Allarme PSA: decidere presto perché siamo accerchiati
29 Giugno 2023

Dr. Vet. Giancarlo Belluzzi

Il virus della Peste Suina Africana è una minaccia sempre più incombente nel nostro Paese. Lo dimostra l’ingresso del virus in Lombardia, che ha dovuto prendere atto della positività di un cinghiale ed ha dovuto allargare la zona infetta. Mentre gli allevatori ed i trasformatori sono molto preoccupati, non si percepisce la stessa angoscia tra coloro hanno in mano la gestione del problema e le misure di eradicazione della presenza abnorme dei cinghiali. D’altronde la geografia stessa ci dice che un’infezione presente a nord, centro e sud è di fatto un’infezione “migrante”; se ne deduce che il virus è presente in una “filiera infettiva” che va dal Piemonte allo stretto di Messina. La situazione, quindi, è allarmante, nonostante qualcuno, giorni addietro, si sia spinto a dire di no.

La situazione PSA in Europa rimane minacciosa

Peraltro la storia recente di questa malattia altamente invasiva ci ha presentato uno scenario ben preciso: Cina, Russia e la vicina Polonia (soprattutto), confermano esattamente questa teoria evolutiva dell’infezione. Quest’ultimo Paese ha sempre parlato di una diffusione a macchia d’olio, a partire da un primo ritrovamento, tant’è che proprio nei giorni scorsi è stato dichiarato l’ennesimo caso polacco, l’ultimo di una lunga catena di ritrovamenti nei cinghiali di quel paese, iniziata il 17 febbraio del 2014, a distanza di ben 9 anni dal primo allarme. Per di più la pericolosità del virus è accentuata dall’inesistenza di un vaccino in grado di fermarlo. Allo stato attuale sono 24 i genotipi virali che sono stati descritti ma al momento solo 2 ci interessano particolarmente, il tipo I ed il tipo II, entrambi presenti nel nostro Paese. In Europa (geografica) la situazione PSA rimane, quindi, altamente minacciosa; il quadro epidemiologico non lascia presagire un’inversione di tendenza, vista l’inquietante impennata di notifiche degli ultimi 6 mesi dell’anno, mesi di freddo che hanno facilitato il movimento dei selvatici in cerca di cibo. Anche la vicina Russia segnala in continuazione numerosi focolai (e la miriade di allevamenti familiari come saranno?) tant’è che ha deciso di riprendere in mano il Piano di lotta alla PSA, ordinando nuove ispezioni improvvise sia in allevamento che in macello per garantire il rispetto delle norme veterinarie esistenti; nonostante ciò, proprio due giorni fa sono stati denunciati dall’Organizzazione Mondiale Sanità Animale altri focolai, qualcuno a ridosso dei confini occidentali coi nostri territori.  Persino in Siberia, finora considerata un territorio libero da PSA, ultimamente sono stati segnalati nuovi allevamenti infetti.

È necessaria una politica seria e decisa

Detto ciò, che fare in Italia? Va detto subito che la situazione è tutt’altro che tranquilla. Lo dico perché la valutazione basata sul criterio della segnalazione “passiva” è un criterio “fragile”, in quanto legato solo ai ritrovamenti di carcasse infette; ritrovamenti che dipendono dalla qualità del personale utilizzato (selezione, preparazione, mezzi a disposizione, incentivi, etc.), dal numero di addetti e dalle dimensioni del territorio setacciato. È un dato di fatto, senza voler valutare il lavoro del Commissario, che utilizza i mezzi che ha. Detto ciò però va richiesta a gran voce l’adozione di una politica immediata, seria e decisa sulla questione cinghiali e loro depopolamento. Sono a milioni gli animali che vivono sulla dorsale appenninica. Da foto girate tra addetti ai lavori si vedono branchi di biungulati perfino all’interno delle stalle di bovini, più aperte ed a disposizione dei selvatici in cerca di mangime nelle mangiatoie dei ruminanti. Insomma, il cerchio si chiude sempre di più, soprattutto al nord, la maggior area del paese, con 5 milioni di maiali allevati. Va fatto capire che ormai siamo accerchiati da altri focolai, in Polonia, in Bosnia-Erzegovina ed in Croazia, che a dimensione di autotrasporti sono a un tiro di schioppo dal nostro Paese, solcato quotidianamente da automezzi che scendono dal nord-Europa.

Concludo riaffermando che la situazione è quindi molto allarmante e richiama ad un intervento risoluto, in tempi brevi con la convinzione che il “non ritorno” è ormai vicino, prima di dover piangere sul blocco totale del nostro export. I modelli di lotta ci sono: in aggiunta alla biosicurezza individuale degli allevamenti, ai mezzi di ricerca messi in atto, basterebbe copiare dal Belgio: recinzioni robuste, battute centripete sistematiche, coinvolgimento di tiratori addestrati e coinvolgimento dell’esercito. Se non ci salva il depopolamento saremo disperati.

Carni Suine: l’UE perde quota nell’export, ma altri guadagnano terreno
10 Maggio 2023

Di: Marika De Vincenzi e Ester Venturelli

CLAL.Teseo.it – Prezzi medi all’Export delle Carni Suine in UE, USA, Canada e Brasile

L’Unione Europea, primo esportatore mondiale di carni suine, sta registrando un trend in diminuzione da più di un anno. Nel primo bimestre del 2023, le quantità totali sono state inferiori di circa il 15% rispetto allo stesso periodo del 2022. Il rallentamento si è verificato per tutti i principali prodotti esportati e il primo (carni Fresche, Refrigerate o Congelate) è calato del 20% (per circa 100.000 Ton). Questa frenata dell’export Europeo è data dalle minori produzioni, dovute ai costi elevati e alla diffusione di PSA, e, quindi, dai prezzi elevati. I prezzi Europei, infatti, da qualche mese hanno adottato un trend opposto rispetto a quello negli altri Paesi esportatori, diventando sempre meno competitivi.

L’export di Carne Suina Statunitense risulta, invece, in crescita del 2,23% (+16.000 tonnellate) nel primo trimestre del 2023, avendo sostituito sulle tratte asiatiche parte dell’export del Canada che registra un calo di 33.000 tonnellate circa. Infatti, oltre alle quantità verso il Messico, risultano in crescita le quantità esportate dagli USA verso Giappone e Corea del Sud che stanno acquistando meno quantità di Carne Canadese. Aumentano anche le vendite USA verso la Cina (+30.000 tonnellate), la cui domanda sembra in ripresa.

Infine, risulta sempre più importante la presenza Brasiliana nel mercato mondiale delle Carni Suine. Il Paese, tra Gennaio e Aprile 2023, ha aumentato le vendite del 10,4%, incrementando i flussi verso quasi tutte le principali destinazioni, inclusa la Cina, primo acquirente. In aumento anche l’export verso le Filippine, trovando spazio a seguito dell’epidemia di PSA, nonostante la domanda di carne nel Paese si stia spostando verso il Pollame. In termini di tipologia di prodotto, l’aumento principale è associato alle Carni Fresche, Refrigerate o Congelate (+14,8% tra Gennaio e Aprile 2023), mentre le quantità esportate di Salsicce, Salami e simili sono diminuite di 14.000 tonnellate (-24%).

CLAL.Teseo.it – Esportazioni di Carne Suina dal Brasile

Suini: il mercato italiano 2022 in sintesi
21 Marzo 2023

Di: Marika De Vincenzi ed Ester Venturelli

Il mercato suinicolo Italiano è stato fortemente segnato dalla diffusione di PSA nel nostro territorio, di cui il primo caso è stato identificato a Gennaio 2022. Ad effetto immediato, alcuni Paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato le importazioni di carne suina dall’Italia. L’export totale è diminuito in volume del -8,2% nel 2022 rispetto al 2021. La maggior riduzione ha riguardato l’export di “Altre Carni congelate (cod. HS 020329)” di cui la Cina è stata il principale acquirente fino al 2021.

Oltre alla domanda in rallentamento, il 2022 ha visto un’ulteriore crescita dei costi sia dell’alimentazione sia energetici che, insieme alla PRRS (Sindrome Riproduttiva e Respiratoria Suina), ha portato ad una riduzione del patrimonio suinicolo italiano. Di conseguenza le macellazioni di suini sono diminuite di 596 mila capi (-5.4% rispetto al 2021). Le macellazioni di suini destinati a DOP-IGP, in particolare, sono diminuite di 409 mila capi.

Nonostante la minor domanda estera, il calo dell’offerta domestica di suini ha portato ad una carenza di carni suine, sfociata in un aumento dei prezzi locali. L’aumento dei listini ha raggiunto anche il consumatore, che ha già iniziato a modificare le sue abitudini d’acquisto spostandosi dai prosciutti DOP verso prodotti meno costosi, quali prosciutti non DOP, Prosciutto Cotto, Mortadella e Salumi.

Prosciutto di Parma: Consolidare le vendite per un futuro in crescita [Intervista al Pres. Utini]
13 Febbraio 2023

Alessandro Utini – Presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma

Alessandro Utini
Parma

I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.

Presidente Alessandro Utini, come definirebbe l’attuale situazione di mercato?

“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.

Il prezzo della coscia è particolarmente elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo sia per le imprese che per il consumatore?

“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia che regola domanda e offerta”.

Molti settori stanno vivendo una fase di incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di Parma?

Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale

“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.

La produzione di Prosciutto di Parma è in flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul mercato della minore produzione?

“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.

L’export è una delle strade obbligate. Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di incrementare le performance?

Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export

“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.

Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist? Che risultato vi stanno dando queste figure?

“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.

Quando si parla di Prosciutto di Parma, quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È necessaria una segmentazione del prodotto?

“Prendere in considerazione le caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia, Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il Parma”.

Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?

“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.

La suinicoltura italiana dovrebbe forse immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli altri tagli. Che suggerimenti ha?

“Pur ritenendo indispensabile un’azione volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che, per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione del Prosciutto di Parma”.

La filiera suinicola tenga conto del consumatore [Intervista al Presidente di Assica, Ruggero Lenti]
28 Novembre 2022

Ruggero Lenti

Ruggero Lenti – Presidente di Assica

Dall’interprofessione al ruolo dei Consorzi, passando per la vocazione all’export della salumeria italiana alla sostenibilità ambientale. Il presidente di Assica, l’Associazione degli industriali delle carni suine, Ruggero Lenti, parla a tutto tondo in questa intervista rilasciata a Teseo.

Presidente Lenti, la situazione della filiera suinicola è oggettivamente complicata. Come se ne esce?

“Oggi è più che mai necessario trovare un punto di equilibrio del sistema. Come se ne esce? Sicuramente superando le logiche del passato per le quali la crescita di un segmento poteva essere ottenuta solo a scapito della prosperità di altri anelli della filiera. È arrivato il momento che la filiera non sia solo una parola ma condivisione vera. Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”.

Altre volte, in passato, sono stati organizzati tavoli di filiera. È necessario convocare un nuovo tavolo? Quali dovrebbero essere gli attori e quali le finalità?

Un progetto di filiera che tenga conto del consumatore

“Più che organizzare un tavolo di filiera come quelli che sono stati fatti fino ad oggi, vedo più efficace lavorare ad un progetto pilota che metta allo stesso tavolo tutti i componenti della filiera in cui si tenga conto di quello che il consumatore, oltre alle Istituzioni nazionali ed europee, richiede  con sempre maggiore chiarezza: non più solo prodotti buoni per il palato, ma anche per l’ambiente e per la società, attenti al benessere animale, con un impatto ambientale minore e migliori sotto il profilo etico e di sostenibilità. Si tratta di un cambio culturale necessario, che può assicurare alle imprese di essere ancora attive sul mercato nel prossimo futuro. È fondamentale inoltre che la filiera sia completa, a partire dai mangimisti e fino alla grande distribuzione, con la necessaria presa si responsabilità da parte di ognuno dei componenti”.

Che ruolo immagina per i Consorzi di tutela delle grandi Dop della salumeria italiana, a partire dai prosciutti di Parma e San Daniele?

“Le produzioni Dop e Igp rappresentano un’importante chiave per lo sviluppo del settore in Italia e all’estero. I Consorzi che ne raggruppano i produttori sono un riferimento fondamentale per la crescita delle produzioni che rappresentano e per la tutela sul mercato delle stesse. L’esperienza italiana è sempre stata all’avanguardia in questo ambito, specie nel settore dei salumi. É ora di costruire un nuovo slancio per i Consorzi, favorendo l’ammodernamento della loro disciplina e delle funzioni loro riconosciute dalla normativa comunitaria, ampliandone l’ambito di azione e contribuendo a un loro ruolo più centrale nella tutela legale e commerciale delle produzioni”.

Come sostenere l’export del settore?

“Con circa 20 milioni di euro persi ogni mese da gennaio 2022 per mancato export verso Oriente a causa della PSA sul territorio continentale, è importante contribuire alla ripartenza dell’export di carni suine e salumi. Per esportare, le aziende della salumeria devono spesso investire in strutture e stabilimenti dedicati per soddisfare i requisiti di abilitazione dei Paesi Terzi, spesso più stringenti delle norme Ue. Bisogna chiedere alle Istituzioni di sostenere tali investimenti che sono fondamentali per imprimere slancio all’export di salumi nazionali”.

Come pensa si possa valorizzare i tagli di carne fresca del suino italiano?

“Da una recente indagine del Censis il 96,5% degli italiani consuma diverse tipologie di carni che considera alimenti parte della dieta mediterranea (Rapporto Censis, Assica-Unaitalia). La carne suina rappresenta, insieme ad altre tipologie di carni, uno dei pilastri identitari del posizionamento delle insegne sia nella parte cosiddetta tal quale (il fresco) sia per la parte lavorata/ricettata.

La filiera deve raccontarsi di più

Ma se sulle carni bovine e avicole c’è stata un’evoluzione di comunicazione e di branding in questi anni – situazione che ha reso possibile delle narrazioni più articolate – sulla carne suina si è fatto molto meno. Dalle interviste di una ricerca presentata nell’ambito del progetto “Eat Pink” emerge che la grande distribuzione chiede ai produttori e agli allevatori di promuoversi di più e fare sistema. La filiera deve raccontarsi di più e affrontare meglio la sostenibilità e l’innovazione. Se le vendite di carne di suino, specialmente il taglio fresco, che è ancora la quota maggioritaria, sono piuttosto statiche, dall’altro i nuovi stili e abitudini di consumo che si stanno consolidando, come il barbecue, sono i nuovi driver. Opportunità arrivano poi dalla crescita del mercato del ready-to-cook e ready-to- eat, opzioni sospinte dalla crescita dei costi energetici”.

Il modello spagnolo può essere per qualche aspetto imitato anche in Italia?

“Non credo. La produzione di carne suina in Spagna è molto elevata e destinata in larga parte all’export tal quale, situazione non replicabile in Italia. Per quanto riguarda i salumi, non dimentichiamoci che noi esportiamo di più e con una maggiore varietà. Un buon lavoro fatto in Spagna riguarda invece l’interprofessione: la hanno costituita da anni e lavora molto bene in ambito promozionale, facendo pagare poco a tutti i numerosi produttori, dagli allevatori alle aziende”.

La peste suina costituisce una spada di Damocle. Le Regioni stanno sostenendo gli investimenti per la protezione degli allevamenti. Pensa che in chiave di filiera possa essere previsto uno specifico aiuto da tutti i player per arginare il fenomeno?

“È necessario un cambio di passo nelle attività per l’eradicazione della malattia, che ci sta penalizzando fortemente in ambito export. Il Commissario straordinario sta facendo un ottimo lavoro, ma deve essere messo in condizioni di lavorare di più e meglio attraverso un’adeguata dotazione finanziaria, che fino a ora è mancata. Non possiamo permetterci di distruggere anni di lavoro per portare i nostri prodotti nelle tavole di tutto il mondo”.

Più attenzione alla sostenibilità, anche sociale

Pensa che nei prossimi anni cambierà la suinicoltura in Italia? In quale direzione?

“Credo che assisteremo a una svolta in tempi brevi verso una maggiore attenzione ai contenuti dei prodotti da parte dei consumatori. Soprattutto in tema di sostenibilità ambientale, ma anche sociale. La revisione della legislazione unionale sul benessere animale è iniziata e sarà certamente un punto di svolta”.

La Filiera Suinicola alla prova del dialogo – INCONTRO
17 Novembre 2022

“Gli Attori della Filiera Suinicola italiana
si trovano di fronte ad una sfida eccezionale.
Inflazione, clima, PSA e sconvolgimenti
sui mercati internazionali degli input
sfidano un sistema che fatica a far sistema.”


Così esordiva l’invito a partecipare all’incontro “La Filiera Suinicola alla prova del dialogo” di venerdì 11 novembre 2022, organizzato dal Team di CLAL con l’obiettivo di aiutare gli Operatori ad affrontare queste sfide.

Oltre cento attori della catena di approvvigionamento suinicola, GDO inclusa, hanno risposto dandosi appuntamento presso Fiere di Parma per partecipare all’inizio di un dialogo, basato su dati ufficiali ed oggettivi e un’analisi di mercato dal taglio imprenditoriale.

Dopo il benvenuto di Angelo Rossi e l’introduzione di Francesco Branchi, che ha messo a fuoco alcune delle sfide che la filiera sta affrontando, Alberto Lancellotti ha analizzato le modalità in cui il clima sta avendo un impatto sulla catena di approvvigionamento suinicola, mentre Ester Venturelli ha tracciato i trend dell’energia e dei costi alimentari per l’allevamento suinicolo.

Marika De Vincenzi, referente nell’ambito di CLAL per il settore suinicolo, ha successivamente analizzato il mercato di suini, carni e salumi italiani nel contesto del mercato globale. Macellazioni, sigillature, tagli e prezzi, cambi, export e la domanda cinese sono alcuni dei temi trattati da Marika, che hanno acceso i primi scambi tra i partecipanti.

Dopo il Team di CLAL, Alessandro Poli di IRi ha presentato un quadro dei consumi di carni e salumi, lasciando poi spazio al dibattito tra gli Operatori, coordinato da Francesco Branchi, alla presenza di Regione Emilia-Romagna e Regione Piemonte (segue galleria fotografica).

Quale primo risultato dell’incontro, i partecipanti intervenuti hanno dichiarato di voler istituire un tavolo di filiera: intenti accolti ed ufficializzati da Ruggero Lenti, Presidente di ASSICA, nel suo commento a fine mattinata.

A Francesco Pizzagalli, presidente dell’IVSI – Istituto Valorizzazione Salumi Italiani, è stato infine chiesto di trarre le conclusioni della mattinata. Il Prof. Pizzagalli ha gentilmente accettato, esortando a procedere nel dialogo seguendo i tre punti cardine:

  • visione
  • condivisione
  • collaborazione.

“Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”, ha sottolineato Pizzagalli, aggiungendo un concetto cristiano citato non per ultimo da Papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.

Al termine dei lavori, il dibattito è continuato durante l’aperitivo.

“La Filiera Suinicola alla prova del dialogo”, presso Fiere di Parma
Locandina dell’incontro

Lo stress da caldo attacca i suini su più fronti
9 Novembre 2022

Le temperature sempre più elevate possono danneggiare gli allevamenti di suini sotto diversi aspetti tramite lo stress provocato agli animali.

Lo stress da caldo è il risultato di un eccessivo accumulo di calore all’interno dell’organismo e può essere cronico o acuto a seconda della durata e dell’intensità delle alte temperature.

L’animale si adatta, ma non senza danni

Lo stress da caldo cronico permette all’animale di adattarsi alle temperature, ma non senza danni legati a modifiche delle caratteristiche metaboliche. Il danno sarà tanto più ingente quanto il suinetto sarà giovane. Per esempio, lo stress da caldo durante la gravidanza porta a dismetabolie nei suinetti, che non permettono loro di esprimere appieno il potenziale genetico.

Lo stress da caldo acuto porta ad un’immediata riduzione del consumo alimentare e a dilatazione vascolare per rilasciare maggiori quantità di calore. Tuttavia, maggiori danni si possono manifestare nella fase di recupero. Infatti, la carenza di nutrienti ed ossigeno possono portare a modifiche della morfologia intestinale che rende più complesso l’assorbimento di nutrienti fondamentali, provocando da ultimo ritardi nella crescita.

Inoltre, le alte temperature potrebbero favorire anche altri problemi di salute, sia in modo diretto, indebolendo il sistema immunitario e quindi rendendoli più vulnerabili agli attacchi dei patogeni, sia in modo indiretto, aumentando la probabilità che si manifestino minacce sanitarie dati gli ambienti che diventano più adatti alla sopravvivenza dei patogeni.

Ritardi nella crescita di 20 giorni

Tutto questo è in linea con quanto hanno riportato a TESEO alcuni allevatori che, nell’ultima estate, hanno notato ritardi nella crescita dei suini, i quali hanno raggiunto il peso di macellazione anche 15/20 giorni più tardi rispetto alla media. Inoltre, i dati delle macellazioni di Luglio, Agosto e Settembre indicano che il peso medio del suino inviato al macello è stato inferiore rispetto agli anni precedenti. 

I metodi di adattamento possono essere vari, tra i quali: ventole, acqua, muri e soffitti coibentati, maggiore metratura per suino. È importante che le aziende adottino sistemi di adattamento adeguati alla loro realtà in previsione di estati sempre più lunghe e calde, primo per ragioni di benessere animale, ma anche per limitare le perdite economiche dovute allo stress da caldo.

TESEO.CLAL.it – Peso vivo medio dei suini inviati alla macellazione

Fonte: Animal

Suini: è giunto il momento di condividere un percorso [intervista]
29 Agosto 2022

Roberto Pini
Castelverde, Cremona

Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini

“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.

Il percorso di crescita in Italia e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini: Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale, parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.

Siete leader in Italia nel segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura di prosciutti Dop?

“Per il momento non è nei nostri piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione. Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre, sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo investito in Spagna oltre 150 milioni”.

Qual è la vostra quota di export?

“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo in tutto il mondo”.

Il made in Italy è un valore aggiunto?

“Sicuramente. È un maiale diverso rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha grandi potenzialità per l’export”.

Avete avuto ripercussioni con la peste suina africana?

“Sì. Nelle due strutture di macellazione in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso l’85% dell’export extra Ue”.

In quale direzione investirete in futuro?

Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle

“Nei prossimi anni pensiamo a sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.

Dall’inizio dell’anno a oggi, che fase stanno attraversando i macelli?

“Diciamo che siamo alle prese con una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui listini.

Anche l’aumento dei costi di produzione sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.

Come cercate di riassorbire i maggiori costi di produzione?

“Abbiamo cercato di portare avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di limitare al minimo tutti gli sprechi”.

L’aumento dei costi produttivi ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?

“No, assolutamente”.

Che investimenti avete fatto nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?

“Negli ultimi due anni abbiamo portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre, quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe, dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.

Come mai la scelta di chiudere la filiera?

“Quando lavori occupando solo un segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire le anomalie di mercato”.

I consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto ambientale?

Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale

“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.

Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.

Il minore potere di acquisto delle famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale direzione?

“Da alcuni mesi la situazione delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.

Talvolta gli allevatori chiedono ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività. Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?

Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni

“La cosa migliore da fare sarebbe convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive. Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.

Come vede il futuro della suinicoltura?

“Sono ottimista, ma solamente se tutti i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo essere lungimiranti e coesi”.

Sulla genetica si sono levate un po’ di polemiche?

“Il prodotto finale parte dalla genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più ampia sul mercato”.

La filiera integrata è la strada giusta [intervista]
7 Giugno 2022

Roberta Chiola
Borgo San Dalmazzo, Cuneo – ITALIA

Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola

“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.

Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.

Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano

Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti, un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte, due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.

I maiali allevati in soccida, con porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.

Partiamo dalla cronaca. Avete avuto difficoltà con i trasporti?

“Le risponderei ‘Ni’, perché indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e, così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori veloci”.

Qual è la situazione per i mangimi?

“È andata meno peggio di quello che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.

Come definirebbe la fase che sta attraversando la suinicoltura?

“Una premessa doverosa, perché i punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del messaggio.

La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi

Il nostro gruppo industriale ha scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di approvvigionamento”.

A proposito di integrazione di filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.

“Sì e con quell’operazione ci siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di reperibilità di materie prime.

Sono convinta che più la filiera è completa, più è forte”.

Cosa prevedete per le filiere suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere efficaci per restituire competitività?

Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia

“Le dico una cosa che può sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.

Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.

Assenza di squadra tra i vari anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.

A casa mia non funziona così. Io ho in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di collaborazione con i miei clienti.

Per me il macello è un partner e con cui confrontarmi per risolvere problematiche.

Ma a volte si sentono frasi aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.

Lei è una donna. Ritiene che il settore della suinicoltura sia maschilista?

“Io mi sono sempre trovata benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.

Nel novembre 2020 avete acquistato un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?

“Il nostro prosciuttificio ha una potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad ingrandirlo.

Le difficoltà del Prosciutto di Parma sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9 mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche si immaginano.

Mi spiace riconoscerlo, ma da quando bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.

Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export

Trovo triste che l’unico modo che in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia stato quello di sigillare meno prosciutti”.

Soluzione sbagliata?

“Secondo me è una sconfitta commerciale. L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.

Ritengo che si possa fare tanto di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare 20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.

Oggi il prezzo della coscia fresca per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase di stagionatura?

“A questi prezzi posso rispondere ‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però, ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche, compensa”.

Come mai il prezzo della coscia è così alto?

“Penso che sia, molto semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse, però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente, sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50 euro al chilo, ma ci siamo vicini.

Ricordo anche che nel 2016-2017, quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più alto”.

Il Mipaaf ha pubblicato nei giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche progetto?

“Ci stiamo provando, ma confesso che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico fino al prosciuttificio”.

Come contenere la peste suina africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?

“Sulla Psa ci sono persone molto in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non mi tolgo dalla testa è questa”.

Quale?

“Perché si è lasciato che il cinghiale proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.

La genetica suina è al centro del dibattito. Qual è la sua posizione?

“Abbiamo fatto un grande caos. Quando gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi, ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero dovuto avere più voce in capitolo”.

Quanto pesa la questione ambientale?

“A livello personale, fra auto elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più della zootecnia”.

Ripresa del prezzo dei Suini in Cina, ma si espande la mandria
19 Maggio 2022

Crescono in Cina le produzioni di Suini e, di conseguenza, le quantità di Carne Suina. Allo stesso tempo, gli indici segnalano nel mese di Aprile una ripresa dei prezzi dei Suinetti, dei Suini e delle Carni. Un’inversione di rotta, dunque, dopo gli assestamenti ribassisti nel periodo compreso fra Novembre-Dicembre 2021 e Marzo 2022.

L’aumento della produzione di Suini, cresciuti nel 2021 del +15,9% in numero con un’accelerazione che ha portato la mandria a raggiungere i 655 milioni di capi, potrebbe aver influito sulla contrazione dei listini. Ma si potrebbero anche rilevare altri fattori, legati alla situazione contingente (la politica di tolleranza zero verso il Covid) e al rallentamento dell’economia. In Aprile il settore ha invece segnato una ripresa, necessaria forse per sostenere il ripopolamento della mandria ed evitare chiusure di allevamenti?

Nel 2022 la produzione di Suini dovrebbe mantenersi su un terreno positivo, anche se con ritmi meno esasperati rispetto al 2021 (+1,5%, fonte USDA).

Quale direzione prenderà il mercato? Il prezzo locale della Carne Suina si è portato ad Aprile a 3,36 $/kg. La Carne Suina importata si colloca, strategicamente, su valori inferiori: 2,05 $/kg il prezzo delle Carni Suine provenienti dalla Spagna, 2,03 $/kg la Carne dal Brasile e 1,93 €/kg l’import dalla Danimarca. Una scelta finalizzata, con ogni probabilità, a sostenere le produzioni interne e i mercati territoriali.

TESEO.clal.it – Prezzo della Carne Suina in Cina

Nel 2022 la produzione di Carne Suina dovrebbe aumentare del +7,4%, dopo una crescita massiccia nel 2021 (+30,7%, fonte USDA). Rimane l’incognita dei prezzi, che dovranno rispondere anche alle esigenze di bilanciare i prezzi finali con l’effettiva possibilità di accesso da parte dei consumatori, in questa fase alle prese con inflazione e imponenti lockdown anti-Covid.

TESEO.clal.it – Produzione di Carne Suina in Cina

La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi delle proteine animali” consente di monitorare i prezzi delle proteine animali (non solo Suini e Carne Suina, ma anche Bovini e Carne Bovina, Pecore vive e Carne di montone, Polli e Uova) di uno dei mercati più imponenti per numeri a livello mondiale, in grado, come si è visto anche nel recente passato, di influenzare i listini su scala internazionale e di imprimere ai mercati rotte inattese.

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