Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte [intervista]
27 Marzo 2018

Alessandra Cobalchini
Dueville, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Alessandra Cobalchini

Azienda Agricola Ca’ dei Volti.
Capi allevati: 270 | 140 in lattazione.
Destinazione del latte: cooperativa Lattebusche.

Il benessere animale come scelta etica e come opportunità commerciale. Migliorare la vita in stalla senza perdere un litro di latte. Una scelta netta quella operata dalla giovane Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville, in provincia di Vicenza. Nell’azienda agricola Ca’ dei Volti – che conduce al fianco della mamma Nadia (“io sono coadiuvante, ma stiamo costituendo la società”, dice) incaricata di seguire la parte amministrativa – alleva 270 frisone, delle quali 140 in lattazione, con una produzione di oltre 18.200 quintali di latte, conferiti alla cooperativa Lattebusche. In azienda lavorano due dipendenti, uno incaricato della mungitura e l’altro che segue il carro, le pulizie e le cuccette.

Quali interventi hai fatto di recente per migliorare la tua azienda?

“Abbiamo in progetto di costruire un’ala nuova dell’azienda per ampliare il box infermeria, l’area di steaming-up, parto e per avere specifici box per animali freschi o sotto controllo. Rifacciamo la parte delle vacche asciutte. Modificheremo i passaggi per avere abbeveratoi più ampi e abbiamo in progetto di scaldare l’acqua per la zona della sala d’attesa. Faremo anche paddock esterni per gli animali. Allarghiamo la struttura esistente adottando le misure svizzere delle cuccette, che sono più ampie rispetto a quelle previste dall’Unione europea. Fino ad ora abbiamo in preventivo di spendere circa 120mila euro”.

Come mai questa scelta?

“Per il benessere animale. Per scelta etica, innanzitutto. E poi per un’esigenza commerciale. Acquirenti svizzeri sono interessati ai formaggi di Agriform, che si occupa di produzione e commercializzazione. Sono molto esigenti sul fronte del benessere animale e questo risponde anche alla nostra sensibilità aziendale. Ci adeguiamo volentieri ai loro standard. Peraltro, abbiamo già avuto i sopralluoghi del Crpa di Reggio Emilia, del nostro podologo aziendale, che è certificatore riconosciuto per il benessere animale, dell’Associazione regionale degli allevatori del Veneto e dell’Azienda sanitaria locali. Tutti hanno parametri un po’ diversi, ma siamo in regola”.

La definizione di benessere animale è una sola, i parametri sono diversi. In cosa consiste questa differenza?

“Gli svizzeri hanno parametri adeguati alle loro idee e alle loro esigenze, hanno misure diverse dai nostre anche perché le dimensioni delle loro vacche sono un po’ diverse da quelle italiane. Si rifanno esclusivamente agli aspetti numerici. Dimensioni, luce, paddock, tutto è abbinato a valori numerici. Il Crpa ha una componente soggettiva: guarda gli animali, controlla le loro reazioni, ha un impatto visivo soggettivo. Fra i due approcci vi sono notevoli differenze. Ad esempio, nella nostra stalla abbiamo vacche gravide che vanno per il nono parto. Per noi questo è indice di longevità e benessere e lo reputiamo un aspetto positivo, gli svizzeri invece non tengono conto di queste cose”.

Che cosa significa fare una scelta etica in stalla?

“Esattamente quello che abbiamo fatto noi. Avere animali solidi, sani, longevi, che producono di più e che stanno bene, perché più controllati. Nella nostra stalla puntiamo ad evitare gli antibiotici, facciamo una asciutta selettiva, usiamo il minimo indispensabile di ormoni per la fertilità. Ci è capitato di vendere 10 animali da vita e la quantità di latte non è diminuita. Inoltre, stiamo cercando di lavorare con alimenti che non richiedano interventi eccessivi, fitofarmaci, concimi o diserbi”.

Questa decisione ha imposto anche un cambiamento nelle scelte colturali in campo?

“Sì. Non seminiamo più mais, lo acquistiamo. Da due anni la nostra parte arativa è coltivata a sorgo, che richiede meno acqua e molti meno trattamenti. Noi prepariamo gli erbai e ci curiamo degli sfalci, ma tutta la parte dell’attività della campagna, dalla semina allo spandimento dei reflui, è affidata a un contoterzista. I dipendenti e i mezzi necessari ci costerebbero molto di più”.

Qual è la vostra filosofia aziendale?

“Lavoriamo come una squadra: alimentarista, podologo, veterinario, dipendenti, siamo tutti in armonia. Anche per questo motivo abbiamo deciso di affidarci a un’unica azienda mangimistica, che fornisce dal latte in polvere per i vitelli all’alimentazione per i bovini. Così evitiamo lo scaricabarile, fenomeno classico quando si hanno più fornitori: il problema è sempre degli altri”.

Hai 30 anni, sei giovane. Come mai hai scelto di fare l’allevatrice?

“L’azienda è partita col nonno materno, ma anche il papà proviene da una famiglia di allevatori. Ho avuto massima libertà. I miei genitori mi hanno detto di studiare quello che mi interessava di più e mi sono laureata in Lettere moderne a Venezia. La mia passione, però, era l’allevamento”.

Quanto è importante la formazione?

“È fondamentale e, soprattutto i giovani, dovrebbero concentrarsi sulla conoscenza del computer e di almeno una lingua straniera. Ritengo che sia sbagliato sacrificare la formazione per il lavoro. Per questo noi abbiamo deciso di avere due dipendenti: per avere la libertà di visitare le aziende, per fare corsi di formazione, per confrontarsi e perché ognuno di noi possa avere adeguati turni di riposo e ferie( si lavora meglio se ci si può svagare e riposare). Oggi possiamo contare su internet, ma non dobbiamo dimenticare che si deve anche studiare e non limitarsi a consultare e basta”.

Che impianto di mungitura hai in azienda?

“Ho un impianto recuperato dai gruppi di trasporto latte della stalla a stabulazione fissa, inseriti in una spina pesce. Mungiamo con 7 gruppi di mungitura, ma è una 7+7 che ci permette di avere un unico mungitore. Sono contraria al robot”.

Perché?

“Col numero di capi che ho dovrei inserire tre robot, ma sarei da sola a gestirli e questo mi vincolerebbe in azienda. Inoltre, sono convinta che il robot non abbia ancora raggiunto un livello di perfezionamento tale da sostituirsi all’occhio dell’uomo. Credo che il robot se non sfruttato nelle sue piene potenzialità, insomma, faccia perdere il contatto con gli animali. Con la mungitura tradizionale vedi subito l’animale zoppo o che non sta bene, non devi aspettare che te lo segnali una macchina”.

Cosa fai nel tempo libero?

“Sono appassionata di equitazione, ho un cavallo. Mi piace leggere. E dormire, visto che mi alzo alle 4:30”.

Azienda Agricola Ca’ dei Volti

In malga siamo più avanti del biologico [intervista]
10 Ottobre 2017

Sara Strazzabosco
Canove, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Sara Strazzabosco

Azienda Agricola Frigo Roberto.
Capi allevati: 120 | 70 in lattazione.
Destinazione del latte: Caseificio Aziendale e Caseificio Finco di Enego.

Nell’azienda Frigo Stöff di Canove, uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, la qualità fa rima con multifunzionalità e diversificazione produttiva. Il concetto di zootecnia si declina nel settore della produzione del latte e della carne suina, sublimata nell’arte norcina. Per non parlare della vendita diretta e dell’agriturismo, che d’estate girano a pieno regime, agevolati dal flusso turistico che anima il territorio e che trova approdo nella malga Larici di Sotto.

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti, perché è capitato, anche nel recente passato, di attraversare alcuni mesi in cui la fattura del mangime è più alta del prezzo del latte alla stalla”, ammette Sara Strazzabosco, 22 anni, che conduce l’azienda insieme allo zio Roberto Frigo e alla mamma Lorella. D’estate, quando non è impegnato a scuola, alle attività partecipa anche il fratello di Sara, Alessandro, che frequenta la quarta superiore.

I capi allevati sono 120, dei quali 70 in lattazione, che nel periodo estivo salgono in malga. Sono 25, invece, i suini allevati, utilizzando anche il siero della caseificazione. Per vedere come trovano sublimazione il latte e la carne suina, è altamente consigliabile una visita sul sito www.frigostoff.it.

Trasferire le bovine in malga porta benefici?

“Sì, di vario genere. Innanzitutto, c’è un risparmio in termini economici sia per l’alimentazione che per i farmaci. Gli animali sintetizzano meglio la vitamina D, rimanendo al sole e anche i piedi e le unghie si sanificano rispetto al periodo passato in stalla. Persino una nostra vacca che ha ormai sette anni e soffre di depressione post partum rinasce, quando è in malga”.

Quanto latte producete?

18-20kg di latte per capo al giorno

“Circa 15 quintali all’inizio dell’estate, che a settembre scendono intorno ai 10 quintali. Siamo sui 18-20 chilogrammi per capo al giorno, al 3,6% di grasso e 3,3% di proteine. Sono quasi tutte di razza Frisona, anche se il divario con le performance della Bruna è palese, che ha valori di grasso e proteine superiori e un’attitudine alla caseificazione più spiccata. Abbiamo solamente cinque brune, più una manza gravida. Abbiamo anche un toro aziendale bianco e nero”.

Di cosa si occupa in azienda?

“Curo gli animali, seguo l’agriturismo e la vendita diretta, mentre mio zio è il casaro e si occupa di foraggi e alimentazione. Mia madre fa la spola, quando siamo in malga. Con la vendita diretta e l’agriturismo il carico di lavoro è aumentato, ma stiamo avendo delle grandi soddisfazioni”.

Che ritorni avete dalla vendita diretta?

9-10€/kg è il prezzo per il consumatore

“Quando parliamo di Asiago, se al commerciante vendi a 7,50 euro al chilogrammo, al consumatore arrivi comodamente a 9-10 euro al kg. E se il prodotto è stagionato, il prezzo è ancora più alto. Noi fortunatamente riusciamo a vendere quasi tutta la produzione al consumatore.”.

Sta riscuotendo molto interesse da parte dei consumatori il cosiddetto “milk grass”, il latte prodotto da animali alimentati al pascolo o col fieno. Lo producete?

“No, perché nel periodo invernale facciamo unifeed con il nostro fieno, ma anche con una miscela di mais e soia. È una questione anche di carburante, se posso utilizzare questo termine che semplifica il concetto. Una frisona ha bisogno di introdurre altri elementi, oltre al fieno, per stare in piedi. Anche in malga, dove i capi mangiano invece solo erba, in fase di mungitura beneficiano di circa 3 chili di mangime, fondamentale per dare energia all’animale. E se c’è poca erba, solitamente nelle ultime settimane di alpeggio, integriamo con il fieno, tutto di nostra produzione, anche per tenerle vicino alla malga ed evitare che vaghino in maniera incontrollata. Non usiamo comunque insilati”.

Dove producete il formaggio?

“Fino all’anno scorso facevamo la caseificazione solamente in malga nel periodo estivo. Dallo scorso inverno, invece, abbiamo realizzato a Canove una bottega aziendale e un laboratorio per la lavorazione dei formaggi freschi durante l’inverno, da affiancare a quelli stagionati prodotti in malga. Siamo soci del Consorzio tutela dell’Asiago DOP e produciamo la tipologia Prodotto della Montagna.

Il marchio della montagna rappresenta un valore aggiunto?

“Sì. È difficile quantificare il valore, ma anche nella GDO i consumatori cercano il marchio legato alla malga, alla montagna, l’alimentazione a fieno o il pascolo erba. Pensano sia più buono, anche se magari è solo un discorso di immagine”.

Pensate di convertirvi al biologico? Il consumatore cerca i prodotti bio.

Nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico

“No, perché personalmente non ci credo. È meglio per i consumatori conoscere direttamente i produttori, come li realizzano e che parametri rispettano. Anche perché, ad essere sinceri, nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico. Basta solo saperlo comunicare”.

Il latte che non trasformate direttamente dove va?

“Lo conferiamo al Caseificio Finco di Enego”.

Quanto conta il benessere animale?

“Moltissimo e lo capiamo immediatamente dal comportamento dei nostri animali. Le nostre vacche stanno benissimo: le teniamo molto pulite, su cuccette a paglia. Abbiamo installato il rullo perché possano grattarsi. In malga, poi, il livello è massimo, sono di fatto in vacanza 3-4 mesi”.

Come mungete?

“A Canove abbiamo una sala mungitura da cinque posti in tandem, in malga invece è una 4+4 a spina di pesce, che è più veloce”.

Che cosa fate, invece, per la sostenibilità?

“Sul fronte dell’alimentazione animale utilizziamo solo il nostro fieno e all’alimentarista chiediamo che i cereali e le materie prime vengano da più vicino possibile; per il mais è complicato, per il problema delle aflatossine. Cerchiamo anche di premiare i clienti che ci riconsegnano i vasetti di vetro dove è contenuto il nostro yogurt: ogni cinque restituiti ne diamo uno in omaggio”.

Chi viene in montagna deve vivere la natura

Una delle politiche sostenute dall’Unione europea per le aree rurali è la diffusione della banda larga per le comunicazioni. Che risultati ha dato?

“Pochi. Non abbiamo il wi-fi in malga e sinceramente non lo vorrei. Chi viene in montagna deve vivere la natura”.

La mandria al pascolo presso l’Azienda Frigo Stöff

Ammodernare la sala di mungitura è un sistema superato [intervista]
6 Settembre 2017

Luca Perletti
Gorlago, Bergamo – ITALIA

L’allevatore Luca Perletti

Azienda Agricola Perletti.
Capi allevati: 400 | 180 in lattazione.
Ettari coltivati: 100.
Destinazione del latte: Mozzarella di Seriate (stabilimento Preziosa), yogurt, latte-dessert e ricotta (caseificio aziendale).

Un milione di euro investiti negli ultimi anni per avere una stalla di ultima generazione (è la “Stalla etica” di Rota Guido), robot di mungitura, un caseificio aziendale per produrre yogurt, latte-dessert e ricotta. Tantissimo lavoro e un’attenzione maniacale al benessere animale (“un animale sano produce di più e costa meno”) e ai conti aziendali, per avere il bilancio dettagliato delle attività, dei costi e dei ricavi, che illustrano nell’intervista.

È questa la filosofia di Luca Perletti, 30 anni, che insieme al padre Antonio, allo zio Bortolo, al cugino Matteo e alla sorella Elisa conduce un’azienda agricola all’avanguardia a Gorlago (Bergamo): 100 ettari e una mandria di 400 capi totali, dei quali 180 in lattazione. La produzione annuale di latte si aggira sui 2 milioni di litri, al 3,75% di grasso e al 3,25% di proteine, con 130 cellule somatiche e 4.000 di carica batterica.

Luca Perletti, quando è iniziata l’avventura in agricoltura?

40% della spesa a fondo perduto, grazie al Psr lombardo

Poco più di due anni fa io e mio cugino Matteo siamo subentrati ai nostri genitori nella conduzione. Abbiamo pensato di cambiare approccio produttivo e costruire una stalla che mettesse al centro il benessere degli animali e di chi ci lavorava. È così che abbiamo deciso di investire in una nuova stalla, realizzata con Rota Guido, e grazie ai finanziamenti del Psr della Lombardia per i giovani, che ci ha permesso di ottenere il 40% della spesa a fondo perduto”.

Che cosa significa per voi benessere animale?

+15% produzione per vacca

 

+25% latte di massa prodotto

Significa poter contare su una mandria che sta meglio, che produce di più e che, di conseguenza, costa meno all’azienda. Con la nuova stalla, che abbiamo costruito a partire dal 2015 e che abbiamo inaugurato a gennaio dello scorso anno, abbiamo registrato un notevole miglioramento riproduttivo e delle performance in fase di lattazione. Le produzioni sono aumentate del 15% per ciascuna vacca e del 25% nel latte di massa. Questo ci ha permesso di aumentare il numero degli animali, passando con la rimonta interna da 140 a 180 capi in mungitura, nel giro di un anno. La stalla e le nuove strutture dovremmo, in questo modo, ammortizzarle nel giro di 7-8 anni”.

Quando avete costruito la stalla avevate già un modello in testa?

No. Abbiamo visitato aziende in Spagna e nel Nord Europa. La nuova struttura che abbiamo realizzato non ha pareti di contenimento, ha un sistema automatizzato di pulizia con raschiatori, che passano 12 volte al giorno e un sistema di raffrescamento che combina ventilazione e docce, grazie a un programma che misura il THI (il rapporto temperatura/umidità, ndr) e regola l’intensità della ventilazione. Inoltre, al posto della tradizionale sala di mungitura abbiamo installato tre robot, che gestiscono 60 capi ciascuno”.

È stato complesso abituare la mandria ai robot?

Non particolarmente, ma è un lavoro costante. Nel giro di un mese e mezzo dal funzionamento dei robot circa l’80% degli animali entrava da solo, invogliato anche dalla presenza della razione alimentare. È stato comunque un lavoro lungo sei mesi e ancora adesso circa l’8-10% delle vacche non entrano da sole. Abbiamo comunque un dipendente, che gestisce la stalla e i vitelli e che si occupa delle bovine più refrattarie al robot”.

A chi vendete il latte?

Allo stabilimento Preziosa, per la produzione di Mozzarella di Seriate”.

Avete anche un caseificio aziendale. Cosa producete?

Trasformiamo il 5% della nostra produzione lattiera in yogurt cremoso e da bere, dessert come panne cotte, budini e creme-caramel, ricotte, ma anche latte fresco e pastorizzato per bar e gelaterie”.

Qual è il guadagno rispetto alla vendita all’industria?

È di almeno il 300% in più. Quest’anno abbiamo raddoppiato le macchine per la produzione e acquistato un furgone per le consegne. L’anno prossimo, se continua così, aumenteremo i volumi di latte lavorato”.

Coltivate 100 ettari. Come?

Seminiamo medica, fieno maggengo, loietto, mais e frumento da insilare. Insiliamo anche il primo e l’ultimo taglio di erba medica e, normalmente, facciamo sempre quattro o cinque tagli. Quest’anno abbiamo deciso di modificare e aumentare la produzione di proteina data dalla medica, riducendo le proteine derivanti dalla soia”.

Perché?

Per noi la medica è l’ideale, facciamo sempre 4-5 tagli all’anno. Diminuiremo il mais, destinato solo a terreni in grado di garantire una resa maggiore. Aumenteremo i cereali da sorgo e il frumento, per avere più fibra. Continueremo ad acquistare farina di mais, soia e integratori”.

Avete una gestione dei conti?

35cent/litro il nostro breaking point

Sì, facciamo sempre i bilanci interni, tenendo conto di tutti gli ammortamenti, delle assicurazioni e delle spese che normalmente gli agricoltori si dimenticano di contabilizzare. Noi abbiamo un costo alimentare per ogni litro di latte prodotto di 16 centesimi: questa è la base di partenza. Ma considerando gli investimenti, le spese di campagna, la manutenzione, abbiamo un costo di 42 centesimi per litro prodotto, Iva inclusa. Il nostro ritorno è di 45-46 centesimi, Iva e premi inclusi, comprensivi della vendita dei vitelli e delle bovine ai macelli. Quest’anno avremo margini più alti, visto che il prezzo è passato da 33 a 38 centesimi al litro. In ogni caso il nostro breaking point è indicativamente intorno ai 35 centesimi al litro, più Iva e premi qualità”.

Fra le innovazioni mirate alla sostenibilità, avete pensato all’irrigazione a pioggia?

No. Siamo in una zona in cui non c’è molta disponibilità di acqua, ma finora non ho preso in considerazione i sistemi di irrigazione a goccia, almeno sul mais. Non sono convinto dei costi, li trovo elevati, ma sicuramente in futuro valuteremo attentamente questo investimento, perché siamo molto sensibili alla sostenibilità delle nostre produzioni”.

State pensando al business delle rinnovabili?

Sì, abbiamo intenzione di realizzare impianto di biogas da 100 kw, che produce energia per l’80-85% grazie ai reflui aziendali e scarti. Per il restante 15% dell’alimentazione del digestore pensavamo di utilizzare il canneto (arundo donax padano), perché a parità di metri quadrati di terreno utilizzato, produce il doppio di fibra rispetto al mais. È un foraggio non idoneo al consumo umano, ma che serve solo per le energie rinnovabili. Abbiamo calcolato che servono circa 30-40mila euro di spesa per produrre 20 kilowatt di energia. Costa di fatto solamente la prima semina, perché poi quando le radici raggiungono la falda acquifera nel terreno la coltura diventa autosufficiente sul piano idrico e non ha costi di pesticidi o fertilizzanti”.

Vi conviene coltivare direttamente la terra? In Olanda gli allevatori si servono per le lavorazioni in campagna di contoterzisti, ai quali affidano per intero la gestione dei campi.

In verità io sono convinto che sia più vantaggioso affidare la campagna ai contoterzisti. Credo che costerebbe di meno rispetto alla gestione diretta. Dobbiamo affrontare in azienda questo aspetto, perché non è solamente una questione di costi, ma è anche un cambio di mentalità radicale. Valuteremo di certo entrambi i percorsi”.

Quali altri investimenti avete in programma?

Attendiamo il completo ammortamento del carro unifeed, poi ne acquisteremo uno auto-semovente, per completare il percorso nell’ambito della zootecnia di precisione”.

Che consigli ti senti di dare, da giovane, ai tuoi colleghi coetanei?

Dico loro di non pensare nemmeno a realizzare o ad ammodernare una sala di mungitura: è un sistema passato. Molto meglio il robot, che è un modello di gestione totalmente diverso. Certo, serve una mente aperta, ma non è difficile adattarsi al robot e apprezzarne i vantaggi, soprattutto legati al benessere animale. Riuscire a produrre latte in modo sostenibile e secondo elevati standard di benessere corrisponde agli standard che i consumatori oggi richiedono”.

Che cosa fai nel tempo libero?

Amo leggere e faccio molto sport, in particolare arti marziali come Muay Thai e Calisthenics”.

 

Azienda Agricola Perletti

 

Il futuro sarà nel segno del Grana Padano [Intervista]
1 Agosto 2017

Stefano Pasquali
Torre De’ Picenardi, Cremona – ITALIA

L’allevatore Stefano Pasquali

Azienda Agricola Pasquali Stefano E Gamba Cinzia.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati: 220.
Destinazione del latte: Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari (Latteria Soresina).

“Il costo attuale della razione alimentare delle vacche in lattazione è di 5,05 euro per capo al giorno. Tenuto conto che la produzione è di 33 chilogrammi per capo al giorno, l’uscita per l’alimentazione delle bovine in mungitura è di 0,152 euro al chilo”.

Quello che per Stefano Pasquali – 40 anni, allevatore di Torre de’ Picenardi (Cremona), che conduce insieme al fratello Luigi un’azienda da 220 ettari (coltivati a mais, erba medica e su 70 ha a mais di secondo raccolto) e con una mandria di 650 capi (300 in mungitura), gestita con l’aiuto di cinque dipendenti a tempo pieno e uno a part time – è una normale attenzione alla gestione oculata della stalla, per conoscere nella realtà quanto spende per alimentare le vacche, non lo è forse per tutti.

“Negli ultimi anni ho inserito in razione il frumento insilato – precisa – con buoni benefici in termini di ingestione, soprattutto nel periodo estivo; inoltre, sono migliorati i parametri qualitativi del latte, in particolare il grasso”.

Il latte (36.723 quintali, al 3,81% di grasso e al 3,46% di proteine) è conferito alla Latteria Soresina, per la produzione di Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari. Quello che è importante, però, è conoscere quanto costa l’alimentazione delle bovine, variabile che incide non poco sui bilanci aziendali.

Stefano Pasquali non utilizza la formula più o meno standard presente in quasi tutti i programmi di razionamento forniti dagli alimentaristi, “perché determinano in automatico i costi della razione, ma spesso portano a calcoli approssimativi, in quanto non tengono adeguatamente conto dei reali livelli di ingestione degli animali”.

Ecco che l’allevatore cremonese si è creato un proprio foglio Excel, dove inserisce tutti i costi di produzione. Una pratica adottata da anni, tanto che nel 2009 in un’intervista dichiarava: “La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci”. E allora i numeri dell’azienda Pasquali erano diversi: 480 capi in stalla e 130 ettari coltivati.

Da allora, il corpus aziendale di Torre de’ Picenardi si è ammodernato, con una sala di mungitura 12+12 in parallelo, con mungitura posteriore e un impianto per la produzione di biogas da 625 kw, alimentato con liquame bovino, pollina di un allevamento avicolo vicino e insilato di mais. “In peso parliamo di 30 tonnellate di liquami, 2,5 tonnellate di pollina e 25-26 tonnellate di insilato di mais – riassume Pasquali -.

Il digestato viene utilizzato tutto in campagna e consente di confinare l’urea chimica intorno al 30-40% dell’azoto totale impiegato nei campi.
Gli ultimi investimenti sono andati in direzione di un ampliamento aziendale, ma con attenzione al benessere animale. Nel 2014, infatti, sono stati installati nuovi impianti di ventilazione in stalla e posizionate nuove cuccette con materassini in lattice, grazie a una nuova struttura.

Per ora nessun investimento in agricoltura di precisione. “Ci vuole una dimensione aziendale adeguata per poterli giustificare e serve anche un parco macchine adeguato – afferma -. Non li escludo a priori, comunque, vedremo in futuro”. In standby anche l’irrigazione a goccia: “L’avevamo presa in considerazione, ma i costi erano ancora troppo sbilanciati rispetto ai sistemi a pioggia”.

Ed è questione di costi anche la conversione al biologico. “Non siamo interessati a passare al bio – ammette – ma sappiamo che per alcuni può essere un’opportunità. Bisogna, naturalmente, valutare se i maggiori costi produttivi sono compensati dalle entrate”.

Il futuro, secondo Stefano Pasquali, sarà per gli allevatori del distretto incentrato sempre più nel segno del Grana Padano. “È il prodotto che ad oggi garantisce la remunerazione migliore rispetto alla media degli altri prodotti lattiero caseari – osserva -. Inoltre, è un mercato contingentato e ha margini di miglioramento a livello di internazionalizzazione”.

La filiera, dunque, è chiamata a leggere i conti, confrontare entrate e uscite e, magari, valutare alleanze per conquistare spazi all’estero. “La Latteria Soresina ha una grande storia di aggregazioni e fusioni – conclude -. Se ci sono le condizioni per creare intese per l’export, fra cooperative o insieme all’industria di trasformazione, non vedo perché no. La dimensione è importante e presentarsi in due al posto di cinque più piccoli, è economicamente più vantaggioso”.

Stefano Pasquali presso la sua azienda agricola

Acqua e siccità: la “spiga” di Teseo
26 Luglio 2017

Forse anche oggi ci sarà un John Steinbeck che scrive un romanzo sulla siccità e sul “Dust Bowl”. Vedremo. Quello che è certo è che oggi c’è una maggiore consapevolezza sull’acqua come risorsa rinnovabile, ma limitata, come elemento vitale da rispettare e proteggere. E da impiegare in maniera intelligente e non conflittuale.

La lezione – divertente, in un labirinto a colpi di clic e consultabile anche attraverso lo smartphone – la tiene Teseo by Clal.it, il sito dedicato agli agricoltori e agli allevatori per un’agricoltura e un allevamento sostenibili.

È sulla tavolozza infatti di Teseo che Angelo Rossi, fondatore di Clal.it, portale di riferimento per il settore lattiero caseario, ha chiesto di raccontare in termini semplici al filosofo Giorgio Garofolo acqua ed al prof. Graziano Negri energia. L’obiettivo è quello di spiegare, specialmente ai giovani, che cos’è l’acqua, cosa può portare una sua assenza o, al contrario, una sua gestione razionale e consapevole.

Su Teseo acqua ed energia (della quale parleremo un’altra volta) rappresentano i due lati di una spiga ideale, simbolo per eccellenza dell’agricoltura.

Di che colore è l’acqua? È blu, come l’acqua di superficie contenuta in fiumi, laghi, canali o che proviene dal sottosuolo. Ma è anche verde, intesa come acqua nevosa o piovana o che viene traspirata attraverso le piante e assorbita dal terreno sotto forma di umidità. Ma l’acqua può essere anche grigia, intesa come il volume di acqua dolce necessario a diluire il carico di inquinanti generato da un determinato processo, in modo da mantenere invariati gli standard qualitativi dell’acqua di origine.

La grande siccità di queste settimane ci deve far riflettere sul bene acqua, una risorsa rinnovabile, ma limitata. Il 97,5% dell’acqua, infatti, è salata e non tutta l’acqua dolce può essere utilizzata. La sua distribuzione, inoltre, non è omogenea nelle aree del Pianeta e la sua diffusione è influenzata dai cambiamenti climatici. A questo si deve aggiungere che l’inquinamento è più rapido dell’azione purificatrice del ciclo idrogeologico, dal che se ne deve dedurre che l’acqua accessibile per uso umano costituisce solo lo 0,001% del totale e che oggi l’acqua prelevata è superiore rispetto alle risorse idriche disponibili.

La quantità d’acqua effettivamente disponibile per gli utilizzi da parte dell’uomo, che risulta facilmente accessibile e annualmente rinnovabile è stimata in circa 12.500 Km3
TESEO.clal.it – La quantità d’acqua effettivamente disponibile per gli utilizzi da parte dell’uomo, che risulta facilmente accessibile e annualmente rinnovabile è stimata in circa 12.500 Km3

Gli utilizzi crescenti di acqua da parte dell’uomo producono aumento della domanda e incremento del prelievo, con la conseguenza di provocare una scarsità ambientale ed economica e una degradazione delle risorse idriche rispetto agli indici di qualità delle acque.

Aumento della domanda e incremento del prelievo
TESEO.clal.it – Aumento della domanda e incremento del prelievo

L’acqua è un grande universo. L’acqua, se si vuole applicare un concetto esteso, è un grande universo, centrale nel pensieroessenziale per la vita biologica, fondamentale per lo sviluppo economico e sociale e per tutti questi fattori è importante e allo stesso tempo pone questioni vitali di “idropolitica”. Questo significa che l’acqua richiede azioni condivise di gestione perché è un bene economico e strategico verso il quale sono necessarie approcci di economia circolare. Allo stesso tempo, è un bene comune che può essere privatizzato e, per questo, richiede equità sociale, affinché i profitti non generino conflitti.

L’acqua influenza le nostre vite. L’acqua condiziona strutturalmente gli ambiti economicosocialeambientale e influenza direttamente le nostre vite e il nostro futuro attraverso sicurezza alimentareaccessibilità e sicurezza idricasicurezza energetica. Parliamo di un elemento essenziale dello sviluppo sostenibile solo se la gestione delle risorse e delle infrastrutture idriche opera con modalità partecipativa e responsabilità condivisa, è in grado di regolare i conflitti, adotta un approccio globale in termini di equità sociale.

Scienza e società sono strettamente correlate all’acqua. La prima è chiamata al monitoraggio dei sistemi idrici, lo sviluppo di nuove tecnologie, alla valutazione della sostenibilità degli utilizzi; la seconda induce necessariamente a una presa di coscienza verso nuovi stili di vita, la riduzione delle disuguaglianze, alla diffusione del benessere.

L’impronta idrica. Esiste anche un modo per calcolare la produzione, il consumo di un prodotto, di un’azienda, di una filiera, ma anche di un individuo, un gruppo, un paese e dell’acqua intesa in modo globale: l’impronta idrica, cioè il volume di acqua dolce utilizzato per produrre beni e servizi che misura il consumo lungo la filiera, l’inquinamento, gli effetti del commercio, la sostenibilità degli usi dell’acqua. Tale impronta idrica è determinata da molteplici fattori, rappresentati dal volume della domanda, dalla sua composizione, dalle condizioni climatiche e dalle tecniche produttive.

L'impronta idrica della produzione in Italia
TESEO.clal.it – L’impronta idrica della produzione in Italia

Acqua e agricoltura. L’agricoltura è il settore produttivo che a livello globale utilizza la quota maggiore di risorse idriche, in particolare nell’irrigazione (pari a 69% il prelievo di acqua dolce livello globale, percentuale che supera il 90% la maggior parte dei paesi del mondo in ritardo di sviluppo).

Prelievo d'acqua per settore e per area geografica
TESEO.clal.it – Prelievo d’acqua per settore e per area geografica

L’agricoltura è particolarmente esposta ai cambiamenti climatici e alla riduzione della disponibilità di acqua. Si calcola che entro il 2050 l’agricoltura dovrà produrre 60% di alementi in più a livello globale e il 100% di alimenti in più nei paesi in via di sviluppo. Per questi motivi ridurre l’impronta idrica del settore è una necessità sostanziale.

È possibile ridurre l’impronta idrica in agricoltura? Sì, certamente, attraverso aziende ecocompatibili, una gestione politica sostenibile dell’acqua alimentare, utilizzando acque non convenzionali (come le acque salmastre o i reflui urbani depurati).

È possibile ridurre l’impronta idrica anche con il miglioramento dell’efficienza nell’irrigazione attraverso il calcolo delle esigenze di acqua blu e verde delle colture, il monitoraggio dello stato idrico del suolo delle piante, la micro-irrigazione, l’irrigazione di precisione, lo stress idrico controllato.

Allo stesso tempo è fondamentale pianificare l’uso delle risorse idriche a livello di unità suolo-cultura, di azienda agraria, di bacino. Inoltre, risulta indispensabile l’adattamento ai cambiamenti climatici, utilizzando tecniche informatiche per l’uso razionale e sostenibile delle risorse idriche a livello territoriale. Allo stesso tempo, risultano fondamentali le tecniche di aridocoltura, appropriate per ambiente di tipo arido o semiarido (dry farming) e che devono essere utilizzate per ottenere effetti più incisivi con altre tecniche come le barriere frangivento, i corridoi ecologici, le sistemazioni idrauliche, le lavorazioni conservative, la pacciamatura, il controllo delle specie infestanti e il tipo di coltivazione scelta.

Sostenibilità su TESEO.clal.it
Sostenibilità su TESEO.clal.it

TESEO.clal.it –

Acqua, aria, terra e fuoco: la stalla etica
11 Luglio 2017

Se allevare bene è anche una questione di filosofia, allora non stupisce che la stalla etica progettata da Rota Guido sposi i quattro elementi dei filosofi presocratici: acqua, aria, terra e fuoco (quest’ultimo sostituito dal sole, sia come fonte di calore che come fonte di luce).
Tutto questo per raggiungere un equilibrio e massimizzare i risultati nell’ottica del benessere animale, dell’economia e dell’ambiente. In una parola cara a TESEO: sostenibilità.

Animali, alimentazione e ambiente condizionano il risultato economico dell’allevamento.

Animali, alimentazione e ambiente, con l’ultimo parametro assimilato al luogo e alle condizioni in cui vivono gli animali in stalla, condizionano il risultato economico dell’allevamento. Ne è convinta l’azienda Rota Guido, che proprio sulla stalla etica ha lanciato una campagna diretta agli allevatori.

Quali sono i punti chiave?
La stalla etica dovrà garantire:

  • il miglior livello igienico sanitario,
  • ideali condizioni di benessere animale,
  • ottimali condizioni microclimatiche e di qualità dell’aria,
  • facile organizzazione del lavoro e delle operazioni di governo e di controllo,
  • sostenibilità ambientale ed economica.

La stabulazione deve essere libera

Sul piano della logistica la stabulazione deve essere assolutamente libera, con aree separate nella corsia di foraggiamento, nella corsia di alimentazione, grazie a zone di riposo coperte e a paddock completamente o parzialmente scoperti.

Anche la sala di mungitura dovrà essere collocata nella posizione ideale, cioè più facile da raggiungere per le bovine attraverso un percorso diretto e facile da percorrere. Questo significa, ad esempio, che il robot di mungitura dovrà essere posto al centro della stalla, mentre una sala di mungitura tradizionale dovrà essere addossata a uno dei due lati più corti della struttura.

Rota Guido – Estratto dal video “La Stalla Etica”

Adiacente alla zona di mungitura saranno presenti vasche di abbeveraggio con sistemi per un veloce riempimento, una facile pulizia, un controllo di temperatura dell’acqua.

Ventilazione e sistema di bagnatura dovranno essere funzionanti nelle ore più calde della giornata, quando le temperature possono stressare gli animali.

I bovini scelgono dove riposare.

Libertà e benessere animale significano anche che i bovini hanno la possibilità di scegliere in quale area della stalla andare a riposare. La zona di riposo per gli animali può essere classificata come una superficie di 15-20 m² per capo, con compost barn (lettiera permanente che, opportunamente gestita e arieggiata con erpice, mantiene attiva un processo di fermentazione è aerobica).

Un sistema di copertura regolabile della struttura consentirà una variazione del rapporto fra superficie coperta e scoperta fino al 50 per cento. Quali sono i vantaggi? In estate l’aumento della ventilazione naturale, con un notevole effetto di raffrescamento nel periodo notturno e la possibilità di ombreggiamento totale durante la giornata.
Nel periodo invernale, invece, la possibilità sarà quella di sfruttare l’irraggiamento solare, con un notevole miglioramento delle condizioni igieniche dell’ambiente e delle lettiere e un benefico effetto diretto sugli animali.

Biogas e raccolta del digestato

Biogas e impianto di raccolta del digestato, ai fini dell’utilizzo agronomico, sono i naturali corollari della stalla ideale. La corretta gestione delle deiezioni zootecniche, infatti, prevede trattamenti mirati a governare la gestione operativa e ottimizzare anche il loro valore organico ed economico.

Una stalla etica, in grado di produrre latte etico. Molto più che un semplice ideale.

Rota Guido -
LA STALLA IDEALE_Intervento
Rota Guido - "La Stalla Ideale"
pdf 5 MB | 2198 clicks

Il biologico è come rinascere [intervista]
5 Luglio 2017

Guido Coda Zabetta
Castellengo di Cossato, Biella – ITALIA

L’allevatore Guido Coda Zabetta

Azienda Agricola Coda Zabetta Guido.
Capi allevati: 200.
Ettari coltivati: 60.
Destinazione del latte: mozzarelle, burrate e formaggi freschi (caseificio Pugliese).

“Il biologico è come rinascere un’altra volta: tutto quello che hai imparato lo devi dimenticare. È una scelta particolare ed è come un abito su misura. Questo significa che prima di iniziare a produrre devi avere già un contratto in tasca. Non si deve commettere l’errore in cui cadono spesso gli allevatori, che pensano solo a produrre e mai a vendere”.
Parola di Guido Coda Zabetta, allevatore 48enne di Castellengo di Cossato (Biella), dove conduce un’azienda agricola di 60 ettari e alleva 200 bovine di razza Bruna (70%) e Frisona (30%). Ad aiutarlo le sorelle Emiliana e Franca e da un anno anche il nipote Francesco Demontagu.

Coda Zabetta, quando ha deciso di passare al biologico?

“Un anno fa, perché con la crisi di mercato che c’era non saremmo sopravvissuti. La leva è stata l’aspetto economico, senza dubbio. Si è aperto un mondo nuovo e oggi vendiamo il latte a 16 centesimi al litro in più rispetto al convenzionale, oltre al premio qualità”.

Che cosa è cambiato?

“Tutto. È un modo completamente diverso di fare agricoltura. È una sorta di ritorno alle origini, perché è evidente che non abbiamo inventato nulla: abbiamo ripreso a fare agricoltura come i nostri nonni con l’aiuto della tecnologia e della meccanizzazione. Ma il biologico risponde anche alle esigenze dei consumatori, che pretendono una maggiore sostenibilità delle produzioni e una grande attenzione all’impatto ambientale dell’allevamento. Negli anni scorsi abbiamo fatto anche investimenti sulle rinnovabili, installando un impianto fotovoltaico da 150kw per autoconsumo”.

Che percorso ha dovuto seguire per la conversione?

“Il percorso di conversione è durato un anno complessivamente, nella sua formula semplificata, ma è la parte più dura, perché devi comprare prodotti bio, mentre vendi il latte ancora come convenzionale. Sono sei mesi durissimi, ma servono per entrare nella nuova fase, che è una filosofia di vita completamente diversa. E capisci che il rischio è che l’agricoltura diventi schiava della chimica”.

Che cosa ha dovuto cambiare?

“Se guardiamo agli aspetti colturali, i 60 ettari che conduco, oltre a 30 ettari in asservimento per gli smaltimenti, sono ora soggetti a una rotazione differente, perché una coltura non può tornare prima di due cicli non consecutivi, inframmezzati cioè da una coltura da rinnovo. Comunque nei campi ci sono: mais, sorgo, erba medica, prato e frumento da foraggio. In precedenza non coltivavo il sorgo, ora sì”.

Alleva 200 capi: come mai il 70% di Bruna?

“È un retaggio dell’alpeggio, praticato fino al 1988 e poi abbandonato. Ma la composizione della mandria non è mutata”.

Che differenze produttive ci sono?

“In base ai dati dell’Apa nel 2016 abbiamo prodotto 117 quintali di latte per capo di Frisona e 104 per capo di razza Bruna, che però evidenzia titoli più alti e la maggiore qualità è certificata dalle percentuali di proteina: 74% per la Frisona e 78-79% per la Bruna. Con il biologico diminuiscono i titoli di grasso e proteine.

A chi conferisce il latte?

“Al caseificio Pugliese, per la produzione di mozzarelle, burrate e formaggi freschi”.

Qual è il guadagno?

“Intorno a un euro per capo al giorno, se teniamo conto del prezzo di conferimento del latte, come già detto di 16 centesimi in più al litro, oltre al premio qualità, in più del latte convenzionale. Considerata una produzione media per capo scesa del 10% e oggi intorno ai 30 litri, parliamo di 4,50 euro in più. Abbiamo costi di produzione superiori per 2,50 euro, ma i vantaggi che abbiamo riscontrato passando al biologico hanno riguardato anche la totale scomparsa di problemi ai piedi delle bovine e pur non utilizzando il post-dipping in fase di mungitura, le cellule somatiche sono stabili”.

È cambiata la durata del contratto, vero?

“Sì. Oggi il contratto è annuale e con un prezzo fisso. Prima, invece, avevamo contratti più brevi e con un valore legato a indici non controllabili, con il risultato di non sapere mai cosa si andava a realizzare”.

È soddisfatto del biologico?

“Sì, credo che sia una delle soluzioni per il Made in Italy. Produciamo beni di lusso, almeno come immagine, dobbiamo proseguire su questa linea, con prodotti riconoscibili che possono essere i formaggi DOP o il biologico. Deve vincere l’alta qualità, altrimenti non riusciremo a competere con gli altri paesi”.

Quali sono stati gli investimenti necessari?

“Oltre all’acquisto di prodotti durante il periodo di conversione le attrezzature per operazioni in campo, per sopperire all’uso della chimica come la sarchiatura. In futuro mi piacerebbe investire sui sistemi per l’agricoltura di precisione, dalla mappatura alla guida satellitare. Il futuro è lì, a prescindere dal fatto che l’azienda sia o meno biologica, ma la sostenibilità è importante”.

Quanto è importante, secondo lei, la tecnologia?

“Sarà il futuro. È importantissima, democratica, sarebbe il più grande investimento realizzabile per gli allevatori, con un ritorno molto più rapido che non altri tipi di investimenti, come ad esempio raddoppiare la stalla. Gestiremo le aziende, la stalla, le risorse idriche, le macchine attraverso il cloud, anche dal telefonino. Con l’irrigazione siamo fermi a Cavour, dobbiamo innovare”.

Se dovesse consigliare a un collega allevatore di passare al bio, cosa direbbe?

“Nell’allevamento biologico il più grande problema è legato alla disponibilità di terreno. C’è il vincolo delle 2 uba/ettaro, in Lombardia, nelle province dove si produce più latte tra Mantova, Brescia, Cremona e Lodi, spesso questo rapporto non è rispettato. Serve quindi terreno, altrimenti il biologico non è economicamente sostenibile. Sarebbe impensabile affittarlo a prezzi elevati. E poi consiglierei di abituarsi a programmare e organizzare l’azienda attraverso piani annuali o pluriennali, cosa che un agricoltore convenzionale non sempre fa”.

 

L’Azienda Agricola Coda Zabetta Guido
L’allevatore Guido Coda Zabetta presso la sua Azienda Agricola.

 

Innoviamo per ridurre i costi e risparmiare risorse
30 Maggio 2017

Manuel Lugli
Porto Mantovano, Mantova – ITALIA

L’allevatore Manuel Lugli

Società Agricola Fondo Spinosa.
Capi allevati: 550 vacche in mungitura, 800 vitelloni da carne.
Ettari coltivati 420.
Destinazione del latte: Grana Padano (Latteria Sociale Mantova).

“La zootecnia è stata ferma per millenni, ma negli ultimi 15 anni ha cambiato il proprio modo di essere, grazie alle tecnologie. Come azienda agricola noi abbiamo scelto di crescere attraverso un percorso di innovazione costante che ci ha portato a investire alcuni milioni di euro.”

A dirlo è Manuel Lugli, ultima generazione di una famiglia agricola che ha saputo portare la società agricola Fondo Spinosa di Porto Mantovano (Mantova) a un alto livello di automazione, grazie a una politica orientata verso la multifunzionalità aziendale.

Produzione di latte, di carne bovina, energie da fonti rinnovabili incrociano le proprie dinamiche con la precision farming: agricoltura di precisione applicata insieme alla zootecnia di precisione. Tanto che, complice anche la vicinanza al capoluogo virgiliano e al fatto di essere una realtà significativa anche dal punto di vista artistico (la corte nasce da un progetto di Giulio Romano), è stata una delle realtà visitabili durante la prima edizione del Food & Science Festival di Mantova.

I numeri: 420 ettari coltivati 550 vacche in lattazione, che diventeranno 700 tra pochi mesi, quasi altrettante in rimonta e 800 vitelloni da carne. Il latte prodotto (55.000 quintali consegnati nel 2016) è conferito alla Latteria Sociale Mantova, per la produzione di Grana Padano.

Una realtà importante, con sei titolari e 10 dipendenti. “Abbiamo rilevato l’azienda nel 1991 e siamo partiti con circa 80 vacche in lattazione. La prima stalla costruita per la mandria da latte è del 2003. Progressivamente, abbiamo costruito un impianto di biogas da 250 kW, compatibile con la gestione dei reflui zootecnici aziendali; successivamente, abbiamo investito per un impianto fotovoltaico da 508 kW e così abbiamo fatto a mano a mano che l’azienda cresceva, realizzando anche un essiccatoio per i cereali e il foraggio”.

Dal punto di vista energetico siete autosufficienti?
“Non ancora, Riusciamo a utilizzare dal 30 al 40% dell’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico, mentre l’energia da biogas deve essere messa in rete”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda?
“Abbiamo terminato la realizzazione di una stalla da vacche in latte con cinque robot di mungitura e a breve realizzeremo una stalla destinata alla rimonta, che sarà al servizio della struttura che abbiamo appena ultimato”.

Avete investito molto sulle rinnovabili. Siete contenti?
“Sì, non abbiamo ceduto al vortice speculativo e, anziché puntare a un impianto di biogas da 1 megawatt, ci siamo limitati a 250 kW, che, come dicevo prima, consente di impiegare al meglio i reflui zootecnici prodotti in azienda senza usare silomais. Una considerazione analoga può essere fatta per l’impianto fotovoltaico”.

Quali sono i punti di forza dell’allevamento nell’ottica della sostenibilità?
“L’allevamento è stato calibrato sulla misura dell’azienda: il carico di animali è rapportato alla quantità di terreno disponibile, per produrre quanto ci serve per l’alimentazione degli animali. Abbiamo capito che l’automazione e l’innovazione in azienda sono la strada per ridurre i costi, risparmiare il suolo, l’energia, l’acqua. Siamo infatti partiti con un progetto avanzato sull’agricoltura di precisione”.

Siete contenti dei robot di mungitura?
“Sì. Il risparmio sulla manodopera non è il beneficio principale. Anzi, in verità ho assunto altri dipendenti, più specializzati, come ad esempio un veterinario aziendale. I vantaggi sono molteplici”.

Ad esempio?
“Tra i vantaggi immediatamente percepibili l’incremento produttivo del 15% di latte. E poi il miglioramento del benessere animale, anche sul piano comportamentale. L’animale decide autonomamente quando mangiare, dormire e farsi mungere, con benefici sulla fertilità e una minore incidenza di patologie. Il lavoro in azienda è diventato anche più ordinato e più sostenibile per la riduzione di acqua ed energia elettrica rispetto alla mungitura tradizionale”.

Attraverso quali canali secondo lei si venderanno i prodotti lattiero caseari in futuro?
“Credo che la gdo abbia assunto una forza tale che sia difficile scalzarla nelle abitudini dei consumatori. Crescerà sicuramente l’e-commerce, anche se non ho gli strumenti per quantificare lo sviluppo”.

Che cosa pensa della crescita del biologico?
“Per alcuni è un’opportunità. Personalmente credo che il biologico debba riguardare prodotti ben definiti. Se il riferimento è al Grana Padano o al Parmigiano-Reggiano ci credo poco, perché hanno già una percezione molto marcata di genuinità e il biologico, a mio parere, non riesce a dare in tale contesto una valorizzazione maggiore, tale da giustificare la strada del bio. Al contrario, se prendiamo il settore dell’ortofrutta, penso che le possibilità siano maggiori, di certo negli ultimi anni il bio è in costante aumento”.

La Società Agricola Fondo Spinosa

Sopravvivenza delle stalle: il benessere animale sarà determinante
3 Aprile 2017

Floriano De Franceschi
Castelgomberto, Vicenza – ITALIA

L’allevatore Floriano De Franceschi

Azienda Agricola De Franceschi Floriano.
Capi allevati: 110 | 50 in mungitura.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Asiago DOP d’Allevo
(caseificio cooperativo Villa).

“Vada su Youtube e digiti De Koeientuin, poi guardi il video: vedrà come saranno le stalle del futuro, con ampi spazi liberi, piante e verde in stalla, nessun tipo di cattura, niente cuccette, possibilità di movimento per gli animali. Piaccia o no, andremo in quella direzione e sarà una delle risposte per produrre latte di migliore qualità, aumentare il benessere animale e rispondere ai continui attacchi degli animalisti, che rivolgono accuse a noi allevatori molto spesso ingiuste”.

L’invito a collegarsi a Youtube è di Floriano De Franceschi, 53 anni, presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Vicenza e di quella regionale del Veneto. Nella sua azienda a Castelgomberto, paese del quale è stato anche assessore, alleva 110 bovine di razza Frisona italiana, delle quali 50 in lattazione.

Nel 2016 ha prodotto 5.300 quintali, con una media annuale di 105 quintali per vacca (grasso 3,64%, proteine 3,26 per cento). La mungitura avviene tramite robot, che il presidente dell’Arav ha introdotto in stalla 10 anni fa.

Il latte prodotto è conferito al caseificio cooperativo Villa per la produzione di Asiago d’allevo, ottenuto con latte di bovine alimentate a secco. I soci del caseificio sono 15.

Appassionato di tecnologia (“è il mio hobby”, dichiara), De Franceschi accanto al benessere animale raccomanda come soluzioni la cooperazione, concetto astratto che ha molte declinazioni concrete e va ben oltre il conferimento del latte, ma coinvolge anche l’idea del cosiddetto sharing, la condivisione.

“Tra proprietà e affitto conduco 50 ettari a prato; ai miei foraggi aggiungo il miscelone che acquisto. Ho rinunciato interamente al mais”.

Perché?
“È poco remunerativo e c’è il rischio delle aflatossine. Se non facciamo i conti in stalla rischiamo di lavorare a vuoto. È inutile che l’allevatore paghi affitti anche da 400 euro per ettaro, se non riesce ad andare in pareggio”.

Quale soluzione propone?
“Bisogna che gli allevatori si mettano insieme, magari individuando un capannone per stivare la miscelata comune. Dovremmo come allevatori occuparci della stalla, ma condividere le informazioni e i sistemi di alimentazione, ridurre attraverso modalità di cooperazione i costi di gestione. L’informazione è uno strumento fondamentale per la gestione delle aziende”.

Esiste TESEO by Clal. Perché non usarlo?
“Lo usiamo ed è molto utile. Bisogna estendere il modello informativo alle fecondazioni, le zoppie, gli aborti. Serve trasparenza e condivisione dei dati. Come Associazione italiana allevatori possiamo contare sul sistema Si@lleva, che raccoglie dati su scala nazionale, relativi a un milione di capi, tanti quanti sono quelli controllati negli Stati Uniti. Dobbiamo fare in modo che i risultati elaborati tornino agli allevatori, magari anche attraverso TESEO”.

Quali sono le informazioni più utili?
“La genomica sta facendo notevoli passi avanti, ma non farei una classifica. Per avere un quadro d’insieme efficiente è imprescindibile poter avere informazioni legate alle fecondazioni, ai costi di alimentazione, all’efficienza energetica, alla fertilità. In Veneto sui controlli funzionali facciamo il Bhb, che rivela l’acidità ruminale e individua eventuali disguidi metabolici. I dati sono la chiave per valutare l’efficienza dell’azienda. Bisogna elencarli tutti, per eliminare i comportamenti superflui e dispendiosi, anche gli stipendi del titolare e dei familiari, elementi molto spesso non contemplati nei conteggi. Condividere i dati fa parte di questo processo”.

Se parliamo di sostenibilità nella produzione di latte, a cosa pensa?
“Penso innanzitutto a quella economica e, come dicevo, fare i conti e confrontarli fra gli allevatori è un passo importante. Poi penso al benessere animale, una richiesta che proviene compatta dai consumatori e che non possiamo assolutamente ignorare. Sarà una variabile determinante per la sopravvivenza, non deve essere sottovalutata”.

Come Arav come vi state organizzando?
“Abbiamo in programma corsi di formazione, per insegnare le buone pratiche di allevamento in chiave di animal welfare”.

Il prezzo dell’Asiago non è dei migliori, che suggerimenti può dare al Consorzio, che ha avviato un programma di promozione importante?
“Ci vorrebbe una rete di promozione e vendita più ramificata, che oggi manca. L’offerta di vendita dovrebbe essere centralizzata, per promuoverlo meglio ed esportare, senza dimenticare una rete regionale. Come Asiago dobbiamo fare i conti con una concorrenza marcata dei cosiddetti similari. Nel nostro caseificio produciamo 150 forme al giorno e abbiamo un’alimentazione a secco come nel Parmigiano-Reggiano, non facciamo uso di lisozima, eppure non riusciamo a essere incisivi, schiacciati anche da un numero elevato di prodotti similari, che deformano il prezzo al ribasso. Stiamo producendo forse troppe forme”.

Cosa fare, dunque?
“Esportare di più. È l’unica soluzione”.

L’etichettatura secondo lei può modificare qualcosa?
“Per l’Asiago no, perché le Dop dovrebbero già utilizzare il latte prodotto nel comprensorio. In generale invece sono convinto che servirà”.

Alimenti sani da aziende sane [Intervista a Paolo Fabiani]
24 Febbraio 2017

Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli

La sostenibilità è il futuro. Ma anche la diversificazione produttiva, la linea “vegetale” che i nuovi consumatori stanno mostrando di apprezzare, secondo la filosofia di prodotti in grado di nutrire e “promettere” benessere. Sono alcuni degli elementi che emergono dal dialogo con Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli, che Teseo ha intervistato.

Avete avuto danni dal terremoto come cooperativa o come associati?

“Sì, abbiamo avuto dei lievi danni nel nostro stabilimento di Amandola, situato proprio nel Parco dei Sibillini, dove produciamo mozzarella per tutto il gruppo, e da dove arriva il latte di allevatori marchigiani e abruzzesi. Alcune stalle sono state lesionate, ma il danno maggiore è nella distruzione di interi paesi. Questo ha cancellato, e non si sa per quanto tempo, l’economia di una vasta zona fatta di piccole attività, esercizi commerciali che rappresentavano punti di riferimento anche per noi”.

Quali sono gli aspetti cruciali che secondo lei sono emersi dal Dairy Forum 2016 di CLAL?

“Credo che il tema affrontato dal team di Angelo Rossi per questo Dairy Forum sia stato di estrema attualità; affrontare l’argomento del mercato assieme ad altri due temi, quali l’innovazione e la sostenibilità.
La relazione del professor Marco Frey su Agenda 2030 delle Nazioni Unite e gli obiettivi dello Sviluppo sostenibile ha offerto importanti suggerimenti sul tema della sostenibilità, che non è soltanto economico-ambientale, ma anche sociale. Ricordo che nella sua relazione venne citata una frase di Ban Ki-Moon:

I mercati possono prosperare solo in società che sono sane, e le società hanno bisogno di mercati sani per prosperare.

Su questa frase e sul concetto di sostenibilità credo che dovremo molto riflettere”.

La sua base sociale è composta da 15 cooperative e rappresenta circa 1.000 allevatori: quanti dei soci di Cooperlat hanno aderito al sostegno ministeriale di 14 centesimi?

“L’intervento messo in atto dalla Ue per diminuire l’offerta di latte in tutta Europa ha avuto poco seguito tra i nostri soci. D’altro canto la forte adesione a tale sostegno da parte dei produttori tedeschi, olandesi e francesi, per il primo periodo aveva già esaurito tutte le risorse messe a disposizione”.

Cooperlat Trevalli è famosa per la panna. Qual è la quota export (totale e per la panna)?

“Il 77,7% della nostra produzione totale è destinata al mercato domestico, il 22,3% all’estero. Per quanto riguarda la panna, invece, l’export sale al 29,6 per cento. Per i prodotti vegetali, invece, il 63,1% dei nostri volumi viene venduto fuori dai confini nazionali e solo il 36,9% in Italia”.

Quali sono i principali Paesi di destinazione?

“Per la panna i principali Paesi sono: Svizzera, Francia, Belgio, Grecia, Turchia, Libano, Filippine, Ungheria, Albania. Per i prodotti vegetali, invece, i più importanti mercati di destinazione sono rappresentati da Grecia, Turchia, Arabia Saudita, Algeria, Egitto, Libano, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Slovenia, Albania, Francia e Montenegro”.

Avete nuovi Paesi o aree nel mirino?

“Certamente: Stati Uniti, tutta l’area del Sud Est Asiatico, l’area dei Balcani e l’Est Europa”.

La demonizzazione dell’olio di palma è uno dei fattori che sembra aver influito positivamente sui prezzi delle panne. È così anche per Cooperlat?

“Non credo vi sia un nesso così diretto tra olio di palma e prezzo delle panne, anche perché entrambi i prodotti hanno raggiunto livelli di mercato molto alti. La demonizzazione dell’olio di palma e le continue notizie pro e contro rappresentano un fenomeno quasi tutto italiano e, nonostante il gran clamore, le quotazioni sono comunque alte. Per quanto riguarda il prezzo delle panne, personalmente ritengo che le forti e imprevedibili oscillazioni di mercato non siano positive né per i produttori né per gli utilizzatori. Al contrario, credo invece che il mercato necessiti di una maggiore stabilità”.

Siete produttori della Dop Casciotta di Urbino. Quali sono i numeri?

“La Casciotta di Urbino DOP è una delle eccellenze del territorio marchigiano, che fanno parte del portafoglio prodotti di Cooperlat. Le vendite del 2016 supereranno le 100 tonnellate di prodotto, concentrate soprattutto nel Centro Italia”.

Dal vostro sito si evince che avete anche prodotti a base di soia, caratterizzati dallo slogan “senza” (senza lattosio, senza glutine, senza grassi idrogenati). In chiave di prodotti e di mercato, sarà sempre più il cosiddetto “senza” l’aspetto cardine?

“Il consumatore del nuovo millennio è sempre più evoluto, alla ricerca di prodotti che siano buoni, ma che al contempo non danneggino la propria salute. Addirittura, che aiutino a prevenire malattie di vario tipo. Si è alla ricerca dei cosiddetti cibi senza o cibi della rinuncia, cioè senza grassi o zuccheri, senza sale, senza glutine, senza lattosio, senza conservanti. Questo non vuol dire però rinunciare al gusto. In sostanza, i prodotti vincenti di oggi e dell’immediato futuro sono quelli che promettono il benessere, ma senza rinunciare al gusto”.

Quale spazio ha la linea soia e qual è il futuro?

La soia è un mercato in continua crescita, perchè si inserisce in questo trend salutistico. Fino a pochi anni fa i prodotti a base soia si trovavano solo sugli scaffali delle insegne specializzate, ora affollanno gli scaffali di tutte le più importanti insegne della grande distribuzione. Cooperlat ha lanciato nell’ultimo anno una linea completa di prodotti a base soia, dalla bevanda alla crema vegetale da montare, al dessert. Una linea di prodotti che sta dando grandi soddisfazioni e su cui l’azienda intende investire negli anni a venire, sia in termini di comunicazione che di allargamento della gamma”.

Cosa significa sostenibilità per Cooperlat e come cercate di applicarla al vostro interno e nel rapporto con i soci?

“Come già abbiamo detto, per fortuna, oggi i consumatori sono sempre più attenti ed esigenti, non solo rispetto alla qualità delle materie prime che compongono i prodotti che acquistano, ma anche all’affermazione del principio etico del lavoro e del territorio, inteso come garanzia di rispetto dell’ambiente e di condizioni decenti di lavoro per tutti. I consumatori pretendono una qualità totale dei prodotti, alimenti sani e buoni, realizzati da aziende anch’esse sane, che tutelano l’ambiente, valorizzano il lavoro, rispettano i diritti delle persone e, soprattutto, innovano. Se non ci sono tutti questi elementi, nasce nel consumatore il ragionevole dubbio che possano mancare anche gli altri.
Il modello di cooperativa adottato dalla Cooperlat-TreValli applica nelle scelte operative azioni che contribuiscono a mantenere in vita piccoli e medi produttori locali, i quali altrimenti sarebbero usciti dal mercato, con conseguente incremento del fenomeno di abbandono dei terreni agricoli e negative ripercussioni sul territorio, come la perdita di biodiversità, il mancato mantenimento delle tradizioni e, non ultimo, le perdite occupazionali”.

Quali sono i vantaggi?

“I vantaggi riguardano la tutela del territorio derivante dalla difesa dei piccoli produttori locali. Se ne ottiene un beneficio in termini di riduzione del dissesto idrogeologico, di mantenimento della biodiversità, di contenimento dei processi di urbanizzazione. Poi ci sono gli aspetti relativi alla tutela dell’occupazione agricola. Questo comporta un vantaggio per la sostenibilità sociale del processo, con un conseguente aiuto al mantenimento della cultura e delle tradizioni locali. Bisogna ricordare, inoltre, che il rapporto con le aziende cooperative ed agricole tende ad essere di lungo periodo, filosofia gestionale che rafforza ulteriormente questo aspetto.
Allo stesso tempo i benefici si riversano in una minore pressione ambientale, derivante da un modello di fattoria più virtuoso che integra produzione agricola ed allevamento, permettendo la realizzazione di un ciclo operativo quasi chiuso. Ne consegue una migliore utilizzazione delle risorse e degli stessi output dei due processi e una riduzione delle immissioni in aria, in acqua o nei terreni”.

Paolo Fabiani