Il grano, insieme a mais e riso, è uno dei tre cereali che sfamano il mondo. Numerosi studi collegano i disordini sociali agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari nei paesi che dipendono dalle importazioni di alimenti di base, in particolare del grano. L’uso diffuso del grano e la sua versatilità lo rendono un alimento di base da cui dipendono soprattutto i più vulnerabili. Per eliminare la fame entro il 2030 come indicato dal secondo obiettivo ONU per lo sviluppo sostenibile, occorre innanzitutto che il grano sia disponibile in misura sufficiente ed a prezzi abbordabili a livello mondiale. La realtà che si sta profilando sembra invece essere ben diversa, con i problemi collegati alla pandemia, ai costi energetici ed ora al conflitto esploso in Ucraina.
I minori raccolti nel 2021, insieme alla forte domanda dei paesi importatori di grano, hanno reso i mercati globali del grano più rigidi del solito, il che si traduce in una maggiore vulnerabilità a qualsiasi – anche potenziale – shock di approvvigionamento.
Se Cina ed India sono i paesi che coltivano la maggior quantità di grano, seguite da Russia, USA, Francia ed Ucraina, il maggior esportatore è la Russia, seguita da Canada, USA, Francia ed Ucraina, mentre i maggiori importatori sono Egitto, Indonesia, Turchia, Cina, Nigeria ed Italia.
Tuttavia la risoluzione del conflitto, se anche avvenisse nel più breve tempo possibile, non risolverà il problema, dato che comunque la produzione di grano è a rischio a causa dei cambiamenti climatici.
Secondo la FAO, nel caso di uno scenario ad alte emissioni con crescita delle temperature medie mondiali, la produzione di grano aumenterebbe in Argentina, Australia, Canada, Cile ed Eurasia settentrionale, mentre diminuirebbe nella maggior parte dell’Africa centrale e in parti del Brasile, dell’Asia centrale e dell’India.
Il tutto con una popolazione mondiale prevista in aumento ad 8,5 miliardi di abitanti entro il 2030.
Pertanto, nell’immediato, si può solo sperare che un abbondante raccolto di grano locale salvi i paesi più vulnerabili da una maggiore instabilità alimentare.
Rispondere ai cambiamenti alimentari con l’allevamento
La FAO stima per il 2021 una crescita dei consumi mondiali di carne dell’1%, raggiungendo 350 milioni di tonnellate. D’altronde, l’allevamento è uno dei maggiori fattori di crescita della produzione agricola mondiale per rispondere ai cambiamenti alimentari di tanti Paesi, soprattutto in quelli emergenti dove i consumi di carne registrano aumenti annui del 5-6% ed i consumi di latte di oltre il 3%. La produzione agricola aggregata all’allevamento riguarda anche la fornitura di alimenti animali, in particolare cereali e semi oleosi.
Questa dinamica dei consumi comporta però anche un aumento dei gas climalteranti ad effetto serra quali metano ed ossidi d’azoto, il tutto aggravato da politiche distorsive o crisi di mercato. Si tratta ad esempio di fenomeni come la deforestazione nelle aree tropicali o lo sfruttamento intensivo dei suoli con la conseguente perdita di fertilità e l’aumento delle fonti inquinanti. Inoltre, la rapida crescita nei consumi di carne in alcuni Paesi ha portato alla espansione dei traffici commerciali con la relativa logistica. Questo é continuato anche durante la pandemia COVID-19.
In risposta a tali fenomeni e criticità, alcuni propongono con sempre maggior insistenza le proteine alternative a quelle animali, il cui mercato si prevede in considerevole aumento nei prossimi anni, per le quali occorrono però tecnologie sofisticate e notevoli risorse naturali e finanziarie, difficilmente disponibili nei Paesi meno avanzati.
Il problema dell’impatto ambientale dalle produzioni animali deve comunque essere affrontato, ed in tempi rapidi, in primo luogo riducendo le emissioni di metano dai ruminanti col miglioramento dell’efficienza alimentare. Occorre poi migliorare anche l’efficienza nelle coltivazioni.
Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.
Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid nel 2020 ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.
Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre a causa della minore offerta di carne i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.
USDA intende proteggere gli allevatori da pratiche commerciali sleali
Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anticompetitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.
L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.
I succedanei del latte, a base di avena, soia, riso, cocco, mandorle ed altro, stanno prendendo sempre più piede: a livello globale si calcola che nel 2019 abbiano raggiunto un valore di 19,2 miliardi di dollari, con una crescita annua al 2027 del +11,4%. Un bicchiere di latte sarebbe responsabile di emissioni di gas effetto serra tre volte superiori a quelle dei succedanei, quindi con un minore impatto per terreno e risorse idriche.
Per contenere ancor di più l’impatto sull’ambiente, è stato lanciato sul mercato un prodotto a base di avena non più liquido ma in polvere sul principio del caffè solubile, risparmiando su packaging e logistica. Da una confezione di 375g si ottengono così quattro litri di bevanda.
Risparmio del 70% sui costi di trasporto
La start-up tedesca Blue Farm all’origine di tale innovazione partendo da avena nazionale, ritiene possibile risparmiare in tal modo l’80% di confezioni ed il 70% nei costi di trasporto. Diversamente dalle bevande, il prodotto in polvere non contiene additivi come conservanti, stabilizzanti, zuccheri, oli od altro e potrebbe essere arricchito con minerali o vitamine secondo le richieste del mercato.
A livello commerciale, il prodotto è presentato nel canale Direct-to-consumer (D2C) online, nei negozi di prodotti ecosostenibili, ma anche nel settore foodservice dove i ridotti volumi potrebbero risultare un fattore interessante. L’azienda intende espandersi in Europa grazie a capitali di investimento che ha intenzione di reperire sul mercato.
Non deve sorprendere questa evoluzione di prodotto: la tecnologia mette a disposizione grandi possibilità ed il marketing può fare il resto.
A seguito della Conferenza ONU sul clima di Parigi, nel 2018 il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha allertato sul fatto che per evitare effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, l’aumento della temperatura mondiale non deve superare 1,5°C rispetto a quella dell’epoca pre-industriale. La sensibilità su questa tematica sta aumentando, anche perché il cambiamento climatico è una realtà sempre più percepita.
Di conseguenza le maggiori imprese alimentari mondiali, le cosiddette Big Food, da Nestlé a Mondelez, Danone, Unilever, General Mills, JBS ed altre, si sono recentemente poste degli obiettivi per ridurre le loro emissioni di gas climalteranti. Tutte queste aziende hanno adottato delle strategie operative e gestionali, assegnando investimenti sostanziosi per dimezzare le emissioni di gas effetto serra al 2030 e raggiungere la neutralità al 2050 (net-zero emissions).
Questo coinvolge anche i fornitori delle materie prime, che vengono incentivati per adottare pratiche di agricoltura rigenerativa, ridurre i consumi idrici, usare energia elettrica da sole fonti rinnovabili, eliminare la deforestazione. Gli agricoltori vengono assistiti nelle pratiche agro-ecologiche, comprese le azioni per la sequestrazione del carbonio e l’adozione di tecnologie per la mitigazione delle emissioni.
La comunicazione veicolerà questi investimenti di sostenibilità in tutti i prodotti aziendali per rispondere alle nuove sensibilità dei consumatori. Resilienza, efficienza, economia circolare, riciclo, tutela ambientale, rispetto ed inclusione sociale, sono le parole chiave e le motivazioni alla base delle nuove strategie aziendali.
Il problema è, però, come misurare le emissioni dirette ed indirette dei cicli produttivi per avere dati oggettivi e comparabili. In questo ambito stanno lavorando tanti centri di ricerca in tutto il mondo per fornire ai legislatori i riferimenti scientifici da cui deriveranno le normative che saranno alla base anche del mercato dei crediti di carbonio.
Il progetto Acqua & Energia sulla Homepage di Teseo
Secondo i sondaggi condotti nel Regno Unito, il benessere animale è uno dei fattori che influenzano maggiormente le scelte d’acquisto dei consumatori. Nei fatti però sul punto vendita i fattori che determinano l’acquisto rimangono il prezzo o la modalità di presentazione del prodotto, unitamente alla sua origine. La pandemia ha accresciuto il desiderio di preferire prodotti locali o nazionali.
Al punto vendita il benessere animale diviene meno importante
Se per l’81% dei consumatori inglesi le tematiche ambientali sono al primo posto come importanza, solo il 26% le cita come riferimento per la scelta d’acquisto rispetto al 40% per i cibi ritenuti salutari. Il benessere animale è citato dal 18% degli acquirenti, ma il 34% dei vegani adduce questo fattore per la loro dieta alimentare. I consumatori associano il benessere animale a situazioni quali stabulazione libera o pascolo, anche se non esiste una chiara definizione di questi stati ad eccezione all’allevamento a terra per i polli, oppure alla produzione biologica. Resta però il fatto che ad esempio, sempre in UK, solo il 12% di tutta la carne di maiale posta in vendita è ottenuta da animali allevati liberi all’aperto, con un prezzo pari al doppio della media. Positivo comunque che il 71% dei consumatori ritenga gli allevatori molto affidabili, molto più dei supermercati o dei trasformatori, dato lo stretto legame con gli animali che allevano.
Quindi in generale i consumatori ritengono che le norme sulla qualità dei prodotti, compreso il benessere animale, siano appropriate e che lo schema di certificazione inglese introdotto nel 2000 identificato col bollino rosso “red tractor” garantisca sicurezza ed affidabilità.
Questa fiducia può essere però facilmente incrinata se avvengono comportamenti negativi. I consumi di carne sono calati del 44% quando i consumatori avevano appreso dai mezzi d’informazione situazioni improprie o fraudolente. Quindi diventa imprescindibile che tutta la filiera, dalla produzione al commercio, continui ad impegnarsi per garantire il fattivo rispetto degli standard di qualità, compreso il benessere degli animali.
In altri termini, oggi più che mai, occorre essere credibili!
La Cina apre la strada alle coltivazioni transgeniche. L’intenzione sarebbe di approvare tre nuove varietà di mais geneticamente modificato oltre a sette di cotone, tutte prodotte da aziende nazionali. Finora nel Paese asiatico la semina di varietà di mais o soia OGM è vietata, ma ne è permessa l’importazione per l’uso nell’alimentazione animale.
Ridurre la dipendenza dall’import
La necessità di garantire la sicurezza alimentare e di ridurre la dipendenza dalle importazioni, ha spinto le aziende cinesi ad investire nel biotech per avere nuove varietà. Il piano per approvare varietà di mais e di cotone OGM è stato sottoposto a consultazione pubblica da parte del ministero dell’agricoltura, ma le aziende sementiere cinesi possiedono già tratti di mais OGM approvati dal governo come sicuri. Anche se non è ancora chiaro quando le nuove sementi potranno essere commercializzate, la prospettiva di dover far fronte ai nuovi scenari derivanti dai cambiamenti climatici stimola la ricerca nel campo del miglioramento genetico per avere piante resistenti ad un maggior numero di insetti od a condizioni ambientali sempre più avverse.
Aumentare la sicurezza alimentare
Da quando l’abate Mendel a metà ‘800 per primo scoprì le leggi sull’ereditarietà dei caratteri, è stato un susseguirsi di tecniche per il miglioramento genetico che hanno permesso di aumentare la sicurezza alimentare: dalla induzione delle mutazioni, alla ricerca degli ibridi, fino alle recenti metodologie molecolari con la possibilità di intervenire in modo mirato sul genoma cellulare, il cosiddetto genome editing. La possibilità di cambiare in modo chirurgico specifiche sequenze di DNA riproducendo in maniera mirata eventi molecolari che possono avvenire in natura in maniera casuale, apre la strada all’ottenimento in tempi brevi di nuove varietà più consone alle esigenze dell’agricoltura contemporanea secondo i dettami della sostenibilità.
Si è aperta una nuova era nel miglioramento genetico delle piante ed il fatto che ora anche la Cina prefiguri l’uso di sementi biotech, derivanti da azioni coordinate di produzione e di analisi di big data, ottenuti dalla sovrapposizione di livelli di caratterizzazione diversi, non può lasciare indifferenti.
Come sempre, il problema non risiede tanto nel nuovo strumento ma nell’uso che ne viene fatto e nel suo controllo.
La storia è sempre quella: una stalla da rinnovare, la difficoltà a reperire manodopera, un’azienda troppo piccola per ammortizzare i costi,… non resta che chiudere. È una storia che si ripete spesso nei Paesi dove un’agricoltura sempre più professionalizzata deve fare i conti col mercato. Quando però si tratta di un’azienda di 150 vacche che ha iniziato l’attività nel 1930 e che era rimasta la sola a vendere ai negozi il latte che confezionava direttamente, la storia un po’ cambia.
Non è facile produrre latte in Alaska, con lunghi e rigidi inverni, terreni poveri ed il problema di competere sul prezzo col latte proveniente da chilometri di distanza. Produrre latte era un’attività diffusa all’inizio del secolo scorso ed attirava coltivatori dall’Europa come la famiglia Havemeister arrivata nel 1920 dalla Germania, ma nel dopoguerra il lavoro divenne difficile, malgrado aiuti e sovvenzioni.
Ciò che era sostenibile fino a qualche decina d’anni fa, adesso è superato, desueto, antieconomico. Mantenere una stalla costa, ma assicura il presidio del territorio, valorizza i foraggi ed i prodotti dei terreni aziendali che vengono coltivati ed arricchiti dalla sostanza organica che la stalla produce, migliorandone la fertilità e contribuendo alla biodiversità del territorio.
La stalla non è semplicemente un’attività economica, è ben altro, in primo luogo una storia di persone e di animali.
La famiglia Havemeister chiude la sua stalla in Alaska dopo 90 anni di duro lavoro. Una novantina delle 150 vacche vanno al macello, le altra in un’altra stalla, fra le poche rimaste aperte.
Ed i consumatori troveranno nel loro negozio di fiducia latte prodotto e confezionato a centinaia di chilometri di distanza. Il tutto in virtù di un prezzo sempre più standardizzato, per cui o ti ingrandisci o chiudi. Per sempre.
Quante stalle a gestione familiare come quella in Alaska stanno chiudendo i battenti a causa dell’antieconomicità nel gestire una simile impresa, nonostante il valore insostituibile del presidio socio-ambientale che esprimono?
E dove sarebbe la tanto citata sostenibilità quando le zone meno vocate, come le nostre aree interne rurali, verranno gradualmente private dei suddetti presidi, costringendo le popolazioni locali, posto che decidano di non migrare, ad acquistare prodotti che hanno fatto chilometri e chilometri prima di raggiungere la tavola del consumatore?
Il parere di Ester
Ester Venturelli – Team di CLAL e TESEO
La chiusura di una stalla è un dato triste in quanto sinonimo di perdita di patrimonio, soprattutto culturale. Ancora di più se la stalla in questione è tra le poche stalle di un area non particolarmente vocata.
Purtroppo, il PIL è stato l’indicatore principale dello sviluppo dei paesi dal secondo dopoguerra, il che ha portato ad avere una mentalità strettamente focalizzata su produttività e profitti, di cui ora vediamo gli effetti negativi. Tuttavia, tali obiettivi rimangono aspetti imprescindibili dell’azienda agricola, il cui scopo principale è il sostegno economico di chi ci lavora.
L’ideale sarebbe una società che, più che la quantità, apprezza la qualità e valorizza un prodotto anche in base agli aspetti collaterali (cultura, ambiente, società). Nel caso di prodotti di cui il consumatore non riconosce questo valore aggiunto, tale ruolo dovrebbe spettare allo stato, non in visione assistenzialista, ma di giusto compenso per le esternalità positive. Questo permetterebbe alle aziende virtuose di continuare ad operare nella loro area.
Ester Venturelli, Market Analysis and Agricultural Policies, CLAL e TESEO
TESEO.clal.it – Numero di Aziende agricole con capi da latte bovino in Italia
Professionisti motivati che operano per i produttori ed insieme a loro senza trincerarsi dietro scusanti burocratiche e posizioni di potere, questo è il riferimento operativo che permette il successo della grande cooperativa del latte indiana.
Dal suo avvio nel 1973, la Gujarat Cooperative Milk Marketing Federation Limited (GCMMF) è rimasta un’azienda guidata dal consiglio di amministrazione che rappresenta effettivamente gli allevatori e gestita da personale che mette al servizio della filiera le necessarie competenze tecniche e manageriali. È formata da 3.6 milioni di soci che consegnano 35 milioni di litri di latte al giorno a 18 centri distrettuali di lavorazione che commercializzano tutti i prodotti con l’unico marchio Amul.
Si tratta di un sistema organizzativo ed operativo lungo, complesso e difficile ma che permette anche ad un piccolissimo allevatore di un villaggio sperduto di far arrivare il proprio latte nelle grandi metropoli di Delhi o Calcutta, traendone il necessario valore per il sostentamento della sua famiglia.
Il “modello Amul” funziona perché ha saputo mantenere il legame diretto fra chi produce e chi consuma a migliaia di chilometri di distanza contenendo al massimo il differenziale fra il costo pagato dal consumatore col prezzo riconosciuto al produttore e per l’aver messo da parte carrierismo e vincoli burocratici focalizzandosi sul vincolo con i produttori.
Una volta era la fertilità del suolo, poi fu il suolo come substrato, ora è la riscoperta della sostanza organica nel suolo. Questa potrebbe essere in estrema sintesi l’evoluzione della gestione del terreno: dalle pratiche agronomiche per mantenerne la fertilità, come rotazioni, concimazioni organiche, maggese od altro, al trinomio lavorazioni profonde, diserbo, concimazione minerale.
Rivedere le pratiche tradizionali alla luce delle conoscenze moderne
Risulta ora evidente, dopo decenni di intensificazione nelle pratiche agricole, compresi i carburanti, la necessità di riconsiderare gli elementi delle pratiche agronomiche tradizionali, riviste alla luce delle conoscenze moderne. Questo ha portato, alla cosiddetta agricoltura rigenerativa (o conservativa) che comprende anche pratiche spinte quali la semina su sodo (no tillage), in modo da ricostituire la sostanza organica del terreno per aumentarne la fertilità e ridurre l’erosione, contribuendo anche alla cattura nel suolo dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera.
Secondo la FAO, il problema del deterioramento dei suoli è globale e pertanto occorre un impegno condiviso di tutta la filiera, aziende agricole ed imprese di trasformazione, per mantenere il potenziale della produzione alimentare mondiale ed arrestare la continua intensificazione delle pratiche colturali.
Le grandi imprese mondiali sollecitano l’adozione dell’agricoltura rigenerativa
La situazione preoccupa anche le grandi imprese agroalimentari mondiali, che stanno sollecitando l’adozione dei principi di agricoltura rigenerativa: tecniche conservative, pacciamatura, rotazione, colture con apparato radicale profondo. Occorre inoltre agire sulle risorse idriche per ridurre al minimo le dispersioni, manutenere le reti dei canali, migliorare le tecniche irrigue. Resta poi il problema della biodiversità, fortemente ridotta con l’intensificazione delle pratiche agricole conseguenti alla monocoltura, ma anche a causa della deforestazione. Significativo che sempre più le grandi aziende alimentari mondiali richiedano la certificazione degli standard di sostenibilità per le materie prime, con Unilever che si è posta l’obiettivo di avere entro il 2023 la totalità delle forniture certificate deforestation-free.
Sarà possibile fare la quadratura del cerchio fra la necessità di aumentare la produzione agricola per soddisfare le esigenze di una popolazione mondiale in crescita e preservare le risorse naturali, in primo luogo la fertilità del suolo? L’evoluzione delle tecniche agronomiche tradizionali alla luce delle conoscenze e le tecnologie attuali può essere la risposta. Con una filiera produttiva coerente e coesa.
TESEO.clal.it – L’autosufficienza dei prodotti agricoli in Italia
Le uniche cose che il futuro dell’agricoltura deve compiere sono l’adattabilità, la tenacia e la comprensione del consumatore. Questa, secondo la prestigiosa Cornell University USA, deve essere la prospettiva dei prossimi 10-15 anni per impostare l’evoluzione delle aziende da latte in modo da renderle pronte per fronteggiare le criticità derivanti dai cambiamenti climatici, dalle volatilità di mercato e dalle richieste dei consumatori; cioè, per usare un termine attuale, renderle resilienti.
Inutile pensare ad un modello unico di stalla ma, realisticamente, ci saranno aziende piccole o grandi, altamente produttive oppure diversificate e multifunzionali per rispondere a bisogni locali. Tutte dovranno comunque realizzare due obiettivi.
Massima attenzione per le emissioni
Per prima cosa, dovranno adottare delle tecniche per ridurre le emissioni di metano e mitigare le emissioni di gas serra. Occorrerà pertanto gestire con la massima attenzione l’alimentazione degli animali: ingredienti, loro conservazione, incorporazione nella razione e distribuzione. Il piano dei costi andrà seguito con precisione, includendo anche i residui solidi e liquidi dell’allevamento, che andranno il più possibile incorporati nella logica del ciclo produttivo.
Integrazione con il territorio
In secondo luogo tutte queste aziende, pur così diversificate, dovranno essere parte integrante dei territori e delle comunità sociali in cui sono inserite. Siano esse orientate al mercato od aziende di agricoltura periurbana, dovranno essere in grado di interagire con i consumatori. Dovranno pertanto adottare un approccio proattivo per gestire la loro reputazione e per affermare il proprio marchio se operano con vendite dirette, in modo da far capire ai diversi tipi di pubblico il valore del ruolo che svolgono. Questo non può prescindere dall’adozione di progetti per il benessere animale, l’organizzazione del lavoro e le condizioni sociali dei dipendenti, da piani per la gestione dei reflui, dall’adozione di tecniche agronomiche il più possibile rigenerative.
Trasparenza verso l’esterno
L’allevatore dei prossimi anni dovrà anche dimostrare di essere aperto verso l’esterno, senza timore di mostrare in modo trasparente ed onesto l’attività produttiva della sua azienda, che produce per il benessere comune della società.
Non torri d’avorio inaccessibili, ma neanche cattedrali nel deserto: gli allevamenti dovranno tornare ad essere parte integrante del territorio e delle comunità locali, operando in modo onesto e trasparente, per essere percepiti come tali.