Secondo un rapporto pubblicato dal Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea, il 44% del territorio dell’UE e del Regno Unito si trova ad un livello siccità di allarme, mentre un altro 9% definito di allerta, una situazione che i ricercatori definiscono sconcertante.
L’indice di allarme è definito dal deficit di umidità del suolo, mentre quello di allerta si riferisce allo stress idrico della vegetazione.
Il rischio siccità è aumentato negli ultimi mesi in territori che comprendono la Francia, la Germania occidentale, la Romania e diverse regioni mediterranee fra cui parti dell’Italia, ma ne risentono anche Polonia, Ungheria, Slovenia e Croazia.
In cinque regioni italiane è stata dichiarata l’emergenza siccità e l’insufficiente disponibilità di acqua ha portato a molteplici restrizioni d’uso nei comuni. In Francia sono state adottate misure simili a quelle delle regioni italiane per limitare l’uso dell’acqua; in Spagna, i volumi idrici immagazzinati negli invasi sono attualmente inferiori del 31% rispetto alla media decennale, mentre In Portogallo, l’energia idroelettrica ottenibile negli invasi è la metà della media degli ultimi sette anni. Il JRC avverte poi che nel prossimo futuro, tra luglio e settembre ci saranno condizioni climatiche molto più secche del normale in 14 Paesi, dall’Irlanda alla Romania settentrionale. Queste previsioni, se confermate, aggraveranno l’impatto della siccità non solo sull’agricoltura e gli approvvigionamenti alimentari, ma anche sull’energia e per tutti gli usi civili ed industriali.
Se diventa estremamente importante adottare con urgenza delle strategie di mitigazione della siccità, è invece imperativo affrontare la causa alla radice del problema: il cambiamento climatico e la sua alterazione del ciclo dell’acqua a livello globale. Sono necessari ulteriori sforzi anche per adattarsi preventivamente al cambiamento dei modelli meteorologici, rendendo le risorse e gli usi energetici compatibili col clima, ed applicando soluzioni sostenibili in agricoltura.
TESEO.clal.it – Andamento dell’indice di Siccità nelle regioni del Nord Italia
Chi pensa che il terroir sia un’espressione da addetti alle degustazioni e solo riferito ai vini non ha ancora parlato con Francesca Nadalini, imprenditrice ortofrutticola di Santa Croce di Sermide e vicepresidente della Op Sermide Ortofruit (una realtà con 42 soci e un fatturato di 26 milioni di euro), e forse non ha ancora sentito parlare del marchio “Valli Salse”, brand dietro cui sta naturalmente la Op sermidese e che caratterizza un’area specifica di circa 1.500 ettari che la Op ha saputo individuare e valorizzare. E proprio qui si troverebbe una composizione specifica del terreno, con una particolare salinità (anticamente l’area era coperta dal mare), caratteristiche minerali uniche, composizione argillosa che permette alle radici di trarre nutrienti da quello che si può appunto definire – esattamente come per il vino – il terroir.
Usciamo dai tradizionali canoni di intervista (non parliamo di lattiero caseario e nemmeno di suini o cereali) per celebrare uno dei frutti simbolo dell’estate – il melone, ma arriverà anche l’anguria sotto i riflettori di Teseo – e per raccontare il grado di innovazione che sta alla base di un prodotto che è per molti altri aspetti ancora tradizionale. Almeno così lo interpreta Francesca Nadalini, famiglia di tradizione agricola proprio nel settore del melone, del cocomero e della zucca.
I numeri attuali dicono che l’azienda coltiva 330 ettari, dei quali circa 220 proprio con le tre colture orticole simbolo del territorio e, per la rotazione, un centinaio di ettari di grano, “che lascia il terreno secco e lo libera presto”.
Partiamo dalla cronaca. In occasione di un recente incontro di TESEO abbiamo assaggiato i suoi meloni fantastici. Come sta andando la stagione?
“Quest’anno abbiamo dovuto fare i conti con una stagione siccitosa, particolarmente calda, con l’ultima fase senza grande escursione termica con la notte. Questo ha fatto sì che ci sia stata una concentrazione del prodotto, seguita in alcune fasi, come quella attuale, da scarsità produttiva. Il melone è indubbiamente di qualità, ma l’accalcamento delle produzioni ha portato a una concentrazione dell’offerta, con prezzi che erano partiti molto bene e che oggi sono decisamente più contenuti. Ma con i cambiamenti climatici, dalla siccità alla grandine, temo che purtroppo dovremo farci i conti sempre più spesso”.
Come vi organizzate contro i rischi climatici?
“Abbiamo cercato di fare impianti solidi come serre, coperture, costruzioni e anche in campo aperto coltiviamo nelle migliori condizioni perché tutto proceda per il meglio, ma non basta. E con le assicurazioni non sempre si trova un punto di incontro, perché le nostre valutazioni sono anche di tipo qualitativo”.
Che tipo di investimenti ha fatto negli ultimi anni e quali nuove tecnologie ha introdotto?
“Negli ultimi anni abbiamo investito su attrezzature 4.0, dai macchinari semoventi per i trattamenti in campo dotati di tracciatura digitale e la guida satellitare, fino ai droni per rilevare la temperatura interna alle serre e ai sensori che servono calibrare l’irrigazione, che è a goccia per ottimizzarne l’utilizzo in campo.
Inoltre, abbiamo investito per l’ampliamento strutturale del magazzino, allargando la zona di servizio per i dipendenti e inserendo un’area specifica per la lavorazione di prima gamma evoluta del cocomero, così da poter tagliare il prodotto a fette e confezionarlo”.
Sul cocomero avete scelto di mantenere le pezzature giganti. Come mai?
“Il mercato è cambiato negli anni. Si sono affacciate le angurie medie, che noi non coltiviamo perché ad oggi riteniamo non essere ancora soddisfacenti a livello qualitativo. Poi sono arrivate le mini-angurie, che abbiamo voluto provare, ma che hanno costi di produzione elevati che raramente il mercato riconosce. Per cui abbiamo continuato a valorizzare le angurie grandi, del peso dai 12 ai 20 kg e abbiamo promosso la tradizione, ma con la possibilità per il consumatore di scegliere la versione già tagliata a fette.”
Che cosa ha fatto la differenza in questi anni?
Innovazione tecnologica mantenendo la tradizione
“Sembrerà banale ma la marcia in più è arrivata dalla coniugazione della tradizione con l’innovazione: andare avanti ma mantenere le cose buone dell’esperienza già avuta. Vale a dire l’innovazione tecnologica, introducendo strumenti come la lettura automatica del grado zuccherino, i sensori in campo, l’utilizzo dei droni per visionare impianti con altri occhi. Ma allo stesso tempo mantenere le tradizioni dal punto di vista colturale, per rispettare la caratteristica e la fisiologia delle piante, gli impianti, la coltivazione, tutto per non stravolgere l’evoluzione del frutto. Paradossalmente, un intervento eccessivo in alcune fasi di coltivazione cambia gusto, retrogusto e peculiarità del prodotto, penalizzandoci sul mercato. Aver mantenuto la tradizione in questo ambito è stata, per le aziende di Sermide, un’arma vincente.
Un altro aspetto che ha fatto la differenza è stato il gruppo, con la nascita del consorzio e del marchio del melone mantovano IGP, ma anche la costituzione della Op Sermide, alla quale aderiscono tutti imprenditori di lungo corso, insieme alle nuove generazioni. Rimanere in rete ci permettere di condividere un percorso, di migliorare sul fronte della specializzazione e di rimanere coesi, perché senza il gruppo non si può evolvere”.
A livello di tecnica colturale utilizzate fertilizzanti organici?
“Quando lo troviamo disponibile utilizziamo ancora il letame, ma per lo più utilizziamo compost da umido organico in un’ottica di economia circolare, che rappresenta una fonte di sostanza organica e perché è la texture ottimale per l’apparato radicale. Rende più soffice il terreno e aiuta la partenza delle radici, che sono la chiave della naturalità della pianta. Se la pianta non radica bene, infatti, non riusciamo a portare a compimento la fruttificazione”.
Ha problemi di manodopera?
“Certo, come tutti, purtroppo. Ormai per tenere i dipendenti di anno in anno non devi solamente garantire un salario più alto, ma devi creare un rapporto personale che va oltre e che ti porta, talvolta, a svolgere funzioni di assistenza e consulenza che dovrebbero essere proprie di altri soggetti. In questo modo abbiamo ridotto moltissimo il turnover e così evitiamo con la formazione di ripartire da zero ogni anno. Ma ci sentiamo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, il nostro settore è davvero poco considerato come opportunità professionale”.
Quali sono i vantaggi di una Op?
Nella OP mettiamo in comune interessi e opportunità
“La nostra Organizzazione di Produttori porta numerosi vantaggi, a volte non immediatamente percepiti, ma nel tempo sicuramente quantificabili, perché mette in comune interessi e opportunità a vantaggio degli imprenditori. Si possono fare acquisti di gruppo e ridurre i costi e insieme si ha più forza per garantire un servizio a vantaggio dei clienti e viceversa, perché grazie alla quantità riusciamo a dare continuità alle vendite. Inoltre il confronto tra di noi è fondamentale per leggere ed interpretare rischi e opportunità della produzione e del mercato”.
Molti agricoltori sono spaventati dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalle incognite di mercato, dalla scarsa reperibilità della manodopera. Cosa è cambiato rispetto al passato?
I rischi dell’effetto domino
“Tutto, ma non voglio tornare sui problemi. Certo è che tutti questi fattori hanno ridotto la visione a noi imprenditori. Prima immaginavo un futuro a lunga gittata, adesso ci sono troppe incognite e ci si rende conto sempre di più che siamo tutti interconnessi nei vari settori produttivi, quindi l’effetto domino può avere conseguenze impressionanti (come sta succedendo per le criticità sulle materie prime)”.
Quale futuro immagina per il melone mantovano?
“Il Melone Mantovano IGP, quindi la produzione che si svolge nelle province di Mantova, Cremona, Bologna, Ferrara e Modena, ha sicuramente prospettive di crescita, a partire dalle zone Centro-Sud dove ancora non è molto conosciuto. In questi giorni è uscito uno spot sulle reti televisive nazionali prodotto dal Consorzio di Valorizzazione e Tutela, che serve per traghettare il messaggio che la dolcezza ha molti volti, ma un solo nome: quella del melone mantovano IGP”.
In una società molto sensibile ai temi ambientali e vista la necessità di una immagine positiva all’export per il settore del latte che rappresenta un assetto vitale per la Nuova Zelanda, anche la qualità delle acque diventa un fattore rilevante.
Prendendo a riferimento l’impronta idrica (water footprint), l’università di Wellington ha effettuato uno studio nella zona di Canterbury, area ad alta densità dell’allevamento neozelandese con oltre un milione di vacche da latte, per misurare la componente definita “acqua grigia” cioè il volume di acqua necessario a diluire gli inquinanti; questo per trovare un indice di riferimento atto a misurare la sostenibilità dell’attività zootecnica.
Dalla ricerca risulta che per produrre un litro di latte occorrono da 400 ad 11 mila litri di acqua, con una variabilità molto ampia che dipende da fattori di conduzione aziendale come razione alimentare e concimazioni, operazioni queste ultime che comportano residui come i livelli di nitrati nel sistema acqua/terreno.
Nella regione dove sono state condotte le misurazioni è stata rilevata una correlazione fra l’elevato uso di concentrati nella razione, di fertilizzanti chimici, le ridotte precipitazioni ed i tenori di nitrati nelle acque superficiali di falda. Queste arrivano a contenere fino a 21 mg/litro, cioè quasi il doppio del limite di potabilità pari a 11,3 mg/litro, il che significa che il sistema ambientale non è più in grado di neutralizzare gli inquinanti che vi si riversano. É stato poi calcolato che per riportare la situazione entro parametri accettabili occorrerebbe o moltiplicare per dodici le precipitazioni o ridurre di dodici volte il numero di animali allevati. A parte tali scenari catastrofici, diventa comunque inderogabile ridurre drasticamente gli apporti di sostanze azotate al terreno.
Non si tratta più dunque solamente di affrontare la percezione del mercato ma di rendere la produzione compatibile con la tutela della salute, delle persone e dell’ambiente.
Dennis Meadows è stato coautore del rapporto “I limiti dello sviluppo” che il Massachusetts Institute of Technology pubblicò per conto del Club di Roma. Nel 50° anniversario di quella ricerca in cui venne presa in considerazione l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, in una intervista a Le Monde il fisico americano ora 79enne constata come stiamo continuando a consumare più risorse di quante la terra ne possa rigenerare, siano esse combustibili fossili o terreni fertili.
Consumiamo 1,6 pianeti all’anno
Non a caso lo scorso 14 maggio è caduto il nostro Overshoot day, cioè la data di superamento delle risorse biologiche rigenerabili in un anno calcolata dal Global Footprint Network, che ha il compito di calcolare l’impronta ecologica di ogni paese sulla base dei consumi e dell’impatto ambientale delle loro attività. Nella classifica dei paesi che inquinano e consumano di più c’è in testa il Qatar, che ha finito le proprie risorse il 10 Febbraio, seguito da Canada, gli Stati Uniti ed Emirati Arabi, mentre i più sostenibili risultano essere Jamaica, Ecuador, Indonesia, Cuba. Lo scorso anno l’Overshoot Day Mondiale è caduto il 29 Luglio. Questo significa che stiamo consumando l’equivalente di 1,6 pianeti all’anno, cifra che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, il che è palesemente insostenibile.
Abbiamo forgiato una civiltà ad alta intensità energetica e materiale, con la ricerca di una crescita continua nel contesto limitato del nostro pianeta, in un evidente paradosso. Infatti, le risorse diventano più costose, la domanda aumenta e l’inquinamento pure. Sintomi di questa situazione sono il cambiamento climatico, l’estinzione delle specie, l’aumento dei rifiuti di plastica.
Il prodotto interno lordo (PIL) continua a crescere, ma è un buon indicatore del benessere umano? Le sue componenti cambiano, perché si tratta sempre più spesso di riparare i danni ambientali. Un tempo le persone si aspettavano di avere una vita migliore di quella dei loro genitori, ora pensano che i loro figli staranno peggio perché la società non produce più ricchezza reale. In tale prospettiva, anche il termine di sviluppo sostenibile diventa un ossimoro, dato che non possiamo avere una crescita fisica senza danneggiare il pianeta.
Serve il coraggio di risolvere i problemi a lungo termine
Quindi, secondo Meadows, i paesi devono passare alla dimensione qualitativa dello sviluppo, migliorando aspetti quali l’equità, la salute, l’istruzione, l’ambiente. Diventa imperativo avere il coraggio di iniziare a risolvere i problemi a lungo termine, come il cambiamento climatico, l’aumento dell’inquinamento o la disuguaglianza e per questo occorre anche un cambiamento nelle percezioni e nei valori personali.
La soluzione non è solo la tecnologia, perché se gli obiettivi impliciti della società sono lo sfruttamento della natura, l’arricchimento delle élite o l’ignoranza del lungo termine, allora svilupperà le tecnologie per farlo. Ad esempio per ridurre la fame nel mondo occorre solo ridistribuire meglio il cibo che produciamo. Poi si impone una drastica riduzione del nostro fabbisogno energetico oltre che uscire dai combustibili fossili, aumentare l’efficienza energetica e sviluppare le energie rinnovabili.
Invece della sostenibilità, l’obiettivo dovrebbe essere dunque la resilienza per adattarsi meglio ai cambiamenti, da applicare a tutti i livelli: globale, regionale, comunitario, familiare e personale.
La finalità dovrebbe essere il raggiungimento di una maggiore felicità.
ll Consiglio dell’Unione Europea
ha recentemente raggiunto un accordo sul Carbon
Border Adjustment Mechanism (CBAM), un “meccanismo di aggiustamento del carbonio alle
frontiere” pensato per tutelare l’industria europea in fase di
decarbonizzazione.
Come funziona il CBAM
In pratica, gli importatori dell’UE dovrebbero acquistare dei certificati di carbonio pari alla carbon tax che avrebbe dovuto essere pagata se i beni fossero stati prodotti nella UE. Ritenendo che lo strumento del prezzo sia nei fatti il più efficace per ridurre le emissioni di anidride carbonica e combattere il cambiamento climatico, la carbon tax mira a contrastare le esternalità legate a determinati comportamenti di produzione e di consumo.
Già in passato l’Europa aveva tentato di introdurre un “carbon pricing” modificando la struttura della tassazione dell’energia. Poi aveva deciso di ricorrere a uno strumento alternativo definito Emissions Trading System (Ets), che nei fatti consente di controllare soltanto il 43% delle emissioni di carbonio, concentrate nella produzione di elettricità e nei settori carbon intensive come la siderurgia, ma che esclude importanti attività come il trasporto e l’agricoltura. Da qui l’introduzione di un’accisa commisurata alla quantità di carbonio contenuta nelle fonti di energia fossile utilizzata, nella prospettiva di un’economia carbon free e socialmente equa.
ridurre la rilocalizzazione delle emissioni
Il CBAM è inteso a ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, ma anche a stimolare i produttori dei Paesi terzi a rendere più ecologici i loro processi produttivi. È una delle misure ambientali previste nel Pacchetto clima “Fit for 55” sulla riduzione delle emissioni di carbonio necessaria per evitare impatti negativi sul mercato, distorsioni di concorrenza e perdita di competitività da parte delle imprese europee. Questo strumento regolatore, con forti riflessi a livello globale, si applicherebbe inizialmente alle importazioni in cinque settori ad alta intensità di emissioni di carbonio ritenuti a maggior rischio di rilocalizzazione: cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità.
In tal modo si concretizza il percorso della transizione ecologica UE stabilito lo scorso anno del Green Deal europeo per realizzare l’obiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni di carbonio del 55% rispetto ai livelli del 1990 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. L’introduzione di meccanismi regolatori con incentivi e penalizzazioni diventa indispensabile per sostenere ed accompagnare gli sforzi delle imprese, inclusa la necessità di investimento nelle nuove tecnologie.
implicazioni economiche e sociali
Il percorso per liberarsi dalla
dipendenza dei combustibili fossili ed agire nei confronti del cambiamento
climatico ha forti implicazioni economiche
ma anche sociali, pertanto deve avvenire senza trascurare nessuna persona e
nessun luogo.
Si tratta certo di una materia complessa ed anche controversa per i
tanti settori economici interessati e per i risvolti internazionali. Però le
conferenze sul ONU sul clima, ad iniziare dalla COP 21 di Parigi fino alla
COP26 di novembre a Glasgow, hanno impegnato i Paesi ad azioni concrete per
contrastare il cambiamento climatico. Occorre dunque trovare un equilibrio fra
gli ambiziosi obiettivi UE e la
necessità di cooperazione a livello mondiale.
Riassumere la filosofia di vita del professor Francesco Pizzagalli in poche battute è impossibile, così come è complesso sintetizzare una piacevolissima intervista con un filosofo imprenditore che ha talmente tanti concetti e visioni da esprimere che diventa persino spiacevole interrompere il suo flusso di coscienza per porre qualche domanda.
Se dovessimo individuare un messaggio chiave in grado di rappresentare il suo modo di essere imprenditore, forse potremmo azzardare: “Primo, non sprecare”. Un messaggio composito e di assoluta modernità, fondamentale anche per il ruolo che Pizzagalli ricopre come presidente dell’Ivsi, l’Istituto di valorizzazione dei salumi italiani.
“Non sprecare”: il primo messsaggio chiave
Non sprecare innanzitutto in senso materiale, puntare sull’economia circolare, valorizzare il lavoro (il proprio, così come quello degli altri), non perdere mai di vista la visione della sostenibilità economica, sociale, ambientale, investire tempo in un dialogo col consumatore per spiegare il senso della propria attività, ma non sprecare significa anche non perdersi a cercare il superfluo, ma dare valore a un prodotto che esprime un legame con la creatività, la qualità, il territorio.
E così, chi sostiene che la
figura dell’industriale illuminato, attento alla formazione anche culturale dei
dipendenti sia scomparso con Adriano Olivetti, probabilmente non conosce il
professor Francesco Pizzagalli.
Il titolo di professore non è
casuale né tantomeno onorifico, dal momento che per lungo tempo ha insegnato
Filosofia in un Liceo, dedicandosi in parallelo all’azienda di famiglia, oggi
un gruppo societario strutturato in tre realtà: Fumagalli Società agricola, Fumagalli
Spa e Stagionatura Fumagalli. Insieme, fatturano circa 58 milioni di euro e impiegano
circa 150 dipendenti diretti. Poco meno del 20% della forza lavoro è esternalizzato
attraverso cooperative, che operano nelle sedi di Tavernerio (Como), dove ha sede
il macello, e Langhirano (Parma), dove ha sede il prosciuttificio.
“Questa scelta – spiega il professor Pizzagalli – ci garantisce la continuità del rapporto lavorativo. Operano come se fossero dipendenti, con un contratto in linea con quello di categoria per livelli e retribuzione”. E questo è uno degli aspetti che certifica l’attenzione dell’azienda verso la forza lavoro, perché “senza i dipendenti e i lavoratori, non andremmo da nessuna parte”.
E l’attenzione è tale che la Fumagalli cura una propria rivista interna, “dove si parla di tutto, anche di cultura” e coinvolge i lavoratori “per chiedere loro di esprimersi nei percorsi di investimento aziendale, per condividere missione e progetti”.
Le 3 chiavi per l’internazionalizzazione
E così, se “la cosa peggiore è guardare al futuro con gli stessi occhiali del passato”, i pilastri sui quali poggia il gruppo Fumagalli sono ben saldi e indeformabili: “Il benessere animale, l’attenzione ai lavoratori e l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione”. Queste, in sintesi, le fondamenta dell’azienda, che si sono rivelate la chiave per l’internazionalizzazione, tanto che “oggi il fatturato della Fumagalli Spa per il 70% è ottenuto all’estero”.
“Ci è stato più facile vendere all’estero che in Italia, e abbiamo conquistato spazi rilevanti di mercato in Europa e nel Sud Est Asiatico. E questo grazie al disegno di costruire fin dalla fine degli anni Novanta un sistema di filiera, che dal 2008 si è fortemente concentrato a rispettare il benessere animale, ben oltre gli standard di legge”, racconta Pizzagalli.
Un sistema di filiera che rispetta il benessere animale oltre gli standard di legge
Il progetto sull’animal welfare è proseguito così bene che “abbiamo ricevuto premi, riconoscimenti, abbiamo intessuto forti rapporti commerciali nel Nord Europa e, più in generale, all’estero. Il nostro modello è stato lodato persino dall’associazione britannica Onlus Compassion, che si occupa di benessere animale nel mondo anglosassone, e un anno e mezzo fa persino la Commissione Europea ha voluto girare un video per indicare agli allevatori e alla filiera la strada da percorrere”, rivela con orgoglio Pizzagalli.
Il benessere animale si è accompagnato a un’attenzione marcata verso la sostenibilità, puntando sul dialogo, la certificazione, la trasparenza, per diventare una filiera da prendere da esempio.
Le linee guida dell’azienda si
interessano di perseguire la sostenibilità lungo i vari passaggi della filiera,
“dalla genetica dell’animale, che è direttamente nostra, alle scrofaie, dal
magronaggio agli ingrassi, dalla macellazione nella sede di Tavernerio fino al
prosciuttificio, senza dimenticare le linee di confezionamento”.
Il primo bilancio di
sostenibilità compilato dall’azienda risale al 2013, premessa per accelerare
sulla valorizzazione del capitale umano, con una formazione intensificata dei
dipendenti ben oltre gli aspetti di legge, al punto da contribuire – anche grazie
alla rivista bimestrale interna – alla crescita culturale dell’intero sistema
azienda”.
Il terzo pilastro oltre al benessere animale e al capitale umano è rappresentato da innovazione e digitalizzazione. “Così abbiamo operato non solo in direzione dell’ampliamento della capacità produttiva, ma ci siamo mossi anche su innovazione e digitalizzazione, così da mettere tutto il sistema in rete, per facilitare le operazioni di controllo del processo produttivo, in totale trasparenza”.
Trasparenza che significa anche
avere “ogni due settimane visite ispettive”. Una casa di vetro, insomma, a
tutela della propria immagine e per fare del proprio modello di filiera un
punto di forza. “Durante la pandemia – specifica Pizzagalli – quando era
chiaramente più difficile fare controlli dal vivo, abbiamo deciso autonomamente
di installare delle telecamere a cui possono accedere tutti i nostri clienti,
così da controllare cosa accade in tempo reale”.
Niente limiti alla fantasia per incontrare il consumatore
Un’altra parola d’ordine dell’azienda è “diversificare”. Niente limiti alla fantasia, nel rispetto della tradizione e per incontrare le esigenze dei consumatori. Ed ecco che, accanto alla filiera del suino tradizionale, “cinque o sei anni fa abbiamo costruito una linea biologica”.
E per declinare concretamente la sostenibilità ambientale, “dapprima abbiamo lavorato sulle fonti di energia, installando un cogeneratore per produrre energia rinnovabile, poi ci siamo concentrati sul packaging, tanto che sono ormai quattro anni che le nostre confezioni per il 75% sono fatte di carta”. Una crescita sul fronte dell’innovazione che si è rafforzata grazie alla collaborazione con Istituti zooprofilattici, centri di ricerca e Università dal Politecnico di Milano a Veterinaria a Milano.
Allo stesso tempo, “in questi ultimi anni abbiamo lavorato sulla governance e favorito il ricambio generazionale”.
Le sfide all’orizzonte sono molte
e di portata epocale. “In Confindustria faccio parte del gruppo di studio sullo
sviluppo della responsabilità sociale. E credo che inevitabilmente la direzione
sia definita: dobbiamo infatti pensare a un sistema produttivo che abbia una
sua legittimazione sociale; dobbiamo puntare al benessere e superare le
disuguaglianze, rafforzando una cultura aziendale improntata alla
collaborazione e, assolutamente essenziale, dobbiamo avere una capacità di
visione del futuro”. Corollario inscindibile, rafforzare il rapporto con il
territorio e creare valore attraverso l’impegno. “Non è la finanza che fa il
bene dell’azienda, ma è il lavoro”, insiste Pizzagalli.
In tale contesto e in una contingenza attuale che vede la filiera appesantita da più alti costi di gestione (in particolare dopo la crisi in Ucraina), l’obiettivo non è produrre di più, ma produrre meglio. “Aver anticipato i tempi con una forte attenzione al benessere animale – dice – è stato il passe-partout per l’estero, dove il tema è particolarmente sentito dalla catena di distribuzione e dai consumatori, molto più che in Italia, dove l’attenzione al biologico, all’animal welfare e alla sostenibilità sono aspetti più recenti”.
La qualità non dovrà limitarsi al prodotto, ma estendersi anche agli aspetti nutrizionali, per rispondere alle esigenze dei consumatori anche in tema di riduzione dei grassi o rispetto ai conservanti. “Non dobbiamo snaturare il prodotto, ma legarlo sempre di più al territorio, adattando la tradizione e il gusto ai tempi attuali e, allo stesso tempo, imparando a raccontare l’azienda e spiegare il senso di quello che si fa”.
Lo sguardo alla sostenibilità porta
il professor Pizzagalli a parlare di spreco: “Nel 2019 una ricerca del Politecnico
di Milano certificò che quasi il 60% di quello che veniva sprecato, era gettato
via dalle famiglie. Comperiamo di più, è un fatto culturale della società, ma
dobbiamo fare in modo di applicare un modello di consumo più attento e in
questo anche l’innovazione e la digitalizzazione possono aiutare a responsabilizzarci
maggiormente”.
Il mercato dovrà riconoscere ad ogni componente della filiera il giusto valore
Il futuro del comparto, secondo Pizzagalli passa inevitabilmente dalla filiera, “dove il mercato dovrà riconoscere a ciascuna componente la giusta parte del proprio valore, favorendo la redditività e gli investimenti e indicando la via di un modello socialmente responsabile”.
E anche i consorzi di tutela, in quest’ottica, dovranno intervenire per definire strategie di mercato attente ai volumi, alla qualità, all’export, all’equilibrio per valorizzare una produzione che è alla base del Made in Italy di qualità.
Da Socrate a Keynes, passando per i filosofi ottocenteschi, l’importante è avere ben chiaro un messaggio, che il professor Pizzagalli ripete più volte:
“Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce, dobbiamo rimettere al centro il lavoro e il valore della persona e comprendere la direzione della nostra attività, all’interno della società e della filiera”.
Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola
“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.
Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.
Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano
Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti,
un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere
un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa
parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte,
due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.
I maiali allevati in soccida, con
porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in
Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.
Partiamo dalla cronaca. Avete avuto
difficoltà con i trasporti?
“Le risponderei ‘Ni’, perché
indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia
con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha
comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo
pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e,
così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori
veloci”.
Qual è la situazione per i
mangimi?
“È andata meno peggio di quello
che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover
scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con
quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che
in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.
Come definirebbe la fase che
sta attraversando la suinicoltura?
“Una premessa doverosa, perché i
punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta
avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie
valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo
che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del
messaggio.
La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi
Il nostro gruppo industriale ha
scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica
possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori
bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della
filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile
avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di
approvvigionamento”.
A proposito di integrazione di
filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.
“Sì e con quell’operazione ci
siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche
da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello
attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo
difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di
reperibilità di materie prime.
Sono convinta che più la filiera
è completa, più è forte”.
Cosa prevedete per le filiere
suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere
efficaci per restituire competitività?
Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia
“Le dico una cosa che può
sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli
spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui
uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia
e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo
stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo
avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.
Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.
Assenza di squadra tra i vari
anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto
problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.
A casa mia non funziona così. Io ho
in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di
collaborazione con i miei clienti.
Per me il macello è un partner e
con cui confrontarmi per risolvere problematiche.
Ma a volte si sentono frasi
aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.
Lei è una donna. Ritiene che
il settore della suinicoltura sia maschilista?
“Io mi sono sempre trovata
benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e
non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di
assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.
Nel novembre 2020 avete acquistato
un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del
Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?
“Il nostro prosciuttificio ha una
potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque
un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad
ingrandirlo.
Le difficoltà del Prosciutto di Parma
sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le
decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono
sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9
mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche
si immaginano.
Mi spiace riconoscerlo, ma da quando
bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e
chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto
con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.
Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export
Trovo triste che l’unico modo che
in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia
stato quello di sigillare meno prosciutti”.
Soluzione sbagliata?
“Secondo me è una sconfitta commerciale.
L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione
di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate
innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno
risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di
più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.
Ritengo che si possa fare tanto
di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare
20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.
Oggi il prezzo della coscia fresca
per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe
secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase
di stagionatura?
“A questi prezzi posso rispondere
‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza
tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però,
ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la
filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche,
compensa”.
Come mai il prezzo della
coscia è così alto?
“Penso che sia, molto
semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone
aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha
marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse,
però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente,
sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per
la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50
euro al chilo, ma ci siamo vicini.
Ricordo anche che nel 2016-2017,
quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con
numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più
alto”.
Il Mipaaf ha pubblicato nei
giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche
progetto?
“Ci stiamo provando, ma confesso
che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero
semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico
fino al prosciuttificio”.
Come contenere la peste suina
africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?
“Sulla Psa ci sono persone molto
in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani
legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo
che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità
a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non
mi tolgo dalla testa è questa”.
Quale?
“Perché si è lasciato che il cinghiale
proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di
cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre
alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto
parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori
coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.
La genetica suina è al centro
del dibattito. Qual è la sua posizione?
“Abbiamo fatto un grande caos. Quando
gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di
categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a
creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema
ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi,
ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero
dovuto avere più voce in capitolo”.
Quanto pesa la questione ambientale?
“A livello personale, fra auto
elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno
possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza
allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul
settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più
della zootecnia”.
Con oltre 66 milioni di tonnellate di Cereali e più di 102 milioni di tonnellate di Semi oleosi importati nel 2021, la Cina è il primo Paese importatore a livello planetario. Inoltre, la Cina detiene il 68% degli stock mondiali di Mais, il 36% degli stock di Soia e quasi il 51% del Frumento mondiale.
Con questi volumi rappresentati dal gigante asiatico, è quanto mai essenziale conoscere i prezzi dei prodotti agricoli, le indicazioni dei possibili andamenti di mercato, il valore delle commodity sulla piazza cinese e nelle principali località di esportazione verso la Cina, così come il trend delle semine e le stime di coltivazione.
Nella prossima annata agraria 2022-23, ad esempio, la Cina incrementerà le produzioni interne di Soia rispetto alla campagna precedente (+6,7%, fonte USDA), mentre dovrebbero diminuire le produzioni di Mais (-0,6%) e di Frumento (-1,4%). Le produzioni previste dovrebbero attestarsi intorno a 271 milioni di tonnellate di Mais, 17,5 milioni di tonnellate di Soia, 135 milioni di tonnellate di Frumento.
TESEO.clal.it – Cina: Produzioni di Soia
L’aumento dei prezzi locali di Mais, Soia e Frumento è proseguito anche in Aprile 2022. I prezzi interni si collocano sistematicamente su valori più elevati rispetto ai prezzi di importazione, con ogni probabilità per una volontà politica di sostenere la produzione domestica di commodity.
TESEO.clal.it – Cina: prezzo locale del Mais
La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi dei prodotti agricoli” consente di osservare i prezzi e i trend di Mais, Soia, Frumento e anche Pomodoro, che vede la Cina al primo posto al mondo per produzione. Queste informazioni, insieme alle previsioni delle Produzioni Cinesi su base stagionale, permettono alle imprese di pianificare in parte le proprie azioni future, contribuire ad avere un bilancio sempre più affidabile e completo al proprio interno, con l’avvertenza che elementi di incertezza e incognite di varia natura possono modificare i prezzi, i mercati e i piani.
I porti ricoprono un ruolo sempre più cruciale per gli scambi commerciali mondiali. Negli ultimi due anni le interruzioni, i rallentamenti e le riaperture delle attività economiche conseguenti la pandemia che si è manifestata con modi ed in tempi differenti nelle varie aree geografiche, hanno messo in crisi i trasporti, in primo luogo quelli marittimi e le conseguenti catene di fornitura.
Nel mondo 1 container su 5 è in attesa di accedere al porto
Si stima che nel mondo un container su cinque sia ora in attesa di accedere al porto, con pesanti ritardi sul commercio internazionale. Come per un incidente stradale diffuso, il Covid nel 2020 ha provocato la congestione del traffico marittimo, la cui risoluzione richiede tempi particolarmente lunghi data la diffusione generalizzata della problematica nei paesi che si affacciano sugli oceani. Tuttavia, nel 2021 la situazione di intasamento sembrava in via di miglioramento come dimostra il porto di Los Angeles, il più importante del nord America, che ha fatto rilevare una crescita nel traffico merci di quasi il 16% rispetto al 2020. Il vento è però presto cambiato e lo scorso Febbraio c’era una coda di 70 navi portacontainer in attesa di entrare in porto, con 63 mila containers vuoti ammassati sulle banchine e nei depositi.
La recente estensione della quarantena a Shanghai, megalopoli di 26 milioni di abitanti e sede del più grande porto al mondo in termini di traffico di container sta determinando un grande intasamento negli scali marittimi del paese, con un aumento del 195% di navi container in attesa fuori dai porti cinesi in più rispetto a Febbraio. Tra il 12 e il 13 Aprile scorso erano in coda nei porti mondiali 1.826 navi, cioè il 20% di tutte le navi container mondiali. 506 erano navi bloccate presso gli scali cinesi, il che equivale al 27,7% di tutte le navi in attesa fuori dai porti del mondo. Si tratta della più grave crisi della catena di approvvigionamento container dagli anni ’50, periodo in cui Malcom McLean fondò questo settore del trasporto marittimo. Durante il blocco del 2020, quando la spesa dei consumatori ha penalizzato i servizi – viaggi, tempo libero e intrattenimento – privilegiando l’e-commerce per gli acquisti, si sono manifestate alterazioni nella catena di approvvigionamento, centri di distribuzione e traffico container.
Il costo dei noli spot è aumentato da 3 a 5 volte in un anno
Ad aggravare la crisi non è tanto la capacità di trasporto delle navi, quanto il fatto che molta di quella capacità circola più lentamente. Il risultato è che il 10-15% di questa capacità è stato rimosso a causa della congestione. Ciò è evidente nel costo dei noli spot dei container, aumentati da tre a cinque volte rispetto ad appena un anno fa.
Il problema è che il sistema richiede tempo per recuperare lo stato di normalità, come ha dimostrato la chiusura di sei giorni del canale di Suez nel Marzo 2021. La situazione di guerra nei grandi porti del mar Nero non può che affondare un altro colpo alla fragilità di questo sistema, così importante per le economie mondiali.
TESEO.clal.it – Costo dei trasporti tramite container
Crescono in Cina le produzioni di Suini e, di conseguenza, le quantità di Carne Suina. Allo stesso tempo, gli indici segnalano nel mese di Aprile una ripresa dei prezzi dei Suinetti, dei Suini e delle Carni. Un’inversione di rotta, dunque, dopo gli assestamenti ribassisti nel periodo compreso fra Novembre-Dicembre 2021 e Marzo 2022.
L’aumento della produzione di Suini, cresciuti nel 2021 del +15,9% in numero con un’accelerazione che ha portato la mandria a raggiungere i 655 milioni di capi, potrebbe aver influito sulla contrazione dei listini. Ma si potrebbero anche rilevare altri fattori, legati alla situazione contingente (la politica di tolleranza zero verso il Covid) e al rallentamento dell’economia. In Aprile il settore ha invece segnato una ripresa, necessaria forse per sostenere il ripopolamento della mandria ed evitare chiusure di allevamenti?
Nel 2022 la produzione di Suini dovrebbe mantenersi su un terreno positivo, anche se con ritmi meno esasperati rispetto al 2021 (+1,5%, fonte USDA).
Quale direzione prenderà il mercato? Il prezzo locale della Carne Suina si è portato ad Aprile a 3,36 $/kg. La Carne Suina importata si colloca, strategicamente, su valori inferiori: 2,05 $/kg il prezzo delle Carni Suine provenienti dalla Spagna, 2,03 $/kg la Carne dal Brasile e 1,93 €/kg l’import dalla Danimarca. Una scelta finalizzata, con ogni probabilità, a sostenere le produzioni interne e i mercati territoriali.
TESEO.clal.it – Prezzo della Carne Suina in Cina
Nel 2022 la produzione di Carne Suina dovrebbe aumentare del +7,4%, dopo una crescita massiccia nel 2021 (+30,7%, fonte USDA). Rimane l’incognita dei prezzi, che dovranno rispondere anche alle esigenze di bilanciare i prezzi finali con l’effettiva possibilità di accesso da parte dei consumatori, in questa fase alle prese con inflazione e imponenti lockdown anti-Covid.
TESEO.clal.it – Produzione di Carne Suina in Cina
La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi delle proteine animali” consente di monitorare i prezzi delle proteine animali (non solo Suini e Carne Suina, ma anche Bovini e Carne Bovina, Pecore vive e Carne di montone, Polli e Uova) di uno dei mercati più imponenti per numeri a livello mondiale, in grado, come si è visto anche nel recente passato, di influenzare i listini su scala internazionale e di imprimere ai mercati rotte inattese.