L’obiettivo non dovrebbe essere la Sostenibilità
30 Giugno 2022

Dennis Meadows è stato coautore del rapporto “I limiti dello sviluppo” che il Massachusetts Institute of Technology pubblicò per conto del Club di Roma. Nel 50° anniversario di quella ricerca in cui venne presa in considerazione l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, in una intervista a Le Monde il fisico americano ora 79enne constata come stiamo continuando a consumare più risorse di quante la terra ne possa rigenerare, siano esse combustibili fossili o terreni fertili.

Consumiamo 1,6 pianeti all’anno

Non a caso lo scorso 14 maggio è caduto il nostro Overshoot day, cioè la data di superamento delle risorse biologiche rigenerabili in un anno calcolata dal Global Footprint Network, che ha il compito di calcolare l’impronta ecologica di ogni paese sulla base dei consumi e dell’impatto ambientale delle loro attività.
Nella classifica dei paesi che inquinano e consumano di più c’è in testa il Qatar, che ha finito le proprie risorse il 10 Febbraio, seguito da Canada, gli Stati Uniti ed Emirati Arabi, mentre i più sostenibili risultano essere Jamaica, Ecuador, Indonesia, Cuba. Lo scorso anno l’Overshoot Day Mondiale è caduto il 29 Luglio. Questo significa che stiamo consumando l’equivalente di 1,6 pianeti all’anno, cifra che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, il che è palesemente insostenibile.

Abbiamo forgiato una civiltà ad alta intensità energetica e materiale, con la ricerca di una crescita continua nel contesto limitato del nostro pianeta, in un evidente paradosso. Infatti, le risorse diventano più costose, la domanda aumenta e l’inquinamento pure. Sintomi di questa situazione sono  il cambiamento climatico, l’estinzione delle specie, l’aumento dei rifiuti di plastica. 

Il prodotto interno lordo (PIL) continua a crescere, ma è un buon indicatore del benessere umano? Le sue componenti cambiano, perché si tratta sempre più spesso di riparare i danni ambientali. Un tempo le persone si aspettavano di avere una vita migliore di quella dei loro genitori, ora pensano che i loro figli staranno peggio perché la società non produce più ricchezza reale. In tale prospettiva, anche il termine di sviluppo sostenibile diventa un ossimoro, dato che non possiamo avere una crescita fisica senza danneggiare il pianeta.

Serve il coraggio di risolvere i problemi a lungo termine

Quindi, secondo Meadows, i paesi devono passare alla dimensione qualitativa dello sviluppo, migliorando aspetti quali l’equità, la salute, l’istruzione, l’ambiente. Diventa imperativo avere il coraggio di iniziare a risolvere i problemi a lungo termine, come il cambiamento climatico, l’aumento dell’inquinamento o la disuguaglianza e per questo occorre anche un cambiamento nelle percezioni e nei valori personali

La soluzione non è solo la tecnologia, perché se gli obiettivi impliciti della società sono lo sfruttamento della natura, l’arricchimento delle élite o l’ignoranza del lungo termine, allora svilupperà le tecnologie per farlo. Ad esempio per ridurre la fame nel mondo occorre solo ridistribuire meglio il cibo che produciamo. Poi si impone una drastica riduzione del nostro fabbisogno energetico oltre che uscire dai combustibili fossili, aumentare l’efficienza energetica e sviluppare le energie rinnovabili. 

Invece della sostenibilità, l’obiettivo dovrebbe essere dunque la resilienza per adattarsi meglio ai cambiamenti, da applicare a tutti i livelli: globale, regionale, comunitario, familiare e personale.

La finalità dovrebbe essere il raggiungimento di una maggiore felicità.

Fonte: Le Monde

Crescita del PIL mondiale | TESEO.clal.it

CBAM: contrastare equamente il cambiamento climatico
21 Giugno 2022

ll Consiglio dell’Unione Europea ha recentemente raggiunto un accordo sul Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), un  “meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere” pensato per tutelare l’industria europea in fase di decarbonizzazione.

Come funziona il CBAM

In pratica, gli importatori dell’UE dovrebbero acquistare dei certificati di carbonio pari alla carbon tax che avrebbe dovuto essere pagata se  i beni fossero stati prodotti nella UE. Ritenendo che lo strumento del prezzo sia nei fatti il più efficace per ridurre le emissioni di anidride carbonica e combattere il cambiamento climatico, la carbon tax mira a contrastare le esternalità legate a determinati comportamenti di produzione e di consumo.

Già in passato l’Europa aveva tentato di introdurre un “carbon pricing” modificando la struttura della tassazione dell’energia. Poi aveva deciso di ricorrere a uno strumento alternativo definito Emissions Trading System (Ets), che nei fatti consente di controllare soltanto il 43% delle emissioni di carbonio, concentrate nella produzione di elettricità e nei settori carbon intensive come la siderurgia, ma che esclude importanti attività come il trasporto e l’agricoltura. Da qui l’introduzione di un’accisa commisurata alla quantità di carbonio contenuta nelle fonti di energia fossile utilizzata, nella prospettiva di un’economia carbon free e socialmente equa.

ridurre la rilocalizzazione delle emissioni

Il CBAM è inteso a ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, ma anche a stimolare i produttori dei Paesi terzi a rendere più ecologici i loro processi produttivi. È una delle misure ambientali previste nel Pacchetto clima “Fit for 55” sulla riduzione delle emissioni di carbonio necessaria per evitare impatti negativi sul mercato, distorsioni di concorrenza e perdita di competitività da parte delle imprese europee. Questo strumento regolatore, con forti riflessi a livello globale,  si applicherebbe inizialmente alle importazioni in cinque settori ad alta intensità di emissioni di carbonio ritenuti a maggior rischio di rilocalizzazione: cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità.

In tal modo si concretizza il percorso della transizione ecologica UE stabilito lo scorso anno del Green Deal europeo per realizzare l’obiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni di carbonio del 55% rispetto ai livelli del 1990 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. L’introduzione di meccanismi regolatori con incentivi e penalizzazioni diventa indispensabile per sostenere ed accompagnare gli sforzi delle imprese, inclusa la necessità di investimento nelle nuove tecnologie.

implicazioni economiche e sociali

Il percorso per liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili ed agire nei confronti del cambiamento climatico ha forti implicazioni economiche ma anche sociali, pertanto deve avvenire senza trascurare nessuna persona e nessun luogo.

Si tratta certo di una materia complessa ed anche controversa per i tanti settori economici interessati e per i risvolti internazionali. Però le conferenze sul ONU sul clima, ad iniziare dalla COP 21 di Parigi fino alla COP26 di novembre a Glasgow, hanno impegnato i Paesi ad azioni concrete per contrastare il cambiamento climatico. Occorre dunque trovare un equilibrio fra gli ambiziosi obiettivi UE  e la necessità di cooperazione a livello mondiale. 

Fonte: Parlamento Europeo

I Paesi del Mondo sono fortemente interconnessi | Elaborazione: CLAL

Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce [intervista]
14 Giugno 2022

Prof. Francesco Pizzagalli – Amministratore Delegato di Fumagalli Salumi

Prof. Francesco Pizzagalli
Tavernerio, Como

Riassumere la filosofia di vita del professor Francesco Pizzagalli in poche battute è impossibile, così come è complesso sintetizzare una piacevolissima intervista con un filosofo imprenditore che ha talmente tanti concetti e visioni da esprimere che diventa persino spiacevole interrompere il suo flusso di coscienza per porre qualche domanda.

Se dovessimo individuare un messaggio chiave in grado di rappresentare il suo modo di essere imprenditore, forse potremmo azzardare: “Primo, non sprecare”. Un messaggio composito e di assoluta modernità, fondamentale anche per il ruolo che Pizzagalli ricopre come presidente dell’Ivsi, l’Istituto di valorizzazione dei salumi italiani.

“Non sprecare”: il primo messsaggio chiave

Non sprecare innanzitutto in senso materiale, puntare sull’economia circolare, valorizzare il lavoro (il proprio, così come quello degli altri), non perdere mai di vista la visione della sostenibilità economica, sociale, ambientale, investire tempo in un dialogo col consumatore per spiegare il senso della propria attività, ma non sprecare significa anche non perdersi a cercare il superfluo, ma dare valore a un prodotto che esprime un legame con la creatività, la qualità, il territorio.

E così, chi sostiene che la figura dell’industriale illuminato, attento alla formazione anche culturale dei dipendenti sia scomparso con Adriano Olivetti, probabilmente non conosce il professor Francesco Pizzagalli.

Il titolo di professore non è casuale né tantomeno onorifico, dal momento che per lungo tempo ha insegnato Filosofia in un Liceo, dedicandosi in parallelo all’azienda di famiglia, oggi un gruppo societario strutturato in tre realtà: Fumagalli Società agricola, Fumagalli Spa e Stagionatura Fumagalli. Insieme, fatturano circa 58 milioni di euro e impiegano circa 150 dipendenti diretti. Poco meno del 20% della forza lavoro è esternalizzato attraverso cooperative, che operano nelle sedi di Tavernerio (Como), dove ha sede il macello, e Langhirano (Parma), dove ha sede il prosciuttificio.

“Questa scelta – spiega il professor Pizzagalli – ci garantisce la continuità del rapporto lavorativo. Operano come se fossero dipendenti, con un contratto in linea con quello di categoria per livelli e retribuzione”. E questo è uno degli aspetti che certifica l’attenzione dell’azienda verso la forza lavoro, perché “senza i dipendenti e i lavoratori, non andremmo da nessuna parte”.

E l’attenzione è tale che la Fumagalli cura una propria rivista interna, “dove si parla di tutto, anche di cultura” e coinvolge i lavoratori “per chiedere loro di esprimersi nei percorsi di investimento aziendale, per condividere missione e progetti”.

Le 3 chiavi per l’internazionalizzazione

E così, se “la cosa peggiore è guardare al futuro con gli stessi occhiali del passato”, i pilastri sui quali poggia il gruppo Fumagalli sono ben saldi e indeformabili: “Il benessere animale, l’attenzione ai lavoratori e l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione”. Queste, in sintesi, le fondamenta dell’azienda, che si sono rivelate la chiave per l’internazionalizzazione, tanto che “oggi il fatturato della Fumagalli Spa per il 70% è ottenuto all’estero”.

Ci è stato più facile vendere all’estero che in Italia, e abbiamo conquistato spazi rilevanti di mercato in Europa e nel Sud Est Asiatico. E questo grazie al disegno di costruire fin dalla fine degli anni Novanta un sistema di filiera, che dal 2008 si è fortemente concentrato a rispettare il benessere animale, ben oltre gli standard di legge”, racconta Pizzagalli.

Un sistema di filiera che rispetta il benessere animale oltre gli standard di legge

Il progetto sull’animal welfare è proseguito così bene che “abbiamo ricevuto premi, riconoscimenti, abbiamo intessuto forti rapporti commerciali nel Nord Europa e, più in generale, all’estero. Il nostro modello è stato lodato persino dall’associazione britannica Onlus Compassion, che si occupa di benessere animale nel mondo anglosassone, e un anno e mezzo fa persino la Commissione Europea ha voluto girare un video per indicare agli allevatori e alla filiera la strada da percorrere”, rivela con orgoglio Pizzagalli.

Il benessere animale si è accompagnato a un’attenzione marcata verso la sostenibilità, puntando sul dialogo, la certificazione, la trasparenza, per diventare una filiera da prendere da esempio.

Le linee guida dell’azienda si interessano di perseguire la sostenibilità lungo i vari passaggi della filiera, “dalla genetica dell’animale, che è direttamente nostra, alle scrofaie, dal magronaggio agli ingrassi, dalla macellazione nella sede di Tavernerio fino al prosciuttificio, senza dimenticare le linee di confezionamento”.

Il primo bilancio di sostenibilità compilato dall’azienda risale al 2013, premessa per accelerare sulla valorizzazione del capitale umano, con una formazione intensificata dei dipendenti ben oltre gli aspetti di legge, al punto da contribuire – anche grazie alla rivista bimestrale interna – alla crescita culturale dell’intero sistema azienda”.

Il terzo pilastro oltre al benessere animale e al capitale umano è rappresentato da innovazione e digitalizzazione. “Così abbiamo operato non solo in direzione dell’ampliamento della capacità produttiva, ma ci siamo mossi anche su innovazione e digitalizzazione, così da mettere tutto il sistema in rete, per facilitare le operazioni di controllo del processo produttivo, in totale trasparenza”.

Trasparenza che significa anche avere “ogni due settimane visite ispettive”. Una casa di vetro, insomma, a tutela della propria immagine e per fare del proprio modello di filiera un punto di forza. “Durante la pandemia – specifica Pizzagalli – quando era chiaramente più difficile fare controlli dal vivo, abbiamo deciso autonomamente di installare delle telecamere a cui possono accedere tutti i nostri clienti, così da controllare cosa accade in tempo reale”.

Niente limiti alla fantasia per incontrare il consumatore

Un’altra parola d’ordine dell’azienda è “diversificare”. Niente limiti alla fantasia, nel rispetto della tradizione e per incontrare le esigenze dei consumatori. Ed ecco che, accanto alla filiera del suino tradizionale, “cinque o sei anni fa abbiamo costruito una linea biologica”.

E per declinare concretamente la sostenibilità ambientale, “dapprima abbiamo lavorato sulle fonti di energia, installando un cogeneratore per produrre energia rinnovabile, poi ci siamo concentrati sul packaging, tanto che sono ormai quattro anni che le nostre confezioni per il 75% sono fatte di carta”. Una crescita sul fronte dell’innovazione che si è rafforzata grazie alla collaborazione con Istituti zooprofilattici, centri di ricerca e Università dal Politecnico di Milano a Veterinaria a Milano.

Allo stesso tempo, “in questi ultimi anni abbiamo lavorato sulla governance e favorito il ricambio generazionale”.

Le sfide all’orizzonte sono molte e di portata epocale. “In Confindustria faccio parte del gruppo di studio sullo sviluppo della responsabilità sociale. E credo che inevitabilmente la direzione sia definita: dobbiamo infatti pensare a un sistema produttivo che abbia una sua legittimazione sociale; dobbiamo puntare al benessere e superare le disuguaglianze, rafforzando una cultura aziendale improntata alla collaborazione e, assolutamente essenziale, dobbiamo avere una capacità di visione del futuro”. Corollario inscindibile, rafforzare il rapporto con il territorio e creare valore attraverso l’impegno. “Non è la finanza che fa il bene dell’azienda, ma è il lavoro”, insiste Pizzagalli.

In tale contesto e in una contingenza attuale che vede la filiera appesantita da più alti costi di gestione (in particolare dopo la crisi in Ucraina), l’obiettivo non è produrre di più, ma produrre meglio. “Aver anticipato i tempi con una forte attenzione al benessere animale – dice – è stato il passe-partout per l’estero, dove il tema è particolarmente sentito dalla catena di distribuzione e dai consumatori, molto più che in Italia, dove l’attenzione al biologico, all’animal welfare e alla sostenibilità sono aspetti più recenti”.

La qualità non dovrà limitarsi al prodotto, ma estendersi anche agli aspetti nutrizionali, per rispondere alle esigenze dei consumatori anche in tema di riduzione dei grassi o rispetto ai conservanti. “Non dobbiamo snaturare il prodotto, ma legarlo sempre di più al territorio, adattando la tradizione e il gusto ai tempi attuali e, allo stesso tempo, imparando a raccontare l’azienda e spiegare il senso di quello che si fa”.

Lo sguardo alla sostenibilità porta il professor Pizzagalli a parlare di spreco: “Nel 2019 una ricerca del Politecnico di Milano certificò che quasi il 60% di quello che veniva sprecato, era gettato via dalle famiglie. Comperiamo di più, è un fatto culturale della società, ma dobbiamo fare in modo di applicare un modello di consumo più attento e in questo anche l’innovazione e la digitalizzazione possono aiutare a responsabilizzarci maggiormente”.

Il mercato dovrà riconoscere ad ogni componente della filiera il giusto valore

Il futuro del comparto, secondo Pizzagalli passa inevitabilmente dalla filiera, “dove il mercato dovrà riconoscere a ciascuna componente la giusta parte del proprio valore, favorendo la redditività e gli investimenti e indicando la via di un modello socialmente responsabile”.

E anche i consorzi di tutela, in quest’ottica, dovranno intervenire per definire strategie di mercato attente ai volumi, alla qualità, all’export, all’equilibrio per valorizzare una produzione che è alla base del Made in Italy di qualità.

Da Socrate a Keynes, passando per i filosofi ottocenteschi, l’importante è avere ben chiaro un messaggio, che il professor Pizzagalli ripete più volte:

“Il valore dell’azienda è il valore di ciò che fa e produce, dobbiamo rimettere al centro il lavoro e il valore della persona e comprendere la direzione della nostra attività, all’interno della società e della filiera”.

Prof. Francesco Pizzagalli

La filiera integrata è la strada giusta [intervista]
7 Giugno 2022

Roberta Chiola
Borgo San Dalmazzo, Cuneo – ITALIA

Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola

“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.

Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.

Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano

Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti, un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte, due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.

I maiali allevati in soccida, con porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.

Partiamo dalla cronaca. Avete avuto difficoltà con i trasporti?

“Le risponderei ‘Ni’, perché indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e, così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori veloci”.

Qual è la situazione per i mangimi?

“È andata meno peggio di quello che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.

Come definirebbe la fase che sta attraversando la suinicoltura?

“Una premessa doverosa, perché i punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del messaggio.

La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi

Il nostro gruppo industriale ha scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di approvvigionamento”.

A proposito di integrazione di filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.

“Sì e con quell’operazione ci siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di reperibilità di materie prime.

Sono convinta che più la filiera è completa, più è forte”.

Cosa prevedete per le filiere suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere efficaci per restituire competitività?

Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia

“Le dico una cosa che può sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.

Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.

Assenza di squadra tra i vari anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.

A casa mia non funziona così. Io ho in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di collaborazione con i miei clienti.

Per me il macello è un partner e con cui confrontarmi per risolvere problematiche.

Ma a volte si sentono frasi aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.

Lei è una donna. Ritiene che il settore della suinicoltura sia maschilista?

“Io mi sono sempre trovata benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.

Nel novembre 2020 avete acquistato un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?

“Il nostro prosciuttificio ha una potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad ingrandirlo.

Le difficoltà del Prosciutto di Parma sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9 mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche si immaginano.

Mi spiace riconoscerlo, ma da quando bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.

Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export

Trovo triste che l’unico modo che in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia stato quello di sigillare meno prosciutti”.

Soluzione sbagliata?

“Secondo me è una sconfitta commerciale. L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.

Ritengo che si possa fare tanto di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare 20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.

Oggi il prezzo della coscia fresca per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase di stagionatura?

“A questi prezzi posso rispondere ‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però, ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche, compensa”.

Come mai il prezzo della coscia è così alto?

“Penso che sia, molto semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse, però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente, sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50 euro al chilo, ma ci siamo vicini.

Ricordo anche che nel 2016-2017, quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più alto”.

Il Mipaaf ha pubblicato nei giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche progetto?

“Ci stiamo provando, ma confesso che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico fino al prosciuttificio”.

Come contenere la peste suina africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?

“Sulla Psa ci sono persone molto in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non mi tolgo dalla testa è questa”.

Quale?

“Perché si è lasciato che il cinghiale proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.

La genetica suina è al centro del dibattito. Qual è la sua posizione?

“Abbiamo fatto un grande caos. Quando gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi, ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero dovuto avere più voce in capitolo”.

Quanto pesa la questione ambientale?

“A livello personale, fra auto elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più della zootecnia”.

Prezzi locali e produzioni di Soia aumentano in Cina
26 Maggio 2022

Con oltre 66 milioni di tonnellate di Cereali e più di 102 milioni di tonnellate di Semi oleosi importati nel 2021, la Cina è il primo Paese importatore a livello planetario. Inoltre, la Cina detiene il 68% degli stock mondiali di Mais, il 36% degli stock di Soia e quasi il 51% del Frumento mondiale.

Con questi volumi rappresentati dal gigante asiatico, è quanto mai essenziale conoscere i prezzi dei prodotti agricoli, le indicazioni dei possibili andamenti di mercato, il valore delle commodity sulla piazza cinese e nelle principali località di esportazione verso la Cina, così come il trend delle semine e le stime di coltivazione.

Nella prossima annata agraria 2022-23, ad esempio, la Cina incrementerà le produzioni interne di Soia rispetto alla campagna precedente (+6,7%, fonte USDA), mentre dovrebbero diminuire le produzioni di Mais (-0,6%) e di Frumento (-1,4%). Le produzioni previste dovrebbero attestarsi intorno a 271 milioni di tonnellate di Mais, 17,5 milioni di tonnellate di Soia, 135 milioni di tonnellate di Frumento.

TESEO.clal.it - Cina: Produzioni di Soia
TESEO.clal.it – Cina: Produzioni di Soia

L’aumento dei prezzi locali di Mais, Soia e Frumento è proseguito anche in Aprile 2022. I prezzi interni si collocano sistematicamente su valori più elevati rispetto ai prezzi di importazione, con ogni probabilità per una volontà politica di sostenere la produzione domestica di commodity.

TESEO.clal.it - Cina: prezzo locale del Mais
TESEO.clal.it – Cina: prezzo locale del Mais

La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi dei prodotti agricoli” consente di osservare i prezzi e i trend di Mais, Soia, Frumento e anche Pomodoro, che vede la Cina al primo posto al mondo per produzione.
Queste informazioni, insieme alle previsioni delle Produzioni Cinesi su base stagionale, permettono alle imprese di pianificare in parte le proprie azioni future, contribuire ad avere un bilancio sempre più affidabile e completo al proprio interno, con l’avvertenza che elementi di incertezza e incognite di varia natura possono modificare i prezzi, i mercati e i piani.

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È ora di punta per il traffico marittimo
24 Maggio 2022

I porti ricoprono un ruolo sempre più cruciale per gli scambi commerciali mondiali. Negli ultimi due anni le interruzioni, i rallentamenti e le riaperture delle attività economiche conseguenti la pandemia che si è manifestata con modi ed in tempi differenti nelle varie aree geografiche, hanno messo in crisi i trasporti, in primo luogo quelli marittimi e le conseguenti catene di fornitura.

Nel mondo 1 container su 5 è in attesa di accedere al porto

Si stima che nel mondo un container su cinque sia ora in attesa di accedere al porto, con pesanti ritardi sul commercio internazionale. Come per un incidente stradale diffuso, il Covid nel 2020 ha provocato la congestione del traffico marittimo, la cui risoluzione richiede tempi particolarmente lunghi data la diffusione generalizzata della problematica nei paesi che si affacciano sugli oceani. Tuttavia, nel 2021 la situazione di intasamento sembrava in via di miglioramento come dimostra il porto di Los Angeles, il più importante del nord America, che ha fatto rilevare una crescita nel traffico merci di quasi il 16% rispetto al 2020. Il vento è però presto cambiato e lo scorso Febbraio c’era una coda di 70 navi portacontainer in attesa di entrare in porto, con 63 mila containers vuoti ammassati sulle banchine e nei depositi.

La recente estensione della quarantena a Shanghai, megalopoli di 26 milioni di abitanti e sede del più grande porto al mondo in termini di traffico di container sta determinando un grande intasamento negli scali marittimi del paese, con un aumento del 195% di navi container in attesa fuori dai porti cinesi in più rispetto a Febbraio. Tra il 12 e il 13 Aprile scorso erano in coda nei porti mondiali 1.826 navi, cioè il 20% di tutte le navi container mondiali. 506 erano navi bloccate presso gli scali cinesi, il che  equivale al 27,7% di tutte le navi in attesa fuori dai porti del mondo. Si tratta della più grave crisi della catena di approvvigionamento container dagli anni ’50, periodo in cui Malcom McLean fondò questo settore del trasporto marittimo. Durante il blocco del 2020, quando la spesa dei consumatori ha penalizzato i servizi – viaggi, tempo libero e intrattenimento – privilegiando l’e-commerce per gli acquisti, si sono manifestate alterazioni nella catena di approvvigionamento, centri di distribuzione e traffico container.

Il costo dei noli spot è aumentato da 3 a 5 volte in un anno

Ad aggravare la crisi non è tanto la capacità di trasporto delle navi, quanto il fatto che molta di quella capacità circola più lentamente. Il risultato è che il 10-15% di questa capacità è stato rimosso a causa della congestione. Ciò è evidente nel costo dei noli spot dei container, aumentati da tre a cinque volte rispetto ad appena un anno fa.

Il problema è che il sistema richiede tempo per recuperare lo stato di normalità, come ha dimostrato la chiusura di sei giorni del canale di Suez nel Marzo 2021. La situazione di guerra nei grandi porti del mar Nero non può che affondare un altro colpo alla fragilità di questo sistema, così importante per le economie mondiali.

TESEO.clal.it – Costo dei trasporti tramite container
TESEO.clal.it – Costo dei trasporti tramite container

Fonte: eDairyNews

Ripresa del prezzo dei Suini in Cina, ma si espande la mandria
19 Maggio 2022

Crescono in Cina le produzioni di Suini e, di conseguenza, le quantità di Carne Suina. Allo stesso tempo, gli indici segnalano nel mese di Aprile una ripresa dei prezzi dei Suinetti, dei Suini e delle Carni. Un’inversione di rotta, dunque, dopo gli assestamenti ribassisti nel periodo compreso fra Novembre-Dicembre 2021 e Marzo 2022.

L’aumento della produzione di Suini, cresciuti nel 2021 del +15,9% in numero con un’accelerazione che ha portato la mandria a raggiungere i 655 milioni di capi, potrebbe aver influito sulla contrazione dei listini. Ma si potrebbero anche rilevare altri fattori, legati alla situazione contingente (la politica di tolleranza zero verso il Covid) e al rallentamento dell’economia. In Aprile il settore ha invece segnato una ripresa, necessaria forse per sostenere il ripopolamento della mandria ed evitare chiusure di allevamenti?

Nel 2022 la produzione di Suini dovrebbe mantenersi su un terreno positivo, anche se con ritmi meno esasperati rispetto al 2021 (+1,5%, fonte USDA).

Quale direzione prenderà il mercato? Il prezzo locale della Carne Suina si è portato ad Aprile a 3,36 $/kg. La Carne Suina importata si colloca, strategicamente, su valori inferiori: 2,05 $/kg il prezzo delle Carni Suine provenienti dalla Spagna, 2,03 $/kg la Carne dal Brasile e 1,93 €/kg l’import dalla Danimarca. Una scelta finalizzata, con ogni probabilità, a sostenere le produzioni interne e i mercati territoriali.

TESEO.clal.it – Prezzo della Carne Suina in Cina

Nel 2022 la produzione di Carne Suina dovrebbe aumentare del +7,4%, dopo una crescita massiccia nel 2021 (+30,7%, fonte USDA). Rimane l’incognita dei prezzi, che dovranno rispondere anche alle esigenze di bilanciare i prezzi finali con l’effettiva possibilità di accesso da parte dei consumatori, in questa fase alle prese con inflazione e imponenti lockdown anti-Covid.

TESEO.clal.it – Produzione di Carne Suina in Cina

La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi delle proteine animali” consente di monitorare i prezzi delle proteine animali (non solo Suini e Carne Suina, ma anche Bovini e Carne Bovina, Pecore vive e Carne di montone, Polli e Uova) di uno dei mercati più imponenti per numeri a livello mondiale, in grado, come si è visto anche nel recente passato, di influenzare i listini su scala internazionale e di imprimere ai mercati rotte inattese.

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Rigenerativa: nuova parola chiave per la produzione alimentare
16 Maggio 2022

Insieme a sostenibile, un altro termine che si va diffondendo è rigenerativo. Le tecniche di agricoltura rigenerativa o conservativa si vanno diffondendo, in modo da rendere le produzioni più resilienti (altro termine in uso). Adesso si comincia a parlare anche di produzione lattiera rigenerativa come mezzo per  contribuire a riequilibrare gli ecosistemi ed ottenere alimenti di alta qualità.

In tal senso si inserisce il progetto Regen Dairy, che intende ridefinire il legame dei prodotti lattiero-caseari rigenerativi lungo la filiera dalla produzione agricola al prodotto finale, dal basso verso l’alto e attraverso le catene di approvvigionamento.

Coinvolgere tutta la catena di approvvigionamento del latte

Si propone di coinvolgere gli allevatori e le imprese alimentari intorno al comune obiettivo di rendere il settore lattiero-caseario proficuo per tutta la filiera e che nel contempo ripristini anche il suo rapporto con l’ambiente. Nelle intenzioni, l’iniziativa partita nel Regno Unito e presente in nord e sud America ha una prospettiva globale ma le soluzioni che mira ad individuare saranno locali, per tener conto delle differenze nelle condizioni produttive dei vari contesti geografici. Vuole essere una dinamica dal basso verso l’alto lungo le catene di approvvigionamento del latte, un prodotto che unisce paesi e realtà economiche, sociali e geografiche mondiali. Non a caso vi collaborano una serie di aziende alimentari multinazionali quali Unilever ed Arla Foods.

Ricucire lo stretto rapporto tra produzione di latte e territorio

Bisogna ricucire lo stretto rapporto fra produzione di latte e territorio, dando rilievo alla circolarità del sistema che parte dalle coltivazioni ed attraverso la vacca produce alimenti nobili ma anche sostanza organica che immessa nel terreno ne aumenta la fertilità. Si tratta di dare risalto ad una collaborazione virtuosa fra i componenti della filiera in modo da cambiare la percezione della produzione lattiero-casearia: dal limitare i danni della sua attività, a divenire veramente benefica e virtuosa. Come per l’agricoltura rigenerativa, tutto questo non è qualcosa che può essere realizzato da un giorno all’altro e non c’è un modello unico che vada bene per tutti.

Si tratta di costruire sistemi collaborativi che siano meno dipendenti dagli input e dalle volatilità del mercato, diventando resilienti, cioè adattabili al variare delle condizioni, ma duraturi.

TESEO.clal.it – L’autosufficienza dei prodotti agricoli in Italia

Fonte: Regen Dairy

Come invertire il degrado del suolo in Africa?
9 Maggio 2022

Suolo, acqua e biodiversità: questi tre elementi insieme costituiscono la base per i mezzi di sussistenza ed anche per una convivenza pacifica tra i popoli della terra.

Un problema ambientale urgente

Il degrado del suolo comporta la riduzione o la perdita della capacità produttiva delle terre coltivate e questa è una sfida globale che colpisce tutti attraverso l’insicurezza alimentare, i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità. Sta avvenendo ad un ritmo allarmante ed è uno dei problemi ambientali più urgenti, che peggiorerà senza delle rapide azioni correttive.

Secondo l’ONU, fattori quali la deforestazione, lo sfruttamento eccessivo dei suoli, l’urbanizzazione ed i cambiamenti climatici, hanno degradato il 40% dei terreni colpendo 3 miliardi di persone soprattutto nelle regioni più povere, come in Africa. Qui, ad esempio, le recenti piogge senza precedenti sulla costa orientale del Sudafrica hanno determinato inondazioni improvvise che hanno spazzato via i raccolti, distrutto case e strade, uccidendo più di 430 persone. Invece in Kenya il disboscamento delle foreste pluviali ha ridotto la portata dei fiumi, limitando l’irrigazione col conseguente crollo dei raccolti. Questo determina una spirale di povertà che porta ad un ulteriore degrado dei terreni per la necessità di produrre cibo  e ad accentuare la scarsità idrica. Sempre secondo l’ONU più della metà del PIL mondiale, pari ad un valore di 44 trilioni di dollari, è a rischio a causa di questo fenomeno che è anche uno dei principali motori del cambiamento climatico, dato che la sola deforestazione tropicale contribuisce a circa il 10% di tutte le emissioni di gas serra delle attività umane.

Il degrado del terreno determina poi il  rilascio di carbonio immagazzinato nel sottosuolo, con una spirale catastrofica. Al ritmo attuale, entro il 2050 verranno degradati oltre 16 milioni di chilometri quadrati di terreni. La più colpita sarebbe l’Africa sub sahariana, con le conseguenti carestie e migrazioni. Il fenomeno dell’accaparramento dei terreni (land grabbing) così acuto in Africa per la produzione di materie prime e di biocarburanti da esportare, determina un rapido degrado dei terreni, particolarmente nelle zone tropicali.

Esempi virtuosi per invertire la tendenza

Però invertire la tendenza è possibile, ad esempio applicando le buone pratiche agronomiche di cura del suolo, estendendo la copertura vegetale con tecniche come l’agroforesteria e con una migliore gestione dei pascoli. Esempi virtuosi esistono: dalla costruzione di piccole dighe con l’irrigazione di precisione e la coltivazione di varietà arido-resistenti in Etiopia, all’intercoltura di una leguminosa col mais per aumentare la fertilità del suolo in Malawi, al contrasto della desertificazione in Burkina-Faso costruendo argini di pietra per frenare l’erosione, all’uso dei droni in Kenia per individuare meglio i parassiti ed intervenire prontamente con le tecniche di difesa fitosanitaria aumentando le rese di raccolti.

L’agricoltura moderna ha alterato la faccia del pianeta. Occorre ripensare urgentemente ai sistemi alimentari mondiali ed intervenire con i mezzi che la scienza e la tecnica mettono a disposizione. Il tutto con una pianificazione organica che tenga conto delle specifiche realtà geografiche, socio-culturali ed economiche.

TESEO.clal.it – Aree coltivate a Cereali nel Mondo

Fonte: Reuters

Olio di Palma: protezionismo con effetti globali
2 Maggio 2022

L’olio di palma è l’olio vegetale più usato al Mondo, un ingrediente indispensabile per prodotti che vanno dalle creme di cioccolato agli shampoo.

L’annuncio nei giorni scorsi del blocco delle esportazioni da parte dell’Indonesia, paese che copre il 57% della produzione mondiale, seguito dalla Malesia col 27%, è stato pertanto dirompente in questo periodo in cui già la scarsità di olio di girasole per il conflitto in Ucraina ha creato tensioni sui mercati.

In una realtà globalizzata, questa misura protezionista, presa per mitigare l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari interni e per sedare possibili disordini locali, potrebbe far salire ancor più i prezzi alimentari mondiali, oltre a sconvolgere anche l’economia stessa del Paese.

l’Indonesia domina la produzione di grassi e oli vegetali

Con più di un terzo della quota totale delle esportazioni, l’Indonesia domina la produzione mondiale di grassi e oli vegetali. L’olio di palma è la prima fonte di esportazione del Paese, con 20 miliardi di dollari nel 2020 ricevuti da clienti importanti come Cina, India e Pakistan. Le ricadute potranno però essere molto pesanti, dato che vietando l’esportazione del suo prodotto essenziale, l’Indonesia avrà minori entrate in valuta pregiata mentre continuerà ad importare beni che stanno diventando sempre più cari. Non per nulla, dopo l’annuncio del divieto la rupia indonesiana si è deprezzata col conseguente aumento dei costi delle importazioni. Già lo scorso anno i prezzi dell’olio di palma erano cresciuti del 28,2% a causa di un calo di produzione in Malesia, mentre da inizio anno sono saliti di ben il 42%. I più vulnerabili a questi aumenti sono i paesi poveri dove la spesa alimentare rappresenta la maggior voce di costo.

Probabilmente l’India subirà le maggiori ricadute negative essendo il più grande importatore di olio di palma, con un’alta percentuale di reddito familiare dedicata alla spesa alimentare. Lo stesso effetto si avrà per le  Filippine, paese importatore netto di cibo, dove l’aumento nel prezzo dell’olio vegetale non farà che aumentare le pressioni inflazionistiche, cui si accompagnerà una crescita dei tassi di interesse. Particolarmente vulnerabile è poi l’Africa, sempre per le stesse ragioni: importazione netta di alimenti ed elevata quota di spesa dedicata al cibo.

La situazione per olio di palma non fa poi che alimentare il fuoco inflazionistico in atto nei paesi industrializzati, essendo questa salita su base annua negli USA all’8,5% in marzo ed avendo raggiunto in Australia  un massimo ventennale del 5,1% nel primo trimestre del 2022, con le rispettive banche centrali che prevedibilmente aumenteranno i tassi di interesse.

L’impatto dell’aumento dei prezzi dell’olio di palma si riverbererà in tutto il Mondo con inflazione alimentare e riduzione del potere d’acquisto.

Si prospetta una situazione complessa, non solo a livello economico ma anche per le probabili conseguenze sociali e politiche. È un’ulteriore riprova di quanto il Mondo sia interconnesso ed interdipendente

Fonte: Carnegie Endowment for International Peace

CLAL.it – Prezzi dell’Olio di Palma prodotto in Malesia, CIF Rotterdam