La rilevanza delle coltivazioni transgeniche in Argentina
26 Settembre 2023

In Argentina circa 25 milioni di ettari sono coltivati a Mais, Soia e Cotone transgenici. È la terza superficie al mondo dopo USA e Brasile. La prima coltivazione OGM risale al 1996, quando venne seminata Soia resistente ai diserbanti. Oggi praticamente il 100% di Soia e Cotone ed il 99% di Mais sono transgenici con caratteri di tolleranza agli erbicidi e resistenza agli insetti (Bt).

190 milioni di ettari coltivati a transgenici nel mondo

Anche a livello mondiale la superficie coltivata a transgenici è aumentata in modo dinamico ed attualmente è di circa 190 milioni di ettari. Oltre alle grandi colture, Mais, Soia e Cotone in testa, le coltivazioni transgeniche, seppur su superfici più limitate, riguardano anche piante quali Papaia, Zucche, Patate, Mele, Canna da Zucchero, Garofani, Rose, per caratteri di resistenza ai virus, alla siccità, all’imbrunimento od altri.


Alcuni esempi: Brasile e Nigeria coltivano Fagioli transgenici resistenti a virus ed insetti (Bt); in Argentina si stanno diffondendo Grano e Soia tolleranti alla siccità e Medica con un ridotto contenuto di lignina; nelle Filippine, dopo una ricerca durata oltre 20 anni, nel 2021 è stata autorizzata la semina ed ovviamente il consumo di Riso dorato transgenico (Golden rice).

Una coltura transgenica si sviluppa in media in 16 anni

Lo sviluppo di una coltura transgenica dal laboratorio al pieno campo richiede, in media, 16 anni. La ricerca è molto dinamica e riguarda un’ampia gamma di specie commestibili, tra cui cereali, frutta e verdura, per ottenere miglioramenti sotto l’aspetto agronomico, delle caratteristiche qualitative, ma anche per ottenere dalle molecole di specifico interesse industriale. In Argentina una di queste riguarda la produzione di chimosina ottenuta dalla coltivazione del Cartamo.

Nel Paese latino americano, dopo 25 anni di esperienza si ritiene che le coltivazioni transgeniche apportino un beneficio economico, dovuto alle maggiori rese ed ai minori costi colturali, ma anche un beneficio ambientale. Questo riguarda il minor uso di diserbanti e, soprattutto, la diffusione della semina diretta che, limitando le lavorazioni al terreno, abbatte l’uso di combustibili e dunque delle emissioni in atmosfera.


Dalla scoperta delle leggi di Mendel sul miglioramento genetico, la ricerca e la tecnologia offrono sempre nuove conoscenze e possibilità. Si tratta di valutarle con attenzione per rispondere alle esigenze di un mondo che cresce.

TESEO.clal.it - Argantina: Produzioni di Semi di Soia

Fonte: ArgenBio

L’importanza del latte nelle condizioni estreme: l’esempio del Tibet
13 Settembre 2023

L’altopiano del Tibet costituisce la parte principale di una vasta area montuosa di ghiaccio e ghiacciai che copre circa 100.000 chilometri quadrati della superficie terrestre. Non per niente è chiamato “Terzo Polo”. Sebbene sia un territorio freddo, arido, inospitale, per migliaia di anni questa vasta regione è stata occupato dall’Homo sapiens ed ha visto la nascita di imperi, la crescita di religioni, lo sviluppo di società agricole.

Come gli esseri umani siano riusciti non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare in questo paesaggio d’alta quota è da sempre una domanda intrigante ed affascinante. La popolazione tibetana ha potuto adattarsi a tali condizioni estreme grazie ad una costituzione genetica specifica che ha permesso di utilizzare l’ossigeno in modo più efficiente, evitando gli effetti potenzialmente letali dell’ipossia (la rarefazione di ossigeno). Resta però da chiarire come tale popolazione sia poi riuscita a trovare cibo a sufficienza nell’ambiente imprevedibile, gelido ed iperarido dell’altopiano.

Una ricerca, pubblicata su Science Advances, ha dimostrato che la risposta risiede in un alimento: il latte. Si è arrivati a questa conclusione studiando le proteine alimentari che sono rimaste intrappolate e conservate nella placca dentaria. Lo studio ha analizzato tutti i resti scheletrici umani disponibili sull’altopiano, corrispondenti ad un totale di 40 individui, datati tra 3500 e 1200 anni fa, provenienti da 15 siti ampiamente dispersi. Nei loro denti erano conservati frammenti di proteine derivate da prodotti lattiero-caseari che le sequenze proteiche facevano risalire al latte proveniente da pecore, capre e probabilmente yak.

I latticini venivano consumati già 3.500 anni fa

È stato rilevato come i latticini fossero alimento abituale della popolazione tibetana, adulti e bambini, gente comune e classi sociali elevate, fornendo le prove che i latticini venivano consumati già 3.500 anni fa, cioè 2.000 anni prima rispetto alle fonti storiche disponibili. Alla stessa epoca si possono dunque far risalire in questa regione l’addomesticamento degli animali con la pastorizia e l’attività lattiero-casearia. Ma non solo: è stato dimostrato anche che tutti i peptidi del latte provenivano dalle zone più alte dell’altopiano, cioè le aree più inospitali dove la coltivazione era molto difficile, mentre nelle valli centro-meridionali e sud-orientali, dove erano disponibili terreni coltivabili, questi composti non sono stati rilevati.

Trasformare le erbe degli alti pascoli in un alimento nutriente e rinnovabile

Tutto ciò dimostra come i latticini fossero fondamentali per l’occupazione umana delle parti dell’altopiano che si trovavano al di fuori della portata delle colture tolleranti al gelo, un’area molto vasta, dato che meno dell’1% dell’altopiano tibetano è adibito a coltivazioni.

Quindi, fin dalle epoche più remote, i latticini hanno permesso alle popolazioni degli ambienti più estremi dell’altopiano tibetano di trasformare l’energia racchiusa nelle erbe degli alti pascoli in un alimento ricco di proteine, energetico e nutriente, ma anche rinnovabile perché a differenza della carne non occorreva sacrificare l’animale per ottenerlo.

In uno degli ambienti più inospitali della terra, il latte ha permesso il sostentamento delle popolazioni umane ed il conseguente emergere di un notevole patrimonio culturale. Sarebbe ora interessante capire se e come la produzione di latte, nel corso dei secoli abbia contribuito a modellare i paesaggi del Tibet. Altrettanto importante sarebbe però, attualmente, prevedere quale impatto possa avere il cambiamento climatico indotto dall’uomo per il futuro degli ecosistemi su cui fanno affidamento gli attuali allevatori tibetani.

Fonte: Science

Per una sicurezza idrica
5 Settembre 2023

Sebbene oltre il 70% della superficie terrestre sia costituito da acqua, il 97% di essa è salata e dunque inadatta al consumo. Il restante 3% è acqua dolce, ma circa due terzi sono sotto forma di neve, ghiacciai e calotte polari.

Come fonte di approvvigionamento “facile” bisogna affidarsi alle precipitazioni, ai fiumi, ai laghi ed ai bacini idrici, che rappresentano appena l’1% dell’acqua dolce globale. Però queste risorse idriche sono in rapido esaurimento. Un secolo fa, il consumo di acqua dolce era sei volte inferiore rispetto ai tempi moderni. L’aumento della popolazione e delle sue esigenze ha comportato un crescente stress (anche come inquinamento) per le risorse di acqua dolce, falde comprese. Un bel problema, anche perché la distribuzione dell’acqua dolce è molto disomogenea nelle diverse regioni del pianeta. Un fatto però le accomuna: sia i Paesi industrializzati che quelli (cosiddetti) in via di sviluppo hanno bisogno di molta acqua dolce per le varie attività, con l’agricoltura che assorbe complessivamente il 70% del totale disponibile.

Nei Paesi in via di sviluppo la maggior parte dei prelievi è destinata all’agricoltura. Ad esempio si stima che in Turkmenistan, Paese situato negli aridi deserti dell’Asia centrale col più alto prelievo mondiale pro-capite di acqua, il 95% serva per le attività agricole. Anche nei Paesi industrializzati i prelievi di acqua sono elevati e superano 1.000 metri cubi all’anno per persona, ma i loro usi sono notevolmente diversi. Ad esempio negli Stati Uniti oltre il 40% dei prelievi è stato destinato alla produzione di energia termoelettrica ed il 37% ad irrigazione e allevamento, mentre in Finlandia, l’80% dell’acqua è stato utilizzato per la produzione industriale.

I minori prelievi idrici pro-capite si concentra in Africa, dove Paesi molto popolati come la Nigeria ed il Kenya hanno prelevato circa 75 metri cubi di acqua a persona. Ciò evidenzia anche i problemi di accessibilità all’acqua e di infrastrutture.

La disuguaglianza idrica nel mondo è un fatto

La disuguaglianza idrica nel mondo è un fatto, così come lo è il divario nelle possibilità di accesso all’acqua. In effetti, un quinto della popolazione mondiale abita in zone aride. Da sempre l’umanità ha compiuto degli sforzi per avere questo bene vitale in quantità sufficiente. Nel corso degli anni, sono emerse diverse iniziative per mitigare il divario di disuguaglianza idrica: pratiche di conservazione dell’acqua, sistemi di irrigazione efficienti, potenziamento delle infrastrutture idriche nelle regioni più colpite dalla scarsità, impianti di desalinizzazione per le nazioni più ricche e con climi aridi.

Col cambiamento climatico diventa sempre più urgente adottare delle strategie appropriate per raggiungere la sicurezza idrica. Essendo un bene vitale ma, a differenza dell’aria, presente sulla terra in modo disomogeneo, diventa poi indispensabile garantirne l’accesso a tutti. Si parla tanto di sicurezza alimentare, ma bisogna pensare alla sicurezza idrica per scongiurare le carestie ma soprattutto i conflitti che, data la crescente scarsità d’acqua, rischiano di esplodere.

Solo una piccola parte dell’acqua esistente sulla Terra ha le caratteristiche che noi definiamo acqua dolce. – TESEO.clal.it

Fonte: Visual Capitalist

Agricoltura predittiva con l’Intelligenza Artificiale
6 Luglio 2023

Sono poche le attività che possono vantare una tradizione produttiva come l’agricoltura, compreso l’allevamento da latte, la cui storia si fa risalire fino ad undici mila anni fa. È un’attività che ha coinvolto persone, modellato ambienti, sviluppato economie e che si è costantemente evoluta grazie alle tecnologie derivanti dalle nuove conoscenze.

Non deve dunque sorprendere se ora le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale (AI-Artificial Intelligence) possono offrire nuovi sviluppi a questa attività che si è sviluppata nello scorrere dei secoli col progredire delle conoscenze umane. Le nuove tecnologie possono spaziare dai software predittivi, ai modelli meteorologici, ai droni, a strumenti come i robot per risolvere i problemi di carenza di manodopera.

L’IA aumenta l’efficienza e la tracciabilità

Nell’allevamento, l’intelligenza artificiale permette di monitorare lo stato sanitario del bestiame, aumentare l’efficienza produttiva e la tracciabilità, identificando ogni singolo animale attraverso il riconoscimento facciale delle impronte sul musello. In tal modo si può passare dall’attuale modello reattivo, cioè rilevando i fenomeni per poi intervenire -ad esempio nell’allevamento il veterinario rileva i sintomi dell’animale per valutare il suo stato di salute ed applicare la terapia- ad un modello predittivo, in modo da poter intervenire quando si rilevano le condizioni che possono portare ad alterazioni delle condizioni produttive. Nel primo caso si opera in modo invasivo attraverso interventi che sono dispendiosi e stressanti per l’animale, come esami, prelievi del sangue o sensori impiantati nell’organismo. Le nuove tecnologie con telecamere non invasive ed algoritmi che sviluppano l’apprendimento automatico per aiutare gli allevatori a monitorare la biometria (frequenza cardiaca, temperatura corporea, ecc.), raccogliendo informazioni critiche sul volume e sulla qualità del latte, sullo stress da calore e sul benessere generale, consentono un monitoraggio più efficiente operando anche su ampi gruppi di animali, ed a costi inferiori.

Il passaggio all’agricoltura predittiva attraverso l’intelligenza artificiale è fortemente sostenuto negli USA, dove la legge dello scorso anno per contrastare l’inflazione, l’Inflation Reduction Act, ha stanziato ben 19,5 miliardi di dollari per sostenere la transizione verso un modello che permette di operare con precisione, riducendo sostanzialmente i rischi e le perdite ed aumentando la qualità e la sicurezza delle produzioni.

Anche le nostre produzioni tradizionali debbono considerare queste nuove tecnologie. Tanto è stato investito in comunicazione e marketing per affermarle nel mondo, con grande successo. Non sarebbe ora opportuno trasferire parte di tali risorse in attività di ricerca per continuare a farle evolvere mantenendo il divario qualitativo che spetta loro?

Immagine creata con l’Intelligenza Artificiale

Fonte: modern farmer e Tasting Table

Una tassa sulle emissioni agricole in Danimarca
21 Giugno 2023

La Danimarca si è posta l’ambizioso obiettivo climatico di ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 70% rispetto ai livelli del 1990, valore ben superiore al limite vincolante minimo del 55% indicato dall’Unione Europea. Secondo il nuovo governo danese (di larga coalizione) insediatosi lo scorso dicembre, per raggiungere tale obiettivo diventa fondamentale introdurre una tassa sulle emissioni agricole ed il Consiglio danese per il clima, organo consultivo ufficiale del governo, propone di applicare una Carbon tax di 750 corone (101 Euro) per tonnellata di latte e di carne bovina. Una tassa sulle emissioni dei bovini incentiverebbe gli allevatori a passare alle coltivazioni agricole, erbacee od arboree, ma anche ad aumentare la produzione di carne suina, attività queste che emettono meno gas serra del bestiame bovino. La tassa di 750 corone per tonnellata sarebbe simile al livello applicato agli altri settori ritenuti essere ad alto impatto di emissioni in atmosfera, misura approvata dal Parlamento nel giugno dello scorso anno, e potrebbe ridurre i gas serra di 3,7 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, inducendo un taglio del 45% di emissioni rispetto al livello del 1990.

È necessario studiare soluzioni tecniche alternative

Secondo i dati di Statistics Denmark, il settore agricolo rappresenta il 28% delle emissioni di gas climalteranti e se non verranno introdotte nuove politiche, la situazione peggiorerebbe e nel 2030 potrebbe arrivare ad essere responsabile di circa il 40% delle emissioni di metano. Ovviamente le associazioni agricole hanno stigmatizzato questa prospettiva, avvertendo che una simile tassa sull’agricoltura porterebbe a un’ondata di chiusure e fallimenti. Secondo il Danish Agriculture & Food Council, una tassa del genere farebbe perdere posti di lavoro ed impedirebbe alla Danimarca di sviluppare soluzioni che possono davvero fare la differenza per il clima. Il comparto zootecnico bovino dovrebbe studiare soluzioni tecniche alternative alla semplice tassazione, come gli additivi nell’alimentazione che potrebbero ridurre del 25-30% la quantità di metano rilasciata dalle vacche.

La Danimarca sarebbe così il secondo Paese al mondo a introdurre una tassa di questo tipo, dopo che la Nuova Zelanda ha annunciato di voler imporre a partire dal 2025 un “prezzo” sui gas serra agricoli, metano ed ossido d’azoto in primo luogo.

Comunque, anche le imprese si muovono in tal senso: Danone a gennaio ha dichiarato che intende arrivare entro il 2030 a tagliare del 30% le emissioni di metano generate dalla produzione di latte ed Arla Foods, la cooperativa danese-svedese, ha lanciato il progetto sostenibilità per indurre gli allevatori a ridurre l’impronta di carbonio pagandoli con delle credenziali verdi basate su indicatori quali uso di fertilizzanti, biodiversità, energie rinnovabili, mangimi green.

CLAL.Teseo.it – Danimarca: Produttività apparente per vacca

Fonte: euronews

 

Sostenibilità e tecnologia
12 Giugno 2023

Per rispondere alle esigenze di sostenibilità, il settore lattiero-caseario deve rispondere a tre sfide: ridurre l’impronta di carbonio, assicurare la disponibilità costante di acqua; disporre di una forza lavoro qualificata.

I critici delle produzioni animali non prendono in considerazione tanto la durabilità, ossia il valore di trasmettere alle generazioni future un’azienda che rappresenta anche un patrimonio sociale per il territorio in cui opera, ma tendono a misurare la sostenibilità in termini del rating generico ESG che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di imprese od organizzazioni che operano sul mercato. Da questo punto di vista le aziende più efficienti sono quelle con le maggiori rese, disponibili ad innovare attraverso l’adozione delle migliori tecnologie. E proprio la tecnologia fa parte del modo in cui i produttori possono rispondere in modo efficace alle richieste di un miglior rating di sostenibilità.

L’uso della robotica è sempre più diffuso

Innanzitutto, è possibile razionalizzare l’uso dell’acqua per le necessità dell’allevamento attraverso tecniche efficaci di riciclo, purificazione e potabilizzazione. La produzione di metano dal letame attraverso i digestori permette di evitare la dispersione in atmosfera di un gas ad effetto serra e di rendere l’azienda agricola indipendente dal punto di vista energetico, insieme a pannelli solari e, quando possibile, turbine eoliche. Resta poi il problema del lavoro, soprattutto di reperire personale qualificato in grado di utilizzare mezzi tecnologici sempre più diffusi e sofisticati. Chi segue gli animali deve poter avere la comprensione del loro benessere; l’uso della robotica continua ad aumentare, dalla mungitura, alla pulizia delle stalle, all’automatizzazione dell’alimentazione, all’uso dei sensori per identificare la qualità del latte e gli indicatori di salute delle vacche in tempo reale. Negli allevamenti USA stanno venendo avanti anche le vaccinazioni robotiche.

Il successo di queste tecnologie, oltre che migliorare la produttività, consiste nel mettere a disposizione degli operatori agricoli la possibilità di un processo decisionale migliore e più rapido.  

La mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte

Si calcola che nel mondo ci siano circa 300 milioni di vacche da latte. Se tutte avessero la produttività di quelle allevate nei Paesi dove si usano tecnologie avanzate, la mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte. Gli attivisti ambientali potrebbero forse esserne soddisfatti, ma quali sarebbero le conseguenze, come ad esempio la mancanza di concime organico per i suoli e le coltivazioni? Per non parlare poi del valore sociale che l’allevamento ricopre per tante popolazioni rurali nelle varie aree geografiche del mondo. Indubbiamente, le migliori aziende agricole sono quelle che stanno adottando più rapidamente le nuove tecnologie e che probabilmente continueranno a mantenere un vantaggio rispetto alle loro controparti meno performanti.

Occorrono però anche tecnologie appropriate per migliorare  produttività e  condizioni di allevamento in grado di garantire l’equilibrio con gli aspetti sociali ed economici delle comunità locali.
In altre parole, la tecnologia per l’uomo e non viceversa.

CLAL.Teseo.it – Italia: Kg di Latte per Capo nelle principali Regioni produttive

Fonte: Dairy Herd

Nuova Zelanda: riconsiderare l’uso dei concentrati nella produzione di latte
25 Maggio 2023

Diversamente dai Paesi industrializzati, la Nuova Zelanda si trova in una posizione insolita in quanto circa la metà di tutte le emissioni di gas serra proviene dall’agricoltura e quasi un quarto è dovuto alle emissioni del settore lattiero-caseario, sottoforma di protossido d’azoto e metano.

Le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate

L’allevamento in Nuova Zelanda era tradizionalmente di tipo estensivo, basato sul pascolo, ma il grande sviluppo produttivo che ha fatto del Paese il maggiore esportatore lattiero-caseario del mondo, ha comportato l’uso sempre più massiccio di concentrati e di concimi per aumentare le rese agricole. Questo è dimostrato dal fatto che le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate arrivando a 6,4 milioni di capi. Si è fatto dunque ricorso ad una massiccia importazione di cereali e proteaginose, che nel 2022 ha raggiunto le 3,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 2,1 milioni di tonnellate. Il 75% di questi alimenti è andato al settore bovino ed il 12% a quello avicolo, mentre il consumo umano ha rappresentato il 9% del totale.

L’ intensificazione produttiva con l’ampio ricorso ai mangimi porta ad un sistema tecnicamente più efficiente, dato che permette di aumentare le rese aziendali e di conseguenza i redditi. E’ stato però dimostrato che questo comporta un significativo aumento dei costi, che incide sui margini di profitto. Il vero punto da considerare, dunque, più che la quantità è la redditività dell’azienda, che è determinata congiuntamente dal prezzo del latte (e dai suoi contenuti) e dai costi dei fattori produttivi, come i mangimi. Essendo questi ultimi per lo più fattori esterni all’azienda, gli allevatori non possono controllarne direttamente le variazioni di prezzo e neanche trasferirle sul prezzo del latte.

Gli allevatori sono stimolati ad adottare pratiche con meno emissioni

In Nuova Zelanda si fa largo uso di palmisto (pannello di palma), che comporta emissioni elevate (0,51 kg di CO₂ equivalente per kg di sostanza secca) rispetto ad altri ingredienti dei mangimi. Ne è il più grande importatore al mondo per una quantità di oltre 2 milioni di tonnellate, oltre la metà da Indonesia e Malesia. È opinione diffusa che questa grande richiesta abbia contribuito alla deforestazione nei Paesi fornitori, aumentando le emissioni ed i rischi legati al cambiamento climatico. Date le rigide norme ambientali introdotte in Nuova Zelanda, gli allevatori vengono ora stimolati ad adottare pratiche che possano far ridurre le emissioni attraverso la massimizzazione della resa dei pascoli e l’utilizzo di mangimi a minore intensità di carbonio, come quelli prodotti in loco od i sottoprodotti della produzione di alimenti e bevande.

Occorre attuare una inversione di tendenza che però richiede cambiamenti significativi sia nelle pratiche di gestione che nelle infrastrutture. I prezzi elevati dei fertilizzanti, le normative più stringenti e l’introduzione di una tassa sulle emissioni stimolano la transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Però è anche tempo di riconsiderare il ruolo dei mangimi, ripensando alla fisiologia del ruminante ed al modo più appropriato di alimentarlo, sia sotto l’aspetto fisiologico che per quello ambientale.

Clal.it – Numero di vacche da latte e produzioni in Nuova Zelanda

Fonte: edairy news

Valorizzare il raccolto di Erba Medica
19 Maggio 2023

L’Erba Medica è una delle foraggere più importanti ed è fondamentale operare in modo appropriato per massimizzarne la qualità e la quantità, soprattutto in questo periodo in cui i costi dell’alimentazione zootecnica sono elevati. Questa necessità, presente un po’ in tutte le regioni ad intensiva produzione lattiero-casearia, è particolarmente sentita negli Stati Uniti dove l’Erba Medica è una foraggera di riferimento che rappresenta anche un notevole interesse per l’esportazione.

L’unità di divulgazione lattiero-casearia della Pennsylvania State University ha fornito agli allevatori una serie di indicazioni da tenere in considerazione per valorizzarla al meglio.

Innanzitutto la gestione dei tagli: se la coltura è a rotazione breve (tre anni o meno), diventa auspicabile intensificare il numero dei tagli per massimizzare la qualità del foraggio, mentre in caso contrario si deve prendere in considerazione un intervallo di sfalcio più lungo. Come regola, è bene anticipare il primo taglio ad inizio fioritura, mentre i tagli successivi andranno effettuati quando la coltura si trova nella fase di sviluppo del germoglio o della prima fioritura, con un intervallo di circa un mese. Per la nuova coltura dopo la semina occorre considerare che le piantine hanno bisogno di un elevato livello di riserve energetiche per superare l’inverno; dunque Il primo raccolto può essere effettuato prima della comparsa dei fiori, ma aspettare che l’Erba Medica fiorisca garantisce maggiori riserve di energia nelle radici. Poi occorre fare attenzione all’intervallo di sfalcio che non deve essere troppo breve: se fosse costantemente inferiore ai trenta giorni potrebbe comportare minori riserve energetiche immagazzinate nelle radici a fittone della pianta, determinando una scarsa ricrescita che si traduce in una bassa resa ed anche in una rapida perdita di copertura vegetale.

Bisogna poi monitorare lo stress idrico della coltura. L’Erba Medica generalmente mantiene la produzione durante brevi periodi di siccità grazie al suo apparato radicale profondo ed esteso mentre nei periodi prolungati di siccità la crescita vegetale si riduce e la fioritura avviene su piante corte e stentate. Non si deve però esitare a sfalciare per sfruttare l’effetto delle piogge di fine estate che permetteranno di effettuare un ulteriore raccolto, mantenendo la copertura vegetale del terreno.

Infine, se l’Erba Medica viene seminata in primavera con una coltura consociata, come ad esempio l’avena, il primo taglio dovrà essere effettuato in base alla maturità della coltura consociata. Se l’Erba Medica viene seminata invece in autunno, il raccolto dovrà basarsi sullo sviluppo e sul vigore della pianta. Quindi il taglio verrà effettuato alla germogliatura o ad inizio fioritura se le piante risultano vigorose e le radici sono ben sviluppate, mentre con uno scarso sviluppo vegetativo sarà meglio aspettare fino a metà fioritura prima di sfalciare.

Lombardia: Costo delle Razioni alimentari per la bovina da latte

Fonte: Dairy Herd Management

Invertire il degrado dei suoli e mantenere la biodiversità
2 Maggio 2023

Lo stretto rapporto fra salute umana e qualità ambientale è un fatto riconosciuto, così come è provata la stretta correlazione fra degrado ambientale, malattie e tenore di vita. La perdita di biodiversità è uno degli effetti più evidenti di questo degrado che colpisce piante, animali, persone. Nella recente Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP 15) di Montréal, in Canada, 196 Paesi hanno ritenuto ritenuto indispensabile un approccio mondiale per dare priorità ai determinanti ambientali ed adottare politiche comuni integrate, decidendo di proteggere entro il 2030 almeno il 30% delle terre e delle acque dalla perdita di specie animali e vegetali, impegnandosi ad investire per tale scopo 200 miliardi di dollari all’anno. L’obiettivo è ambizioso e difficile, ma ne va della salute di tutti gli esseri viventi. Quando si parla di ‘salute’ bisogna considerarne i vari aspetti planetari, ecosistemici, umani, vegetali, animali, strettamente interconnessi ed interdipendenti. La natura e la sua distruzione meritano una maggiore attenzione nella governance globale in quanto determinano l’epidemiologia delle malattie trasmissibili e non trasmissibili.

Siamo dipendenti dalla Biodiversità

Siamo dipendenti dalla biodiversità per le piante, i funghi, gli animali indispensabili per la nutrizione e la sicurezza alimentare, per i farmaci, ma anche per la necessità di affrontare i potenziali rischi di diffusione delle malattie associati al commercio di specie selvatiche, che coinvolgono i settori dei trasporti e della finanza per mitigare i rischi lungo le catene di approvvigionamento. Un esempio sono i virus zoonotici che vivono negli animali ma che possono infettare gli esseri umani, come il COVID-19. Fra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’ONU, il n.15 riguarda la vita sulla terra per cui occorre invertire il degrado dei suoli per mantenerne la fertilità, immagazzinare acqua ed assorbire CO2. Per questo bisogna proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi, anche adottando pratiche colturali e gestionali agricole appropriate. Occorre anche prevenire l’introduzione di specie diverse ed invasive, proteggere le specie a rischio di estinzione, promuovere una distribuzione equa e giusta dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche ed il loro accesso.

Alla salute degli esseri viventi e del pianeta è poi collegata la giustizia. La conservazione delle risorse naturali, l’uso sostenibile, l’accesso equo e la condivisione dei benefici della biodiversità, sono valori universali, che vanno tutelati e garantiti.

Fonte: The Lancet

La narrazione sugli effetti delle produzioni animali
17 Aprile 2023

Sta prendendo sempre più piede la convinzione che l’allevamento animale sia dannoso per l’ambiente mentre l’abbandono del consumo di carne e latte salverebbe il pianeta, combatterebbe il cambiamento climatico, arresterebbe la deforestazione e la distruzione della fauna selvatica, preserverebbe le risorse idriche.

Questa narrazione può diventare fuorviante perché se il riscaldamento globale è una realtà, le azioni da intraprendere sulle cause non debbono però trasformarsi in dibattiti che ci mettono l’uno contro l’altro e ci allontanano ulteriormente da soluzioni concrete, ma da informazioni oggettive.

Il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido

Se è vero che le emissioni di anidride carbonica di origine antropica stanno aumentando, non tutti i gas serra sono negativi, anzi sono necessari per trattenere parte del calore che raggiunge la terra. Ci sono sempre stati cicli di riscaldamento seguiti da cicli di raffreddamento, ma il problema ora è che il tasso di riscaldamento del pianeta è molto più rapido. Il 75% delle emissioni proviene dalla produzione di energia, dai trasporti e dall’industria, mentre tutta la produzione animale rappresenta il 5,8% delle emissioni dirette. Questo dovrebbe essere sufficiente per iniziare a capire una volta per tutte che il problema non è solo negli allevamenti. Anche se aggiungessimo la deforestazione, che può essere parzialmente correlata agli allevamenti, saremmo nell’ordine del 7%.

L’origine di tale percezione inizia nel 2006 quando, col rapporto FAO “Livestock’s Long Shadow” (La lunga ombra del bestiame), le produzioni animali sono state messe in vetta alla lista dei responsabili delle emissioni mondiali di gas serra. Nel 2013 la FAO correggeva parzialmente tali posizioni, riducendo del 20% i dati sulle emissioni attribuibili agli allevamenti animali, ma la narrazione è continuata, ampliandosi. Una molecola di metano riscalda la terra 28 volte di più di una molecola di anidride carbonica, ed è su questo che si sono basati tutti i calcoli. Ma non è corretto paragonare le emissioni animali a quelle derivanti dai combustibili fossili. Il metano che le vacche eruttano durante la ruminazione fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi. Le piante lo trasformano in cellulosa, amido e altri composti dei foraggi ed alimenti di cui l’animale si nutre. Nel giro di una dozzina d’anni, il metano viene trasformato in CO2 e reinserito nel ciclo.

Poi c’è il ciclo del carbonio antropogenico, che da un secolo viene estratto dal sottosuolo: i suoi gas non vengono riciclati, si accumulano nell’atmosfera, dove impiegano mille anni per degradarsi ed è questo che il pianeta non riesce a sopportare.

Ciò non significa che il bestiame non possa migliorare le proprie emissioni, dato che ognuno deve contribuire alla cura del pianeta; per questo motivo lo studio e l’evoluzione dei sistemi di produzione lattiero-casearia sono indispensabili.

Non è abbassare la qualità della dieta umana che salverà il pianeta

Fatto paradossale è che sempre più celebrità “Influencer” esortano ad eliminare la carne ed il latte promuovendo come alternativa le proteine sintetiche, quasi che queste possano essere prodotte senza risorse. Abbandonare il consumo di carne e latte non solo può mettere a rischio la salute, ma non fornisce nemmeno una soluzione alla sostenibilità ambientale. Non è abbassando la qualità dell’alimentazione umana che si salverà il pianeta.

E’ chiaro che produrre latte e carne richiede terra, spazio, acqua; occorre dunque utilizzare queste risorse in modo più efficiente. Scienza e tecnologia al servizio dell’agricoltura e dell’allevamento possono permettere di raggiungere questo obiettivo, al fine di produrre più cibo e meglio per nutrire una popolazione crescente.

Fonte: edairy News