Il Mondo chiede proteine animali di qualità [Intervista]
14 Aprile 2022

Stefano Spagni
Masone, Reggio Emilia – ITALIA

Stefano Spagni – Direttore Commerciale di Progeo Mangimi

“Mi scusi, ero in riunione per risolvere alcuni problemi di entrata ed uscita merci.” Inizia così, con due tentativi a vuoto, l’intervista a Stefano Spagni, direttore commerciale di Progeo Mangimi. Ma non c’è bisogno di scusarsi, perché la concitazione in questa fase non la vive solamente Progeo Mangimi, è una situazione abbastanza diffusa nel settore agroalimentare e non solo.

“Abbiamo dovuto rivedere per la terza volta le tariffe degli autotrasportatori, per una situazione di rincari che non è solamente correlata al carburante, ma a tutto ciò che serve per viaggiare dagli additivi, i cui costi sono quintuplicati, alle spese per i pneumatici ecc, siamo in un frangente davvero complesso”, spiega Spagni.

Progeo conta oltre 300 soci conferenti e 3.500 soci prestatori ed è una realtà che fattura circa 296 milioni di euro l’anno. I dipendenti sono 258 e le attività di business comprendono tanto l’attività molitoria quanto quella mangimistica e dei conferimenti. La fase, come è noto, è delicata per il settore. Anche per chi, come Progeo Mangimi, gestisce una banca dati con le previsioni di semina e le effettive operazioni in campo, così da avere un quadro sempre aggiornato delle produzioni, dei fabbisogni, dell’andamento meteo-climatico e delle possibili rese in campo, consegne e ritiri.

Come state affrontando questa ondata di rincari?

“Da un lato abbiamo adeguato le tariffe, per rispondere agli aumenti subiti da operatori, padroncini, gruppi privati per i trasporti, accollandoci aumenti dei costi che per noi non riguardano solo l’energia, ma anche il carburante, il materiale per l’insacco, i bancali, le stesse provvigioni degli agenti legate al prezzo di vendita e quant’ altro.

Quanto pesano per voi i rialzi delle materie prime?

Abbiamo avuto un aumento dei costi delle materie prime del 45-55%

“Complessivamente abbiamo avuto un aumento del 45%-55% e inevitabilmente, abbiamo dovuto ritoccare i nostri listini, consapevoli che per gli allevatori l’aumento dei costi di produzione non è stato supportato dall’ aumento della carne o del latte. Forse in questo contesto riescono a sostenere i costi i produttori di latte destinato alla produzione di Parmigiano Reggiano. Per tutti gli altri lo scenario è molto complicato”.

Avete riorganizzato il sistema dei pagamenti a monte e a valle (cioè verso i vostri fornitori e verso gli allevatori), attraverso dilazioni o altre soluzioni?

“Per ora non c’è stata la necessità di farlo e non c’è nemmeno stata la richiesta di farlo. Abbiamo aumentato l’attenzione per la parte del credito, incrementando il controllo su posizioni un po’ in sofferenza. Direi che per ora la situazione è lineare, come lo era 7-8 mesi fa. Anche noi come mangimificio siamo rimasti allineati ai pagamenti come prima”.

Chi sono i vostri fornitori? Importate anche dalle zone “calde”?

Oltre il 50% del nostro fabbisogno arriva dall’estero

“L’elenco dei nomi sarebbe lungo, abbiamo fornitori esteri e nazionali. Indicativamente il nostro import da zone ‘calde’ proviene per il 15% dall’Ucraina, per il 10% dalla Russia, per un 20% dall’Ungheria e per il 3% dalla Serbia. Oltre il 50% del nostro fabbisogno totale arriva dall’estero e qualche problema inevitabilmente, lo abbiamo avuto. Avevamo contratti con fornitori importatori che originano merce dall’ Ungheria che hanno ritardato in maniera esponenziale le consegne. Dalla Russia attendevamo prodotti che non sono mai partiti, le navi in arrivo a Ravenna erano in navigazione nel Mar Nero prima che scoppiasse la guerra. Difficilmente le semine in Ucraina saranno portate a termine, credo che in questa fase sarà un bacino di approvvigionamento che si andrà ad azzerare e si ridurrà inevitabilmente insieme a quello Russo.

Il mondo zootecnico sta chiedendo formulati differenti e meno costosi o glieli fornite voi?

Cambiare le formule dei mangimi è controproducente

“Il mercato lo sta chiedendo, ma non tutti sono d’accordo. Cito il caso di Progeo: noi facciamo 5,5 milioni di quintali di mangimi, di cui 2,5 milioni sono destinati nell’area di produzione del Parmigiano Reggiano. Cambiare le formule dei mangimi è controproducente. Stiamo ricevendo qualche richiesta da parte di produttori di latte alimentare di rivedere le formule della razione alimentare per inserire materie prime differenti, magari utilizzando qualche sottoprodotto così da spendere meno”.

La possibilità approvata dalla Commissione UE di eliminare il set-aside e le proposte di incrementare le colture proteiche possono essere una soluzione efficace o solo un provvedimento tampone?

“Bisogna fare una premessa: i terreni tenuti a set-aside sono stati la decisione più fuori dal tempo che potessimo avere. Non ho l’idea se incrementare le semine per 9,1 milioni di ettari in UE, ammesso che vengano seminati tutti i terreni incolti, possa risolvere le esigenze di cereali e proteici. Sicuramente è un provvedimento che ci può aiutare, purché vi sia un percorso per ridurre l’import e incentivare la produzione agricola partendo dall’agronomia”.

Quanto resteranno i prezzi così elevati per cereali e semi oleosi?

“Non saprei. Se la guerra dovesse finire, probabilmente potremmo assistere a una riapertura dell’export da parte di alcuni Paesi che oggi hanno adottato politiche protezionistiche, con una ripresa dei commerci, potremmo assistere a un calmieramento dei prezzi, ad un calo speculativo e di conseguenza ad una riduzione dei costi sia dei cereali che dell’energia. Di certo non rivedremo i prezzi dell’agosto dell’anno scorso, continueremo a posizionarci su valori più elevati”.

Come operate sul fronte ricerca e sviluppo?

“La nostra posizione è diversa dai nostri concorrenti. Se consideriamo la filiera del Parmigiano Reggiano, il 90% delle nostre produzioni sono legate a disciplinari / capitolati.

Dal 1984, inoltre, Progeo ha formulato e prodotto mangime biologico quando ancora non esisteva il regolamento comunitario e, per seguire dei parametri oggettivi e costanti, aveva preso a modello un regolamento francese. Oggi possiamo pensare di essere leader in Italia nella produzione di mangime bio.

Le sfide future saranno legate anche per l’ufficio Ricerca e Sviluppo ad una attenzione all’ ambiente, al green, ed alla riduzione / assenza di utilizzo di antibiotico, tema sicuramente importante per la salute del consumatore”.  

Come immaginate le nuove frontiere della mangimistica?

“Penso che tutti i mangimifici debbano guardare al futuro, puntando a ridurre l’impatto ambientale, perché è strategico come alimentiamo gli animali e come alleviamo. Questo non significa ritornare a modelli di allevamento non intensivi, perché dobbiamo tenere presente che la popolazione mondiale cresce e chiede proteine animali di qualità. Bisogna però sapere che serve un nuovo approccio culturale per la filiera”.

Sarà necessario riorientare gli scambi mondiali per calmierare i prezzi di cereali e semi oleosi?

“Nel 2021 le materie prime avevano subito un aumento consistente, in quanto la Cina stava acquistando in maniera importante da tutte le parti del mondo sia cereali che proteici. Un accumulo dettato prevalentemente dalla ripresa della suinicoltura, dopo la peste suina africana, che aveva ridotto sensibilmente la mandria di maiali. Non so indicare se dietro l’import massiccio di Pechino vi fossero altre ragioni, come qualcuno ha paventato.

Vi sono questioni da affrontare di natura politica

Comunque, più che rivedere forzatamente le rotte internazionali, sarebbe opportuno che Europa e Nord America rivedessero le politiche agronomiche. Vi sono anche questioni da affrontare di natura politica. Ad esempio: come incrementare l’autosufficienza dell’Unione Europea in termini di mais e soia? Come risolvere il nodo degli OGM, coltivati negli Stati Uniti e non permessi in Italia? A che punto siamo con le Tea, le Tecnologie di evoluzione assistita? Se la Cina continuerà ad acquistare e la Russia bloccherà le esportazioni verso gli Stati che considera ‘non amici’, come dovremo comportarci?”.

Gli Allevatori del Wisconsin adeguano l’offerta di latte alla domanda
1 Aprile 2022

In un mercato concorrenziale come quello USA stona parlare di gestione delle quantità produttive. Eppure la continua chiusura di stalle e l’andamento dei prezzi del latte al di sotto delle legittime aspettative ha indotto gli allevatori del Wisconsin, il cuore del latte USA, a considerare gli strumenti di programmazione.

TESEO – USA: Alimento Simulato e Prezzo del Latte alla stalla

Ad inizio 2022 in Wisconsin c’erano 6.533 stalle, 399 in meno rispetto allo scorso anno e 26 mila in meno rispetto al 1991 quando se ne contavano ben 32.521. È una evoluzione al passo con i tempi, dove l’allevamento di bestiame da latte oggi si basa su tecnologia, seria gestione, attività ad alta intensità economica come molte altre, ma più esposta agli eventi naturali e dove le garanzie di successo sono scarse e poco prevedibili.

Le due associazioni degli agricoltori, Wisconsin Farm Bureau e Wisconsin Farmers Union, tradizionalmente schierate su fronti opposti, hanno delineato il Dairy Revitalization Plan, piano per rivitalizzare la filiera, che invece di limitare la produzione si concentra sulla riduzione degli impatti negativi di una espansione incontrollata e sulla pronta rilevazione dei segnali di mercato da inviare alle aziende agricole affinché possano modulare la produzione in funzione degli sbocchi del latte. I ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison hanno prefigurato i modelli previsionali della gestione produttiva con i riflessi sui prezzi per allevatori e consumatori.

A tutte le stalle sarebbe consentito lo stesso livello di crescita produttiva annuale, che sarebbe determinato in base alla domanda di mercato di quell’anno. Se un’azienda volesse espandere la sua produzione più della crescita consentita, il produttore pagherebbe una somma di accesso al mercato per quell’anno. Quando la domanda di latte è forte le somme di accesso sarebbero basse, ma quando l’offerta è già abbondante gli esborsi aumenterebbero per scoraggiare un’ulteriore espansione. Le somme raccolte verrebbero versate alle aziende che non si sono espanse o che sono rimaste al di sotto della crescita consentita, con particolari facilitazioni per i giovani.

Il successo del modello dipende dalla piena e convinta adesione degli allevatori e per questo si stanno svolgendo riunioni capillari sul territorio per rispondere ai loro interrogativi, con dimostrazioni pratiche dove ogni allevatore può inserire nel modello i dati della propria azienda per verificare come sarebbero le correlazioni con le variazioni produttive e gli effetti sui prezzi del latte.

Con un’età media degli allevatori di 62 anni e la necessità di grandi capitali, è improbabile prefigurare un pur necessario cambiamento generazionale senza fornire ragionevoli certezze. Occorre dunque organizzarsi meglio e cercare di avere un approccio più disciplinato al modo in cui si produce latte correlandolo alle richieste di mercato. Occorre prevenire l’eccesso di offerta con una rincorsa produttiva che comprime le quotazione mettendo in crisi le attività agricole.

Fonte: edairynews

CLAL.it - Share degli Stati sulle produzioni latte Statunitensi
CLAL.it – Share degli Stati sulle produzioni latte Statunitensi

Prezzo del grano, sicurezza alimentare e stabilità
22 Marzo 2022

Il grano, insieme a mais e riso, è uno dei tre cereali che sfamano il mondo. Numerosi studi collegano i disordini sociali agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari nei paesi che dipendono dalle importazioni di alimenti di base, in particolare del grano. L’uso diffuso del grano e la sua versatilità lo rendono un alimento di base da cui dipendono soprattutto i più vulnerabili. Per eliminare la fame entro il 2030 come indicato dal secondo obiettivo ONU per lo sviluppo sostenibile, occorre innanzitutto che il grano sia disponibile in misura sufficiente ed a prezzi abbordabili a livello mondiale. La realtà che si sta profilando sembra invece essere ben diversa, con i problemi collegati alla pandemia, ai costi energetici ed ora al conflitto esploso in Ucraina.  

I minori  raccolti nel 2021, insieme alla forte domanda dei paesi importatori di grano, hanno reso i mercati globali del grano più rigidi del solito, il che si traduce in una maggiore vulnerabilità a qualsiasi – anche potenziale – shock di approvvigionamento.

Se Cina ed India sono i paesi che coltivano la maggior quantità di grano, seguite da Russia, USA, Francia ed Ucraina, il maggior esportatore è la Russia, seguita da Canada, USA, Francia ed Ucraina, mentre i maggiori importatori sono Egitto, Indonesia, Turchia, Cina, Nigeria ed Italia.

Tuttavia la risoluzione del conflitto, se anche avvenisse nel più breve tempo possibile, non risolverà  il problema, dato che comunque la produzione di grano è a rischio a causa dei cambiamenti climatici.

Secondo la FAO, nel caso di uno scenario ad alte emissioni con crescita delle temperature medie mondiali, la produzione di grano aumenterebbe in Argentina, Australia, Canada, Cile ed Eurasia settentrionale, mentre diminuirebbe nella maggior parte dell’Africa centrale e in parti del Brasile, dell’Asia centrale e dell’India.

Il tutto con una popolazione mondiale prevista in aumento ad 8,5 miliardi di abitanti entro il 2030.

Pertanto, nell’immediato, si  può solo sperare che un abbondante raccolto di grano locale salvi i paesi più vulnerabili da una maggiore instabilità alimentare.

TESEO.clal.it – Mappa mondiale dell’autosufficienza del Frumento

Fonte: Investment Monitor

Mercato mondiale della carne vivace
14 Marzo 2022

Rispondere ai cambiamenti alimentari con l’allevamento

La FAO stima per il 2021 una crescita dei consumi mondiali di carne dell’1%, raggiungendo 350 milioni di tonnellate. D’altronde, l’allevamento è uno dei maggiori fattori di crescita della produzione agricola mondiale per rispondere ai cambiamenti alimentari di tanti Paesi, soprattutto in quelli emergenti dove i consumi di carne registrano aumenti annui del 5-6% ed i consumi di latte di oltre il 3%. La produzione agricola aggregata all’allevamento riguarda anche la fornitura di alimenti animali, in particolare cereali e semi oleosi.

Questa dinamica dei consumi comporta però anche un aumento dei gas climalteranti ad effetto serra quali metano ed ossidi d’azoto, il tutto aggravato da politiche distorsive o crisi di mercato. Si tratta ad esempio di fenomeni come la deforestazione nelle aree tropicali o lo sfruttamento intensivo dei suoli con la conseguente perdita di fertilità e l’aumento delle fonti inquinanti. Inoltre, la rapida crescita nei consumi di carne in alcuni Paesi ha portato alla espansione dei traffici commerciali con la relativa logistica. Questo é continuato anche durante la pandemia COVID-19.

In risposta a tali fenomeni e criticità, alcuni propongono con sempre maggior insistenza le proteine alternative a quelle animali, il cui mercato si prevede in considerevole aumento nei prossimi anni, per le quali occorrono però tecnologie sofisticate e notevoli risorse naturali e finanziarie, difficilmente disponibili nei Paesi meno avanzati.

Il problema dell’impatto ambientale dalle produzioni animali deve comunque essere affrontato, ed in tempi rapidi, in primo luogo riducendo le emissioni di metano dai ruminanti col miglioramento dell’efficienza alimentare. Occorre poi migliorare anche l’efficienza nelle coltivazioni.

Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.

Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid nel 2020 ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.

Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre a causa della minore offerta di carne i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.

USDA intende proteggere gli allevatori da pratiche commerciali sleali

Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anticompetitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.

L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.

Fonte: Reuters

Avena solubile come succedaneo del latte
4 Marzo 2022

I succedanei del latte, a base di avena, soia, riso, cocco, mandorle ed altro, stanno prendendo sempre più piede: a livello globale si calcola che nel 2019 abbiano raggiunto un valore di 19,2 miliardi di dollari, con una crescita annua al 2027 del +11,4%. Un bicchiere di latte sarebbe responsabile di emissioni di gas effetto serra tre volte superiori a quelle dei succedanei, quindi con un minore impatto per terreno e risorse idriche.

Per contenere ancor di più l’impatto sull’ambiente, è stato lanciato sul mercato un prodotto a base di avena non più liquido ma in polvere sul principio del caffè solubile, risparmiando su packaging e logistica. Da una confezione di 375g si ottengono così quattro litri di bevanda. 

Risparmio del 70% sui costi di trasporto

La start-up tedesca Blue Farm all’origine di tale innovazione partendo da avena nazionale, ritiene possibile risparmiare in tal modo l’80% di confezioni ed il 70% nei costi di trasporto. Diversamente dalle bevande, il prodotto in polvere non contiene additivi come conservanti, stabilizzanti, zuccheri, oli od altro e potrebbe essere arricchito con minerali o vitamine secondo le richieste del mercato. 

A livello commerciale, il prodotto è presentato nel canale Direct-to-consumer (D2C) online, nei negozi di prodotti ecosostenibili, ma anche nel settore foodservice dove i ridotti volumi potrebbero risultare un fattore interessante. L’azienda intende espandersi in Europa grazie a capitali di investimento che ha intenzione di reperire sul mercato.

Non deve sorprendere questa evoluzione di prodotto: la tecnologia mette a disposizione grandi possibilità ed il marketing può fare il resto.

Fonte: Blue Farm

Avena: produzioni, rese ed aree coltivate in Italia
TESEO – Avena: produzioni, rese ed aree coltivate in Italia
Costi di trasporto nel Mondo
TESEO – Costi di trasporto nel Mondo

Contenere le spese in una importante realtà Siciliana [intervista]
22 Febbraio 2022

Giovanni Campo – Produttore Latte

Giovanni Campo
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 370, di cui 170 in lattazione
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

“Qui da noi stanno chiudendo un mare di aziende. Con un gruppo di allevatori stiamo cercando di ragionare per trovare una formula adeguata di indicizzazione del prezzo del latte, perché o si riesce a dare il giusto valore alla materia prima oppure, in una fase in cui materie prime, mangimi ed energia sono schizzati alle stelle, non sappiamo come fare. Molti giovani che si erano avvicinati al nostro mondo si sono scoraggiati e hanno abbandonato. Siamo molto preoccupati della situazione”.

Mantiene la calma mentre parla, Giovanni Campo, allevatore di Ragusa con 370 capi di razza Frisona (dei quali 170 in lattazione, con una produzione media di 37 chili di latte per capo al giorno) e 172 ettari coltivati tra proprietà e affitto, ma la situazione che descrive è lo specchio di un settore che si sta sfilacciando sotto il peso di costi di produzione che stanno mandando fuori giri le aziende agricole e, dato il costo dell’energia, stanno colpendo anche chi si occupa di trasformazione.

Giovanni Campo lavora nell’azienda di famiglia insieme al fratello Aldo, al figlio Samuele e due dipendenti e sta cercando, naturalmente, di contenere le spese. “Stiamo riducendo la rimonta, stiamo fecondando molto con il seme di tori da carne, qualche piccolo ritocco alla razione alimentare, che fortunatamente utilizzando molto foraggio è già performante in equilibrio con i costi”.

Quale potrebbe essere un prezzo più rispondente ai rincari che avete dovuto fronteggiare?

“Calcolatrice alla mano, non dico che dovremmo arrivare a prendere 50 centesimi al litro di base, ma quasi. Solo nel mese di gennaio il rincaro degli alimenti proteici ha pesato per almeno 2-3 centesimi al litro e non oso quantificare l’energia. Siamo in difficoltà e siamo preoccupati, perché anche se alcuni mangimifici ci stanno concedendo qualche dilazione di pagamento, non sappiamo quanto durerà l’ondata dei rincari, oltre all’incertezza della pandemia”.

Quanto ha pesato la pandemia?

“In un primo momento poco, ora pesa moltissimo. Non si può lavorare così e penso che l’industria stia soffrendo anche più di noi in questa fase, perché deve fare i conti con molte assenze in termini di manodopera e, oltretutto, ha a che fare con la distribuzione che, non potendo più di tanto ritoccare i prezzi al consumo per non rischiare la paralisi delle vendite, non rivede i contratti di fornitura con cooperative e industria”.

Avete energie rinnovabili?

“Abbiamo un piccolo impianto fotovoltaico in un’azienda vicina alla nostra sede principale, ma non dove abbiamo la base operativa. Stiamo valutando di installare sui tetti delle stalle un impianto fotovoltaico di circa 100 kw”.

Che investimenti avete pianificato in futuro?

“Abbiamo in programma l’ampliamento della stalla con l’installazione di due robot di mungitura e abbiamo previsto di costruire una stalla per le manze, che attualmente sono distaccate da dove siamo noi. Ma i prezzi per la realizzazione sono triplicati e abbiamo per ora sospeso gli interventi”.

Come coltivate i vostri terreni?

“Per la maggior parte sono coltivati a prato, dove riusciamo al massimo a fare uno sfalcio, poi seminiamo mais e frumento da foraggio d’inverno. I due sfalci ci vengono solamente nella parte irrigua. La mancanza d’acqua in alcuni periodi dell’anno e i cambiamenti climatici, che stanno concentrando le precipitazioni nei mesi autunnali, ci condizionano molto ed è un attimo compromettere una stagione e vedere che i costi vanno in tilt”.

Fate agricoltura di precisione?

“Non ancora, ma abbiamo acquistato un carro-botte con interratore, acquistato con la misura Agricoltura 4.0 e che ci consentirà di ditribuire i reflui zootecnici in base al fabbisogno del terreno”.

A chi conferite il latte?

“Consegniamo la materia prima alla cooperativa Progetto Natura, che in parte imbottiglia e trasforma e in parte conferisce a Lactalis, Zappalà e a qualche altro caseificio della zona”.

Abbiamo scommesso sulla biodiversità in stalla [intervista]
15 Febbraio 2022

Angelo Lissandrello - Produttore Latte
Angelo Lissandrello – Produttore Latte

Angelo Lissandrello
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 60, di cui 45 in lattazione
Destinazione del Latte: Ragusano DOP

Nella stalla di Angelo Lissandrello a Ragusa la parola d’ordine è “biodiversità”. Sono tre, infatti, le razze bovine che vengono allevate (Frisona, Bruna e Pezzata Rossa) con una consuetudine che affonda le proprie radici negli anni Novanta.

Un altro punto fermo è legato alla genetica. “Cerchiamo di migliorare la produzione di caseina BB, visto che il nostro latte è destinato alla produzione di Ragusano Dop, le percentuali di grasso e proteina e, fra i parametri ricercati in fase di selezione, non manca la robustezza degli arti e una morfologia dell’animale adatta al pascolo, con una buona rusticità – spiega Lissandrello -. Gli animali che non rientrano più negli obiettivi dell’azienda li incrociamo con tori da carne”.

La stalla ha dimensioni contenute, 60 capi in totale, dei quali 45 in lattazione, numeri sideralmente lontano dalle grandi aziende della Pianura Padana. Angelo Lissandrello, 47 anni, gestisce la stalla e i 50 ettari (20 di proprietà + 30 in affitto) coltivati a foraggio, con una parte lasciata incolta, insieme al fratello Emanuele, che di anni ne ha 42. Non hanno mansioni specifiche, perché “essendo solo in due, dobbiamo essere in grado di fare tutto, quando uno di noi non è presente”.

Come state affrontando i rincari di energia, materie prime e mangimi?

“Tra giugno e ora l’energia elettrica è cresciuta almeno del 40% e i mangimi sono aumentati di circa 6-8 centesimi al chilogrammo. A livello operativo stiamo operando la selezione dei capi e stiamo selezionando i capi, eliminando quelli meno performanti. Stiamo sostituendo il mangime con dei sottoprodotti. Abbiamo integrato la razione alimentare con la barbabietola e abbassato il contenuto di mais fioccato, per ridurre i costi. Abbiamo anche alleggerito la quantità di mangime somministrato”.

E non avete avuto ripercussioni sui volumi?

“No, stiamo producendo la stessa quantità di latte, perché diamo qualche chilo in più di foraggio, avendolo a disposizione”.

Qual è la produzione media per capo?

Preferiamo aumentare benessere e lattazioni rispetto alla resa

“Per scelta, avendo scommesso sulla biodiversità in stalla e facendo molto pascolo, le bovine non vengono spinte al massimo nella produzione, che si aggira di media sui 23-24 chili. Ma preferiamo avere più benessere animale e aumentare il numero di lattazioni che riformare anzitempo gli animali. In stalla raggiungiamo tranquillamente il numero di quattro lattazioni medie e abbiamo bovine di 13-14 anni”.

Che investimenti avete in programma?

“Pensavamo di realizzare un impianto fotovoltaico, ma dobbiamo calcolare attentamente i costi. La taglia che abbiamo individuato in questa prima fase si aggira sui 20 kW, eventualmente potenziabili in una fase successiva”.

Il latte è venduto alla cooperativa Progetto Natura per la produzione di Ragusano Dop, uno dei formaggi simbolo della regione. “Al di fuori però della Sicilia – afferma Lissandrello – purtroppo il Ragusano Dop non è un formaggio molto conosciuto, seppure abbia un fortissimo legame col territorio anche dal punto di vista del periodo di produzione, perché il latte viene lavorato prevalentemente nel periodo delle piogge, fra novembre e aprile, quando gli animali sono al pascolo”.

Lissandrello fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio del Ragusano Dop e ha in mente alcune strategie per rafforzare il mercato che, seppure si tratti una nicchia (nel 2020, secondo i dati Clal.it, la produzione è stata di 210 tonnellate, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente), merita di varcare i territori della Sicilia e del Grande Sud.

“La nostra missione è far conoscere il formaggio prima in Italia e poi all’estero, insistendo a promuovere il prodotto grazie alle ricette locali, magari sfruttando i molti programmi televisivi dedicati alla cucina”.

Le imprese alimentari contro il cambiamento climatico
21 Gennaio 2022

A seguito della Conferenza ONU sul clima di Parigi, nel 2018 il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha allertato sul fatto che per evitare effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, l’aumento della temperatura mondiale non deve superare 1,5°C rispetto a quella dell’epoca pre-industriale. La sensibilità su questa tematica sta aumentando, anche perché il cambiamento climatico è una realtà sempre più percepita.

Di conseguenza le maggiori imprese alimentari mondiali, le cosiddette Big Food, da Nestlé a Mondelez, Danone, Unilever, General Mills, JBS ed altre, si sono recentemente poste degli obiettivi per ridurre le loro emissioni di gas climalteranti. Tutte queste aziende hanno adottato delle strategie operative e gestionali, assegnando investimenti sostanziosi per dimezzare le emissioni di gas effetto serra al 2030 e raggiungere la neutralità al 2050 (net-zero emissions).

Questo coinvolge anche i fornitori delle materie prime, che vengono incentivati per adottare pratiche di agricoltura rigenerativa, ridurre i consumi idrici, usare energia elettrica da sole fonti rinnovabili, eliminare la deforestazione. Gli agricoltori vengono assistiti nelle pratiche agro-ecologiche, comprese le azioni per la sequestrazione del carbonio e l’adozione di tecnologie per la mitigazione delle emissioni.

La comunicazione veicolerà questi investimenti di sostenibilità in tutti i prodotti aziendali per rispondere alle nuove sensibilità dei consumatori. Resilienza, efficienza, economia circolare, riciclo, tutela ambientale, rispetto ed inclusione sociale, sono le parole chiave e le motivazioni alla base delle nuove strategie aziendali.

Il problema è, però, come misurare le emissioni dirette ed indirette dei cicli produttivi per avere dati oggettivi e comparabili. In questo ambito stanno lavorando tanti centri di ricerca in tutto il mondo per fornire ai legislatori i riferimenti scientifici da cui deriveranno le normative che saranno alla base anche del mercato dei crediti di carbonio.

Il progetto Acqua & Energia sulla Homepage di Teseo

Il benessere animale vince sullo scaffale?
14 Gennaio 2022

Secondo i sondaggi condotti nel Regno Unito, il benessere animale è uno dei fattori che influenzano maggiormente le scelte d’acquisto dei consumatori. Nei fatti però sul punto vendita i fattori che determinano l’acquisto rimangono il prezzo o la modalità di presentazione del prodotto, unitamente alla sua origine. La pandemia ha accresciuto il desiderio di preferire prodotti locali o nazionali.

Al punto vendita il benessere animale diviene meno importante

Se per l’81% dei consumatori inglesi le tematiche ambientali sono al primo posto come importanza, solo il 26% le cita come riferimento per la scelta d’acquisto rispetto al 40% per i cibi ritenuti salutari. Il benessere animale è citato dal 18% degli acquirenti, ma il 34% dei vegani adduce questo fattore per la loro dieta alimentare. I consumatori associano il benessere animale a situazioni quali stabulazione libera o pascolo, anche se non esiste una chiara definizione di questi stati ad eccezione all’allevamento a terra per i polli, oppure alla produzione biologica. Resta però il fatto che ad esempio, sempre in UK, solo il 12% di tutta la carne di maiale posta in vendita è ottenuta da animali allevati liberi all’aperto, con un prezzo pari al doppio della media. Positivo comunque che il 71% dei consumatori ritenga gli allevatori molto affidabili, molto più dei supermercati o dei trasformatori, dato lo stretto legame con gli animali che allevano.

Quindi in generale i consumatori ritengono che le norme sulla qualità dei prodotti, compreso il benessere animale, siano appropriate e che lo schema di certificazione inglese introdotto nel 2000 identificato col bollino rosso “red tractor” garantisca sicurezza ed affidabilità.

Questa fiducia può essere però facilmente incrinata se avvengono comportamenti negativi. I consumi di carne sono calati del 44% quando i consumatori avevano appreso dai mezzi d’informazione situazioni improprie o fraudolente. Quindi diventa imprescindibile che tutta la filiera, dalla produzione al commercio, continui ad impegnarsi per garantire il fattivo rispetto degli standard di qualità, compreso il benessere degli animali.

In altri termini, oggi più che mai, occorre essere credibili!

Fonte: AHDB

Cina: la produzione di Mais OGM è all’orizzonte
10 Gennaio 2022

La Cina apre la strada alle coltivazioni transgeniche. L’intenzione sarebbe di approvare tre nuove varietà di mais geneticamente modificato oltre a sette di cotone, tutte prodotte da aziende nazionali. Finora nel Paese asiatico la semina di varietà di mais o soia OGM è vietata, ma ne è permessa l’importazione per l’uso nell’alimentazione animale.

Ridurre la dipendenza dall’import

La necessità di garantire la sicurezza alimentare e di ridurre la dipendenza dalle importazioni, ha spinto le aziende cinesi ad investire nel biotech per avere nuove varietà. Il piano per approvare varietà di mais e di cotone OGM è stato sottoposto a consultazione pubblica da parte del ministero dell’agricoltura, ma le aziende sementiere cinesi possiedono già tratti di mais OGM approvati dal governo come sicuri. Anche se non è ancora chiaro quando le nuove sementi potranno essere commercializzate, la prospettiva di dover far fronte ai nuovi scenari derivanti dai cambiamenti climatici stimola la ricerca nel campo del miglioramento genetico per avere piante resistenti ad un maggior numero di insetti od a condizioni ambientali sempre più avverse.

Aumentare la sicurezza alimentare

Da quando l’abate Mendel a metà ‘800 per primo scoprì le leggi sull’ereditarietà dei caratteri, è stato un susseguirsi di tecniche per il miglioramento genetico che hanno permesso di aumentare la sicurezza alimentare: dalla induzione delle mutazioni, alla ricerca degli ibridi, fino alle recenti metodologie molecolari con la possibilità di intervenire in modo mirato sul genoma cellulare, il cosiddetto genome editing. La possibilità di cambiare in modo chirurgico specifiche sequenze di DNA riproducendo in maniera mirata eventi molecolari che possono avvenire in natura in maniera casuale, apre la strada all’ottenimento in tempi brevi di nuove varietà più consone alle esigenze dell’agricoltura contemporanea secondo i dettami della sostenibilità.

Si è aperta una nuova era nel miglioramento genetico delle piante ed il fatto che ora anche la Cina prefiguri l’uso di sementi biotech, derivanti da azioni coordinate di produzione e di analisi di big data, ottenuti dalla sovrapposizione di livelli di caratterizzazione diversi, non può lasciare indifferenti.

Come sempre, il problema non risiede tanto nel nuovo strumento ma nell’uso che ne viene fatto e nel suo controllo.

TESEO.clal.it – Prezzo del Mais in Cina

Fonte: DRGNews