Gli allevatori latte ci riportano le conseguenze di caldo e siccità
31 Agosto 2022

Le temperature estive, che tendenzialmente aumentano di anno in anno, provocano diverse problematiche sia per le colture che per gli animali allevati.

Gli allevatori latte del nord Italia che abbiamo intervistato in merito hanno riportato diverse conseguenze del caldo torrido di questa estate 2022. Nonostante le produzioni di latte in queste Aziende siano rimaste ai normali livelli estivi, o leggermente al di sotto, lo stress da caldo ha portato, in alcune Aziende, ad un aumento delle interruzioni di gravidanza ed una minore fertilità.

Le temperature ideali per le vacche da latte, infatti, sono generalmente comprese tra -5°C e 21°C circa. Oltre a questo valore massimo, la mandria inizia a manifestare lo stress da caldo, soprattutto in caso di umidità elevata. È normale, quindi, che gli effetti del caldo sulla mandria si traducano non solo in un calo delle produzioni (dovuto principalmente a minori quantità di alimento ingerite), ma anche in problematiche riproduttive e respiratorie.

A livello riproduttivo, lo stress da caldo causa una minore evidenza dei calori e, quindi, un tasso di concepimento alterato, una maggiore probabilità di aborti nel primo trimestre e vitelli più deboli alla nascita.

Altre problematiche rilevate dagli allevatori sono, invece, associate all’effetto della siccità sulle colture. La minore qualità degli alimenti ha, da un lato, ridotto il contenuto di grasso e proteine nel latte, e dall’altro ha portato a problemi di salute della mandria.

TESEO.clal.it – Effetti del clima sulle Consegne di Latte

Per ammortizzare l’effetto del caldo in stalla, è ampiamente diffuso l’utilizzo di impianti di ventilazione e nebulizzazione, i quali però, se non adeguati alla realtà aziendale, possono causare danni a livello respiratorio, quali polmoniti e bronchiti, che colpiscono soprattutto animali giovani, ma anche adulti. Tuttavia, gli impianti recenti sono tendenzialmente efficaci a ridurre in modo significativo lo stress termico per la mandria e sono presenti nella maggioranza delle stalle con le quali abbiamo dialogato, adottati anche nelle aree destinate alle vacche in asciutta e agli animali giovani.

Interventi di miglioramento e aggiornamento dei sistemi di raffrescamento della stalla sono diventati elementi necessari nella gestione dell’azienda, soprattutto nel contesto del cambiamento climatico in atto.

Impianto di areazione in azione in una Azienda da latte

Suini: è giunto il momento di condividere un percorso [intervista]
29 Agosto 2022

Roberto Pini
Castelverde, Cremona

Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini

“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.

Il percorso di crescita in Italia e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini: Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale, parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.

Siete leader in Italia nel segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura di prosciutti Dop?

“Per il momento non è nei nostri piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione. Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre, sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo investito in Spagna oltre 150 milioni”.

Qual è la vostra quota di export?

“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo in tutto il mondo”.

Il made in Italy è un valore aggiunto?

“Sicuramente. È un maiale diverso rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha grandi potenzialità per l’export”.

Avete avuto ripercussioni con la peste suina africana?

“Sì. Nelle due strutture di macellazione in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso l’85% dell’export extra Ue”.

In quale direzione investirete in futuro?

Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle

“Nei prossimi anni pensiamo a sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.

Dall’inizio dell’anno a oggi, che fase stanno attraversando i macelli?

“Diciamo che siamo alle prese con una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui listini.

Anche l’aumento dei costi di produzione sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.

Come cercate di riassorbire i maggiori costi di produzione?

“Abbiamo cercato di portare avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di limitare al minimo tutti gli sprechi”.

L’aumento dei costi produttivi ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?

“No, assolutamente”.

Che investimenti avete fatto nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?

“Negli ultimi due anni abbiamo portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre, quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe, dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.

Come mai la scelta di chiudere la filiera?

“Quando lavori occupando solo un segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire le anomalie di mercato”.

I consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto ambientale?

Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale

“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.

Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.

Il minore potere di acquisto delle famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale direzione?

“Da alcuni mesi la situazione delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.

Talvolta gli allevatori chiedono ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività. Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?

Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni

“La cosa migliore da fare sarebbe convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive. Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.

Come vede il futuro della suinicoltura?

“Sono ottimista, ma solamente se tutti i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo essere lungimiranti e coesi”.

Sulla genetica si sono levate un po’ di polemiche?

“Il prodotto finale parte dalla genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più ampia sul mercato”.

Allevamento da latte, fonte di cibo ed energia
23 Agosto 2022

È opinione diffusa che gli allevamenti intensivi creino gravi problemi ambientali, senza possibili soluzioni al riguardo. In realtà, il metano prodotto dalle mandrie non impatta sul riscaldamento globale, ma fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi.

Dagli allevamenti bovini derivano molti benefici per l’uomo: il latte è fondamentale per un’alimentazione salutare, per lo sviluppo cognitivo e la cultura culinaria. Inoltre, proprio le vacche possono ridurre la dipendenza della nostra società dai combustibili fossili, ritenuti tra i principali responsabili dell’accelerazione dei cambiamenti climatici in atto.

Attraverso il trattamento dei rifiuti organici generati dagli allevamenti è possibile ottenere biogas, prodotto dalla fermentazione anaerobica dei reflui. In questo modo, i liquami non sono più uno scarto da smaltire, ma diventano un sottoprodotto utile per generare energia.

Non solo l’energia prodotta dall’impianto di biogas di un’azienda agricola può essere utilizzata dalla stessa per ridurre il proprio fabbisogno energetico, ma la produzione di biogas riduce anche le emissioni di elementi inquinanti: è possibile ottenere metano che, se ricavato da una fonte rinnovabile e biologica e in seguito bruciato, ha impronta di carbonio pari a zero.

Produrre e consumare latte significa essere attenti alla natura e al benessere animale, capace di fornire non solo cibo, ma anche energia.

TESEO.clal.it – Italia: Patrimonio zootecnico (Bovini da Latte)

Fonte: eDairyNews

L’estate Romagnola ha il sapore del cocomero di Sermide [Intervista]
22 Agosto 2022

Luca e Lorenzo Vicenzi – Imprenditori Agricoli

Luca e Lorenzo Vicenzi
Caposotto di Sermide, Mantova – ITALIA

“Siamo più conosciuti a Rimini che a Sermide, perché la gran parte dei nostri cocomeri, circa il 70% della produzione, prende la direzione del mare”. Parola di Luca Vicenzi di Caposotto di Sermide, imprenditore agricolo che gestisce, insieme al fratello Lorenzo, 400 ettari di terreno.

L’attività di contoterzismo, ereditata dal papà, per scelta imprenditoriale si è ridimensionata, pur rimanendo all’avanguardia per tecnologie adottate, sistemi digitali e soluzioni di mappatura dei terreni che consentono di ridurre gli input e migliorare impatto ambientale e redditività.

La scelta di avere solo una decina di clienti “amici”

“Oggi abbiamo una decina di clienti della zona con i quali abbiamo anche un rapporto di amicizia – racconta Lorenzo, impegnatissimo anche a impartire ordini e ad accertarsi che tutto funzioni, in una giornata di infinito lavoro come solo quelle di chi coltiva cocomero d’estate conosce -. Oggi con i rincari che ci sono stati, a partire dal gasolio agricolo che in dodici mesi è schizzato da 60 centesimi a 1,40 euro al litro, starci dentro è difficile. Che tariffa dovrei chiedere ai clienti con simili rincari?”.

Ecco allora la scelta, ormai da alcuni anni, di non rincorrere pagamenti di fatture e clienti morosi, ma di prestare servizi altamente professionali a quella decina di clienti che, essendo anche amici, di bidoni non ne tirano e sconti sul prezzo non ne chiedono.

Dal papà hanno acquisito anche la forza di volontà e lo spirito di sacrificio, che li ha portati – uniti – a mettere insieme un’azienda agricola che si estende su 400 ettari e una produzione di 45.000 quintali di cocomeri, commercializzati all’ingrosso e confezionati in scatole (destinati ai mercati di Firenze, Padova, Verona) e beans, che alimentano i mercati generali del Nord e Centro Italia, con una forte attenzione alla Riviera Romagnola, col mercato generale di Rimini punto di smistamento verso hotel, ristoranti, ma anche supermercati e ombrelloni, dove arriva affettata (ma da terzi). Insomma, l’estate romagnola ha anche il sapore del cocomero di Sermide, varietà “Top Gun”, dove la qualità porta il nome di film che sono entrati, fra il 1986 e il 2022, nel mito della pellicola.

Il mercato quest’anno è in altalena, spiega Vicenzi. “È partito bene, grazie alla qualità, alla equilibrata disponibilità di prodotto e alla temperatura decisamente estiva, che ha aiutato a tenere alti i listini – afferma – poi c’è stata una flessione verso la fine di giugno e l’inizio di luglio, per poi riprendersi di nuovo, complice una scarsità di prodotto a causa del caldo”.

Se la siccità e l’assenza di precipitazioni per diversi mesi che hanno colpito l’Italia non hanno più di tanto impensierito l’azienda agricola dei fratelli Vicenzi, dotati di pozzi dai quali attingere acqua, il caldo invece ha influito sull’allegagione dei frutti, penalizzando le produzioni.

Ogni stagione ha una storia a sé

Ogni stagione, sono abituati ormai i Vicenzi da oltre 20 anni di attività professionale nel segmento della coltivazione di angurie, ha una storia a sé. Resta comune al passare del tempo una missione, che è d’altronde la vocazione di famiglia: “Lavorare sodo”.

Prezzi alimentari: una nuova era?
9 Agosto 2022

Siamo tutti impegnati a riflettere su come frenare l’aumento del costo degli alimenti, dai responsabili degli approvvigionamenti che osservano con ansia i prezzi delle materie prime, fino ai consumatori che vedono lievitare il conto della spesa.

L’inflazione nei prezzi alimentari è uno dei temi più scottanti, che occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma se invece di un fenomeno congiunturale derivante dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, fosse anche un presagio delle cose che verranno in modo strutturale? La crisi climatica fa sì che si discuta sempre più sul costo della produzione alimentare e sugli investimenti necessari per rendere il sistema più sostenibile.

La crisi climatica potrebbe dunque significare che dovremmo aspettarci di entrare in una nuova era di prezzi alimentari più alti?

Al centro del problema e della soluzione

I costi che le aziende alimentari dovranno sostenere per ridurre le emissioni, assicurarsi gli approvvigionamenti, favorire la biodiversità, rendono evidente che qualcosa deve cambiare se, come società, vogliamo affrontare seriamente la crisi climatica, dato che il settore nel suo complesso è al centro sia del problema che della soluzione. Siamo dunque di fronte alla necessità di fare dei cambiamenti che non saranno certo gratuiti. Eppure è molto importante per il pianeta, per i nostri figli e per le generazioni future, che si facciano, anche se saranno costosi. E tutti noi consumatori dovremo pagarli. Questo non è certo uno scenario che piacerà. Si potrebbe obiettare che si tratta di una posizione più facile da applicare per gli alimenti di alta gamma, ma il problema riguarda tutti, nessuno escluso.

Negli scorsi decenni abbiamo assistito (nei Paesi ad economia avanzata) alla continua riduzione della percentuale di spesa dedicata all’alimentazione.  Ma, ad un certo punto, di fronte alla crescente richiesta ad imprese e governi di fare di più per quanto riguarda il clima, dovremo  verosimilmente abituarci ad una nuova situazione per quanto riguarda il prezzo degli alimenti.

Quindi si verrebbe delineando quella che potrebbe essere definita come “inflazione verde”, una nuova era di prezzi alimentari più alti in conseguenza delle scarsità dovute alla crisi climatica ma anche della necessità di investire per contrastarla. Almeno ne beneficerà, sempre nei Paesi ricchi, il disgustoso fenomeno dello spreco alimentare.

TESEO.clal.it – Italia: Indice dei Prezzi al Consumo nel mese di Giugno 2022 rispetto al 2015.
L’indice della categoria “Alimentazione e bevande” è di 115,7

Fonte: Just Food

La famiglia, riferimento per l’azienda da latte
4 Agosto 2022

Sebbene le aziende da latte si concentrino ed aumentino di dimensione, sarebbe un errore pensare che il modello di azienda famigliare, su cui da sempre si è basato l’allevamento, sia superato. Descrivere il declino dell’azienda agricola a conduzione familiare e l’ascesa dell’azienda agricola di tipo manageriale non è un quadro accurato della realtà.

Aziende da latte USA, il97% è a conduzione familiare

Questo anche negli USA dove, sebbene il numero di aziende da latte sia diminuito, rimane il predominio di quelle a conduzione familiare. Delle 39.442 aziende agricole con vacche da latte di tutte le dimensioni, secondo i dati dell’USDA più di 38.200 sono a conduzione familiare. Si tratta di ben il 97%, una percentuale consolidata. Ad esempio, nel 2016 le aziende da latte erano oltre 48.000, di cui il 97,3% a conduzione familiare.

La dimensione media di una stalla da latte USA è oggi di 300 vacche, rispetto a 50 nel 1990. Quindi, anche con una dimensione maggiore che richiede nuove professionalità e grandi finanziamenti, l’azienda familiare rimane il fondamento dell’allevamento da latte.

É la realtà di tutti i grandi paesi tradizionalmente produttori di latte, purtroppo sottaciuta.

Se è giusto parlare di imprenditoria, date le competenze richieste a chi conduce l’azienda da latte, è indispensabile parlare di familiarità con tutta l’attenzione per il valore soprattutto sociale, oltre che economico, che la famiglia trasmette alle comunità in cui opera.

TESEO.clal.it – USA: Costi e ricavi delle Aziende da Latte

Fonte: Hoosier

Siccità: agire subito per contrastare il cambiamento climatico
1 Agosto 2022

Secondo un rapporto pubblicato dal Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea, il 44% del territorio dell’UE e del Regno Unito si trova ad un livello siccità di allarme, mentre un altro 9% definito di allerta, una situazione che i ricercatori definiscono sconcertante.

L’indice di allarme è definito dal deficit di umidità del suolo, mentre quello di  allerta si riferisce allo stress idrico della vegetazione.

Il rischio siccità è aumentato negli ultimi mesi in territori che comprendono la Francia, la Germania occidentale, la Romania e diverse regioni mediterranee fra cui parti dell’Italia, ma ne risentono anche Polonia, Ungheria, Slovenia e Croazia.

In cinque regioni italiane è stata dichiarata l’emergenza siccità e l’insufficiente disponibilità di acqua ha portato a molteplici restrizioni d’uso nei comuni. In Francia sono state adottate misure simili a quelle delle regioni italiane per limitare l’uso dell’acqua; in Spagna, i volumi idrici immagazzinati negli invasi sono attualmente inferiori del 31% rispetto alla media decennale, mentre In Portogallo, l’energia idroelettrica ottenibile negli invasi è la metà della media degli ultimi sette anni. Il JRC avverte poi che nel prossimo futuro, tra luglio e settembre ci saranno condizioni climatiche molto più secche del normale in 14 Paesi, dall’Irlanda alla Romania settentrionale. Queste previsioni, se confermate, aggraveranno l’impatto della siccità non solo sull’agricoltura e gli approvvigionamenti alimentari, ma anche sull’energia e per tutti gli usi civili ed industriali.

Se diventa estremamente importante adottare con urgenza delle strategie di mitigazione della siccità, è invece imperativo affrontare la causa alla radice del problema: il cambiamento climatico e la sua alterazione del ciclo dell’acqua a livello globale. Sono necessari ulteriori sforzi anche per adattarsi preventivamente al cambiamento dei modelli meteorologici, rendendo le risorse e gli usi energetici compatibili col clima, ed applicando soluzioni sostenibili in agricoltura.

Andamento dell'indice di Siccità (SPI-3) nelle regioni del Nord Italia
TESEO.clal.it – Andamento dell’indice di Siccità nelle regioni del Nord Italia

Fonte: European Drought Observatory

Una OP che coltiva dolcezza [Intervista]
18 Luglio 2022

Francesca Nadalini
Santa Croce di Sermide, Mantova – ITALIA

Francesca Nadalini – Nadalini Soc. Agr. S.S.

Chi pensa che il terroir sia un’espressione da addetti alle degustazioni e solo riferito ai vini non ha ancora parlato con Francesca Nadalini, imprenditrice ortofrutticola di Santa Croce di Sermide e vicepresidente della Op Sermide Ortofruit (una realtà con 42 soci e un fatturato di 26 milioni di euro), e forse non ha ancora sentito parlare del marchio “Valli Salse”, brand dietro cui sta naturalmente la Op sermidese e che caratterizza un’area specifica di circa 1.500 ettari che la Op ha saputo individuare e valorizzare. E proprio qui si troverebbe una composizione specifica del terreno, con una particolare salinità (anticamente l’area era coperta dal mare), caratteristiche minerali uniche, composizione argillosa che permette alle radici di trarre nutrienti da quello che si può appunto definire – esattamente come per il vino – il terroir.

Usciamo dai tradizionali canoni di intervista (non parliamo di lattiero caseario e nemmeno di suini o cereali) per celebrare uno dei frutti simbolo dell’estate – il melone, ma arriverà anche l’anguria sotto i riflettori di Teseo – e per raccontare il grado di innovazione che sta alla base di un prodotto che è per molti altri aspetti ancora tradizionale. Almeno così lo interpreta Francesca Nadalini, famiglia di tradizione agricola proprio nel settore del melone, del cocomero e della zucca.

I numeri attuali dicono che l’azienda coltiva 330 ettari, dei quali circa 220 proprio con le tre colture orticole simbolo del territorio e, per la rotazione, un centinaio di ettari di grano, “che lascia il terreno secco e lo libera presto”.

Partiamo dalla cronaca. In occasione di un recente incontro di TESEO abbiamo assaggiato i suoi meloni fantastici. Come sta andando la stagione?

“Quest’anno abbiamo dovuto fare i conti con una stagione siccitosa, particolarmente calda, con l’ultima fase senza grande escursione termica con la notte. Questo ha fatto sì che ci sia stata una concentrazione del prodotto, seguita in alcune fasi, come quella attuale, da scarsità produttiva. Il melone è indubbiamente di qualità, ma l’accalcamento delle produzioni ha portato a una concentrazione dell’offerta, con prezzi che erano partiti molto bene e che oggi sono decisamente più contenuti. Ma con i cambiamenti climatici, dalla siccità alla grandine, temo che purtroppo dovremo farci i conti sempre più spesso”.

Come vi organizzate contro i rischi climatici?

“Abbiamo cercato di fare impianti solidi come serre, coperture, costruzioni e anche in campo aperto coltiviamo nelle migliori condizioni perché tutto proceda per il meglio, ma non basta. E con le assicurazioni non sempre si trova un punto di incontro, perché le nostre valutazioni sono anche di tipo qualitativo”.

Che tipo di investimenti ha fatto negli ultimi anni e quali nuove tecnologie ha introdotto?

“Negli ultimi anni abbiamo investito su attrezzature 4.0, dai macchinari semoventi per i trattamenti in campo dotati di tracciatura digitale e la guida satellitare, fino ai droni per rilevare la temperatura interna alle serre e ai sensori che servono calibrare l’irrigazione, che è a goccia per ottimizzarne l’utilizzo in campo.

Inoltre, abbiamo investito per l’ampliamento strutturale del magazzino, allargando la zona di servizio per i dipendenti e inserendo un’area specifica per la lavorazione di prima gamma evoluta del cocomero, così da poter tagliare il prodotto a fette e confezionarlo”.

Sul cocomero avete scelto di mantenere le pezzature giganti. Come mai?

“Il mercato è cambiato negli anni. Si sono affacciate le angurie medie, che noi non coltiviamo perché ad oggi riteniamo non essere ancora soddisfacenti a livello qualitativo. Poi sono arrivate le mini-angurie, che abbiamo voluto provare, ma che hanno costi di produzione elevati che raramente il mercato riconosce. Per cui abbiamo continuato a valorizzare le angurie grandi, del peso dai 12 ai 20 kg e abbiamo promosso la tradizione, ma con la possibilità per il consumatore di scegliere la versione già tagliata a fette.”

Che cosa ha fatto la differenza in questi anni?

Innovazione tecnologica mantenendo la tradizione

“Sembrerà banale ma la marcia in più è arrivata dalla coniugazione della tradizione con l’innovazione: andare avanti ma mantenere le cose buone dell’esperienza già avuta. Vale a dire l’innovazione tecnologica, introducendo strumenti come la lettura automatica del grado zuccherino, i sensori in campo, l’utilizzo dei droni per visionare impianti con altri occhi. Ma allo stesso tempo mantenere le tradizioni dal punto di vista colturale, per rispettare la caratteristica e la fisiologia delle piante, gli impianti, la coltivazione, tutto per non stravolgere l’evoluzione del frutto. Paradossalmente, un intervento eccessivo in alcune fasi di coltivazione cambia gusto, retrogusto e peculiarità del prodotto, penalizzandoci sul mercato. Aver mantenuto la tradizione in questo ambito è stata, per le aziende di Sermide, un’arma vincente.

Un altro aspetto che ha fatto la differenza è stato il gruppo, con la nascita del consorzio e del marchio del melone mantovano IGP, ma anche la costituzione della Op Sermide, alla quale aderiscono tutti imprenditori di lungo corso, insieme alle nuove generazioni. Rimanere in rete ci permettere di condividere un percorso, di migliorare sul fronte della specializzazione e di rimanere coesi, perché senza il gruppo non si può evolvere”.

A livello di tecnica colturale utilizzate fertilizzanti organici?

“Quando lo troviamo disponibile utilizziamo ancora il letame, ma per lo più utilizziamo compost da umido organico in un’ottica di economia circolare, che rappresenta una fonte di sostanza organica e perché è la texture ottimale per l’apparato radicale. Rende più soffice il terreno e aiuta la partenza delle radici, che sono la chiave della naturalità della pianta. Se la pianta non radica bene, infatti, non riusciamo a portare a compimento la fruttificazione”.

Ha problemi di manodopera?

“Certo, come tutti, purtroppo. Ormai per tenere i dipendenti di anno in anno non devi solamente garantire un salario più alto, ma devi creare un rapporto personale che va oltre e che ti porta, talvolta, a svolgere funzioni di assistenza e consulenza che dovrebbero essere proprie di altri soggetti. In questo modo abbiamo ridotto moltissimo il turnover e così evitiamo con la formazione di ripartire da zero ogni anno. Ma ci sentiamo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, il nostro settore è davvero poco considerato come opportunità professionale”.

Quali sono i vantaggi di una Op?

Nella OP mettiamo in comune interessi e opportunità

“La nostra Organizzazione di Produttori porta numerosi vantaggi, a volte non immediatamente percepiti, ma nel tempo sicuramente quantificabili, perché mette in comune interessi e opportunità a vantaggio degli imprenditori. Si possono fare acquisti di gruppo e ridurre i costi e insieme si ha più forza per garantire un servizio a vantaggio dei clienti e viceversa, perché grazie alla quantità riusciamo a dare continuità alle vendite. Inoltre il confronto tra di noi è fondamentale per leggere ed interpretare rischi e opportunità della produzione e del mercato”.

Molti agricoltori sono spaventati dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalle incognite di mercato, dalla scarsa reperibilità della manodopera. Cosa è cambiato rispetto al passato?

I rischi dell’effetto domino

“Tutto, ma non voglio tornare sui problemi. Certo è che tutti questi fattori hanno ridotto la visione a noi imprenditori. Prima immaginavo un futuro a lunga gittata, adesso ci sono troppe incognite e ci si rende conto sempre di più che siamo tutti interconnessi nei vari settori produttivi, quindi l’effetto domino può avere conseguenze impressionanti (come sta succedendo per le criticità sulle materie prime)”.

Quale futuro immagina per il melone mantovano?

“Il Melone Mantovano IGP, quindi la produzione che si svolge nelle province di Mantova, Cremona, Bologna, Ferrara e Modena, ha sicuramente prospettive di crescita, a partire dalle zone Centro-Sud dove ancora non è molto conosciuto. In questi giorni è uscito uno spot sulle reti televisive nazionali prodotto dal Consorzio di Valorizzazione e Tutela, che serve per traghettare il messaggio che la dolcezza ha molti volti, ma un solo nome: quella del melone mantovano IGP”.

Conduzione aziendale ed effetti sull’impronta idrica
12 Luglio 2022

In una società molto sensibile ai temi ambientali e vista la necessità di una immagine positiva all’export per il settore del latte che rappresenta un assetto vitale per la Nuova Zelanda, anche la qualità delle acque diventa un fattore rilevante.

Prendendo a riferimento l’impronta idrica (water footprint), l’università di Wellington ha effettuato uno studio nella zona di Canterbury, area ad alta densità dell’allevamento neozelandese con oltre un milione di vacche da latte, per misurare la componente definita “acqua grigia” cioè  il volume di acqua necessario a diluire gli inquinanti; questo per trovare un indice di riferimento atto a misurare la sostenibilità dell’attività zootecnica. 

Dalla ricerca risulta che per produrre un litro di latte occorrono da 400 ad 11 mila litri di acqua, con una variabilità molto ampia che dipende da fattori di conduzione aziendale come razione alimentare e concimazioni, operazioni queste ultime che comportano residui come i livelli di nitrati nel sistema acqua/terreno.

Nella regione dove sono state condotte le misurazioni è stata rilevata una correlazione fra l’elevato uso di concentrati nella razione, di fertilizzanti chimici, le ridotte precipitazioni ed i tenori di nitrati nelle acque superficiali di falda. Queste arrivano a contenere fino a 21 mg/litro, cioè quasi il doppio del limite di potabilità pari a 11,3 mg/litro, il che significa che il sistema ambientale non è più in grado di neutralizzare gli inquinanti che vi si riversano.
É stato poi calcolato che per riportare la situazione entro parametri accettabili occorrerebbe o moltiplicare per dodici le precipitazioni  o ridurre di dodici volte il numero di animali allevati. A parte tali scenari catastrofici, diventa comunque inderogabile ridurre drasticamente gli apporti di sostanze azotate al terreno.

Non si tratta più dunque solamente di affrontare la percezione del mercato ma di rendere la produzione compatibile con la tutela della salute, delle persone e dell’ambiente.

TESEO.clal.it – Acqua & Energia: Impronta Idrica | Mappa interattiva

Fonte: Taylor & Francis Online

L’obiettivo non dovrebbe essere la Sostenibilità
30 Giugno 2022

Dennis Meadows è stato coautore del rapporto “I limiti dello sviluppo” che il Massachusetts Institute of Technology pubblicò per conto del Club di Roma. Nel 50° anniversario di quella ricerca in cui venne presa in considerazione l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, in una intervista a Le Monde il fisico americano ora 79enne constata come stiamo continuando a consumare più risorse di quante la terra ne possa rigenerare, siano esse combustibili fossili o terreni fertili.

Consumiamo 1,6 pianeti all’anno

Non a caso lo scorso 14 maggio è caduto il nostro Overshoot day, cioè la data di superamento delle risorse biologiche rigenerabili in un anno calcolata dal Global Footprint Network, che ha il compito di calcolare l’impronta ecologica di ogni paese sulla base dei consumi e dell’impatto ambientale delle loro attività.
Nella classifica dei paesi che inquinano e consumano di più c’è in testa il Qatar, che ha finito le proprie risorse il 10 Febbraio, seguito da Canada, gli Stati Uniti ed Emirati Arabi, mentre i più sostenibili risultano essere Jamaica, Ecuador, Indonesia, Cuba. Lo scorso anno l’Overshoot Day Mondiale è caduto il 29 Luglio. Questo significa che stiamo consumando l’equivalente di 1,6 pianeti all’anno, cifra che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, il che è palesemente insostenibile.

Abbiamo forgiato una civiltà ad alta intensità energetica e materiale, con la ricerca di una crescita continua nel contesto limitato del nostro pianeta, in un evidente paradosso. Infatti, le risorse diventano più costose, la domanda aumenta e l’inquinamento pure. Sintomi di questa situazione sono  il cambiamento climatico, l’estinzione delle specie, l’aumento dei rifiuti di plastica. 

Il prodotto interno lordo (PIL) continua a crescere, ma è un buon indicatore del benessere umano? Le sue componenti cambiano, perché si tratta sempre più spesso di riparare i danni ambientali. Un tempo le persone si aspettavano di avere una vita migliore di quella dei loro genitori, ora pensano che i loro figli staranno peggio perché la società non produce più ricchezza reale. In tale prospettiva, anche il termine di sviluppo sostenibile diventa un ossimoro, dato che non possiamo avere una crescita fisica senza danneggiare il pianeta.

Serve il coraggio di risolvere i problemi a lungo termine

Quindi, secondo Meadows, i paesi devono passare alla dimensione qualitativa dello sviluppo, migliorando aspetti quali l’equità, la salute, l’istruzione, l’ambiente. Diventa imperativo avere il coraggio di iniziare a risolvere i problemi a lungo termine, come il cambiamento climatico, l’aumento dell’inquinamento o la disuguaglianza e per questo occorre anche un cambiamento nelle percezioni e nei valori personali

La soluzione non è solo la tecnologia, perché se gli obiettivi impliciti della società sono lo sfruttamento della natura, l’arricchimento delle élite o l’ignoranza del lungo termine, allora svilupperà le tecnologie per farlo. Ad esempio per ridurre la fame nel mondo occorre solo ridistribuire meglio il cibo che produciamo. Poi si impone una drastica riduzione del nostro fabbisogno energetico oltre che uscire dai combustibili fossili, aumentare l’efficienza energetica e sviluppare le energie rinnovabili. 

Invece della sostenibilità, l’obiettivo dovrebbe essere dunque la resilienza per adattarsi meglio ai cambiamenti, da applicare a tutti i livelli: globale, regionale, comunitario, familiare e personale.

La finalità dovrebbe essere il raggiungimento di una maggiore felicità.

Fonte: Le Monde

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