunto, tale ruolo dovrebbe spettare allo stato, non in visione assistenzialista, ma di giusto compenso per le esternalità positive. Questo permetterebbe alle aziende virtuose di continuare ad operare nella loro area.

Ester Venturelli, Market Analysis and Agricultural Policies, CLAL e TESEO

TESEO.clal.it – Numero di Aziende agricole con capi da latte bovino in Italia

Fonte: Anchorage Daily News

La chiave del successo del modello Amul
26 Novembre 2021

Professionisti motivati che operano per i produttori ed insieme a loro senza trincerarsi dietro scusanti burocratiche e posizioni di potere, questo è il riferimento operativo che permette il successo della grande cooperativa del latte indiana.

Dal suo avvio nel 1973, la Gujarat Cooperative Milk Marketing Federation Limited (GCMMF) è rimasta un’azienda guidata dal consiglio di amministrazione che rappresenta effettivamente gli allevatori e gestita da personale che mette al servizio della filiera le necessarie competenze tecniche e manageriali. È formata da 3.6 milioni di soci che consegnano 35 milioni di litri di latte al giorno a 18 centri distrettuali di lavorazione che commercializzano tutti i prodotti con l’unico marchio Amul.

Si tratta di un sistema organizzativo ed operativo lungo, complesso e difficile ma che permette anche ad un piccolissimo allevatore di un villaggio sperduto di far arrivare il proprio latte nelle grandi metropoli di Delhi o Calcutta, traendone il necessario valore per il sostentamento della sua famiglia.

Il “modello Amul” funziona perché ha saputo mantenere il legame diretto fra chi produce e chi consuma a migliaia di chilometri di distanza contenendo al massimo il differenziale fra il costo pagato dal consumatore col prezzo riconosciuto al produttore e per l’aver messo da parte carrierismo e vincoli burocratici focalizzandosi sul vincolo con i produttori.

Fonte: eDairyNews

Fertilità del suolo: il contributo dell’Agricoltura Rigenerativa
15 Novembre 2021

Una volta era la fertilità del suolo, poi fu il suolo come substrato, ora è la riscoperta della sostanza organica nel suolo. Questa potrebbe essere in estrema sintesi l’evoluzione della gestione del terreno: dalle pratiche agronomiche per mantenerne la fertilità, come rotazioni, concimazioni organiche, maggese od altro, al trinomio lavorazioni profonde, diserbo, concimazione minerale. 

Rivedere le pratiche tradizionali alla luce delle conoscenze moderne

Risulta ora evidente, dopo decenni di intensificazione nelle pratiche agricole, compresi i carburanti, la necessità di riconsiderare gli elementi delle pratiche agronomiche tradizionali, riviste alla luce delle conoscenze moderne. Questo ha portato, alla cosiddetta agricoltura rigenerativa (o conservativa) che comprende anche pratiche spinte quali la semina su sodo (no tillage), in modo da ricostituire la sostanza organica del terreno per aumentarne la fertilità e ridurre l’erosione, contribuendo anche alla cattura nel suolo dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera. 

Secondo la FAO, il problema del deterioramento dei suoli è globale e pertanto occorre un impegno condiviso di tutta la filiera, aziende agricole ed imprese di trasformazione, per mantenere il potenziale della produzione alimentare mondiale ed arrestare la continua intensificazione delle pratiche colturali. 

Le grandi imprese mondiali sollecitano l’adozione dell’agricoltura rigenerativa

La situazione preoccupa anche le grandi imprese agroalimentari mondiali, che stanno sollecitando l’adozione dei principi di agricoltura rigenerativa: tecniche conservative, pacciamatura, rotazione, colture con apparato radicale profondo. Occorre inoltre agire sulle risorse idriche per ridurre al minimo le dispersioni, manutenere le reti dei canali, migliorare le tecniche irrigue. Resta poi il problema della biodiversità, fortemente ridotta con l’intensificazione delle pratiche agricole conseguenti alla monocoltura, ma anche a causa della deforestazione. Significativo che sempre più le grandi aziende alimentari mondiali richiedano la certificazione degli standard di sostenibilità per le materie prime, con Unilever che si è posta l’obiettivo di avere entro il 2023 la totalità delle forniture certificate deforestation-free.

Sarà possibile fare la quadratura del cerchio fra la necessità di aumentare la produzione agricola per soddisfare le esigenze di una popolazione mondiale in crescita e preservare le risorse naturali, in primo luogo la fertilità del suolo? L’evoluzione delle tecniche agronomiche tradizionali alla luce delle conoscenze e le tecnologie attuali può essere la risposta. Con una filiera produttiva coerente e coesa.

TESEO.clal.it – L’autosufficienza dei prodotti agricoli in Italia

Fonti: Unilever, Food Navigator

Marketing a tutto campo per il settore suinicolo [intervista]
4 Novembre 2021

Giovanni Favalli
Calvisano, Brescia – ITALIA

Giovanni Favalli – Suinicoltore

La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai, ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.

Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti stellati con il suino?

“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.

Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione

Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.

Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e scendono.

“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.

Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale conseguenza?

“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.

Dica.

“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società senza avere diritto di voto.

Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le decisioni”.

Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?

“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.

Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?

“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.

Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari degli ultimi mesi?

“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.

Come ha affrontato il benessere animale?

“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce senza dare problemi”.

Il futuro della suinicoltura quale sarà?

“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti. Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente, senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.

Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.

Come si vince la battaglia contro la carne?

Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili

“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al mese.  Allora la carne non entrava in tutte le famiglie.

Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture controllate sotto ogni profilo.

Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.

In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.

Contatto con consumatore e territorio: è la Stalla del futuro
20 Ottobre 2021

Le uniche cose che il futuro dell’agricoltura deve compiere sono l’adattabilità, la tenacia e la comprensione del consumatore. Questa, secondo la prestigiosa Cornell University USA, deve essere la prospettiva dei prossimi 10-15 anni per impostare l’evoluzione delle aziende da latte in modo da renderle pronte per fronteggiare le criticità derivanti dai cambiamenti climatici, dalle volatilità di mercato e dalle richieste dei consumatori; cioè, per usare un termine attuale, renderle resilienti

Inutile pensare ad un modello unico di stalla ma, realisticamente, ci saranno aziende piccole o grandi, altamente produttive oppure diversificate e multifunzionali per rispondere a bisogni locali.  Tutte dovranno comunque realizzare due obiettivi.

Massima attenzione per le emissioni

Per prima cosa, dovranno adottare delle tecniche per ridurre le emissioni di metano e mitigare le emissioni di gas serra. Occorrerà pertanto gestire con la massima attenzione l’alimentazione degli animali: ingredienti, loro conservazione, incorporazione nella razione e distribuzione. Il piano dei costi andrà seguito con precisione, includendo anche i residui solidi e liquidi dell’allevamento, che andranno il più possibile incorporati nella logica del ciclo produttivo.

Integrazione con il territorio

In secondo luogo tutte queste aziende, pur così diversificate, dovranno essere parte integrante dei territori e delle comunità sociali in cui sono inserite. Siano esse orientate al mercato od aziende di agricoltura periurbana, dovranno essere in grado di interagire con i consumatori.  Dovranno pertanto adottare un approccio proattivo per gestire la loro reputazione e per affermare il proprio marchio se operano con vendite dirette, in modo da far capire ai diversi tipi di pubblico il valore del ruolo che svolgono. Questo non può prescindere dall’adozione di progetti per il benessere animale, l’organizzazione del lavoro e le condizioni sociali dei dipendenti, da piani per la gestione dei reflui, dall’adozione di tecniche agronomiche il più possibile rigenerative.

Trasparenza verso l’esterno

L’allevatore dei prossimi anni dovrà anche dimostrare di essere aperto verso l’esterno, senza timore di mostrare in modo trasparente ed onesto l’attività produttiva della sua azienda, che produce  per il benessere comune della società.

Non torri d’avorio inaccessibili, ma neanche cattedrali nel deserto: gli allevamenti dovranno tornare ad essere parte integrante del territorio e delle comunità locali, operando in modo onesto e trasparente, per essere percepiti come tali.

Ricerca ed Etica per il grano duro italiano [Intervista]
13 Ottobre 2021

Leonardo Moscaritolo
Melfi (PZ), Basilicata – ITALIA

Leonardo Moscaritolo – Imprenditore Agricolo e Presidente del GIE Cerealicolo di Cia-Agricoltori

“L’impennata dei prezzi del grano duro registrata negli ultimi due mesi? È un insieme di fattori, che vanno dai cambiamenti climatici alla minore produzione, fino a qualche speculazione di troppo, che ha fatto aumentare le quotazioni”.

La pensa così Leonardo Moscaritolo, presidente nazionale del Gruppo di Interesse Economico (GIE) cerealicolo di Cia-Agricoltori Italiani, da alcuni anni componente del settore cereali del Copa-Cogeca e del gruppo di dialogo civile della Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea.

Moscaritolo conduce circa 100 ettari a Melfi (Potenza), coltivati prevalentemente a grano e orzo per la produzione di birra.

Quali sono i fattori principali del deficit produttivo di grano duro, elemento essenziale per la produzione di pasta?

“In Italia la produzione attesa era di circa 4 milioni di tonnellate, invece il raccolto sembra essere inferiore di circa 200.000 tonnellate. Inoltre, a livello mondiale c’è molta attesa per le produzioni canadesi, ma la siccità potrebbe portare un significativo calo delle rese. La prospettiva di minori rese sta portando gli stoccatori ad accaparrarsi la materia prima, gli agricoltori a non vendere in questa fase di rialzo dei listini e la spirale si avvita sempre di più”.

Diminuisce l’autosufficienza dell’Italia nel frumento duro (perso il 18% in tre anni, secondo le elaborazioni di Teseo). Come mai? Come difendere il Made in Italy?

“Il problema è che è venuta a mancare la fiducia del cerealicoltore storico. Negli ultimi anni, i prezzi bassi, spesso sotto i costi di produzione, non hanno certo invogliato a seminare. Tra le alternative, c’è stata una buona richiesta di orzo distico, grazie al movimento dei birrifici artigianali, e questo ha fatto sì che qualche agricoltore ha cercato di diversificare le produzioni, orientandosi verso l’orzo da malteria”.

Il frumento duro coltivato in Italia garantisce un valore aggiunto superiore?

“Tendenzialmente sì, anche se le pressioni dei commercianti verso prodotti ad elevato tenore proteico stanno mettendo in difficoltà la cerealicoltura del Sud. Con Agrinsieme, Union Food, Italmopa, Assosementi, l’Università della Tuscia abbiamo avviato un percorso molto interessante per innalzare la qualità e dare risposte concrete all’industria molitoria e della pasta, siamo fiduciosi. Potrebbero aiutare il rilancio anche i finanziamenti concessi alle filiere da parte del Ministero delle Politiche agricole, purché si ritrovi quella puntualità nei pagamenti da parte del sistema pubblico che per gli imprenditori agricoli è essenziale”.

Può fregiarsi del Made in Italy anche la pasta fatta in Italia con grano duro di importazione?

“Si è sempre fatta la pasta con le miscele di grano duro di diversa provenienza, dal Canada agli Stati Uniti, all’Australia. Credo che il tema non sia il mito di un’autosufficienza irraggiungibile per l’Italia, ma della trasparenza in etichetta. Se parliamo di pasta 100% italiana, allora serve il grano coltivato in Italia e giustamente retribuito agli agricoltori. L’etichettatura obbligatoria va nella giusta direzione”.

Il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, nelle scorse settimane ha lanciato l’allarme sugli eccessivi passaggi commerciali delle materie prime, con l’effetto di una speculazione che fa male alle imprese. Condivide?

La filiera dovrebbe avere un approccio più etico

“Sì. Più passaggi si fanno, meno è la trasparenza e più forti sono le speculazioni. Sicuramente serve un processo di modernizzazione dell’intera filiera. Ricordo che a presto, per l’indicazione dei prezzi, partirà la Commissione Unica Nazionale (CUN) con la partecipazione di tutti i protagonisti della filiera e di Borsa Merci Telematica, uno strumento che potrebbe essere molto utile in termini di trasparenza.  Impossibile non analizzare come, ad oggi, il margine di guadagno resti sempre troppo sbilanciato verso gli anelli finali della filiera. Se all’agricoltore rimane non più del 13% del valore del prodotto, è inevitabile che vi siano squilibri, che le superfici coltivate diminuiscano, che quando i prezzi sono alti i produttori cerchino di non vendere per innescare ulteriore tensione. Se, al contrario, la filiera avesse un approccio più etico, con un’equa distribuzione della redditività potremmo ragionare su prospettive diverse”.

Sarebbe utile calcolare i costi di produzione medi e fissarli come paletto sotto al quale non scendere?

“Indicare dei costi medi di produzione, da parte di ente terzo come Ismea, le Università o, perché no, TESEO potrebbe aiutare sicuramente per una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi”.

La resa del grano duro coltivato in Italia è di 3,33 tonnellate all’ettaro contro una media UE di 3,54 tonnellate e punte di 5,38 tonnellate per la Germania e di 5,05 tons/ha per la Francia. Come rendere competitivo il grano italiano?

Ricerca e innovazione al vertice dell’agenda della CIA

“Il dato che lei cita, 3,33 tonnellate per ettaro, è un dato nazionale medio: al Nord si produce di più, al Sud la resa è inferiore. Detto questo, è innegabile che il divario rispetto alle produzioni medie di Francia e Germania sia troppo ampio. Ritengo che si debba operare su due livelli. Un primo aspetto contributivo, cercando di uniformare i valori della Pac fra le diverse Regioni, e dall’altro facendo ricerca e innovazione, che per noi della Cia è al vertice della nostra agenda politica e sindacale. Stiamo puntando molto inoltre sull’agricoltura di precisione, che non va utilizzata solo sulle colture ad alto reddito, ma anche per una coltivazione più responsabile ed etica dei cereali, nel rispetto dell’ambiente, del suolo, delle risorse idriche e di una sostenibilità anche di natura economica”.

Le varietà di grano antico possono rappresentare una soluzione per la redditività e la competitività oppure dovranno rappresentare una nicchia?

“Sono una nicchia seppur con dinamiche di mercato interessanti. La produttività dei grani antichi è molto limitata e non si riesce a competere facilmente su larga scala. Sono soluzioni in grado di dare soddisfazioni economiche quando l’agricoltore trasforma e commercializza direttamente la farina o la pasta magari con l’ausilio di laboratori locali”.

L’import dell’UE-27 nei primi sette mesi del 2021 è diminuito del 5,6%. È l’effetto del Covid? O quali sono le motivazioni?

“Ha influito sicuramente l’effetto del Covid, con la crescita dei costi dei noli e dei trasporti, ma anche la nostra azione sindacale a sostegno del grano italiano ha indubbiamente portato risultati positivi e l’industria si è rivolta alla produzione italiana”.

Sorprendentemente, nel primo semestre del 2021 l’Italia ha registrato un boom dell’export extra-Ue di grano duro, avvicinandosi a 81.000 tonnellate vendute (la Francia ha visto un export vicino a 87.000 tonnellate). Come spiega questa nuova tendenza italiana?

Promuovere ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto

“Non lo so. È sicuramente una sorpresa che un paese deficitario di grano duro esporti, ma è allo stesso tempo un segnale che dobbiamo cogliere. Ovvio però che un paese come l’Italia deve esportare e promuovere prodotti ad alto valore aggiunto come la pasta e non il grano come materia prima.  Oggi ci sono grandi margini nell’export, il Made in Italy è un brand vincente e potentissimo, vanno intensificati tutti gli strumenti di potenziamento dell’export”.

I cambiamenti climatici impongono inevitabilmente degli adattamenti e c’è chi ha proposto di posticipare le semine dei cereali autunno-vernini a febbraio. Cosa ne pensa?

“Bisogna valutare caso per caso.  Per l’orzo noi produttori già lo stiamo facendo avendo a disposizione più varietà di seme primaverile ottenendo buoni risultati. Sul grano duro anche volendo applicare la buona pratica agricola della “falsa semina” non possiamo posticipare troppo l’epoca di semina perché molto spesso i terreni di natura argillosi non essendo permeabili provocano ristagni di acqua rendendo impraticabili i terreni”.

Crisi energetica e filiere alimentari in Cina
11 Ottobre 2021

Finita o quasi la pandemia, ecco ora apparire un nuovo problema: la scarsità di energia e materie prime. Un’analisi di Bloomberg sulla crisi energetica in Cina evidenzia la concatenazione di eventi che si sta manifestando un po’ ovunque nel mondo in tutti i settori, dai semiconduttori, ai concimi, ai materiali da costruzione, ai prodotti agroalimentari.

Andiamo per ordine: la Cina è il Paese più popoloso al mondo, il più grande importatore ed esportatore. Di conseguenza, un rallentamento dell’economia cinese dovuto alla scarsità di energia elettrica a causa della crescita nei prezzi del carbone si manifesta sul mercato interno ma espone anche i Paesi con cui intrattiene relazioni commerciali, come il Cile da cui importa metalli o la Germania da cui importa prodotti finiti. Questo potrebbe portare ad una situazione di stagnazione economica accompagnata da un aumento dei prezzi, in altri termini ad un calo del PIL ed una crescita dell’inflazione, un quadro tale da far impallidire ogni economista. Un caso emblematico è quello del cartone: la domanda mondiale di scatole è aumentata rapidamente durante la pandemia mettendo in tensione la filiera, compresa la logistica. La situazione è ora acuita dai problemi energetici che comportano un calo delle produzioni cinesi del 10-15% col rischio di una penuria mondiale di imballaggi.

Parimenti non sono risparmiate le filiere alimentari, prova ne sia che i prezzi sul mercato mondiale hanno toccato il picco più alto da un decennio, col rischio che la situazione peggiori se la Cina incontra, come sembra, difficoltà nelle sue produzioni agricole. Già nelle ultime settimane la scarsità in energia elettrica ha comportato il rallentamento nelle attività degli impianti di trasformazione con pesanti ripercussione su tutta la filiera alimentare del colosso asiatico. È il caso per la trasformazione della soia, per cui si ha una ridotta produzione di olio e di farina per il settore animale, ma anche del settore lattiero e della carne. Come caso emblematico delle ripercussioni a livello mondiale di tale situazione si può prendere il mercato della lana: gli allevatori di pecore australiani si trovano a dover vendere la lana verso il mercato cinese dove la domanda è in calo perché gli impianti di filatura hanno dovuto tagliare la produzione fino al 40% per la carenza di elettricità; ovvio immaginare il livello di prezzo che raggiungeranno le aste di aggiudicazione dei lotti di lana e le ripercussioni generali sull’economia australiana.

Tutto questo dimostra come oggi il concetto di mercato vada oltre la semplice, classica relazione fra offerta e domanda. Con la globalizzazione il mercato assume sempre più i contorni di un sistema complesso, dunque assai imprevedibile e non desumibile dalla semplice sommatoria degli elementi che lo compongono.

TESEO.clal.it – Prezzi mensili della Soia in Cina
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Fonte: Bloomberg

Etica e capitale umano: le priorità di CLAI [Intervista]
5 Ottobre 2021

Pietro D’Angeli
Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
Sasso Morelli di Imola (BO) e Faenza (RA) – ITALIA

Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)

L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.

Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).

Abbiamo rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.

Direttore, qual è la forza della vostra cooperativa?

Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda

“Sono senz’altro le persone. CLAI fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte, non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.

Come è cambiato il settore dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?

“Nell’ultimo anno e mezzo il mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi scorsi sono destinate a rimanere”.

Quali sono i principali canali di vendita di Clai?

“Al momento il maggior canale di sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36 per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda? E i prossimi?

Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva

“Stiamo investendo molto su diversi fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.

Qual è il valore della filiera italiana?

Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali

“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.