Il mercato suinicolo Italiano è stato fortemente segnato dalla diffusione di PSA nel nostro territorio, di cui il primo caso è stato identificato a Gennaio 2022. Ad effetto immediato, alcuni Paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato le importazioni di carne suina dall’Italia. L’export totale è diminuito in volume del -8,2% nel 2022 rispetto al 2021. La maggior riduzione ha riguardato l’export di “Altre Carni congelate (cod. HS 020329)” di cui la Cina è stata il principale acquirente fino al 2021.
Oltre alla domanda in rallentamento, il 2022 ha visto un’ulteriore crescita dei costi sia dell’alimentazione sia energetici che, insieme alla PRRS (Sindrome Riproduttiva e Respiratoria Suina), ha portato ad una riduzione del patrimonio suinicolo italiano. Di conseguenza le macellazioni di suini sono diminuite di 596 mila capi (-5.4% rispetto al 2021). Le macellazioni di suini destinati a DOP-IGP, in particolare, sono diminuite di 409 mila capi.
Nonostante la minor domanda estera, il calo dell’offerta domestica di suini ha portato ad una carenza di carni suine, sfociata in un aumento dei prezzi locali. L’aumento dei listini ha raggiunto anche il consumatore, che ha già iniziato a modificare le sue abitudini d’acquisto spostandosi dai prosciutti DOP verso prodotti meno costosi, quali prosciutti non DOP, Prosciutto Cotto, Mortadella e Salumi.
I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.
Presidente Alessandro Utini, come
definirebbe l’attuale situazione di mercato?
“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.
Il prezzo della coscia è particolarmente
elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo
sia per le imprese che per il consumatore?
“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta
fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia
prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un
adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo
importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un
contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una
flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in
gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo
periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali
abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento
strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia
che regola domanda e offerta”.
Molti settori stanno vivendo una fase di
incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di
Parma?
Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale
“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.
La produzione di Prosciutto di Parma è in
flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul
mercato della minore produzione?
“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.
L’export è una delle strade obbligate.
Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di
incrementare le performance?
Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export
“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.
Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist?
Che risultato vi stanno dando queste figure?
“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.
Quando si parla di Prosciutto di Parma,
quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È
necessaria una segmentazione del prodotto?
“Prendere in considerazione le
caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più
complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro
interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia,
Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con
mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari
e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende
che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno
un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il
Parma”.
Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?
“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.
La suinicoltura italiana dovrebbe forse
immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli
altri tagli. Che suggerimenti ha?
“Pur ritenendo indispensabile un’azione
volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta
iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che,
per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione
del Prosciutto di Parma”.
Dall’interprofessione al ruolo dei Consorzi, passando per la vocazione all’export della salumeria italiana alla sostenibilità ambientale. Il presidente di Assica, l’Associazione degli industriali delle carni suine, Ruggero Lenti, parla a tutto tondo in questa intervista rilasciata a Teseo.
Presidente Lenti, la
situazione della filiera suinicola è oggettivamente complicata. Come se ne
esce?
“Oggi è più che mai necessario trovare
un punto di equilibrio del sistema. Come se ne esce? Sicuramente superando le
logiche del passato per le quali la crescita di un segmento poteva essere
ottenuta solo a scapito della prosperità di altri anelli della filiera. È
arrivato il momento che la filiera non sia solo una parola ma condivisione
vera. Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere
della filiera stessa”.
Altre volte, in passato, sono
stati organizzati tavoli di filiera. È necessario convocare un nuovo tavolo?
Quali dovrebbero essere gli attori e quali le finalità?
Un progetto di filiera che tenga conto del consumatore
“Più che organizzare un tavolo di filiera come quelli che sono stati fatti fino ad oggi, vedo più efficace lavorare ad un progetto pilota che metta allo stesso tavolo tutti i componenti della filiera in cui si tenga conto di quello che il consumatore, oltre alle Istituzioni nazionali ed europee, richiede con sempre maggiore chiarezza: non più solo prodotti buoni per il palato, ma anche per l’ambiente e per la società, attenti al benessere animale, con un impatto ambientale minore e migliori sotto il profilo etico e di sostenibilità. Si tratta di un cambio culturale necessario, che può assicurare alle imprese di essere ancora attive sul mercato nel prossimo futuro. È fondamentale inoltre che la filiera sia completa, a partire dai mangimisti e fino alla grande distribuzione, con la necessaria presa si responsabilità da parte di ognuno dei componenti”.
Che ruolo immagina per i
Consorzi di tutela delle grandi Dop della salumeria italiana, a partire dai
prosciutti di Parma e San Daniele?
“Le produzioni Dop e Igp rappresentano
un’importante chiave per lo sviluppo del settore in Italia e all’estero. I
Consorzi che ne raggruppano i produttori sono un riferimento fondamentale per
la crescita delle produzioni che rappresentano e per la tutela sul mercato
delle stesse. L’esperienza italiana è sempre stata all’avanguardia in questo ambito,
specie nel settore dei salumi. É ora di costruire un nuovo slancio per i
Consorzi, favorendo l’ammodernamento della loro disciplina e delle funzioni
loro riconosciute dalla normativa comunitaria, ampliandone l’ambito di azione e
contribuendo a un loro ruolo più centrale nella tutela legale e commerciale
delle produzioni”.
Come sostenere l’export del
settore?
“Con circa 20 milioni di euro
persi ogni mese da gennaio 2022 per mancato export verso Oriente a causa della
PSA sul territorio continentale, è importante contribuire alla ripartenza
dell’export di carni suine e salumi. Per esportare, le aziende della salumeria
devono spesso investire in strutture e stabilimenti dedicati per soddisfare i
requisiti di abilitazione dei Paesi Terzi, spesso più stringenti delle norme Ue.
Bisogna chiedere alle Istituzioni di sostenere tali investimenti che sono
fondamentali per imprimere slancio all’export di salumi nazionali”.
Come pensa si possa
valorizzare i tagli di carne fresca del suino italiano?
“Da una recente indagine del
Censis il 96,5% degli italiani consuma diverse tipologie di carni che considera
alimenti parte della dieta mediterranea (Rapporto Censis, Assica-Unaitalia). La
carne suina rappresenta, insieme ad altre tipologie di carni, uno dei pilastri
identitari del posizionamento delle insegne sia nella parte cosiddetta tal
quale (il fresco) sia per la parte lavorata/ricettata.
La filiera deve raccontarsi di più
Ma se sulle carni bovine e
avicole c’è stata un’evoluzione di comunicazione e di branding in questi anni –
situazione che ha reso possibile delle narrazioni più articolate – sulla carne suina
si è fatto molto meno. Dalle interviste di una ricerca presentata nell’ambito
del progetto “Eat Pink” emerge che la grande distribuzione chiede ai produttori
e agli allevatori di promuoversi di più e fare sistema. La filiera deve
raccontarsi di più e affrontare meglio la sostenibilità e l’innovazione. Se le
vendite di carne di suino, specialmente il taglio fresco, che è ancora la quota
maggioritaria, sono piuttosto statiche, dall’altro i nuovi stili e abitudini di
consumo che si stanno consolidando, come il barbecue, sono i nuovi driver.
Opportunità arrivano poi dalla crescita del mercato del ready-to-cook e
ready-to- eat, opzioni sospinte dalla crescita dei costi energetici”.
Il modello spagnolo può essere
per qualche aspetto imitato anche in Italia?
“Non credo. La produzione di
carne suina in Spagna è molto elevata e destinata in larga parte all’export tal
quale, situazione non replicabile in Italia. Per quanto riguarda i salumi, non
dimentichiamoci che noi esportiamo di più e con una maggiore varietà. Un buon
lavoro fatto in Spagna riguarda invece l’interprofessione: la hanno costituita
da anni e lavora molto bene in ambito promozionale, facendo pagare poco a tutti
i numerosi produttori, dagli allevatori alle aziende”.
La peste suina costituisce una
spada di Damocle. Le Regioni stanno sostenendo gli investimenti per la
protezione degli allevamenti. Pensa che in chiave di filiera possa essere
previsto uno specifico aiuto da tutti i player per arginare il fenomeno?
“È necessario un cambio di passo
nelle attività per l’eradicazione della malattia, che ci sta penalizzando
fortemente in ambito export. Il Commissario straordinario sta facendo un ottimo
lavoro, ma deve essere messo in condizioni di lavorare di più e meglio
attraverso un’adeguata dotazione finanziaria, che fino a ora è mancata. Non
possiamo permetterci di distruggere anni di lavoro per portare i nostri
prodotti nelle tavole di tutto il mondo”.
Più attenzione alla sostenibilità, anche sociale
Pensa che nei prossimi anni
cambierà la suinicoltura in Italia? In quale direzione?
“Credo che assisteremo a una
svolta in tempi brevi verso una maggiore attenzione ai contenuti dei prodotti
da parte dei consumatori. Soprattutto in tema di sostenibilità ambientale, ma
anche sociale. La revisione della legislazione unionale sul benessere animale è
iniziata e sarà certamente un punto di svolta”.
“Gli Attori della Filiera Suinicola italiana si trovano di fronte ad una sfida eccezionale. Inflazione, clima, PSA e sconvolgimenti sui mercati internazionali degli input sfidano un sistema che fatica a far sistema.”
Così esordiva l’invito a partecipare all’incontro “La Filiera Suinicola alla prova del dialogo” di venerdì 11 novembre 2022, organizzato dal Team di CLAL con l’obiettivo di aiutare gli Operatori ad affrontare queste sfide.
Oltre cento attori della catena di approvvigionamento suinicola, GDO inclusa, hanno risposto dandosi appuntamento presso Fiere di Parma per partecipare all’inizio di un dialogo, basato su dati ufficiali ed oggettivi e un’analisi di mercato dal taglio imprenditoriale.
Dopo il benvenuto di Angelo Rossi e l’introduzione di Francesco Branchi, che ha messo a fuoco alcune delle sfide che la filiera sta affrontando, Alberto Lancellotti ha analizzato le modalità in cui il clima sta avendo un impatto sulla catena di approvvigionamento suinicola, mentre Ester Venturelli ha tracciato i trend dell’energia e dei costi alimentari per l’allevamento suinicolo.
Marika De Vincenzi, referente nell’ambito di CLAL per il settore suinicolo, ha successivamente analizzato il mercato di suini, carni e salumi italiani nel contesto del mercato globale. Macellazioni, sigillature, tagli e prezzi, cambi, export e la domanda cinese sono alcuni dei temi trattati da Marika, che hanno acceso i primi scambi tra i partecipanti.
Dopo il Team di CLAL, Alessandro Poli di IRi ha presentato un quadro dei consumi di carni e salumi, lasciando poi spazio al dibattito tra gli Operatori, coordinato da Francesco Branchi, alla presenza di Regione Emilia-Romagna e Regione Piemonte (segue galleria fotografica).
Quale primo risultato dell’incontro, i partecipanti intervenuti hanno dichiarato di voler istituire un tavolo di filiera: intenti accolti ed ufficializzati da Ruggero Lenti, Presidente di ASSICA, nel suo commento a fine mattinata.
A Francesco Pizzagalli, presidente dell’IVSI – Istituto Valorizzazione Salumi Italiani, è stato infine chiesto di trarre le conclusioni della mattinata. Il Prof. Pizzagalli ha gentilmente accettato, esortando a procedere nel dialogo seguendo i tre punti cardine:
visione
condivisione
collaborazione.
“Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”, ha sottolineato Pizzagalli, aggiungendo un concetto cristiano citato non per ultimo da Papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.
Al termine dei lavori, il dibattito è continuato durante l’aperitivo.
“La Filiera Suinicola alla prova del dialogo”, presso Fiere di Parma
Michele Carra, ASSALZOO
Massimo Zanin, Veronesi SpA
Rudy Milani, Suinicoltore
Antenore Cervi, Suinicoltore
Sergio Visini, Suinicoltore
Elio Martinelli, ASSOSUINI
Stefano Borchini, SLEGA
Roberta Chiola, Gruppo Chiola
Davide Calderone, ASSICA
Paolo Tramelli, Cons. Prosciutto di Parma
Alessandro Utini, Cons. Prosciutto di Parma
Giuseppe Villani, Cons. Prosciutto di San Daniele
Alessandro Masetti, COOP
Nicolò Bistoni, CONAD
Claudio Truzzi, METRO
Massimiliano Lazzari, COOP
Angelo Frigerio, Giornalista
Ruggero Lenti, ASSICA
Francesco Pizzagalli, IVSI
Alessandro Poli, IRi
Marika De Vincenzi, Francesco Branchi e Angelo Rossi, CLAL
Le temperature sempre più elevate possono danneggiare gli allevamenti di suini sotto diversi aspetti tramite lo stress provocato agli animali.
Lo stress da caldo è il risultato di un eccessivo accumulo di calore all’interno dell’organismo e può essere cronico o acuto a seconda della durata e dell’intensità delle alte temperature.
L’animale si adatta, ma non senza danni
Lo stress da caldo cronico permette all’animale di adattarsi alle temperature, ma non senza danni legati a modifiche delle caratteristiche metaboliche. Il danno sarà tanto più ingente quanto il suinetto sarà giovane. Per esempio, lo stress da caldo durante la gravidanza porta a dismetabolie nei suinetti, che non permettono loro di esprimere appieno il potenziale genetico.
Lo stress da caldo acuto porta ad un’immediata riduzione del consumo alimentare e a dilatazione vascolare per rilasciare maggiori quantità di calore. Tuttavia, maggiori danni si possono manifestare nella fase di recupero. Infatti, la carenza di nutrienti ed ossigeno possono portare a modifiche della morfologia intestinale che rende più complesso l’assorbimento di nutrienti fondamentali, provocando da ultimo ritardi nella crescita.
Inoltre, le alte temperature potrebbero favorire anche altri problemi di salute, sia in modo diretto, indebolendo il sistema immunitario e quindi rendendoli più vulnerabili agli attacchi dei patogeni, sia in modo indiretto, aumentando la probabilità che si manifestino minacce sanitarie dati gli ambienti che diventano più adatti alla sopravvivenza dei patogeni.
Ritardi nella crescita di 20 giorni
Tutto questo è in linea con quanto hanno riportato a TESEO alcuni allevatori che, nell’ultima estate, hanno notato ritardi nella crescita dei suini, i quali hanno raggiunto il peso di macellazione anche 15/20 giorni più tardi rispetto alla media. Inoltre, i dati delle macellazioni di Luglio, Agosto e Settembre indicano che il peso medio del suino inviato al macello è stato inferiore rispetto agli anni precedenti.
I metodi di adattamento possono essere vari, tra i quali: ventole, acqua, muri e soffitti coibentati, maggiore metratura per suino. È importante che le aziende adottino sistemi di adattamento adeguati alla loro realtà in previsione di estati sempre più lunghe e calde, primo per ragioni di benessere animale, ma anche per limitare le perdite economiche dovute allo stress da caldo.
TESEO.CLAL.it – Peso vivo medio dei suini inviati alla macellazione
Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini
“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.
Il percorso di crescita in Italia
e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini:
Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale,
parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati
al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a
livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che
occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.
Siete leader in Italia nel
segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura
di prosciutti Dop?
“Per il momento non è nei nostri
piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a
Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione.
Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre,
sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione
delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo
investito in Spagna oltre 150 milioni”.
Qual è la vostra quota di
export?
“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e
il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero
e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo
in tutto il mondo”.
Il made in Italy è un valore
aggiunto?
“Sicuramente. È un maiale diverso
rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per
la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata
invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha
grandi potenzialità per l’export”.
Avete avuto ripercussioni con
la peste suina africana?
“Sì. Nelle due strutture di macellazione
in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un
rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato
nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta
infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari
giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso
l’85% dell’export extra Ue”.
In quale direzione investirete
in futuro?
Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle
“Nei prossimi anni pensiamo a
sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando
allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa
ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.
Dall’inizio dell’anno a oggi,
che fase stanno attraversando i macelli?
“Diciamo che siamo alle prese con
una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è
manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito
tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui
listini.
Anche l’aumento dei costi di produzione
sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.
Come cercate di riassorbire i
maggiori costi di produzione?
“Abbiamo cercato di portare
avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di
limitare al minimo tutti gli sprechi”.
L’aumento dei costi produttivi
ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?
“No, assolutamente”.
Che investimenti avete fatto
nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?
“Negli ultimi due anni abbiamo
portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione
dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha
portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre,
quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe,
dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro
concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.
Come mai la scelta di chiudere
la filiera?
“Quando lavori occupando solo un
segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di
mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come
abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di
fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che
in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se
invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il
rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire
le anomalie di mercato”.
I consumatori sono sempre più
attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto
ambientale?
Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale
“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.
Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.
Il minore potere di acquisto delle
famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale
direzione?
“Da alcuni mesi la situazione
delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli
aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare
che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un
attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei
prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a
una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.
Talvolta gli allevatori chiedono
ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività.
Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?
Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni
“La cosa migliore da fare sarebbe
convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non
basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di
condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive.
Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire
redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria
per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non
può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una
valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione
dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e
sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.
Come vede il futuro della
suinicoltura?
“Sono ottimista, ma solamente se tutti
i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire
un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle
prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono
in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo
essere lungimiranti e coesi”.
Sulla genetica si sono levate un
po’ di polemiche?
“Il prodotto finale parte dalla
genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna
ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare
la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare
lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più
ampia sul mercato”.
Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola
“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.
Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.
Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano
Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti,
un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere
un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa
parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte,
due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.
I maiali allevati in soccida, con
porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in
Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.
Partiamo dalla cronaca. Avete avuto
difficoltà con i trasporti?
“Le risponderei ‘Ni’, perché
indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia
con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha
comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo
pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e,
così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori
veloci”.
Qual è la situazione per i
mangimi?
“È andata meno peggio di quello
che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover
scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con
quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che
in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.
Come definirebbe la fase che
sta attraversando la suinicoltura?
“Una premessa doverosa, perché i
punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta
avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie
valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo
che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del
messaggio.
La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi
Il nostro gruppo industriale ha
scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica
possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori
bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della
filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile
avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di
approvvigionamento”.
A proposito di integrazione di
filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.
“Sì e con quell’operazione ci
siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche
da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello
attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo
difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di
reperibilità di materie prime.
Sono convinta che più la filiera
è completa, più è forte”.
Cosa prevedete per le filiere
suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere
efficaci per restituire competitività?
Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia
“Le dico una cosa che può
sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli
spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui
uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia
e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo
stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo
avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.
Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.
Assenza di squadra tra i vari
anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto
problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.
A casa mia non funziona così. Io ho
in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di
collaborazione con i miei clienti.
Per me il macello è un partner e
con cui confrontarmi per risolvere problematiche.
Ma a volte si sentono frasi
aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.
Lei è una donna. Ritiene che
il settore della suinicoltura sia maschilista?
“Io mi sono sempre trovata
benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e
non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di
assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.
Nel novembre 2020 avete acquistato
un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del
Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?
“Il nostro prosciuttificio ha una
potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque
un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad
ingrandirlo.
Le difficoltà del Prosciutto di Parma
sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le
decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono
sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9
mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche
si immaginano.
Mi spiace riconoscerlo, ma da quando
bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e
chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto
con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.
Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export
Trovo triste che l’unico modo che
in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia
stato quello di sigillare meno prosciutti”.
Soluzione sbagliata?
“Secondo me è una sconfitta commerciale.
L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione
di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate
innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno
risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di
più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.
Ritengo che si possa fare tanto
di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare
20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.
Oggi il prezzo della coscia fresca
per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe
secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase
di stagionatura?
“A questi prezzi posso rispondere
‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza
tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però,
ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la
filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche,
compensa”.
Come mai il prezzo della
coscia è così alto?
“Penso che sia, molto
semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone
aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha
marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse,
però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente,
sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per
la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50
euro al chilo, ma ci siamo vicini.
Ricordo anche che nel 2016-2017,
quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con
numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più
alto”.
Il Mipaaf ha pubblicato nei
giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche
progetto?
“Ci stiamo provando, ma confesso
che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero
semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico
fino al prosciuttificio”.
Come contenere la peste suina
africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?
“Sulla Psa ci sono persone molto
in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani
legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo
che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità
a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non
mi tolgo dalla testa è questa”.
Quale?
“Perché si è lasciato che il cinghiale
proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di
cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre
alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto
parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori
coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.
La genetica suina è al centro
del dibattito. Qual è la sua posizione?
“Abbiamo fatto un grande caos. Quando
gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di
categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a
creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema
ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi,
ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero
dovuto avere più voce in capitolo”.
Quanto pesa la questione ambientale?
“A livello personale, fra auto
elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno
possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza
allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul
settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più
della zootecnia”.
Crescono in Cina le produzioni di Suini e, di conseguenza, le quantità di Carne Suina. Allo stesso tempo, gli indici segnalano nel mese di Aprile una ripresa dei prezzi dei Suinetti, dei Suini e delle Carni. Un’inversione di rotta, dunque, dopo gli assestamenti ribassisti nel periodo compreso fra Novembre-Dicembre 2021 e Marzo 2022.
L’aumento della produzione di Suini, cresciuti nel 2021 del +15,9% in numero con un’accelerazione che ha portato la mandria a raggiungere i 655 milioni di capi, potrebbe aver influito sulla contrazione dei listini. Ma si potrebbero anche rilevare altri fattori, legati alla situazione contingente (la politica di tolleranza zero verso il Covid) e al rallentamento dell’economia. In Aprile il settore ha invece segnato una ripresa, necessaria forse per sostenere il ripopolamento della mandria ed evitare chiusure di allevamenti?
Nel 2022 la produzione di Suini dovrebbe mantenersi su un terreno positivo, anche se con ritmi meno esasperati rispetto al 2021 (+1,5%, fonte USDA).
Quale direzione prenderà il mercato? Il prezzo locale della Carne Suina si è portato ad Aprile a 3,36 $/kg. La Carne Suina importata si colloca, strategicamente, su valori inferiori: 2,05 $/kg il prezzo delle Carni Suine provenienti dalla Spagna, 2,03 $/kg la Carne dal Brasile e 1,93 €/kg l’import dalla Danimarca. Una scelta finalizzata, con ogni probabilità, a sostenere le produzioni interne e i mercati territoriali.
TESEO.clal.it – Prezzo della Carne Suina in Cina
Nel 2022 la produzione di Carne Suina dovrebbe aumentare del +7,4%, dopo una crescita massiccia nel 2021 (+30,7%, fonte USDA). Rimane l’incognita dei prezzi, che dovranno rispondere anche alle esigenze di bilanciare i prezzi finali con l’effettiva possibilità di accesso da parte dei consumatori, in questa fase alle prese con inflazione e imponenti lockdown anti-Covid.
TESEO.clal.it – Produzione di Carne Suina in Cina
La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi delle proteine animali” consente di monitorare i prezzi delle proteine animali (non solo Suini e Carne Suina, ma anche Bovini e Carne Bovina, Pecore vive e Carne di montone, Polli e Uova) di uno dei mercati più imponenti per numeri a livello mondiale, in grado, come si è visto anche nel recente passato, di influenzare i listini su scala internazionale e di imprimere ai mercati rotte inattese.
La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una
mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai,
ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi
gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.
Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo
della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti
stellati con il suino?
“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.
Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione
Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.
Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la
pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e
scendono.
“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto
inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e
un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in
alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la
domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.
Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale
conseguenza?
“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.
Dica.
“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I
disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per
l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli
allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono
adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società
senza avere diritto di voto.
Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando
era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in
gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le
decisioni”.
Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?
“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni
Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e
penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al
prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel
loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.
Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?
“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo
visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in
Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.
Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari
degli ultimi mesi?
“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.
Come ha affrontato il benessere animale?
“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non
pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È
però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono
essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in
condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce
senza dare problemi”.
Il futuro della suinicoltura quale sarà?
“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà
ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti.
Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente,
senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in
regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.
Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.
Come si vince la battaglia contro la carne?
Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili
“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho
ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi
variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale
costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al
mese. Allora la carne non entrava in
tutte le famiglie.
Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La
carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento
dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione
sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno
consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture
controllate sotto ogni profilo.
Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma
troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti
scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.
In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.
Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.
Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).
Abbiamo
rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.
Direttore, qual è la forza della
vostra cooperativa?
Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda
“Sono senz’altro le persone. CLAI
fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena
realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e
negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e
cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno
insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo
coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte,
non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.
Come è cambiato il settore
dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?
“Nell’ultimo anno e mezzo il
mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte
in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza
si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono
diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati
in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la
fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta
domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla
vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato
anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei
picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti
di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi
scorsi sono destinate a rimanere”.
Quali sono i principali canali
di vendita di Clai?
“Al momento il maggior canale di
sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36
per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri
canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.
Quali sono stati gli ultimi
investimenti in azienda? E i prossimi?
Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva
“Stiamo investendo molto su diversi
fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento
degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e
sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di
costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di
produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a
disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo
bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel
prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda
ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.
Qual è il valore della filiera
italiana?
Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali
“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.