Tra Gennaio e Maggio 2023 l’export statunitense di Mais è calato del 33% (10 Mio Tons) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre quello di Soia, pur avendo registrato un complessivo aumento del 6%, è crollato ad Aprile e Maggio. Tra circa un mese, inizieranno ad entrare sul mercato le produzioni della nuova stagione, che saranno fondamentali per determinare l’andamento dei prezzi mondiali.
Mais
Le aspettative USDA, rispetto all’anno scorso, sono di un incremento della produzione di Mais Statunitense dell’11,6%. Le principali ragioni sono legate alla ridotta produzione dell’anno scorso a causa della siccità e all’importante espansione degli ettari destinati alla produzione di Mais nel Paese, che sarebbero aumentati del 6%.
Il Climanon sembra, però, molto favorevole: giugno ha registrato precipitazioni inferiori alla media in diverse aree, tra cui la Corn Belt. Nonostante questo, le stime del WASDE (USDA) per la produzione di Mais non sono state ridotte nel report di luglio. La pioggia di inizio luglio ha suscitato, infatti, ottimismo, seppure permangano condizioni diffuse di siccità che lasciano un interrogativo sui potenziali raccolti.
Anche la domanda avrà un ruolo fondamentale per l’export e, di conseguenza, per il prezzo USA e mondiale. Negli ultimi mesi, gli USA hanno visto un calo delle vendite di Mais, dovuto in particolare ad uno spostamento della domanda Cinese verso il Mais Brasiliano.
Soia
La situazione della Soia è diversa. Gli ettari destinati alla coltivazione sono stimati dall’USDA in riduzione del 5% rispetto alla stagione scorsa, contro le aspettative che indicavano, invece, un incremento. La minore offerta dovrebbe, poi, confrontarsi con una maggiore domanda domestica per la produzione di biocarburante, per la quale dovrebbe aumentare il consumo di semi di Soia, riducendo la disponibilità all’esportazione.
Sono poche le attività che possono vantare una tradizione produttiva come l’agricoltura, compreso l’allevamento da latte, la cui storia si fa risalire fino ad undici mila anni fa. È un’attività che ha coinvolto persone, modellato ambienti, sviluppato economie e che si è costantemente evoluta grazie alle tecnologie derivanti dalle nuove conoscenze.
Non deve dunque sorprendere se ora le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale (AI-Artificial Intelligence) possono offrire nuovi sviluppi a questa attività che si è sviluppata nello scorrere dei secoli col progredire delle conoscenze umane. Le nuove tecnologie possono spaziare dai software predittivi, ai modelli meteorologici, ai droni, a strumenti come i robot per risolvere i problemi di carenza di manodopera.
L’IA aumenta l’efficienza e la tracciabilità
Nell’allevamento, l’intelligenza artificiale permette di monitorare lo stato sanitario del bestiame, aumentare l’efficienza produttiva e la tracciabilità, identificando ogni singolo animale attraverso il riconoscimento facciale delle impronte sul musello. In tal modo si può passare dall’attuale modello reattivo, cioè rilevando i fenomeni per poi intervenire -ad esempio nell’allevamento il veterinario rileva i sintomi dell’animale per valutare il suo stato di salute ed applicare la terapia- ad un modello predittivo, in modo da poter intervenire quando si rilevano le condizioni che possono portare ad alterazioni delle condizioni produttive. Nel primo caso si opera in modo invasivo attraverso interventi che sono dispendiosi e stressanti per l’animale, come esami, prelievi del sangue o sensori impiantati nell’organismo. Le nuove tecnologie con telecamere non invasive ed algoritmi che sviluppano l’apprendimento automatico per aiutare gli allevatori a monitorare la biometria (frequenza cardiaca, temperatura corporea, ecc.), raccogliendo informazioni critiche sul volume e sulla qualità del latte, sullo stress da calore e sul benessere generale, consentono un monitoraggio più efficiente operando anche su ampi gruppi di animali, ed a costi inferiori.
Il passaggio all’agricoltura predittiva attraverso l’intelligenza artificiale è fortemente sostenuto negli USA, dove la legge dello scorso anno per contrastare l’inflazione, l’Inflation Reduction Act, ha stanziato ben 19,5 miliardi di dollari per sostenere la transizione verso un modello che permette di operare con precisione, riducendo sostanzialmente i rischi e le perdite ed aumentando la qualità e la sicurezza delle produzioni.
Anche le nostre produzioni tradizionali debbono considerare queste nuove tecnologie. Tanto è stato investito in comunicazione e marketing per affermarle nel mondo, con grande successo. Non sarebbe ora opportuno trasferire parte di tali risorse in attività di ricerca per continuare a farle evolvere mantenendo il divario qualitativo che spetta loro?
Claudio Palladi salta con facilità dal futuro della carne bovina a quella suina, dalle prospettive per le relazioni sindacali della federazione costituita in Confindustria da Assocarni, Assalzoo e Italmopa alle opportunità che le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina possono innescare per il settore del food.
Uno slalom lucidissimo fra argomenti, che regala notizie e spunti di riflessione in grande quantità.
Per aggirarsi fra i diversi argomenti affrontati è utile ricordare i ruoli che Palladi ricopre: Vicepresidente e amministratore delegato del Salumificio Rigamonti, vicepresidente di Assocarni con delega al commercio estero, vicepresidente di Assica con delega all’area economica, presidente di Principe di San Daniele e King’s. Un mix che mette in evidenza la disponibilità di Palladi a mettersi al servizio della rappresentanza di due settori strategici del food.
Partiamo dalla carne bovina. L’Italia esibisce una quota di autoapprovvigionamento di appena il 42%, secondo le elaborazioni di Teseo. È un po’ poco, ad essere sinceri. Come risolvere il problema?
“Il tema è una questione di scelta nazionale e un tasso di autoapprovvigionamento del 42% è insufficiente ed espone tutti i soggetti coinvolti, compresi i consumatori, alle dinamiche del mercato internazionale. Come risolvere il problema? Serve pianificare una crescita progressiva, nella carne bovina così come in quella suina, dove il tasso di autoapprovvigionamento è di poco superiore al 57% ed è altrettanto insufficiente. Mi concentro ora sulla carne bovina: dobbiamo pianificare linee di sviluppo e di crescita, coinvolgendo il Sud Italia, perché non possiamo pensare di continuare ad allevare solo in Lombardia, Veneto e Piemonte. Dobbiamo darci degli obiettivi di crescita e puntare ad arrivare almeno al 70%, coinvolgendo la filiera e puntando su aiuti governativi, che sono fondamentali per dare sviluppo a un percorso positivo. Faccio parte di un gruppo che è disponibile a investire, ma ci vuole un contesto generale favorevole, non si può procedere in maniera disarticolata”.
Rigamonti in passato ha cercato di siglare accordi di filiera per sostenere la carne italiana. Oggi ci sono margini per un nuovo patto con gli allevatori? Di cosa avreste bisogno?
Serve una pianificazione lungimirante
“Siamo passati da lavorare 0 tonnellate di carne bovina italiana a 600 tonnellate, che rappresentano circa il 5% delle nostre produzioni. E questo sostanzialmente grazie a un accordo sottoscritto con Coldiretti, che si è dimostrata disponibile e professionalmente sul pezzo per organizzare la produzione, ma come le dicevo prima serve un contesto politico adeguato. Serve cioè un sistema impostato in modo da favorire la produzione e ritengo che il Mezzogiorno possa essere un bacino più che idoneo per allevare carne di buon livello, dando così un futuro sul fronte occupazionale e preservando il Paese da concentrazioni produttive che potrebbero in futuro risultare ambientalmente complesse da sostenere. Ma è ovvio che non possiamo muoverci senza una pianificazione seria e lungimirante. Ritengo quindi che ci sia spazio per lavorare carne italiana e riconoscere margini migliori agli allevatori, ma bisogna che la filiera trovi un meccanismo positivo per passare dal 42% al 70% di autoapprovvigionamento. Noi come Rigamonti c’eravamo nel 2017, ma ci siamo anche oggi, perché aumentare la percentuale di carne italiana nella bresaola è un dovere che tutte le aziende si devono porre”.
Il mondo avrà sempre più bisogno di proteine animali. C’è spazio secondo lei per nuovi prodotti in Italia?
“Sicuramente. Oggi assistiamo a una crescita di interesse per i prodotti proteici e meglio ancora se provenienti da una filiera sostenibile. Ci sono margini di crescita per bresaola, hamburger e snack, che possono essere consumati in ogni momento della giornata. Bisogna per questo fare in modo di incentivare la ricerca da parte dei privati e accompagnare il tutto con una visione da parte del pubblico. Dobbiamo dare soddisfazione a chi alleva bovini da carne e fare in modo che la produzione sia sempre più sostenibile ed efficiente, perché il solo fatto di essere Made in Italy non giustifica qualsiasi costo a prescindere. Ipotizzare, quindi, adeguati investimenti per portare in Italia una produzione di snack a base di carne bovina è un tema molto interessante. Anche perché passare da un consumo di snack non particolarmente sani a snack sani e proteici sarebbe un salto di qualità notevole per il settore, con risvolti positivi anche per la salute pubblica. Faccio un esempio personale: come Rigamonti abbiamo messo in commercio un salamino alla bresaola dove la parte grassa è composta dall’olio di oliva, con valori nutrizionali interessanti e in grado di intercettare i consumi delle nuove generazioni”.
Come procede con la costruzione del nuovo stabilimento a Montagna in Valtellina?
“Abbiamo avuto qualche rallentamento, ma ultimamente il commissario per i lavori delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina ha dichiarato che non ci sono conflitti tra il nostro futuro stabilimento ed il potenziamento della tangenziale che verrà ampliata in occasione dell’evento del 2024. Per spiegarle, però, la genesi del progetto: l’ipotesi della costruzione di un nuovo stabilimento è nata nel 2018, in modo da unire due stabilimenti nei quali siamo tuttora e che sono in affitto. Nello stesso periodo abbiamo pensato di investire in uno stabilimento per la lavorazione dei salami negli Stati Uniti. Bene, negli Usa abbiamo inaugurato la scorsa primavera, a Montagna siamo ancora fermi, servirebbe a livello nazionale un meccanismo che identifichi qualche strumento di facilitazione burocratica per quei progetti ritenuti interessanti sul piano degli investimenti, occupazionale eccetera”.
Due anni fa Rigamonti si prefiggeva l’obiettivo di raddoppiare il fatturato nell’arco di due anni. Il 2022 è stato un anno molto particolare a livello internazionale. Siete in linea con gli obiettivi?
“Fondamentalmente lo abbiamo fatto, anche se il discorso era più complesso e il messaggio era che vogliamo essere sempre più un attore importante della salumeria italiana. Comunque, dicevamo che dai 130 milioni di fatturato dovevamo raddoppiare, abbiamo chiuso il 2022 a 300 milioni. Abbiamo intenzione di affiancare alla bresaola altri marchi per costituire un polo della salumeria. Col marchio Principe abbiamo brandizzato la fabbrica che produce salumeria all’italiana negli Usa ed importa ed affetta prodotti Italiani ed è intenzione di Jbs investire per farlo diventare un marchio sempre più globale. Abbiamo obiettivi di espansione anche in altri paesi del mondo, dall’Australia al Sud America al Regno Unito. Vogliamo crescere e raddoppiare ancora e, nell’ottica di Jbs, puntiamo ad essere leader in tutto il settore delle proteine, dal bovino, al pollo e al suino, ma anche con il marchio Vivera in Olanda nel segmento delle proteine vegetali. Il nostro obiettivo è essere una delle principali piattaforme perché in futuro il consumo di proteine aumenterà”.
Cosa ne pensa delle proteine sintetiche?
“Siamo inseriti nel mondo di Filiera Italia e non riteniamo che nel nostro Paese ci sia spazio o interesse per le proteine sintetiche e come Rigamonti ci siamo impegnati a non investire. In Italia abbiamo una biodiversità e una ricchezza in tutti i territori, che deve essere difesa e valorizzata.
Bisogna distinguere tra ricerca, commercio e lobby
Come gruppo Jbs abbiamo invece investito nella start up spagnola Biotech, che fa ricerca sulle proteine da laboratorio e, personalmente, credo che una ricerca seria nel settore debba essere portata avanti. Distinguerei però in maniera seria quello che è ricerca, che non si può fermare, da quello che è commercio o lobby, che decidono di farci mangiare un cibo deciso da pochi. Non dobbiamo essere sotto attacco di attori che ci costringono a mangiare ciò che vogliono loro. Dobbiamo evitare che si sviluppino monopoli nei settori della genetica o delle sementi”.
Lei è presidente di Principe e King’s Prosciutti, marchi storici della salumeria di qualità. Come sta andando il settore dei prosciutti San Daniele Dop? Quali sono i punti di forza della suinicoltura italiana?
“Quello del Prosciutto di San Daniele è uno dei consorzi che sta lavorando meglio, a mio parere, visto che mostra andamenti costanti con una leggera crescita tutti gli anni. Ci sono spazi di miglioramento soprattutto come export e nel segmento del pre-affettato. Credo che la struttura possa essere di esempio anche agli altri consorzi, visto che stanno tutti compiendo un ottimo lavoro. Fra gli obiettivi, si sta ragionando sulla sostenibilità ambientale della filiera. Sul piano del mercato, siamo tutti curiosi di vedere quale sarà la reazione del mercato con cosce messe a stagionare a 6 euro al chilogrammo. Sarà un banco di prova”.
Che cosa la filiera della carne bovina può prendere ad esempio dal segmento della carne suina o viceversa?
“Dal punto di vista pratico la filiera dei suini ha avuto l’obbligo di lavorare insieme, seppure non sempre i meccanismi dell’interprofessione funzionino perfettamente, mentre nella filiera dei bovini no. Dobbiamo imparare dagli errori della filiera suina. Uno dei temi da affrontare riguarda il mercato: dobbiamo smettere di guardare settimana per settimana e ragionare su un tempo più lungo. Serve rassicurazione alla filiera, per pianificare strategie di medio e lungo periodo con fiducia”.
Nel 2026 sono in programma le Olimpiadi invernali “Milano-Cortina”. È un’occasione per il food?
Far arrivare i nostri prodotti in Asia
“Sono presidente del Distretto agroalimentare di qualità della Valtellina, che comprende fra i propri prodotti bresaola, formaggi, vino, pizzoccheri e mele e stiamo negoziando la sponsorizzazione con la fondazione Mi-Co dell’Olimpiade Milano-Cortina. Sarà una bellissima vetrina, perché chi viene per le Olimpiadi quasi sicuramente si fermerà per visitare l’Italia. Dovremo fare in modo non solo di offrire i nostri prodotti e di mostrare le bellezze dell’Italia, ma fare in modo, visto che molti visitatori saranno asiatici, che i nostri prodotti poi possano andare in Asia, stringendo accordi e partnership. Dobbiamo fare sistema e la Regione Lombardia sta già operado per creare occasioni di contatto”.
Lei è vicepresidente di Assocarni con delega al Commercio estero. Quali progetti ha sul fronte dell’internazionalizzazione?
“Cominciamo ora a guardare i numeri, che è fondamentale prima di fare proclami. Però non possiamo non sapere che ci sono tagli che in Italia non si consumano e che all’estero possono trovare canali di sbocco interessanti. Dobbiamo fare in modo che ci sia una crescita organica delle produzioni interne e avere capacità di investimenti, perché in Italia c’è spazio per crescere e, di conseguenza, ci sono potenzialità interessanti anche per l’estero”.
Può spiegare quali saranno i vantaggi della nuova realtà costituita in Confindustria e che abbraccia Assalzoo, Italmopa e Assocarni?
“La struttura nasce per rispondere ad esigenze connesse al rinnovo del contratto di lavoro e al fatto che la rappresentanza di Federalimentare ha mostrato nell’ultimo rinnovo di non essere più rappresentativa dell’intero settore agroalimentare. Unionfood sta prendendo sempre più piede e rappresenta una serie di imprese dove il costo del lavoro non è così importante come lo è nelle filiere delle carni. Con l’ultimo contratto di lavoro abbiamo assistito a una fuga in avanti di Unionfood, che aveva sottoscritto un accordo che ancora non era stato ratificato da tutte le associazioni, che hanno avuto reazioni contrarie. Assica ha accettato di ratificare il contratto di Unionfood, precisando che avrebbe puntato, dalla volta successiva, a sottoscrivere un accordo di filiera con altre modalità. Il tema è molto semplice: in filiere molto automatizzate ci sono problemi diversi rispetto ad altre con esigenze diverse.
Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto nazionale, che scade nel 2023. Il quadro è, in estrema sintesi, il seguente: Federalimentare ha manifestato la sua incapacità di gestire tutto il settore, Unionfood ha interesse a portare avanti un discorso con realtà omologhe, mentre le filiere di prima trasformazione hanno la necessità di muoversi diversamente ed è prevalentemente per questo motivo che Assalzoo, Italmopa e Assocarni si sono aggregate col beneplacito di Confindustria, dichiarando la nuova associazione aperta anche ad altre realtà con caratteristiche simili.
Assica guarda con interesse a questa iniziativa, per il momento non ha deciso di aderire e si esprimerà la nuova presidenza di Pietro D’Angeli”.
Lei è anche vicepresidente di Assica. Come giudica questa fase di mercato?
L’incognita vera sono i consumi
“L’incognita vera è quella relativa ai consumi e sia la distribuzione che l’industria guardano con preoccupazione il calo quantitativo. A noi interessa lavorare chili di prodotto, non solo incassare euro. Oggi ci troviamo in una situazione particolarmente critica, i consumi cominciano a calare in maniera vistosa, un cavallo di battaglia della nuova squadra di Assica è ragionare ritoccando l’Iva, abbassandola al 4% come è applicata oggi nel comparto dei formaggi o dell’ortofrutta. Potrebbe essere un primo punto di partenza per non perdere altre quote di consumo. Bisognerà anche trovare altri sistemi per avvicinare i consumatori a prodotti che si permettono meno frequentemente perché costano cari”.
Uno degli elementi di frizione all’interno della filiera riguarda il bollettino settimanale.
“Sì. Il tema non può essere semplificato, vale la pena che le parti trovino una quadra. Siamo ottimi produttori e ottimi trasformatori, ma è bene sottolineare che non esiste un’industria di trasformazione senza una filiera nazionale efficiente e coesa alle spalle, per cui un’intesa deve essere per forza trovata. Deve essere definito un nuovo modello di sistema, coinvolgendo tutti gli attori, dagli allevatori alla Gdo”.
Che cosa non funziona, oggi?
“È facile: il sistema così come è concepito oggi porta ad avere degli squilibri che si ripetono con ciclicità. Chi si trova a godere di un mercato positivo non si preoccupa che sia una ruota. La situazione attuale è oggettivamente difficile. Il bollettino non ha una pianificazione di lungo periodo, mentre forse andrebbe tenuto con una banda di oscillazione limitata e inserito all’interno di un piano di pianificazione triennale o quadriennale.
Siamo preoccupati perché con i prezzi così alti delle quotazioni delle carni suine non si stanno facendo investimenti nell’industria e, paradossalmente, non li stanno facendo nemmeno gli allevamenti con il prezzo del suino che si mantiene elevato. Ma senza la serenità del mercato e senza gli investimenti avremo una filiera sempre più povera, nonostante si realizzino prodotti eccellenti.
Serve quindi un meccanismo che consenta di avere oscillazioni, ma senza esasperare le situazioni. I prezzi alle stelle non fanno bene, rischiano di deprimere i consumi. Nell’ultimo anno la bresaola, superando certi prezzi, ha subito un calo delle vendite a doppia cifra. Lo stesso si sta verificando con il Prosciutto di Parma, la Germania sta diminuendo le importazioni, rischiamo ripercussioni negative”.
Il virus della Peste Suina Africana è una minaccia sempre più incombente nel nostro Paese. Lo dimostra l’ingresso del virus in Lombardia, che ha dovuto prendere atto della positività di un cinghiale ed ha dovuto allargare la zona infetta. Mentre gli allevatori ed i trasformatori sono molto preoccupati, non si percepisce la stessa angoscia tra coloro hanno in mano la gestione del problema e le misure di eradicazione della presenza abnorme dei cinghiali. D’altronde la geografia stessa ci dice che un’infezione presente a nord, centro e sud è di fatto un’infezione “migrante”; se ne deduce che il virus è presente in una “filiera infettiva” che va dal Piemonte allo stretto di Messina. La situazione, quindi, è allarmante, nonostante qualcuno, giorni addietro, si sia spinto a dire di no.
La situazione PSA in Europa rimane minacciosa
Peraltro la storia recente di questa malattia altamente invasiva ci ha presentato uno scenario ben preciso: Cina, Russia e la vicina Polonia (soprattutto), confermano esattamente questa teoria evolutiva dell’infezione. Quest’ultimo Paese ha sempre parlato di una diffusione a macchia d’olio, a partire da un primo ritrovamento, tant’è che proprio nei giorni scorsi è stato dichiarato l’ennesimo caso polacco, l’ultimo di una lunga catena di ritrovamenti nei cinghiali di quel paese, iniziata il 17 febbraio del 2014, a distanza di ben 9 anni dal primo allarme. Per di più la pericolosità del virus è accentuata dall’inesistenza di un vaccino in grado di fermarlo. Allo stato attuale sono 24 i genotipi virali che sono stati descritti ma al momento solo 2 ci interessano particolarmente, il tipo I ed il tipo II, entrambi presenti nel nostro Paese. In Europa (geografica) la situazione PSA rimane, quindi, altamente minacciosa; il quadro epidemiologico non lascia presagire un’inversione di tendenza, vista l’inquietante impennata di notifiche degli ultimi 6 mesi dell’anno, mesi di freddo che hanno facilitato il movimento dei selvatici in cerca di cibo. Anche la vicina Russia segnala in continuazione numerosi focolai (e la miriade di allevamenti familiari come saranno?) tant’è che ha deciso di riprendere in mano il Piano di lotta alla PSA, ordinando nuove ispezioni improvvise sia in allevamento che in macello per garantire il rispetto delle norme veterinarie esistenti; nonostante ciò, proprio due giorni fa sono stati denunciati dall’Organizzazione Mondiale Sanità Animale altri focolai, qualcuno a ridosso dei confini occidentali coi nostri territori. Persino in Siberia, finora considerata un territorio libero da PSA, ultimamente sono stati segnalati nuovi allevamenti infetti.
È necessaria una politica seria e decisa
Detto ciò, che fare in Italia? Va detto subito che la situazione è tutt’altro che tranquilla. Lo dico perché la valutazione basata sul criterio della segnalazione “passiva” è un criterio “fragile”, in quanto legato solo ai ritrovamenti di carcasse infette; ritrovamenti che dipendono dalla qualità del personale utilizzato (selezione, preparazione, mezzi a disposizione, incentivi, etc.), dal numero di addetti e dalle dimensioni del territorio setacciato. È un dato di fatto, senza voler valutare il lavoro del Commissario, che utilizza i mezzi che ha. Detto ciò però va richiesta a gran voce l’adozione di una politicaimmediata,seria e decisa sulla questione cinghiali e loro depopolamento. Sono a milioni gli animali che vivono sulla dorsale appenninica. Da foto girate tra addetti ai lavori si vedono branchi di biungulati perfino all’interno delle stalle di bovini, più aperte ed a disposizione dei selvatici in cerca di mangime nelle mangiatoie dei ruminanti. Insomma, il cerchio si chiude sempre di più, soprattutto al nord, la maggior area del paese, con 5 milioni di maiali allevati. Va fatto capire che ormai siamo accerchiati da altri focolai, in Polonia, in Bosnia-Erzegovina ed in Croazia, che a dimensione di autotrasporti sono a un tiro di schioppo dal nostro Paese, solcato quotidianamente da automezzi che scendono dal nord-Europa.
Concludo riaffermando che la situazione è quindi molto allarmante e richiama ad un intervento risoluto, in tempi brevi con la convinzione che il “non ritorno” è ormai vicino, prima di dover piangere sul blocco totale del nostro export. I modelli di lotta ci sono: in aggiunta alla biosicurezza individuale degli allevamenti, ai mezzi di ricerca messi in atto, basterebbe copiare dal Belgio: recinzioni robuste, battute centripete sistematiche, coinvolgimento di tiratori addestrati e coinvolgimento dell’esercito. Se non ci salva il depopolamento saremo disperati.
La questione non è tanto legata ai prezzi, che da diverse settimane si collocano su valori più elevati rispetto al passato, anche se i costi di produzione sono aumentati nel 2022 per effetto di un complicato scenario internazionale. Il tema, semmai, è che “ci troviamo di fronte a uno scenario di mercato abbastanza incerto per via dei ristalli che non riusciamo più a governare, con prezzi incontrollati e che si aggirano sui 4 euro al chilogrammo, mentre il prezzo di vendita delle carni bovine, per quanto formalmente invariato, è nei fatti leggermente al ribasso, trascinato giù da minori consumi”.
A dirlo è Massimiliano Ruggenenti, allevatore di bovini da carne di Castel Goffredo (Mantova) con un migliaio di capi allevati, tutti di razza Limousine (800 maschi e 200 femmine), macellati all’età di 24-25 mesi e venduti ai supermercati Martinelli.
La conseguenza è che “il reddito per gli allevatori si è assottigliato molto, a causa di oscillazioni di prezzi che non controlliamo. Il guaio è che sempre più allevamenti, in particolare quelli di piccole dimensioni, sono al limite della sopravvivenza e il costo del denaro, in seguito all’inflazione e alle politiche monetarie, rende più difficoltoso investire rispetto al passato”.
A livello mondiale gli indicatori, tuttavia, almeno per il 2023, sembrano essere positivi: domanda in crescita e offerta in contrazione. L’Italia ha margini per ridurre la forte dipendenza dall’estero?
“Sulla carta, con un tasso di autoapprovvigionamento intorno al 42%, il mercato italiano avrebbe tutti gli spazi per muoversi in salute, invece siamo alle prese come allevatori con difficoltà di ristallo, con la quasi totale dipendenza negli acquisti dei broutard dalla Francia, dall’Irlanda e dall’Europa. Le razze da carne italiane non hanno una consistenza tale da essere sufficientemente rappresentative, per quanto siano una difesa della biodiversità. Ma in un simile contesto di dipendenza dall’estero, non si capisce perché non ci sia margine di crescita per la competitività e la redditività degli allevatori da carne”.
Quali soluzioni possibili?
In una dimensione di difficoltà diffusa, insistere su prodotti d’eccellenza
“Ritengo che l’unica strada che il nostro Paese possa perseguire sia quella della qualità ed è lì che dobbiamo insistere, nonostante una fase che vede una marginalità ridotta non solo per gli allevamenti, ma anche per i macelli. In una dimensione di difficoltà diffusa, è difficile disegnare progetti per un’equa redistribuzione del reddito, se non insistere su prodotti d’eccellenza”.
La linea vacca-vitello potrebbe avere spazio?
“Sì, sicuramente. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare il fatto che quando si va a commercializzare una scottona italiana, non c’è una corresponsione adeguata del valore”.
Per quale motivo, secondo lei?
Utile una collaborazione con la grande distribuzione per una corretta valorizzazione
“Difficile dare una risposta certa. Forse per la genetica o forse per una minore omogeneità di prodotto, che si traduce di fatto in una minore standardizzazione della carne, però la carne italiana ottenuta dalla linea vacca-vitello non è così remunerata come le razze francesi. Peccato, perché abbiamo spinto la filiera Italia-Italia e viene pagata meno. Potrebbe forse essere utile una collaborazione con la grande distribuzione per una corretta valorizzazione, altrimenti è inutile insistere. Bisognerebbe comunicare anche il fatto che la presenza di un allevamento significa presidio del territorio, salvaguardia del paesaggio, mentre spesso parte dell’opinione pubblica vede nell’allevamento solo una fonte di inquinamento. Anche una strategia di vendita a km0, nei piccoli negozi, nelle macellerie, negli spacci aziendali potrebbe trascinare le vendite nel retail, così come nella gdo”.
Il consumatore sta privilegiando in questa fase la scottona al posto del bovino maschio. Ritiene che ci sarà uno scostamento degli allevamenti verso le femmine?
“Bella domanda, ma non ho una risposta esaustiva. Nel mio allevamento la redditività maggiore viene sempre dal vitellone, che ha un maggiore incremento ponderale, mentre la femmina cresce meno e forse i minori consumi di carne spingono la filiera a richiedere mezzene più piccole. Ma sono convinto che proporre un maschio più piccolo per la macellazione metterebbe ancora più in crisi il già precario equilibrio dei ristalli, creando un avvicendamento di animali più veloce”.
Secondo lei andrebbe rivisto il sistema dei contributi?
“Sì, perché hanno innescato di fatto delle crisi di mercato e degli squilibri di prezzo verso altri anelli della filiera. Di fatto non viene riconosciuto il corretto valore della carne, ma si applicano prezzi più bassi, con la convinzione che l’allevatore ha già un ristoro adeguato attraverso i premi alla macellazione. Ma, in verità, di quel premio a noi resta pochissimo, per non dire nulla, a tutto vantaggio dei macellatori o dei trasformatori. Siamo giunti ad uno scenario paradossale: ci sono i premi per gli allevatori, ma siamo ridotti che non abbiamo abbastanza fondi per programmare gli investimenti in azienda. E la carne non viene pagata per quello che effettivamente vale”.
L’assessore lombardo all’Agricoltura si è detto disponibile a convocare un tavolo di filiera per rilanciare la carne bovina. Quali potrebbero essere i primi passi per costruire un accordo?
“Dovremmo coinvolgere l’intera filiera, dalla mangimistica alla distribuzione. E magari coinvolgere il ministero, per una cabina di regia nazionale”.
Perché associarsi al Consorzio lombardo produttori di carne bovina?
“Per condividere insieme un percorso di qualità e tutela di ciò che produciamo e cercare insieme di portare ai tavoli politici e istituzionali un confronto costruttivo che possa finalmente dare il giusto riconoscimento ai nostri allevatori”.
L’Unione Europea è il secondo esportatore mondiale di Orzo. Nel 2021 ha esportato la quantità record di 8,6 milioni di tonnellate, diminuita per più di un terzo nel 2022 come effetto della minor domanda Cinese. Il primo quadrimestre del 2023, invece, ha registrato un recupero grazie alla ripresa della domanda Cinese, stimolata dal ridimensionamento dei prezzi.
Per i prossimi mesi, la situazione potrebbe cambiare, e sarà determinante l’effettivo ammontare della produzione del 2023. Per il momento, le stime della Commissione Europea indicano una resa di 4,76 ton/ha, inferiore del 3% alla media degli ultimi cinque anni. Secondo COCERAL, associazione europea che si occupa di trade agricolo, le produzioni complessive dovrebbero essere inferiori di circa 3 milioni di tonnellate rispetto a quelle del 2022. Il dato negativo è determinato soprattutto dalle rese dell’Orzo primaverile, dato che alcuni tra i principali Paesi produttori, come Spagna e Germania, sono stati caratterizzati da carenza di piogge.
In particolare, la Germania nord-orientale e i Paesi Baltici stanno attraversando un periodo di siccità che ha danneggiato le colture primaverili e sta rendendo il suolo poco fertile per le colture estive. La siccità che ha colpito la Spagna, invece, sembra essere terminato a inizio Giugno: tardi per ottenere un buon raccolto primaverile, ma potrebbe avere un impatto positivo sulle produzioni estive.
COCERAL presenta stime positive, invece, per la produzione Italiana, le cui aree principali si trovano in Veneto e Lombardia ed hanno beneficiato della ripresa delle piogge negli ultimi mesi.
La Danimarca si è posta l’ambizioso obiettivo climatico di ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 70% rispetto ai livelli del 1990, valore ben superiore al limite vincolante minimo del 55% indicato dall’Unione Europea. Secondo il nuovo governo danese (di larga coalizione) insediatosi lo scorso dicembre, per raggiungere tale obiettivo diventa fondamentale introdurre una tassa sulle emissioni agricole ed il Consiglio danese per il clima, organo consultivo ufficiale del governo, propone di applicare una Carbon tax di 750 corone (101 Euro) per tonnellata di latte e di carne bovina. Una tassa sulle emissioni dei bovini incentiverebbe gli allevatori a passare alle coltivazioni agricole, erbacee od arboree, ma anche ad aumentare la produzione di carne suina, attività queste che emettono meno gas serra del bestiame bovino. La tassa di 750 corone per tonnellata sarebbe simile al livello applicato agli altri settori ritenuti essere ad alto impatto di emissioni in atmosfera, misura approvata dal Parlamento nel giugno dello scorso anno, e potrebbe ridurre i gas serra di 3,7 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, inducendo un taglio del 45% di emissioni rispetto al livello del 1990.
È necessario studiare soluzioni tecniche alternative
Secondo i dati di Statistics Denmark, il settore agricolo rappresenta il 28% delle emissioni di gas climalteranti e se non verranno introdotte nuove politiche, la situazione peggiorerebbe e nel 2030 potrebbe arrivare ad essere responsabile di circa il 40% delle emissioni di metano. Ovviamente le associazioni agricole hanno stigmatizzato questa prospettiva, avvertendo che una simile tassa sull’agricoltura porterebbe a un’ondata di chiusure e fallimenti. Secondo il Danish Agriculture & Food Council, una tassa del genere farebbe perdere posti di lavoro ed impedirebbe alla Danimarca di sviluppare soluzioni che possono davvero fare la differenza per il clima. Il comparto zootecnico bovino dovrebbe studiare soluzioni tecniche alternative alla semplice tassazione, come gli additivi nell’alimentazione che potrebbero ridurre del 25-30% la quantità di metano rilasciata dalle vacche.
La Danimarca sarebbe così il secondo Paese al mondo a introdurre una tassa di questo tipo, dopo che la Nuova Zelanda ha annunciato di voler imporre a partire dal 2025 un “prezzo” sui gas serra agricoli, metano ed ossido d’azoto in primo luogo.
Comunque, anche le imprese si muovono in tal senso: Danone a gennaio ha dichiarato che intende arrivare entro il 2030 a tagliare del 30% le emissioni di metano generate dalla produzione di latte ed Arla Foods, la cooperativa danese-svedese, ha lanciato il progetto sostenibilità per indurre gli allevatori a ridurre l’impronta di carbonio pagandoli con delle credenziali verdi basate su indicatori quali uso di fertilizzanti, biodiversità, energie rinnovabili, mangimi green.
CLAL.Teseo.it – Danimarca: Produttività apparente per vacca
Per rispondere alle esigenze di sostenibilità, il settore lattiero-caseario deve rispondere a tre sfide: ridurre l’impronta di carbonio, assicurare la disponibilità costante di acqua; disporre di una forza lavoro qualificata.
I critici delle produzioni animali non prendono in considerazione tanto la durabilità, ossia il valore di trasmettere alle generazioni future un’azienda che rappresenta anche un patrimonio sociale per il territorio in cui opera, ma tendono a misurare la sostenibilità in termini del rating generico ESG che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di imprese od organizzazioni che operano sul mercato. Da questo punto di vista le aziende più efficienti sono quelle con le maggiori rese, disponibili ad innovare attraverso l’adozione delle migliori tecnologie. E proprio la tecnologia fa parte del modo in cui i produttori possono rispondere in modo efficace alle richieste di un miglior rating di sostenibilità.
L’uso della robotica è sempre più diffuso
Innanzitutto, è possibile razionalizzare l’uso dell’acqua per le necessità dell’allevamento attraverso tecniche efficaci di riciclo, purificazione e potabilizzazione. La produzione di metano dal letame attraverso i digestori permette di evitare la dispersione in atmosfera di un gas ad effetto serra e di rendere l’azienda agricola indipendente dal punto di vista energetico, insieme a pannelli solari e, quando possibile, turbine eoliche. Resta poi il problema del lavoro, soprattutto di reperire personale qualificato in grado di utilizzare mezzi tecnologici sempre più diffusi e sofisticati. Chi segue gli animali deve poter avere la comprensione del loro benessere; l’uso della robotica continua ad aumentare, dalla mungitura, alla pulizia delle stalle, all’automatizzazione dell’alimentazione, all’uso dei sensori per identificare la qualità del latte e gli indicatori di salute delle vacche in tempo reale. Negli allevamenti USA stanno venendo avanti anche le vaccinazioni robotiche.
Il successo di queste tecnologie, oltre che migliorare la produttività, consiste nel mettere a disposizione degli operatori agricoli la possibilità di un processo decisionale migliore e più rapido.
La mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte
Si calcola che nel mondo ci siano circa 300 milioni di vacche da latte. Se tutte avessero la produttività di quelle allevate nei Paesi dove si usano tecnologie avanzate, la mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte. Gli attivisti ambientali potrebbero forse esserne soddisfatti, ma quali sarebbero le conseguenze, come ad esempio la mancanza di concime organico per i suoli e le coltivazioni? Per non parlare poi del valore sociale che l’allevamento ricopre per tante popolazioni rurali nelle varie aree geografiche del mondo. Indubbiamente, le migliori aziende agricole sono quelle che stanno adottando più rapidamente le nuove tecnologie e che probabilmente continueranno a mantenere un vantaggio rispetto alle loro controparti meno performanti.
Occorrono però anche tecnologie appropriate per migliorare produttività e condizioni di allevamento in grado di garantire l’equilibrio con gli aspetti sociali ed economici delle comunità locali. In altre parole, la tecnologia per l’uomo e non viceversa.
CLAL.Teseo.it – Italia: Kg di Latte per Capo nelle principali Regioni produttive
La Russia è storicamente tra i principali produttori ed esportatori di Grano Tenero, Mais, Orzo e Girasole (Semi e derivati). Dall’inizio della guerra in Ucraina le informazioni relative alle esportazioni del Paese si sono ridotte, ma la sua importanza sui mercati internazionali è ancora rilevante, soprattutto se si pensa ai mercati asiatici.
Secondo i dati USDA, la stagione 2022/23 ha visto produzioni Russe da record per Frumento, Orzo e Girasole, grazie a maggiori aree coltivate e condizioni climatiche ottimali. A questo si aggiungono gli stock elevati, accumulati per effetto delle restrizioni all’export rafforzate nel 2021. La combinazione di queste due dinamiche ha portato ad un’elevata disponibilità di Cereali e Semi Oleosi in Russia.
Di conseguenza, nel 2022 le restrizioni autoimposte dalla Russia sono state alleggerite e le esportazioni sono aumentate, soprattutto verso Medio Oriente e Africa, i cui Paesi non hanno imposto sanzioni alla Russia.
Le esportazioni di Cereali e Semi Oleosi dalla Russia avrebbero quindi raggiunto volumi record, facilitate anche dai prezzi competitivi e dalle difficoltà che caratterizzano l’Ucraina, principale concorrente. In particolare, le quantità di Frumento esportate dalla Russia per la stagione 2022/23 è stimato a 45 milioni di tonnellate, in crescita del 34,8% rispetto alla stagione precedente. Questo sarebbe decisamente superiore alle quantità esportate dall’UE, le cui stime indicano 35 Milioni di tonnellate.
Tra i partner commerciali della Russia la Turchia sta giocando un ruolo chiave, sia come intermediario nelle contrattazioni per la Black Sea Initiative sia come acquirente. Infatti, tra Gennaio e Aprile 2023 le importazioni di Cereali del Paese dalla Russia sono aumentate del 78,4% rispetto allo stesso periodo del 2022.
Particolare attenzione va data anche alla Cina, con cui i rapporti si stanno rafforzando su diversi settori, tra i quali quello agro-alimentare.
Per la stagione 2023/24 USDA stima produzioni Russe in leggero ridimensionamento per il Frumento e l’Orzo, mentre dovrebbero aumentare sia la produzione che l’export di Mais e di Farina e Olio di Girasole.
CLAL.Teseo.it – Esportazioni di Farina di Girasole
Diversamente dai Paesi industrializzati, la Nuova Zelanda si trova in una posizione insolita in quanto circa la metà di tutte le emissioni di gas serra proviene dall’agricoltura e quasi un quarto è dovuto alle emissioni del settore lattiero-caseario, sottoforma di protossido d’azoto e metano.
Le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate
L’allevamento in Nuova Zelanda era tradizionalmente di tipo estensivo, basato sul pascolo, ma il grande sviluppo produttivo che ha fatto del Paese il maggiore esportatore lattiero-caseario del mondo, ha comportato l’uso sempre più massiccio di concentrati e di concimi per aumentare le rese agricole. Questo è dimostrato dal fatto che le vacche da latte, rispetto al 1990, sono pressoché raddoppiate arrivando a 6,4 milioni di capi. Si è fatto dunque ricorso ad una massiccia importazione di cereali e proteaginose, che nel 2022 ha raggiunto le 3,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 2,1 milioni di tonnellate. Il 75% di questi alimenti è andato al settore bovino ed il 12% a quello avicolo, mentre il consumo umano ha rappresentato il 9% del totale.
L’ intensificazione produttiva con l’ampio ricorso ai mangimi porta ad un sistema tecnicamente più efficiente, dato che permette di aumentare le rese aziendali e di conseguenza i redditi. E’ stato però dimostrato che questo comporta un significativo aumento dei costi, che incide sui margini di profitto. Il vero punto da considerare, dunque, più che la quantità è la redditività dell’azienda, che è determinata congiuntamente dal prezzo del latte (e dai suoi contenuti) e dai costi dei fattori produttivi, come i mangimi. Essendo questi ultimi per lo più fattori esterni all’azienda, gli allevatori non possono controllarne direttamente le variazioni di prezzo e neanche trasferirle sul prezzo del latte.
Gli allevatori sono stimolati ad adottare pratiche con meno emissioni
In Nuova Zelanda si fa largo uso di palmisto (pannello di palma), che comporta emissioni elevate (0,51 kg di CO₂ equivalente per kg di sostanza secca) rispetto ad altri ingredienti dei mangimi. Ne è il più grande importatore al mondo per una quantità di oltre 2 milioni di tonnellate, oltre la metà da Indonesia e Malesia. È opinione diffusa che questa grande richiesta abbia contribuito alla deforestazione nei Paesi fornitori, aumentando le emissioni ed i rischi legati al cambiamento climatico. Date le rigide norme ambientali introdotte in Nuova Zelanda, gli allevatori vengono ora stimolati ad adottare pratiche che possano far ridurre le emissioni attraverso la massimizzazione della resa dei pascoli e l’utilizzo di mangimi a minore intensità di carbonio, come quelli prodotti in loco od i sottoprodotti della produzione di alimenti e bevande.
Occorre attuare una inversione di tendenza che però richiede cambiamenti significativi sia nelle pratiche di gestione che nelle infrastrutture. I prezzi elevati dei fertilizzanti, le normative più stringenti e l’introduzione di una tassa sulle emissioni stimolano la transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Però è anche tempo di riconsiderare il ruolo dei mangimi, ripensando alla fisiologia del ruminante ed al modo più appropriato di alimentarlo, sia sotto l’aspetto fisiologico che per quello ambientale.
Clal.it – Numero di vacche da latte e produzioni in Nuova Zelanda