Per i primi due mesi dell’anno, la domanda cinese di prodotti caseari risulta in linea con gli ultimi mesi del 2022 ma debole rispetto agli anni passati, per via dei prezzi elevati e della maggiore produzione di latte in Cina (+6,8% nel 2022, rispetto al 2021). Non si registrano quantità elevate all’import nemmeno a Gennaio, mese in cui tradizionalmente il dazio 0 incentiva le importazioni.
L’import dalla Cina è diminuito complessivamente del -30%tra Gennaio e Febbraio 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022 (v. grafico). Si registrano valori positivi per Polvere di Siero (+61,5%), fornita da USA ed UE, e Formaggi Grattugiati (+48,8%), dalla Nuova Zelanda. Le importazioni di Burro e di Panna, la cui tendenza si era mantenuta positiva nel corso del 2023, registrano una flessione, rispettivamente del -22% e del -40% (Gen-Feb 2023 vs Gen Feb 2022). Per quanto riguarda le Polveri di latte, mentre l’import di WMP rimane debole, l’import di SMP aumenta del 43% (12.000 Ton) a Febbraio 2023, rispetto allo stesso mese del 2022.
L’indebolimento della domanda Cinese si riflette anche sull’andamento in calo dell’asta GDT: il 21 Marzo ha segnato una diminuzione dell’Average Winning Price del -2,6% rispetto all’evento precedente.
Le quantità esportate dalla Nuova Zelanda registrano invece trend positivi, con un aumento complessivo del +5,8% per i primi due mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022, facilitate da una ripresa delle produzioni di latte (+1,7% Gen-Feb 2023 vs Gen-Feb 2022) ed un ridimensionamento dei prezzi in atto da Agosto 2022 (v. grafico sotto) che ha permesso di riprendere gli scambi con altri Paesi acquirenti oltre alla Cina.
Nei primi due mesi dell’anno aumentano le esportazioni Neozelandesi di Burro (+7,2%), soprattutto verso Australia, Messico e Corea del Sud, di Formaggi (+19,6%) verso Cina, Giappone e Corea del Sud, ed SMP (+68,4%) verso Cina, Indonesia e Vietnam. Le esportazioni di WMP, invece registrano un calo del -11,5%, dovuto principalmente ai minori acquisti da parte della Cina, mentre maggiori quantità sono state vendute in Algeria e Emirati Arabi.
Si stima che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. L’agricoltura verticale potrebbe contribuire ad affrontare le nuove criticità, per nutrire in modo sostenibile questa crescente popolazione urbana, riducendo la domanda di terreni agricoli ed accorciando la distanza tra la produzione ed il consumo di cibo?
La pratica di produrre alimenti in strati impilati od in superfici inclinate verticalmente, a volte integrati negli edifici, senza suolo né luce solare, è oggetto di studio e sperimentazione da diversi anni in tutto il mondo nel contesto delle iniziative di agricoltura urbana. E’ una tecnica già in uso per produrre principalmente verdure ed ortaggi, come lattuga, spinaci, cavoli, pomodori, peperoni, fragole, basilico.
Le fattorie verticali sono però avide di energia. Il bilancio economico è delicato, ma una parte dei costi energetici può essere compensata dai risparmi derivanti dalla sostanziale riduzione dei prodotti agrochimici e degli scarti, nonché dei costi di trasporto e stoccaggio.
Soluzioni innovative per una agricoltura moderna
Poiché quasi la metà delle calorie che consumiamo proviene da cereali come il riso ed il grano, che non vengono coltivati in verticale, questa tecnica produttiva non riuscirà certo a sfamare il mondo. Tuttavia, l’agricoltura verticale propone soluzioni innovative per una agricoltura moderna, contribuendo al contempo alla sostenibilità urbana. Occorre migliorarne le prestazioni e diminuirne i costi. Senza considerare la coltivazione in condizioni estreme, come ad esempio le missioni spaziali, l’approccio deve essere considerato per alcune colture che permettono di fornire cibi freschi in località dove la terra è scarsa e costosa, come le metropoli. La cosiddetta agricoltura urbana, compresa l’agricoltura verticale, ha il potenziale per contribuire ad una produzione alimentare redditizia, alla gestione sostenibile delle risorse naturali, all’azione sul clima e ad uno sviluppo territoriale equilibrato. Ovviamente considerando sempre la sua particolare fragilità insita nel fatto di dover realizzare ambienti artificiali di coltivazione.
Negli Stati Uniti l’agricoltura verticale è inclusa nella politica agricola federale dal 2018. Nella UE, nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare della Commissione Europea, in cui cibo, acqua e nutrienti rappresentano una delle catene del valore sostanziali e della strategia “farm to fork” del 2020 che é al centro del Green Deal europeo, l’agricoltura verticale potrebbe dare un proprio contributo riducendo l’uso di prodotti agrochimici e di acqua, contrastando il degrado del suolo, la deforestazione e l’eutrofizzazione delle acque.
A fronte delle nuove tecniche occorre avere un quadro normativo appropriato per definirne gli ambiti e, soprattutto, la titolarità essendo l’accesso al cibo un patrimonio ed un diritto universale.
Il mercato suinicolo Italiano è stato fortemente segnato dalla diffusione di PSA nel nostro territorio, di cui il primo caso è stato identificato a Gennaio 2022. Ad effetto immediato, alcuni Paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato le importazioni di carne suina dall’Italia. L’export totale è diminuito in volume del -8,2% nel 2022 rispetto al 2021. La maggior riduzione ha riguardato l’export di “Altre Carni congelate (cod. HS 020329)” di cui la Cina è stata il principale acquirente fino al 2021.
Oltre alla domanda in rallentamento, il 2022 ha visto un’ulteriore crescita dei costi sia dell’alimentazione sia energetici che, insieme alla PRRS (Sindrome Riproduttiva e Respiratoria Suina), ha portato ad una riduzione del patrimonio suinicolo italiano. Di conseguenza le macellazioni di suini sono diminuite di 596 mila capi (-5.4% rispetto al 2021). Le macellazioni di suini destinati a DOP-IGP, in particolare, sono diminuite di 409 mila capi.
Nonostante la minor domanda estera, il calo dell’offerta domestica di suini ha portato ad una carenza di carni suine, sfociata in un aumento dei prezzi locali. L’aumento dei listini ha raggiunto anche il consumatore, che ha già iniziato a modificare le sue abitudini d’acquisto spostandosi dai prosciutti DOP verso prodotti meno costosi, quali prosciutti non DOP, Prosciutto Cotto, Mortadella e Salumi.
Secondo uno studio della National Milk Producers Federation ed altre associazioni USA, rispetto al 2007, le vacche da latte nordamericane producono il 6% in più di latte, consumano il 4% in meno di mangime e utilizzano il 13% in meno di terra. Inoltre, rispetto a 14 anni fa, producono l’8% in meno di emissioni e consumano il 6% in meno di acqua. Questa riduzione nelle emissioni di gas serra equivarrebbe all’eliminazione di quattro milioni di auto dalla circolazione ed il risparmio idrico sarebbe sufficiente a soddisfare per due anni i bisogni di una città come New York.
Il Nord America, con appena il 4% delle vacche allevate nel mondo, produce il 15% del latte globale e la produzione di latte è aumentata di 3,5 volte tra il 1960 e il 2020, a differenza di 1,5 volte nelle altre aree mondiali di produzione lattiera. Oggi gli allevatori statunitensi producono più latte che nel 1944, seppur con 16 milioni di vacche in meno.
L’efficienza è data da genetica, tecnologia e gestione
Questi miglioramenti sono il risultato della genetica, della tecnologia, delle pratiche di gestione aziendale e di altre innovazioni che vanno a beneficio degli animali e degli allevatori, ma anche dell’ambiente e della società. Un allevamento di 750 vacche produce sostanza organica sufficiente per concimare oltre 900 ettari di terreno, la tecnologia permette di convertire il metano in energia elettrica, il consumo di latte è buono per la salute. Occorre però sfatare dei miti che stanno prendendo piede, come ad esempio la supposizione che le vacche starebbero meglio al pascolo che nelle stalle. Eppure dalle valutazioni di stress ormonale risulta che le vacche si trovano meglio nelle stalle, dove è possibile intervenire per mitigare gli stress climatici, piuttosto che essere esposte all’esterno. Un altro mito riguarda il fatto che i succedanei di origine vegetale sarebbero più environmentally friendly del latte. Per sfatarlo basta solo notare che la quantità di CO2 per grammo di proteine prodotte è minore nel latte che in tali bevande alternative.
i dati sono sempre più alla base delle decisioni aziendali
Oggi gli allevatori hanno una visione più approfondita ed ampia delle loro attività, che consente di prendere decisioni migliori. Come mai prima, che si tratti della salute dell’animale, dell’alimentazione, della quantità di latte o della produttività complessiva della mandria, i dati sono sempre più alla base delle decisioni aziendali.
I miglioramenti apportati da una selezione genetica più appropriata, hanno contribuito in modo determinante all’aumento della produttività complessiva. La longevità della vacca, la trasformazione dell’alimento, la produzione di latte e la resistenza alle malattie, sono tutti parametri che sono migliorati grazie a questa selezione.
Internet e social media hanno poi aumentato considerevolmente la condivisione delle informazioni anche tra gli allevatori, fornendo un incrocio di idee ed esperienze che permette la condivisione delle esperienze e la diffusione delle migliori pratiche.
Sempre più consumatori chiedono alimenti meno impattanti per l’ambiente, ma non è certo che siano disponibili a pagarli di più. Il primo modo per rispondere a tale richiesta è produrre in modo più efficiente e la via più diretta per ridurre le emissioni nocive per l’ambiente é aumentare le rese. Se la produzione di latte per capo aumenta, occorrono meno vacche per ottenere la stessa quantità, riducendo così automaticamente le emissioni ed i bisogni in alimenti, terreno, acqua e con essi l’impronta di carbonio con cui viene misurato l’impatto ambientale delle attività. I dati dimostrano come sia questa la strada intrapresa dai Paesi con la produzione lattiera più avanzata.
Ciò detto, occorre però affrontare la questione della sostenibilità ambientale in modo più ampio, guardando alla modalità di gestione dell’allevamento per incidere in modo appropriato sulle fonti delle emissioni, innanzitutto alimentazione e salute animale. Le emissioni degli animali da latte derivano per circa il 60% dal metano prodotto dalle fermentazioni ruminali e dagli alimenti della razione, mentre il restante 40% è imputabile alle emissioni dalle deiezioni (ossidi di azoto), dai fertilizzanti chimici e dai bisogni energetici.
Il 47% delle emissioni agricole è dovuta alle fermentazioni animali
Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), nel nostro Paese l’agricoltura contribuisce per il 7% alle emissioni totali di GHG ed il 47% di queste sono dovute alle fermentazioni animali. Di questa percentuale, il 36.9% proviene da bovine da latte, il 31.8% da bovini da carne, il 4.5% dai bufali e l’8.5% dagli ovini.
Quindi occorre focalizzarsi in primo luogo sull’efficienza alimentare, per massimizzare l’assimilazione dei principi nutritivi della razione. Se le proteine apportate con gli alimenti venissero meglio utilizzate dall’animale, le perdite di azoto sotto forma di gas metano diminuirebbero e si potrebbe ottenere più latte riducendo gli apporti, con minori costi. Si è visto ad esempio che aumentando l’attività della flora batterica in modo da stabilizzare il pH ruminale è possibile aumentare la produzione di latte per vacca di 1 kg al giorno con un calo nelle emissioni azotate del 5,4%. Rapportato ad un milione di vacche, questo vorrebbe dire 310 mila tonnellate di latte in più, oppure 31 mila vacche in meno. La ricerca sta mettendo a disposizione degli allevatori dei prodotti per ridurre le emissioni di metano nelle vacche da latte, su cui si è recentemente pronunciata in modo positivo l’agenzia europea per la sicurezza alimentare EFSA.
Poi bisogna considerare le patologie che sono correlate sia alla resa che alle emissioni, paratubercolosi, mastiti, rinotracheite infettiva bovina (IBR).
Secondo la FAO l’allevamento da latte deve ridurre le emissioni di gas climalteranti (GHG) ed impegnarsi per un futuro a neutralità carbonica. Questo rappresenta una sfida, ma deve essere anche un impegno perché gli allevatori hanno a disposizione varie opportunità per produrre in modo più sostenibile così da rispondere alle necessità ambientali ed alle richieste dei consumatori.
TESEO.clal.it – Resa di Latte per Vacca nelle principali regioni italiane
La Nuova Zelanda conta solo 5 milioni di abitanti, ma è un grande Paese agricolo che esporta quasi il 90% del cibo che produce, in primo luogo latte e derivati. Nonostante le emissioni di gas ad effetto serra, principali responsabili del cambiamento climatico in atto, rappresentino solo lo 0,17% a livello mondiale ponendo la Nuova Zelanda al 22mo posto fra i Paesi industrializzati, le emissioni pro-capite sono le seste al mondo.
In Nuova Zelanda ci sono circa 40 milioni di ruminanti
Dunque il settore agricolo deve impegnarsi concretamente per migliorare l’efficienza produttiva, soprattutto nell’allevamento che ha avuto progressi impressionanti. Se si torna indietro di qualche centinaio di anni, in Nuova Zelanda non c’erano ruminanti, mentre oggi se ne contano circa 40 milioni e, dunque, la mitigazione delle emissioni in atmosfera di gas ad effetto serra diventa cruciale sia per questioni ambientali, sia per rispondere alle richieste delle grandi aziende importatrici che stanno affrontando le normative sul clima.
Nel 2020 le emissioni in atmosfera sono state il 21% in più rispetto a quelle del 1990, anno in cui sono iniziati gli obblighi internazionali di rendicontazione delle emissioni di gas serra. Il 73,1% delle emissioni agricole era costituito da metano enterico prodotto dai ruminanti mentre la restante parte era protossido di azoto, metano ed anidride carbonica derivanti da deiezioni, gestione del letame e concimi. Il metano viene emesso da diverse fonti, tra cui zone umide, discariche, incendi boschivi, agricoltura ed estrazione di combustibili fossili, ma in Nuova Zelanda circa il 95% del totale è emesso dal bestiame. Si calcola che un animale da latte produca in media circa 98 kg di metano all’anno, uno da carne 61 kg ed una pecora circa 13 kg all’anno. Riguardo al protossido di azoto, che nel 2020 rappresentava l’11% delle emissioni totali di gas serra, la fonte principale é rappresentata dall’urina e dallo sterco del bestiame.
Le emissioni di metano devono essere ridotte del 10% entro il 2030
Sono stati dunque fissati obiettivi a lungo termine per ridurre le emissioni, tenuto conto del fatto che non tutti i gas hanno la stessa rilevanza: le emissioni nette di anidride carbonica e protossido di azoto, gas a lunga vita, devono essere ridotte a zero entro il 2050, mentre quelle di metano devono essere ridotte del 10% rispetto ai livelli del 2017 entro il 2030 e del 24-47% entro il 2050. Anche se, grazie alla genetica ed al miglioramento nell’alimentazione animale e nella gestione dei reflui, gli allevatori hanno prodotto in modo più efficiente rispetto al 1990, resta ancora molto da fare nella riduzione delle emissioni assolute. Questo comporterà dei costi ed alcuni sostengono che altri Paesi esportatori si potrebbero avvantaggiare sui mercati internazionali. Bisogna però considerare che molti dei Paesi concorrenti della Nuova Zelanda, UE o Nord America in primo luogo, producono emissioni simili per unità di prodotto ed hanno gli stessi obiettivi di mitigazione da raggiungere. Se espandono la loro produzione agricola, le emissioni devono ridursi in qualche altro settore della loro economia.
Di conseguenza la sfida comune nei Paesi con un allevamento animale ad alta efficienza sarà quella di mantenere la produzione riducendo le emissioni di gas serra.
I numeri, innanzitutto, indicano la forza del Consorzio del Prosciutto di Parma, che opera per tutelare e promuovere uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Oggi le aziende associate al Consorzio del Prosciutto di Parma sono 136. Nel 2022 sono stati marchiati circa 7.850.000 prosciutti, in leggera flessione rispetto all’anno precedente e, in attesa di terminare l’elaborazione dei dati export, “possiamo anticipare che rispetto all’andamento del 2021 si registra una moderata contrazione, determinata dalle problematiche generate dal contesto socio-politico e dal quadro economico dell’anno appena terminato”. Cifre e analisi dell’ente consortile guidato da Alessandro Utini, che Teseo ha intervistato.
Presidente Alessandro Utini, come
definirebbe l’attuale situazione di mercato?
“Attualmente il mercato attraversa una fase complessa, generata da un quadro congiunturale che nel corso dell’anno passato ha riportato criticità via via crescenti. La dinamica dei prezzi generata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina ha innescato una spirale inflattiva che ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei consumatori, inclini a selezionare prodotti più economici, e per le imprese ha comportato un’enorme crescita dei costi produttivi. Di conseguenza, al momento registriamo per la nostra DOP la necessità di consolidare le vendite, mantenendo un prezzo che copra le spese di produzione sostenute dalle nostre aziende”.
Il prezzo della coscia è particolarmente
elevato. Quali potrebbero essere le conseguenze a breve, medio e lungo periodo
sia per le imprese che per il consumatore?
“L’attuale prezzo delle cosce fresche sta
fortemente preoccupando i nostri consorziati. Il forte rincaro della materia
prima impone inevitabilmente alle imprese di trasformazione di effettuare un
adeguamento sui prezzi, con il sistema distributivo che gioca un ruolo
importante nel processo di trasferimento dei costi sul prezzo finale. In un
contesto di breve termine, che tende come naturale conseguenza a generare una
flessione nei consumi, la sfida più impegnativa è mantenere le componenti in
gioco, cioè livello produttivo, costi e prezzi, in equilibrio. Sul lungo
periodo si rivelerà determinante individuare quali tra le dinamiche attuali
abbiano una matrice congiunturale e quali imporranno invece un cambiamento
strutturale di più ampio respiro, necessario a calibrare l’ago della bilancia
che regola domanda e offerta”.
Molti settori stanno vivendo una fase di
incertezza per l’assenza di manodopera. È così anche per il Prosciutto di
Parma?
Il tessuto produttivo della DOP persegue la sostenibilità sociale
“Anche il nostro comparto affronta una situazione di scarsità di manodopera qualificata. Questa tematica ci offre lo spunto per affrontare un aspetto a cui teniamo particolarmente. Il sistema delle DOP trova nella territorialità delle proprie produzioni un carattere distintivo. Per il Prosciutto di Parma la zona tipica è un elemento imprescindibile e costitutivo nel quadro qualitativo del prodotto. Anche alla luce di questo dato, va sottolineato come le nostre aziende contribuiscano ad un’attività importantissima, talvolta trascurata: la sostenibilità sociale perseguita dal tessuto produttivo della nostra DOP si pone l’obiettivo di innestare sul territorio un adeguato livello occupazionale, per assorbire la domanda di lavoro e al contempo contrastare lo spopolamento delle zone rurali, in cui si riconoscono straordinarie risorse anche in termini di biodiversità”.
La produzione di Prosciutto di Parma è in
flessione. Quali aspettative avete per il 2023? Quali sono gli effetti sul
mercato della minore produzione?
“Un’analisi di breve periodo dei dati relativi ai suini e alle cosce fresche permette una proiezione sul prossimo biennio caratterizzata da una relativa carenza di prodotto. Le attività che stiamo organizzando per la nostra DOP contemplano un piano di consolidamento delle vendite in linea con la situazione produttiva attuale: lo sviluppo del mercato deve infatti essere pianificato con coerenza rispetto alle proiezioni di disponibilità, e all’interno di un quadro in cui la diminuzione dell’offerta potrebbe generare tensioni sui prezzi”.
L’export è una delle strade obbligate.
Come è andato il 2022? Quali sono i Paesi target del 2023 e come pensate di
incrementare le performance?
Sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita dell’export
“Un’analisi puntuale dei risultati export riferiti al 2022 restituisce un quadro piuttosto prevedibile, caratterizzato da una moderata flessione; questa è stata generata dalla chiusura di mercati strategici, (Cina e Giappone in primis), imposta dalla guerra e dalla peste suina africana, e dalle conseguenze negative dell’aumento dei prezzi. Nel contesto contingente, pertanto, la sfida da cogliere non è quella di puntare sull’espansione ma sul mantenimento dei livelli attuali di esportazione, con un focus specifico sui mercati tradizionali, che trovano negli Stati Uniti un leader consolidato. Diversa è l’analisi ad ampio raggio: sul medio e lungo periodo si confermano stime di crescita, supportate e tutelate da un mercato già ampiamente diversificato”.
Chi sono i Prosciutto di Parma Specialist?
Che risultato vi stanno dando queste figure?
“I Prosciutto di Parma Specialist sono, per definizione, sia le persone che i luoghi appartenenti al dettaglio tradizionale e alla ristorazione nei mercati esteri, che meglio riescono a trasmettere i valori del prodotto, veicolando tradizioni e conoscenze utili a contestualizzare la nostra DOP. Nel corso degli anni questo progetto, che riconosce a livello globale i retailer più appassionati, ha garantito l’instaurarsi di un dialogo continuo all’interno dei Paesi. Questa dinamica ha interessato in prima istanza i consumatori – coinvolti in molteplici attività informative ed educative che hanno indubbiamente agevolato la loro preferenza di acquisto – ma ha anche unito il Consorzio, i produttori e gli importatori in una dinamica proficua. A convalidare il successo dell’iniziativa il fatto che dal 2022 si sia deciso di estenderla anche al mercato italiano, confermando quanto il lavoro svolto oltre confine rappresenti un pattern di successo da riproporre per la promozione sul terreno domestico”.
Quando si parla di Prosciutto di Parma,
quali sono le differenze fra i consumatori italiani e quelli esteri? È
necessaria una segmentazione del prodotto?
“Prendere in considerazione le
caratteristiche che distinguono i consumatori esteri risulta tanto più
complesso se ci si ferma ad osservare quanto quelli domestici siano già al loro
interno ampiamente differenziati. Portare il nostro prodotto in Francia,
Germania, Stati Uniti, per citare alcuni Paesi, significa interfacciarsi con
mercati differenti da un punto di vista identitario, retti da dinamiche peculiari
e con competitor propri. In questo contesto sfaccettato sono le nostre aziende
che, in prima persona, operano una segmentazione sul loro prodotto e danno
un’impronta precisa al loro modo di occupare i mercati in cui esportano il
Parma”.
Alcuni prosciuttifici stagionano prosciutti non destinati alla DOP. Quali effetti ha tale pratica sul mercato?
“La produzione di prosciutti non destinati alla DOP all’interno di aziende consorziate è un fenomeno che si riscontra con frequenza, nell’ambito della libera attività imprenditoriale delle singole imprese. Disporre di prosciutti alternativi al Parma amplia l’offerta al consumatore, in un’ottica di diversificazione del prodotto, e garantisce versatilità nella proposta anche sui mercati internazionali”.
La suinicoltura italiana dovrebbe forse
immaginare una nuova fase per valorizzare non solo la coscia, ma anche gli
altri tagli. Che suggerimenti ha?
“Pur ritenendo indispensabile un’azione
volta a valorizzare gli altri tagli del suino e auspicando una diretta
iniziativa in tal senso da parte di allevatori e macellatori, evidenziamo che,
per statuto, il nostro Consorzio deve perseguire la tutela e la valorizzazione
del Prosciutto di Parma”.
Di Pedro E. Piñate B., Medico Veterinario venezuelano e Consulente Agricolo
Le previsioni di una popolazione mondiale a 9.1 miliardi di persone nel 2050 sono eloquenti circa la necessità di avere nuove imprese e nuovi imprenditori agricoli. Si tratta di circa il 34% in più rispetto ad oggi e la crescita della popolazione riguarda soprattutto i cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”. In quella data il mondo sarà per il 70% urbano e solo per il 30% rurale, un cambiamento significativo rispetto all’attuale 49% e 51%, rispettivamente. Tuttavia, per nutrire una popolazione urbana più numerosa di oggi con redditi e potere d’acquisto più elevati, la FAO stima che sia necessario produrre il 70% in più di cibo, senza contare l’ulteriore produzione per i biocarburanti. Sarà indispensabile accrescere la produttività senza poter espandere i terreni agricoli, con un migliore utilizzo e sfruttamento di energia, acqua ed altri fattori. Tutto questo dovrà essere in armonia con l’ambiente, cioè “sostenibile”. La chiave per aumentare la produzione sarà la tecnologia, un tema che richiama il necessario adeguamento degli investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo, invertendo la tendenza in atto in molti Paesi.
Sono necessari più investimenti pubblici in agricoltura
Un altro aspetto fondamentale è la necessità di aumentare gli investimenti pubblici in agricoltura a tutti i livelli, in particolare nelle infrastrutture, nell’istruzione, nell’assistenza tecnica e nei servizi di sanità animale e delle piante. Le imprese e gli imprenditori non saranno mai abbastanza per accollarsi gli oneri di tutela ambientale indispensabili alla propria attività ed in nessun Paese tali risorse potranno derivare da una maggior tassazione sugli imprenditori agricoli, perché questi abbandonerebbero l’attività.
Il recente studio della FAO intitolato “Investing in Farmers: Investment Strategies in Human Capital” (Roma, 2022), ha rilevato che investire negli agricoltori “può contribuire ad aumentare il reddito rurale, una migliore salute e nutrizione, la coesione sociale ed una maggiore inclusione delle donne e dei giovani nelle attività economiche”.
Quali saranno gli imprenditori agricoli del futuro?
A proposito di quali saranno gli imprenditori agricoli del futuro, si può affermare che un po’ in tutti i Paesi se ne stanno già evidenziando i caratteri. Si tratta di uomini e donne tra i 20 ed i 30 anni con grande volontà e desiderio di lavorare in campagna, ancora in fase di formazione e maturazione, già in cerca di un proprio capitale e di credito per i loro progetti agricoli. La maggior parte ha già qualche esperienza agricola o zootecnica, sia per le origini familiari, sia per motivi di studio. Alcuni verranno poi dalle città alla ricerca di forme di vita diversa, meno frenetica, che la campagna ed il contatto diretto con la natura offre in modo unico. Forse, al momento, queste persone non percepiscono ancora bene che è nelle campagne, nell’agricoltura, nell’allevamento, che avranno successo e potranno realizzare il loro sogno di essere liberi.
Come scrisse già nel 1826 il poeta ed accademico venezuelano Don Andrés Bello: “Ami la libertà? Allora sappi che la campagna è vita”.
TESEO.Clal.it – Numero di aziende da latte in Europa divise per area ed estensione
Secondo i dati del Dipartimento dell’agricoltura, nello Stato di New York operano circa 33 mila aziende agricole, con produzioni che spaziano dal latte (quinto posto nella classifica nazionale), alle mele, all’uva, per un valore totale di 3,3 miliardi di dollari, con 24 mila persone impiegate. Il 23% della superficie totale dello Stato è in uso agricolo, mentre nella zona dei grandi laghi, i Finger Lakes, i terreni agricoli rappresentano più del 40% della superficie totale.
Agricoltura ed allevamento sono dunque attività rilevanti e di recente è stato avviato un gruppo di lavoro fra i rappresentanti della pubblica amministrazione, degli agricoltori, dei lavoratori e delle associazioni di categoria. Il compito è organizzare incontri di confronto ed approfondimento svolti in estate nelle varie zone dello Stato, per identificare le necessità del comparto e le azioni da intraprendere. Sono state individuate le seguenti tematiche su cui è necessario intervenire:
Trasporti: affrontare le sfide legate alla movimentazione dei prodotti e le relative esigenze di investimento in strade, ponti ed altre infrastrutture vitali per portare i beni sul mercato;
Lavoro: individuare e formare la prossima generazione di agricoltori e lavoratori agricoli per sostenere un settore diversificato con le competenze necessarie per gestire le aziende agricole moderne.
Ambiente: affrontare le tematiche relative alla gestione del letame ed alla transizione verso fonti energetiche rinnovabili per raggiungere gli obiettivi climatici dello Stato e permettere alle aziende agricole di diventare neutrali rispetto alle emissioni di carbonio;
Alloggi per i lavoratori: fornire un ambiente di vita sicuro, vicino alle aziende agricole;
Tassazione: fornire indicazioni per migliorare le imposte sulla proprietà e l’accesso ai programmi di sgravio fiscale esistenti;
Tutela dei terreni agricoli: rivedere la normativa esistente per identificare i modi in cui lo Stato possa fattivamente garantire che i terreni agricoli produttivi rimangano accessibili agli agricoltori;
Territorio: sostenere le vendite dirette ed i circuiti corti, l’acquisto di prodotti del territorio da parte delle varie agenzie statali per creare catene di approvvigionamento locali, strettamente collegate con le aziende agricole.
Un rapporto finale sarà consegnato all’Ufficio del Governatore e identificherà le azioni, raccomandate dal gruppo di lavoro, che le agenzie statali possono intraprendere per sostenere a semplificare le attività produttive per gli agricoltori dello Stato di New York.
TESEO.Clal.it – Andamento dei costi e dei ricavi nelle Aziende da latte USA
Michele Carra, amministratore delegato dell’omonima azienda mangimistica alle porte di Parma, è vicepresidente di Assalzoo con la delega alle filiere suina e lattiero casearia. Nel cuore della Food Valley, Carra Mangimi occupa 43 persone fra dipendenti e collaboratori, sviluppa un fatturato di circa 68 milioni di euro e serve le filiere della salumeria Dop con particolare attenzione al circuito del Prosciutto di Parma e San Daniele e, nel settore dei formaggi, gli allevamenti nelle zone Dop del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. La qualità è il punto di forza dell’azienda, che esporta mangimi per suinetti per circa il 6,7% del fatturato. L’azienda nel 2023 taglierà il traguardo dei primi 90 anni di attività.
Dottor Carra, come avete
reagito ai rincari che stanno accompagnando il settore da oltre un anno?
“I primi aumenti delle materie
prime li abbiamo avuti già nei mesi di settembre-ottobre 2020. La dinamica non
è nuova: di fatto l’azienda mangimistica fa da ammortizzatore con gli
acquirenti a valle. Lavoriamo con i contratti di fornitura e, in questo modo,
abbiamo contenuto o, almeno in parte compensato, l’aumento. Vede, il settore
della mangimistica di solito attende qualche settimana o anche qualche mese per
vedere se gli aumenti si consolidano o se, al contrario, sono fenomeni
speculativi o si tratta di fluttuazioni e punte che poi scendono. Gli aumenti
che abbiamo avuto, come sa, non hanno rappresentato un fenomeno transitorio,
con la conseguenza che il sistema mangimistico ha adeguato i listini, per
quanto tali aumenti ancora oggi non coprono la reale crescita dei mercati delle
materie prime”.
Come hanno reagito gli
allevatori?
“Nel complesso hanno accettato
gli aumenti, anche se questo ha drenato molto della loro liquidità e in qualche
caso ha creato qualche problema”.
Qual è stata la filiera che ha
sofferto di più?
“Quella dei suini, che ha
dinamiche diverse rispetto a quella lattiero casearia. Nel latte i prezzi sono
definiti per un periodo più lungo, mentre per i suini le quotazioni sono
settimanali. Nel corso del 2022, in particolare, abbiamo registrato un
adeguamento dei prezzi del latte più in linea rispetto ai costi di produzione a
differenza del settore suinicolo. Le filiere Dop casearie, poi, possono contare
sulla forza della cooperazione e su produzioni che negli ultimi anni sono state
in grado di assicurare un maggiore valore aggiunto rispetto alle filiere
suinicole”.
Come ha influito la guerra in
Ucraina? Avete dovuto modificare le strategie di approvvigionamento?
La guerra e la siccità hanno cambiato gli scenari
“La guerra in Ucraina ha cambiato
completamente gli scenari, e al quadro si è aggiunta anche la siccità, che ha
colpito in Italia e non solo, con la conseguenza che abbiamo avuto meno materie
prime a disposizione.
A causa della guerra in Ucraina si
sono bloccate per oltre due mesi le esportazioni di mais e grano da alcuni
paesi dell’Est Europa. Alcuni commercianti che avevano contratti in essere con
le aziende mangimistiche per l’importazione di cereali si sono resi insolventi.
Le difficoltà di import di grano hanno pesato prevalentemente sui molini,
mentre l’industria dei mangimi ha risentito delle difficoltà legate al mais. Le
nostre imprese hanno dovuto fare i conti con un prezzo del mais schizzato a 400
euro alla tonnellata per effetto di diversi fattori: la guerra in Ucraina, gli
effetti climatici sulle produzioni, la forte spinta delle importazioni cinesi”.
Si parla di sovranità
alimentare di questi tempi. Servirebbe una strategia nazionale di
approvvigionamento?
“Sì, dovremmo attuare strategie
europee da un lato e trovare allo stesso tempo soluzioni italiane. Se pensiamo
alla situazione nazionale non possiamo dimenticare che nel giro di 20 anni la
produzione di mais è passata da 10 a 5 milioni di tonnellate. Inoltre, alla
minore produzione si affianca una concorrenza di biogas e biometano. La verità
è che senza il mais estero oggi non siamo autosufficienti”.
Da cosa è dipeso, secondo lei,
il calo delle superfici e delle produzioni di mais in Italia?
“Ritengo da più fattori
concomitanti. Le rese per ettaro negli ultimi due decenni non sono aumentate e,
addirittura, sono in parte diminuite. Poi si è innescata una questione di
prezzi e di concorrenza dei mercati internazionali. La stessa Ucraina dal 2010
ha iniziato a esportare mais in Europa a prezzi bassi mettendo di fatto fuori
mercato le produzioni italiane. Questo ha portato una progressiva riduzione
delle superfici coltivate a mais, perché era più conveniente acquistare
dall’estero. Contemporaneamente, alcuni fattori climatici hanno reso più
complessa la produzione italiana di mais. Ma il sistema Italia dovrebbe
sostenere le produzioni interne, anche a vantaggio delle grandi Dop sul
territorio, che sempre più dovranno fare i conti con le produzioni nazionali”.
Ricerca e sviluppo restano
essenziali per la crescita di un’azienda. In quale direzione vi state muovendo?
Avete sperimentazioni in corso?
Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e tecnologiche
“Il nostro lavoro sta cambiando.
Le normative tengono sempre più conto del fenomeno dell’antibiotico-resistenza,
sono stati limitati i mangimi medicati, per cui la mangimistica è chiamata a
intensificare gli sforzi in ricerca e sviluppo. Come azienda abbiamo sviluppato
da più di otto anni una funzione di ricerca e sviluppo per rispondere alle
esigenze del mercato e produrre linee specifiche di prodotti nutraceutici, che
non sono farmaci, tengo a sottolineare. Da qui è nata la linea Anhea, dedicata
alla salute animale.
Collaboriamo con gli Atenei di
Parma, Milano e Bologna e con le facoltà di Scienze delle Produzioni animali e
Veterinaria. Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e
tecnologiche per supportare l’animale in determinate fasi della vita in
allevamento, per ridurre l’incidenza di patologie; non è semplicissimo, ma ci
avvaliamo di tutte le ricerche disponibili a livello mondiale”.
L’allevatore partecipa con
interesse?
“Sì, c’è molta collaborazione e
partecipazione da parte degli allevatori. Non dimentichiamo che molte prove si
svolgono negli allevamenti, si studiano le risposte specifiche dei mangimi e si
provano i diversi prodotti naturali”.
Le produzioni Dop stanno
rafforzando il legame col territorio anche dal punto di vista della produzione
degli alimenti zootecnici. Che evoluzioni, opportunità, ostacoli vede?
“Tutte le Dop più rilevanti dal
punto di vista delle produzioni si trovano di fatto nella stessa area e mi
riferisco, nello specifico, a Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto di
Parma e di San Daniele, per citare quelle numericamente più rilevanti. Gli
ostacoli sono, quindi, il reperimento della materia prima per l’alimentazione
dei bovini e dei suini. Bisognerà studiare valide soluzioni, se vogliamo dare
un futuro di crescita a tali Dop.
Sui formaggi vediamo che stanno
prendendo sempre più forza, sono comparti dove il prodotto fa la differenza.
Sui prosciutti è un po’ più complesso, perché il sistema è un po’ più in crisi”.
Come uscirne?
“Serve un dialogo che coinvolga tutti gli attori della suinicoltura, così da pianificare una crescita ed evitare il rischio di incorrere in nuove crisi, che sarebbero dolorose per il settore. Bisogna valorizzare le produzioni italiane rispetto a quelle estere e serve un fronte comune per la suinicoltura Made in Italy”.
Sempre più il benessere
animale e la sostenibilità passano attraverso la razione alimentare. Quali
saranno le nuove frontiere sulle quali lavorerete?
“Come azienda stiamo lavorando sui concetti di precision feeding, cioè la nutrizione di precisione, per ottenere una maggiore corrispondenza tra i fabbisogni e gli apporti nutrizionali per evitare o comunque ridurre fortemente gli sprechi. Un altro obiettivo del precision feeding è, invece, legato all’ambiente: migliorando gli apporti amminoacidici all’interno della formula alimentare si punta a ridurre le emissioni azotate in atmosfera, grazie anche all’utilizzo di enzimi specifici che migliorano la digeribilità degli alimenti e l’efficienza della nutrizione animale”.
Come vede i mercati dei
cereali, dei semi oleosi e dei foraggi nei prossimi mesi?
Dobbiamo conoscere il mercato per limitare gli effetti della volatilità
“Difficile dare una risposta, ma
vediamo come operatori due spinte diverse e contrapposte nel mercato. Una direzione
è determinata dai fondamentali del mercato, con i deficit di mais, frumento e foraggio
che potrebbero infiammare i listini e una tendenza opposta dovuta alla
contingenza dell’economia, che potrebbe portare a una minore domanda, spegnendo
le quotazioni.
Dalle informazioni che abbiamo l’Argentina
sta attraversando una fase di siccità e dovrebbe fare i conti con una produzione
in diminuzione. Il Brasile non ha per ora incertezze sul piano climatico, ma i
raccolti li avremo tra febbraio e marzo, per cui è presto per sbilanciarsi.
Parallelamente, abbiamo segnali
di contrazione dei consumi, che sono già in atto. Dobbiamo capire se il calo
influirà e in che misura sulle materie prime. Se, invece, i consumi dovessero
ripartire, avremo una spinta al rialzo delle materie prime. Di fatto, come
mangimisti siamo diventati degli operatori finanziari, dobbiamo conoscere il
mercato e coprirci dai rischi per limitare gli effetti della volatilità, che
temiamo possa comunque accompagnarci anche per il 2023”.
Lei è vicepresidente di
Assalzoo. Avete mai pensato come settore mangimistico di operare attraverso
acquisti congiunti?
“In verità no, perché ogni
singola impresa ha le proprie politiche di acquisto, ma è un tema che potremmo
affrontare, pur nella consapevolezza che non è facile dare indicazioni a tante
aziende diverse”.