DOP e IGP: dobbiamo far riconoscere la nostra sostenibilità – la prospettiva francese
9 Giugno 2021

Claude Vermot Desroches
Franche-Comté – FRANCIA

Allevatore Latte e Presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn
Traduzione di Leo Bertozzi

Claude Vermot-Descroches - Allevatore
Claude Vermot-Descroches – Allevatore

Claude Vermot-Desroches ha condotto un’azienda di vacche da latte in Franche-Comté, di cui ora è titolare la figlia e dal 2002 al 2018 è stato presidente del Comité Interprofessionel Gruyère de Comté, l’organismo di gestione e tutela del maggior formaggio DOP francese, dopo averne guidato la Commissione tecnica dal 1994 al 2002. Attualmente è presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn, che ha sede a Ginevra, di oriGIn Europa ed oriGIn Francia. Dunque una persona che conosce direttamente la realtà della filiera lattiero-casearia e dei prodotti DOP-IGP anche a livello internazionale.

Ormai, la parola d’ordine è la sostenibilità, durabilité in francese. Affrontare gli ambiti economici, sociali ed ambientali in modo simultaneo e complementare è diventata oggi una necessità. 

I prodotti con Indicazione Geografica sono per natura sostenibili

Si tratta di un concetto di cui si parla da una decina d’anni, ma che non è ancora stato intrapreso e sviluppato in modo sistematico. Eppure, tradizionalmente la produzione delle Indicazioni Geografiche (IG) si inseriva appieno negli aspetti di sostenibilità: legame col territorio e fattori locali, leali e costanti, ne sono sempre stati gli elementi distintivi caratterizzanti.

Parafrasando il borghese gentiluomo, la commedia di Molière incentrata sul personaggio di Jourdain, – un arricchito che farebbe di tutto per conquistare la classe aristocratica e per essere accettato da coloro che ne fanno parte in modo da accrescere la propria etichetta di nobiltà – si può dire che mentre adesso tutti cercano di dimostrare la sostenibilità, le IG l’hanno sempre attuata senza saperlo.

In Francia, il mondo agricolo in generale percepisce con un certo malessere le azioni per la sostenibilità, vivendole come una messa in discussione del proprio operato da parte dei movimenti ambientalisti. Inoltre, da qualche anno la sostenibilità è diventata a volte anche uno strumento di marketing per sfruttarne il richiamo. Le IG esulano da tali strategie di opportunismo che le sopravanzano. Debbono comunque rafforzare le loro condizioni di produzione e di commercializzazione per integrare le crescenti preoccupazioni di una produzione in linea con le esigenze attuali.

Riguardo l’aspetto economico delle produzioni, in Francia esistono delle filiere IG che operano nel concreto la trasparenza collettiva ed applicano l’equa ripartizione del valore. Esiste anche un quadro normativo generale per l’equilibrio delle relazioni commerciali nel settore agricolo ed una alimentazione sana e sostenibile (legge Egalim, 2018), che non raggiunge però sempre gli scopi annunciati.

Un altro esempio è la nuova etichettatura ambientale degli alimenti, che risponde alle nuove esigenze della società senza tuttavia considerare le produzioni DOP ed IGP che hanno insito nel loro fondamento le esigenze del rispetto ambientale. In questo caso, il soggetto è più l’etichettatura che non la reale preoccupazione per la tutela dell’ambiente, e la certificazione ambientale è ritenuta più pregnante piuttosto che l’azione di operare realmente per la sostenibilità ambientale.

Il Comté DOP limita la produzione latte annua a 4600 litri/ha

Prendendo a riferimento il formaggio Comté, si nota come questa DOP abbia adottato già da tempo delle misure concrete per collegare il prodotto alla zona geografica nel rispetto di una tradizione produttiva di tipo estensivo. È stata così limitata la quantità di latte annuale ad un tetto massimo di 4600 litri ad ettaro e le aziende con una produzione inferiore negli ultimi anni a tale quantità potranno aumentarla al massimo del 10%. Occorre precisare che il massiccio del Giura (catena montuosa calcarea situata a nord delle Alpi, che segna una parte del confine tra Francia e Svizzera) ha differenze altimetriche, climatiche e geologiche che comportano potenzialità produttive dei terreni assai diverse. In un suolo poco profondo difficilmente la produzione foraggera potrà sostenere più di 2000 litri di latte ad ettaro per anno, mentre un suolo profondo nelle zone inferiori può sostenere produzioni anche superiori ai 4 mila litri/ha.

È poi stato scelto di vietare le sostanze OGM, in risposta alle nuove sensibilità, di non raffreddare il latte ma di rinfrescarlo a temperatura di 12°C con l’obbligo di raccoglierlo entro un diametro massimo di 25 km dal caseificio e di lavorarlo ogni giorno. Per rafforzare il carattere artigianale della produzione ed il legame fra prodotto e territorio, si prospettano delle nuove modifiche al disciplinare per limitare la produzione massima per vacca ed il numero di vacche per azienda, per la gestione dell’erba in stalla e l’obbligo di pascolamento mattino e sera. Inoltre, sarà posto un limite anche alla evoluzione dimensionale dei caseifici.

Sotto l’aspetto ambientale e di benessere animale, le vacche dovranno avere a disposizione 1,3 ettari per capo rispetto all’ettaro attuale, con una produzione massima di 8500 litri di latte all’anno; la zona di pascolamento dovrà essere collocata al massimo ad 1,5 km dalla stazione di munta (esistono stazioni mobili di munta) e le aziende potranno produrre al massimo 12 mila quintali di latte all’anno.

Onestamente, bisogna però riconoscere che non sempre DOP ed IGP casearie inseriscono elementi tanto rigorosi nei loro disciplinari produttivi, così come va anche considerato che i parametri che servono a misurare l’impatto ambientale delle produzioni non sono sempre adeguati all’allevamento od alla policoltura, essendo in genere stati approntati per le grandi coltivazioni vegetali specializzate.

Le certificazioni ambientali rischiano di banalizzare la specificità delle IG

Quindi, occorrerebbe innanzitutto avere un riconoscimento delle misure di sostenibilità che sono già adottate anziché imporre delle norme di certificazione che non danno la certezza del risultato e che sono difficilmente percepibili dal mercato.  

In modo generale, possiamo affermare che se in linea di principio tutte queste iniziative di certificazione ambientale sono positive, esse rischiano di contribuire o contribuiscono a banalizzare le specificità delle Indicazioni Geografiche. Di conseguenza ne trarranno beneficio le attività di comunicazione ed il marketing, anche di produzioni similari, col risultato della standardizzazione delle produzioni

Tuttavia, le IG casearie debbono comunque impegnarsi in un concreto e serio lavoro per affermare le modalità di operare dei produttori, il benessere degli animali, il rispetto del territorio da cui provengono le risorse naturali che utilizzano e che rigenerano, affinché venga riconosciuto questo sistema collettivo complesso, piuttosto che subire dei dictat del tutto astratti che un giorno o l’altro saranno rimessi in causa dai consumatori stessi.

L’Europa immagina gli agricoltori del futuro
3 Giugno 2021

Green Deal (Piano verde) europeo, cioè l’insieme delle iniziative politiche per raggiungere la neutralità climatica, Farm to Fork (dal Produttore al consumatore) e Biodiversità, le strategie UE per rendere il sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente, disegnano cambiamenti sostanziali per l’agricoltura nei prossimi decenni, rendendola uno dei settori più importanti per la trasformazione economica e sociale europea verso un futuro durevole.

Gli agricoltori dovranno essere i soggetti della transizione verso sistemi che dovranno continuare ad assicurare la produzione alimentare in mercati aperti e concorrenziali, nella logica della rigenerazione delle limitate risorse ambientali, della biodiversità e della trasparenza, stabilendo nuovi rapporti di fiducia con i consumatori.
Ma come saranno gli agricoltori del futuro, come si rapporteranno al mercato, quali le scelte tecniche e tecnologiche per l’innovazione delle loro attività?

Dallo studio Farmers of the Future del Joint Research Centre (JRC), il servizio scientifico di ricerca della Commissione Europea dislocato in cinque Paesi UE, emergono gli ambiti in cui dovranno operare gli agricoltori nella prospettiva al 2040, nel contesto del cambiamento climatico, della scarsità di risorse, dell’evoluzione nella domanda, delle inevitabili modifiche strutturali.

Gli agricoltori nel 2040: profili innovativi e diversificati

La pandemia Covid-19 ha già lanciato un forte allarme su quanto il sistema alimentare debba essere resiliente e su come la produzione agricola nei prossimi decenni non possa basarsi solo sulle pratiche attuali ma debba applicare l’agroecologia ed anche sviluppare metodi innovativi come l’agricoltura cellulare (cell farming) o quella in ambiente controllato (vertical farming, fuori suolo). Per rispondere alle aspettative della società ma anche per dare un apporto specifico alla sostenibilità, i profili degli agricoltori potranno essere molto diversificati: dal tipo adattativo a quello industriale, intensivo, patrimoniale; oppure innovativo (cell farmer, fuori terra), ma anche attivo per scopi sociali o comunitari, per nuove scelte di vita, nell’agricoltura periurbana od anche semplicemente essere agricoltori per passione.

I vari profili di agricoltori saranno comunque interessati dalle innovazioni tecnologiche che caratterizzeranno l’agricoltura nei prossimi due decenni. La digitalizzazione modellerà i processi produttivi, come lasciano già intravedere agricoltura di precisione ed automazione, la grande disponibilità di dati renderà più trasparenti i processi produttivi mentre le nuove applicazioni biotecnologiche potranno innovarli o trasformarli.

Restano delle domande importanti: come potranno i diversi profili di imprenditori agricoli tendere alla stessa direzione? Come diventare resilienti verso le crisi di varia natura? Come affrontare le volatilità? E soprattutto, come effettivamente agire nel dialogo di filiera e con i consumatori?
Le scelte strategiche UE indicano che è giunto il momento per rispondere a tali domande. Tutti debbono esserne consapevoli.

Fonte: Parlamento Europeo

BOX Maggio 2021: Dairy Import, Stock Mondiali, Export di Grano Duro
27 Maggio 2021

Cina: Dairy Import da Italia

Il Made in Italy lattiero caseario fa tendenza in Cina. Nell’ambito di importazioni cinesi complessivamente positive, l’Italia trova sempre più spazio. In particolare, balza all’occhio la crescita dell’export di Formaggi Freschi.

Se la Cina acquista nel mondo il 62% in più di Formaggi Freschi rispetto allo stesso periodo del 2020, gli acquisti provenienti dall’Italia esplodono: +516,2% per un totale di 1.590 tonnellate.

Salgono a 1.431 le tonnellate di Crema di Latte esportate dall’Italia in Cina, con una performance tra Gennaio e Aprile 2021 altrettanto impressionante: +586,8%.

Trovano spazio anche la Polvere di Siero e il Burro italiano: le importazioni della Cina nei primi quattro mesi dell’anno si attestano a 957 tonnellate di Polvere di Siero (+125%) e 86 tonnellate di Burro (+184%).
L’Italia sta trovando la propria strada in Cina.


Stock Mondiali 2021

Nel 2021 gli stock mondiali di SMP potrebbero diminuire del 9,9% e ritornare a 550.000 tonnellate, un livello più basso del 2019. Allo stesso tempo, import, export e consumi sono previsti più vivaci rispetto al 2020, anno influenzato dal Covid.

In diminuzione (-2%) anche i magazzini di Burro, secondo le elaborazioni di CLAL su dati USDA, mentre si dovrebbe assistere a una ripresa di import, export e consumi.

L’allentamento degli stock dovrebbe mantenere i prezzi del latte su valori medio alti, anche in Europa.

I dati fanno dunque prevedere uno scenario positivo e invitano i produttori alla fiducia. Nessuna fiammata al rialzo, ma una sostanziale stabilità, che permette di progettare il futuro, magari valutando nuove azioni verso la sostenibilità.

Un nuovo servizio sulla Home Page di CLAL.it permette di visualizzare in simultanea gli stock iniziali, la produzione, l’import, l’export, i consumi e gli stock finali per i seguenti prodotti: Latte, Burro, Formaggio, SMP e WMP. Dati utili per avere un quadro completo delle dinamiche sia dell’annata precedente che di quella in corso, e per la pianificazione delle proprie attività.


Canada: Export di Grano Duro

Nei primi tre mesi del 2021, le esportazioni del Canada di Grano Duro sono aumentate del 34,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando a 1,2 a 1,6 milioni di tonnellate esportate, grazie ad un prezzo medio di vendita più favorevole rispetto ai listini degli Stati Uniti e dell’UE.

L’export è trainato dalla domanda dell’Algeria (+747,8%) e dell’Unione Europea (+63,7%). In quest’ultima area, il principale Paese importatore è l’Italia (tradizionalmente grande acquirente per la pastificazione), che ha acquistato dal Canada oltre 253 mila tonnellate di Grano Duro nel periodo Gennaio – Marzo, +56,9% rispetto al primo trimestre del 2020.

Il prezzo medio di esportazione di Grano Duro del Canada nei primi tre mesi del 2021 è stato di 302$/Ton (273,3 €/Ton, utilizzando cambio medio di Marzo), +15,9% rispetto a Gennaio-Marzo 2020. Il prezzo medio mensile del Frumento Duro Fino di Foggia nel periodo Gennaio-Marzo si è mosso in un range tra i 294,5 e i 300,5 €/Ton, evidenziando quotazioni più elevate rispetto al prezzo medio di esportazione canadese. 

Rischiamo che il Made in Italy divenga un bene di lusso [Intervista]
25 Maggio 2021

Gianmichele Passarini
Bovolone (VI), Veneto – ITALIA

Gianmichele Passarini
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto

“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.

Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.

Presidente Passarini, come interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?

“Credo si tratti di una concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la coperta è corta”.

La fiammata della soia ha ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico, oggi vicinissimi. Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni, proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?

Situazione che rallenta la scelta del biologico

“Assolutamente è una situazione che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può produrre in perdita”.

Che impatto hanno sulla zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?

“Si aprono due elementi di criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica, perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo difficoltà”.

Le importazioni cinesi di carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina africana?

“Anche se indirettamente, è vero, abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.

C’è anche un tema legato al benessere animale. Come muoversi?

La soluzione non è mettersi sulla difensiva

Il tema esiste e la soluzione non è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate. Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida, senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.

Cosa suggerisce di fare?

“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.

Quali?

“Siamo tutti d’accordo che il benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.

Lo dica lei.

“Il rischio è aprire alle importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei. Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.

L’Italia sta perdendo terreno sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna di mais?

“Non possiamo pensare di arrivare all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna, quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una accelerazione sulle New Breeding Technology.

Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera

Serve un forte impulso alla ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti, dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.

Successivamente, la strada da percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i dati sugli stock”.

Ha parlato di agricoltura di precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda la crescita.

“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso. Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie: il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste occasioni con idee e progetti organici”.

Mais e Soia: prezzi e aggiornamenti di mercato | Maggio 2021 [VIDEO]
20 Maggio 2021

Primo Forecast USDA sull’annata 2021-2022 per i mercati di Mais e Soia: le produzioni mondiali sono stimate in aumento, influenzando positivamente gli stock finali, mentre i prezzi nelle principali piazze mondiali si mantengono elevati.

Michele del Team di CLAL.it e TESEO commenta il forecast e gli andamenti di mercato nel seguente video.


MAIS

Le Produzioni Mondiali di Mais per l’annata 2021/22 sono stimate a 1.190 Mio Ton, in crescita del +5,4% rispetto l’annata precedente. Si prevedono aumenti in tutti i principali paesi produttori, con raccolti record per Brasile, Cina e Ucraina

Anche la domanda globale di Mais per la stagione 2021/22 è stimata in aumento, supportata principalmente dalla forte richiesta per l’alimentazione animale. 

L’export di Mais per la prossima stagione è stimato in crescita del +5,7%, trainato da Brasile (+22,9%), Argentina (+5,9%) e Ucraina (+32,6%). L’export degli Stati Uniti è previsto in diminuzione del -11,7% data la maggior competitività di Ucraina e Russia. 

Gli Stock finali di Mais, risultanti dal bilancio tra produzioni, domanda ed export, sono stimati in aumento del +3,1%, con variazioni importanti negli Stati Uniti (+19,9%) e in Brasile (+70,7%). 

TESEO.clal.it - Mais: Bilancio di Mercato 2021-22
TESEO.clal.it – Mais: Bilancio di Mercato 2021-22

I prezzi medi di vendita del Mais rilevati nelle principali piazze mondiali dall’1 al 12 Maggio, registrano ulteriori incrementi, con variazioni significative per USA (+21,4%), Argentina (+12,1% in dollari) e Francia (+10,8%) rispetto alle quotazioni di Aprile. 

In Italia, i prezzi medi quotati il 13 Maggio a Bologna sono in aumento a 278€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico e 282€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico con caratteristiche.

TESEO.clal.it - Prezzo Mais Bologna
TESEO.clal.it – Prezzo Mais di Bologna

SOIA

Le Produzioni Mondiali di Soia per la stagione 2021/22 sono stimate a 386 Mio Ton, in aumento del +6,2% rispetto l’annata precedente, guidata dagli aumenti produttivi di Brasile, Stati Uniti e Argentina. 

L’import è stimato in aumento del +2,9%, supportato dalla domanda cinese, che si prevede in crescita a 103 Mio Ton per l’annata 2021/22. L’export mostra una maggiore stabilità, con l’aumento stimato per il Brasile (+8,1%) compensato da un calo atteso per gli Stati Uniti (-9,0%). 

TESEO.clal.it - Export di Soia
TESEO.clal.it – Export di Soia

Con una domanda che cresce ad un ritmo più lento delle produzioni, gli Stock finali di Soia sono rivisti in positivo, +5,3% rispetto alla stagione 2020/21. 

Continua l’aumento delle quotazioni dei Semi di Soia nei primi giorni di Maggio. I prezzi medi di vendita della Soia dall’1 al 12 Maggio in USA (Western Illinois) si attestano a 627$/Ton, +9,8% rispetto al mese precedente.
Trend analogo per il Brasile, dove i prezzi medi della Soia dall’1 al 12 Maggio registrano una variazione del +7,2% in dollari rispetto ad Aprile, e per l’Italia, con il prezzo medio dei Semi di Soia quotato a Bologna che ha superato i 700€/Ton. 

TESEO.clal.it - Prezzo Semi di Soia in USA
TESEO.clal.it – Prezzo Semi di Soia in USA

Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.

Cereali e Semi Oleosi: come varia l’import della Turchia
17 Maggio 2021

Nel periodo Gennaio – Marzo 2021, l’Import della Turchia di Cereali è leggermente rallentato (-3,2%), pur registrando un aumento del 33,2% nel mese di Marzo.

Turchia: Import di Grano Duro +34% Gen – Mar 2021

Il Frumento ha registrato un aumento del +7,1% in quantità e del +20,2% in valore su base tendenziale, ed è il cereale più importato, seguito dal Mais. Direzioni diverse per l’import turco di Grano Duro, (+34,2% nei primi tre mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) e di Grano Tenero (-69,7%).

Positive le variazioni per Mais (+0,3%) e Riso (+5,2%). In diminuzione l’import di Crusca (Import dall’Italia -85,5%), Orzo (-28,2%) e altri Cereali (-84,7%).

L’import turco di Cereali proveniente dalla Russia nel primo trimestre del 2021 è aumentato sensibilmente rispetto a Gennaio – Marzo 2020, passando da 1,8 a 2,9 milioni di tonnellate. Situazione opposta per quanto riguarda le importazioni provenienti dall’Unione Europea, in diminuzione del 71,3% rispetto al primo trimestre del 2020.

TESEO.clal.it - Turchia: Import Cereali
TESEO.clal.it – Turchia: Import Cereali

L’import della Turchia di Semi Oleosi per il periodo Gennaio – Marzo 2021 ha registrato una frenata significativa: -28,7% su base tendenziale. 
L’import proveniente dalla Russia è diminuito sensibilmente, passando da oltre 421.000 tonnellate dei primi tre mesi del 2020 a circa 27.000 tonnellate nel primo trimestre del 2021.

Molto positive, invece, le importazioni della Turchia di Semi Oleosi provenienti dall’Unione Europea. Nel periodo Gennaio – Marzo 2021, la Turchia ha importato dall’UE (principalmente dalle vicine Romania e Bulgaria) oltre 166.000 tonnellate di Girasole, che rappresentano il 51% delle importazioni complessive di questo prodotto.

TESEO.clal.it - Turchia: Import Semi Oleosi
TESEO.clal.it – Turchia: Import Semi Oleosi

Carni suine più sostenibili: un approccio di filiera
10 Maggio 2021

La filiera della carne ha bisogno di essere percepita in modo migliore riguardo la sostenibilità, sia questo per l’aspetto del cambiamento climatico o il benessere animale.

La carne di maiale emette solo 6 kg di CO₂ per ogni kg, rispetto ai 60 kg della carne bovina, ai 24 kg della carne di pecora ed anche ai 21 kg di CO₂ per ogni kg di formaggio. Dato però che la carne di maiale è la più consumata al mondo (36% del consumo totale di carne), anche ai produttori suinicoli è richiesto di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.

I gas immessi in atmosfera nel ciclo dell’allevamento suinicolo sono il risultato delle emissioni indirette dalle coltivazioni per l’alimentazione degli animali e quelle dirette dall’allevamento, cioè animali e deiezioni. Si tratta soprattutto di ossidi di azoto ed anidride carbonica, mentre le emissioni di metano sono molto più ridotte di quelle dei ruminanti. Esiste poi l’impatto derivante dai processi di lavorazione e confezionamento della carne.

Un approccio di filiera per ridurre le emissioni

Secondo Danish Crown la riduzione delle emissioni deve essere un approccio complessivo, “olistico”, che riguarda tutti i soggetti e comprende elementi quali uso di antibiotici, origine degli alimenti, benessere animale, biodiversità nell’allevamento. La cooperativa danese si è prefissata l’obiettivo al 2030 di tagliare del 50% le emissioni carboniose rispetto ai livelli del 1990 dei 12 milioni di animali che macella. Il metodo per raggiungere tale risultato si basa sul coinvolgimento della filiera produttiva, partendo dagli allevatori che debbono impegnarsi a rilevare e comunicare all’azienda tutti i dati per i vari elementi di sostenibilità in modo da costituire la “traccia climatica”. 

Pilgrim’s nel Regno Unito ha misurato una media di 2,54 kg di CO₂ per ogni kg di peso vivo di carne, il che rappresenta uno dei valori di emissioni più basse al mondo. Questo risultato è stato ottenuto agendo in modo molto attento sulla origine degli ingredienti per l’alimentazione animale, in particolare la soia, prestando molta attenzione alle condizioni di allevamento con l’adozione della certificazione di benessere animale ed alla natura del packaging.

Adeguarsi al mercato: le aziende della carne debbono essere “market driven”. La società richiede con sempre maggior forza prodotti sostenibili, agricoltura sostenibile, trasparenza e sicurezza. La risposta non può che essere corale da parte di ogni componente della filiera produttiva: agricoltura conservativa, allevamenti etici, aziende di trasformazione orientate all’innovazione.
Anche i prodotti tradizionali vivono se evolvono.

TESEO.clal.it - Share delle Macellazioni di Suini in UE
TESEO.clal.it – Share delle Macellazioni di Suini in UE

Fonte: Danish Crown, Food Navigator

Obiettivo Bio nella strategia Farm to Fork: gli ostacoli da superare
6 Maggio 2021

Fra gli obiettivi della strategia Farm to Fork dell’Unione Europea c’è anche il raggiungimento, entro il 2030, di almeno il 25% di superficie agricola a coltivazione biologica, nel nome della sostenibilità.

Il tema riguarda anche la filiera latte, dai produttori, ai trasformatori, a chi dovrà riuscire a vendere sul mercato prodotti lattiero caseari a prezzi conseguentemente maggiori di quelli convenzionali.

I consumatori saranno disponibili a pagare di più? Quale potrà essere l’impatto di questo cambiamento strategico per l’export? Cosa dovranno mettere in atto i produttori per la transizione al biologico? In concreto, si tratta di un obiettivo realistico?

Attualmente solo l’8,5% dei terreni è coltivato a bio ed ai ritmi attuali di crescita, nel 2030 si potrebbe raggiungere un valore variabile dal 15% al 18%.

4 milioni di capi in UE dovranno produrre latte Bio entro il 2030

In Paesi come Germania, Francia ed Olanda, il bio nel latte varia dal 2,5% al 5,5% della produzione totale ed il solo Paese con una produzione rilevante è l’Austria, dove il latte da agricoltura biologica è il 22% del totale. Raggiungere l’obiettivo del 25% al 2030 significa moltiplicare per sei il numero di vacche che attualmente producono latte bio, cioè quattro milioni di capi con oltre centomila allevatori che dovranno fare la transizione dalla produzione convenzionale. Una volta terminata tale transizione, che richiede circa un paio d’anni, resta poi l’incognita di sapere se il maggior prezzo atteso per il latte sarà sufficiente per compensarne la minor produzione ed i maggiori costi produttivi.

In ogni caso, attuare l’obiettivo fissato dalla strategia F2F è tutt’altro che semplice. Il tema ha implicazioni generali: se la società intende spingere gli agricoltori verso una maggiore produzione biologica, dovrà essere disponibile ad assumere i costi di questa transizione e dovrà anche avere la capacità di convincere i consumatori sul valore degli sforzi per la sostenibilità attuati dei produttori. Secondo l’organizzazione europea dei consumatori (BEUC), solo un consumatore UE su cinque si dichiara attualmente disponibile a pagare un prezzo superiore per avere prodotti più sostenibili ed anche nei mercati di esportazione la domanda di prodotti lattiero-caseario bio, commodity comprese, è limitata.

Occorre dunque affrontare in modo serio e consapevole la tematica F2F. Non si tratta solo di indirizzare i produttori agricoli verso pratiche più appropriate per far fronte agli obiettivi di sviluppo sostenibile, ma di valutarne le conseguenze. Il dialogo di filiera diventerà ancora più necessario, così come le azioni di comunicazione per avvicinare chi produce e chi consuma, che sono sempre più due soggetti della stessa realtà. Dovranno poi essere valutati gli impatti sui mercati internazionali, aspetto non indifferente visto il ruolo dell’export lattiero-caseario UE.

CLAL.it - Germania: Confronto Prezzi del Latte BIO e del Latte Convenzionale alla Stalla
CLAL.it – Germania: Confronto Prezzi del Latte BIO e del Latte Convenzionale alla Stalla

Fonte: Agriland

Record di carni suine macellate in Unione Europea
30 Aprile 2021

Nel 2020 le macellazioni dell’Unione Europea hanno segnato un nuovo record: oltre 23 milioni di tonnellate di carne suina ottenuta, in crescita dell’1,2% rispetto al 2019. Il 2021 è partito con volumi più ridotti nel mese di Gennaio: -1,9% su base tendenziale.

Con 458.000 tonnellate macellate nel mese di Gennaio, la Spagna copre il 23% delle macellazioni totali dell’Unione Europea. Al secondo posto (21% delle macellazioni comunitarie) si colloca la Germania, con 434.000 tonnellate. Alle spalle, decisamente più staccate, si trovano Francia (9%), Polonia (8%), Danimarca (8%), Paesi Bassi (7%) e Italia (6% delle macellazioni UE, calcolate in tonnellate).

Italia: Suini Macellati in Ton +4,2% Gen – Feb 2021

Il focus sull’Italia evidenzia un incremento dei Suini macellati nel periodo Gennaio – Febbario 2021 rispetto a Gen-Feb 2020: +4,2% in tonnellate, con una crescita a Febbraio del 10,1% su base tendenziale.

Per i primi due mesi del 2021, nei principali Player Europei le macellazioni dei Suini hanno registrato andamenti differenti, +1,1% per la Spagna, -4,0% per la Germania e -3,5% per la Francia. 

TESEO.clal.it - Italia: Suini Macellati (Ton)
TESEO.clal.it – Italia: Suini Macellati (Ton)

Secondo l’aggiornamento più recente in merito ai Suini macellati con destinazione DOP/IGP, nella settimana 19-25 Aprile sono stati macellati 165.128 maiali (+0,5% rispetto alla settimana precedente). Di questi, 149.172 sono risultati conformi ai disciplinari dei principali prodotti DOP.

I Consumi pro capite di carni suine nei Paesi aumentano nel 2020 in Vietnam, Russia, Giappone e Ucraina e diminuiscono in tutti gli altri Paesi con più di 20 milioni di abitanti  (Cina, Usa, UE). I Paesi con il maggior consumo di carne di maiale pro capite sono Corea del Sud, Taiwan, Unione Europea, che si collocano tutti sopra i 38 kg a testa. Seguono Stati Uniti (30,3 kg), Cina (28,9 kg) e Vietnam (27,6 kg).

TESEO.clal.it - Consumi pro capite di Carne Suina
TESEO.clal.it – Consumi pro capite di Carne Suina

BOX Aprile 2021: Payout SMP e Burro, Import UK, Prezzo Mais
29 Aprile 2021

Payout SMP+BURRO

Il 2021 è iniziato con una minore offerta di latte nei principali player dell’Unione Europea.

Germania, Francia e Olanda stanno producendo di meno rispetto al 2020 e, di conseguenza, inviano meno latte alla trasformazione in Polvere e Burro, principali prodotti di stoccaggio nei casi di eccedenze produttive.

I prezzi delle due commodity si mantengono, pertanto, a livelli sostenuti, garantendo una buona remunerazione del latte destinato alla trasformazione in questi prodotti.

Lo stesso Payout SMP+BURRO evidenzia, con riferimento alle quotazioni medie del mese di Aprile, un ricavo teorico di 37,91 €/100 Kg. È un prezzo innegabilmente sostenuto per il periodo primaverile. Ripercorrendo lo storico del ricavo simulato, bisogna risalire al 2014, ultimo anno prima della fine del regime delle quote latte (31 marzo 2015), per vedere un elevato ricavo teorico simile in Aprile. Allora era stato raggiunto un ricavo di 39,30 €/100 Kg, dopo un periodo critico per il mercato lattiero-caseario, dovuto alla siccità in Nuova Zelanda e all’eccessiva piovosità nel Nord Europa.

CLAL.it - Payout SMP + Burro


Dairy Import UK

Il Regno Unito, nei primi due mesi dopo la Brexit, ha registrato una diminuzione delle importazioni di prodotti lattiero-caseari, molto probabilmente anche a causa di alcuni disservizi doganali. I volumi complessivi ritirati dalla Gran Bretagna, infatti, sono stati di 173.039 tonnellate (-20% su base tendenziale) ed in valore di 387,5 milioni di Euro (-18,2%).

Sono diminuite le importazioni di Formaggi (50.513 Tons, -28,4%), Burro (7.242 Tons, -36,3%) e Crema di Latte (1.686 Tons, -44,5%). L’Irlanda, storicamente primo fornitore del Regno Unito, è il Paese che ha maggiormente patito le diminuzioni dell’import britannico.

Sono calate anche le importazioni di formaggi Italiani: 5.478 tonnellate (-20,2% rispetto allo stesso periodo del 2020).  

Dati positivi riguardano invece le importazioni dalla Polonia, la quale ha esportato notevoli quantità di Yogurt (da 816 tonnellate a 12.466 tonnellate nel bimestre del 2021) e l’import complessivo del Regno Unito di Yogurt è aumentato a 46.194 tonnellate (+8,7%).

Negli ultimi due mesi del 2020, all’approssimarsi della Brexit anche dal punto di vista legale, le importazioni di prodotti lattiero caseari erano aumentate. E questo tanto dall’Unione Europea quanto dall’Italia. Anche i prezzi unitari di acquisto di prodotti Dairy fra Novembre e Dicembre sono cresciuti, passando da 42,98 €/100 kg a 49,90 euro. Una probabile scorta di formaggi DOP, in vista dei nodi burocratici da scogliere.

CLAL.it - UK Dairy Import da Italia


Mais e Alimento Simulato

Dopo una sostanziale stabilità negli ultimi mesi, il prezzo del Mais Nazionale Ibrido, quotato presso la CCIAA Metropolitana Milano MonzaBrianza Lodi, registra un sensibile aumento per la seconda volta consecutiva, raggiungendo i 257 €/Ton nella seduta del 27 Aprile (+7,5% rispetto alla quotazione precedente). 

Nonostante l’importante variazione del prezzo del Mais, il valore dell’Alimento Simulato, riferimento indicativo dei costi alimentari per la bovina da latte, rimane sostanzialmente stabile rispetto ai mesi precedenti, calmierato dall’andamento del prezzo della Farina di Soia Nazionale.

TESEO.clal.it - Milano: Prezzo Settimanale del Mais Nazionale Ibrido