Massimizzare la qualità del foraggio
13 Febbraio 2017

L’epoca di sfalcio è condizione fondamentale per la qualità del foraggio. Però, una buona gestione delle coltivazioni richiede anche di monitorare con attenzione la sua dinamica di crescita ed uniformità nell’appezzamento, in modo da calcolare la quantità del raccolto utile. Ovviamente, l’andamento stagionale ha una grande influenza su questi fattori, insieme al tipo di essenze erbacee presenti, alle concimazioni ed alle irrigazioni. In Nuova Zelanda, dove la pratica del pascolamento è la base per l’allevamento delle vacche da latte, diventa essenziale massimizzare la qualità del foraggio e dunque misurarne la crescita con assoluta precisione, attraverso tecnologie di punta. Per questo sono disponibili strumenti elettronici che determinano la quantità di materia secca per ettaro di foraggio facendo fino a 200 misurazioni per secondo. I dati possono essere scaricati o trasmessi via Bluetooth al computer per l’elaborazione. La prima ragione di queste misurazioni è di usare in modo più efficiente i foraggi aziendali rispetto ai mangimi e dunque ridurre i costi alimentari, ma anche di ottimizzare le concimazioni, l’epoca di raccolta, le irrigazioni e per valutare il tipo di essenze da impiegare rispetto alle condizioni pedologiche. I dati servono anche per prevedere la crescita del foraggio e dunque stimarne la quantità disponibile col procedere della stagione.

L’agricoltura di precisione, attraverso l’uso appropriato della tecnologia, può contribuire in modo sostanziale a migliorare la gestione dell’azienda.

Confronto fra i prezzi degli Alimenti per bestiame – Foraggi e derivati

Fonte: Stuff, PasturemeterThe University of Vermont

Il consumatore percepisce la migliore qualità
1 Febbraio 2017

Giovanni Bianconi
Sommacampagna, Verona – ITALIA

L’allevatore Giovanni Bianconi

Azienda Agricola Bianconi Giuseppe & Figli.
Capi allevati: 100.
Ettari coltivati 30.
Destinazione del latte: Centro Latte Verona.

Nonostante una passione per l’arte che si trascina dai tempi del Liceo artistico (all’epoca Istituto d’arte) e poi degli studi in Architettura, Giovanni Bianconi di tempo libero non ne ha. La mostra su Picasso a Palazzo Forti, a Verona, non l’ha ancora vista. Gli consigliamo di prendersi lo spazio. Che in effetti è limitatissimo.

“Siamo io e mio figlio Marco, che ha 36 anni e una passione sfrenata per l’allevamento, a condurre l’azienda. Non abbiamo dipendenti e l’impegno richiesto è molto”, dice Bianconi.

L’azienda è a Sommacampagna (Verona) con 100 capi fra mungitura e rimonta; a fare da corollario ci sono 30 ettari coltivati a seminativo e prati foraggeri. La produzione del latte nel 2016 è stata sui 120 quintali per capo/anno. La materia prima è conferita al Centro Latte Verona, di cui Giovanni Bianconi è presidente. La cooperativa veronese a sua volta è socia della Latteria Sociale Mantova.

Il Centro Latte Verona è una realtà con circa 160 aziende associate, in crescita rispetto al 2016, il 65-70% situate in Lessinia. La produzione annua è intorno ai 62 milioni di litri/anno. Lo scorso anno si sono inventato il marchio “Latte Verona”, che sta andando bene e promuove il prodotto locale identitario sul territorio.

Presidente Bianconi, come sta andando il progetto?

“Bene. È in continua crescita. Con Latte Verona parliamo di un marchio locale, distribuito però in tutte le più importanti catene di distribuzione. Siamo presenti da Migros, Rossetto, Conad, Despar, Esselunga, Famila, Auchan, Pam”.

Che prezzi avete?

“Sul latte fresco siamo a 1,40 euro al litro, mentre a 1,10 e 1,15 euro al litro per il latte a lunga conservazione scremato e intero. Parliamo di latte di montagna della Lessinia, di ottima qualità, riconosciuta e ricercata dai consumatori. Stiamo avendo molte soddisfazioni e non abbiamo intenzione di abbassare i prezzi. Poi abbiamo fra i prodotti anche il latte UHT a lunga conversazione, intero e parzialmente scremato, e yogurt, intero e magro, bianco e al gusto di albicocca, banana, caffè, fragola e cereali”.

Avete intenzione di aumentare i volumi?

“L’intenzione è quella, in effetti. Siamo partiti da zero, ma ci stanno conoscendo sul territorio. Puntiamo anche ad ampliare la gamma delle produzioni e proporre burro, ricotta, mozzarella”.

La lavorazione e il packaging sono affidati alla Centrale del Latte di Vicenza. Siete contenti?

“Sì. Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. Vicenza è una centrale all’avanguardia, ha macchinari che valorizzano il nostro latte e siamo soddisfatti”.

L’innovazione è importante, par di capire.

“Moltissimo. Se con una macchina all’avanguardia la pastorizzazione del latte dura meno, si preserva maggiormente la qualità e il consumatore lo percepisce. Ed è stato grazie a questo meccanismo, in cui ogni anello della filiera si adopera per migliorare la qualità, che il consumatore sta ricercando il Latte Verona”.

Quali sono stati gli aspetti più complessi del progetto?

“Ci siamo ritrovati catapultati in un mondo nuovo, a noi totalmente sconosciuto, che è quello della grande distribuzione organizzata. L’impatto con questi signori, che hanno il potere assoluto sugli acquisti, è stato duro. Questo ci ha fatto capire perché l’agricoltura è in queste condizioni: decidono quello che vogliono e le conseguenze le pagano i produttori”.

Siete presenti anche nei negozi o solo nella Do?

“Il marchio Latte Verona è presente anche nei bar, panetterie, pasticcerie, è un lavoro di distribuzione capillare”.

Distribuite direttamente voi?

“No. L’accordo che abbiamo sottoscritto con la Centrale del Latte di Vicenza è molto semplice: noi conferiamo il latte e la Centrale del Latte di Vicenza impacchetta e distribuisce”.

I contratti con la Gdo?

“Contatti e contratti li abbiamo invece gestiti personalmente”.

Parlando di mercato, qual è la situazione?

“Siamo soci alla Sociale di Mantova e faremo il bilancio 2016 con loro. I contratti che abbiamo sottoscritto sono comunque abbastanza buoni”.

Come giudica l’inserimento del Grana Padano nei parametri legati all’indicizzazione del prezzo?

“Lo ritengo positivo. La previsione di quel parametro è fondamentale per valorizzare il prodotto secondo l’indirizzo del territorio. Inoltre, l’inserimento dei valori del Grana Padano Dop ci porta ad alzare la media delle quotazioni”.

Ipotizza che possano innescarsi tendenze speculative ribassiste per determinare una riduzione del prezzo nel contratto che subentrerà per il periodo successivo al 30 aprile?

“Fare previsioni è sempre azzardato. Interpretata così mi verrebbe da rispondere che potrebbe anche essere così: le produzioni sono in crescita e devono essere collocate sul mercato, ma è altrettanto vero che i prezzi sono buoni e la tendenza del mercato dovrebbe mantenersi stabilmente positiva o, addirittura, segnare un incremento. Non mi risulta, poi, che siano state sforate da parte dei caseifici le quote di produzione, perché il prezzo positivo degli ultimi mesi del 2016 ha portato a vendere il latte o per il consumo alimentare o per altri prodotti freschi. E c’è un altro fattore che mi fa ipotizzare che anche dopo il 30 aprile il prezzo non subirà flessioni significative”.

Quale?

“Gli industriali stanno pagando il latte al litro 40-41 centesimi alla stalla e alcuni grandi realtà hanno cominciato ad assicurare questi prezzi già da ottobre. Avendo pagato simili cifre la materia prima, non penso abbiano molto interesse a buttare giù il prezzo del Grana Padano. Immagino che per loro non sia conveniente”.

In un frangente in cui è dal 2000 che i redditi in agricoltura non sono più come prima, cosa ha spinto suo figlio a fare l’allevatore?

“Una passione sfrenata e di questo sono contento. È dai tempi di mio nonno che avevamo la coltivazione di alberi da frutto e le vacche, che d’estate portavamo in alpeggio. Mio figlio Marco si interessa di genetica, della crescita degli animali, del miglioramento della produzione e della qualità. Ma sono consapevole che è un lavoro duro. Senza dipendenti lavoriamo 365 giorni all’anno”.

Nelle fotografie, CLAL incontra Produttori del Centro Latte Verona Soc.Coop e dirigenti di Centrale del Latte di Vicenza s.p.a. in Lessinia – Malga Spazzacamina, Agosto 2016.

Tecnologia in stalla per ampliare i margini
19 Gennaio 2017

L’apporto tecnologico rappresenta un elemento chiave per una produzione al passo coi tempi. Il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia produttiva, con la riduzione dei costi e l’incremento dei margini, dipende sempre più dall’applicazione di tecnologie diversificate e sofisticate.

Ne è un esempio una cooperativa del Vermont, stato settentrionale USA, la quale trasmetterà ai propri conferenti informazioni riguardo alla composizione degli acidi grassi del latte prodotto, per migliorarne i contenuti e dunque qualità e prezzo. Data la correlazione fra grasso del latte e pratiche di gestione aziendale, il dato diventa utile agli allevatori per affinare il modo in cui alimentano e gestiscono gli animali, con riflessi positivi anche sul contenuto proteico, aumentando le rese. Attraverso la collaborazione dell’università del Vermont, la cooperativa statunitense ha attivato un programma per la formazione degli allevatori in modo da trasmettere le pratiche più adeguate per la gestione del loro bestiame, interpretare i dati analitici e migliorare la performance in modo da trarre il massimo margine dal latte prodotto.

Dato che a maggiori contenuti di grasso e proteine si accompagna un prezzo più alto del latte, gli allevatori sono alla continua ricerca di azioni per migliorare tali parametri, mantenendo nel contempo le vacche in buono stato di salute. Si tratta dunque di avere a disposizione una serie continua di dati che la tecnologia mette a disposizione, da elaborare ed interpretare rapportandoli ad ogni realtà aziendale.

La differenza fra ricavi e costi nella produzione di latte si va sempre più assottigliando e dunque diventa essenziale poter compiere le scelte gestionali più appropriate.

Le nuove tecnologie offrono questa possibilità: bisogna conoscerle ed interpretarle.

Progetto S/STEMA STALLA: confronta le tue performance con altri allevatori!

Fonte: Vermontbiz

Previsioni in crescita per il bio
11 Gennaio 2017

Il mercato dei prodotti biologici in Europa come negli Stati Uniti è previsto in crescita fino al 2025 ad un tasso annuo composto (CAGR – Compound Annual Growth Rate) variabile fra il 6,7% e 7,6%. Questa percentuale corrisponde circa al triplo del ritmo di crescita previsto in generale per i consumi alimentari.

La crescente attenzione posta dai consumatori verso le tematiche ambientali, del benessere animale, della salute e della sicurezza alimentare, hanno spinto le vendite dei prodotti biologici con ritmi di crescita anche a due cifre negli ultimi anni e questa tendenza è prevista in costante, regolare aumento. Questo soprattutto nei mercati economicamente più avanzati e maturi, dove il concetto di qualità alimentare va ormai oltre le caratteristiche compositive o nutrizionali per rivolgersi al metodo con cui gli alimenti sono ottenuti lungo tutta la filiera produttiva.

È significativo come in Europa, con la perdurante crisi economica, i consumatori si siano rivolti sempre più verso i discount senza però abbandonare i prodotti bio, i cui acquisti sono regolarmente aumentati. Nel decennio dal 2005 al 2014, il valore delle vendite al dettaglio di prodotti bio è passato da 11,1 miliardi di Euro a 24 miliardi di Euro, con 10,3 milioni di ettari dedicati a tali coltivazioni. I prodotti lattiero-caseari bio variano dal 5 al 10% del mercato totale in Austria, Germania, Olanda, ma quello del latte ha già superato il 15% delle vendite totali in Austria. La Germania rappresenta un terzo del valore totale dei consumi bio (7,9 miliardi di Euro), seguita dalla Francia (4,8 miliardi di Euro), paese che registra tassi annui di crescita del 10%.

Di conseguenza i produttori e le imprese dovrebbero guardare con maggiore interesse al bio per sfruttare il trend di mercato, attraverso nuovi prodotti e nuovi marchi, ma anche attraverso la riformulazione dei prodotti esistenti.

CLAL.it – Prezzi del latte BIO alla stalla in Germania e Francia

Fonte: Rabobank

I vantaggi di un’agricoltura sostenibile
3 Gennaio 2017

La più grande opportunità di valorizzazione del settore agricolo neozelandese è quella di essere percepito come una fonte affidabile di prodotti rispettosi dell’ambiente e dei livelli sociali. Il valore della tutela ambientale attraverso l’adozione di pratiche colturali appropriate, può tradursi a breve termine in un beneficio monetario ed in un vantaggio strategico nel lungo periodo. Sempre più consumatori ritengono che l’acquisto responsabile di prodotti rispettosi dell’ambiente debba essere un prerequisito, così come lo sono le garanzie igienico sanitarie.

Però, un prezzo premium per l’adozione di pratiche sostenibili può essere tale solo se queste garantiscono parametri che vanno oltre i requisiti dettati dai livelli minimi previsti dalle norme. Occorre sempre più descrivere e dare prova di come e dove il prodotto è ottenuto; ma oltre a questo i consumatori, per pagare un prezzo maggiore, debbono poter contare su di una qualità intrinseca superiore. I prodotti, oltre a standard qualitativi più elevati, dovranno poi essere regolari, sicuri ed ottenuti nel rispetto dei principi etici.

Sono quattro i settori in cui il sustainable farming può diventare una scelta strategica per accrescere la profittabilità:

  • assicurazione nel tempo del livello qualitativo,
  • vicinanza al consumatore,
  • condivisione dei principi di sostenibilità lungo tutta la catena commerciale,
  • familiarità con gli aspetti sociali.

La Nuova Zelanda è già percepita come l’isola verde. Diventa pertanto imperativo che le prestazioni ambientali siano all’altezza delle attese e che le imprese investano concretamente per assicurare pratiche trasparenti e tracciabili nella garanzia che le materie prime che trasformano siano ottenute da una agricoltura veramente rispettosa e sostenibile. I consumatori, che in maggioranza abitano nelle città, non hanno più una conoscenza diretta delle pratiche agricole ed hanno dunque bisogno di sapere come e dove il bene acquistato viene ottenuto e quali valori veicola. Gli agricoltori, pertanto, debbono fare propri gli standard ambientali ed etici che la crescente sensibilità pubblica richiede.

Acqua&Energia: L’Agricoltura si presenta oggi come un “ecosistema governato”, in relazione con molti altri sistemi.

Fonte: Sharechat

Stimare l’incertezza per poter decidere
30 Dicembre 2016

Quando si tratta di prevedere un avvenimento futuro, ad esempio il tempo che farà o l’andamento della produzione, esiste sempre un margine di imponderatezza. Anche quando tutto lascia supporre che accada quanto prevediamo, interviene quasi sempre un elemento di incertezza sull’accaduto o su quanto atteso. Se riusciamo però a tener conto di tale margine di incertezza, a stimarlo, siamo spesso in grado di assumere decisioni migliori e più adeguate a quanto potrebbe accadere.

Un esempio di questo sono le previsioni del tempo. I meteorologi fanno le loro previsioni esaminando le immagini dei satelliti in modo da avere elementi certi di giudizio, e raramente sbagliano: però le loro indicazioni non sono mai sicure al 100%. Per questo parlano di ‘forti probabilità’ oppure indicano attraverso percentuali la possibilità che si manifesti l’evento indicato.

La stessa stima vale anche nella valutazione della sicurezza degli alimenti, degli integratori, di un nuovo fitofarmaco, di un chemioterapico, etc. Quando la evidenza è incompleta, i tecnici precisano qual è il margine di incertezza che condiziona le loro conclusioni.

Quindi entra in gioco la ‘valutazione del rischio‘ o di quanto possa essere il margine di incertezza e le conseguenti implicazioni nel processo decisionale. I tecnici indicheranno quale sia la misura prudenziale da prendere, oppure quali siano le diverse possibilità da considerare per gestire l’incertezza ed arrivare al risultato atteso.

Per valutare una previsione meteorologica, diventa importante sapere se la possibilità è del 10%, del 50% oppure del 90%. Questo permette di prendere delle decisioni mirate ed appropriate.

Dunque, nei processi decisionali, l’aspetto cruciale è l’informazione.
Questa non sarà mai assoluta, ma deve essere chiara e trasparente al fine di permettere all’operatore di decidere nel miglior modo possibile.

Strumenti per migliorare l’efficienza dei costi alimentari su TESEO.clal.it

Fonte: EFSA

L’agricoltura sostenibile
20 Dicembre 2016

Il complesso delle attività agricole, compresa la silvicoltura, la pesca e l’allevamento, è responsabile di circa il 20% delle emissioni totali di gas serra (greenhouse gas – GHG), che influenzano il cambiamento climatico proprio del nostro tempo. Gli effetti negativi del cambiamento climatico a livello mondiale si manifestano già in alcune produzioni cerealicole e porteranno ad una diminuzione dei contenuti di proteine, ma anche di minerali come ferro e zinco ed un incremento delle patologie. Secondo dati scientifici tali fenomeni, ora evidenti nelle aree del mondo più sfavorite, si manifesteranno ovunque nell’arco di una quindicina d’anni.

Pertanto l’attività agricola deve ridurre l’impatto ambientale, pur continuando ad evolvere per garantire la sicurezza alimentare e la FAO elenca delle pratiche sostenibili da adottare e diffondere. Fra queste risultano ad esempio:

  • le coltivazioni resistenti al calore ed in grado di utilizzare l’azoto in modo efficiente;
  • le minime lavorazioni del terreno;
  • l’agricoltura di precisione;
  • la gestione della fertilità del suolo;
  • il miglioramento genetico delle graminacee foraggere o leguminose;
  • l’irrigazione mirata;
  • il miglioramento della capacità del suolo e delle piante a sequestrare carbonio.

Saranno necessari maggiori investimenti per ottenere una agricoltura sostenibile, cioè per adottare sistemi di coltivazione ed allevamento intelligenti (smart), adeguati alle nuove realtà ambientali. Il cambiamento e l’adattamento diventano necessità, perché senza dei cambiamenti l’agricoltura continuerà ad impattare negativamente sull’ambiente e perderà in produttività.

I sistemi alimentari, a loro volta, possono contribuire a tale cambiamento riducendo lo spreco e promuovendo diete appropriate, comportamenti necessari per contribuire a ridurre l’impatto ambientale.

Occorre un impegno comune fra produttori e consumatori verso la sostenibilità.

Risultati di alcune ricerche sul mondo del latte

Fonte: reliefweb

La missione del latte Biologico
9 Dicembre 2016

Il biologico ha catturato l’attenzione di molti produttori latte italiani, alla ricerca, soprattutto nell’ultimo anno, di alternative per compensare una situazione di mercato sfavorevole.

Intervistati da TESEO, gli allevatori Marco Baresi e Piergiovanni Ferrarese sottolineano che il biologico è una valida opportunità. Tuttavia, il messaggio di Baresi è chiaro:

[il biologico] non è una missione facile, bisogna dirlo. Non si tratta solo di accendere o spegnere un interruttore, perché convertirsi al biologico, prima ancora che una scelta di business, è di natura culturale. Se l’imprenditore non ci crede, inutile che lo faccia.

Come avviene dunque la riconversione di una azienda da latte al metodo biologico? Quali sono i passaggi ed i tempi che permettono questa transizione? Sergio Benedetti di Bioqualità li ha spiegati in modo pratico il 25 Novembre 2016 presso Ghisalba (BG), all’incontro Il Latte organizzato dal DABB.

La presentazione del Dott. Benedetti è scaricabile al seguente link:

Sergio Benedetti - Bioqualità, Ghisalba (BG) 25 Novembre 2016
Riconversione di una stalla da latte al metodo biologico
Sergio Benedetti - Bioqualità, Ghisalba (BG) 25 Novembre 2016
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Il modulo FocusOn Bio di CLAL.it, dedicato ai prodotti ottenuti da latte biologico.
Sergio Benedetti (al centro) a Ghisalba (BG)
Incontro “Il Latte” organizzato dal DABB

 

Una lezione dalla crisi
6 Dicembre 2016

La Nuova Zelanda è il maggior esportatore mondiale di prodotti lattiero-caseari, ma la crisi ha colpito forte anche gli allevatori kiwi, che cominciano a chiedersi se il modello produttivo che hanno adottato per imporsi sui mercati, è quello più appropriato alla loro realtà.

Le condizioni ambientali della Nuova Zelanda sono ideali per la produzione foraggera estensiva e permettono un pascolamento tutto l’anno, ma si è rapidamente diffuso il modello produttivo basato sull’uso dei mangimi concentrati. La crisi ha interpellato gli allevatori sulla rispondenza di tale modello alle condizioni locali, oppure sulla necessità di rivolgere più attenzione alle caratteristiche ambientali che distinguono la Nuova Zelanda rispetto a quelle dei due maggiori poli lattieri mondiali, USA ed Europa, col loro modello di produzione intensiva.

I segni di ripresa nelle quotazioni delle ultime settimane, registrati anche in Nuova Zelanda, non debbono creare euforia ma piuttosto indurre gli allevatori, ora più che mai, a puntare sull’aumento dei margini piuttosto che su quello delle produzioni. Perciò deve essere considerato attentamente il fattore alimentazione animale, che ha un forte impatto sul costo di produzione del latte e gli allevatori, che oltre alle vacche hanno anche i terreni, si debbono chiedere come operare per trarre il migliore profitto possibile da entrambi tali fattori.

Molteplici sono gli elementi da valutare: il foraggio prodotto per ettaro, il suo indice di crescita, la distribuzione annuale dei parti, la salute ed i parametri morfologici degli animali, etc. Il giusto bilanciamento di tali elementi determina le produzioni. Accrescere la quantità di latte deriva da due possibilità: aumentare la produzione foraggera aziendale e favorire l’ingestione animale, oppure acquistare alimenti concentrati all’esterno dell’azienda per aumentare la quantità di mangimi composti. Quale la più conveniente?

Dunque, ora più che mai, bisogna imparare la lezione: oltre alle produzioni bisogna considerare i margini di profittabilità dell’azienda agricola.

TESEO: Strumento per valutare la convenienza economica dell’auto-produzione di materie prime e foraggi
TESEO: Strumento per valutare la convenienza economica dell’auto-produzione di materie prime e foraggi
TESEO: Alimento simulato a confronto con tre razioni tipo adottate in Lombardia
TESEO: Alimento simulato a confronto con tre razioni tipo adottate in Lombardia

Fonte: NZFarmer.co.nz

Irrigazione e benessere animale saranno i punti cruciali
30 Novembre 2016

Giuseppe Magoni
Maclodio, Brescia – ITALIA

L'allevatore Giuseppe Magoni
L’allevatore Giuseppe Magoni

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto.
Capi allevati: 650 | 330 in mungitura.
Ettari coltivati 340.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(caseificio Bresciangrana).

“Dove ci stanno 100 vacche bisogna metterne 90, non 110. Il benessere animale è molto di più di una normativa da osservare, è una regola per permettere agli animali di produrre di più e meglio, con meno problemi sanitari e, dunque, con minori costi aziendali”.

È la declinazione della sostenibilità secondo Giuseppe Magoni, allevatore di Maclodio (Brescia), con 340 ettari coltivati e una duplice vocazione zootecnica. “Allevo 650 capi da latte, dei quali 330 sono vacche in mungitura, e 850 scrofe, per una produzione annuale di circa 12.000 suini tra svezzamento e ingrasso”.

Il latte, circa 39.000 quintali all’anno, sono destinati al caseificio Bresciangrana per la produzione di Grana Padano.

Alleva bovine da latte e suini. Qual è il settore che le dà maggiore soddisfazione?

“Non ho mai fatto distinzione tra vacche e suini. Per 30 anni mi sono sentito dire che ero fortunato ad avere i suini. Negli ultimi anni mi sono chiesto se era davvero così. Sinceramente credo che l’impegno in stalla, le problematiche e le soddisfazioni siano uguali”.

Lei ha problemi di direttiva nitrati o 340 ettari sono sufficienti per il carico zootecnico?

“Ho tre aziende e ho terreni a sufficienza. Certo si fatica a rimanere entro i limiti e io opero la separazione fra solido e liquido, in modo da non superare la deroga concessa alla Lombardia di 250 chilogrammi per ettaro/anno”.

In Italia meno di 1.000 aziende hanno beneficiato del programma di riduzione volontaria della produzione, premiato con 14 centesimi al litro. Lei per caso è fra queste imprese?

“No e non conosco nessun allevatore che ha aderito. Forse in Germania il ritorno di 14 centesimi al litro per non produrre è più conveniente, in provincia di Brescia gli allevatori, se potessero, metterebbero le vacche anche sotto il letto”.

Condivide?

“No. La mia regola è: mettere 90 capi dove ce ne starebbero 100. Non capisco perché, invece, i miei colleghi sono masochisti. Il mio motto è: lavorare, non tribolare”.

Con un carico zootecnico come quello delle sue tre aziende, ha mai pensato alle energie rinnovabili?

“Sì, certo. Avrò fatto 10 preventivi per un impianto di biogas, ma poi ho rinunciato”.

Perché?

“Un investimento in quella direzione non mi sembrava logico. Punto a migliorarmi come allevatore, rendendo sempre più efficiente l’attività aziendale. Non voglio avventurarmi in altre attività”.

In quanti lavorate in azienda?

“In 22, sette familiari e 15 dipendenti. Io ho 55 anni, mio figlio 33 e fa il jolly. Si occupa di tutto, dalla fecondazione delle scrofe la domenica al segmento della meccanizzazione, dell’attività in campagna. Ognuno di noi in famiglia ha una propria mansione specifica, supportato dagli operai”.

La Baviera nei giorni scorsi ha annunciato che avvierà una campagna di marketing aggressivo per conquistare il mercato italiano. Qual è il suo commento?

“Loro fanno il loro gioco e fanno bene. Se non reagiremo credo che, Made in Italy o meno, soccomberemo alla Baviera, ammesso che sia più forte e riesca a conquistare i consumatori. Dobbiamo comunque riflettere”.

Ritiene che il latte biologico sia un’opportunità?

“Credo di sì, anche se vi sono due ostacoli principali: la conversione e i foraggi. Intorno a me chi ha provato ad avventurarsi nel comparto biologico è fallito, per cui, anche se so che c’è molta richiesta, quando sento parlare di bio mi si drizzano i pochi capelli in testa. Secondo me è più facile la strada del no-ogm, che è apprezzata comunque dal consumatore. Si rischia di meno ed è più semplice”.

Parlando di ogm e semplificando al massimo, lei è favorevole o contrario?

“Ascolto gli scienziati e mi oriento secondo la logica. Sono però favorevole al loro utilizzo, perché viviamo contraddizioni che complicano la vita di noi allevatori. Non possiamo coltivare prodotti geneticamente modificati, però li dobbiamo acquistare se non vogliamo ritrovarci pieni di aflatossine. Forse se potessimo coltivarli eviteremmo le importazioni, calerebbero i consumi di medicinali e migliorerebbe la qualità della vita degli animali”.

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di coltivare e allevare?

“Forse l’innovazione nell’irrigazione sarà uno dei punti cruciali, insieme al benessere animale. L’obiettivo è quello di semplificare tutti i passaggi dell’allevamento e dell’agricoltura in campo”.

Quali sono i suoi hobby?

“Il calcio. In passato ho anche fatto l’allenatore nelle squadre giovanili. Poi mi piace leggere, preferibilmente libri di letteratura e filosofia greca, una passione che mi ha trasmesso mio figlio”.

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto
Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto