L’export di CEREALI dagli Stati Uniti nel mese di febbraio è cresciuto del +33,8% in quantità e del +59,6% in valore. In particolare, i prezzi unitari del Mais all’export sono aumentati ulteriormente del +31,2% in confronto a febbraio 2020.
Export Cereali USA+54% Gennaio – Febbraio 2021
Analizzando il primo bimestre 2021, su 18,2 milioni di tonnellate esportate (+53,8% su base tendenziale), circa 12,2 milioni sono rappresentate dal Mais. Giappone, Cina e Messico sono le destinazioni più significative per il Mais, con la Cina che è passata da 1.000 tonnellate importate dagli Stati Uniti nel periodo gennaio-febbraio 2020 a oltre 2,2 milioni di tonnellate nei primi due mesi del 2021.
I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Asia sono molto intensi, anche analizzando l’export di Frumento. Accanto a Messico, Giappone e Cina si collocano come destinazioni Filippine, Corea del Sud, Indonesia, ma anche Thailandia e Taiwan, a conferma che l’area è strategica sul piano commerciale e geopolitico ed è ben presidiata dagli USA.
Si mantengono elevate nel primo bimestre del 2021 le esportazioni dagli USA di SEMI OLEOSI e FARINE PROTEICHE, per un valore vicino ai 7,6 miliardi di dollari (+101,8%).
Su quasi 15,5 milioni di tonnellate esportate (+54,7% su base tendenziale), la Soia rappresenta la prima voce dell’export, con volumi vicini ai 13,4 milioni di tonnellate e una crescita delle vendite oltre confine del +65,6%.
I prezzi medi delle esportazioni di Soia statunitense hanno raggiunto a febbraio i 503 dollari alla tonnellata, più elevati rispetto ad Argentina, Brasile e Paraguay.
Export di Soia USA verso la Cina+161% Gennaio – Febbraio 2021
Il 51% della Soia esportata dagli USA ha preso la rotta cinese, con un incremento rispetto al periodo gennaio-febbraio 2020 del +160,7% per questa destinazione.
L’Unione Europea è il secondo mercato per gli Stati Uniti, seguita da Messico, Egitto, Taiwan, Indonesia e Giappone. L’Italia ha ritirato 131.073 tonnellate nel primo bimestre 2021, in crescita del +62% su base tendenziale.
“Abbiamo perso il treno con la pianificazione
produttiva delle DOP negli anni 1999-2000. Era in quel momento che avremmo
dovuto fare il punto zero e poi pianificare, magari individuando quote di
produzione da assegnare agli allevatori, accompagnando il sistema a una
progettazione con almeno due anni di anticipo. In questo modo avremmo gestito
meglio i flussi di cosce da destinare ai grandi prosciutti DOP e collocarli sul
mercato in base alle dinamiche dei consumi. Tutte le DOP dovrebbero avere una
produzione contingentata, perché rispondono a un disciplinare, comportano costi
più elevati, devono assicurare alta qualità e devono poter contare su un
mercato in grado di remunerare in maniera adeguata tutti gli attori della
filiera”.
Il ragionamento di Ferdinando Zampolli,
allevatore di Rodigo con circa 10mila maiali allevati ogni anno
(venduti a Opas) e 200 ettari coltivati, parte da molto indietro. È in
quel periodo che, secondo l’allevatore che è anche componente della Commissione
Unica Nazionale (CUN) per i suini grassi, non viene agganciata una rivoluzione
di sistema che avrebbe potuto evitare almeno alcune delle crisi successive che
hanno compromesso la vitalità del settore, ridisegnandone il perimetro e
facendo perdere qualche treno in fase di rilancio complessivo.
I consorzi di Parma e San Daniele, ufficialmente,
approvano una programmazione produttiva con cadenza triennale, l’ultimo
approvato per il consorzio di Parma è del 2020 e prevede una produzione di 9,5
milioni di pezzi/anno, a fronte di un consuntivo venduto pari a 8,5 milioni di
pezzi/anno. “Non credo servano parole per commentare questo genere di politica
produttiva: i numeri parlano da soli”, aggiunge Zampolli.
Secondo lei quali sono i motivi?
“I motivi sono sostanzialmente due. Il primo:
gli allevatori non fanno parte del consorzio del prosciutto (sia Parma che San
Daniele). Il consorzio è interamente nelle mani dei prosciuttai, e questo
genere di programmazione produttiva può dettarla solo il consorzio. Secondo: all’epoca
erano ben visibili gli effetti provocati dalle quote latte, e ci si guardava
bene dal ricadere in un simile potenziale problema.
Questo è un problema che emerge tra gli
allevatori ogni volta che il prezzo di mercato va sotto i costi di produzione,
tuttavia, nonostante siano anni che i prosciuttifici navigano in cattive acque,
ancora fanno orecchie da mercante sul contingentamento delle produzioni per
paura di lasciare quote di mercato ai loro competitor. Ad aggiungere
danno alla beffa, hanno recentemente avuto occasione di mettere mano in modo
organico e strategico al disciplinare di produzione, ma hanno clamorosamente
mancato l’obiettivo, caricando il sistema di costi di controllo assurdi a
carico di tutta la filiera (senza, tra l’altro, garantire una maggiore qualità),
risultato di un disciplinare estremamente farraginoso che Confagricoltura
assieme a CIA, CoopAgri, Unapros e altre sigle sindacali ha aspramente
criticato ed osteggiato, critiche che il ministero non ha preso in
considerazione ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi si
vanta di essere paladino degli agricoltori ma che in realtà ha chiaramente
dimostrato di non esserlo, in questa come in altre occasioni”.
Uno degli obiettivi di cui si parla da qualche tempo è anche la
ricerca di nuovi mercati. Non crede che l’internazionalizzazione sia una strada
valida?
“Guardi, l’abbiamo vista tutti, la sfilata
fatta dal presidente cinese con tutta la delegazione al seguito, qui a Roma
qualche tempo fa con tutto il nostro governo in pompa magna, a firmare accordi
di libero scambio tra la l’Italia e la Cina. Vuole che le dica cosa riusciamo
ad esportare in Cina dopo la firma di questi fantomatici accordi tanto
decantati?”.
Dica.
Esportare tagli nobili accrescerebbe il prezzo della materia prima
“L’unica carne, se così possiamo chiamarla, che riusciamo con fatica ad esportare sono le frattaglie, gli zampetti e le teste. Tutti prodotti poco nobili che hanno un effetto risibile sul mercato interno. Quindi, se nel periodo pre-covid il prezzo dei maiali era salito in modo importante è stato perché paesi come la Germania e la Spagna esportavano mezzene intere verso la Cina e quindi non rovesciavano nel nostro mercato le loro produzioni, questo ci ha dato qualche mese di respiro. Noi avremmo tutto l’interesse ad esportare tagli nobili, ci permetterebbe infatti di accrescere il prezzo della materia prima qui in Italia, di svuotare le cantine, oggi intasate da prosciutti stagionati, destinando la coscia fresca al mercato cinese, di dare slancio all’intero settore e a tutto l’indotto. Invece siamo al palo, a vedere l’ennesimo treno passare senza poterlo prendere, e tutto questo per colpa di lobby miopi che non saprebbero disegnare un cerchio con un bicchiere e di una burocrazia che, per ragioni di educazione, non definisco”.
Il mercato ha registrato nelle scorse settimane una ripresa, proprio
quando storicamente i listini rimanevano stabili o addirittura, diminuivano. Se
lo aspettava?
“Sì. E le cause vanno ricondotte in parte all’etichettatura delle carni suine trasformate e in parte alla diminuzione della produzione nazionale e delle importazioni italiane in flessione a causa delle esportazioni verso la Cina da parte dei paesi UE, che storicamente scaricano nel nostro mercato una parte importante delle loro produzioni”.
In tema di etichetta e indicazioni, i salumi sono di nuovo insieme
alla carne rossa nel mirino di una comunicazione forse eccessivamente
allarmistica, almeno alle latitudini italiane. Cosa ne pensa?
“Uso questo ‘proverbio’ perché rende bene l’idea: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, infatti, questi continui attacchi, perpetrati da persone con le quali è impossibile sedersi a ragionare, sono basati su convinzioni ideologiche e non su dati scientifici. Portano a giustificazione delle loro affermazioni, tesi scientifiche create ad arte piene di lacune, di errori che però fanno colpo sull’opinione pubblica, e dall’altra parte abbiamo un consumatore che preferisce ascoltare chi alza di più la voce o chi è più presente nei social, piuttosto che cercare di capire le ragioni per cui da millenni l’uomo alleva gli animali e se ne ciba e soprattutto i passi in avanti che la zootecnia ha compiuto nel rispetto del benessere animale e della salubrità alimentare”.
Come sta funzionando la CUN, oggi? Quali sono i punti critici da migliorare?
Un flusso produttivo che non permettete una strategia di vendita
“Non molto bene! Purtroppo la parte allevatoriale all’interno della CUN poco può fare contro i macelli. Abbiamo un prodotto che è fortemente deperibile, un insieme di regole capestro (come il peso massimo di vendita del suino vivo per poter entrare nel circuito DOP), un flusso produttivo alle spalle che non può essere interrotto a piacimento, e questo non ci permette nessuna strategia di vendita. Quando la merce è pronta deve essere avviata alla trasformazione punto e basta. In quest’ottica è necessario che la politica assista il settore garantendo sempre un prezzo e non un ‘non quotato’. Oggi in particolar modo la corda con i macelli è molto tesa, c’è richiesta e quindi il prezzo del suino vivo dovrebbe salire, dall’altra parte i macelli non riescono a trasferire sulle carni i rincari del vivo. A questo aggiungiamo che abbiamo di fronte una estate dove mancheranno suini in modo importante e i macelli sono spaventati, perché saranno costretti a pagare cara la materia prima ma non sanno se riusciranno a ribaltare gli aumenti sulle carni. Stanno di fatto vivendo quello che nel decennio 2008-2017 hanno vissuto gli allevatori a parti invertite: erano aumentati a dismisura le produzioni di suini in Italia e il prezzo era crollato, oggi i numeri sono ridotti e non ci sono maiali per tutti i macelli presenti, quindi, è il loro momento buio”.
Cosa potrebbe accadere se la Cina rallentasse le importazioni
dall’Europa?
“Lo scenario lo abbiamo già visto: con la
comparsa della peste suina in Germania le esportazioni tedesche verso la Cina
si sono bloccate e il mercato europeo è andato in crisi, raggiungendo
quotazioni ben al di sotto del costo di produzione”.
Nella sua azienda ha investimenti in programma? Quale spazio trovano
sostenibilità ambientale e benessere animale?
“Per ora siamo fermi e non abbiamo programma
investimenti. Quanto alla sostenibilità ambientale, il percorso, senza
remunerazione adeguata alle imprese, diventa naturalmente ben più complesso. Ma
come azienda siamo attenti. Sul versante del benessere animale bisogna essere
chiari: sono necessari investimenti, ma allo stesso tempo il consumatore deve
essere disponibile a pagare un valore aggiunto sui prodotti che mirano ad un
benessere animale superiore ai requisiti minimi di legge. Bisognerebbe avere
coraggio e parlare molto chiaramente ai consumatori”.
I prezzi di cereali e semi oleosi sono cresciuti molto. Come si
protegge dall’impennata della razione alimentare?
“I prezzi sono schizzati in alto e la razione
alimentare in allevamento è aumentata di oltre il 20 per cento. Personalmente
cerco di fare acquisti annuali su mais, farina di soia e orzo, per volumi
indicativi di circa 20mila quintali. I maggiori costi erodono però la
redditività in allevamento”.
Ci sono alternative ai prosciutti Dop, secondo lei?
Analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia
“Spero molto nell’etichettatura e nelle tre I (nato, allevato e macellato in Italia), fermo restando che la produzione DOP è quella che fin ora ha sostenuto il mercato, pur nelle difficoltà. Assistiamo a esperienze diverse, anche legati alla salumeria tradizionale, ma non a Denominazione di Origine Protetta. A volte sono esperimenti che funzionano, ma alla lunga non so quale può essere il ritorno. Certo dobbiamo riflettere, perché se alcuni prosciuttifici sono in difficoltà, probabilmente dovremmo analizzare il quadro della suinicoltura in maniera più ampia”.
La vicenda della nave portacontainer Ever Given, finalmente disincagliata dopo sei giorni bloccata nel canale di Suez, imponeuna riflessione sul futuro di sviluppo sostenibile e globale che, forse, va ripensato. Ci sembra opportuno richiamare l’attenzione sulla conoscenza, sull’informazione come strumento di formazione, elaborazione e pianificazione, in un dialogo che dovrebbe coinvolgere tanto il settore privato delle imprese quanto il piano istituzionale, senza confondere le parti, ma secondo una collaborazione costruttiva.
Clal.it e Teseo by Clal, nelle proprie pagine, pubblicano le autosufficienze produttive, le produzioni, gli scambi internazionali. Per quale motivo? Per informare e contribuire alla crescita dell’economia, della società, del benessere, in chiave sostenibile. Il dialogo, gli accordi internazionali, le politiche di crescita razionale sono elementi che, insieme, contribuiscono al progresso e, in ultima analisi, ad uno sviluppo pacifico. Partendo dai numeri e dalla buona volontà.
Pubblichiamo l’articolo che Vito De Ceglia, Direttore responsabile di ShipMag.it e Giornalista presso La Repubblica-Affari e Finanza, ha scritto per CLAL.it e TESEO.
Vito De Ceglia – Direttore responsabile di Shipmag.it
Non è chiaro quando il Canale di Suez sarà riaperto al traffico, ma è stato compiuto un primo importante
passo in questa direzione. Nella notte, intorno alle 4.30 di lunedì 29 marzo
ora locale, la portacontainer Ever Given è stata disincagliata e portata di nuovo a galleggiare, secondo quanto riferito dal fornitore di servizi
marittimi Inchcape Shipping Services e poi confermato alle agenzie
internazionali da persone che stanno lavorando all’operazione.
La nave della compagnie taiwanese Evergreen Line era bloccata da martedì 23 marzo, causando la chiusura di una delle più importanti arterie per il commercio globale e facendo pressione sui prezzi di commodities e spedizioni. La Suez Canal Authority aveva in precedenza reso noto che un totale di dieci traghettatori sono coinvolti nelle operazioni di liberazione della Ever Given. Gli escavatori hanno già spostato 27.000 metri cubi di sabbia, fino a una profondità di 18 metri, e questa operazione ha permesso di appurare che la parte anteriore della nave è stata danneggiata, anche se l’imbarcazione è rimasta stabile.
Ciò
aggiunge incertezza ai tempi di sblocco del canale, in quanto probabilmente la
portacontainer non è operativa al 100%. Al
momento, in base alle analisi di Lloyd’s List, voce autorevole nel mondo dello
shipping, il blocco del canale da parte della nave Ever Given
costa circa 400 milioni di dollari
l’ora (9,6 miliardi al giorno):
il traffico in direzione ovest vale circa 5,1 miliardi di dollari al giorno e
il traffico in direzione est 4,5 miliardi di dollari.
Intanto,
si è allungata la lista di navi in attesa che il canale venga sbloccato:
secondo i dati raccolti da Bloomberg, sino a domenica 28 marzo c’erano 453 navi in coda, rispetto alle circa 100 all’inizio del blocco. In questo totale
sono comprese 90 navi portarinfuse (navi usate per trasportare carichi non-liquidi e
non contenuti in container), 27 petroliere, 82 portacontainer, 22 vettori GPL o GNL, 31 navi cisterna e 17 navi
che trasportano veicoli. Anche se
l’importante snodo per il commercio mondiale fosse liberato nei prossimi
giorni, le conseguenze sugli scambi globali potrebbero durare settimane o mesi.
“Le tessere del domino sono state rovesciate – ha scritto sui social media Lars
Jensen, amministratore delegato di SeaIntelligence Consulting – I ritardi e i cambi di rotta, che sono già avvenuti, causeranno effetti a catena su navi e attrezzature vuote, che si faranno sentire per diversi
mesi”.
Un incidente,
quello della Ever Given, che probabilmente avrà un effetto boomerang anche
sulle tariffe di trasporto marittimo che sotto la spinta del lockdown globale
per la pandemia Sars Cov 2, associata all’esplosione della domanda di prodotti
domestici di importazione, ha reso il mercato dei noli del trasporto container sempre più instabile. A trainarli è principalmente la domanda dei consumatori statunitensi, che sta trovando ulteriore spinta man mano che
l’economia si riprende per effetto del programma di vaccinazione, che dovrebbe
incrementare i consumi.
Anche la direttrice Asia-Europa-Med, sebbene in quantità
più contenuta, ha visto una lievitazione media dei noli di ben il 450% dalla seconda metà del 2020, ma la lentezza in EU
del programma vaccinazioni con conseguenti ampi lockdown a macchia di leopardo,
sta attenuando la domanda ed è attesa una contenuta correzione dei noli. La
situazione generale è comunque molto fluida e in continuo mutamento, con effetti
tutti da verificare sulle economie globalizzate.
Produzioni di Soia previste in crescita
per la nuova stagione, guidate da Brasile e Stati Uniti, mentre la Cina si conferma
come principale destinazione per l’export di Soia.
Aumentano i prezzi di Novembre della Soia nelle principali piazze mondiali.
Michele del Team di CLAL.it e TESEO illustra l’andamento di mercato della Soia nel seguente video.
La produzione mondiale di Soia per la stagione Settembre 2020 – Agosto
2021 è stimata in leggera diminuzione rispetto alla previsione precedente, ma
comunque in aumento del +7,7% rispetto alla stagione 2019-20 (Forecast
USDA).
Produzione prevista in crescita per i due principali player mondiali, Brasile (+5,6%) e Stati Uniti (+17,4%). Positive anche le previsioni per Argentina e Unione Europea.
L’Export mondiale di Soia per la stagione 2020-21 è stimato in
leggero aumento, +1,9% rispetto alla stagione precedente, guidato dal trend
positivo delle esportazioni statunitensi (+31,2%).
È previsto invece in diminuzione
l’export di Soia di Brasile e Argentina. I dati di Ottobre mostrano infatti
una riduzione delle esportazioni, rispettivamente -50,9% e -91% rispetto a Ottobre
2019.
La principale destinazione per l’export di
Soia rimane la Cina, che rappresenta circa i ⅔ dell’Import mondiale.
Per l’annata 2020-21 si prevede che la Cina accresca il suo import dell’1,5%,
raggiungendo le 100 Milioni di Tonnellate. Nel solo mese di Ottobre la Cina ha
importato circa 8,7 Mio Tons di Soia, +2,5 Mio Tons rispetto ad Ottobre 2019.
L’Unione Europea per il periodo Gennaio – Settembre 2020 ha importato più di 12 Mio Tons di Soia, registrando un aumento del +7,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per la stagione 2020-21 si prevede, invece, una diminuzione dell’import di Soia europeo del -1,3%.
Continua ad aumentare il prezzo della Soia
in diverse piazze mondiali. Il prezzo medio di Novembre in Argentina è di 341$ per Ton, +7% rispetto
al mese precedente e +36,4% rispetto a Novembre 2019. Anche per gli Stati
Uniti il trend è positivo, con l’USDA che prevede un prezzo medio
stagionale in crescita di oltre il 20% per la stagione 2020/21.
In Italia, il prezzo dei Semi di Soia
Nazionale è aumentato sensibilmente. Il prezzo medio di Novembre, quotato a Bologna, è di 416€ per Ton, +7,3%
rispetto al mese precedente e +22% rispetto a Novembre 2019.
Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.
Produzioni ed esportazioni mondiali di Mais previste in crescita per la nuova stagione, trainate da Stati Uniti e Brasile. Aumentati i prezzi del Mais in USA, Argentina ed alcuni Paesi UE, inclusa l’Italia.
Michele del Team di CLAL.it e TESEO illustra l’andamento di mercato del Mais nel seguente video
USDA ha recentemente rivisto la Produzione mondiale di Mais per la stagione Settembre 2020 – Agosto 2021 in leggera diminuzione rispetto alla previsione di Ottobre. Se confrontata con l’annata precedente la produzione è comunque stimata in aumento del +2,5%, attestandosi a 1.144,6 Mio Tons.
A guidare l’aumento produttivo sono gli Stati Uniti (+6,5%) e il Brasile (+7,8%). La produzione in Unione Europea, Argentina e Ucraina è invece prevista in diminuzione, a causa di condizioni di siccità.
Positive le previsioni sull’Export
mondiale di Mais, per il quale si attende un aumento dell’8,0% per
la stagione 2020-21. Aumento guidato, ancora una volta, da Stati Uniti (+49,0%)
e Brasile (+14,7%).
L’Unione Europea nel periodo Gennaio – Settembre 2020ha esportato 3.142.400 Ton di Mais, +15,4% rispetto ai primi 9 mesi del 2019. Tuttavia, per la stagione 2020-2021 è prevista una riduzione significativa. Stimato in diminuzione anche l’export di Argentina e Russia.
Continua ad aumentare il prezzo del Mais
negli USA. Il prezzo medio di
Novembre in West Iowa è di 156,8$ per Ton, +5,1% rispetto al mese
precedente.
Anche in Argentina il prezzo del Mais è aumentato sensibilmente, a
partire da giugno, e il prezzo medio di Novembre del Mercado Rosario è 190$
per Ton.
Questo trend si riflette anche sui prezzi
in Olanda, Spagna, Portogallo ed Italia. I prezzi medi attualmente quotati
a Bologna sono: 195€/Ton per il Mais ad uso zootecnico, 199€/Ton
per il Mais ad uso zootecnico con caratteristiche.
Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.
Nonostante L’Export di Mais dell’UE-28 nel cumulato Gennaio – Luglio 2020 rimanga superiore allo stesso periodo del 2019, da Maggio si registra un trend negativo. Continua a diminuire l’Import di Mais: -51,93% in Luglio 2020 rispetto a Luglio 2019.
L’Italia ha importato nella prima metà del 2020 3,03 milioni di tonnellate: una riduzione del -2,76% rispetto ai primi 6 mesi del 2019.
Soia
Si rafforza l’Import europeo di Soia nel mese di Luglio: +9.54% Lugliorispetto a Luglio 2019, per un totale di 9.89 milioni di tonnellate nei primi 7 mesi dell’anno in corso.
Picco in Giugno per l’Import Italiano di Soia: 246.154 tonnellate acquistate, che corrispondono ad un aumento del +40,17% rispetto a Giugno 2019. Nel 2020 le importazioni dagli Stati Uniti sono diminuite notevolmente, a favore di altri Paesi fornitori (Brasile e Canada).
Riso
L’Import UE-28 di Riso sta vivendo un periodo di forte crescita, dopo un inizio 2020 moderato. Nel periodo Gennaio – Luglio sono state acquistati, infatti, 1,69 milioni di tonnellate, +17,48% rispetto ai primi 7 mesi del 2019. Trend che si rafforza in Luglio +42,67%.
L’Italia vede crescere il proprio Export di Riso nei primi 6 mesi del 2020, raggiungendo le421.836 Tonnellate. Il trend è confermato anche per il mese di Giugno, con esportazioni in aumento del +14,22%.
“La suinicoltura italiana ha
bisogno di investimenti, programmazione produttiva, specializzazione e di una
rivoluzione culturale che abbracci tanto la produzione quanto il marketing.
Senza questi elementi, inutile sperare nella competitività e nel futuro del
settore”.
Ha le idee molto chiare e non ci gira troppo intorno Sergio Visini, allevatore bresciano che gestisce due porcilaie tra Grezzana (Verona) e Pegognaga (Mantova), in collaborazione con Bompieri. Circa 800 scrofe sono di fatto il serbatoio per il sito 2 nel Mantovano, dove è stato costruito un allevamento completamente nuovo con svezzamento e ingrasso. In totale sono poco più di 19.000 suini all’anno.
Quali sono i tratti distintivi
dell’impianto?
“Lo svezzamento è su paglia,
mentre l’ingrasso è con pavimento pieno e palchetto parzialmente fessurato. Utilizziamo
solo la ventilazione naturale in tutti i padiglioni monofalda su cui abbiamo
installato due impianti di fotovoltaico da 1 megawatt (uno in autoconsumo).
Abbiamo anche un impianto di biogas per valorizzare i reflui, riutilizzare il
calore e ridurre così l’impatto ambientale. Inoltre, impieghiamo dei
microrganismi per abbattere gli odori”.
Che tipo di animale allevate?
“Dal 2017 abbiamo scelto di
aderire alla filiera antibiotic free e portiamo gli animali a 175 chili”.
A chi vendete?
“A Opas per il circuito del
Prosciutto di San Daniele, marchio Principe, con la quale Opas ha avviato una
collaborazione per valorizzare anche il resto della carcassa per carne fresca o
insaccati, dal momento che è antibiotic free”.
Vi siete orientati su una
produzione molto richiesta e specifica. Qual è la remunerazione in più per
l’allevatore?
“Viene riconosciuto un premio in
più per capo. Il risultato, di fatto, è legato alle cosce, ma, come dicevo,
stiamo sperimentando per estendere i benefit anche al resto dell’animale.
Abbiamo adottato una logica produttiva di tipo industriale, da intendersi in
chiave di organizzazione, efficienza, tracciabilità, servizio tecnico, ma anche
genetica e strutture. Nulla è lasciato all’approssimazione, data la peculiarità
di questo mercato”.
Appunto. Quello suinicolo è un
mercato che sta scontando una marcata volatilità. Perché, secondo lei?
La volatilità è legata all’assenza di programmazione
“La volatilità è legata alla totale
assenza di programmazione. Senza una pianificazione produttiva condivisa e una
progettualità dall’allevamento al prodotto finito non si può pretendere di
governare il mercato”.
“Il dato dell’autosufficienza, in
verità, mi interessa relativamente. Non facciamo carne di macelleria e non abbiamo
mai pensato di farla. Invece, credo che sia giunto il momento di ragionare per
produrre carne di alta qualità. È mai possibile che nei grandi ristoranti
italiani propongano carne suina spagnola e non italiana? E non credo sia colpa
della ristorazione, se noi non ci siamo mai posti l’obiettivo di proporla”.
Fra gennaio e maggio 2020, secondo le elaborazioni di Teseo by Clal, abbiamo esportato meno di 150mila tonnellate di carne e preparati. La Francia 313.500 tonnellate, la Polonia 329.000, per non parlare di Olanda (651.000 tonnellate), Danimarca (605.000), Spagna (1.100.000 tonnellate) o Germania, leader a livello europeo con un export di oltre 1.400.000 tonnellate. Quanto pesa, secondo lei, questo gap e come ridare competitività alle imprese?
Investire sull’export ed eliminare le inefficienze all’interno della filiera
“Pesa moltissimo. Ma non abbiamo
mai investito sull’export e mai, come dicevo prima, puntato sulla carne fresca
di alta qualità. Ha iniziato da qualche tempo Opas con il marchio Eat Pink.
Credo che ci siano spazi, perché il prodotto italiano ha qualità superiori, sia
in termini organolettici che qualitativi. Avendo però un suino pesante, va
trattato di conseguenza, magari con una frollatura idonea. Dovremmo, quindi,
investire sulle celle di frollatura. Allo stesso tempo, dovremmo investire per
eliminare le inefficienze all’interno della filiera.
La Spagna può essere vista
come un modello?
“Parto da un dato. Trenta anni fa
la Spagna aveva circa lo stesso numero di maiali dell’Italia. Oggi noi siamo
sugli stessi volumi, mentre la Spagna alleva più di 30 milioni di capi. Hanno
saputo valorizzare la propria filiera, attraverso leve di marketing vincenti
già 20 anni fa, quando puntavano moltissimo sull’export. Anche loro avranno
avuto i problemi ambientali, la difficoltà nei rapporti con i cittadini, una
classe politica con cui confrontarsi, eppure hanno saputo sfruttare un concetto
di cultura alimentare che è molto simile alla nostra, ma che noi italiani non
abbiamo saputo o voluto valorizzare. Dovremmo imparare dal mondo del vino, che
ha saputo costruirsi una identità territoriale molto forte”.
Come mai l’Italia è rimasta
ingessata?
“Non abbiamo costruito un
progetto. E i macellatori hanno fatto da tappo a qualsiasi progettualità. Di
più, non hanno saputo valorizzare anche i nostri gioielli, come i prosciutti di
Parma e San Daniele. Ma le colpe, probabilmente, sono di tutti. Non siamo stati
in grado nemmeno di far funzionare la Cun”.
Quali sono, secondo lei, i
limiti della Cun?
“È limitativo pensare a un
confronto fra due componenti della filiera senza tutti gli altri. Si
confrontano allevatori e macellatori. E gli altri attori?”.
Chi vorrebbe inserire?
“I prezzi della materia prima,
secondo me, devono essere in funzione del prodotto finito. Se vogliamo dire che
la Cun deve definire un prezzo minimo garantito per chi fa un prodotto base,
può eventualmente anche andare bene. Ma se ci orientiamo, come è il modello
Made in Italy, su filiere, prodotti dop e di alta gamma, allora bisogna ripensare
il sistema di formazione del prezzo. Chi
mi fa investire nelle aziende, nel benessere animale, se non c’è remunerazione?”.
I prosciutti Dop sono ancora strategici per la filiera italiana? Come
ne rilancerebbe i consumi e i prezzi?
“Sì, sono ancora strategici, ma
non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo essere protagonisti su un mercato di
alta gamma, dobbiamo garantire credibilità e immagine, qualità del prodotto e,
soprattutto, in maniera costante. Se non distinguo un prosciutto Dop da uno
generico, perché dovrei comprarlo?”.
Dove migliorare?
Serve una standardizzazione di prodotto verso l’alto
“Serve standardizzazione di
prodotto verso l’alto, partendo da materia prima di alta qualità. Non possiamo
pensare che ogni allevamento abbia variazioni qualitative anche marcate. Un
altro punto chiave è il packaging: siamo rimasti indietro e non ci
differenziamo. Questo perché ci manca la cultura del prodotto di alta gamma. Guardiamo
la Spagna, ancora una volta, e il prosciutto Pata Negra: è un brand a tutti gli
effetti, raro e costoso, ma curato anche nei dettagli del packaging, perché
l’immagine di un prodotto di alta gamma non è banale”.