Programmazione ed Export: analizzare la suinicoltura italiana in maniera più ampia [Intervista]
6 Aprile 2021

Ferdinando Zampolli
Rodigo, Mantova – ITALIA

Ferdinando Zampolli - Suinicoltore
Ferdinando Zampolli – Suinicoltore

“Abbiamo perso il treno con la pianificazione produttiva delle DOP negli anni 1999-2000. Era in quel momento che avremmo dovuto fare il punto zero e poi pianificare, magari individuando quote di produzione da assegnare agli allevatori, accompagnando il sistema a una progettazione con almeno due anni di anticipo. In questo modo avremmo gestito meglio i flussi di cosce da destinare ai grandi prosciutti DOP e collocarli sul mercato in base alle dinamiche dei consumi. Tutte le DOP dovrebbero avere una produzione contingentata, perché rispondono a un disciplinare, comportano costi più elevati, devono assicurare alta qualità e devono poter contare su un mercato in grado di remunerare in maniera adeguata tutti gli attori della filiera”.

Il ragionamento di Ferdinando Zampolli, allevatore di Rodigo con circa 10mila maiali allevati ogni anno (venduti a Opas) e 200 ettari coltivati, parte da molto indietro. È in quel periodo che, secondo l’allevatore che è anche componente della Commissione Unica Nazionale (CUN) per i suini grassi, non viene agganciata una rivoluzione di sistema che avrebbe potuto evitare almeno alcune delle crisi successive che hanno compromesso la vitalità del settore, ridisegnandone il perimetro e facendo perdere qualche treno in fase di rilancio complessivo.

I consorzi di Parma e San Daniele, ufficialmente, approvano una programmazione produttiva con cadenza triennale, l’ultimo approvato per il consorzio di Parma è del 2020 e prevede una produzione di 9,5 milioni di pezzi/anno, a fronte di un consuntivo venduto pari a 8,5 milioni di pezzi/anno. “Non credo servano parole per commentare questo genere di politica produttiva: i numeri parlano da soli”, aggiunge Zampolli.

Secondo lei quali sono i motivi?

“I motivi sono sostanzialmente due. Il primo: gli allevatori non fanno parte del consorzio del prosciutto (sia Parma che San Daniele). Il consorzio è interamente nelle mani dei prosciuttai, e questo genere di programmazione produttiva può dettarla solo il consorzio. Secondo: all’epoca erano ben visibili gli effetti provocati dalle quote latte, e ci si guardava bene dal ricadere in un simile potenziale problema.

Questo è un problema che emerge tra gli allevatori ogni volta che il prezzo di mercato va sotto i costi di produzione, tuttavia, nonostante siano anni che i prosciuttifici navigano in cattive acque, ancora fanno orecchie da mercante sul contingentamento delle produzioni per paura di lasciare quote di mercato ai loro competitor. Ad aggiungere danno alla beffa, hanno recentemente avuto occasione di mettere mano in modo organico e strategico al disciplinare di produzione, ma hanno clamorosamente mancato l’obiettivo, caricando il sistema di costi di controllo assurdi a carico di tutta la filiera (senza, tra l’altro, garantire una maggiore qualità), risultato di un disciplinare estremamente farraginoso che Confagricoltura assieme a CIA, CoopAgri, Unapros e altre sigle sindacali ha aspramente criticato ed osteggiato, critiche che il ministero non ha preso in considerazione ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi si vanta di essere paladino degli agricoltori ma che in realtà ha chiaramente dimostrato di non esserlo, in questa come in altre occasioni”.

Uno degli obiettivi di cui si parla da qualche tempo è anche la ricerca di nuovi mercati. Non crede che l’internazionalizzazione sia una strada valida?

“Guardi, l’abbiamo vista tutti, la sfilata fatta dal presidente cinese con tutta la delegazione al seguito, qui a Roma qualche tempo fa con tutto il nostro governo in pompa magna, a firmare accordi di libero scambio tra la l’Italia e la Cina. Vuole che le dica cosa riusciamo ad esportare in Cina dopo la firma di questi fantomatici accordi tanto decantati?”.

Dica.

Esportare tagli nobili accrescerebbe il prezzo della materia prima

“L’unica carne, se così possiamo chiamarla, che riusciamo con fatica ad esportare sono le frattaglie, gli zampetti e le teste. Tutti prodotti poco nobili che hanno un effetto risibile sul mercato interno. Quindi, se nel periodo pre-covid il prezzo dei maiali era salito in modo importante è stato perché paesi come la Germania e la Spagna esportavano mezzene intere verso la Cina e quindi non rovesciavano nel nostro mercato le loro produzioni, questo ci ha dato qualche mese di respiro. Noi avremmo tutto l’interesse ad esportare tagli nobili, ci permetterebbe infatti di accrescere il prezzo della materia prima qui in Italia, di svuotare le cantine, oggi intasate da prosciutti stagionati, destinando la coscia fresca al mercato cinese, di dare slancio all’intero settore e a tutto l’indotto. Invece siamo al palo, a vedere l’ennesimo treno passare senza poterlo prendere, e tutto questo per colpa di lobby miopi che non saprebbero disegnare un cerchio con un bicchiere e di una burocrazia che, per ragioni di educazione, non definisco”.

Il mercato ha registrato nelle scorse settimane una ripresa, proprio quando storicamente i listini rimanevano stabili o addirittura, diminuivano. Se lo aspettava?

“Sì. E le cause vanno ricondotte in parte all’etichettatura delle carni suine trasformate e in parte alla diminuzione della produzione nazionale e delle importazioni italiane in flessione a causa delle esportazioni verso la Cina da parte dei paesi UE, che storicamente scaricano nel nostro mercato una parte importante delle loro produzioni”.

In tema di etichetta e indicazioni, i salumi sono di nuovo insieme alla carne rossa nel mirino di una comunicazione forse eccessivamente allarmistica, almeno alle latitudini italiane. Cosa ne pensa? 

“Uso questo ‘proverbio’ perché rende bene l’idea: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, infatti, questi continui attacchi, perpetrati da persone con le quali è impossibile sedersi a ragionare, sono basati su convinzioni ideologiche e non su dati scientifici. Portano a giustificazione delle loro affermazioni, tesi scientifiche create ad arte piene di lacune, di errori che però fanno colpo sull’opinione pubblica, e dall’altra parte abbiamo un consumatore che preferisce ascoltare chi alza di più la voce o chi è più presente nei social, piuttosto che cercare di capire le ragioni per cui da millenni l’uomo alleva gli animali e se ne ciba e soprattutto i passi in avanti che la zootecnia ha compiuto nel rispetto del benessere animale e della salubrità alimentare”.

Come sta funzionando la CUN, oggi? Quali sono i punti critici da migliorare?

Un flusso produttivo che non permettete una strategia di vendita

“Non molto bene! Purtroppo la parte allevatoriale all’interno della CUN poco può fare contro i macelli. Abbiamo un prodotto che è fortemente deperibile, un insieme di regole capestro (come il peso massimo di vendita del suino vivo per poter entrare nel circuito DOP), un flusso produttivo alle spalle che non può essere interrotto a piacimento, e questo non ci permette nessuna strategia di vendita. Quando la merce è pronta deve essere avviata alla trasformazione punto e basta. In quest’ottica è necessario che la politica assista il settore garantendo sempre un prezzo e non un ‘non quotato’. Oggi in particolar modo la corda con i macelli è molto tesa, c’è richiesta e quindi il prezzo del suino vivo dovrebbe salire, dall’altra parte i macelli non riescono a trasferire sulle carni i rincari del vivo. A questo aggiungiamo che abbiamo di fronte una estate dove mancheranno suini in modo importante e i macelli sono spaventati, perché saranno costretti a pagare cara la materia prima ma non sanno se riusciranno a ribaltare gli aumenti sulle carni. Stanno di fatto vivendo quello che nel decennio 2008-2017 hanno vissuto gli allevatori a parti invertite: erano aumentati a dismisura le produzioni di suini in Italia e il prezzo era crollato, oggi i numeri sono ridotti e non ci sono maiali per tutti i macelli presenti, quindi, è il loro momento buio”.

Cosa potrebbe accadere se la Cina rallentasse le importazioni dall’Europa? 

“Lo scenario lo abbiamo già visto: con la comparsa della peste suina in Germania le esportazioni tedesche verso la Cina si sono bloccate e il mercato europeo è andato in crisi, raggiungendo quotazioni ben al di sotto del costo di produzione”.

Nella sua azienda ha investimenti in programma? Quale spazio trovano sostenibilità ambientale e benessere animale?

“Per ora siamo fermi e non abbiamo programma investimenti. Quanto alla sostenibilità ambientale, il percorso, senza remunerazione adeguata alle imprese, diventa naturalmente ben più complesso. Ma come azienda siamo attenti. Sul versante del benessere animale bisogna essere chiari: sono necessari investimenti, ma allo stesso tempo il consumatore deve essere disponibile a pagare un valore aggiunto sui prodotti che mirano ad un benessere animale superiore ai requisiti minimi di legge. Bisognerebbe avere coraggio e parlare molto chiaramente ai consumatori”.

I prezzi di cereali e semi oleosi sono cresciuti molto. Come si protegge dall’impennata della razione alimentare? 

I prezzi sono schizzati in alto e la razione alimentare in allevamento è aumentata di oltre il 20 per cento. Personalmente cerco di fare acquisti annuali su mais, farina di soia e orzo, per volumi indicativi di circa 20mila quintali. I maggiori costi erodono però la redditività in allevamento”.

Ci sono alternative ai prosciutti Dop, secondo lei?

Analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia

“Spero molto nell’etichettatura e nelle tre I (nato, allevato e macellato in Italia), fermo restando che la produzione DOP è quella che fin ora ha sostenuto il mercato, pur nelle difficoltà. Assistiamo a esperienze diverse, anche legati alla salumeria tradizionale, ma non a Denominazione di Origine Protetta. A volte sono esperimenti che funzionano, ma alla lunga non so quale può essere il ritorno. Certo dobbiamo riflettere, perché se alcuni prosciuttifici sono in difficoltà, probabilmente dovremmo analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia”.

L’evoluzione del settore lattiero-caseario statunitense
15 Marzo 2021


Andrew M. Novakovic –
Professore Emerito di Economia Agraria – Cornell University, New York

Di Andrew M. Novakovic, Professore Emerito di Economia Agraria – Cornell University, New York

Il settore lattiero-caseario statunitense è un miracolo avvolto in una tragedia.

La storia di incredibile successo iniziò a metà del 20° secolo, quando gli agricoltori americani si specializzarono sempre di più. Da allora ebbero un invidiabile aumento della produzione, maggiore efficienza, e fornirono ai consumatori un prodotto nutriente e di alta qualità ad un prezzo accessibile.
Per gran parte di questo periodo, i prezzi al dettaglio dei prodotti lattiero-caseari aumentarono della metà rispetto all’aumento generale dei prezzi al consumo. Un successo per i produttori di latte.

La tragedia riguarda il cambiamento nella struttura del settore agricolo e la trasformazione delle comunità rurali. Sebbene le aziende agricole gestite dalle famiglie rimangano la norma, le aziende agricole da latte sono diminuite di numero, aumentando di dimensioni. Hanno risultati migliori rispetto a mezzo secolo fa, sia in termini di produttività che di redditività, ma questo è avvenuto a scapito di molte aziende agricole famigliari che semplicemente non potevano sopravvivere, tanto meno prosperare.

Quanto a lungo dureranno queste tendenze? C’è un limite alla crescita del settore lattiero-caseario statunitense? Quando si stabilizzerà il numero delle aziende lattiero-casearie, e quanto presto accadrà?

BOX Gennaio 2021: Dairy, Mais e Soia, Alimento Simulato
20 Gennaio 2021

Export Dairy Italia

Riparte a ottobre l’Export italiano per i Formaggi (+2,6%), la Panna confezionata (+89%) e il Latte sfuso (+105,1%).
Nel complesso, fra Gennaio e Ottobre del 2020 le esportazioni di Formaggi verso i principali paesi di destinazione, Francia e Germania, sono aumentate rispettivamente del 9,1% e del 4,1%.

Ripartono le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, che a ottobre segnano un incremento del 5,7% su base tendenziale, con un’accelerazione importante in Germania (+7%) e in Canada (+32%).
Si sbloccano anche gli Stati Uniti (+2%) e si confermano il secondo mercato in volume dopo quello tedesco.

Buone performance per i Formaggi freschi (+3,1%), i Formaggi grattugiati (+1,7%) e il Gorgonzola (+0,7%).

Il Made in Italy lattiero caseario resta un punto di riferimento sul piano della qualità e una riapertura futura di Horeca e Food Service non potranno che assecondare la ripresa delle esportazioni.

CLAL.it - Italia Export di Gorgonzola


Stock Mais e Soia

Le maggiori produzioni di Mais e Soia previste per la stagione 2020-2021 non sono in grado di coprire una domanda in forte aumento. Questo porta alla progressiva erosione degli stock.

Per il quarto anno consecutivo gli stock di Mais sono in diminuzione. Si prevede anche per l’annata 2020-2021 una diminuzione del -6,3% su base tendenziale.
In particolare, le scorte mondiali sono passate da 352,18 milioni di tonnellate (2016-2017) a 283,83 milioni di tonnellate (previsione 2020-2021).

stock-mais

Calano anche le giacenze di Soia, che scivolano da 112,80 milioni di tonnellate (stagione 2018-2019) a una previsione di 84,31 milioni di tonnellate nel 2020-2021.
La domanda e, di conseguenza, i commerci mondiali si mantengono vivaci.


Alimento Simulato

L’incremento dei prezzi del Mais e, soprattutto, della Soia a partire dallo scorso Ottobre ha portato una crescita della spesa alimentare alla stalla, riducendo così la forbice tra costo totale dell’alimento simulato (in aumento da settembre 2020) e prezzo del Latte crudo alla stalla, sostanzialmente stabile negli ultimi mesi.

Alimento Simulato

Gli allevatori devono dialogare [Intervista]
14 Gennaio 2021

Federico Farinello - Produttore Latte
Federico Farinello – Produttore Latte

Federico Farinello
Arborea (OR), Sardegna – ITALIA

Su quali pilastri è necessario fondare lo sviluppo dell’azienda? Per Federico Farinello, allevatore di Arborea (Oristano), con 570 capi bovini allevati (dei quali 250 in mungitura) e 3.000.000 di litri di latte conferiti ogni anno alla Latteria 3A di Arborea i punti fondamentali per ogni allevatore, sono essenzialmente: “la tecnologia, per migliorare l’efficienza, l’efficacia produttiva, e la vita lavorativa degli allevatori, in quanto giornalmente, bisogna concentrarsi anche sull’aspetto imprenditoriale e c’è sempre da documentarsi per tenersi aggiornati, su tutti gli aspetti correlati al settore”.

Federico Farinello di anni 47, conduce l’azienda zootecnica insieme a suo cugino Alessio di anni 45, si avvale della collaborazione della sorella Linda, impegnata sul fronte burocratico, amministrativo ed economico, due dipendenti indiani per la mungitura e un dipendente stagionale saltuario durante le semine e i lavori nella campagna nei periodi più intensi.

Per fare le scelte aziendali corrette servono dati precisi

Soppesa con attenzione il tempo necessario al lavoro manuale, con lo spazio necessario per informarsi, apprendere, pianificare e progettare il futuro, in quanto ritiene che “per fare le scelte aziendali corrette, servono i dati precisi, fondamentali per un’azienda, in quanto oggi giorno bisogna essere imprenditori”.

Partiamo dai dati. Nella vostra azienda dove li recuperate?

“Da cinque anni abbiamo installato un impianto di mungitura, con tecnologia Afifarm/afimilk per monitorare costantemente la qualità del latte e la fertilità. Un progetto della latteria 3A, alla quale abbiamo aderito. I dati rilevati sono quotidiani e sono estremamente utili. Nella nostra azienda l’aspetto fondamentale è il benessere degli animali”.

In tema di benessere animale, quali strategie avete adottato?

“Rispetto a qualche anno fa, abbiamo modificato l’alimentazione nella fase di allevamento con prodotti specifici nella fase pre – post parto, per ridurre l’uso dei farmaci al parto e abbiamo registrato un beneficio significativo”.

Cosa utilizzate in sostituzione?

“Nella nostra azienda cerchiamo di raggiungere la massima gestione in termini di efficienza delle cuccette utilizzando paglia e letame fermentato”.

Cioè?

“L’investimento nell’impianto di ventilazione ci ha prodotto un notevole miglioramento nella fertilità, una produzione costante, un flusso di cassa omogeneo, con notevoli benefici nella gestione aziendale”.

Qual è secondo lei il prezzo giusto del latte?

“Non vorrei dare un numero, in quanto non può essere omogeneo per tutta Italia: le isole hanno dei costi maggiori rispetto al resto della penisola, i fattori che incidono sono differenti. Il prezzo deve prendere in considerazione questo fattore, altrimenti i produttori delle isole vengono penalizzati e non hanno dei margini adeguati in stalla”.

Come vede il settore fra 10 anni?

Gli allevatori devono dialogare tra loro

“Se non ci sarà una svolta, credo che il 50% delle aziende chiuderanno. Bisogna fare in modo, come dicevo, che venga garantita la giusta marginalità e che, magari, il settore si mobiliti per individuare progetti costruttivi e fare programmazione. Gli allevatori devono dialogare tra loro e la cooperativa deve concentrarsi anche nell’aiutare i soci, accompagnandoli in un percorso di crescita. In particolare, sono convinto che il futuro passi dalle azioni quotidiane, e che la nostra cooperativa possa attingere a dei fondi per ridurre gli oneri e portare nelle tasche dei produttori quei centesimi che permetterebbero di investire in maniera serena”.

Dove interverrebbe?

“In Italia e ad Arborea abbiamo investito in genetica, ma senza un punto fermo, continuerei a investire su questo aspetto”.

Nel vostro allevamento la genetica a quale esigenza risponde?

“Nella genetica, nell’efficienza alimentare, nella longevità ed efficienza dei capi”.

È essenziale ridurre i costi della razione alimentare?

“Per noi, assolutamente sì, attraverso il maggior utilizzo dei prodotti aziendali, con scelte mirate, che portano ad avere ogni giorno minori costi in razione alimentare”.

La cooperativa 3A di Arborea è una delle realtà più smart nel panorama lattiero caseario italiano. Che suggerimenti si sente di dare?

“Abbiamo bisogno di programmazione e certezze sul lungo termine, almeno per dieci anni. Bisogna affrontare in maniera collegiale i temi che riguardano tutti gli allevatori, come il costo dell’energia, della gestione delle stalle, che permettano di individuare soluzioni condivise, confrontarci con le istituzioni, per avere un piano di efficienza e nel complesso individuare le migliori soluzioni che ci permettano di essere più competitivi in termini di qualità del latte e di valorizzazione finale”.

“Bisogna sempre innovarsi per costruire il nostro futuro insieme”.

Resilienza e flessibilità per contrastare la pandemia
12 Gennaio 2021

La pandemia Covid-19 si è abbattuta sulla produzione di latte mettendo molti in affanno per l’incertezza sul da farsi ed i dubbi sul futuro. Da un’analisi inglese, appare che nel Regno Unito la filiera lattiero-casearia ha ben presto dovuto prendere coscienza di due necessità su cui muoversi: resilienza e flessibilità.

La resilienza, cioè la capacità di superare le difficoltà, è stata necessaria quando, in marzo, si è dovuto risolvere il problema della consegna del latte, con una domanda ridotta a causa della chiusura della ristorazione food service in un periodo di picco produttivo. La risposta è stata data con la riduzione del latte prodotto, attraverso abbattimenti e contenimenti nella razione alimentare, nonché con campagne di comunicazione basate su investimenti pubblici e privati che hanno avuto un effetto positivo di stimolo agli acquisti, soprattutto per i prodotti premium nazionali.

I maggiori consumi domestici hanno poi premiato burro e formaggio, mentre le imprese hanno saputo rispondere con la dovuta flessibilità alla nuova tipologia di domanda. Però, le nuove chiusure di questo periodo ed il fatto che nessuno ne conosca le conseguenze, rendono evidente la fragilità del sistema.

Occorrerà pertanto ripensare alla sua strutturazione, al sistema contrattuale di fissazione dei prezzi del latte, ma anche ad una flessibilità nella programmazione produttiva e negli impianti di lavorazione e trasformazione del latte.

CLAL.it - Regno Unito: Consegne di latte vaccino
CLAL.it – Regno Unito: Consegne di latte vaccino

Fonte: The Grocer

Prati stabili: un’alternativa al ‘Get big or get out’ statunitense?
8 Gennaio 2021

USA aziende da latte -66% tra 1997 e 2017

Un po’ ovunque si sta assistendo ad una diminuzione nel numero delle aziende da latte, con un aumento nella loro dimensione media. Il fenomeno è particolarmente marcato negli USA, dove nei 20 anni dal 1997 al 2017 le aziende di piccola dimensione (10-199 capi) sono passate da 89.912 a 30.373 (-66%), mentre le aziende di grande dimensione (+500 capi) sono passate da 2.257 a 3.464 (+54%). In totale si contano 54.599 aziende da latte, con un numero medio di 173 vacche per azienda. Nella UE (dati 2016) si contano invece 1,2 milioni di aziende con in media 45 vacche da latte per azienda (escluso Paesi est Europa).

Questa tendenza deriva dal fatto che, generalmente, il rapporto tra ricavi e costi migliora all’aumentare della mandria. Get big or get out, dicono gli allevatori USA; in altri termini, se l’azienda non si espande, chiude.

In Wisconsin però si sta sviluppando un altro approccio per aumentare la redditività aziendale basato sulla riscoperta dei prati stabili che ne caratterizzavano il territorio, mantenendo biodiversità, sostanza organica del terreno, qualità delle acque ed ottenere prodotti lattiero-caseari distintivi e salutari. Una iniziativa dell’Università del Wisconsin insieme a quella del Minnesota opera in questa direzione, riunendo agricoltori, ricercatori, trasformatori, distributori e consumatori, ed ha ricevuto un finanziamento di 10 milioni di dollari dall’USDA National Institute for Food and Agriculture. Significativo il caso di un giovane allevatore che, stanco di spendere il ricavato del latte per mangimi, sementi, concimi, nella sua “piccola” azienda di 140 ettari, ha deciso di ritornare alla pratica del pascolamento, tipica della zona.

Il ritorno all’erba comporta minori spese e maggiore valorizzazione del prodotto

Nel 2019 nel Wisconsin hanno chiuso 773 aziende da latte ed altre 266 hanno chiuso nel 2020, ma il numero delle vacche resta invariato. Questo comporta un impatto negativo per le comunità rurali ed anche per l’ambiente, dato che per sostenere una produttività che ha superato i 100 quintali di latte per vacca, vengono privilegiati i concentrati e di conseguenza i seminativi. Aumentano così i bisogni energetici, le emissioni di carbonio, l’erosione del suolo, i residui di fosfati e nitrati. Circa il 90% del latte in Wisconsin è prodotto con questo modello, ma ci si chiede quanto sia sostenibile. Col ritorno all’erba, la produzione per vacca diminuisce, ma si riducono anche le spese. Il prodotto si differenzia ed è meglio valorizzato, compresa la carne.

Non si tratta, ovviamente, di un ritorno al passato ma di usare tutte le conoscenze della scienza e della tecnica per adottare un modello produttivo appropriato alle condizioni territoriali e sociali specifiche. Senza dimenticare il mercato. Il Wisconsin è famoso per i suoi formaggi, prodotti che possono fare la differenza per la remunerazione del latte.

TESEO.clal.it – Costi e ricavi delle Aziende da latte negli Stati Uniti

Fonte: eDairyNews

Assistenza alle stalle USA per migliorare in sostenibilità
14 Dicembre 2020

Sono sempre più frequenti gli annunci di azioni concrete per la sostenibilità. Negli USA l’Innovation Center for U.S. Dairy, organizzazione che lavora per la diffusione delle azioni precompetitive lungo la filiera produttiva, ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Agenzia della protezione ambientale per raggiungere la neutralità carbonica nel 2050.

L’obiettivo delle emissioni zero entro la metà del ventunesimo secolo per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5° é previsto anche dall’Accordo ONU sul clima di Parigi (COP 21 del 2015) firmato da 195 paesi, inclusa l’UE. Non a caso la Commissione Europea ha presentato il piano Green Deal per rendere l’Europa climaticamente neutrale entro il 2050.

Leggi anche ‘Allevamento e Sostenibilità: il nocciolo della questione’

Per raggiungere tale risultato bisogna attivare dei programmi concreti per valutare il livello di sostenibilità delle aziende da latte, indicare gli interventi da adottare, verificare il grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Il progetto USA prevede ad esempio una premialità per le aziende che attuano gli interventi necessari per migliorare il loro livello, fornendo programmi di assistenza tecnica frutto delle azioni di ricerca tecnica e scientifica.

L’importanza di avere una produzione da latte sostenibile

Avere una produzione da latte sostenibile significa tutelare animali, acqua, terreno. Occorre lavorare il terreno seguendo il principio dell’agricoltura conservativa (no-tillage), spargere letame e liquami in modo più efficiente con le nuove attrezzature, razionalizzare i consumi energetici; occorre prendere coscienza che migliorare la salute ed il benessere degli animali è importante quanto il miglioramento genetico.

Il programma statunitense ha lo scopo di rendere attuabili azioni di sostenibilità per ogni tipo di azienda da latte, indipendentemente dalle loro dimensioni, collocazione geografica e livello tecnologico. Prevede anche dei fondi per la ricerca, la formazione e l’analisi dei dati.

Agire per la sostenibilità significa rendere consapevoli i produttori del valore del loro lavoro migliorando, grazie alle nuove tecnologie, le pratiche produttive. Operare meglio per dimostrare ai consumatori ed alla società quanto sia fondamentale l’attività agricola per una alimentazione sana, pulita e benefica.

TESEO.clal.it - Costi e Ricavi delle Aziende da Latte USA
TESEO.clal.it – Costi e Ricavi delle Aziende da Latte USA

Fonti: The Fence Post; Undeniably Dairy; Parlamento Europeo

Allevamento e sostenibilità – il nocciolo della questione
11 Dicembre 2020

La tematica della sostenibilità è sempre più attuale. Oltre all’aspetto ambientale, emissioni in atmosfera e residui nei suoli, occorre considerare anche l’etica produttiva nelle relazioni sociali e per il benessere animale, nonché la redditività economica per gli operatori e le comunità dei territori rurali.

Uno studio della Commissione Europea realizzato da ricercatori dell’INRAE (Institut National de Recherche pour l’Agriculture, l’Alimentation et l’Environnement) e dello Scotland’s Rural College analizza, attualizzandoli, gli aspetti della sostenibilità che ormai rappresenta il nocciolo della questione per ogni filiera produttiva.

PAC e COP 21

Dopo la seconda guerra mondiale, la necessità di garantire la stabilità degli approvvigionamenti alimentari accessibili a prezzi ragionevoli, ha profondamente cambiato il sistema tradizionale di allevamento. Dal 1992, alle spinte produttiviste basate su meccanizzazione, evoluzioni tecniche e di gestione aziendale, sono subentrati nuovi obiettivi della PAC diretti anche ad ambiente e clima.

Collegare ad esempio il pagamento degli aiuti UE al rispetto di misure quali la direttiva nitrati (direttiva 91/676/CEE), ha permesso di ridurre l’eutrofizzazione con vantaggi anche per le emissioni di gas effetto serra (GHG) . Però, l’Unione Europea difficilmente riuscirà a rispettare gli impegni assunti alla conferenza ONU COP 21 di Parigi per arrivare ad una neutralità nel bilancio del carbonio al 2050.

L’erosione dei suoli colpisce il 13% delle terre UE arabili

Sono sempre preoccupanti gli effetti negativi dovuti ai residui di azoto e fosforo, all’uso dei pesticidi o degli antibiotici. Ancora, l’aratura dei prati stabili comporta una rapida perdita di sostanza organica del terreno, con un aumento nell’erosione dei suoli, fenomeno che ormai colpisce il 13% delle terre arabili UE.

Il riscaldamento climatico inciderà sulle produzioni ed i fabbisogni idrici per l’irrigazione saranno sempre più importanti. La protezione della biodiversità è sempre più presente nella PAC, con sollecitazioni per la diffusione del greening o per l’espansione delle superfici a prato stabile, anche se i valori sul bilancio europeo sono modesti.

Le nuove sfide

Le sfide della sostenibilità vanno però ben oltre il settore dell’allevamento, che troppo spesso è messo all’indice rispetto alle coltivazioni agricole. Per superare queste criticità assicurando il mantenimento di condizioni sociali ed economiche appropriate, occorre una transizione per l’adozione di innovazioni, tecnologie e nuovi modelli commerciali, attraverso il sostegno della politiche e l’aggiornamento delle legislazioni.

Allevamento: da problema a soluzione

L’allevamento, oltre che parte del problema, potrà però diventare anche elemento di soluzione se verrà riconnesso alle produzioni vegetali per ristabilire la qualità degli ecosistemi e la resilienza al cambiamento climatico, riducendo scarti ed emissioni e riciclando la biomassa in altri settori. L’allevamento potrà risultare prezioso anche per mantenere o far rivivere l’attività economica e sociale nelle zone rurali marginali e svantaggiate, insieme alla gestione del paesaggio. Il tutto nella prospettiva di ottenere sistemi agroalimentari più efficaci.

Per migliorare la sostenibilità delle produzioni animali occorre agire su tre fattori:

  • aumentarne l’efficacia;
  • adottare fattori produttivi di minore impatto;
  • passare da una logica lineare della produzione ad una logica circolare, con un cambiamento radicale nella logica dello sfruttamento produttivo.

Per questo gli animali dovranno essere selezionati per aver un maggior equilibrio fra produttività ed altre caratteristiche quali tasso di fecondità, numero di lattazioni, resistenza alle malattie. Maggiore efficacia significa però ricercare resilienza produttiva verso le criticità climatiche o sanitarie, ristabilire la qualità degli ecosistemi, garantire i mezzi produttivi.

L’innovazione, attraverso la ricerca e la formazione, diventerà la chiave del successo.

TESEO.clal.it – Produzione di latte per vacca in UE-28

Fonte: Publications Office of the European Union

Come sarà l’agricoltore del futuro?
27 Novembre 2020

Sapere come dovranno essere gli agricoltori del futuro permetterebbe agli imprenditori agricoli odierni di adottare nella propria attività gli strumenti necessari al cambiamento.

Uno studio USA basato sull’indagine psicografica, cioè intervistando gli agricoltori per definirne attività, attitudini, interessi, valori, ha cercato di definire quali dovranno essere le caratteristiche degli imprenditori agricoli nei prossimi 20 anni. Ne risulta che, sostanzialmente, l’agricoltore del 2040 sarà rappresentato da due tipologie principali:

  • le persone con una grande preparazione tecnica, non necessariamente in materie agricole/zootecniche ed estremamente aperte alle innovazioni;
  • le persone più aperte alle dinamiche di mercato, disponibili agli investimenti per orientare le produzioni in funzione della domanda.

Gli agricoltori avranno capacità per essere resilienti al cambiamento

Entrambe queste tipologie di agricoltori avranno capacità manageriali, di innovazione ed adattabilità, per poter essere resilienti al cambiamento. Dovranno agire su quattro direttrici: ricercare nuovi modi di valorizzazione, aumentare l’efficienza produttiva, integrare i nuovi standard, cogliere le innovazioni.

Fattore critico per questa evoluzione sarà il passaggio generazionale e diventerà fondamentale pianificare la successione per assicurare il futuro aziendale.

Soprattutto, però, gli agricoltori del prossimo futuro dovranno essere aperti alle collaborazioni ed alle compartecipazioni.

TESEO.clal.it - Confronta la tua Stalla con quelle del progetto S/STEMA STALLA
TESEO.clal.it – Confronta la tua Stalla con quelle del progetto S/STEMA STALLA

Fonte: eDairyNews

L’intelligenza artificiale al servizio dell’allevatore
11 Novembre 2020

L’intelligenza artificiale (artificial intelligence – AI) può offrire la possibilità di conoscere e monitorare in modo diretto ed immediato gli animali e ciò che li circonda, rilevando una quantità di informazioni impensabile con l’osservazione diretta da parte dell’allevatore.

L’elaborazione dei dati ottenuti con sensori ubicati nei vari punti aziendali coinvolti nell’attività produttiva, permette di ottenere con estrema precisione gli elementi utili per le decisioni da prendere nella conduzione dell’allevamento e fino al singolo animale.

Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale sono innumerevoli. Possono permettere ad esempio di correlare l’efficienza alimentare della vacca al suo patrimonio genetico per impostare gli indici di selezione o determinare quando il livello di stress da calore può avere conseguenza sul suo stato di salute. Il fatto di poter rilevare se l’animale è coricato o si muove, in che modo rumina, si alimenta o beve, rende possibile intervenire prima che si manifestino forme patologiche che impattano negativamente sulla produzione di latte.

La tecnologia aiuta l’allevatore a seguire e gestire gli animali

La mole di dati raccolta con un flusso continuo 24 ore al giorno dai vari sensori e terminali, elaborati e classificati secondo gerarchie di fattori, entrano in un cloud diventando accessibili su computer e cellulare. La tecnologia è un mezzo che aiuta l’allevatore a seguire e gestire gli animali, ad intervenire prontamente per assicurarne il benessere; in altri termini a compiere quelle scelte gestionali che permettono di massimizzare la redditività.

La potenzialità dell’intelligenza artificiale è nella capacità del sistema di continuare ad apprendere e dunque di modificarsi in funzione dell’obiettivo produttivo. Il sistema arriverà a conoscere meglio non solo l’animale ma anche l’allevamento e le specifiche pratiche di conduzione aziendale.

L’università della Florida lo scorso luglio ha avviato un piano di 70 milioni di dollari per attività di formazione, ricerca e sviluppo delle tecnologie AI nell’allevamento, comprese le valutazioni economiche.

Non bisogna però illudersi che la tecnologia possa dettar legge: nulla potrà mai sostituire le intuizioni dell’allevatore, le sue responsabilità ed esperienza. Le finalità strategiche sono e debbono sempre essere determinate dall’allevatore, che potrà e dovrà avvalersi delle tecnologie in funzione delle scelte che vorrà fare.

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Fonte: Positively Osceola