Suinicoltura UE: buone prospettive, ma chi investirà nel futuro? [Il Commento di Rudy Milani]
25 Agosto 2025

Rudy Milani
Confagricoltura

Rudy Milani - Suinicoltore
Rudy Milani – Suinicoltore e Presidente FNP Suini Confagricoltura

Rudy Milani, presidente della Federazione nazionale Suini di Confagricoltura, estende l’orizzonte del mercato e commenta uno scenario complessivo europeo che potrebbe garantire – al netto di imprevisti – un futuro prossimo positivo per i listini dei maiali.

“Il mercato dei suini ha buone prospettive – dice -.
La Germania ha una popolazione di maiali in calo, l’Olanda sta diminuendo la popolazione zootecnica complessiva del 30% per legge, la Danimarca ha il 20% in meno di scrofe rispetto a qualche anno fa. L’unico grande player in Europa che ha incrementato la produzione, con una filiera molto spinta, è la Spagna, forte di un export saldamente orientato verso l’Asia.

Il quadro, al netto di epizoozie, Peste Suina Africana e imprevedibili rovesciamenti di fronte, ha contorni positivi, perché il mondo ha fame di carne”.

Difficile debellare la PSA dai cinghiali, ammette Rudy Milani, il che comporta “investimenti per migliorare ulteriormente la biosicurezza e tentare nuovi approcci finalizzati a contenere la speculazione, l’espressione più deleteria di una malattia che minaccia seriamente la sopravvivenza degli allevamenti”.

Fra le incognite politiche, la questione Mercosur, che Milani definisce “una pistola carica puntata contro gli allevatori europei”.

Resta il nodo degli investimenti in azienda.
“Abbiamo bisogno di allevamenti protetti sul piano sanitario, migliorando ulteriormente il benessere animale, la produttività e l’efficienza per una suinicoltura sempre più moderna – afferma Rudy Milani -.

Il mercato dovrebbe avere, come detto, prospettive positive. Resta il nodo degli investimenti: convincere i giovani ad investire non è semplice e la filiera non sempre è matura per progetti concreti”.

TESEO.clal.it – Dashboard Suini

Produrre per il domani
22 Agosto 2025

Rispetto al 1940 la quantità di calorie alimentari a disposizione per ogni persona è raddoppiata. Dunque, il miglioramento delle tecniche produttive – meccanizzazione, concimazione, trattamenti, genetica – ha permesso di ottenere una quantità di cibo più che sufficiente per sfamare la popolazione mondiale.
Il problema è che gli alimenti a disposizione della popolazione sono ripartiti malamente, comportando da un lato situazioni di sovrabbondanza e l’insorgere di patologie quali l’obesità, dall’altro il persistere di penurie e carestie.

In ogni caso la sicurezza alimentare è migliore rispetto al passato: escludendo le situazioni di conflitto, la percentuale di popolazione sottoalimentata si è ridotta ed oggi si stima sia pari ad un 10% del totale degli abitanti del pianeta rispetto al 30% nel dopoguerra; le aspettative di vita sono aumentate ed è diminuita la mortalità infantile. Riguardo le quantità alimentari, prendendo a riferimento i cereali si nota come rispetto agli anni ’60 la produzione sia aumentata a parità di superfice coltivata e stia crescendo ad un ritmo maggiore dell’aumento demografico.

Sostenibilità e biodiversità guidano il futuro dell’agroalimentare

Dopo il boom produttivo degli ultimi decenni del secolo scorso determinato anche dalle politiche pubbliche incentivanti, con risvolto di effetti negativi quali eccessi di cibo ed impatti ambientali, l’attenzione si è gradualmente spostata verso sostenibilità e biodiversità. Di conseguenza, aspetti quali la riduzione delle emissioni carboniose, la lotta agli sprechi, l’efficientamento energetico, rientrano a pieno titolo nei fattori produttivi.

Si può dunque affermare che il sistema si stia evolvendo verso la giusta direzione. Il problema però sono i tempi e la convinzione che non debba essere solo una transizione produttiva ma una conversione ecologica.

Prossimi 25 anni cruciali per nutrire dieci miliardi persone

Tutta la filiera dalla terra alla tavola – produttori agricoli, trasformatori, distributori, consumatori – dovrà dunque operare in una visione futura piuttosto che ancorarsi al presente od al recente passato. Il sistema mondiale dovrà produrre abbastanza per nutrire una popolazione che a metà secolo si attesterà sui 10 miliardi di abitanti rispetto agli 8 miliardi attuali, per poi diminuire. Quindi i prossimi 25 anni saranno i più cruciali nella storia dell’agroalimentare e non si potrà fallire.

Occorrerà affrontare e vincere nuove sfide che si chiamano cambiamento climatico, scarsità idrica, energia, riduzione di suolo agricolo, perdita di biodiversità, che dipendono solo in parte da comportamenti umani e che richiedono uno sforzo globale.

Poi ci sono le altre sfide dei conflitti, imputabili invece esclusivamente ai comportamenti umani: possono mettere in crisi tutto e tutti, ma possono essere risolte. Basterebbe volerlo.

Fonte: Food and Agriculture Organization of the United Nations

TESEO.clal.it – La produzione mondiale di Grano aumenta ogni anno

Metano e allevamenti: la riduzione è possibile
12 Agosto 2025

Il problema è presto detto: dato che il metano è un gas ad effetto serra con un potenziale di 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica, bisogna ridurne le emissione in atmosfera. Essendo poi generalmente acquisito che l’allevamento animale (i ruminanti) rappresenta la maggior parte delle emissioni agricole, che a loro volta sono il 41% di quelle totali derivanti dalle attività antropiche, appare evidente la necessità di agire in questo settore produttivo anche perché, essendo ottenuto nel rumine come sottoprodotto della fermentazione anaerobica, il metano rappresenta una perdita di energia che impatta negativamente le produzioni.

Il rumine, dove si svolge il processo di metanogenesi, è il punto focale per le varie azioni e strategie tese a ridurre le emissioni. Questo non è un obiettivo nuovo, dato che già dagli anni ’50 i ricercatori hanno lavorato per individuare delle azioni atte a mitigare le perdite di questo gas composto da carbonio e idrogeno. Bisogna però trovare delle soluzioni semplici, poco costose, senza rischi per l’ambiente e la salute, che inoltre favoriscano la produttività.

Sostanzialmente si può agire a tre livelli: razione, additivi alimentari, probiotici.

Alimentazione mirata riduce fino al 60% emissioni

Il primo, che è anche il più diretto e meno costoso, consiste nel modificare la razione alimentare agendo sul rapporto foraggi-mangimi e sulla qualità del foraggio per indirizzare le fermentazioni ruminali verso il propionato in modo da avere meno idrogeno disponibile per la metanogenesi. Secondo un recente studio statunitense, modulando la razione alimentare si possono abbattere del 60% le emissioni di metano.

Un secondo possibile intervento è rappresentato dalle sostanze additive che vanno dagli ionofori, introdotti negli USA già dal 1975, agli inibitori la metanogenesi, agli oli essenziali, alghe, ed altri metaboliti vegetali.

Additivi e batteri per limitare la metanogenesi

Si potrebbe poi far leva sull’azione dei batteri, da quelli propionici agli acetogeni, a quelli ossidanti il metano. Fra tutti questi possibili agenti, quello per cui esiste una evidenza scientifica della sua efficacia come potente inibitore è il p3-nitrossipropanolo, che rappresenta il principio attivo del Bovaer, additivo approvato anche in USA, Giappone, Corea ed in attesa di autorizzazione anche in Cina.

Riguardo le alghe, l’uso di Asparagopsis nella razione, grazie alla presenza di bromoformio, può ridurre drasticamente le emissioni di metano. Va bene per gli allevamenti da carne, ma nel latte potrebbe esserci il problema dei residui. Per tale ragione, recentemente un’azienda australiana ha annunciato l’investimento di 4,6 milioni di dollari per sviluppare un additivo senza questo composto, formato da prebiotici in modo da inibire la produzione di metano e promuovere l’azione di batteri che usino l’idrogeno producendo nutrienti per l’animale.

Quindi, la soluzione del problema non è facile ma è possibile e deve essere perseguita, perché la riduzione delle emissioni enteriche dei ruminanti potrebbe aumentare le performance assicurando la sostenibilità a lungo termine dell’attività agricola.

Fonti: Science Direct, Dairy Reporter

Prosciutti DOP: cosa sta guidando la crescita nel 2025? [Il Commento di Paolo Tramelli, Consorzio del Prosciutto di Parma]
11 Agosto 2025

Paolo Tramelli

Paolo Tramelli – Direttore Marketing del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma

Le informazioni elaborate da Clal su dati Circana relativi ai Consumi retail di Salumi indicano per il primo semestre di quest’anno un aumento tendenziale delle vendite di Prosciutti DOP nell’ordine del +10,3% a peso imposto e del +3,2% a peso variabile. 

Nel solo mese di giugno 2025, l’incremento rispetto allo stesso periodo del 2024 per i prosciutti Dop è stato del 14,4% a peso imposto e del 9,4% a peso variabile.

“In un contesto complessivo in cui nella prima parte del 2025 la dinamica dei consumi è frenata dai prezzi decisamente elevati del prosciutto – osserva Paolo Tramelli, direttore Marketing del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma – il prodotto Dop sicuramente tiene meglio rispetto a quello non Dop”.

Tramelli evidenzia la forte crescita del prodotto in vaschetta

“Si sta consolidando una tendenza che avevamo visto crescere radicalmente nel periodo del Covid e che ha successivamente rallentato, per poi riprendere quota, vale a dire la vendita del prodotto preconfezionato in vaschetta – osserva Tramelli -. È la componente di servizio, già vista anche in altri segmenti alimentari, ad essere vincente per la sua praticità”.

Una crescita del preconfezionato che il direttore Marketing del Consorzio del Prosciutto di Parma individua non solo in Italia, ma anche in Europa e in altre aree del mondo, al punto da parlare di vero e proprio “cambiamento strutturale”.

L’acquisto dei salumi in vaschetta, d’altronde, ha assicurato al consumatore la possibilità di consumare non soltanto in giornata, ma di conservare il prodotto in frigorifero e di consumarlo anche in altri frangenti.

Relativamente al mercato del suino e delle carni suine, il prezzo della coscia nel periodo dopo il Covid si è collocato su valori molto elevati. 

“Questo significa che dovremo abituarci a costi produttivi molto elevati, che spingono poi il prezzo di vendita e al consumo su livelli molto alti”, puntualizza Tramelli.

Sul piano del marketing, “in questi ultimi 2-3 anni il Consorzio del Prosciutto di Parma ha intensificato molto la collaborazione con la GDO per superare le formule di promozione basate sul prezzo e orientarsi alla comunicazione legata alla elevata qualità del prosciutto e ai valori dei nostri prodotti all’interno del punto vendita. 

In questo contesto anche le modifiche del disciplinare entrate in vigore da oltre un anno si sono rivelate efficaci per migliorare le caratteristiche del Prosciutto di Parma e differenziarlo rispetto ad altri prodotti”.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Latte tra investimenti e costi + Commento di Alberto Cortesi [Allevatore e Presidente Confagricoltura Mantova]
11 Agosto 2025

Di: Alberto Lancellotti

Rispetto al biennio 2021-22, segnato dall’impennata dei prezzi delle materie prime, come gas, elettricità, ma anche petrolio e fertilizzanti, oggi i valori di tali input si sono decisamente ridimensionati. Permangono alcune eccezioni, come il gasolio agricolo e alcuni fertilizzanti, che comunque si mantengono su livelli non allarmanti.

Tuttavia l’indice CPI dei prezzi al consumo continua a crescere, sostenuto da incrementi ancora in atto in diversi segmenti chiave, come l’alimentare e l’HoReCa.

Intanto, molti allevatori hanno colto il momento favorevole dei prezzi di Latte e Formaggi (su tutti Grana Padano DOP e Parmigiano Reggiano DOP) per investire in innovazione, robotica e digitalizzazione. Obiettivi: migliorare benessere animale, produttività ed efficienza, anche in risposta alla carenza di manodopera specializzata.

L’innovazione però porta con sé nuovi costi: manutenzione, facility management, gestione. Quanto incidono questi oneri sui bilanci delle Aziende Agricole da Latte?

Il commento dell’Allevatore

Alberto Cortesi – Allevatore e Presidente Confagricoltura Mantova

“Le molte Aziende che hanno fortemente investito in questi ultimi anni trovano un momento particolarmente favorevole di mercato e redditività, a condizione di aver fatto investimenti mirati e di essere in grado di utilizzarne al massimo i benefici. L’adozione del robot di mungitura richiede ammortamenti più elevati e un costo in manutenzione e materiali di consumo di circa il doppio per litro di latte munto rispetto alla sala di mungitura tradizionale.

Occorre riuscire a ottenere il massimo della produttività e per far questo occorre che la gestione sia affidata a Operatori adeguatamente preparati, cosa non semplice. Se aggiungiamo una ulteriore complicazione derivante dai numerosi sistemi informatici di controllo e gestione presenti nelle aziende agricole i cui dati spesso sono blindati e non trasferibili, la questione della preparazione delle persone risulta ancora una volta essenziale.

Gli Allevatori che non sono disposti a mettersi in gioco in un cambiamento mentale radicale che la tecnologia comporta è meglio e più conveniente economicamente che continuino con sistemi collaudati, certo perdendo la sfida affascinante dell’allevamento innovativo.

Quando invece l’investimento ha riguardato il benessere animale inteso come moderne strutture progettate correttamente in spazio, aerazione, luce e facilità di pulizia, il ritorno economico è più facilmente raggiungibile anche senza tecnologia di ultima generazione. Ritengo si possa fare l’Allevatore con bilancio economico positivo anche senza robot di mungitura e di alimentazione ma non si può prescindere dall’avere stalle adeguate dal punto di vista comfort.

L’Allevamento da latte deve mettere in conto un costo in moderne tecnologie e di ammortamento in strutture molto elevato che può arrivare a superare largamente i 5 centesimi/litro.”

TESEO.clal.it – Italia: indice dei prezzi al consumi (CPI)

Il Canada rafforza l’export verso i Paesi UE di cereali e semi oleosi
8 Agosto 2025

Di: Elisa Donegatti

Nel primo semestre 2025, il Canada ha aumentato in modo significativo le esportazioni di Frumento, Mais, Colza e Soia verso l’Europa. Questi scambi trovano spazio nel contesto dell’’accordo CETA, che ha rimosso i dazi e semplificato le pratiche doganali, riducendo tempi e costi di consegna.

Export Canada
Frumento Duro Verso Italia+68% Gen – Giu 2025

Le esportazioni di Frumento canadese sono cresciute del 20,4%, mentre raddoppia la quota destinata all’UE (+100,7%). In Italia, gli acquisti di Frumento Tenero sono aumentati del 40,9%, quelli del Frumento Duro hanno registrato un +68,8%, oltre 309.000 tonnellate importate, confermando il Paese come primo acquirente europeo. Questi dati evidenziano come il Canada sia diventato un fornitore strategico per il mercato europeo, influenzando significativamente la dinamica dei prezzi. A Giugno, il prezzo FOB (Free On Board) all’export canadese di Frumento Duro verso l’Italia è stato di 189 €/ton, ai quali vanno aggiunti i costi di trasporto e assicurazione che ammontano mediamente al 37% circa, mentre le quotazioni italiane oscillavano tra i 266 e i 310 €/ton (dati delle Camere di Commercio di Bologna e Foggia). 

In un mercato sempre più aperto e competitivo, i produttori italiani di Frumento Duro sono chiamati a rafforzare la qualità e la stabilità dell’offerta, per mantenere un ruolo centrale nella filiera e valorizzare al meglio il prodotto nazionale di fronte alla concorrenza estera.

L’export di Mais canadese ha registrato un +85%: dopo due anni, l’Italia è tornata ad importare oltre 106.000 tonnellate, utili soprattutto per la zootecnia. Le esportazioni di Colza sono aumentate del 22,7%, con l’Europa che ha aumentato fortemente le quantità importate, sostenute dalla domanda di biocarburanti. Le esportazioni di Soia sono cresciute del 21,4%, nonostante il calo della domanda cinese; l’UE ha aumentato gli acquisti del 20%.

Canada, partner strategico per l’Europa

Negli ultimi anni, il Canada ha rafforzato il proprio posizionamento sul mercato europeo nel comparto cerealicolo e oleaginoso, approfittando di condizioni favorevoli per diversificare le esportazioni, ridurre la dipendenza dalla Cina e contribuire a ridefinire gli equilibri commerciali a livello globale. Questo aumento delle esportazioni ha contribuito a stabilizzare i prezzi in Europa, mitigando le incertezze produttive interne e la crescente pressione della domanda. La capacità del Canada di garantire forniture affidabili e tempestive è stata ulteriormente rafforzata attraverso la semplificazione delle procedure doganali e la riduzione dei costi burocratici.

Per il mercato italiano, monitorare l’evoluzione degli scambi con il Canada sarà essenziale per adattare le strategie di approvvigionamento, valorizzare la produzione nazionale e prevenire squilibri nella filiera.

TESEO.Clal.it – Canada: Export di Frumento Duro

Proteine, deforestazione e latte: quale legame?
7 Agosto 2025

Le proteine sono nutrienti essenziali e insostituibili

Il mondo ha sempre più bisogno di proteine. Queste sostanze sono essenziali per la crescita e per le produzioni dell’organismo. Sono componenti indispensabili della razione alimentare perché, a differenza dei carboidrati che possono essere convertiti in lipidi (deposito di grasso) ed i lipidi in carboidrati, non c’è grasso o zucchero che possa essere convertito in proteina. Pertanto, non potendo essere sostituite da nessun altro elemento, debbono essere fornite tal quali.

Aumentando le performance dell’animale, sia esso da carne o da latte (compreso l’umano sportivo), debbono aumentare anche le proteine ingerite. A parte l’azoto non proteico (l’urea) che i microorganismi del rumine possono trasformare in proteine, le fonti per questi preziosissimi elementi sono i prodotti delle coltivazioni ed i loro derivati.

Veniamo alla deforestazione: si calcola che ogni anno il mondo perda circa 5 milioni di ettari di foresta, per lo più ai tropici, il 75% dei quali per coltivare ed allevare il bestiame. Oltre a commodity quali olio di palma, caffè o cacao, anche la soia, fonte proteica vegetale per eccellenza, è sempre più correlata alla necessità di trovare nuove aree coltivabili, come dimostra il fatto che a livello mondiale la sua produzione è passata da circa 25 milioni di tonnellate all’anno negli anni ‘60, alle attuali 350 milioni di tonnellate. Si tratta di un tema serio, perché alla deforestazione od al degrado di aree forestali è spesso collegato anche il mancato rispetto dei diritti umani per le popolazioni locali.

L’uso crescente di soia nei mangimi incide sulla sostenibilità

Certo, a differenza della carne, la produzione di latte non rientra nella normativa EUDR, il regolamento UE European Deforestation-free products Regulation, che mira a ridurre l’impatto dei consumi sulla deforestazione. Bisogna tuttavia considerare l’impennata negli anni dell’uso di soia anche nei mangimi per le vacche da latte, il che rappresenta un fattore considerevole in rapporto alla sostenibilità.

Quindi, alla luce della crescente sensibilità dei consumatori, sarebbe legittimo chiedersi se ed in che misura anche la produzione di latte potrebbe essere percepita in modo critico in quanto associata all’espansione di nuove aree coltivate a scapito delle foreste. A questo vanno aggiunte le considerazioni sulla nostra dipendenza dalle importazioni di soia e sulla necessità di valorizzare le fonti agricole locali.

Fonti: Our World in Data, Dairy Reporter

TESEO.clal.it – Superficie coltivata a semi oleosi nei principali Paesi – Stagione 2025-26

Quali investimenti servono oggi alla suinicoltura? [Il Commento di Antenore Cervi, Suinicoltore]
4 Agosto 2025

Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA
Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA

Quali priorità per gli investimenti per la filiera suinicola italiana? Partiamo dall’allevamento e ne parliamo con Antenore Cervi, allevatore e responsabile della suinicoltura per CIA-Agricoltori Italiani.

“In seguito agli allarmi legati alla Peste Suina Africana è bene sottolineare che ormai da tempo gli allevatori hanno compiuto significativi investimenti sulla biosicurezza – afferma Cervi -. Oggi, invece, la priorità riguarda gli investimenti per il benessere animale nelle scrofaie, ma sono investimenti in cui anche la semplice trasformazione dell’allevamento è molto difficile, per cui sarebbe più opportuno orientarsi non verso la ristrutturazione, ma la realizzazione di strutture ex novo”.

E ancora, fra gli investimenti necessari per gli allevamenti, Cervi inserisce “le strutture destinate all’ingrasso dei suini, dove si dovrebbe puntare a manutenzioni, rinnovamenti e nuove tecniche di stabulazione”. Interventi per i quali è possibile procedere attraverso ristrutturazione, senza dover puntare a una ricostruzione.

“Negli ultimi 15 anni – ricorda Cervi – il mercato dei suini non è sempre stato in grado di assicurare un’adeguata marginalità agli allevatori e anche quando il mercato è stato positivo non ha garantito una stabilità tale da permettere ai produttori di pianificare ammodernamenti e ristrutturazioni”.

Sul fronte sostenibilità, Cervi mette nel mirino le energie rinnovabili, “dalle tecnologie come il biogas al biometano, opzione che andrebbe presa in considerazione come soluzione consortile per valorizzare i reflui di aziende agricole nel raggio di 10-15 chilometri; anche il fotovoltaico sui tetti andrebbe incentivato”.

Ultimo aspetto: “La gestione dei reflui e del digestato in campo, attraverso l’agricoltura di precisione per spandimenti smart”.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Mais Bio: il prezzo aumenta in un settore sotto pressione + Commento di Davide Pinton
1 Agosto 2025

Davide Pinton
Schio (VI)

Di: Elisa Donegatti

Negli ultimi anni, il mercato del Mais Biologico da granella per uso zootecnico ha registrato forti oscillazioni, ben evidenziate dal grafico che visualizza i prezzi della Camera di Commercio di Bologna.  Dopo una fase di avvicinamento tra i prezzi del convenzionale e del biologico nel 2023, il differenziale è tornato ad aumentare: nel mese di Luglio 2025 il Mais biologico è a 368 €/ton, mentre il convenzionale si attesta intorno ai 265 €/ton, con un divario di oltre 100 €/ton, pari ad un rincaro di circa il 40%.

Una delle cause principali è la contrazione delle superfici coltivate a Mais biologico, diminuita del 34% nel 2023. 

Le rese inferiori – fino al -40% rispetto al convenzionale – non sono compensate da minori costi. Lavorazione, irrigazione e manodopera pesano in ugual misura su entrambe le tecniche colturali. Nel convenzionale è possibile migliorare la produttività con input chimici e varietà selezionate, strumenti non disponibili nel biologico. Inoltre, il controllo delle infestanti nel bio risulta più oneroso e meno efficace, incidendo ulteriormente sulla redditività.

L’Italia è il terzo produttore europeo di Mais biologico, dopo Francia e Romania, ma la nostra produzione è in calo, a differenza degli altri due Paesi dove si registra maggiore stabilità o crescita. Parte del fabbisogno nazionale viene coperto da importazioni, in particolare dall’Ucraina, sottoposte comunque a sistemi di certificazione e tracciabilità più rigorosi rispetto al convenzionale.

Il sistema del Mais biologico appare oggi sotto pressione: da un lato le difficoltà produttive, dall’altro la concorrenza estera e la volatilità delle quotazioni. Per chi opera nella filiera, resta fondamentale valutare ogni scelta colturale in funzione della sostenibilità economica e delle evoluzioni del contesto internazionale.

TESEO.clal.it – Granoturco: prezzi convenzionale e biologico

Il commento dell’Allevatore

Davide Pinton
Allevatore Latte e Carne Biologici

L’aumento del divario di prezzo tra mais biologico e convenzionale, la vedo una conseguenza comprensibile, per via delle maggiori difficoltà e delle rese inferiori che affrontiamo nella produzione.

Fortunatamente, questo aumento del costo del mais non mi spaventa personalmente in modo preoccupante in questo momento storico. Essendo soci della Cooperativa Latterie Vicentine, si riesce a valorizzare bene il latte biologico sia attraverso il latte alimentare, sia con prodotti a denominazione protetta come Grana Padano e Asiago. Questo ci permette di avere ancora una certa marginalità. 

Sono convinto che il vero problema sia per chi non ha le stesse opportunità di valorizzazione tramite le DOP.

In conclusione, la mia speranza è che i prezzi del mais biologico e delle altre materie prime Bio, rimangano a livelli stabili, senza troppi scossoni verso l’alto, (per ora mi sembrano ancora livelli accettabili) a patto che anche il prezzo del latte biologico alla stalla segua lo stesso andamento. 

Questo significherebbe che il prodotto finale ha trovato il suo posizionamento stabile sul mercato dato dall’apprezzamento dei consumatori. 

Malattie esotiche e cambiamenti climatici: il secolo dei virus
30 Luglio 2025

I recenti focolai di Dermatite nodulare contagiosa (Lumpy skin disease) nei bovini rendono sempre più  evidente la correlazione fra virus esotici e cambiamenti climatici.
Malattia presente in molti Paesi africani, nel 2012 si è diffusa dal Medio Oriente all’Europa sud-orientale, interessando alcuni Stati membri UE (Grecia e Bulgaria) e parecchi altri Paesi dei Balcani, per poi risalire fino alle nostre latitudini.

Vedi la nuova pagina di TESEO dedicata alla Lumpy Skin >

Riguardo ad un’altra malattia esotica, la Lingua blu (Blue tongue virus-BTV) che nel 2024 ha causato non pochi danni per la produzione di latte in Germania ed altri Paesi dell’Europa settentrionale, già nel 2007 uno studio inglese dimostrava l’evidenza che i cambiamenti climatici in atto determinavano in nuove regioni  la comparsa di virus trasmessi da insetti. Questo in conseguenza di meccanismi quali aumento delle temperature che alterano i tassi di sopravvivenza dei virus ed ampliano la diffusione di vettori come zanzare, moscerini e zecche; eventi meteorologici estremi che aumentano lo stress nel bestiame, indebolendo le risposte immunitarie; cambiamenti nell’uso del suolo (deforestazione, urbanizzazione) che aumentano il contatto tra i serbatoi di fauna selvatica ed il bestiame.

Vedi la nuova pagina di TESEO dedicata alla Bluetongue >

I cambiamenti climatici complicano anche le strategie di controllo sanitario, in quanto occorrono nuovi modelli predittivi integrando i dati climatici con i modelli epidemiologici ed anche perché la variazione delle stagioni influisce sui periodi ottimali per le vaccinazioni. Ciò rende indispensabile attuare un coordinamento a livello globale, dato che le malattie non si fermano alle frontiere e pertanto richiedono sistemi internazionali di sorveglianza e risposta.

È dunque essenziale un approccio su più fronti: agricoltura resiliente al clima; sorveglianza integrata delle malattie utilizzando tecniche sofisticate quali telerilevamento ed intelligenza artificiale per prevedere le epidemie; interventi sulle popolazioni dei vettori; investimenti in vaccini e strumenti diagnostici su misura per i ceppi virali in evoluzione.

Infine, occorre considerare l’influenza della vita moderna sulla comparsa dei virus, quali l’aumento dei movimenti di cose, animali, piante, insetti ed anche persone, la riduzione di programmi di controllo degli artropodi; l’alterazione delle pratiche agricole. A questo è poi doveroso aggiungere i conflitti con tutte le loro conseguenze.

Il termine virus (veleno) fu coniato nel 1898 per indicare una nuova forma di agente infettivo. Dopo tante scoperte sui batteri, iniziando con Pasteur, che hanno permesso di affrontare con successo le malattie del secolo scorso, ora la sfida è su questi “veleni”, che non appartengono né al regno animale, né a quello vegetale. Quindi, tutto lascia prevedere che il nostro potrà essere a tutti gli effetti il secolo dei virus.

Fonte: NIH

TESEO.clal.it – Focolai di Dermatite nodulare contagiosa